Il Birrificio di Cagliari trionfa al Barcelona Beer Challenge

Durante il passato weekend, mentre in Italia si chiudeva l’ottava edizione della Settimana della Birra Artigianale, in Spagna venivano resi noti i risultati del Barcelona Beer Challenge, concorso internazionale relativamente giovane ma già piuttosto accreditato nell’ambiente. E le notizie per il nostro movimento birrario sono decisamente positive, dato che i birrifici artigianali italiani sono riusciti ...

Ritorno sulle rive del Benaco

Pur con notevole ritardo, dedico qualche riga alla visita - ahimé a lungo rimandata - al brewpub del birrificio Benaco 70, aperto lo scorso luglio.Il luogo è semplice e arredato con gusto, riuscendo a sfruttare razionalmente gli spazi effettivamente non amplissimi; e una vetrata dà la possibilità di vedere l'impianto, così da far intuire che dai tank alle spine la distanza è di pochi metri. Nota di merito al personale dietro al bancone, che non solo ha saputo spillare a dovere le birre che abbiamo ordinato, ma si è anche dimostrato ben preparato sotto il profilo tecnico quando abbiamo chiesto ragguagli su quanto veniva servito. Oltre alle birre, il pub serve taglieri con gelatine alla birra, bruschette e toast di pane pugliese con farciture ben curate, e snack fritti.Venendo alle birre, ero particolarmente curiosa di provare la Helles e la Kolsch, entrambe fresche di primo posto nelle rispettive categorie a Birra dell'Anno. La Helles, per quanto non ci fosse assolutamente nulla da ridire sotto il profilo tecnico e l'abbia trovata molto gradevole - aroma pulito con il giusto leggero equilibrio tra cereale e luppolatura floreale, corpo snello ma non sfuggente, e chiusura secca e poco persistente -, in realtà non mi ha particolarmente colpita (anche se si potrebbe discutere su quanto facile sia fare una helles che esca fresca, pulita e senza fronzoli, dato che far gridare al miracolo non è ciò che si chiede ad una helles); maggiori entusiasmi li ho invece riservati alla Kolsch. Notevoli gli aromi tra l'erbaceo e il floreale - forti anche di un leggero dry hopping, unico scostamento dalla tradizione tedesca -, da sotto una schiuma che pareva panna montata. Corpo scorrevole ma di media robustezza, con qualche nota di dolcezza tendente al miele, ma che vira poi su un finale secco e pulito di un amaro erbaceo abbastanza netto - a mio avviso, la meglio riuscita tra le birre di Benaco 70 che ho assaggiato recentemente.Un grazie ad Erica, Riccado e tutto lo staff per la calorosa ospitalità.

Ritorno sulle rive del Benaco

Pur con notevole ritardo, dedico qualche riga alla visita - ahimé a lungo rimandata - al brewpub del birrificio Benaco 70, aperto lo scorso luglio.Il luogo è semplice e arredato con gusto, riuscendo a sfruttare razionalmente gli spazi effettivamente non amplissimi; e una vetrata dà la possibilità di vedere l'impianto, così da far intuire che dai tank alle spine la distanza è di pochi metri. Nota di merito al personale dietro al bancone, che non solo ha saputo spillare a dovere le birre che abbiamo ordinato, ma si è anche dimostrato ben preparato sotto il profilo tecnico quando abbiamo chiesto ragguagli su quanto veniva servito. Oltre alle birre, il pub serve taglieri con gelatine alla birra, bruschette e toast di pane pugliese con farciture ben curate, e snack fritti.Venendo alle birre, ero particolarmente curiosa di provare la Helles e la Kolsch, entrambe fresche di primo posto nelle rispettive categorie a Birra dell'Anno. La Helles, per quanto non ci fosse assolutamente nulla da ridire sotto il profilo tecnico e l'abbia trovata molto gradevole - aroma pulito con il giusto leggero equilibrio tra cereale e luppolatura floreale, corpo snello ma non sfuggente, e chiusura secca e poco persistente -, in realtà non mi ha particolarmente colpita (anche se si potrebbe discutere su quanto facile sia fare una helles che esca fresca, pulita e senza fronzoli, dato che far gridare al miracolo non è ciò che si chiede ad una helles); maggiori entusiasmi li ho invece riservati alla Kolsch. Notevoli gli aromi tra l'erbaceo e il floreale - forti anche di un leggero dry hopping, unico scostamento dalla tradizione tedesca -, da sotto una schiuma che pareva panna montata. Corpo scorrevole ma di media robustezza, con qualche nota di dolcezza tendente al miele, ma che vira poi su un finale secco e pulito di un amaro erbaceo abbastanza netto - a mio avviso, la meglio riuscita tra le birre di Benaco 70 che ho assaggiato recentemente.Un grazie ad Erica, Riccado e tutto lo staff per la calorosa ospitalità.

