Berg Jubel Bier

Berg è un tranquillo sobborgo di circa 4.000 abitanti nel land del Baden-Württemberg, a sette chilometri da Ehingen e ad una quarantina dalla più nota Ulm. Ad Ehingen i più antichi documenti scritti sulla produzione di birra risalgono al 1384 e quelli relativi al birrificio Berg (“montagna”, ma in questo caso siamo a soli 500 metri sul livello del mare) al 1466:  in quell’anno l’arciduca Sigismondo d’Austria menzionò infatti in una lettera la “Wirtshaus auf dem Berg”, osteria dove potersi rifocillare con carne di ottima qualità. Nel 1890 operavano ad Ehingen una ventina di birrifici, incluso Berg che dal 1757 è di proprietà della famiglia Zimmermann: Dopo nove generazioni, è Ulirich ad avere ora il timone tra le mani : la produzione annuale si attesta sui 30.000 ettolitri.Al solito non si trovano molte notizie storiche e non vi è molto da raccontare sui birrifici tedeschi che hanno alle spalle una storia secolare dominata dal rispetto per la tradizione. La Berg Brauerei Ulrich Zimmermann non fa eccezione ed è meglio quindi concentrarsi sul presente: il birrificio vi attende in centro a Berg con la propria BrauereiWirtschaft, ristorante che oltre ai classici della cucina sveva come i ravioli Maultaschen propone anche un interessante Gulash alla birra e una cotoletta Schnitzel impanata alla birra. In Germania i camerieri vi guardano sovente con compassione quando chiedete una birra dalle dimensioni inferiori al mezzo litro: alla Berg non è un problema, visto che propongono anche il formato assaggio da 10 centilitri e la possibilità di ordinare un moderno “beerflight” di quattro birre. A fianco del ristorante, aperto tutti i giorni, troverete il BrauereiLädele, negozio di merchandising e nel seminterrato la Bierkeller dove poter acquistare birra da asporto; oltre alle bottiglie sono disponibili fustini di diverse dimensioni in acciaio e in legno.  E nella stagione estiva dal venerdì alla domenica è operativo l’immancabile Biergarten nel quale – come vuole la tradizione – c’è musica dal vivo.   Ma non è tutto: alla Berg si organizzano visite guidate, corsi di panificazione e di birrificazione su di un impiantino pilota da 20 litri, corsi di degustazione tenuti da beersommelier.La birra. Come il nome indica, la birra Jubel è stata prodotta nell’occasione della Ulrichsfest che nel luglio del 2016 si è svolta a Berg per celebrare “550 Jahre auf dem Berg”, ovvero quei 150anni  passati trascorsi dalla data di fondazione del birrificio: stand gastronomici, mercatini, un accampamento medievale nel castello, visite alle cantine del birrificio, cicloraduni, musica  dal vivo e diretta su grande schermo degli europei di calcio. Il birrificio la definisce una classica Zwickel/Kellerbier non filtrata e quindi naturalmente torbida; per la produzione è stato utilizzato malto d’orzo locale, luppoli Hallertauer Magnum e Tettnanger Perle nel corso della bollitura e Tettnanger a freddo, durante la maturazione. Il suo  aspetto è inappuntabile: dorata, piuttosto velata, schiuma candida, a trama fine, compatta e cremosa. Fiori, cereali, mollica di pane, accenni erbacei e di miele, una delicata speziatura; l’aroma è una piacevole ventata di semplicità e freschezza e la bevuta non è altro che la sua ideale prosecuzione. Jubel è una zwickel/keller facilissima da bere ma caratterizzata da un’ottima pulizia e da una buona intensità: i malti sono fragranti, nel finale c’è un accenno erbaceo/terroso che  dura un battito di ciglia. Un bel bicchiere di pane liquido, non privo di una gradevole componente rustica: così piacevole dal farmi desistere subito in approfondimenti che possano smentire o confermare un accenno di diacetile. Jubel di Brauerei Berg: bottiglia acquistata alla cieca senza saperne nulla, si è rivelate essere  un giubileo di nome e di fatto. Formato 50 cl., alc, 5.3%, lotto 15133, scad. 02/01/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Berg Jubel Bier

Berg è un tranquillo sobborgo di circa 4.000 abitanti nel land del Baden-Württemberg, a sette chilometri da Ehingen e ad una quarantina dalla più nota Ulm. Ad Ehingen i più antichi documenti scritti sulla produzione di birra risalgono al 1384 e quelli relativi al birrificio Berg (“montagna”, ma in questo caso siamo a soli 500 metri sul livello del mare) al 1466:  in quell’anno l’arciduca Sigismondo d’Austria menzionò infatti in una lettera la “Wirtshaus auf dem Berg”, osteria dove potersi rifocillare con carne di ottima qualità. Nel 1890 operavano ad Ehingen una ventina di birrifici, incluso Berg che dal 1757 è di proprietà della famiglia Zimmermann: Dopo nove generazioni, è Ulirich ad avere ora il timone tra le mani : la produzione annuale si attesta sui 30.000 ettolitri.Al solito non si trovano molte notizie storiche e non vi è molto da raccontare sui birrifici tedeschi che hanno alle spalle una storia secolare dominata dal rispetto per la tradizione. La Berg Brauerei Ulrich Zimmermann non fa eccezione ed è meglio quindi concentrarsi sul presente: il birrificio vi attende in centro a Berg con la propria BrauereiWirtschaft, ristorante che oltre ai classici della cucina sveva come i ravioli Maultaschen propone anche un interessante Gulash alla birra e una cotoletta Schnitzel impanata alla birra. In Germania i camerieri vi guardano sovente con compassione quando chiedete una birra dalle dimensioni inferiori al mezzo litro: alla Berg non è un problema, visto che propongono anche il formato assaggio da 10 centilitri e la possibilità di ordinare un moderno “beerflight” di quattro birre. A fianco del ristorante, aperto tutti i giorni, troverete il BrauereiLädele, negozio di merchandising e nel seminterrato la Bierkeller dove poter acquistare birra da asporto; oltre alle bottiglie sono disponibili fustini di diverse dimensioni in acciaio e in legno.  E nella stagione estiva dal venerdì alla domenica è operativo l’immancabile Biergarten nel quale – come vuole la tradizione – c’è musica dal vivo.   