Proposta di emendamento sulla riduzione delle accise: alcune considerazioni

E' rimbalzata con grande impeto l'approvazione dell'emendamento alla legge di bilancio avanzato dall'on. Chiara Gagnarli, che prevede una riduzione del 40% sulle accise per tutti i birrifici al di sotto dei 10.000 hl annui di produzione. Manca ancora l'approvazione del Senato, ma si attende con trepidazione quello che è un traguardo agognato da tempo: per quanto la proposta originale fosse più articolata - prevedeva infatti diversi scaglioni di riduzione, di cui alla fine ne è stato accolto soltanto uno - si tratta comunque di un passo avanti di grande portata per il settore.In primo luogo, si può dire che "temperi" in qualche modo il limite palesemente "in crescita" posto dalla legge sulla birra artigianale del 2016 - 200.000 hl, da molti considerato eccessivo - accostando, all'attenzione per l'artigianalità, quello per la tutela dei produttori "effettivamente piccoli". In secondo luogo, è di vasto impatto perché riguarda la stragrande maggioranza dei birrifici artigianali operanti: stando all'ultima edizione della guida Slow Food, quelli al di sopra dei 10.000 hl si contano letteralmente sulle dita di una mano - sono infatti 5: Amarcord, Baladin, Salento, Tenute Collesi e Flea. Una platea quindi estremamente vasta, coinvolgendo oltre 700 birrifici veri e propri, più tutti i brewpub e beerfirm.C'è però chi si è chiesto se questo limite possa agire in qualche misura da freno alla crescita, ponendosi come "deterrente" per fare il grande salto produttivo per tutti quei birrifici poco al di sotto di questa soglia - o che comunque pianificano un incremento produttivo tale da porla come realisticamente raggiungibile. Anche qui: buona parte dei birrifici artigianali italiani è comunque lontana da questi quantitativi, per cui non è un problema che si porrà nel breve termine; ma se continuerà la (pur lenta) crescita dell'incidenza della quota di mercato delle birre artigianali sui consumi totali di birra (in crescita ancor più lenta), unitamente alla presumibile chiusura di diversi microbirrifici nati sull'onda del boom ma senza un solido progetto imprenditoriale alle spalle, la questione prima o poi si porrà. Già alcuni sono sulla buona strada: Lambrate con 8200 hl, Birrificio Italiano con 7500, Elav e San Gabriel con 6000 (e fermiamoci qui, giusto per non arrivare a pronosticare un raddoppio della produzione). Davvero l'accisa aumentata può fungere da deterrente?Verosimilmente, come spesso nella vita, la risposta è "dipende": ogni piano industriale che si rispetti mette in conto, insieme agli investimenti per la crescita, anche i costi strutturali che ci saranno poi per "foraggiare" una produzione più ampia - che si auspicano però più che compensati dalle economie di scala. Stando allo studio realizzato da Mobi nel 2016 (fonte che al momento trovo ancora la più completa, per quanto datata, e del quale avevo già scritto qui), a seconda delle dimensioni del birrificio, le accise arrivano a pesare da un decimo a un settimo dei costi totali di produzione - su cui si avrebbe ora un risparmio che ammonterebbe a circa il 45%, considerando l'ulteriore riduzione dell'accisa generale; arrivando dunque ad incidere per una percentuale media che possiamo stimare sul 4-5% dei costi. Numeri significativi, certo, ma che non appaiono tali da essere ingestibili all'interno di un piano di crescita ben concepito. Certo una disciplina a più scaglioni, come richiesto anche da Unionbirrai, avrebbe consentito di assorbire meglio questi costi grazie ad un aumento graduale: e questo è sicuramente uno degli aspetti problematici della mancata applicazione. Rimane comunque importante che i birrifici più piccoli possano, grazie a questa riduzione dell'accisa, avere una maggior marginalità da destinare agli investimenti legati all'avvio dell'attività e alla crescita.Se davvero questo emendamento si manterrà tale all'interno del gran balletto della manovra a cui stiamo assistendo in questi giorni, si tratterà di una pietra miliare per il settore della birra artigianale in Italia: non resta che stare a vedere...