Il birrificio Rubiu vende imbottigliatrice

Vendesi Imbottigliatrice/Riempitrice marca Palladini mod. RT300-5 del 2013. La macchina è dotata di 2 gruppi di erogazione e tappatore a corona con canale di alimentazione e può gestire bottiglie da 0,25 lt. fino a 1 lt. Inoltre e presente un sistema di sciacquatura e/o soffiatura a due becchelli. La macchina è stata usata veramente poco ...

In quel di Milano

Ho avuto il piacere di essere coinvolta anche quest'anno da Beergate nell'organizzazione della St. Patrick Week, il tour in Italia di birrifici artigianali irlandesi che la società di importazione e distribuzione organizza ogni anno per la festa di San Patrizio: ho quindi partecipato all'evento di lancio a La Belle Alliance a Milano, conoscendo così di persona sia un locale di cui da tempo mi si favoleggiava e i birrai dei due birrifici ospiti - Kinnegar e The White Hag (tralasciando l'incontro con il ministro, anzi la ministra irlandese agli affari giovanili Katherine Zappone e l'ambasciatore d'Irlanda in Italia Colm O'Floinn, ma solo perché non sono brassicolicamente rilevanti).Al di là dei convenevoli e della presentazione degli eventi previsti per la settimana, l'occasione è stata naturalmente ghiotta per degustare le birre dei due birrifici in questione: volendone segnalare una per ciascun birrificio, giusto per par condicio, andrei su due scure (dato che paiono essere le più gettonate dai vari pub per festeggiare San Patrizio). Di Kinnegar ho provato la Black Bucket, versione scura della loro Rustbucket, una ale alle segale (unico birrificio in Irlanda a produrre stabilmente questa tipologia). Sia all'aroma che al palato la componente tostata, quasi abbrustolita, risalta in maniera notevole; potrebbe di primo acchito apparire quasi grezza, data anche la tendenza all'amaro, ma riserva poi una sorprendente virata verso una luppolatura fresca e fruttata (non a caso viene definita "black rye ipa") in quella che è una sorta di gioco al contrasto da parte del birraio. Interessante in abbinata con i crostini al salmone (offerti da Bord Bia, l'Ente per la promozione dei prodotti alimentari irlandesi, che ha collaborato all'evento) dato il corpo sufficientemente robusto da sostenere la forza del pesce affumicato e il finale quasi citrico che pulisce.Di The White Hag segnalo la imperial oatmeal stout Black Boar (che tengo in mano nella foto sopra), e quando ho detto imperial stout ho detto tutto: dieci gradi alcolici, profumi e sapori di cioccolato che dominano insieme a quelli del caffè, densa e dolce, quasi cremosa, e dal forte calore alcolico. Il finale non concede tuttavia troppo al dolce, rendendo giustizia alla compenente tostata e bilanciando l'insieme. Ametto di averla provata quasi per caso insieme allo stufato di manzo (ottimo, peraltro) preparato dal cuoco de La Belle Alliance, ma si è rivelato un abbinamento indovinato, dato che le due componenti si "fondevano" insieme in bocca in una maniera inaspettatamente armoniosa.Detto ciò, spendo due parole per una delle risposte datemi dai birrai durante l'intervista doppia che ho condotto. Rick Le Vert di Kinnegar (a sinistra nella foto sopra), quando ho chiesto quale fosse a loro modo di vedere la più grande opportunità che il mercato italiano presenta ad un birrificio estero, ha affermato: "Vedo nei publican una passione e una professionalità che in Irlanda, purtroppo, non vedo più. E questa professionalità e questa passione si riversano sul pubblico: il numero di intenditori, data anche la tradizione enogastronomica italiana, è probabilmente più alto qui che in qualsiasi altro Paese". La domanda, quindi, sorge spontanea: quanti sono i publican che sono consapevoli di avere un ruolo ancor più centrale di quello dei birrifici stessi nel promuovere la fantomatica "cultura della birra artigianale", dato che sono loro ad essere effettivamente sul territorio? Quanti i birrifici e i distributori che investono in formazione dei loro clienti? Naturalmente ce ne sono, dato che già da qualche tempo si è ravvisata questa necessità, ma non sono certo la maggioranza - e del resto non tutti avrebbero le risorse per farlo. Diventa una volta di più lecito però chiedersi se non valga la pena privilegiare questo canale rispetto ad altri, a fronte di ricadute potenzialmente più ampie.Ringrazio Bord Bia per le foto e La Belle Alliance per l'ospitalità.

