Dieu du Ciel L’Herbe à Détourne

E' sempre un piacere stappare una bottiglia di Dieu du Ciel, birrificio canadese già ospitato sul blog con grande soddisfazione. Sono Jean-François Gravel, Patricia Lirette e Stéphane Ostiguy, compagni di studi (microbiologia), a fondarlo nel 1998 a Montreal; dei tre è Jean-François ad essere stato contagiato dalla passione per l'homebrewing dal padrino e dai libri di Charles Papazian. L'inaugurazione avviene nell'agosto del 1988, quando un ex-ristorante russo all’angolo di Rue Laurier e Rue Clark viene convertito in brewpub: "Dieu De Ciel!" sarebbe stata l’esclamazione di Jean-François dopo aver assaggiato la sua prima birra prodotta in casa.  Patricia Lirette lasciò la società nel 2006, rimpiazzata (anche nell’azionariato) dal birraio Luc Boivin, esperienza decennale alla Les Brasseurs du Nord. Boivin e la moglie Isabelle Charbonneau formarono la Dieu Du Ciel Microbrewery Inc., un primo passo del  necessario processo di espansione visto che la produzione nei modesti locali del  brewpub di Montreal non poteva più essere incrementata e non c'era neppure lo spazio per installare una linea d’imbottigliamento.Venne trovato un nuovo edificio (16.000 metri quadri) a St. Jerome, 60 chilometri a nord di Montreal, vicino a casa di Luc ed Isabelle,  inaugurato nel 2007 con un potenziale produttivo di 3500 hl. Nello stesso anno vennero finalmente distribuite le prime bottiglie, mentre nel 2008, attiguo al nuovo birrificio, fu inaugurato un brewpub-fotocopia di quello di Montreal; attualmente gli impianti di St. Jerome producono circa 13000 ettolitri. Nel 2010 Bouvin ha lasciato Dieu Du Ciel per fondare in Quebec la Microbrasserie des Beaux Prés. La birra.L'Herbe à Détourne è una produzione stagionale di Dieu Du Ciel, commercializzata per la prima volta nel maggio 2010 e da allora disponibile una volta l'anno, solitamente in primavera. Si tratta di una "new world Triple", il che significa che ad una classica Tripel belga viene aggiunta un'abbondante luppolatura di Citra. Secondo una (a me sconosciuta) leggenda, l'herbe à détourne sarebbe una pianta capace di far perdere il senso d'orientamento a chiunque la calpesti. La splendida etichetta realizzata da Yannick Brousseau, fido collaboratore del birrificio, cerca di comunicare con immagini quanto appena esposto, raffigurando un uomo con gli occhi coperti dalle ramificazioni della pianta.Nel bicchiere si presenta di color arancio, piuttosto velato, con una cremosa testa di schiuma bianca, compatta e molto persistente. L'aroma è uno splendido biglietto da visita nel quale c'è una convivenza molto ben riuscita tra gli esteri fruttati (banana), le spezie (pepe) del lievito e la generosa luppolatura che elargisce fresche e fragranti profumi di pompelmo, arancia, mango, passion fruit e melone cantalupo. In sottofondo si scorgono tracce di una classica Tripel con lo zucchero candito e la scorza d'arancia candita. Il mouthfeel è quello classico belga; corpo medio, carbonazione vivace, birra dalla gradazione alcolica importante (10.2%) che tuttavia scorre senza grossi intoppi. La bevuta segue abbastanza fedelmente l'aroma, con una partenza ricca di frutta tropicale (ananas, mango, passion fruit) sostenuta dalla base maltata di pane, miele e biscotto; il gusto rispetta maggiormente i canoni stilistici di una Tripel, con una buona presenza di canditi e di zucchero a velo. L'amaro è praticamente impercettibile, sono l'acidità del frumento e la componente etilica ad asciugare il dolce mantenendo un ottimo equilibrio. L'alcool, è lui l'unico cruccio di questa birra: entra in scena con prepotenza a 3/4 della bevuta togliendo a questa birra quella "beviblità assassina" tipica delle migliori Tripel belghe: riscalda molto, sopratutto nel finale, facendo perdere qualche punto a quella che rimane comunque un'ottima birra, rispettosa degli elevatissimi standard di pulizia e di eleganza che ho trovato in tutte le produzioni Dieu Du Ciel. Formato: 34,1 cl., alc. 10.2%, lotto 17 12:14, imbott. 04/02//2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Magic Rock High Wire Grapefruit

Avevo incontrato Magic Rock per la prima volta nell'estate del 2011, a pochi mesi dal suo debutto, mentre mi trovavo in vacanza in Inghilterra. Il birrificio viene fondato da Richard e Jonny Burhouse, proprietari del beershop Mybrewerytap, a Huddersfield (West Yorkshire); i due fratelli, a quel tempo homebrewer novelli, si sono da subito fatti aiutare dal birraio Stuart Ross (Kelham Island, Acorn e Crown Brewery tra le sue esperienze). Gli impianti sono stati inizialmente posizionati all'interno degli edifici del business di famiglia, una ditta che si occupa di importazione e vendita all’ingrosso di cristalli e pietre naturali; a quest’ultime, appunto, s’ispira il nome “Magic Rock”.Da quell'estate il birrificio ha svolto un lento ma costante percorso di crescita rinunciando quasi alle bottiglie per concentrarsi solamente sui fusti, che assorbivano in pieno la ridotta capacità produttiva; lo scorso anno è stata inaugurata la nuova sede di Birkby, un sobborgo di Huddersfield, che ha aumentato la capacità a 10.000 ettolitri con la possibilità di arrivare a 70.000 già nel corso del 2016. E' stata anche aperta la Magic Rock Tap, dove potete trovare nove