A inizio giugno il corso di degustazione online firmato Cronache di Birra

Un corso online sulla birra artigianale? L’idea mi frullava in testa da parecchio tempo – almeno dall’ottobre del 2015 – e nasceva da una domanda ricorrente: perché non realizzare un corso di degustazione adatto anche a coloro che abitano fuori dai grandi centri urbani? Tutte le iniziative di questo tenore, infatti, si svolgono solitamente in …

5 banconi del cuore (italiani e stranieri) di cui sentiamo la mancanza

Come gli appassionati sanno, il bancone è l’elemento cardine della vita da pub: conviviale per eccellenza, aggregante per necessità, il bancone rappresenta per molti di noi un approdo sicuro, la cui sopravvivenza oggi è minacciata da ciò che stiamo vivendo. Il Covid-19 sta stravolgendo molti degli assiomi che hanno retto negli anni e ciò va …

Dalla fase 1 alla fase 2: quale futuro per la birra artigianale italiana?

Ieri è cominciata per l’Italia la tanto attesa fase 2 dell’emergenza coronavirus, che ci ha permesso di riappropriarci di un pezzetto di normalità. La percezione è che l’allentamento delle restrizioni abbia permesso di scaricare un po’ di tensione tra la popolazione, tensione che fisiologicamente era cresciuta con il prolungarsi del lockdown. Per il comparto della …

Una birra a “Bondai” Beach

Come chi mi segue già sa, e come già ho scritto sul Giornale della Birra, ho avuto nei giorni scorsi il piacere di provare le birre del birrificio Bondai: una nuova attività nata da Luca Dalla Torre - che ho avuto occasione di conoscere anni fa nel giudicare nei concorsi homebrewer in regione, dove lui faceva regolarmente incetta di premi - e che si è trovata ad aprire proprio in pieno lockdown - con i pro e i contro del caso, come Luca ha spiegato bene nell'intervista linkata sopra (che vi invito a leggere, anche per avere qualche informazione in più sul birrificio). Un passo, a dire il vero, atteso da tempo e da molti; dato che Luca non aveva mai fatto mistero dei suoi sogni brassicoli, e che le sue birre avevano avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare in maniera notevole per un homebrewer anche oltre i confini regionali. Un bene per l'inizio dell'attività, ma forse anche un'arma a doppio taglio: perché si sa che passare dall'impiantino di casa a quello di un birrificio non è facile, e se le aspettative sono alte si rischia di deluderle. Pur fiduciosa in Luca e nella sua ben nota maniacale precisione nel lavoro, ero quindi curiosa di assaggiare le birre uscite dal nuovo impianto - la Pils Beib, la Apa Point Break, la American Ipa Listen e la American Amber Ale Heya!.In quanto alla prima, devo dire che in rima battuta mi aveva lasciata abbastanza perplessa: non tanto perché avessi riscontrato dei difetti, quanto perché all'aroma e al primo sorso mi era sembrata "la solita Pils" - senza che notassi alcuna "firma" di Luca, che tendenzialmente mira a "stupire". In realtà esibisce poi un peculiare e discretamente persistente ritorno di cereale, che in chiusura si amalgama egregiamente con l'amaro elegante: non un "marchio di stupore", ma quantomeno un "marchio di fabbrica" - per quanto gli stili tedeschi non siano propriamente nelle corde del birraio, che preferisce quelli britannici e americani.E lo testimonia senz'altro la Apa Point Break: un tripudio tropicale all'aroma (Mosaic, Citra e Amarillo per la precisione), dall'ananas, alla papaya, al litchi; corpo snello ma non evanescente, con leggera tostatura; prima di un finale di un amaro fruttato, morbido e non troppo persistente. Si capisce che è fatta per stupire, ma ha il merito di non stroppiare - nonché di bersi con estrema facilità, pur senza cadere nel ruffiano.Particolarmente interessante è risultato il confronto con la Listen, in quanto si coglie la precisa volontà di differenziare i due stili (si sa che i confini tra Ipa e Apa a volte risultano sfumati): qui si coglie che la volontà non è quella di stupire con mirabolanze tropicali, ma dando un profilo aromatico estremamente netto, pulito e pungente - dominano i toni tra il resinoso e l'agrumato, con anche una lieve punta erbacea. Corpo biscottato ben sostenuto ma snello, prima di una chiusura nettamente secca ed erbacea. Notevole armonia complessiva.Da ultimo la Heya!: luppolatura tra l'erbaceo e l'agrumato, sostenuta dal biscottato del malto; corpo molto snello, che lascia il caramello solo sullo sfondo, prima di una chiusura erbacea, secca e netta in cui ritorna anche il biscotto. Personalmente avrei apprezzato un corpo in cui il caramello fosse un po' più robusto, ma non si tratta di uno "squilibrio" tale da nuocere alla gradevolezza dell'insieme.Nel complesso, direi che il Bondai non ha deluso le aspettative per la partenza: birre semplici ma non banali, pulite e ben costruite. Per certi versi si sente ancora il "tocco dell'homebrewer", quello intento a "fare le pulci" alle proprie birre e a cercare sempre che cosa si potrebbe migliorare. Che come inizio, si dirà, non è male.