In quel di Milano

Ho avuto il piacere di essere coinvolta anche quest'anno da Beergate nell'organizzazione della St. Patrick Week, il tour in Italia di birrifici artigianali irlandesi che la società di importazione e distribuzione organizza ogni anno per la festa di San Patrizio: ho quindi partecipato all'evento di lancio a La Belle Alliance a Milano, conoscendo così di persona sia un locale di cui da tempo mi si favoleggiava e i birrai dei due birrifici ospiti - Kinnegar e The White Hag (tralasciando l'incontro con il ministro, anzi la ministra irlandese agli affari giovanili Katherine Zappone e l'ambasciatore d'Irlanda in Italia Colm O'Floinn, ma solo perché non sono brassicolicamente rilevanti).Al di là dei convenevoli e della presentazione degli eventi previsti per la settimana, l'occasione è stata naturalmente ghiotta per degustare le birre dei due birrifici in questione: volendone segnalare una per ciascun birrificio, giusto per par condicio, andrei su due scure (dato che paiono essere le più gettonate dai vari pub per festeggiare San Patrizio). Di Kinnegar ho provato la Black Bucket, versione scura della loro Rustbucket, una ale alle segale (unico birrificio in Irlanda a produrre stabilmente questa tipologia). Sia all'aroma che al palato la componente tostata, quasi abbrustolita, risalta in maniera notevole; potrebbe di primo acchito apparire quasi grezza, data anche la tendenza all'amaro, ma riserva poi una sorprendente virata verso una luppolatura fresca e fruttata (non a caso viene definita "black rye ipa") in quella che è una sorta di gioco al contrasto da parte del birraio. Interessante in abbinata con i crostini al salmone (offerti da Bord Bia, l'Ente per la promozione dei prodotti alimentari irlandesi, che ha collaborato all'evento) dato il corpo sufficientemente robusto da sostenere la forza del pesce affumicato e il finale quasi citrico che pulisce.Di The White Hag segnalo la imperial oatmeal stout Black Boar (che tengo in mano nella foto sopra), e quando ho detto imperial stout ho detto tutto: dieci gradi alcolici, profumi e sapori di cioccolato che dominano insieme a quelli del caffè, densa e dolce, quasi cremosa, e dal forte calore alcolico. Il finale non concede tuttavia troppo al dolce, rendendo giustizia alla compenente tostata e bilanciando l'insieme. Ametto di averla provata quasi per caso insieme allo stufato di manzo (ottimo, peraltro) preparato dal cuoco de La Belle Alliance, ma si è rivelato un abbinamento indovinato, dato che le due componenti si "fondevano" insieme in bocca in una maniera inaspettatamente armoniosa.Detto ciò, spendo due parole per una delle risposte datemi dai birrai durante l'intervista doppia che ho condotto. Rick Le Vert di Kinnegar (a sinistra nella foto sopra), quando ho chiesto quale fosse a loro modo di vedere la più grande opportunità che il mercato italiano presenta ad un birrificio estero, ha affermato: "Vedo nei publican una passione e una professionalità che in Irlanda, purtroppo, non vedo più. E questa professionalità e questa passione si riversano sul pubblico: il numero di intenditori, data anche la tradizione enogastronomica italiana, è probabilmente più alto qui che in qualsiasi altro Paese". La domanda, quindi, sorge spontanea: quanti sono i publican che sono consapevoli di avere un ruolo ancor più centrale di quello dei birrifici stessi nel promuovere la fantomatica "cultura della birra artigianale", dato che sono loro ad essere effettivamente sul territorio? Quanti i birrifici e i distributori che investono in formazione dei loro clienti? Naturalmente ce ne sono, dato che già da qualche tempo si è ravvisata questa necessità, ma non sono certo la maggioranza - e del resto non tutti avrebbero le risorse per farlo. Diventa una volta di più lecito però chiedersi se non valga la pena privilegiare questo canale rispetto ad altri, a fronte di ricadute potenzialmente più ampie.Ringrazio Bord Bia per le foto e La Belle Alliance per l'ospitalità.

Ancora eventi birrari per la seconda metà di marzo

Strano parlare di eventi birrari durante la Settimana della Birra Artigianale, che con oggi entra contemporaneamente nel suo clou e nel suo rush finale – spero siate allenati! Al di là delle centinaia di iniziative proposte dai vari aderenti, vale la pena guardare oltre per segnalare festival e manifestazioni in programma per il resto del ...

Un’app italiana a supporto della birra: intervista ai creatori di YHOP

Negli ultimi anni l’ascesa internazionale della birra artigianale ha favorito la diffusione di app pensate appositamente per il settore. La più conosciuta è probabilmente Untappd, ma ce ne sono tantissime altre dedicate all’homebrewing, agli abbinamenti gastronomici o ad altre sfaccettature della nostra bevanda. A breve all’elenco si aggiungerà anche una piattaforma tutta italiana, dotata di ...