spine e due casks, e soprattutto sono arrivate le lattine, formato scelto per le birre che vengono prodotte tutto l'anno; le produzioni occasionali e stagionali vengono invece vendute in bottiglia.La birra.Magic Rock debuttò nel 2011 con due birre ispirate dalla craft beer revolution americana: High Wire e Cannonbal. La stessa ispirazione credo sia anche alla base della versione "grapefruit" della High Wire: impossibile non pensare alla Grapefruit Sculpin di Ballast Point, uno dei primi - se non il primo - esempi commerciali di birra generosamente luppolata alla frutta. La ricetta della High Wire Grapefruit è la medesima della birra base alla quale viene poi aggiunto il pompelmo: malti Acidulato, Golden Promise, Monaco e Vienna, luppoli Cascade, Centennial, Chinook, Citra, Columbus e Magnum.All'aspetto è dorata e velata con qualche venatura arancio; la schiuma bianca è fine e compatta, cremosa, con un'ottima persistenza. Se avevate dubbi su come sia un'American Pale Ale al pompelmo, l'aroma ve li toglie subito: il frutto domina in lungo e in largo, fresco e fragrante, lasciando molto in sottofondo qualche sentore di ananas e di mandarino. Non c'è davvero altro, l'aromatizzazione è molto pulita e "naturale", ma effettivamente potrebbe lasciare un po' spiazzato chi è alla prime esperienze di birre alla frutta e si trova sotto il naso una spremuta di pompelmo. In bocca c'è innanzitutto una sensazione palatale perfetta: corpo medio, la giusta quantità di bollicine e una grande scorrevolezza che va a braccetto con una consistenza morbida e molto gradevole. I malti forniscono un supporto piuttosto leggero (crackers) ma funzionale a sorreggere il pompelmo che diventa subito protagonista anche del gusto; a bilanciare c'è il dolce della frutta tropicale (ananas e mango), mentre il finale spinge l'acceleratore dell'amaro con una chiusura ricca di resina e di scorza d'agrumi. Non è un Radler ma la caratterizzazione al pompelmo è piuttosto evidente anche al gusto, benché in maniera minore rispetto all'aroma. L'inizio della bevuta fa molto succo-di-frutta, ma progressivamente ritorna in territori più familiari alla nozione di birra, se mi passate la semplificazione, senza rinunciare ad una piccola dose di ruffianeria; il risultato è comunque una birra pulitissima, fresca e fragrante, molto secca e quindi dall'elevato potere rinfrescante e dissetante, che si candida ad essere una delle protagoniste dell'estate ormai alle porte.  Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto e scadenza illeggibili, 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pretty Things Barbapapa

Ultima birra della beerfirm americana Pretty Things Beer & Ale Project, fondata da Dann Paquette e Martha Holley con sede operativa a Cambridge, Massachusetts. La loro storia l’avevo già riassunta qui.  Parlo di ultima birra non in senso temporale ma assoluto, in quanto a fine novembre 2015 Dann ha annunciato la chiusura del progetto iniziato nel 2008. Da allora assieme alla moglie Martha si è preso un periodo sabbatico utilizzato per viaggi a tema birrario che potete seguire sull’account twitter dell’ex-beerfirm.Non sono stati resi noti i motivi che hanno portato alla chiusura di Pretty Things, ma proprio attraverso il suo profilo twitter Dann Paquette aveva lanciato nell’ottobre 2014 pesanti accuse verso diversi bar di Boston e dintorni ai quali non riusciva più a vendere la birra, denunciando di fatto l’esistenza del sistema “pay-to-play”  (“paga-se-vuoi-giocare”) anche nel mondo della craft beer. “Boston is a pay to play town and we’re often shut out for draft lines along with many beers you may love”, aveva scritto. Di cosa si tratta? Di distributori (o birrifici) che offrono denaro ai locali per avere una o più spine riservate alle proprie birre, escludendo di fatto tutti gli altri. Offrire o chiedere soldi in cambio di “committed lines” è una pratica illegale per l’Alcohol and Tobacco Tax and Trade Bureau statunitense, in quanto concorrenza sleale che limita la scelta per il consumatore.  Per birrifici di medie e grosse dimensioni non è un grosso problema riconoscere ad un bar 5.000/10.000 dollari l’anno per ottenere in cambio la sicurezza di avere spine sempre occupate dalle proprie birre lasciando fuori altri concorrenti. Ricordo che, con le dovute differenze da stato a stato, dalla fine del proibizionismo negli Stati Uniti è in vigore il Three-tier system che regola la distribuzione della birra: nella maggioranza dei casi, i birrifici non possono distribuire la propria birra ai locali e ai negozi. Birrificio, distributore e rivenditore finale sono i "tre soggetti" che compongono questo sistema.Sei mesi dopo lo sfogo di Paquette, lo stato del Massachusetts aprì un’inchiesta ufficiale nei confronti della Craft Beer Guild LLC, il distributore di Pretty Things, scoprendo almeno una quindicina di casi in cui erano stati pagati sino sino a 12.000 dollari in cambio di “spine in esclusiva”. Fu condannato anche Gordon Wilcox del Wilcox Hospitality Group, proprietario di diversi bar e locali a Boston: Wilcox era stato il primo a tuonare contro il tweet di Paquette, dandogli dell’ubriaco e affermando che l’unico motivo per il quale Pretty Things non veniva servita nei suoi locali era il rapporto qualità-prezzo ($200 a fusto anziché gli $99-$170 di altri birrifici). Per chi volesse divertirsi a leggere, segnalo questo e questo thread sul forum di Beer Advocate. Non sappiamo se sia stato il disgusto verso queste pratiche a far prendere a Paquette la decisione di chiudere la propria beerfirm e di staccare la spina per un po’: il sito ufficiale lascia comunque intravedere la possibilità di qualche nuovo progetto futuro. Di certo c’è che lo storico inglese Ron Pattinson, che aveva lavorato con Pretty Things alla  replica  di alcune ricette recuperate dagli archivi storici di birrifici inglesi, si sta muovendo per cercare altri birrifici interessati a portare avanti il suo progetto.La birra.Barbapapa è una massiccia (12%) imperial stout  che veniva prodotta come tutte le Pretty Things presso la Buzzards Bay Brewing di Westport, Massachusetts. La sua ricetta parla di malti Pale Ale, Maris Otter, Amber, Brown, Black, Roasted, frumento maltato, orzo in fiocchi e orzo tostato; l’unico luppolo utilizzato è il Chinook. Nel bicchiere è molto bella, completamente nera con un cremoso e compatto cappello di schiuma color cappuccino dall’ottima persistenza. L'aroma purtroppo è alquanto deludente, non c'è quella complessità o perlomeno quella ricchezza che ti aspetteresti di trovare in una birra così importante. Pulizia ed intensità sottotono, leggeri profumi che ricordano una fruit cake, caffè, carne e forse anice, il tutto sostenuto da una discreta presenza etilica. Fortunatamente le cose migliorano subito al palato, a partire dalla sensazione palatale lussurreggiante: birra dal corpo pieno, con poche bollicine ed una consistenza cremosa, morbida ed avvolgente, estremamente appagante. Passano in rassegna tostature, caffè e cioccolato al latte, fruit cake e caramello bruciato, accenni di vaniglia: la bevuta è intensa con l'alcool (12%) che si fa sentire senza mai esagerare. Nel finale oltre alle tostature arriva anche il luppolo, con note resinose, a ripulire il palato per qualche attimo quasi rinfrescante (anice) prima del lungo retrogusto nel quale in un ottimo equilibrio convivono caffè e tostature, cioccolato e liquirizia, accompagnate da un morbido ma evidente calore etilico.Nel complesso un'ottima imperial stout che si sorseggia in tutta tranquillità senza grossi sforzi: sottolineo "nel complesso" perché la bevuta risulta alla fine molto gradevole, ma la pulizia e l'eleganza dei singoli elementi potrebbe essere migliore. Qualche punto in meno per l'aroma davvero sottotono. Formato: 65 cl., alc. 12%, imbott. 12/2014, 12.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala Öö – Imperial Baltic Porter

Appuntamento numero cinque con il birrificio estone Põhjala, nato nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 trasformatosi in birrificio; come già raccontatovi in precedenza, lo fondano tre soci  (Enn Parel, Peeter Keek e Gren Noormets) ai quali si aggiunge in seguito  Tiit Paananen; a fare birra viene chiamato a Tallinn  il giovane (26 anni) Chris Pilkington, ex-BrewDog e conosciuto dai soci proprio nell’occasione di una visita allo stabilimento del birrificio scozzese. All’assaggio un’altra birra “scura” dal contenuto alcolico importante, caratteristiche che il birrificio sembra prediligere forse anche per riscaldare i propri clienti nei lunghi e rigidi inverni estoni e scandinavi. Dopo la porter chiamata Must Kuld e l'imponente imperial stout Pime Öö (notte oscura) è la volta di una Imperial Baltic Porter chiamata Öö, ovvero “notte”. Pime Öö e Must Kuld e si erano rivelate sostanzialmente due birre dessert: davvero troppo dolce per i miei gusti la prima, molto più bilanciata e fruibile la seconda.La birra.Öö, una (imperial) Baltic Porter la cui ricetta prevede malti Pale ale, Monaco, Carafa II Special, Special B, Chocolate, Crystal 300 e zucchero  Demerara, mentre i luppoli usati sono  Magnum e  Northern Brewer. Nel bicchiere tiene fede al suo nome (“notte”) mostrandosi completamente nera tranne che per una densa e compatta testa di schiuma color marrone scuro, molto persistente. L’aspetto è davvero goloso e l’aroma cerca di mantenere le aspettative: la componente etilica non si nasconde e bagna – con reminiscenze di rum – il caffè, le tostature, il fruit cake e la liquirizia. Ne scaturisce un bouquet discretamente intenso ed elegante. Molto più ricco è invece il gusto, con un inizio dolce di melassa, caramello/toffee e fruit cake e una successiva virata verso quella “notte” che dà il nome alla birra; emergono liquirizia, caffè, tostature di orzo e di pane la cui intensità cresce sino ad un finale ricco di tostature e di caffè nel quale anche la luppolatura si fa sentire dando un fondamentale contributo a ripulire il palato con un effetto quasi rinfrescante, benché brevissimo. Con un corpo quasi pieno, scorre con consistenza oleosa senza arrivare al punto di "masticabilità": risulta piuttosto morbida, con una carbonazione alquanto bassa. Il retrogusto è quello atteso, un morbido ma forte abbraccio etilico nel quale si ritrovano per i saluti finali il caffè e le tostature. Nonostante ci siano ancora margini di miglioramento per quel che riguarda pulizia e finezza, questa Öö è una imperial baltic/porter/stout soddisfacente e ben fatta, ben bilanciata nel suo percorso tra dolce ed amaro; riscalda e rincuora, accompagnandoti dal divano al sonno della notte.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 60, lotto 090, scad. 02/07/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