Una birra a “Bondai” Beach

Come chi mi segue già sa, e come già ho scritto sul Giornale della Birra, ho avuto nei giorni scorsi il piacere di provare le birre del birrificio Bondai: una nuova attività nata da Luca Dalla Torre - che ho avuto occasione di conoscere anni fa nel giudicare nei concorsi homebrewer in regione, dove lui faceva regolarmente incetta di premi - e che si è trovata ad aprire proprio in pieno lockdown - con i pro e i contro del caso, come Luca ha spiegato bene nell'intervista linkata sopra (che vi invito a leggere, anche per avere qualche informazione in più sul birrificio). Un passo, a dire il vero, atteso da tempo e da molti; dato che Luca non aveva mai fatto mistero dei suoi sogni brassicoli, e che le sue birre avevano avuto modo di farsi conoscere ed apprezzare in maniera notevole per un homebrewer anche oltre i confini regionali. Un bene per l'inizio dell'attività, ma forse anche un'arma a doppio taglio: perché si sa che passare dall'impiantino di casa a quello di un birrificio non è facile, e se le aspettative sono alte si rischia di deluderle. Pur fiduciosa in Luca e nella sua ben nota maniacale precisione nel lavoro, ero quindi curiosa di assaggiare le birre uscite dal nuovo impianto - la Pils Beib, la Apa Point Break, la American Ipa Listen e la American Amber Ale Heya!.In quanto alla prima, devo dire che in rima battuta mi aveva lasciata abbastanza perplessa: non tanto perché avessi riscontrato dei difetti, quanto perché all'aroma e al primo sorso mi era sembrata "la solita Pils" - senza che notassi alcuna "firma" di Luca, che tendenzialmente mira a "stupire". In realtà esibisce poi un peculiare e discretamente persistente ritorno di cereale, che in chiusura si amalgama egregiamente con l'amaro elegante: non un "marchio di stupore", ma quantomeno un "marchio di fabbrica" - per quanto gli stili tedeschi non siano propriamente nelle corde del birraio, che preferisce quelli britannici e americani.E lo testimonia senz'altro la Apa Point Break: un tripudio tropicale all'aroma (Mosaic, Citra e Amarillo per la precisione), dall'ananas, alla papaya, al litchi; corpo snello ma non evanescente, con leggera tostatura; prima di un finale di un amaro fruttato, morbido e non troppo persistente. Si capisce che è fatta per stupire, ma ha il merito di non stroppiare - nonché di bersi con estrema facilità, pur senza cadere nel ruffiano.Particolarmente interessante è risultato il confronto con la Listen, in quanto si coglie la precisa volontà di differenziare i due stili (si sa che i confini tra Ipa e Apa a volte risultano sfumati): qui si coglie che la volontà non è quella di stupire con mirabolanze tropicali, ma dando un profilo aromatico estremamente netto, pulito e pungente - dominano i toni tra il resinoso e l'agrumato, con anche una lieve punta erbacea. Corpo biscottato ben sostenuto ma snello, prima di una chiusura nettamente secca ed erbacea. Notevole armonia complessiva.Da ultimo la Heya!: luppolatura tra l'erbaceo e l'agrumato, sostenuta dal biscottato del malto; corpo molto snello, che lascia il caramello solo sullo sfondo, prima di una chiusura erbacea, secca e netta in cui ritorna anche il biscotto. Personalmente avrei apprezzato un corpo in cui il caramello fosse un po' più robusto, ma non si tratta di uno "squilibrio" tale da nuocere alla gradevolezza dell'insieme.Nel complesso, direi che il Bondai non ha deluso le aspettative per la partenza: birre semplici ma non banali, pulite e ben costruite. Per certi versi si sente ancora il "tocco dell'homebrewer", quello intento a "fare le pulci" alle proprie birre e a cercare sempre che cosa si potrebbe migliorare. Che come inizio, si dirà, non è male.

Il Lambic, o delle virtù dell’acidità

Dobbiamo ammetterlo. Di fronte a questa tipologia di birre i commenti e gli aggettivi sono sempre i più disparati e contraddittori. Perché il Lambic divide, estasia o schifa, generando confusione nei neofiti: ostico, affascinante, ardito, complesso, ricco, “ma è aceto?”, “lasciatemi la bottiglia, è fantastico!”, “ma chi c…o se la beve ‘sta roba?!”. Quest’ultima colorita …

Verso la fase 2…in ordine sparso?

