DALLA CANTINA: Extraomnes Quadrupel 2018 vs 2013

Sembra ieri ma sono già passati otto anni. Correva l’anno 2010 e debuttava uno dei birrifici italiani più attesi al varco: Extraomnes capitanato dal sanguigno Luigi “Schigi” D'Amelio. Blond, Saison, Bruin e Tripel  le birre scelte per iniziare un percorso che vide, per le festività natalizie dello stesso anno, l’arrivo della Kerst:  “qui pensiamo di fermarci per un bel po’, ci concentreremo per migliorare sempre di più queste piuttosto che ad allungare la lista delle referenze”. Così dichiarava D’Amelio in un intervista a Cronache di Birra, ma a pochi mesi di distanza, nella primavera del 2011, fu presentata all’Italian Beer Festival di Milano una birra destinata a diventare in poco tempo uno dei grandi successi del birrificio di Marnate, Varese:  la Zest. Nello stesso anno arrivarono anche la imperial stout al caffè Donker e, a Natale, la prima Kerst Reserva. Facciamo ora un salto in avanti nel tempo, tralasciamo altre novità arrivando al 2013 quando il birrificio festeggiava la cotta numero 200. Le celebrazioni per la numero cento erano state affidate alla Hond.erd, ma questa volta a Marnate decisero di fare le cose più in grande andando a colmare un importante vuoto nella gamma di un birrificio che si rispecchia nella tradizione belga: quella delle grandi Belgian Strong Dark Ales, o Quadrupel che dir si voglia. Una birra celebrativa ma non solo, come riportava a suo tempo il blog Varesenews: “vogliamo che la Quadrupel entri nella produzione standard; ovviamente aspettiamo il responso del mercato ma da questa birra ci attendiamo molto”.  Così è stato oggi la Quadrupel è una presenza fissa anche alle spine dei due locali di Extraomnes:  il Bier & Cibo a  Castellanza (Varese) e l’ultimo nato a Savona.La birra.Come ogni Quadrupel che si rispetti anche quella di Extraomnes  dovrebbe essere una buona candidata per passare del tempo in cantina. Mesi, anni? A voi la decisione e la scelta di correre il rischio che ogni invecchiamento porta inevitabilmente con sé.  Ho voluto oggi mettere a confronto una delle prime bottiglie prodotte nel 2013 con una nata all’inizio di quest’anno. Partiamo con la Quadrupel 2018 (9.3%) che si presenta vestita con la classica tonaca di frate (cappuccino, per i pignoli) la cui torbidità è illuminata da bagliori rossastri; la schiuma non è particolarmente generosa ma è cremosa, compatta ed ha una discreta ritenzione. Il naso è ricco, dolce, piacevolmente complesso: uvetta e datteri, prugna,  pera, miele e biscotto, caramello e zucchero candito, qualche accenno di pasticceria, una delicata speziatura infusa dal lievito trappista. La bevuta è perfettamente coerente con l’aroma anche se risulta un po’ meno definita e seducente:   il dolce è ben attenuato e bilanciato da un lieve amaro finale nel quale convivono note di frutta secca a guscio e delicate tostature, il congedo è un morbido e caldo ricordo etilico di frutta sotto spirito. Gran bel naso, interessante e complesso,  bevuta che forse non mantiene tutte le aspettative ma che rimane di ottimo livello. Alcool abbastanza ben gestito ma piuttosto evidente in alcuni passaggi.La Quadrupel 2013 è visivamente più torbida della 2018  ed è sporcata da piccolissime particelle di lievito in sospensione; la schiuma  fa molta fatica a formarsi e si dissolve molto rapidamente. Dopo cinque anni in cantina l’aroma non regala piacevoli note ossidative che portano alla mente vini marsalati e liquorosi: scomparse le spezie, sono protagonisti gli esteri fruttati (prugna, uvetta, fico), lo zucchero candito e il caramello. Il naso è gradevole ma per eleganza ed ampiezza dello spettro aromatico la mia preferenza va alla bottiglia più giovane. Al palato la birra risulta molto morbida e tutti gli elementi molto ben amalgamati tra di loro; l’alcool è meno in evidenza ma la bevuta è ancora potente e vigorosa. Dominano prugna e uvetta ma numerose sono le suggestioni di vino fortificato e liquorose; anche in questa bottiglia il dolce è molto ben attenuato e bilanciato da leggere tostature ed è un piacere abbandonarsi alla lunga scia etilica che accompagna ogni sorso. Questa “vecchietta” di cinque anni è ancora in ottima forma anche se più mansueta rispetto alla giovane nipote: ogni spigolo è stato smussato e per quel che mi riguarda vince il confronto. E’ davvero un piacere passare una serata assieme a lei, come ad ascoltare il racconto dei nonni su di un tempo che non c’è più ma che sembra essere sempre più affascinante di quello in cui viviamo oggi.Il verdetto? Lasciate qualche anno in cantina questa Quadrupel e lei saprà ricompensarvi. Nel dettaglio:Quadrupel 2018, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 015 18, scad. 01/01/2020  Quadrupel 2013, 33 cl., alc. 9,3%, lotto 136 13, scad. 31/05/2016Prezzo indicativo 4.00-5.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog Rocky Mountain DORIS