18th Street Cone Crusher

Non si trova nella diciottesima strada del quartiere Pilsen di Chicago: per Drew Fox quello è rimasto solo un sogno. Gli elevati costi  della più grande città dell’Illinois lo hanno obbligato a spostarsi a Gary (Indiana), un sobborgo ad una quarantina di chilometri, dove poter far frequentare ai propri figli una buona scuola privata ma economicamente sostenibile.  Gary, fondata nel 1906, oltre ad avere dato i natali a Michael Jackson (no, purtroppo non il beer hunter!) era un importante  centro siderurgico oggi ormai in declino.Drew lavorava nel ramo alberghiero, e durante una vacanza rigenerante in Belgio (Brussels, Bruges, Ghent) scopre la magia di una Witbier: ritornato negli Stati Uniti s’innamora della cosa più simile a quella bevuta in Europa, ovvero la Blue Moon e al tempo stesso inizia a frequentare la taproom del microbirrificio Half Acre, appena inaugurato (2006). Al lavoro viene promosso manager della Lobby Lounge dello Swissotel di Chicago e ha l’idea d’inserire craft beers tra le spine del bancone, ottenendo un ottimo riscontro dai clienti; nel 2008 inizia con l’homebrewing inizia arrivando costruirsi (2010) nel retro di casa propria un piccolo laboratorio da trenta metri quadrati dove installa un impianto SABCO.  In quello stesso periodo conosce Gerrit Lewis del neonato birrificio Pipeworks di Chiacago, che lo invita a dargli una mano: ogni settimana, dopo il lavoro, trascorre un paio di serate da Pipeworks, un’esperienza formativa fondamentale che lo convince definitivamente a mettersi in proprio. Fox ha però a disposizione solamente 10.000 dollari, un po’ pochi:  la maggior parte di quello che manca viene raccolto attraverso il crowdfunding di Kickstarter. Il nome rimane quello del sogno “originale”: 18th Street Brewery, e la comunità di Gary è pronta a dare il benvenuto al suo primo birrificio, che trova casa nel quartiere di Miller Beach, ad un paio di miglia dalle sponde del Lago Michigan. Il birrificio debutta nell’autunno del 2013 ma a fine anno i  beergeeks di Ratebeer lo hanno già eletto come “Best New Brewery” dello stato dell’Indiana. Forse anche grazie quell’hype, a  soli 12 mesi dall’apertura Drew Fox annuncia bellicosi piani d’espansione volti a raddoppiare i volumi di produzione e portarli a 1000 barili. 18th Street Brewery è anche diventato il primo birrificio dell’Indiana del nord a mettere la birra in lattina e nello scorso febbraio ha inaugurato il nuovo sito produttivo di Hammond, a 20 chilometri da Gary, 1500 metri quadrati con taproom e cucina. La sede originale di Gary  (5725 Miller Avenue) rimane ancora aperta, anche se solamente con la funzione di taproom con cucina, nell'attesa che venga inaugurata la più accogliente nuova taproom al 614 di S Lake Street, a poche decine di metri di distanza.La birra.Arriva in una lattina avvolta da una delle splendide etichette realizzate dall’artista di Chicago Joey Potts: un pugno che strizza un cono di luppolo, nello specifico l'Amarillo che è il luppolo protagonista di questa Double IPA (8.6%). La fotografia la rende più scura di quanto sia in realtà: il suo vestito è tra l'arancio ed il dorato e forma un notevole cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. La lattina non indica purtroppo la "data di nascita" ma questa birra denota comunque ancora una freschezza accettabile, accompagnata da una buona intensità ed un ottima pulizia: pompelmo, arancio, mango, ananas e passion fruit s'intrecciano con le note resinose a creare un bouquet classico ma non per questo poco interessante. Al palato l'abbondante luppolatura è sostenuta da una base maltata che rimane nei paraggi di biscotto e miele senza sconfinamenti caramellosi o dolcioni e lasciando campo libero alle note succose della frutta tropicale (mango, ananas) prima e del pompelmo poi. L'amaro cresce con una bella progressione che sfocia in un finale intenso ricco di note resinose, pungenti e quasi pepate, sospinte da un leggero tepore alcolico, sino ad allora rimasto abbastanza in disparte. Double IPA molto pulita e godibile, ancora abbastanza fragrante nonostante l'attraversamento oceanico: c'è il giusto (intenso) livello d'amaro con una bella controparte fruttata e succosa a fare da sparring partner, il tutto completato da un ottimo mouthfeel, morbido e molto gradevole, appagante.Formato: 35.5 cl., alc. 8.6%, lotto e scadenza non riportati, 6.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ofelia Piazza Delle Erbe