Dopo la lettera da parte del comitato spontaneo dei gestori dei pubblici esercizi milanesi, ho iniziato a fare più attenzione a quelle che sono le istanze di gestori di pub e affini. In particolare dopo l'annuncio del tanto atteso decreto per la fase 2; che, tra stupori e polemiche, ha prospettato al 1 giugno la riapertura di bar e ristoranti (categoria sotto al quale ricadono la grande maggioranza dei pub).Inizialmente le reazioni erano state di contrarietà: impossibile aspettare così a lungo, molti rischiano di chiudere, consentire soltanto l'asporto non risolve perché genera più costi che incassi. Si sono mossi presidenti di Regione - alcuni, al momento in cui scriviamo, intendono anticipare le riaperture -, associazioni di categoria e singoli gruppi, con tanto di raccolte di firme, flashmob e affini.Nel giro di poco tempo però hanno iniziato a farsi sentire anche altre voci - che in realtà c'erano anche prima, semplicemente erano passate più in sordina: ossia quelle che sostengono che riaprire in una fase in cui è ancora necessario osservare pesanti misure per evitare la ripresa del contagio sia in realtà, come si dice dalle mie parti, "un tacòn pedo del sbrech" (per i non venetosinistrapiavofoni: una toppa peggiore dello strappo). Posti a sedere ridotti anche di oltre la metà, spese per l'adeguamento dei locali a fronte di pesanti incertezze su quali saranno effettivamente le normative di sicurezza, prospettive di un flusso di clienti assai ridotto: tutti elementi che, secondo i sostenitori di questa tesi, condannerebbero ugualmente gli esercizi pubblici al fallimento. Meglio a questo punto, dicono, prevedere adeguate misure di sostegno pubblico per qualche mese in più (e che queste misure arrivino sul serio, senza i pesanti ritardi visti finora), e per poi ripartire a pieno regime o quasi. Tra queste voci c'è stata ad esempio quella del Comitato HoReCa Lombardia, che la settimana scorsa ha simbolicamente consegnato le chiavi dei propri locali al sindaco di Milano con questa richiesta.Si può dire che siano due facce della stessa medaglia, e non solo nella misura in cui sono due punti di vista (diversi ma altrettanto legittimi) su come affrontare un problema che è lo stesso per tutti; ma anche perché è ragionevole credere che, a seconda dei singoli casi, possa essere più adatto l'uno o l'altro approccio. Credo ad esempio non sia un caso che il primo punto di vista sia più diffuso in quelle zone che sono state meno pesantemente colpite dall'epidemia, o che comunque vi hanno fatto meglio fronte (e lo vedo concretamente qui a Nordest); nonché che siano evidentemente molti i fattori da prendere in considerazione per valutare se la riapertura convenga o se la chiusura sia ancora sostenibile (l'essere più o meno grandi e strutturati, l'avere più o meno dipendenti, l'avere o meno cucina, essere proprietari o affittuari della struttura, trovarsi in un luogo con più o meno afflusso di pubblico, ed altro ancora). Questo per dire che, come sempre nelle situazioni complesse, sarebbe illusorio voler cercare una soluzione semplice (che sia il "riapriamo tutto senza se e senza ma" o la chiusura ad oltranza).Senza però voler giudicare le singole posizioni (visto che non sono publican e quindi non potrei mai permettermi di farlo), una considerazione mi sento di farla. Ossia quella che mi dispiacerebbe vedere spuntare i coltelli tra chi vuole riaprire subito, e chi invece invoca il prosieguo della chiusura con sostegno statale. Già ho sentito qualche espressione di astio di una corrente di pensiero verso l'altra, e non vorrei si andasse in peggio. Andare divisi come categoria è spesso (per non dire sempre) pericoloso, e a rischio di trovarsi "cornuti e mazziati" (e no, questo non è un modo di dire veneto). Mi chiedo se sia possibile trovare una posizione di sintesi; o una sorta di soluzione flessibile per cui si possa optare, per un periodo di tempo definito, per l'apertura oppure per la chiusura sostenuta da apposite misure. Sarei felice di ricevere l'opinione di qualche publican o ristoratore in merito.

Verso la fase 2…in ordine sparso?