Proposta di emendamento sulla riduzione delle accise: alcune considerazioni

E' rimbalzata con grande impeto l'approvazione dell'emendamento alla legge di bilancio avanzato dall'on. Chiara Gagnarli, che prevede una riduzione del 40% sulle accise per tutti i birrifici al di sotto dei 10.000 hl annui di produzione. Manca ancora l'approvazione del Senato, ma si attende con trepidazione quello che è un traguardo agognato da tempo: per quanto la proposta originale fosse più articolata - prevedeva infatti diversi scaglioni di riduzione, di cui alla fine ne è stato accolto soltanto uno - si tratta comunque di un passo avanti di grande portata per il settore.In primo luogo, si può dire che "temperi" in qualche modo il limite palesemente "in crescita" posto dalla legge sulla birra artigianale del 2016 - 200.000 hl, da molti considerato eccessivo - accostando, all'attenzione per l'artigianalità, quello per la tutela dei produttori "effettivamente piccoli". In secondo luogo, è di vasto impatto perché riguarda la stragrande maggioranza dei birrifici artigianali operanti: stando all'ultima edizione della guida Slow Food, quelli al di sopra dei 10.000 hl si contano letteralmente sulle dita di una mano - sono infatti 5: Amarcord, Baladin, Salento, Tenute Collesi e Flea. Una platea quindi estremamente vasta, coinvolgendo oltre 700 birrifici veri e propri, più tutti i brewpub e beerfirm.C'è però chi si è chiesto se questo limite possa agire in qualche misura da freno alla crescita, ponendosi come "deterrente" per fare il grande salto produttivo per tutti quei birrifici poco al di sotto di questa soglia - o che comunque pianificano un incremento produttivo tale da porla come realisticamente raggiungibile. Anche qui: buona parte dei birrifici artigianali italiani è comunque lontana da questi quantitativi, per cui non è un problema che si porrà nel breve termine; ma se continuerà la (pur lenta) crescita dell'incidenza della quota di mercato delle birre artigianali sui consumi totali di birra (in crescita ancor più lenta), unitamente alla presumibile chiusura di diversi microbirrifici nati sull'onda del boom ma senza un solido progetto imprenditoriale alle spalle, la questione prima o poi si porrà. Già alcuni sono sulla buona strada: Lambrate con 8200 hl, Birrificio Italiano con 7500, Elav e San Gabriel con 6000 (e fermiamoci qui, giusto per non arrivare a pronosticare un raddoppio della produzione). Davvero l'accisa aumentata può fungere da deterrente?Verosimilmente, come spesso nella vita, la risposta è "dipende": ogni piano industriale che si rispetti mette in conto, insieme agli investimenti per la crescita, anche i costi strutturali che ci saranno poi per "foraggiare" una produzione più ampia - che si auspicano però più che compensati dalle economie di scala. Stando allo studio realizzato da Mobi nel 2016 (fonte che al momento trovo ancora la più completa, per quanto datata, e del quale avevo già scritto qui), a seconda delle dimensioni del birrificio, le accise arrivano a pesare da un decimo a un settimo dei costi totali di produzione - su cui si avrebbe ora un risparmio che ammonterebbe a circa il 45%, considerando l'ulteriore riduzione dell'accisa generale; arrivando dunque ad incidere per una percentuale media che possiamo stimare sul 4-5% dei costi. Numeri significativi, certo, ma che non appaiono tali da essere ingestibili all'interno di un piano di crescita ben concepito. Certo una disciplina a più scaglioni, come richiesto anche da Unionbirrai, avrebbe consentito di assorbire meglio questi costi grazie ad un aumento graduale: e questo è sicuramente uno degli aspetti problematici della mancata applicazione. Rimane comunque importante che i birrifici più piccoli possano, grazie a questa riduzione dell'accisa, avere una maggior marginalità da destinare agli investimenti legati all'avvio dell'attività e alla crescita.Se davvero questo emendamento si manterrà tale all'interno del gran balletto della manovra a cui stiamo assistendo in questi giorni, si tratterà di una pietra miliare per il settore della birra artigianale in Italia: non resta che stare a vedere...