Ammetto il mio debole per le imperial stout di  Hoppin’ Frog, birrificio guidato dal 2006 da Fred “la rana” Karm ad Akron, Ohio.  BORIS The Crusher, DORIS The Destroyer  e TORIS The Tyrant rappresentano per me una delle massime espressioni dello stile: pochi fronzoli, tanta sostanza, e lontane dall’ondata di birre-dessert che ha invaso negli ultimi tempi il mondo della birra artigianale, soprattutto americana. BORIS viene prodotta dal 2006 ed è la birra che ha portato a Karm i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival, contribuendo in maniera decisiva al successo di Hoppin’ Frog:  le sue sorelle maggiori DORIS e TORIS non sono da meno.Giusto sfruttarne il successo realizzando quelle molteplici varianti che rappresentano uno strumento indispensabile per assecondare la sete di novità dei beer geeks: in questa occasione avevamo passato in rassegna quelle di BORIS; per quel che riguarda DORIS il proliferare è stato meno evidente. Oltre a tre diversi invecchiamenti (Barrel Aged DORIS, Barrel Aged DORIS Royale e Rocky Mountain DORIS) abbiamo le derive Marshmallow DORIS e Peanut Butter DORIS, avvistate sporadicamente solo alle spine della taproom.La birra.Fred  Karm è notoriamente molto restio nel divulgare informazioni sulle proprie birre e quindi nulla sappiamo sulla ricetta di DORIS; non è neppure mai stata rivelata la provenienza delle botti di whiskey (Heaven Hill?, si mormora) utilizzate per produrre la versione “standard” della Barrel Aged DORIS.  Nel 2016 Hopping Frog ha comunque messo in vendita due nuove edizioni “Rocky Mountain” di BORIS e DORIS, realizzate con botti ex-whiskey single malt provenienti, come il nome suggerisce, dal Colorado. Rocky Mountain DORIS debutta al birrificio il 14 maggio 2016 con, garantisce Karm, un “carattere molto più assertivo rispetto alla nostra standard Barrel-Aged D.O.R.I.S. Questa versione è una dimostrazione di come lavoriamo duro per dare ai nostri clienti solo il meglio”.   DORIS è vestita completamente di nero ma come al solito ad impressionare è il colore scuro e minaccioso della propria schiuma che, in questa versione, ha una discreta ritenzione. Il naso è ricco e caldo, avvolgente: il whisky bagna delicatamente fruit cake, cioccolato, toffee, prugne e uvetta, tostature e qualche accenno di vaniglia. La sensazione palatale è oleosa e densa, ma leggermente meno morbida e “delicata” (per quanto può essere una imperial stout da 10.5%) della versione non barricata. Potente ed esuberante, bilanciata e non priva di una certa eleganza: nessuna sorpresa nel bicchiere, anche questa versione di DORIS regala grandi soddisfazioni a colpi di melassa, fruit cake, vaniglia, cioccolato e frutta sottospirito; l’amaro delle tostature e qualche ricordo di caffè viene enfatizzato dalla generosa luppolatura. Lascia una calda, lunga e morbida scia etilica ricca di whisky, legno e frutta sotto spirito. Il modus operandi è sempre quello: comodi in poltrona, bicchiere tra le mani, sorseggiare in tutta tranquillità, riscaldati e coccolati. I due anni dalla messa in bottiglia l’hanno ammorbidita e resa un po’ più mansueta: amaro, tostature ed alcool sono molto ben amalgamati tra di loro e nessuno cerca di prevalere. Livello alto e, anche se impegnativa, delizia per il palato e piacere per i sensi. Formato 65 cl., alc. 10.5%, imbott.05/2016, prezzo indicativo 19,00-27,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Electric Bear Above the Clouds IPA & Inspector Remorse Porter

Liquidata nel 2012 la propria società di informatica, Chris Lewis ha deciso d’investire 300.000 sterline per trasformare l’hobby dell’homebrewing in una professione.  Nell’estate del 2015 nella bella Bath,Somerset inglese, nasce il birrificio Electric Bear: 450 metri quadrati in un edificio industriale (curiosamente chiamato The Maltings) nel quale ha trovato posto un impianto da 23 ettolitri. Il nome scelto è un tributo al vecchio birrificio Bear che ha operato nella stessa area sino all’aprile del 1942, quando fu distrutto da un bombardamento tedesco. I maligni vociferano che le produzioni casalinghe di Lewis non fossero granché: che sia vero o no, per avviare il birrificio viene assunto Guillermo Alvarez giovane birrario predestinato. Suo nonno era uno dei proprietari del Gruppo Modelo in Messico (quelli della Corona, per intenderci) e suo zio possiede tre birrifici (BridgePort  in Oregon, Trumer in California e Spoetzl in Texas) nonché un distributore di birra negli Stati Uniti. Tra le precedenti esperienze professionali di Alvarez nel Regno Unito si sono St Austell e Rebel Brewing in Cornovaglia. All’agenzia media Clarity viene affidata la campagna #BuildingaBrewery che documenta su tutti i social media la costruzione e il debutto del birrificio: “mi ha facilitato il lavoro, era come se i clienti mi stessero già aspettando – dice  Justin Roberts, Electric Bear sales manager – ci avevano visto su Twitter ed erano già ansiosi di conoscere le nostre birre”. Il birrificio festeggia il primo compleanno aggiungendo due fermentatori da 4000 litri e aumentando il ritmo da due a quattro cotte la settimana per poter soddisfare tutta la domanda; la Milk Stout Mochachocolata Ya Y0, la Heisenberg Doppelbock e la lager alla segale SamuRye portano a casa medaglie ai World Beer Awards del 2016.  Nello stesso anno viene anche inaugurata la taproom dove viene attivato lo Speidel Braumeister da 20 litri un tempo usato da Lewis nel proprio garage di casa: a lui il compito di produrre birre sperimentali e in esclusiva per la taproom, aperta sabato e domenica da mezzogiorno alla sera.  