Ma non è tutto: alla Berg si organizzano visite guidate, corsi di panificazione e di birrificazione su di un impiantino pilota da 20 litri, corsi di degustazione tenuti da beersommelier.La birra. Come il nome indica, la birra Jubel è stata prodotta nell’occasione della Ulrichsfest che nel luglio del 2016 si è svolta a Berg per celebrare “550 Jahre auf dem Berg”, ovvero quei 150anni  passati trascorsi dalla data di fondazione del birrificio: stand gastronomici, mercatini, un accampamento medievale nel castello, visite alle cantine del birrificio, cicloraduni, musica  dal vivo e diretta su grande schermo degli europei di calcio. Il birrificio la definisce una classica Zwickel/Kellerbier non filtrata e quindi naturalmente torbida; per la produzione è stato utilizzato malto d’orzo locale, luppoli Hallertauer Magnum e Tettnanger Perle nel corso della bollitura e Tettnanger a freddo, durante la maturazione. Il suo  aspetto è inappuntabile: dorata, piuttosto velata, schiuma candida, a trama fine, compatta e cremosa. Fiori, cereali, mollica di pane, accenni erbacei e di miele, una delicata speziatura; l’aroma è una piacevole ventata di semplicità e freschezza e la bevuta non è altro che la sua ideale prosecuzione. Jubel è una zwickel/keller facilissima da bere ma caratterizzata da un’ottima pulizia e da una buona intensità: i malti sono fragranti, nel finale c’è un accenno erbaceo/terroso che  dura un battito di ciglia. Un bel bicchiere di pane liquido, non privo di una gradevole componente rustica: così piacevole dal farmi desistere subito in approfondimenti che possano smentire o confermare un accenno di diacetile. Jubel di Brauerei Berg: bottiglia acquistata alla cieca senza saperne nulla, si è rivelate essere  un giubileo di nome e di fatto. Formato 50 cl., alc, 5.3%, lotto 15133, scad. 02/01/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Alder Beer Co.: Summer Job & Hoppeland

Le presenze sul blog del birrificio Alder di Seregno sono sempre più frequenti ma ammetto che era tanta la curiosità di vedere Marco Valeriani cimentarsi per la prima volta con un birrificio tutto suo, dopo le esperienze di successo maturate lavorando come birraio presso Menaresta ed Hammer. Trovate tutta la storia qui.  A maggio vi avevo parlato di tre birre luppolate di stampo americano, a metà luglio siamo invece andati virtualmente in Germania ed in Inghilterra ad assaggiare tre birre dove i protagonisti erano i malti.  IPA e Double IPA americane continuano a dominare la gamma Alder ma pian piano il portfolio di Valeriani si sta espandendo andando a colmare lacune importanti: ad esempio il Belgio o l’Inghilterra luppolata.Lo scorso giugno è nata Summer Job, interpretazione moderna di una English Pale Ale "in ricordo delle pinte bevute in un pub di Swanage, contea di Dorset, UK”.  Valeriani non ha nominato esplicitamente né il nome delle due birre né quello del pub e tocca indovinare. Se per il nome del locale diventa abbastanza difficile fare delle ipotesi, visto che la cittadina affacciata sulla costa della Manica ne ospita parecchi,  il nome della birra presenta due indizi utili.  Il primo mi fa pensare alla  Summer Lightning, inventata alla fine degli anni ’80 da John Gilbert, birraio alla Hopback Brewery e considerato il “padre” di di tutte le Golden/Summer Ales inglesi: birre chiare, secche, generosamente luppolate e dalla grande bevibilità. La Summer Lightning  è una birra straordinaria che purtroppo non sono quasi mai riuscito a bere in condizioni decenti nel nostro paese.  Il secondo indizio mi fa pensare alla Proper Job, una della birre che hanno decretato il successo di St. Austell e commercializzata nel corso del tempo sotto le vesti di Golden Ale, American Pale Ale o India Pale Ale per adeguarsi alle richieste del mercato.  La Summer Lightning è prodotta con solo luppolo inglese East Kent Golding, la Proper Job utilizza invece Cascade e Chinook.   E la Summer Job di Alder?  Willamette (il più inglese dei luppoli americani), Cascade e Chinook: avrò indovinato le due pinte pinte bevute in un pub di Swanage? Il suo colore è dorato e velato, la schiuma compatta ma un po’ grossolana. L’aroma è pulito ed elegante: emergono profumi di pane, accenni biscottati e di miele, floreali ed erbacei, frutta a pasta gialla, lemongrass. Delicatamente carbonata (la flemma inglese!) scorre molto bene ma dal punto di vista tattile mi sembra un pochino più pesante rispetto a quello che ricordo essere le sue due probabili muse ispiratrici. Il bouquet aromatico viene riproposto con buona precisione anche se al palato il fruttato ha perso freschezza e vira un po’ troppo verso la marmellata. Bevuta secca, dalla buona intensità e dal grande poter rinfrescante e dissetante, chiude il suo percorso con un amaro tipicamente british: note terrose, erbacee e un tocco di lemongrass. Ottima birra estiva che a tre mesi dalla nascita sta solo invecchiando un po’ troppo precocemente, anche se conservata sempre in frigorifero: di quelle che non dovrebbero mancare in ogni pub, soprattutto in estate.Ad inizio luglio ha invece fatto il suo debutto Hoppeland, Belgian Ale con un nome che parla chiaro: la “terra del luppolo” belga è la cittadina di Poperinge e da qui proviene il luppolo Nugget usato in una ricetta ridotta ai minimi termini che prevede 100% malto pils. Perché dopotutto quando si parla di Belgio il vero protagonista non può che essere il lievito.  Anche qui è doveroso citare due birre che hanno aperto una strada poi imboccata da tanti altri: quella del Belgio “moderno” (luppolato): la XX Bitter di De Ranke e soprattutto la spesso sottovalutata Poperings Hommelbier di Van Eecke,  quest’ultima commissionata in origine proprio in occasione dell’annuale festa del luppolo della cittadina belga. Il suo vestito oscilla tra il dorato ed il giallo paglierino, la schiuma è perfettamente belga: generosa, compatta, molto persistente. Al naso emergono note erbacee e zesty, crackers  mentre il lievito regala accenni di spezie, e quel mix di banana e rustico che a volte trovo stappando la Saison Dupont. DNA belga rispettato in pieno al palato: bollicine copiose, corpo medio, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco di frutta a pasta gialla, agrumi canditi sono l’ago della bilancia di una birra dal un finale generosamente luppolato e secco, ricco di note erbacee, zesty e terrose. E’ il Belgio moderno che ammalia e seduce, quello che piace a me, quello da bere ad oltranza in estate e non solo.  Le manca un po’ di spavalderia, il suo abito è ancora un po’ ingessato e potrebbe essere ad esempio un po’ più ruffiana al naso. Ma l’esordio di Alder in territorio belga è degno di nota e la Hoppeland entra subito tra le migliori interpretazioni italiche. Nel dettaglio: Summer Job, 40 cl., alc. 5,0%, lotto 27/05/2020, scad.  27/09/2020, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)Hoppeland, 40 cl., alc. 5,5%, lotto 10/07/2020, scad. 10/01/2021, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Alder Beer Co.: Summer Job & Hoppeland