Debutto sul blog di Birra Ofelia, microbirrificio di Sovizzo (Vicenza) fondato a dicembre 2011 da Andrea Signorini e Lisa Freschi; i due, soci e compagni di vita, dopo gli studi universitari si sono indirizzati nel settore del Food & Beverage. Andrea ha conseguito il diploma di sommelier, mentre Lisa, dopo essersi occupata per qualche tempo della promozione turistica del territorio vicentino, ha aperto L'Allegra Trattoria Società dei Freschi ad Altavilla Vicentina della quale è tutt'ora titolare e cuoca.Ma fu un viaggio in Belgio nel 2007 a farli innamorare della birra, in particolare - come raccontano sul sito di Birra Ofelia - la visita al birrificio De Ranke. Al rientro in Italia Andrea inizia a trafficare con le pentole in garage, e dopo quattro anni di birra fatta in casa e di viaggi birrari in Belgio e negli Stati Uniti prende la decisione di fare il salto nel mondo dei professionisti: nasce Birra Ofelia, impianto da 1,2 hl, con un nome di Shakespeariana memoria. Dieci le etichette attualmente prodotte sotto lo slogan, un po' troppo abusato, della "birra senza compromessi": sette prodotte regolarmente (Nevermild, Scarlet, Piazza delle Erbe, La Cancelliera, Diversamente Bionda, Uill Iu Bai  e Amitabh) e tre stagionali. Intento dichiarato del birrificio non è tanto quello di replicare gli stili classici ma di darne un'interpretazione personale, cosa che avviene prevalentemente con l'utilizzo di ingredienti del territorio, come il miele di tiglio di Meledo di Sarego  (Dark Side of Saison), zucca e aghi di rosmarino (Cucurbitter), Corniole di Cornedo (Scarlet).La birra.Quando un birraio ed una cuoca s'incontrano è inevitabile che la birra finisca in cucina e che un po' di cucina finisca nella birra; se alla Trattoria Società dei Freschi potete bere le Birre Ofelia abbinandole ai piatti del menù, nella Saison chiamata Piazza delle Erbe troverete ben dieci tra erbe e spezie: quelle rivelate sono erba luisa, buccia di arancia, cardamomo, anice stellato, coriandolo e camomilla. Ha ottenuto la medaglia d’oro ai Global Craft Beer Awards di Berlino 2014.All'aspetto è di color arancio opalescente, con un generoso cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, "croccante" e dall'ottima persistenza. Al naso un tourbillon di banana, coriandolo, cardamomo, anice, pepe e scozia d'arancia: in sottofondo note floreali (camomilla) ma anche una nota fenolica poco gradevole (plastica/gomma) a sporcare quello che sarebbe un bouquet interessante e di buona intensità. L'ingresso al palato è quello che ci si attende da una saison: vivaci bollicine, corpo leggero ed un'ottima scorrevolezza a rendere la bevuta scattante e molto facile. La base maltata è lieve (pane, crackers) per preparare il terreno di gioco alle spezie: ripassano in rassegna cardamomo e coriandolo, c'è una generale percezione di erbe officinali, la frutta prende le sembianze della banana e della polpa dell'arancio, il cui dolce viene bilanciato dall'acidità del frumento. Purtroppo anche al gusto ritorna quella presenza fenolica di plastica/gomma che rende problematica la bevuta, regalandole anche una discreta astringenza. Al di là forte della caratterizzazione speziata, che può incontrare o no il gusto del bevitore, quello che necessita di maggiore pulizia ed eleganza è prima di tutto la base, ovvero la birra. Una volta fatta la Saison, poi si può giocare in modo più o meno aggressivo con le spezie: una Saison si fa prima di tutto con il lievito, ed è il suo profilo a lasciare maggiormente perplessi in questa bottiglia. Formato: 50 cl., alc. 4.9%, scad. 06/04/2017.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mad River Steelhead Extra Stout

California settentrionale, anni '70:  Bob Smith è un homebrewer che frequenta spesso l'Home Brew Shop a Chico, di proprietà di un certo Ken Grossman. Nel 1980 Ken inaugura il birrificio Sierra Nevada e Bob sogna un giorno di poter fare lo stesso; ci vogliono però nove anni prima che ciò possa accadere. Nel 1989 Sierra Nevada si espande e  Grossman offre a Smith l'acquisto dell'impianto che sta per dismettere e che aveva assemblato recuperando vecchie attrezzature provenienti dall'industria casearia. Ottenuti i finanziamenti necessari, Bob trova casa nella contea di Humboldt, a Blue Lake, una città in espansione che probabilmente garantisce un buon trattamento fiscale. Chico è 300 chilometri a sud-est, San Francisco 460 a sud, il confine con l'Oregon 170 a nord. Nasce la Mad River Brewing Company, così chiamata dall'omonimo fiume che scorre per 183 chilometri attraversando la contea di Humboldt per poi gettarsi nell'Oceano Pacifico nei pressi di Eureka.Il 4 dicembre del 1990 vengono venduti i primi fusti della Steelhead Extra Pale in attesa della messa in funzione qualche mese più tardi della linea d'imbottigliamento, anch'essa proveniente da Sierra Nevada. Il birrificio utilizza ancora oggi lo stesso impianto da 20 hl per un potenziale anno, ormai completamente assorbito, di circa 20.000 ettolitri: un progetto di espansione è già stato abbozzato. Dal 2005 il ruolo di head brewer è affidato da Dylan Schatz: oltre a perfezionare le ricette originali di Bob Smith, Dylan è stato capace di far crescere qualitativamente Mad River sino a farla incoronare "Small Brewery of the Year" al Great American Beer Festival del 2010, anno in cui Dylan è stato anche eletto Birraio dell'Anno.La birra.Steelhead, nome con il quale viene anche chiamata la Trota Iridea, pesce che assieme ai salmoni affolla il fiume Mad; Steelhead è anche una serie di cinque birre di Mad River: Double IPA, Extra Pale Ale, Scotch Porter ed Extra Stout, quest'ultima anche barricata in botti di Bourbon. La ricetta della Extra Stout prevede malti 2-row, Crystal 70/80, Crystal 135/165, Chocolate, Black Patent e orzo tostato; Willamette e Cascade sono i luppoli utilizzati.Nel bicchiere è nera ma