Tutti i giorni è comunque possibile recarsi in birrificio per acquistare direttamente bottiglie, lattine e merchandising. A gennaio del 2017 Alvarez viene sostituito dal nuovo head brewer Ian Morris, proveniente da Arbor Ales e Bingham Brewery: assieme al nuovo birrario arrivano anche le prime lattine, formato ormai imprescindibile per competere nella scena UK. In quasi tre anni d’attività sono già state commercializzate un centinaio di diverse etichette.Le birre. Debutta nel febbraio del 2017 la Above the Clouds (6.2%) una IPA che il birrificio promette essere poco amara, morbida e più facile da bere di un succo di mango. La ricetta prevede malti Pale e Cara Light, frumento, luppoli Summit, Citra e Chinook. Il suo colore è dorato e piuttosto velato, la schiuma generosa schiuma candida è compatta e mostra buona ritenzione.  Ananas, arancia, lime, litchi e mango formano un aroma pulito e di buona intensità anche se non troppo definito. Le premesse comunque positive non vengono completamente soddisfatte al palato: gli elementi in gioco sono sempre gli stessi ma l’intensità subisce un calo, soprattutto per quel che riguarda la componente fruttata. C’è poca secchezza e non metterei la mano sul fuoco del diacetile, ma l’impressione c’è: l’amaro è abbastanza intenso ma di breve durata, l’alcool non è in evidenza ma potrebbe essere celato maggiormente. Nel complesso è una IPA discreta ma ancora poco definita, la bevuta è piacevole ma risulta un po’ anonima e priva di personalità. Difficile ricordarsela in un mercato sempre più affollato di birre più o meno simili. Passiamo ora alla Inspector Remorse (4.7%), prima Porter prodotta dal birrificio di Bath:  il nome “ispettore rimorso” è abbastanza singolare ma non sono riuscito a capire se dietro a questa scelta ci sia un riferimento cinematografico, musicale o cos’altro.  Non ci sono ingredienti aggiunti ma il birrificio asserisce di aver prodotto una specie di biscotto (digestive) al cioccolato in forma liquida; la ricetta elenca malti Pale, Chocolate, Biscuit, Crystal, avena, frumento e luppolo Willamette. Nel bicchiere si presenta di color ebano, la schiuma è cremosa, compatta ed ha buona persistenza. Annusando il bicchiere “alla cieca” punterei sicuro su di una Brown Ale: affiorano profumi di biscotto e pane nero, frutta secca, caramello, qualche remoto accenno di frutti di bosco e di caffè. Nonostante l’utilizzo di avena Electric Bear realizza una Porter che asseconda la sua gradazione alcolica quasi sessionabile, puntando a scorrere veloce senza nessun impedimento. Il gusto è invece molto più “in stile” e offre una buona intensità nella quale caramello e tostature trovano un ottimo equilibrio per supportare l’amaro del caffè  (e mi ritrovo perfettamente con la descrizione dell’etichetta) estratto a freddo. Il percorso va poi via via scemando in un finale meno amaro nel quale si fanno strada biscotto e cioccolato: pulizia ed equilibrio non mancano in una bevuta facile ma non banale, piuttosto gradevole. Una birra ben riuscita, ha quella personalità che manca alla IPA, ma secondo me si potrebbe osare ancora un po’ di più.Nel dettaglioAbove the Clouds IPA, 44 cl., alc.6,2%, lotto 1193, scad. 10/04/2019, prezzo indicativo 6,00 euro (beershop) Inspector Remorse, 44 cl., alc. 4,7%, lotto 1191, scad. 03/04/2019,  prezzo indicativo 6,00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Stijl Russian Imperial Stout

Con un impianto Speidel da 50 litri in una stanza di soli otto metri quadrati il birrificio Stijl è sicuramente tra i più piccoli in attività nei Paesi Bassi; lo inaugurano ad Almere nel gennaio del 2016 Raymond Geraads, la moglie Anneke Geraads-Broeren e l’amico nonché vicino di casa Robin de Winter. Raymond, pilota civile, ha partecipato come giudice birrario in diversi concorsi regionali e viene da cinque anni di homebrewing nel corso dei quali ha racimolato diversi premi con il proprio impianto casalingo “De Bolle Beer”; Robin è invece cuoco e lavora nell’horeca/catering. Quattro sono le birre con le quali Brouwerij Stijl  decide d’iniziare il proprio percorso:  Saison, Wheat Ale, Double India Pale Ale e Russian Imperial Stout. Il nanobirrificio nasce essenzialmente dalla necessità di poter vendere commercialmente le birre prodotte in casa, ma a colpi di cinquanta litri alla volta non è ovviamente possibile far molta strada. Ben presto le ricette vengono eseguite su scala maggiore presso la Berging Brouwerij, a cinquanta chilometri di distanza. L’impianto da cinquanta litri, rinominato Stijl Bierlab, viene utilizzato per testare le nuove ricette o realizzare birre sperimentali/occasionali su piccola scala: la prima Bierlab ad essere commercializzata è stata una Milkshake IPA, disponibile in ben 24 bottiglie. Internet non abbonda d’informazioni sul birrificio Stijl, ma da quanto ho capito all’inizio del 2017  Robin de Winter ha lasciato la società che è ora gestita solamente dai coniugi Geraads: Raymond in sala cottura, Anneke alle prese con la parte amministrativa e quella creativa, sia che si tratti di ricette, etichette o di social media.  