Prossimi eventi: Pils Pride, inaugurazione brewpub di Babylon e altri

Mentre ci accingiamo a concludere il mese di aprile, diamo un’occhiata agli appuntamenti che ci attendono a metà maggio, a parte il Working Class Fest del birrificio Rebel’s di Roma, organizzato per il primo maggio. Il calendario comincia a popolarsi di eventi importanti, come ad esempio il Pils Pride del Birrificio Italiano, che giunge alla ...

Alla scoperta delle Kölsch di Colonia: dove e cosa ho bevuto

Ieri vi ho raccontato di come basti un giorno speso tra i birrifici di Düsseldorf per farsi un’idea delle Altbier locali. Per scoprire invece le Kölsch della vicina – e rivale – città di Colonia consiglierei almeno un paio di giorni, per due buoni motivi: il primo è che i produttori meritevoli di menzione sono presenti in ...

Alla scoperta delle Altbier di Düsseldorf: dove e cosa ho bevuto

Per chi vuole davvero conoscere i pilastri della cultura birraria internazionale, i viaggi per la birra sono tra le attività più entusiasmanti e appaganti allo stesso tempo. La straordinaria ricchezza della nostra bevanda offre destinazioni molto diverse tra loro, alcune delle quali fattibili anche con pochi giorni a disposizione. È il caso dell’accoppiata Düsseldorf – ...

Foglie d’Erba cerca maturatori, lavafusti e altre attrezzature

Il birrificio Foglie d’Erba, in fase di ampliamento, cerca le seguente attrezzature usate: Serbatoi/maturatori isobarici 500/2.000 litri Lavafusti (eventualmente anche in combinazione con infustatrice) Piccola imbottigliatrice isobarica, anche a soli 2 becchi, da affiancare alla linea di riempimento già in dotazione. Contattare in privato Gino a info@birrificiofogliederba.it o 3473555197.