Le presenze sul blog del birrificio Alder di Seregno sono sempre più frequenti ma ammetto che era tanta la curiosità di vedere Marco Valeriani cimentarsi per la prima volta con un birrificio tutto suo, dopo le esperienze di successo maturate lavorando come birraio presso Menaresta ed Hammer. Trovate tutta la storia qui.  A maggio vi avevo parlato di tre birre luppolate di stampo americano, a metà luglio siamo invece andati virtualmente in Germania ed in Inghilterra ad assaggiare tre birre dove i protagonisti erano i malti.  IPA e Double IPA americane continuano a dominare la gamma Alder ma pian piano il portfolio di Valeriani si sta espandendo andando a colmare lacune importanti: ad esempio il Belgio o l’Inghilterra luppolata.Lo scorso giugno è nata Summer Job, interpretazione moderna di una English Pale Ale "in ricordo delle pinte bevute in un pub di Swanage, contea di Dorset, UK”.  Valeriani non ha nominato esplicitamente né il nome delle due birre né quello del pub e tocca indovinare. Se per il nome del locale diventa abbastanza difficile fare delle ipotesi, visto che la cittadina affacciata sulla costa della Manica ne ospita parecchi,  il nome della birra presenta due indizi utili.  Il primo mi fa pensare alla  Summer Lightning, inventata alla fine degli anni ’80 da John Gilbert, birraio alla Hopback Brewery e considerato il “padre” di di tutte le Golden/Summer Ales inglesi: birre chiare, secche, generosamente luppolate e dalla grande bevibilità. La Summer Lightning  è una birra straordinaria che purtroppo non sono quasi mai riuscito a bere in condizioni decenti nel nostro paese.  Il secondo indizio mi fa pensare alla Proper Job, una della birre che hanno decretato il successo di St. Austell e commercializzata nel corso del tempo sotto le vesti di Golden Ale, American Pale Ale o India Pale Ale per adeguarsi alle richieste del mercato.  La Summer Lightning è prodotta con solo luppolo inglese East Kent Golding, la Proper Job utilizza invece Cascade e Chinook.   E la Summer Job di Alder?  Willamette (il più inglese dei luppoli americani), Cascade e Chinook: avrò indovinato le due pinte pinte bevute in un pub di Swanage? Il suo colore è dorato e velato, la schiuma compatta ma un po’ grossolana. L’aroma è pulito ed elegante: emergono profumi di pane, accenni biscottati e di miele, floreali ed erbacei, frutta a pasta gialla, lemongrass. Delicatamente carbonata (la flemma inglese!) scorre molto bene ma dal punto di vista tattile mi sembra un pochino più pesante rispetto a quello che ricordo essere le sue due probabili muse ispiratrici. Il bouquet aromatico viene riproposto con buona precisione anche se al palato il fruttato ha perso freschezza e vira un po’ troppo verso la marmellata. Bevuta secca, dalla buona intensità e dal grande poter rinfrescante e dissetante, chiude il suo percorso con un amaro tipicamente british: note terrose, erbacee e un tocco di lemongrass. Ottima birra estiva che a tre mesi dalla nascita sta solo invecchiando un po’ troppo precocemente, anche se conservata sempre in frigorifero: di quelle che non dovrebbero mancare in ogni pub, soprattutto in estate.Ad inizio luglio ha invece fatto il suo debutto Hoppeland, Belgian Ale con un nome che parla chiaro: la “terra del luppolo” belga è la cittadina di Poperinge e da qui proviene il luppolo Nugget usato in una ricetta ridotta ai minimi termini che prevede 100% malto pils. Perché dopotutto quando si parla di Belgio il vero protagonista non può che essere il lievito.  Anche qui è doveroso citare due birre che hanno aperto una strada poi imboccata da tanti altri: quella del Belgio “moderno” (luppolato): la XX Bitter di De Ranke e soprattutto la spesso sottovalutata Poperings Hommelbier di Van Eecke,  quest’ultima commissionata in origine proprio in occasione dell’annuale festa del luppolo della cittadina belga. Il suo vestito oscilla tra il dorato ed il giallo paglierino, la schiuma è perfettamente belga: generosa, compatta, molto persistente. Al naso emergono note erbacee e zesty, crackers  mentre il lievito regala accenni di spezie, e quel mix di banana e rustico che a volte trovo stappando la Saison Dupont. DNA belga rispettato in pieno al palato: bollicine copiose, corpo medio, ottima scorrevolezza. Pane, crackers, un tocco di frutta a pasta gialla, agrumi canditi sono l’ago della bilancia di una birra dal un finale generosamente luppolato e secco, ricco di note erbacee, zesty e terrose. E’ il Belgio moderno che ammalia e seduce, quello che piace a me, quello da bere ad oltranza in estate e non solo.  Le manca un po’ di spavalderia, il suo abito è ancora un po’ ingessato e potrebbe essere ad esempio un po’ più ruffiana al naso. Ma l’esordio di Alder in territorio belga è degno di nota e la Hoppeland entra subito tra le migliori interpretazioni italiche. Nel dettaglio: Summer Job, 40 cl., alc. 5,0%, lotto 27/05/2020, scad.  27/09/2020, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)Hoppeland, 40 cl., alc. 5,5%, lotto 10/07/2020, scad. 10/01/2021, prezzo indicativo 5-6 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Bierol The Padawan