La birra.Imperial Stout prodotta con sale marino e vaniglia: lo ammetto, in linea di principio non l’avrei presa in considerazione in quanto l’abbinamento tra i due ingredienti non mi pare particolarmente invitante. Mi è sfuggito quel “zeezout” (sale marino) su di un etichetta che annovera malti Pale Ale, Chocolate, Special B, Crystal , orzo tostao, luppolo Columbus e vaniglia. Nel bicchiere si presenta vestita di nero, la poco generosa schiuma è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Al naso arrivano profumi di fruit cake, vaniglia, orzo tostato, tabacco, un filo di fumo; pulizia e finezza non sono esemplari ma l’intensità è piuttosto buona.  Le bollicine sono fini ma un po’ troppo presenti e disturbano quella che sarebbe una sensazione palatale oleosa con un corpo medio-pieno. Il gusto? Segue con buona corrispondenza l’aroma riproponendone le caratteristiche: c’è intensità ma eleganza e precisione scarseggiano un po’ e i passaggi sono un po’ bruschi: il risultato è un agglomerato gradevole nel quale si riconoscono caramello e fruit cake, vaniglia, frutta sotto spirito. Il carattere tostato/torrefatto si fa più evidente nella seconda parte della bevuta, quando emerge anche una leggera nota salina/salmastra. L’alcool (10%) riscalda senza fare male e il percorso si chiude con l’amaro intenso di tostature e fondi di caffè, sospinto da una generosa luppolatura e “sporcato” da qualche frammento di cenere.  Sale e vaniglia evitano lo scontro entrando in scena in momenti diversi: l’imperial stout di Stijl è apprezzabile nelle intenzioni, un po’ meno nell’esecuzione, discreta e non memorabile. Formato 33 cl., alc. 10%, scad. 01/05/2019, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Bavaria 8.6 IPL

Ha di recente cambiato nome in Swinkels Family Brewers, ma è a tutti meglio nota come Bavaria: secondo maggior produttore olandese di birra dietro al colosso Heineken nonché una delle più grandi malterie europee. Un fatturato di circa 700 milioni di euro, due terzi dei quali provenienti dall’export in Europa (Belgio, Francia e Italia soprattutto) e in Etiopia. La famiglia Swinkels controlla Bavaria da sette generazioni: le prime evidenze documentate risalgono al 1680 quando Dirk Vereijken possedeva un birrificio a Lieshout, poi passato nelle mani delle sue tre figlie. L’ultima, Brigitta Moorrees, sposò nel 1764 Ambrosius Swinkels e assieme ottennero il controllo di un birrificio che da allora è nelle mani della stessa famiglia. Il nome Bavaria venne utilizzato a partire dal 1923 quando il birrificio si specializzò nella produzione di quelle lager a bassa fermentazione che dominavano il mercato: all’inizio della seconda guerra mondiale la produzione annua toccò i 40.000 ettolitri distribuiti in quasi ogni regione dei Paesi Bassi. E’ solamente all’inizio degli anni ’70 che Bavaria iniziò a guardare al di fuori dei confini nazionali: Europa ma anche paesi islamici, grazie all’introduzione della prima birra analcolica. Negli anni 80 la produzione aveva già raggiunto il milione di ettolitri: il 2017 si è chiuso a quota 7.500.000 grazie a tre siti produttivi nei Paesi Bassi, due in Belgio e uno in Etiopia. Oggi gli Swinkels operano attraverso una serie di marchi: oltre a Bavaria abbiamo Cornet, Swinckels', 8.6 Original, Habesha, Arthur's Legacy, Estaminet, Claro, Bock, Hollandia, Kroon e Landerbräu, ma non solo. Nel 1998 fu stipulato un accordo con i monaci trappisti di Koningshoeven per la produzione e la distribuzione del marchio La Trappe; venendo a mancare uno dei requisiti fondamentali per il riconoscimento di “birra trappista” (la produzione, o almeno il suo controllo, da parte di monaci trappisti), la International Trappist Association ordinò dalle etichetta la rimozione del logo “Authentic Trappist Product“. I monaci ottennero il diritto a riutilizzarlo solo nel settembre 2005 dopo aver dimostrato di aver ripreso il controllo del processo produttivo all’interno del monastero. Nel 2015 gli Swinkels hanno acquistato il 35% del birrificio olandese De Molen per una partnership focalizzata sulla distribuzione nel BeNeLux: “per un piccolo birrificio non è facile vendere la birra nei Paesi Bassi  – ha tagliato corto Olivier Menno, che detiene ancora la maggioranza assieme a  John Brus – e se non hai una rete distributiva puoi creartene una, ma è costoso”. Arriviamo così al 2016 quando Bavaria ha acquistato il 60% del birrificio belga Palm (e quindi anche Robenbach, Steenbrugge e Brugge Tripel); è qui dove viene prodotto oggi il marchio Urthel, acquisito nel 2012 assieme al microbirrificio De Leyerth di Hildegard Overmeire.La birra.Il marchio 8.6, nato con la prima Strong Lager dalla corrispondente gradazione alcolica in percentuale, è andato via via espandendosi con la 8.6 Black (7.9%), la 8.6 Gold (6.5%), la 8.6 Extreme (10.5%) e la 8.6 Red (7.9%). Lo scorso marzo alcuni mercati europei hanno visto il lancio della 8.6 IPL – India Pale Lager (7.0%) la cui pubblicità redazionale recita:  "profumatissima  e fresca, l’ultima  novità del Gruppo Bavaria risponde alle richieste di un consumatore sempre più consapevole, attento e desideroso di sperimentare nuovi stili di birra. Ispirandosi alla IPA – India Pale Ale, di cui mantiene il carattere luppolato intenso e la naturale ricchezza aromatica, 8.6 IPL è caratterizzata dalla bassa fermentazione tipica delle lager, che la rende meno amara e più facile da bere (sic!). Grazie alla tecnica di fermentazione