brillante, sormontata da una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, color cappuccino, dall'ottima persistenza. All'aspetto goloso fa seguito un aroma altrettanto promettente: caffè in grani, orzo tostato, frutti di bosco e in sottofondo cioccolato fondente, nocciola, carne e un tocco di cenere vanno a comporre un bouquet davvero molto pulito e piuttosto elegante. Le cose procedono di bene in meglio al palato, a partire dal mouthfeel: corpo medio, poche bollicine, una consistenza morbida e oleosa davvero sorprendente per il contenuto alcolico (6.5%) dichiarato. Il gusto mette in evidenza una gran bella intensità fatta di caffè e orzo tostato, liquirizia e caramello. L'ottima pulizia consente d'indagare più in profondità scoprendo sfumature di cioccolato e di anice. La facilità di bevuta è impressionante, con l'alcool a costituire solo un morbido tappeto in sottofondo: chiude  con un finale ben luppolato che ripulisce il palato rinfrescandolo ed un lungo e sorprendente retrogusto amaro di caffè, cioccolato e tostature, un velo di cenere. Una stout bilanciatissima e quasi perfetta nella sua semplicità, davvero molto ben fatta: qualcosa di Mad River ogni tanto arriva anche in Europa, se ne avete l'occasione non dimenticatevi di assaggiarla. Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 35.7, lotto e scadenza non riportati, 4.35 Euro.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fantôme Saison (2014 – Lotto AB N14)

Non è certo famosa per la sua costanza produttiva  la Brasserie Fantôme fondata nel 1988 dall'eclettico Dany Prignon; gli appassionati per anni si sono barcamenati tra capolavori e catastrofi, bottiglie in stato di grazia, esplosive o imbevibili. Negli ultimi tempi mi pare che la produzione Fantôme si sia un po' stabilizzata portano l'asticella ad un punto medio-alto dove non ci sono più disastri ma neppure indimenticabili capolavori; che questo sia un bene o un male, a voi deciderlo.Tutto è possibile nel mondo di un birraio che ammette di non amare particolarmente la birra e di non berla quasi mai e che tuttavia proviene dall'homebrewing, avendo iniziato a replicare alcune ricette dei nonni, agricoltori che si producevano anche la birra come avveniva in molte fattorie belghe. Il birrificio, nato quasi per gioco assieme al padre pensionato "che aveva troppo tempo libero", si trova in un edificio rurale che risale al 1830; qui  Dany fa ancora tutto quasi da solo, a volte aiutato da alcuni amici. Due, a volte tre cotte a settimana e poi il resto del tempo ad occuparsi della parte commerciale, della famiglia e del suo hobby di restauratore di auto d'epoca. I locali dove avviene la produzione sono in stridente contrasto con la rigorosa pulizia che a volte incontriamo nei birrifici moderni, ma anche questo contribuisce a formare il carattere delle sue birre, prodotte su un vecchio impianto proveniente da La Chouffe che per un po' di tempo non ha funzionato a dovere creando, forse, quei capolavori e quelle catastrofi. I birrofili statunitensi lo adorano, le sue birre non sono mai sufficienti a soddisfare tutta la domanda ma Prignon non ha nessuna intenzione di indebitarsi per espandersi: per lui la birra è "semplicità nella vita" e anche se non gli dispiacerebbe fare più soldi  confessa che non sacrificherebbe gli amici e il tempo libero per aumentare il propio conto in banca.La creatività, croce e delizia di Fantôme; da buon (birraio) belga Dany non rivelerà mai quello che ha utilizzato, e anche se vi dicesse qualcosa non avrete mai la certezza della verità: vi capiterà di bere birre con lo stesso nome ma incredibilmente diverse. Poco importa, magari al momento dell'imbottigliamento erano le uniche etichette disponibili e sono state utilizzate quelle anche se la birra prodotta era un'altra. Per lo meno negli ultimi anni sulle etichette delle Fantôme sono apparsi anche lotto e anno, informazione che in passato era spesso inesistente ma che ora può aiutare il consumatore a ricercare un lotto ben riuscito o evitare l'acquisto di uno disastroso.La birra.La classica Saison di Fantôme, unica birra ad essere prodotta tutto l'anno. Anno 2014, lotto AB N14. Il suo vestito colorato di arancio e di oro, velato ma ugualmente brillante: la schiuma che si forma è piuttosto modesta e un po' grossolana, dissipandosi alquanto rapidamente. Al naso non c'è purtroppo l'epifania delle migliori Fantôme, quella suggestione di "fragole con la panna": ci sono invece profumi floreali che vengono subito avvolti da quelli meno gentili dei brettanomiceti. Acido lattico, polvere, cantina, il legno del tappo di sughero; in sottofondo anche una leggerissima punta di aceto di mela. L'inizio non è dei migliori, neppure per quel che riguarda intensità e pulizia. Al palato sento la mancanza di bollicine: stiamo parlando di una Saison che dovrebbe essere ruspante e vivace, ma qui la carbonazione è troppo bassa. Il gusto è indubbiamente migliore dell'aroma: è (anche se non dovrebbe esserlo) una Saison brettata e quindi la componente acida è ben in evidenza. Il lattico e il lievissimo acetico sono affiancati dall'asprezza dell'uva: l'alcool (8%) è nascosto in maniera surreale  e la bevibilità ne trae ovviamente beneficio, la chiusura molto attenuata si porta dietro una punta amara di yogurt "scaduto". C'è una patina dolce fruttata che attraversa in modo trasversale l'intera bevuta, difficile descriverla se non appellandosi in parte alla polpa dell'arancio. Non è la migliore Saison di Fantôme che ho bevuto, è diventata una "sour ale" ma guardandola in questa ottica trova un suo perché: rustica, un po' sgangherata, eppure piacevole, rinfrescante e dissetante nella sua acidità, nella sua asprezza e nella sua secchezza reminiscente di vino bianco. Sicuramente il birraio non "la voleva fare così" ma a Dany Prignon possiamo perdonare questo e altro: per confronto ecco invece le impressioni di una bottiglia bevuta nel 2011. Formato: 75 cl., alc. 8%, lotto AB N 14, scad. 12/2018, 7.60 Euro (drink store, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Weihenstephaner Vitus