Del birrificio austriaco Bierol vi avevo già parlato in questa occasione: Bierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche qui qualcosa sta lentamente cambiando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra. Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna.  Da allora Bierol in quasi sei anni d’attività ha già realizzato 166 diverse etichette.  Potete assaggiarle direttamente alla fonte presso la Taproom & Restaurant che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; otto spine affiancate dalla cucina dello chef Thomas Moser, coerente con le birre moderne che Bierol produce: non aspettatevi di mangiare Schnitzel, Gröstl e Kaiserschmarrn.  Qualche mese fa Maximilian Karner ha abbandonato il birrificio. La birra.Gli appassionati di Star Wars avranno già rizzato le orecchie ma alla Bierol giurano che il nome scelto per questa loro  American Pale Ale non è assolutamente ispirato alla famosa saga.  Padawan non è colui che ha iniziato un addestramento sotto la guida di un Maestro Jedi ma semplicemente una “Pale Ale Doing Alright Without A Name”, ovvero una Pale Ale che sta bene anche senza nome. Il curioso acronimo fu scelto nel 2014 nel corso di un sondaggio online col quale il birrificio chiedeva suggerimenti per una Pale Ale ancora priva di nome.  La sua ricetta prevede malti Pilsner, Carahell, frumento, fiocchi d’avena e luppoli Mosaic e Citra a guidare le danze.  Il suo colore ricorda quello  di un succo di frutta: la schiuma risente un po’ di questo voler essere contemporaneo e non è molto compatta. Sorvolando sull’estetica, c’è un bell’aroma, fresco e pulito, ricco di litchi, mango, ananas, arancio e pompelmo; in secondo piano profumi floreali e leggermente vegetali/resinosi. Un ottimo biglietto da visita.  L’avena le dona una bella morbidezza al palato che è tuttavia un po’ disturbata da un eccesso di bollicine, in questa bottiglia. Bierol la definisce “una birra per l’estate” e non posso che confermare: molto fruttata ma priva di inutili esagerazioni, prosegue il suo percorso tra agrumi e frutta tropicale in maniera un po’ meno definita rispetto all’aroma, caratteristica alla quale queste birre sottoposte a generosi DDH (Double Dry Hopping) ci hanno ormai abituato. La bevuta non è affatto deludente, tutt’altro: bella intensità, ottima secchezza, un finale amaro piuttosto delicato e corto che si sviluppa tra vegetale e resina senza mai grattare in gola. Ci vuole più tempo a descriverla che a berla. Dopo El Patron, un’altra ottima birra da Bierol: Padawan è una Pale Ale moderna e alla moda ma realizzata raziocinio e intelligenza. Ottima bevibilità, livello alto: siete in Tirolo e vi siete stancati di bere helles e weizen? Bierol è la risposta alla vostra domanda. Formato 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 706707, scad, 21/01/2021, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Bierol The Padawan

Del birrificio austriaco Bierol vi avevo già parlato in questa occasione: Bierol, ovvero Bier and Tyrol, birra e tirolo; la regione dell’Austria non è certamente una destinazione ricercata dagli appassionati di birra artigianale, ma anche qui qualcosa sta lentamente cambiando. Ad Innsbruck i due locali del Tribaun rappresentano una bella oasi nel deserto e a Schwoich, settanta chilometri più a nord, vicino ai monti del Kaiser, è attivo dal 2014 il microbirrificio Bierol fondato da Christoph Bichler e Maximilian Karner. In realtà il padre di Bichler possedeva dal 2004 un impianto da 10 ettolitri nella stesso edificio rurale con annessa una piccola locanda-ristorante, lo Stöfflbräu: produceva le classiche helles  e weizen che la gente si aspettava di trovare. La morte improvvisa del suo birraio e un sostituto non all’altezza provocarono la chiusura del business. Il figlio Christoph non era molto interessato a proseguire l’attività del padre e si era dedicato a studiare legge; nel corso di una vacanza negli Stati Uniti assaggia però alcune IPA che cambiano completamente la sua concezione di birra. Al ritorno trasmette il suo entusiasmo all’amico Maximilian Karner convincendolo ad andare a Monaco di Baviera ad un festival di birra artigianale per fargli assaggiare qualcosa di simile a quello che aveva bevuto in America. Dopo quell’esperienza i due amici si trovano d'accordo: perché non provare a rimettere in funzione l’impianto da 10 ettolitri del padre di Christoph che giace inutilizzato da nove anni? Nessuno dei due ha mai fatto la birra ma c’è il vecchio Bichler ad aiutarli a muovere i primi passi, ci sono i libri e c’è internet. Nel 2014 nasce Bierol alla quale si unisce  Marko Nikolic, commerciale e beer sommelier: la prima birra prodotta è una Lager ambrata con dry-hopping di Cascade chiamata Number One seguita dalla Mountain (Double) Pale Ale che risulterà essere la birra più votata dal pubblico del primo Craft Bier Festival di Vienna.  Da allora Bierol in quasi sei anni d’attività ha già realizzato 166 diverse etichette.  Potete assaggiarle direttamente alla fonte presso la Taproom & Restaurant che si trova adiacente agli impianti ed è gestita da Caroline Bichler, sorella di Christoph; otto spine affiancate dalla cucina dello chef Thomas Moser, coerente con le birre moderne che Bierol produce: non aspettatevi di mangiare Schnitzel, Gröstl e Kaiserschmarrn.  Qualche mese fa Maximilian Karner ha abbandonato il birrificio. La birra.Gli appassionati di Star Wars avranno già rizzato le orecchie ma alla Bierol giurano che il nome scelto per questa loro  American Pale Ale non è assolutamente ispirato alla famosa saga.  Padawan non è colui che ha iniziato un addestramento sotto la guida di un Maestro Jedi ma semplicemente una “Pale Ale Doing Alright Without A Name”, ovvero una Pale Ale che sta bene anche senza nome. Il curioso acronimo fu scelto nel 2014 nel corso di un sondaggio online col quale il birrificio chiedeva suggerimenti per una Pale Ale ancora priva di nome.  La sua ricetta prevede malti Pilsner, Carahell, frumento, fiocchi d’avena e luppoli Mosaic e Citra a guidare le danze.  Il suo colore ricorda quello  di un succo di frutta: la schiuma risente un po’ di questo voler essere contemporaneo e non è molto compatta. Sorvolando sull’estetica, c’è un bell’aroma, fresco e pulito, ricco di litchi, mango, ananas, arancio e pompelmo; in secondo piano profumi floreali e leggermente vegetali/resinosi. Un ottimo biglietto da visita.  