Il birrificio Gambolò costretto da Heineken a cancellare le sue birre Gasoline

Il birrificio Gambolò è una piccola realtà della provincia di Pavia, fondato nel 2012 dal birraio Simone Ghiro dopo esperienze professionali presso Menaresta e Carrobiolo. Una delle prime birre realizzate fu la Gasoline, versione professionale di una ricetta sperimentata negli anni di homebrewing con cui Simone era solito accompagnare le grigliate con gli amici. Il …

Nuove birre da Brewfist, Hammer, Lambrate, Pontino e Lieviteria

Nonostante le sue celebri incarnazioni (Westvleteren 12, Rochefort 10, St. Bernardus Abt 12, ecc.) lo stile belga delle Quadrupel non gode di molta popolarità nel mondo e ancor meno in Italia: nel nostro paese si sono espressamente confrontati con questa tipologia solo Extraomnes, Picobrew, Manerba, Nix e pochi altri. Da qualche giorno però possiamo inserire …

Azienda cerca Sales Executive Manager per il settore birra

Azienda storica dalla mentalità giovane e dinamica cerca Sales Executive Manager – Italia. Al candidato sarà delegata la responsabilità dell’attuazione delle politiche commerciali e marketing per il settore Birra in sintonia con le strategie e i valori aziendali. Si occuperà della promozione dei prodotti, dello studio dei mercati di riferimento e della definizione delle strategie commerciali, in accordo e collaborazione …

Contaminazioni naturali vs controllate: il dilemma delle birre affinate in legno

Come vi ho dettagliatamente raccontato un paio di settimane fa, recentemente ho avuto il piacere di partecipare alla degustazione delle birre di Klanbarrique a Milano, alla quale ha partecipato anche Agostino Arioli del Birrificio Italiano. Per chi non lo sapesse, Klanbarrique è il marchio di un progetto parallelo del produttore lombardo, incentrato sugli affinamenti in …

Prossimi eventi (natalizi e non): Birre sotto l’albero e non solo

Natale si avvicina (anche se manca ancora poco meno di un mese) e gli eventi a tema cominciano a dominare le rassegne sui prossimi appuntamenti birrari. Solitamente la loro esistenza è per noi appassionati l’unico elemento di gioia dell’approssimarsi delle feste, quindi vediamo cosa ci offre il calendario per i prossimi giorni. La manifestazione di …