Corbiniano di Frisinga nacque probabilmente in Francia a Chátres (oggi Arpajon), fin dalla più giovane età avvertì l'inclinazione alla vita monacale e, alla morte della madre, si ritirò in un eremitaggio che lui stesso fece costruire a fianco della chiesa di San Germano nella sua città natale. La sua devozione a San Pietro lo spinse ad intraprendere un pellegrinaggio a Roma dove papa Gregorio II, colpito dalla sua spiritualità, lo consacrò vescovo e gli affidò la missione di evangelizzare i territori della Baviera. Nel 716 Corbiniano giunse in Baviera e nel 725 fondò la chiesa di Santo Stefano su di una collina (Nahrberg) nei pressi di Frisinga (Friesing, quaranta chilometri a nord di Monaco).  La chiesa fu prima trasformata in un monastero di agostiniani (anno 821) e  poi in un’abbazia benedettina (1021). Secondo i documenti storici rinvenuti, la produzione di birra iniziò probabilmente nel 768, e nel 1040 un birrificio fu effettivamente autorizzato dalla città di Frisinga. E’ questa la data che consente oggi alle birre prodotte a Wehienstephan di vantare in etichetta il titolo del “birrificio più antico al mondo”. Nel corso dei secoli l’abbazia fu più volte devastata da incendi ed invasioni barbariche, fino ad essere sciolta ufficialmente nel 1803 nel corso del processo di laicizzazione della Baviera voluto da Napoleone Bonaparte: i terreni, gli immobili ed il birrificio annesso divennero così proprietà dello stato bavarese. Dal 1923 il birrificio è stato rinominato Bayerische Staatsbrauerei Weihenstephan (Birrificio di Stato Weihenstephan) ed è gestito in collaborazione con l'Università Tecnica di Monaco. Vitus è la Weizenbock che prende il nome da San Vito probabilmente nato in Sicilia (quarto secolo) e vittima della violenta persecuzione cristiana messa in atto da Diocleziano; della sua vita si conoscono soprattutto leggende e l’unica cosa certa pare essere il suo martirio avvenuto quando aveva tra i 12 ed i 17 anni. La giovane età ed i suoi poteri taumaturgici contribuirono a far diffondere il suo culto in tutta la cristianità e a farlo invocare contro epilessia, corea, rabbia e ossessioni demoniache; un’altra leggenda vuole che le sue reliquie furono trasportate nel 765 al monastero di Saint-Denis a Parigi per essere poi donate nel 836 a quello di Corvey nei pressi di Höxter, nell'odierna Renania Settentrionale, che divenne nel medioevo un importante centro di culto del martire. Nel diciassettesimo gran parte delle reliquie scomparvero da Corvey/Korway e furono disperse in tutta Europa: oggi ci sono più di un centinaio di cittadine che vantano di possedere reliquie o frammenti del santo, tra le quali Mazara del Vallo dove si trovano un braccio ed  un osso della gamba.Apparentemente non vi è alcun legame tra San Vito e la birra, tranne un proverbio tedesco secondo il quale "se piove nel giorno di San Vito, all'orzo non fa bene".La birra.Vitus è una Weizenbock, ed é una delle ultime arrivate in casa Weihenstephan, avendo debuttato solamente nel 2007, inizialmente disponibile solamente nel periodo dello Starkbierzeit  (delle "birre forti") che coincide con la quaresima, durante il quale i frati utilizzavano questa forma di pane liquido come sostentamento al posto del cibo. Oggi viene prodotta tutto l’anno. I geeks di Ratebeer la eleggono ottava miglior doppelbock al mondo, e tra le tedesche viene sorpassata solamente da due eccellenze di Schneider che le sono però abbastanza diverse: Aventinus e Tap 5 Meine Hopfen-Weisse. Nel bicchiere arriva dorata, leggermente pallida e velata, con un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca dall’ottima persistenza. Al naso, pulito e di buona intensità, troviamo la classica banana e le note speziate di chiodo di garofano; in sottofondo profumi di miele, cereali e crosta di pane, con qualche accenno di pasticceria. Il percorso procede in rigorosa linea retta al palato, con identica pulizia e ottima intensità:  banana, miele, pane e un po’ di canditi formano una bevuta dolce completamente priva di amaro, che viene tuttavia bilanciata dalle note acidule del frumento e vivacizzata da una delicata speziatura. L’alcool è morbido e molto ben dosato, irrobustendo la birra senza intaccare assolutamente la facilità di bevuta che viene agevolata da una sensazione palatale tipicamente tedesca, ovvero mirata a prediligere sempre e comunque la scorrevolezza. Nel retrogusto, corto e dolce di banana e canditi, una nuova carezza etilica. Pulita e impeccabilmente eseguita, caratterizzata da quella chirurgica precisione bavarese che per alcuni è un punto di riferimento e per altri è forse noiosamente eccessiva. Rimane in ogni caso una Weizenbock assolutamente soddisfacente ogni qual volta abbiate voglia di bere un classico. Mi accorgo ora di averla già ospitata cinque anni fa, in modo più approssimativo e meno prolisso: posso dire di essere completamente d’accordo a metà con quanto scritto a quel tempo.Formato: 50 cl., alc. 7.7%, IBU 17, lotto 13:01, scad. 12/12/2016, 2.15 Euro (drink store, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Vanderghinste Oud Bruin