Al chiostro di San Paolo

Metti un chiostro, metti l'Emilia Romagna, metti le birre acide: no, non è l'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia ma Acido Acida di Ferrara. Ho aperto volutamente in maniera provocatoria semplicemente per sgombrare subito il campo dal "convitato di pietra" più pesante, ossia appunto l'Arrogant. Che, si dirà, è più anziano - l'uno è alla quinta edizione, l'altro alla terza -; e che pur non essendo stato ospitato dal Chiostro della Ghiara sin dagli inizi, anche in questo caso è arrivato prima, dato che Acido Acida si è spostato al Chiostro di San Paolo solo quest'anno. Tutto vero; però è altrettanto vero che, come ha spiegato l'ideatore Davide Franchini del pub Il Molo (nella foto), lo spirito che ha portato alla nascita di questo festival è stato diverso (dare spazio alle produzioni "estreme" inglesi); e che lo spostamento in zona più centrale è avvenuto di concerto con l'amministrazione comunale in un'ottica di sinergia con i flussi turistici, non per spirito d'imitazione. Insomma, forti somiglianze sì, ma anche volontà di differenziarsi, ha assicurato Davide, nella volontà di proseguire il suo percorso.E di fatto, per quanto il format sia lo stesso dal punto di vista logistico e nonostante le innegabili analogie, la sensazione è stata quella di trovarsi di fronte non ad una scopiazzatura a qualcosa di diverso. In primo luogo, molto banalmente, per le dimensioni: qui stiamo parlando di una trentina di vie dedicate ai birrifici britannici più due birrifici italiani ospiti (BioNoc' e Antica Contea) e una ventina appannaggio di altri marchi ospiti; e un flusso di pubblico meno consistente, conferendo al tutto una dimensione più raccolta. In secondo luogo, il focus specifico: produzioni "estreme" da oltremanica e non necessariamente acide, al di là del nome scelto per la manifestazione, che difficilmente arrivano nei nostri lidi. Infine, la scelta di dare spazio a due ospiti italiani ritenuti di spessore: ed è su questi che mi sono personalmente focalizzata, relazionandomi principalmente con i birrifici di casa nostra.Di Antica Contea ho provato due birre che mi mancavano, la Gose#7 e la Casa Rossa. La prima è per l'appunto una Gose con due anni di maturazione, su cui sono stati effettuati 7 travasi (di qui il nome) in piccole botti da 20 litri in ginepro. Già all'olfatto è assai intensa la nota balsamica del ginepro, che ben si sposa con quella salata; mentre la componente lattica rimane molto discreta, anche appunto in virtù dei notevoli aromi e sapori di ginepro. Una birra fresca e piacevole, non invasiva né eccessivamente persistente nonostante l'aromatizzazione, apprezzabile anche da chi non è avvezzo a questi stili. Di tutt'altra pasta invece la Casa Rossa, una flemish red ale invecchiata tre anni in botti di rovere. Ammetto di avere purtroppo un rapporto difficile con le flemish, dovuto essenzialmente ai sentori acetici, che fatico ad apprezzare; ma in questo caso ho trovato interessante come agli aromi tipici dello stile - tra il legno e il vinoso - si accostino, con la variazione di temperatura, note di frutti rossi sempre più complesse. Per intenditori ed amanti del genere, ai quali può riservare grandi soddisfazioni. Nuova scoperta è invece stata il trentino BioNoc' , birrificio certificato Green Way, che utilizza interamente luppoli trentini di 12 varietà nati dal progetto BioLupo. E qui la cosa è stata impegnativa, perché Fabio mi ha condotta in una degustazione di tutte e cinque le birre disponibili in quel momento. Siamo partiti con la Staion, una saison (come dice il nome stesso, "stagione" in dialetto locale) dalla schiuma pannosa, densa e persistente. All'aroma appare piuttosto grezza, lasciando trasparire - ancor più che l'aromatizzazione con buccia d'arancia e coriandolo - la componente più "verace" del cereale; in bocca si rivela però inaspettatamente setosa, senza spigolosità, con una buona carbonatazione che sostiene la freschezza. Abbiamo poi proseguito con la "Le mie Gose", una Gose aromatizzata alle ciliegie, che armonizza in maniera delicata la componente lattica, salata e fruttata - una sorta di incrocio tra una Gose, una berliner weisse e una kriek - per un finale salato discretamente persistente (sale rosa dell'Himalaya, per l'esattezza). È stata poi la volta della Albicoppe (una delle birre nate, come il nome stesso dice, dal progetto "Asso di Coppe" portato avanti dal tecnologo alimentare Nicola Coppe), una fermentazione spontanea con il 35% di frutta. La definirei una birra dall'anima belga, con una brettatura ben percepibile ma non pungente, mentre le albicocche restano delicate e morbide in bocca prima di un finale in cui l'acidità fruttata la fa da padrona. Una birra che mi ha colpita molto positivamente, ancor più dell'iperblasonata "Impompera" - una framboise con lamponi locali che si è aggiudicata il primo posto a Birra dell'anno - in cui la frutta, pur contando per "solo" il 25%, risulta assai più intensa dando un'impressione decisamente più zuccherina - ma comunque  equilibrata. Un'impressione che ad ogni modo svanisce presto, dato che chiude senza sconti in maniera simile alla Albicoppe. Una fama e un premio senz'altro meritati, ma mi sono trovata a chiedermi se, nel caso in cui al concorso fosse stata presentata anche la Albicoppe, non sarebbe stata scalzata dalla concorrenza in casa: l'armonizzazione tra futta e corpo della birra raggiunta in quel caso è infatti, a mio parere, ancor più degna di nota. Da ultimo la Lipa Porca, una ipa invecchiata 22 mesi in barrique in rovere di Refosco, in cui la componente acida di tono vinoso e quella del legno non arrivano a sovrastare del tutto il potente corpo maltato. Un primo approccio con BioNoc' quindi del tutto positivo, prova - se mai ce ne fosse bisogno - di come la collaborazione tra un birrificio e un "professionista dei lieviti" possa portare frutti ragguardevoli. Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sulla parte dei birrifici britannici, di fatto il focus della manifestazione: dalla rauch con chipotle "Fire" di Weird Beard Brewery (curioso il colore chiaro, a differenza di altre affumicate), alla Citrus Tart con limone e lime di Fierce Brewery, all'eccentrica "Breakfast of champignons" (con lieviti selvaggi, funghi disidratati, pepe nero, timo e sale marino) di Wild Beer; ma mi fermo qui per amor di sintesi. Senz'altro si coglie un notevole sforzo organizzativo dietro all'evento, soprattutto contando che la squadra che lo porta avanti non è numerosa, e di questo va dato atto. Definirei quindi Acido Acida una manifestazione "di genere" che può fare la felicità di chi ama i birrifici inglesi, le produzioni fuori dagli schemi (acide o meno che siano) e ama gustarle in contesti non troppo affollati, in tutta tranquillità.