Concorsi birrari e pensieri in libertà

Dopo l'uscita dei risultati dei concorsi European Beer Star e Brussels Beer Challenge, anch'io come tanti mi sono posta qualche domanda sui risultati - come peraltro faccio ogni anno per tutti i maggiori concorsi, e come già avevo scritto qui. Questa volta il nodo della questione sollevata da più parti nell'ambiente birrario era del tutto diverso da quello del mio precedente post, ossia il gran numero di birre industriali che hanno ottenuto piazzamenti sul podio. Delle due, l'una: o i birrifici industriali riescono effettivamente ad uscire con prodotti che, almeno in una degustazione alla cieca, risultano migliori di quelli artigianali (e tanto di cappello si dirà, se riescono a farlo pur uscendo sul mercato a prezzi notevolmente più bassi); oppure i parametri utilizzati per giudicare nei concorsi (al netto di brogli, che si auspica sempre non avvengano) non sono - quantomeno non più - adeguati ad individuare la birra di qualità e a rendere giustizia alle diversità esistenti tra grandi e piccole aziende e vanno quindi ripensati - ipotesi sostenuta da Andrea Turco di Cronache di Birra in questo post, di interessante lettura.Per quella che è la mia esperienza personale, basata sul confronto con i birrai e sulle occasioni in cui mi è capitato di giudicare, prendo sempre i risultati dei concorsi con serietà ma con distacco: se una birra industriale arriva prima di una artigianale ad un concorso non significa che sia "più buona/migliore in assoluto" (qualsiasi cosa ciò significhi), ma semplicemente che rispondeva meglio ai parametri usati in quel concorso; o, per dirla con Gino Perissutti di Foglie d'Erba nel mio post precedente, "Se vinci non significa che la tua birra sia la migliore [...]: semplicemente lo è stata per quel lotto, per quella giuria, in quella settimana".Nel caso specifico dei grandi concorsi, mi trovo d'accordo sia con l'osservazione secondo cui alcune categorie favoriscono la vittoria di birre industriali, sia sul fatto che l'aderenza allo stile giochi un ruolo preponderante (anche nel piccolo cito spesso l'esempio di una birra che ad un concorso avevamo escluso perché fuori stile, pur avendo finito la bottiglia con estremo piacere a fine giudizio perché era stata forse quella che a noi giudici più era piaciuta). Un parametro probabilmente abusato, ma in una certa misura obbligato in quanto più "oggettivo" di altri: stabilire con quali criteri giudicare la creatività di una ricetta o altri aspetti analoghi sarebbe infatti quantomeno oggetto di lunghe discussioni, e finanche legato alla sensibilità del singolo giudice - che rimane sempre in gioco, ma deve comunque trovare un giusto bilanciamento con parametri valutabili in maniera più oggettiva. E su questo le birre industriali appaiono favorite, sia perché costruite in partenza sulla base di una ricetta "pulita", sia perché un birrificio industriale dispone di tecnologie atte a controllare e replicare alla perfezione il processo produttivo. Insomma, se voglio fare "la pils più pils che ci sia", un birrificio industriale parte avvantaggiato. Del resto, non necessariamente per un birrificio artigianale l'aderenza allo stile è un valore da perseguire: un birraio artigiano, più che fare "la pils più pils che c'è", probabilmente vorrà fare "la mia pils", quella che lo rende la sua opera unica e distinguibile da quella di altri - come per qualsiasi artigiano, insomma. L'aderenza allo stile finisce quindi per essere un parametro controverso quando ci si trova a giudicare insieme birre artigianali e non.Altro tema sollevato è quello della qualità delle materie prime, non necessariamente ottimale in birre il cui scopo è uscire sul mercato al prezzo più basso possibile. Anche questo però è un parametro laborioso da valutare in un concorso: a meno di non immaginare dettagliatissime schede che illustrino tutte le materie prime di ogni birra in gara, e giudici in grado di valutare con le adeguate competenze queste informazioni (patrimonio di conoscenza dei produttori, più che dei sommelier, e qui torniamo anche alla questione della formazione dei giudici), la cosa diventa difficile a farsi.A monte, quindi, c'è da chiedersi che cosa significhi valutare la qualità di una birra - termine che diversi birrai mi hanno riferito di non voler più nemmeno utilizzare, dato che viene spesso usato a sproposito finendo per significare tutto e nulla -; e se sia opportuno che birre industriali e artigianali gareggino in concorsi o quantomeno in categorie diverse, data la diversità sia delle aziende che le producono che della filosofia e obiettivi che ne stanno alla base.Personalmente credo che il problema non sia tanto quello che passi al consumatore il messaggio che una birra venduta a prezzi da discount è "migliore" di una di un piccolo produttore (si potrebbero infatti citare diversi casi di birre industriali ben fatte e birre artigianali che invece non lo sono); quanto che passi il messaggio che, foss'anche davvero più gradevole a bersi la birra industriale in questione, queste due birre siano "la stessa cosa". Bere la birra del discount, anche se mi piace e rispecchia in maniera da manuale lo stile di riferimento, non è la stessa cosa che bere la birra del piccolo birrificio vicino a casa a cui magari questa cotta non è uscita perfettamente in forma, ma ci ha messo un impegno del tutto diverso.Posto che la birra artigianale non è buona a prescindere, né è cattiva a prescindere quella industriale, l'importante è che ci sia chiarezza su che cosa sta alla base di queste due categorie e determina di conseguenza il valore dei prodotti che ne escono: e se anche i concorsi possono contribuire a farla, ripensando i loro meccanismi così da rendere giustizia a queste differenze, ben venga.Foto dall'archivio del Brussels Beer Challenge