tipica delle lager infatti, 8.6 IPL risulta non solo più rinfrescante e amabile, ma anche priva del difficile retrogusto tipico della IPA. Prodotta con malto  di  frumento e  malto  d’orzo,  8.6  IPL ha  un  piacevole retrogusto agrumato e fruttato  grazie ai luppoli Citra e Calypso, che esaltano il suo carattere esclusivo e unico.” Ma quello a cui non ho colpevolmente fatto caso è la  texture polisensoriale della lattina “che esalta il vero protagonista di questa birra: il luppolo. Stampato con inchiostro termico sulla parte frontale della lattina, il fiore di luppolo cambia colore e diventa verde quando si raggiunge la perfetta temperatura di servizio (7°)”. Dorata e limpida, forma nel bicchiere un impeccabile cappello di candida schiuma  compatta e cremosa. L’aroma non è particolarmente intenso ma, benché privo di fragranza, risulta pulito: pane, crackers, qualche traccia di agrumi, soprattutto arancia. Un biglietto da visita poco entusiasmante che rimane tuttavia la parte migliore di questa 8.6 IPL.  La bevuta scende ulteriormente d’intensità e si risolve in una mediocre lager industriale dolciastra e lievemente burrosa nella quale c’è qualche traccia di marmellata d’agrumi. Le manca secchezza ma quello che non si fa mancare è il classico "colpo d’alcool” tipico della gamma “strong” 8.6: chi le ha provate saprà a cosa mi riferisco; il percorso termina debolmente con un amaro erbaceo abbastanza corto, subito incalzato da un retrogusto dolciastro che vuole tenere a distanza quel “difficile retrogusto tipico della IPA”.   Aroma complessivamente accettabile, gusto poco intenso e poco piacevole: per gli stessi soldi meglio virare sulla  IPA della Faxe. Mi spiace, ma per quel che mi riguarda la 8.6 IPL può restarsene tranquillamente dov’è, sullo scaffale del supermercato.  Formato 50 cl., alc. 7.0%, lotto CBLG 50153 R, scad. 01/02/2019, prezzo indicativo 1,59 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Prairie Birthday Bomb!

2012, anno di fondazione di Prairie Artisan Ales. 2013, anno in cui il birrificio di Tulsa (Oklahoma) fondato dai fratelli Healey realizza una delle birre che hanno maggiormente contribuito a renderlo famoso: è la Bomb!, massiccia imperial stout prodotta con chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho. A quel tempo l’hype tra i beergeeks americani era alto e molti di loro si ritrovavano in fila  ad acquistarne una cassa il giorno della messa in vendita  per poterla bere o scambiare con altre birre ugualmente ricercate.  “E’ stata una bomba che ci è esplosa addosso – ammise  Chase Healey in quel periodo – è famosa in tutti gli Stati Uniti e non riusciamo a soddisfare le richieste”. La produzione di Bomb! è piano piano aumentata e l’hype è di conseguenza sceso; nel 2016 i fratelli Healey hanno ceduto il marchio Prairie alla Krebs Brewing Co.,  birrificio che aveva sino ad allora prodotto quasi tutte le birre Prairie e la produzione è ulteriormente cresciuta al punto che  oggi la birra è reperibile con relativa facilità nel continente europeo. Una birra di successo, soprattutto se una imperial stout, porta inevitabilmente la nascita di numerose figliastre: nel caso della Bomb! ce ne sono circa una decina, le più famose delle quali sono Christmas Bomb!  (spezie natalizie), Pirate Bomb! (invecchiata in botti ex-rum), Barrel-Aged Bomb! (botti whiskey) e le varie Deconstructed Bomb. A Maggio 2016 per celebrare il terzo compleanno della Bomb! viene annunciata la Birthday Bomb!: ai classici ingredienti (chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho) s’aggiunge una nuova e speciale “salsa di caramello”.  Lo scorso anno la Birthday Bomb! è stata nuovamente replicata in primavera, ed è questa che andiamo ad assaggiare.La birra.Nel bicchiere non è nera ma poco ci manca: la piccola schiuma è cremosa e compatta ma abbastanza rapida nel dissolversi.  Il suo aroma non è esattamente una “festa di compleanno” ma presenta un discreto livello di intensità ed eleganza: gli ingredienti dichiarati ci sono tutti, con il caffè protagonista indiscusso affiancato da vaniglia, cioccolato e peperoncino. La sensazione palatale è invece un po’ deludente: non vorrei ripetere il solito ritornello del “non è più quella di una volta” ma mi sembra che da quando Prairie è stata ceduta alla Krebs le imperial stout si siano un po’ "assottigliate". Gli impianti che le producono sono sempre gli stessi, il mouthfeel è leggermente cremoso ma le manca un po’ di viscosità a rendere l’esperienza davvero entusiasmante. Neppure il gusto è impeccabile: la bottiglia ha un anno di vita sulle spalle e probabilmente ha passato tempi migliori. C’è troppa liquirizia ad accompagnare caramello e vaniglia, cioccolato e caffè; nel finale emerge senza esagerare il peperoncino, il cui calore si mescola a quello del alcool, il cui 13% era sino ad allora rimasto piuttosto mansueto. Bene ma non benissimo, mi verrebbe da dire: la Birthday Bomb si beve con soddisfazione ma pulizia ed eleganza potrebbero essere molto più elevate. Considerazioni simili erano già emerse per la sorella Prairie Paradise.Formato 35.5 cl., alc. 13%, lotto 13172CM1 17104 15117, prezzo indicativo 10-13 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Abnormal Boss Pour IPA