Al chiostro di San Paolo

Metti un chiostro, metti l'Emilia Romagna, metti le birre acide: no, non è l'Arrogant Sour Festival di Reggio Emilia ma Acido Acida di Ferrara. Ho aperto volutamente in maniera provocatoria semplicemente per sgombrare subito il campo dal "convitato di pietra" più pesante, ossia appunto l'Arrogant. Che, si dirà, è più anziano - l'uno è alla quinta edizione, l'altro alla terza -; e che pur non essendo stato ospitato dal Chiostro della Ghiara sin dagli inizi, anche in questo caso è arrivato prima, dato che Acido Acida si è spostato al Chiostro di San Paolo solo quest'anno. Tutto vero; però è altrettanto vero che, come ha spiegato l'ideatore Davide Franchini del pub Il Molo (nella foto), lo spirito che ha portato alla nascita di questo festival è stato diverso (dare spazio alle produzioni "estreme" inglesi); e che lo spostamento in zona più centrale è avvenuto di concerto con l'amministrazione comunale in un'ottica di sinergia con i flussi turistici, non per spirito d'imitazione. Insomma, forti somiglianze sì, ma anche volontà di differenziarsi, ha assicurato Davide, nella volontà di proseguire il suo percorso.E di fatto, per quanto il format sia lo stesso dal punto di vista logistico e nonostante le innegabili analogie, la sensazione è stata quella di trovarsi di fronte non ad una scopiazzatura a qualcosa di diverso. In primo luogo, molto banalmente, per le dimensioni: qui stiamo parlando di una trentina di vie dedicate ai birrifici britannici più due birrifici italiani ospiti (BioNoc' e Antica Contea) e una ventina appannaggio di altri marchi ospiti; e un flusso di pubblico meno consistente, conferendo al tutto una dimensione più raccolta. In secondo luogo, il focus specifico: produzioni "estreme" da oltremanica e non necessariamente acide, al di là del nome scelto per la manifestazione, che difficilmente arrivano nei nostri lidi. Infine, la scelta di dare spazio a due ospiti italiani ritenuti di spessore: ed è su questi che mi sono personalmente focalizzata, relazionandomi principalmente con i birrifici di casa nostra.Di Antica Contea ho provato due birre che mi mancavano, la Gose#7 e la Casa Rossa. La prima è per l'appunto una Gose con due anni di maturazione, su cui sono stati effettuati 7 travasi (di qui il nome) in piccole botti da 20 litri in ginepro. Già all'olfatto è assai intensa la nota balsamica del ginepro, che ben si sposa con quella salata; mentre la componente lattica rimane molto discreta, anche appunto in virtù dei notevoli aromi e sapori di ginepro. Una birra fresca e piacevole, non invasiva né eccessivamente persistente nonostante l'aromatizzazione, apprezzabile anche da chi non è avvezzo a questi stili. Di tutt'altra pasta invece la Casa Rossa, una flemish red ale invecchiata tre anni in botti di rovere. Ammetto di avere purtroppo un rapporto difficile con le flemish, dovuto essenzialmente ai sentori acetici, che fatico ad apprezzare; ma in questo caso ho trovato interessante come agli aromi tipici dello stile - tra il legno e il vinoso - si accostino, con la variazione di temperatura, note di frutti rossi sempre più complesse. Per intenditori ed amanti del genere, ai quali può riservare grandi soddisfazioni. Nuova scoperta è invece stata il trentino BioNoc' , birrificio certificato Green Way, che utilizza interamente luppoli trentini di 12 varietà nati dal progetto BioLupo. E qui la cosa è stata impegnativa, perché Fabio mi ha condotta in una degustazione di tutte e cinque le birre disponibili in quel momento. Siamo partiti con la Staion, una saison (come dice il nome stesso, "stagione" in dialetto locale) dalla schiuma pannosa, densa e