L’avena le dona una bella morbidezza al palato che è tuttavia un po’ disturbata da un eccesso di bollicine, in questa bottiglia. Bierol la definisce “una birra per l’estate” e non posso che confermare: molto fruttata ma priva di inutili esagerazioni, prosegue il suo percorso tra agrumi e frutta tropicale in maniera un po’ meno definita rispetto all’aroma, caratteristica alla quale queste birre sottoposte a generosi DDH (Double Dry Hopping) ci hanno ormai abituato. La bevuta non è affatto deludente, tutt’altro: bella intensità, ottima secchezza, un finale amaro piuttosto delicato e corto che si sviluppa tra vegetale e resina senza mai grattare in gola. Ci vuole più tempo a descriverla che a berla. Dopo El Patron, un’altra ottima birra da Bierol: Padawan è una Pale Ale moderna e alla moda ma realizzata raziocinio e intelligenza. Ottima bevibilità, livello alto: siete in Tirolo e vi siete stancati di bere helles e weizen? Bierol è la risposta alla vostra domanda. Formato 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 706707, scad, 21/01/2021, prezzo indicativo 4,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Founders KBS Espresso

La KBS  - Kentucky Breakfast Stout  del birrificio Founders è una birra che ogni appassionato dovrebbe conoscere e che ha fatto un pezzo di storia della Craft Beer Revolution americana: ve l’avevo già raccontata qui. Nata nel 2002, è partita un po’ in sordina complice un mercato ancora poco ricettivo per queste birre “estreme” ma è riuscita poi a diventare un oggetto di culto. E’ stata una  delle prime birre per le quali le gente si accampava fuori dal birrificio per riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Founders ne ha aumentato anno dopo anno la produzione a  scapito della qualità, dicono quelli che l’avevano assaggiata quando era accessibile solo a pochi. Il birrificio di Grand Rapids ha poi ceduto nel 2014 il 30%  agli spagnoli della Mahou e nella propria “cantina”,  una ex-cava di gesso profonda 25 metri, si sono accumulati sempre più barili usati di bourbon. L’hype non va mai d ‘accordo con la quantità e di conseguenza quello per la KBS è andato pian piano scemando. L’interesse degli appassionati si è spostato verso altre Barrel Aged Imperial Stout e per riuscire a venderle tutte le bottiglie prodotte Founders ha iniziato a guardare anche oltre i confini della propria nazione. Nel 2015 la KBS arrivava per la prima volta in Europa e In Italia: da allora anche per noi è relativamente facile acquistarne ogni anno qualche bottiglia. Non sarà più la birra che era dieci anni fa, ma la KBS rappresenta tutt’ora una delle Barrel Aged Imperial Stout dal miglior rapporto qualità prezzo.In un mercato costantemente alla ricerca di novità è invece abbastanza curioso che Founders non abbia mai sfruttato il marchio e il successo della KBS realizzandone molteplici varianti.  D’accordo, si tratta di una imperial stout già “ricca e golosa” in quanto prodotta con fave di cacao e caffè, ma ci sarebbe voluto davvero poco andando aggiungendo di volta in volta vaniglia, cocco, peperoncino o qualche altra spezia, prendendo come fanno la maggior parte dei birrifici americani. Di fatto esiste solamente la CBS - Canadian Breakfast Stout, riesumata nel 2018 dopo sette anni di assenza, che però ha un nome leggermente diverso.Nel 2019 gli spagnoli di Mahou San Miguel hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevare la maggioranza di Founders: la loro percentuale è salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa.  E nello stesso anno il birrificio del Michigan ha rivoluzionato la propria Barrel Aged Series: la KBS viene resa disponibile tutto l’anno e non solamente a marzo, la CBS non viene più prodotta. Nel settembre dello scorso anno Founders annunciava l’arrivo della prima vera variante della KBS, chiamata Espresso e disponibile a partire da febbraio 2020. La sua messa in commercio è stata poi anticipata di qualche mese: vernissage al birrificio il 15 novembre e distribuzione in tutti gli Stati Uniti a partire da dicembre.  Racconta il birraio Jeremy Kosmicki: “ci siamo divertiti nell’invecchiare la KBS in diverse botti con grande successo, come quelle che avevano contenuto sciroppo d’acero; in altri casi, come con la salsa piccante, le cose non sono andate ugualmente bene.  Per la nostra prima variante ufficiale abbiamo deciso di potenziare un elemento che costituisce già il cuore di questa birra, il caffè. E non un caffè qualsiasi, ma quello torrefatto di nostri vicini di casa della Ferris Coffee & Nut di Grand Rapids. La KBS viene già prodotta con del caffè, ma questa variante dopo aver terminato l’invecchiamento nelle botti di bourbon viene fatta maturare con aggiunta di ulteriori chicchi di caffè espresso”.Evidentemente alla Mahou San Miguel hanno deciso di rilanciare il marchio KBS seguendo, con colpevole ritardo, quello che stanno facendo tutti i birrifici americani.  Lo scorso giugno Founders ha infatti annunciato l’arrivo di una seconda variante di KBS, prevista per novembre e chiamata Maple Mackinac Fudge: sarà prodotta con sciroppo d’acero e fudge al caffè dell’isola di Mackinac, un vero e proprio paradiso nel Michigan per gli amanti del fudge, dei cavalli e delle biciclette.La birra. La KBS Espresso è arrivata anche in Europa con un lotto realizzato in un secondo momento ed imbottigliato lo scorso aprile. Vestita di nero, porta un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Nessuna sorpresa al naso, dove domina effettivamente il caffè espresso, in forma liquida: l’accompagnano profumi di cioccolato fondente e vaniglia, orzo tostato, bourbon, legno e frutta sotto spirito. L’aroma è pulito e ancora molto intenso. Tutto procede per il meglio anche al palato: corpo quasi pieno ammorbidito da una sensazione tattile cremosa, quasi setosa: sorseggiarla non è affatto difficile. Il gusto non ripropone la precisione dell’aroma e non raggiunge profondità abissali, ma è comunque un gran bel bere. Caffè e bourbon sono protagonisti di una bevuta che parte dolce, arricchita da vaniglia, fudge e frutta sotto spirito per poi essere bilanciata dall’acidità proveniente dal caffè, abbastanza pronunciata: ed è forse questa la caratteristica che la differenzia maggiormente dalla KBS standard. C’è il cioccolato mentre  tostature e torrefatto sono meno evidenti del previsto ed il finale procede nella sua lunga scia avvolgente ed etilica di bourbon e caffè.   Nel bicchiere non ci sono grandi emozioni ma a una imperial stout barricata dall’ottimo rapporto qualità prezzo: su questo niente da eccepire. Espresso è variante della KBS che amplifica ovviamente l’elemento caffè:  piccolo avvertimento per chi non ne ama l’acidità, che in questa birra si fa sentire abbastanza: orientatevi sulla KBS normale. Formato 35,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto 23/04/2020, prezzo indicativo 8--10 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Founders KBS Espresso