Per parlare di birra oggi dobbiamo iniziare dal vino: è il 2012 quando the giovani californiani ex compagni alla Poway High School fondano la Abnormal Wine Company nel Rancho Bernardo, una quarantina di chilometri a nord di San Diego. Sono Matthew DeLoach, Elvin Lai e James Malone: “volevamo allontanarci da quello snobismo che spesso accompagna il vino e proporlo in un contesto più amichevole e informale: anormale”. I tre creano il proprio marchio di vino offrendolo in degustazione in un locale all'interno del Rancho Bernardo Business Park: “poco dopo aver aperto la tasting room ci accorgemmo che all’ora di cena la maggior parte dei clienti andava via. Avevamo bisogno di offrire loro anche qualcosa da mangiare”.  Nei locali adiacenti nasce così il ristorante-bar Cork & Craft, 150 posti a sedere e menù elaborato dal cuoco Mike Arquines, anche proprietario della Mostra Coffee, nome che forse molti appassionati di birra ricorderanno. Ai clienti vengono anche offerte delle cene con vini e birre in abbinamento: per l’occasione viene reclutato come consulente Derek Gallanosa, ex-homebrewer , a quel tempo nel team dei birrai del birrificio Karl Strauss di San Diego e anche docente alla San Diego State University nel corso “Business of Craft Beer”: un personaggio abbastanza noto nella scena brassicola della città californiana.  L’iniziativa ha grande successo, San Diego è uno dei paradisi della Craft Beer e Abnormal decide di affiancare alla produzione del vino e al ristornate anche un birrificio, tutti riuniti sotto lo stesso tetto. Nell’aprile 2015 ci sono grandi aspettative tra gli appassionati di San Diego per il debutto di Abnormal Beer Company, guidata in sala cottura proprio da Derek Gallanosa che lascia la Karl Strauss per guidare l’impianto da 12 ettolitri. Non passano neppure dodici mesi e Abnormal annuncia un piano di espansione da un milione di dollari: lattine (debutto avvenuto nella  primavera 2017)  e altri fermentatori per portare la capacità produttiva dagli 800 ettolitri del 2016 ad un potenziale di 5800.  Un nuovo magazzino da 1000 metri quadri a poche centinaia di metri di distanza consente anche d’iniziare un programma di barrel aging:  al di la delle classiche West Coast IPA, Abnormal costruisce il suo successo grazie a potenti imperial stout prodotte con gli ingredienti tanto amati dai beergeeks: caffè, cioccolato, vaniglia, peperoncino e sciroppo d’acero. Il birrificio si auto distribuisce nelle zone di San Diego, Los Angeles, San Jose, San Francisco e Seattle; abbastanza “inusuale” (Abnormal!) è invece l’export: oltre a Singapore e Danimarca, potete trovare sempre le birre nella succursale coreana (!) Taphouse and Cantina una decina di spine che spesso ospitano anche altri birrifici americani. Lo scorso agosto Derek Gallanosa ha tuttavia dato le dimissioni e per motivi “di cuore” si è trasferito più a nord, a Sacramento, dove ha fondato la Moksa Brewing Company assieme a Cory Meyer, ex birraio della New Glory Craft Brewery. Alla Abnormal è arrivato il birraio Nyle Molina, esperienze precedenti presso  Funky Buddha e Green FlashLa birra. “Vi sentite un boss?  Lo sarete quando aprirete questa West Coast Style IPA”: questo il modo in cui Abnormal annuncia la Boss Pour IPA, una delle tre birre (assieme alla Mostra Mocha Stout e alla 5PM Session IPA) di maggior successo. La ricetta prevede malti inglesei e americani a supporto di una generosa luppolatura di  Cascade, Simcoe, Nugget, Citra e Mosaic. Ha debuttato ad aprile 2016. E’ una West Coast IPA piuttosto velata per gli standard di San Diego, anche se non raggiunge gli estremi torbidi del New England: la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta, con una discreta persistenza. A due mesi e mezzo dalla messa in lattina l’aroma ha probabilmente perso un po’ d’intensità ma è comunque ancora piuttosto gradevole e fresco: ananas, mango, arancia, mandarino e pomplemo fanno compagnia al “dank” tipici della West Coast. Eleganza e pulizia rispondono presente all’appello. La sensazione palatale è ottima ed il gusto non delude le attese delineando una WC IPA molto ben fatta; pane e crackers sostengono un profilo fruttato dolce che ripropone l’aroma ed è poi incalzato da un bel finale amaro, lungo e pungente, nel quale esplodono tutta la resina e il “dank” dell’area di San Diego. Una gran bella birra, fatta come piacciono a me: secca, pulitissima e bilanciata (ovvero fruttata senza arrivare al succo di frutta, amara senza asfaltare il palato) con pochi elementi ma disposti nel modo giusto. A voler esser rompiscatole qualche inevitabile lieve cedimento dovuto al viaggio intercontinentale s'avverte ma in questo caso si può tranquillamente chiudere gli occhi e godere di una birra ancora in ottima salute.Formato: 47,3 cl., alc. 7%, IBU 55, imbott. 22/01/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Jopen / Browar Stu Mostów: Polished Black Gold