Dopo la lettera da parte del comitato spontaneo dei gestori dei pubblici esercizi milanesi, ho iniziato a fare più attenzione a quelle che sono le istanze di gestori di pub e affini. In particolare dopo l'annuncio del tanto atteso decreto per la fase 2; che, tra stupori e polemiche, ha prospettato al 1 giugno la riapertura di bar e ristoranti (categoria sotto al quale ricadono la grande maggioranza dei pub).Inizialmente le reazioni erano state di contrarietà: impossibile aspettare così a lungo, molti rischiano di chiudere, consentire soltanto l'asporto non risolve perché genera più costi che incassi. Si sono mossi presidenti di Regione - alcuni, al momento in cui scriviamo, intendono anticipare le riaperture -, associazioni di categoria e singoli gruppi, con tanto di raccolte di firme, flashmob e affini.Nel giro di poco tempo però hanno iniziato a farsi sentire anche altre voci - che in realtà c'erano anche prima, semplicemente erano passate più in sordina: ossia quelle che sostengono che riaprire in una fase in cui è ancora necessario osservare pesanti misure per evitare la ripresa del contagio sia in realtà, come si dice dalle mie parti, "un tacòn pedo del sbrech" (per i non venetosinistrapiavofoni: una toppa peggiore dello strappo). Posti a sedere ridotti anche di oltre la metà, spese per l'adeguamento dei locali a fronte di pesanti incertezze su quali saranno effettivamente le normative di sicurezza, prospettive di un flusso di clienti assai ridotto: tutti elementi che, secondo i sostenitori di questa tesi, condannerebbero ugualmente gli esercizi pubblici al fallimento. Meglio a questo punto, dicono, prevedere adeguate misure di sostegno pubblico per qualche mese in più (e che queste misure arrivino sul serio, senza i pesanti ritardi visti finora), e per poi ripartire a pieno regime o quasi. Tra queste voci c'è stata ad esempio quella del Comitato HoReCa Lombardia, che la settimana scorsa ha simbolicamente consegnato le chiavi dei propri locali al sindaco di Milano con questa richiesta.Si può dire che siano due facce della stessa medaglia, e non solo nella misura in cui sono due punti di vista (diversi ma altrettanto legittimi) su come affrontare un problema che è lo stesso per tutti; ma anche perché è ragionevole credere che, a seconda dei singoli casi, possa essere più adatto l'uno o l'altro approccio. Credo ad esempio non sia un caso che il primo punto di vista sia più diffuso in quelle zone che sono state meno pesantemente colpite dall'epidemia, o che comunque vi hanno fatto meglio fronte (e lo vedo concretamente qui a Nordest); nonché che siano evidentemente molti i fattori da prendere in considerazione per valutare se la riapertura convenga o se la chiusura sia ancora sostenibile (l'essere più o meno grandi e strutturati, l'avere più o meno dipendenti, l'avere o meno cucina, essere proprietari o affittuari della struttura, trovarsi in un luogo con più o meno afflusso di pubblico, ed altro ancora). Questo per dire che, come sempre nelle situazioni complesse, sarebbe illusorio voler cercare una soluzione semplice (che sia il "riapriamo tutto senza se e senza ma" o la chiusura ad oltranza).Senza però voler giudicare le singole posizioni (visto che non sono publican e quindi non potrei mai permettermi di farlo), una considerazione mi sento di farla. Ossia quella che mi dispiacerebbe vedere spuntare i coltelli tra chi vuole riaprire subito, e chi invece invoca il prosieguo della chiusura con sostegno statale. Già ho sentito qualche espressione di astio di una corrente di pensiero verso l'altra, e non vorrei si andasse in peggio. Andare divisi come categoria è spesso (per non dire sempre) pericoloso, e a rischio di trovarsi "cornuti e mazziati" (e no, questo non è un modo di dire veneto). Mi chiedo se sia possibile trovare una posizione di sintesi; o una sorta di soluzione flessibile per cui si possa optare, per un periodo di tempo definito, per l'apertura oppure per la chiusura sostenuta da apposite misure. Sarei felice di ricevere l'opinione di qualche publican o ristoratore in merito.

Giovanni Campari lascia il Birrificio del Ducato

Con un comunicato informale apparso sul proprio sito web, il Birrificio del Ducato ha annunciato la definitiva uscita dalla società di Giovanni Campari e Manuel Piccoli, i due fondatori che nel 2007 diedero vita al marchio emiliano insieme a Emanuele Aimi. Dopo appena tre anni dall’annuncio delle vendita al colosso Duvel, il Birrificio del Ducato …

Nuovi birrifici: Booty Bay, Birra Rebvs, Accussì e Birra Indipendente Gemonese

Sarcasticamente potremmo affermare che il momento peggiore per aprire un birrificio negli ultimi 25 anni è stato proprio a ridosso dell’emergenza coronavirus: chi ha compiuto investimenti importanti nei mesi passati si ritrova ora a gestire un’attività che praticamente non può operare. Ma al netto dell’amara ironia è chiaro che nessuno poteva immaginare ciò che sarebbe …