La KBS  - Kentucky Breakfast Stout  del birrificio Founders è una birra che ogni appassionato dovrebbe conoscere e che ha fatto un pezzo di storia della Craft Beer Revolution americana: ve l’avevo già raccontata qui. Nata nel 2002, è partita un po’ in sordina complice un mercato ancora poco ricettivo per queste birre “estreme” ma è riuscita poi a diventare un oggetto di culto. E’ stata una  delle prime birre per le quali le gente si accampava fuori dal birrificio per riuscire ad accaparrarsi qualche bottiglia. Founders ne ha aumentato anno dopo anno la produzione a  scapito della qualità, dicono quelli che l’avevano assaggiata quando era accessibile solo a pochi. Il birrificio di Grand Rapids ha poi ceduto nel 2014 il 30%  agli spagnoli della Mahou e nella propria “cantina”,  una ex-cava di gesso profonda 25 metri, si sono accumulati sempre più barili usati di bourbon. L’hype non va mai d ‘accordo con la quantità e di conseguenza quello per la KBS è andato pian piano scemando. L’interesse degli appassionati si è spostato verso altre Barrel Aged Imperial Stout e per riuscire a venderle tutte le bottiglie prodotte Founders ha iniziato a guardare anche oltre i confini della propria nazione. Nel 2015 la KBS arrivava per la prima volta in Europa e In Italia: da allora anche per noi è relativamente facile acquistarne ogni anno qualche bottiglia. Non sarà più la birra che era dieci anni fa, ma la KBS rappresenta tutt’ora una delle Barrel Aged Imperial Stout dal miglior rapporto qualità prezzo.In un mercato costantemente alla ricerca di novità è invece abbastanza curioso che Founders non abbia mai sfruttato il marchio e il successo della KBS realizzandone molteplici varianti.  D’accordo, si tratta di una imperial stout già “ricca e golosa” in quanto prodotta con fave di cacao e caffè, ma ci sarebbe voluto davvero poco andando aggiungendo di volta in volta vaniglia, cocco, peperoncino o qualche altra spezia, prendendo come fanno la maggior parte dei birrifici americani. Di fatto esiste solamente la CBS - Canadian Breakfast Stout, riesumata nel 2018 dopo sette anni di assenza, che però ha un nome leggermente diverso.Nel 2019 gli spagnoli di Mahou San Miguel hanno deciso di far valere l’opzione che consentiva loro, dopo cinque anni, di rilevare la maggioranza di Founders: la loro percentuale è salita al 90% lasciando a Mike Stevens e Dave Engbers, fondatori di Founders, solamente il 5% a testa.  E nello stesso anno il birrificio del Michigan ha rivoluzionato la propria Barrel Aged Series: la KBS viene resa disponibile tutto l’anno e non solamente a marzo, la CBS non viene più prodotta. Nel settembre dello scorso anno Founders annunciava l’arrivo della prima vera variante della KBS, chiamata Espresso e disponibile a partire da febbraio 2020. La sua messa in commercio è stata poi anticipata di qualche mese: vernissage al birrificio il 15 novembre e distribuzione in tutti gli Stati Uniti a partire da dicembre.  Racconta il birraio Jeremy Kosmicki: “ci siamo divertiti nell’invecchiare la KBS in diverse botti con grande successo, come quelle che avevano contenuto sciroppo d’acero; in altri casi, come con la salsa piccante, le cose non sono andate ugualmente bene.  Per la nostra prima variante ufficiale abbiamo deciso di potenziare un elemento che costituisce già il cuore di questa birra, il caffè. E non un caffè qualsiasi, ma quello torrefatto di nostri vicini di casa della Ferris Coffee & Nut di Grand Rapids. La KBS viene già prodotta con del caffè, ma questa variante dopo aver terminato l’invecchiamento nelle botti di bourbon viene fatta maturare con aggiunta di ulteriori chicchi di caffè espresso”.Evidentemente alla Mahou San Miguel hanno deciso di rilanciare il marchio KBS seguendo, con colpevole ritardo, quello che stanno facendo tutti i birrifici americani.  Lo scorso giugno Founders ha infatti annunciato l’arrivo di una seconda variante di KBS, prevista per novembre e chiamata Maple Mackinac Fudge: sarà prodotta con sciroppo d’acero e fudge al caffè dell’isola di Mackinac, un vero e proprio paradiso nel Michigan per gli amanti del fudge, dei cavalli e delle biciclette.La birra. La KBS Espresso è arrivata anche in Europa con un lotto realizzato in un secondo momento ed imbottigliato lo scorso aprile. Vestita di nero, porta un sontuoso cappello di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. Nessuna sorpresa al naso, dove domina effettivamente il caffè espresso, in forma liquida: l’accompagnano profumi di cioccolato fondente e vaniglia, orzo tostato, bourbon, legno e frutta sotto spirito. L’aroma è pulito e ancora molto intenso. Tutto procede per il meglio anche al palato: corpo quasi pieno ammorbidito da una sensazione tattile cremosa, quasi setosa: sorseggiarla non è affatto difficile. Il gusto non ripropone la precisione dell’aroma e non raggiunge profondità abissali, ma è comunque un gran bel bere. Caffè e bourbon sono protagonisti di una bevuta che parte dolce, arricchita da vaniglia, fudge e frutta sotto spirito per poi essere bilanciata dall’acidità proveniente dal caffè, abbastanza pronunciata: ed è forse questa la caratteristica che la differenzia maggiormente dalla KBS standard. C’è il cioccolato mentre  tostature e torrefatto sono meno evidenti del previsto ed il finale procede nella sua lunga scia avvolgente ed etilica di bourbon e caffè.   Nel bicchiere non ci sono grandi emozioni ma a una imperial stout barricata dall’ottimo rapporto qualità prezzo: su questo niente da eccepire. Espresso è variante della KBS che amplifica ovviamente l’elemento caffè:  piccolo avvertimento per chi non ne ama l’acidità, che in questa birra si fa sentire abbastanza: orientatevi sulla KBS normale. Formato 35,5 cl., alc. 12%, IBU 70, lotto 23/04/2020, prezzo indicativo 8--10 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Finix Brewing: Lumberjack Lager & Grind NEIPA