Continuano ad aumentare incessantemente il numero delle collaborazioni tra birrifici "artigianali": quella di oggi vede un insolito incontro tra Olanda e Polonia.Ad Haarlem si trova il birrificio Jopen, nome col quale nel quattordicesimo secolo erano chiamati quei barili di birra che dalla città dei Paesi Bassi venivano esportati all'estero. A quel tempo Haarlem era la seconda più grande città olandese ed il maggior centro di produzione della birra; nel 1994 un gruppo di appassionati birrofili locali (Stichting Haarlems Biergenootschap) vogliono far rivivere i fasti di quella tradizione e recuperano dall'archivio cittadino due ricette risalenti al 1407 e al 1501. Jopen è il nome dato a quelle birre che vengono prodotte in Belgio sugli impianti della Halve Maan. Nel 1996 un gruppo d'imprenditori locali forma la Jopen BV, una beerfirm che inizia a produrre con regolarità appoggiandosi prima agli impianti di La Trappe e poi del birrificio belga Van Steenberge. Il passaggio di status a birrificio avviene nel 2010 quando termina il restauro della vecchia Jacobskerk, una chiesa nel centro di Haarlem (Vestestraat 1) convertita a brewpub con ristorante annesso, ancora oggi operativo nonostante la maggior parte delle birre siano prodotte nel nuovo e moderno stabilimento che si trova in un quartiere industriale periferico. Qui (Emrikweg 21) è anche operativa la taproom chiamata Jopen Proeflokaal Waarderpolder; un terzo luogo dove potete bere le birre di Jopen è nella vicina Hoofddorp dove è stato inaugurato (Hoofdweg 774) un secondo brewpub, anch'esso all'interno di una ex-chiesa ristrutturata.Ci sono molte meno informazioni disponibili sul birrificio polacco Stu Mostów (ovvero "cento ponti") inaugurato nel settembre 2014 a Breslavia. I fondatori sono Arleta e Grzegorz Ziemian, una coppia che dopo aver lavorato all'estero per diversi anni nel settore bancario ha fatto ritorno in patria per ristrutturare una vecchia sala cinematografica e aprire un birrificio. La tradizione polacca è contaminata dalla craft beer revolution americana, paese dove Grzegorz ha lavorato per tredici anni; l'impianto è un Braukon da quaranta ettolitri. La birra. "Oro nero" é  a quanto pare il nome con cui le Baltic Porter vengono chiamate in Polonia; questo il nome scelto da Jopen e Stu Mostów per una robusta (9.2%) birra che utilizza luppoli polacchi Lunga e Sybilla.  Nel bicchiere è prossima al nero con una perfetta testa di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Ad un bell'aspetto corrisponde un naso che mostra una complessità e pulizia: pane nero, biscotto, frutta secca a guscio, prugna e ciliegia. In secondo piano accenni terrosi e di cioccolato. La sensazione palatale è davvero ottima, una carezza vellutata, poche bollicine, corpo medio: il gusto non delude le aspettative e propone con buona pulizia e intensità una bevuta molto ben bilanciata. Caramello, biscotto, pane nero, prugna e uvetta definiscono un percorso dolce che viene poi bilanciato da un finale amaro nel quale trovano posto le note terrose e speziate di luppolo e segale, accenni di caffè e leggere tostature. Davvero una bella sorpresa questa Polished Black Gold: una baltic porter ben fatta e bilanciata, dall'ottimo mouthfeel e facile da bere a dispetto di una gradazione alcolica che apporta un po' di calore solo nel finale. Birra molto ben riuscita, promossa senza indugi.Formato: 33 cl., alc. 9.2%, lotto 17369/14, scad. 23/10/2019.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Burnt Mill Brewery: Green Path IPA & Dank Mode Double IPA

Diamo il benvenuto sul blog ad un nuovo birrificio inglese: Burnt Mill Brewery, giovane realtà operativa da luglio 2017 nella campagna di Badley, nel Suffolk. A fondarlo è Charles O'Reilly, dapprima assiduo frequentatore del beermile londinese di Bermondsey: lo potevate incontrare quasi ogni sabato davanti alle porte di The Kernel e Brew By Numbers;  nel 2011 inizia anche a farsi la birra in casa partecipando attivamente agli eventi organizzati da un club londinese di homebrewers. Dopo alcuni anni di pratica domestica O'Reilly vorrebbe emulare i birrifici che ama ed aprirne uno a Londra, ma dopo varie ricerche decide di guardare un po’ più lontano. Nel Suffolk, nei dintorni di Stowmarket, c’è un vecchio fienile di campagna che avrebbe bisogno di essere ristrutturato: i suoi ampi spazi sembrano perfetti e, dopo aver ottenuto i finanziamenti necessari dalle banche, nell’ottobre del 2016 i lavori hanno inizio;  a seguirlo c’è la birraia Sophie de Ronde con alle spalle esperienze presso la  Brentwood Brewing Company e all’impianto pilota della Muntons, malteria che si trova a poche miglia di distanza.  Sophie è una persona abbastanza nota nella scena birraria inglese, giudice internazionale, scrittrice e relatrice per il Brewers Journal, fondatrice dell’International Womens Collaboration Brewday. Burnt Mill Brewery prende il suo nome dalla collina in cui si trova il granaio, chiamata Burnt Mill Hill:  200 metri quadri di spazio nel quale trova posto un impianto da 18 ettolitri. Come detto il debutto avviene a luglio 2017 e per i primi cinque mesi il birrificio produce solamente keykeg;  le lattine iniziano ad arrivare solamente ad ottobre, dopo che Burnt Mill ha preso confidenza con l’impianto e sistemato le ricette.  Le belle etichette, così come il logo del birrificio, sono opera del grafico Josh Smith.Le birre. Scopriamo Burnt Mill partendo dalla IPA chiamata Green Path, una delle due birre (l’altra è la Pintle Pale Ale) con le quali il birrificio ha debuttato quasi un anno fa. Liberamente ispirata alla West Coast americana, utilizza luppoli Citra, Mosaic ed Enigma. Il suo colore è tuttavia molto poco californiano e vira invece verso l’ambrato; la schiuma biancastra è cremosa, compatta e molto persistente.  