persistente. All'aroma appare piuttosto grezza, lasciando trasparire - ancor più che l'aromatizzazione con buccia d'arancia e coriandolo - la componente più "verace" del cereale; in bocca si rivela però inaspettatamente setosa, senza spigolosità, con una buona carbonatazione che sostiene la freschezza. Abbiamo poi proseguito con la "Le mie Gose", una Gose aromatizzata alle ciliegie, che armonizza in maniera delicata la componente lattica, salata e fruttata - una sorta di incrocio tra una Gose, una berliner weisse e una kriek - per un finale salato discretamente persistente (sale rosa dell'Himalaya, per l'esattezza). È stata poi la volta della Albicoppe (una delle birre nate, come il nome stesso dice, dal progetto "Asso di Coppe" portato avanti dal microbiologo Nicola Coppe), una fermentazione spontanea con il 35% di frutta. La definirei una birra dall'anima belga, con una brettatura ben percepibile ma non pungente, mentre le albicocche restano delicate e morbide in bocca prima di un finale in cui l'acidità fruttata la fa da padrona. Una birra che mi ha colpita molto positivamente, ancor più dell'iperblasonata "Impompera" - una framboise con lamponi locali che si è aggiudicata il primo posto a Birra dell'anno - in cui la frutta, pur contando per "solo" il 25%, risulta assai più intensa dando un'impressione decisamente più zuccherina - ma comunque  equilibrata. Un'impressione che ad ogni modo svanisce presto, dato che chiude senza sconti in maniera simile alla Albicoppe. Una fama e un premio senz'altro meritati, ma mi sono trovata a chiedermi se, nel caso in cui al concorso fosse stata presentata anche la Albicoppe, non sarebbe stata scalzata dalla concorrenza in casa: l'armonizzazione tra futta e corpo della birra raggiunta in quel caso è infatti, a mio parere, ancor più degna di nota. Da ultimo la Lipa Porca, una ipa invecchiata 22 mesi in barrique in rovere di Refosco, in cui la componente acida di tono vinoso e quella del legno non arrivano a sovrastare del tutto il potente corpo maltato. Un primo approccio con BioNoc' quindi del tutto positivo, prova - se mai ce ne fosse bisogno - di come la collaborazione tra un birrificio e un "professionista dei lieviti" possa portare frutti ragguardevoli. Naturalmente ci sarebbe molto altro da dire sulla parte dei birrifici britannici, di fatto il focus della manifestazione: dalla rauch con chipotle "Fire" di Weird Beard Brewery (curioso il colore chiaro, a differenza di altre affumicate), alla Citrus Tart con limone e lime di Fierce Brewery, all'eccentrica "Breakfast of champignons" (con lieviti selvaggi, funghi disidratati, pepe nero, timo e sale marino) di Wild Beer; ma mi fermo qui per amor di sintesi. Senz'altro si coglie un notevole sforzo organizzativo dietro all'evento, soprattutto contando che la squadra che lo porta avanti non è numerosa, e di questo va dato atto. Definirei quindi Acido Acida una manifestazione "di genere" che può fare la felicità di chi ama i birrifici inglesi, le produzioni fuori dagli schemi (acide o meno che siano) e ama gustarle in contesti non troppo affollati, in tutta tranquillità.

Il Birrificio Pavese vende linea d’imbottigliamento, cella frigo e altro

Il Birrificio Pavese vende i seguenti impianti: Linea automatica completa di etichettatura e imbottigliamento a gravità composta da una etichettatrice (ENOS modello Miriam – http://www.enositalia.it/it/miriam) e imbottigliatrice automatica 10 rubinetti (Borelli Group modello ciao+ con tappatore corona 26/29 – http://www.borelligroup.it/template.php?pag=29941 e 4 allestimenti per differenti bottiglie) compreso di linea tubiera in acciaio inox per carico ...