Risale al maggio 1892 la fondazione del birrificio nei locali di una fattoria acquistata da Remi Vander Ghinste, allora sessantaduenne, per il proprio figlio ventitreenne  Omer  nel villaggio di Bellegem, dintorni di Kortrijk. Omer sposa nel 1900 Marguerite Vandamme, figlia di un birraio di Kortrijk:  la sua consulenza è preziosa per migliorare l’unica birra prodotta allora chiamata Ouden Tripel  (oggi VanderGhinste Oud Bruin), mentre  Marguerite si occupa  di allestire un café facendo incidere il nome del marito su tutte le vetrate. Pare che sia questo il motivo del perché tutti i discendenti di Omer Vander Ghinste portino almeno in parte il nome del padre (Omer-Jean, Omer III): evitare di dover spendere denaro per sostituire le finestre! Qualche anno dopo Marguerite eredita dal nonno la Brasserie Le Fort di Kortrijk, che viene chiusa nel 1911 per concentrare tutta la produzione a Bellegem; gli anni 30 vedono gli inizi delle basse fermentazioni con la nascita della Ghinst Pils e della Bockor. Gli attuali edifici della Brouwerij Omer Vander Ghinste risalgono alla ricostruzione post-bellica del 1947, con il successivo ampliamento del 1964 durante il quale la malteria fu smantellata per installare altri tini di fermentazione ed una nuova linea d’imbottigliamento. Nel 1972 si ricominciano a produrre  fermentazioni spontanee, interrotte prima della seconda guerra mondiale; nasce il Jacobins Gueuze Lambic, ma quasi contemporaneamente (1977)  il birrificio cambia il nome in Brouwerij Bockor per sfruttare il successo e la popolarità della gamma a bassa fermentazione.  Negli anni ’80 arrivano Jacobins Kriek  (1983) e  Jacobins Framboise (1986) ma è solo in tempi molto recenti che la produzione di birre acide a fermentazione spontanea e mista ha subito un forte aumento grazie alle richieste del mercato statunitense: nel 2012 viene lanciata la Cuvée des Jacobins, un lambic maturato 18 mesi in botti di legno e lo scorso anno il birrificio ha acquistato due nuovi Foeders da 150 hl cadauno per aumentare la capacità produttiva. Nonostante questo il 70% della produzione Bockor, ancora di proprietà di un Omer Vander Ghinste alla quinta generazione di discendenti, è ancora dedicato alle basse fermentazioni (Bockor Blauw e Bockor Pils); in crescita è la domanda domestica per la Strong Ale (8%) chiamata Omer.La birra.Vanderghinste Oud Bruin, ovvero la prima birra prodotta nel 1892 dal birrificio di Omer Vander Ghinste; difficile sapere se sia davvero uguale a quella di 124 anni fa che nel corso del tempo ha assunto, tra gli altri, il nome di Ouden Tripel,  VanderGhinste Rood Bruin e  Bellegems Bruin. Nel 2012 per festeggiare i 120 anni del birrificio le viene dato il nome attuale, con la nuova bella etichetta che riproduce un manifesto pubblicitario del 1920. Tecnicamente si tratta di un blend di lambic invecchiato almeno 18 mesi in foeders di legno (35%) e di birra fresca (65%); se v’interessano i concorsi, ai World Beer Awards è stata votata “World's Best Dark Beer 2015” e  “Europe's Best Oud Bruin 2014”.Splendida e sensuale nel bicchiere, di color ambrato infuocato di rosso rubino; la schiuma ocra è finissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso legno, frutti rossi aspri (ribes, marasca) e dolci (ciliegia, mela matura), lontane suggestioni di vaniglia si scontrano con le note lattiche e funky. La componente acetica è presente ma è piuttosto leggera e ben mascherata. Al palato è leggera e molto scorrevole, con poche bollicine ed una sensazione generale morbida e gradevole. Il gusto è ancora più mansueto rispetto ad un aroma che già non osava troppo: anche qui c'è l'asprezza di ribes, marasca, mela e uva acerba, ci sono lattico e acetico ma sono ben addomesticati dal dolce del caramello, della ciliegia e dei frutti di bosco maturi; la bevuta risulta molto meno "funky" dell'aroma e nel complesso bilanciata dal rapido succedersi di dolce ed aspro che si equilibrano a vicenda entrando ed uscendo di scena a più riprese. Il legno è sempre presente in sottofondo, la bevuta sfocia in un finale leggermente tannico e risulta alla fine molto secca e dissetante, soprattutto se bevuta ancora fresca di frigo. Molto pulita, non ha una grande complessità/profondità/personalità ma sa comunque farsi volere molto bene, sopratutto se vi capita di berla in un'assolata giornata d'estate. Una birra acida abbastanza docile e secondo me accessibile anche a chi non ha dimestichezza con lo stile: se volete muovere i primi passi nel mondo delle Oud Bruin e non sapete da dove cominciare, fateci un pensiero.Formato: 25 cl., alc. 5.5%, scad. 07/07/2016, 1.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.