Il naso non è molto complesso e potrebbe essere più definito, ma regala ugualmente una gradevole macedonia di mango, passion fruit e quei ricordi di frutti di bosco (mirtillo) tipici del Mosaic; in sotto fondo c’è anche qualche nota floreale. Il gusto segue l’aroma con corrispondenza quasi perfetta e un bel bilanciamento tra malti (biscotto, caramello) e luppoli; il dolce del tropicale e dei frutti di bosco è incalzato da un finale amaro resinoso di buona intensità e discreta durata. C’è una buona secchezza e un bel carattere fruttato intenso che tuttavia non arriva agli eccessi modaioli; l’alcool è ben nascosto e la bevuta è facile, piacevole e con qualche miglioria in pulizia e definizione (e colore, per i miei gusti!) la Green Path è una IPA che potrebbe davvero raggiungere un livello alto. A patto che non vogliate qualcosa alla moda. Dank Mode è invece una collaborazione con il birrificio californiano Fieldwork (Berkeley); anche in questa Double IPA sono protagonisti Mosaic ed Enigma, supportati da malti Maris Otter, Pale, Caramalt  e, secondo quanto dichiarano i due birrifici, “i videogiochi della metà degli anni ‘90”. Il suo colore è tra l’ambrato ed il ramato e la schiuma biancastra mostra discreta compattezza e ottima persistenza. La lattina dovrebbe avere un mese e mezzo di vita ma l’aroma non brilla né di fresco né di pulito: la componente “dank” è presente, s’avverte il caramello, una leggera ossidazione e nessuna presenza di quel carattere “tropicale e succoso” annunciato in etichetta. Caramello e biscotto guidano una bevuta quasi priva di frutta, se non un indefinibile accenno che non brilla di pulito; il finale amaro resinoso e terroso è di buona intensità e durata.  Double IPA bevibile che tuttavia mostra evidenti carenze in pulizia ed eleganza:  birra semplicistica anziché semplice, piuttosto noiosa. Con tutti i benefici del dubbio per una lattina “malandata/ossidata”,  siamo nel 2018 ed una Double IPA come questa mi pare davvero poco appetibile.Nel dettaglio Green Path IPA - Citra & Mosaic IPA, 44 cl., alc. 6.0% imbott. 15/02/2018, scad. 15/08/2018Burnt Mill / Fieldwork Dank Mode, 44 cl., scad. 06/08/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Loncium Weizenbock

Il birrificio Loncium l’avevamo incontrato per la prima volta giusto un anno fa con la (poco convincente) Carinthipa. Viene fondato a Kötschach-Mauthen, comune austriaco di 2000 abitanti in Carinzia ad una decina di chilometri dal confine italiano sul passo del Monte Croce Carnico. Alla guida ci sono Alois Planner e il socio Klaus Feistritzer: un secolo fa i bisnonni di Planner gestivano un birrificio ma Alois è dovuto ripartire da zero iniziando a fare la birra nella cucina dei propri genitori utilizzando il  vecchio pentolone della nonna e dei pannolini come filtro. Nel 2007 l’hobby è diventato una professione grazie ad un impiantino da 5 ettolitri. Attualmente il birrificio (200 mq) trova spazio nei locali dell'albergo Gasthaus Edelweiß da sei generazioni nella mani della famiglia Planner: oggi rinominato Bierhotel Loncium, dispone di una cinquantina di camere e – per quel che c’interessa – di un impianto della Rolec da 20 ettolitri inaugurato nel 2013.  Il birrificio, che prende il suo nome da quello di un vicino insediamento romano, affianca alle classiche birre della tradizione tedesca anche stili anglosassoni per una gamma composta da una dozzina di etichette.  Loncium mette anche a disposizione il proprio impianto per conto terzi e realizza attualmente la maggior parte delle birre della beerfirm viennese Next Level Brewing.La birra.La Carinthipa assaggiata l’anno scorso era stata abbastanza deludente, vediamo se il birrificio austriaco si trova più a suo agio con la tradizione tedesca. Parliamo di una weizenbock la cui ricetta prevede ingredienti biologici come malto Pilsner, Vienna, Carahell, frumento e Caraweizen: i luppoli sono Tradition e Spalter Select. Si presenta di color ambrato piuttosto carico, la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Banana matura e caramello disegnano un aroma dolce e speziato dal chiodo di garofano; i fenoli si portano dietro però anche qualche odore meno gradevole di plastica bruciata. Non ci sono molte bollicine a movimentare una bevuta che risulta tuttavia gradevole e quasi morbida: caramello e banana guidano le danze, chiudendo gli occhi si può immaginare anche il mango, mentre le spezie fanno un passo indietro. Nel finale emerge un leggerissima nota di pane tostato, l’alcool si fa notare solamente alla fine del percorso, apportando un delicato calore. Qualche piccolo problemino al naso ma nel complesso la Weizenbock di Loncium è una bevuta bilanciata gradevole e piuttosto agevole, anche se il rapporto qualità prezzo non gioca a suo favore, soprattutto per gli standard austriaci e tedeschi.Formato 33 cl, alc. 6.8%, IBU 18, lotto 8492 1671, scad. 15/12/2018, prezzo indicativo 3.00 euro (beershop, Austria) NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio6,8%, 18 IBU Austria   € 3,00  33  € 9,09  8492 1671 15/12/2018  04/01/2018 Beerlovers Wien