Nuovi birrifici italiani: Malti e Bassi, Manifattura Birre Bologna, Birfoot e Harvest

Nel foltissimo panorama nazionale composto di birrifici artigianali e beer firm è difficile trovare idee nuove e originali, a parte qualche eccezione. Non rappresenterà un concetto rivoluzionario, però mi piace la filosofia alla base di Malti e Bassi Brewfamily, nuovo marchio brassicolo che apre la panoramica di oggi sulle novità italiane. L’obiettivo del birraio, Achille ...

Dai Sex Pistols ai Queen

Sono ripassata ieri, dopo tanto tempo, al birrificio The Lure di Fogliano Redipuglia: l'intenzione era quella di provare la nuova birra uscita dai fermentatori di Lorenzo, la Never mind the bitter (una bitter, per l'appunto). Anche in questo caso, il nome è una citazione musicale: un riferimento a "Never mind the bollocks", noto album dei Sex Pistols. Una scelta, ha spiegato Lorenzo, dovuta al fatto che "tanti entrando nel pub mi chiedono una birra che non sia amara: voglio lanciare una sfida invitando a "fregarsene dell'amaro", provare anche birre in cui la luppolatura in amaro è caratteristica distintiva".E in effetti non si può dire che la Never mind the bitter non risponda a queste caratteristiche. Colore nocciola chiaro e schiuma compatta come d'ordinanza - spillata magistralmente devo dire, nota di merito a Chiara, nuovo acquisto del pub -, all'olfatto risaltano in prima battuta toni intensi tra il floreale e il fruttato, quasi agrumato; ma presto arriva ancor più intenso tutto l'erbaceo del Fuggle (presente anche in dry hopping), che la identifica immediatamente come birra d'oltremanica. Il corpo è assai snello - complice anche il grado alcolico basso, 4% - ma senza rinunciare a una punta tra il tostato e biscottato; prima di chiudere su un amaro erbaceo e terroso lungo e persistente, ma non aggressivo. Una birra da bere a pinte nelle giornate estive - mi sono trovata a scherzare sul fatto che la mezza pinta di questa birra non ha senso - anche da parte di chi, come il nome provocatoriamente afferma, è scettico rispetto all'amaro: che nel contesto di una birra semplice e pulita rimane altrettanto equilibrato, e può risultare abbordabile ad un pubblico più vasto.A quel punto Lorenzo ha calato l'asso, la "choco espresso pepper stout" Queen, altra birra che non avevo ancora provato: trattasi di una porter con fave di cacao tostate da commercio equo di Ecuador e Perù, cioccolato in polvere, e peperoncino habanero. Ammetto che ero piuttosto scettica: detta così, sembrava l'ennesima - e magari pure discutibile - dimostrazione di muscoli nel campo delle supermegastout, nel gioco a chi la fa più tosta. Invece a Lorenzo l'esperienza musicale ha insegnato a quanto pare che, così come quando sullo spartito si legge "ff" o "sf" ("fortissimo" o "sforzato", per i non addetti) pigiare sui tasti del pianoforte senza ritegno è un errore, anche in campo birrario vale lo stesso. Le fave di cacao con la loro componente arrostita e quella più propriamente del cioccolato, così come il piccante del peperoncino (cosa a cui io sono peraltro sensibilissima) sono sì ben percepibili, ma si armonizzano con le note omologhe del corpo robusto; e se l'habanero rimane leggermente persistente nel finale pizzicando il palato, non è comunque tale da risultare invasivo. La descrizione la definisce una birra "da coccole sul divano": senz'altro una birra da sorseggiare lentamente (occhio ai 7 gradi alcolici), alla giusta temperatura - scaldandosi assume aromi e consistenza tali da avere quasi la sensazione di potervi girare dentro un cucchiaino, a mo' di cioccolata calda -, assaporandone la complessità armonica.