Alto Adige e birra: per andare oltre la naturale l’associazione con la tradizione tedesca basta recarsi a Perca, nella splendida Val Pusteria.  E’ qui, in una stradina secondaria che porta ai campi sportivi di tennis e calcio, che l’americano Zacharias “Zeke” Maamouri-Cortez ha aperto nel 2015 il Riverside Gastropub. Zeke è nato nel Maine ed è arrivato in Alto Adige nel 2006, portato dall’amore per le montagne e per lo sci: si dilettava con l’homebrewing dai tempi del college ma in Südtirol mancavano spazi e materie prime per continuare. Si “consola” completando la scuola alberghiera a Bressanone per poi andare a farsi le ossa cucinando nelle cucine di diversi ristoranti tedeschi e italiani come lo stellato Schote di Nelson Müller ad Essen e il tri-stellato Rosa Alpina di Norbert Niederkofler in Val Badia.  Esperienze che si riveleranno fondamentali nel momento di inaugurare con la compagna Petra Töchterle il Riverside Gastropub e portare un pezzo degli Stati Uniti (BBQ ed Hamburger, per semplificare) in Südtirol: “volevo smarcarmi dall’offerta tradizionale di questo territorio.  Nel mio ristorante uno ci deve venire apposta, non ci si passa per caso. Se avessi servito canederli e cucina sudtirolese, la cosa non avrebbe funzionato. Ci sono tanti posti eccellenti in cui fermarsi prima di arrivare qui, e comunque non è quello che volevo fare. Neanche questa struttura, così moderna, si addice alla cucina tradizionale di questo territorio. Ci voleva qualcosa di nuovo per cui i clienti avrebbero scelto di recarsi precisamente qui, alla fine della strada, sulle rive del Rienzo e in questo locale dallo stile molto moderno. Ho proposto quello che io sono, la mia cultura e la cucina della mia tradizione”. Ma per completare il puzzle manca ancora un pezzo: la birra, quella autoprodotta.  Dal 2006 ad oggi le cose sono cambiate anche in Alto Adige, dove molti birrifici si sono uniti alla piccola rivoluzione della birra artigianale italiana.  Con il supporto di altri microproduttori, Zeke ha accesso alle materie prime e torna a produrre birra tra le mura domestiche.  Nel 2019 un garage adiacente al Gastropub viene ristrutturato e Zeke adatta ed assembla con le proprie mani i pezzi di un impianto da 3,5 ettolitri proveniente dal Nebraska: nasce Finix Brewing.  L’American Blond Ale Pamela e la berliner ai lamponi Circle Like A Square sono le birre del debutto affiancate da alcune versioni sperimentali di New England IPA destinate poi ad evolvere nella Grind, la NEIPA della casa, alla quale s’affiancano la Wildcatter Milk Stout e la Pilsner Lumberjack.E negli Stati Uniti viene catapultato anche chi capita per caso sul loro sito ufficiale e non ha il tempo di buttare l’occhio sull’indirizzo: il sito è tutto in inglese, le birre sono offerte in lattina, hanno grafiche moderne, il webshop dispone già di merchandising come magliette e bicchieri. Siamo in Italia? La Craft Beer Revolution USA ha decretato il successo delle lattine sulle bottiglie e Finix si è già dotato di “mobile canning”, un sistema di inlattinamento itineranante che può quindi essere usato anche da altri birrifici.  Qualche settimana fa Finix ha infine inaugurato la propria Taproom nella zona pedonale di Brunico: dieci spine e tre frigoriferi che ospitano anche altri birrifici, con un posto di riguardo agli amici di Birra Del Bosco.Le birre.Finix vuole portale in Sudtirolo la Craft Beer americana ma paradossalmente gli Stati Uniti hanno (ri)scoperto da un po’ di tempo la tradizione tedesca: numerosi birrifici hanno infatti inserito tra le loro spine lager e pilsner.  Non è quindi una sorpresa che lo scorso maggio Finix abbia fatto debuttare Lumberjack (5%), una pilsner classica (luppoli Tettnanger e Hallertauer Mittelfruh) che promette però di avere un “american touch”. Il suo colore è dorato e leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente candida, cremosa e compatta. I profumi di crosta di pane, miele, floreali, erbacei ed una delicata speziatura danno forma ad un aroma pulito ed abbastanza elegante: un bel biglietto da visita per un percorso che continua al palato senza divagazioni ma con qualche leggero calo d’intensità (acquoso) che poteva essere evitato. Discreta secchezza, buona pulizia ed un finale erbaceo che pulisce bene il palato: ma per avvertire l’american touch mi devo lasciar suggestionare da qualche impercettibile accenno agrumato. Una buona pils, piacevole e molto scorrevole, una birra entry level che potrebbe essere strategica nell’avvicinare molti bevitori locali avvezzi alla scuola tedesca. Si poteva però osare qualcosa in più.La NEIPA Grind (7.5%) parla invece un linguaggio assolutamente contemporaneo, a partire dal suo color torbido che ricorda visivamente un succo di frutta. Al naso ci sono freschi ed intensi profumi tropicaleggianti, soprattutto di mango e di ananas, note resinose e dank ma anche qualche accenno al vegetale e al cipollotto che rovinano un po’ la festa. L’intensità e degna di nota mentre per quel che riguarda la pulizia ci sono ancora margini di miglioramento. Il mouthfeel è piuttosto gradevole, leggermente chewy come vuole la scuola del New England ma comunque scorrevole. La bevuta è ricca ed intensa, con frutta tropicale e pesca a definire una NEIPA intensa e ben bilanciata: c’è qualche spigolo nel percorso d’uscita, in quell’amaro vegetale e resinoso che gratta un po’ il palato e obbliga a dilungare un po’ il tempo d’attesa tra un sorso e l’altro.  L’alcool si fa sentire solo a fine corsa in questa NEIPA che non ha paura di essere amara mostrando determinazione ed un carattere un po’ scorbutico che avrebbe bisogno di qualche limatina.Nel dettaglio: Lumberjack, 44 cl., alc. 5%, lotto 203515, scad. 05/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio) Grind, 44 cl., alc. 7.5%, lotto 204424, scad.  02/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Finix Brewing: Lumberjack Lager & Grind NEIPA

Alto Adige e birra: per andare oltre la naturale l’associazione con la tradizione tedesca basta recarsi a Perca, nella splendida Val Pusteria.  E’ qui, in una stradina secondaria che porta ai campi sportivi di tennis e calcio, che l’americano Zacharias “Zeke” Maamouri-Cortez ha aperto nel 2015 il Riverside Gastropub. Zeke è nato nel Maine ed è arrivato in Alto Adige nel 2006, portato dall’amore per le montagne e per lo sci: si dilettava con l’homebrewing dai tempi del college ma in Südtirol mancavano spazi e materie prime per continuare. Si “consola” completando la scuola alberghiera a Bressanone per poi andare a farsi le ossa cucinando nelle cucine di diversi ristoranti tedeschi e italiani come lo stellato Schote di Nelson Müller ad Essen e il tri-stellato Rosa Alpina di Norbert Niederkofler in Val Badia.  Esperienze che si riveleranno fondamentali nel momento di inaugurare con la compagna Petra Töchterle il Riverside Gastropub e portare un pezzo degli Stati Uniti (BBQ ed Hamburger, per semplificare) in Südtirol: “volevo smarcarmi dall’offerta tradizionale di questo territorio.  Nel mio ristorante uno ci deve venire apposta, non ci si passa per caso. Se avessi servito canederli e cucina sudtirolese, la cosa non avrebbe funzionato. Ci sono tanti posti eccellenti in cui fermarsi prima di arrivare qui, e comunque non è quello che volevo fare. Neanche questa struttura, così moderna, si addice alla cucina tradizionale di questo territorio. Ci voleva qualcosa di nuovo per cui i clienti avrebbero scelto di recarsi precisamente qui, alla fine della strada, sulle rive del Rienzo e in questo locale dallo stile molto moderno. Ho proposto quello che io sono, la mia cultura e la cucina della mia tradizione”. Ma per completare il puzzle manca ancora un pezzo: la birra, quella autoprodotta.  Dal 2006 ad oggi le cose sono cambiate anche in Alto Adige, dove molti birrifici si sono uniti alla piccola rivoluzione della birra artigianale italiana.  Con il supporto di altri microproduttori, Zeke ha accesso alle materie prime e torna a produrre birra tra le mura domestiche.  Nel 2019 un garage adiacente al Gastropub viene ristrutturato e Zeke adatta ed assembla con le proprie mani i pezzi di un impianto da 3,5 ettolitri proveniente dal Nebraska: nasce Finix Brewing.  L’American Blond Ale Pamela e la berliner ai lamponi Circle Like A Square sono le birre del debutto affiancate da alcune versioni sperimentali di New England IPA destinate poi ad evolvere nella Grind, la NEIPA della casa, alla quale s’affiancano la Wildcatter Milk Stout e la Pilsner Lumberjack.E negli Stati Uniti viene catapultato anche chi capita per caso sul loro sito ufficiale e non ha il tempo di buttare l’occhio sull’indirizzo: il sito è tutto in inglese, le birre sono offerte in lattina, hanno grafiche moderne, il webshop dispone già di merchandising come magliette e bicchieri. Siamo in Italia? La Craft Beer Revolution USA ha decretato il successo delle lattine sulle bottiglie e Finix si è già dotato di “mobile canning”, un sistema di inlattinamento itineranante che può quindi essere usato anche da altri birrifici.  Qualche settimana fa Finix ha infine inaugurato la propria Taproom nella zona pedonale di Brunico: dieci spine e tre frigoriferi che ospitano anche altri birrifici, con un posto di riguardo agli amici di Birra Del Bosco.Le birre.Finix vuole portale in Sudtirolo la Craft Beer americana ma paradossalmente gli Stati Uniti hanno (ri)scoperto da un po’ di tempo la tradizione tedesca: numerosi birrifici hanno infatti inserito tra le loro spine lager e pilsner.  Non è quindi una sorpresa che lo scorso maggio Finix abbia fatto debuttare Lumberjack (5%), una pilsner classica (luppoli Tettnanger e Hallertauer Mittelfruh) che promette però di avere un “american touch”. Il suo colore è dorato e leggermente velato, la schiuma è impeccabilmente candida, cremosa e compatta. I profumi di crosta di pane, miele, floreali, erbacei ed una delicata speziatura danno forma ad un aroma pulito ed abbastanza elegante: un bel biglietto da visita per un percorso che continua al palato senza divagazioni ma con qualche leggero calo d’intensità (acquoso) che poteva essere evitato. Discreta secchezza, buona pulizia ed un finale erbaceo che pulisce bene il palato: ma per avvertire l’american touch mi devo lasciar suggestionare da qualche impercettibile accenno agrumato. Una buona pils, piacevole e molto scorrevole, una birra entry level che potrebbe essere strategica nell’avvicinare molti bevitori locali avvezzi alla scuola tedesca. Si poteva però osare qualcosa in più.La NEIPA Grind (7.5%) parla invece un linguaggio assolutamente contemporaneo, a partire dal suo color torbido che ricorda visivamente un succo di frutta. Al naso ci sono freschi ed intensi profumi tropicaleggianti, soprattutto di mango e di ananas, note resinose e dank ma anche qualche accenno al vegetale e al cipollotto che rovinano un po’ la festa. L’intensità e degna di nota mentre per quel che riguarda la pulizia ci sono ancora margini di miglioramento. Il mouthfeel è piuttosto gradevole, leggermente chewy come vuole la scuola del New England ma comunque scorrevole. La bevuta è ricca ed intensa, con frutta tropicale e pesca a definire una NEIPA intensa e ben bilanciata: c’è qualche spigolo nel percorso d’uscita, in quell’amaro vegetale e resinoso che gratta un po’ il palato e obbliga a dilungare un po’ il tempo d’attesa tra un sorso e l’altro.  L’alcool si fa sentire solo a fine corsa in questa NEIPA che non ha paura di essere amara mostrando determinazione ed un carattere un po’ scorbutico che avrebbe bisogno di qualche limatina.Nel dettaglio: Lumberjack, 44 cl., alc. 5%, lotto 203515, scad. 05/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio) Grind, 44 cl., alc. 7.5%, lotto 204424, scad.  02/2021, prezzo indicativo 5,00 euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio