Stone (Berlin) Xocoveza for the Holidays & the New Year

Ogni anno il birrificio americano Stone organizza la Stone Homebrew Competition in collaborazione con l’American Homebrewers Association; in premio per il vincitore c’è l’opportunità di realizzare la propria ricetta in grande scala sugli impianti del birrificio di Escondido, California. Lo scorso novembre si è tenuta l’edizione 2016, il cui verdetto non è ancora stato reso noto. Nel 2015 aveva vinto la homebrewer Juli Goldenberg, prima donna in assoluto, che aveva poi realizzato la Stone Carrot Golden Ale, praticamente la versione liquida di una Carrot Cake; nel 2013  Robert Masterson e Ryan Reschan realizzarono la Stone Coconut IPA, nel 2012  Kelsey McNair vinse con la San Diego County Session Ale, poi realizzata commercialmente in collaborazione con Ballast Point e Stone. Nel 2011 il primo posto era invece stato assegnato a  Ken Schmidt, dalla cui ricetta erano poi nate la Stone Kona Coffee Macadamia Nut Porter e la Stone Mint Chocolate Imperial Stout. Parliamo ora dell’edizione 2014 vinta da Chris Banker; la sua birra, dopo aver subito qualche aggiustamento per la realizzazione su scala commerciale, ha debuttato nel settembre 2014 con il nome di Xocoveza Mocha Stout; alla stesura finale hanno collaborato Mitch Steele, ex brewmaster di Stone ed Iván Morales, birraio della Cervecería Insurgente, Baja California, Messico. Chris Banker ha iniziato con l’homebrewing nel 2009, quando dal Massachusetts si è trasferito in California; col tempo è diventato un Certified Beer Judge ed un membro della American Homebrewers Association, della North County Homebrewers Association, della Quality Ale and Fermentation Fraternity  ed ha fondato la Queso Diego – The San Diego Cheese Club. “La ricetta - racconta Banler - è stata ispirata dalla torta di cioccolato messicana; cannella, vaniglia e noce moscata si abbinano benissimo al cioccolato. I miei genitori erano appena tornati da una vacanza in Messico e mi avevano portato dei baccelli di vaniglia messicana che ho utilizzato per la birra del concorso. Ho preso la ricetta di una mia stout e l’ho leggermente modificata per farla rientrare nei parametri dello stile stabiliti dal Beer Judge Certification Program (BJCP). Dopo aver vinto il concorso, Mitch Steele di Stone suggerì di aumentare la gradazione alcolica per darle potenziale d’invecchiamento e la Cervezería Insurgente apportò qualche altra modifica per rendere la birra più “piccante/caliente”. La birra.La Xocoveza Mocha Stout ha riscosso un ottimo successo ed è entrata tra le birre stagionali che Stone produce ogni anno con il nuovo nome  Xocoveza for the Holidays & the New Year;  luppoli inglesi Challenger ed East Kent Golding ed un parterre non specificato di malti costituiscono la base per l’abbondante speziatura a base di cacao, caffè Mostra, peperoncini Pasilla, vaniglia, cannella, noce moscata e lattosio: l’edizione 2016  ha debuttato negli Stati Uniti il 3 ottobre. Mi era capitato di provare alla spina la Xocoveza a dicembre 2015, quando fu fatta in Italia la presentazione ufficiale di Stone Berlino e furono fatti arrivare alcuni fusti prodotti negli Stati Uniti. Anche la succursale europea di Stone, a Berlino, ha deciso quest’anno di produrre per la prima volta la Xocoveza che, con un po’ di ritardo, è arrivata in Italia pochissimi giorni prima delle festività natalizie. Nel bicchiere è di colore ebano scuro e forma un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. L’aroma non è esattamente un manifesto di pulizia e di eleganza ma ci convivono con discreto successo caffè e cioccolato al latte, orzo tostato e peperoncino, vaniglia e cannella. Un po’ confuso ma comunque soddisfacente è anche il gusto, sebbene i vari elementi della “torta messicana” non mi sembrino amalgamati tra loro alla perfezione: caramello e caffè, noce moscata, vaniglia e cioccolato al latte. Al contrario di altre birre simili assaggiate (qui e qui) nelle quali il peperoncino si avvertiva solamente alla fine, nella Xocoveza di Stone Berlino si sente da subito. Il mouthfeel è per me un po’ troppo leggero: è un’imperial stout molto scorrevole ma completamente priva di viscosità o morbidezza e con un po’ di bollicine in eccesso; chiude il suo percorso con il calore del peperoncino e dell’alcool ad accompagnare l’amaro del caffè e delle tostature. Nel complesso la bevuta risulta discreta, anche se priva del carattere e del “tiro” della versione USA che mi era capitato d’assaggiare qualche tempo fa: il rapporto qualità-prezzo inizia ad intravedersi, ma dal debutto delle prime lattine di Stone Berlino avvenuto a giugno 2016, il livello generale mi sembra purtroppo ancora ben lontano da quello della casa madre di Escondido.Formato: 33 cl., alc. 8.1%, IBU 50, imbott. 09/12/2016, scad. 05/09/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

BFM √225 Saison

Ritorna sul blog dopo “veto” durato quasi tre anni il birrificio svizzero   BFM - Brasserie des Franches Montagne fondato nel 1997 da Jérôme Rebetez a Saignelégier nella Svizzera occidentale, a pochi passi dal confine francese e dal lago di Neuchatel. Jérôme, allora ventitreenne, aveva appena vinto un concorso svizzero per homebrewers; pieno di entusiasmo ma privo di soldi, viene aiutato dalla dea bendata:   vince un premio al programma televisivo svizzero Le rêve de vos 20 ans e con i soldi intascati riesce a far partire il proprio birrificio. Rebetez, che non intende seguire pedissequamente la tradizione tedesca, ha da subito iniziato con le sperimentazioni utilizzando spezie, ingredienti inusuali ed affinamenti in botte.  Il suo background (enologia) lo ispira a realizzare quella che diventerà  - anche grazie all’hype del mercato statunitense - la birra di maggior successo: è l’Abbaye de Saint Bon-Chien, una potente (11%) sour ale invecchiata in differenti botti di vino che vengono poi blendate assieme. Purtroppo le buone intenzioni non sono state sempre supportate da adeguati standard qualitativi: tutte le birre da me assaggiate tra il 2012 e il 2013 sono finite nel lavandino in quanto infette. La Meule (descritta come una birra bionda amara con note di luppolo, zenzero e salvia), La Torpille (in teoria una Brown Ale con cannella, chiodi di garofano e purea di prugna, secondo l’etichetta) e l’imperial stout Cuvée Alex le Rouge (prodotta con pepe Serawak, tè russo  e vaniglia Bourbon). Da allora ho ovviamente inserito BFM sulla mia personale lista nera, nell’attesa d’assaggiare l’Abbaye de Saint Bon-Chien. La birra.La possibile "redenzione" si presenta oggi nella forma della Saison √225, birra volutamente acida in quanto invecchiata con i batteri ed i lieviti naturalmente presenti nelle botti che sono state in prima battuta utilizzate per l’Abbaye de Saint Bon-Chien. Il birrificio la descrive come “una risposta a tutte quelle tradizionali Farmhouse belghe dall’enorme gradazione alcolica prodotte con curcuma, gamberi, sale marino, limone ed invecchiate in botti di Tequila che niente hanno a che fare con lo stile delle Saison. Duecento anni fa, prima dell’avvento della pastorizzazione, le Saison erano prodotte dai contadini, non dai birrai: essi non disponevano di fermentatori in acciaio e della soda caustica per pulirli. Le birre erano prodotte con gli ingredienti semplici disponibili ed dovevano essere bevute in fretta perchè diventavano acide; quando ciò avveniva, venivano mescolate a birra fresca. Ed è quello che facciamo anche noi, blindando la Saison invecchiata quattro mesi in botti di legno con birra giovane".All'aspetto è di colore oro carico, velato, con riflessi arancio: schiuma biancastra, cremosa e compatta, molto persistente. L'aroma è una sorta di pot-pourri nel quale convivono senza un ordine ben preciso acido lattico, sudore e pelle di salame, limone e uva bianca; in sottofondo l'asprezza dei frutti rossi e la lieve presenza dell'aceto di mela. Ma la sorpresa sono delle suggestioni di fragole e panna (proprio le stesse delle migliori Saison di Fantōme) che ogni tanto sbucano dal nulla. Le numerose bollicine rendono la bevuta molto vivace, come una Saison dovrebbe sempre essere: in bocca domina la componente lattica, con un lievissimo acetico sempre in sottofondo. Limone, uva acerba e ribes portano l'asprezza necessaria a garantire un elevatissimo potere dissetante e rinfrescante, quasi sovrastando la componente funky e rustica dei lieviti selvaggi. Ma il meglio di sé questa √225 Saison lo dà riscaldandosi, quando emerge maggiormente la componente dolce, ananas in primis; chiude secca con l'amaro dello yogurt e della scorza degli agrumi. C'è una buona intensità in questa Saison di BFM e c'è una riuscita interazione tra componente fruttata e rustica; qualche sconfinamento acetico - peraltro del tutto tollerabile - rende un po' meno riuscita la festa ma è indubbiamente la miglior produzione BFM che mi sia capitato di bere sino ad ora.Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 1, scad. 10/2017, prezzo indicativo 5.50/6.50 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Deschutes Black Butte XXVI

Gary Fish non aveva grosse ambizioni quando nel 1998 aprì a Bend  le porte del brewpub Deschutes: era arrivato in Oregon da sei mesi e intendeva solamente gestire un piccolo pub godendosi la vita e la natura circostante. In quanto ristoratore senza nessun’esperienza nella produzione di birra, l’allora trentunenne Fish ingaggiò come consulente Frank Appleton, uno dei pionieri della craft beer revolution canadese; a lui il compito di progettare, mettere in funzione l’impianto e scrivere le ricette delle prime tre birre prodotte da Deschutes: Cascade Golden Ale, Bachelor Bitter e Black Butte Porter. I nomi scelti erano volutamente gli stessi di alcuni ranch della zona ai quali il birrificio sperava di poter vendere le birre per dissetare le persone che rientravano verso casa dopo aver sciato sulle montagne della zona. Per produrle venne assunto il giovane birraio John Harris, in seguito fondatore dalla Ecliptic Brewing di Portland: "realizzammo la ricetta della Black Butte fatta dal consulente ma per me era troppo leggera, era una Brown Ale, io ci volevo più carattere, più tostature. Il consulente mi disse “io qui ho finito il mio lavoro, fate quello che volete” e anche Fish , impegnato con il ristorante, mi lasciò carta bianca. Così iniziai ad usare meno malto Caramello e più Chocolate, continuando a modificare leggermente la ricetta per due anni, quando divenne poi definitiva”. In una regione dove a quel tempo dominava la Sierra Nevada Pale Ale, Deschutes decise d’investire sulla scura Black Butte facendola diventare, in accordo con il loro primo distributore Admiralty Beverage, la propria flagship beer.  Ancora oggi per Deschutes la Black Butte è “the beer that started it all”: grazie a lei il birrificio dell’Oregon si è fatto conoscere in tutti gli Stati Uniti.  Una porter dedicata all’omonimo stratovulcano che raggiunge i 1962 metri d’altezza, che fa parte della Catena Montuosa della Cascate (Cascade Range) e che si trova all’interno della Deschutes National Forest. E’ stata quindi una scelta naturale assegnare alla Black Butte il compito di festeggiare ogni anno l’anniversario del birrificio, che cade il 27 giugno:  in quella data i birrai di Gary Fish (attualmente Brian Faivre e Veronica Vega) presentano ogni anno una diversa versione “imperiale” della Black Butte. L’ultima nata, la XXVIII (11.6%),  celebra  il ventottesimo compleanno utilizzando malto torbato, cacao, vaniglia, scorza d’arancia e viene poi “blendata” (50%) con la stessa birra invecchiata in botti di bourbon e scotch; qualcuna di queste bottiglie è attualmente arrivata anche in qualche beershop on-line europeo. Noi facciamo invece un passo indietro al 2014, festeggiando con un po’ di ritardo il ventiseiesimo compleanno di Deschutes.La birra.Black Butte XXVI Birthday Reserve: 10.8% ABV  per un’imperial porter la cui ricetta prevede malti Pale, Chocolate e Crystal, Midnight Wheat e frumento maltato; i luppoli sono Millennium, Cascade e Tettnang americano. Vengono inoltre aggiunte fave di cacao prodotte dalla Theo Chocolate, melassa di melograno e mirtilli rossi (cranberries) dell’Oregon. La birra viene poi invecchiata per sei mesi in botti di bourbon e viene imbottigliata blendandola (50/50) con birra fresca. Messa in vendita a partire dal 27 giugno 2014 in una bottiglia ceralaccata, porta una “best after date”: il birrificio vi consiglia di berla non prima del 14 giugno 2015. Il suo colore è ebano scuro e nel bicchiere forma un generoso e cremoso cappello di schiuma beige, dall’ottima persistenza. Il naso non è pulitissimo ma è piuttosto complesso e – almeno per quel che mi riguarda – spiazzante.  Ci sono uvetta e prugna, bourbon, lievi note di tostatura e di cioccolato, vaniglia. Ma c’è anche una specie d’altalena fruttata dolce-aspra che mi riesce difficile descrivere: probabile che si tratti della melassa di melagrano e dei mirtilli rossi. Il corpo (medio) e la consistenza sono sorprendentemente “leggeri” per una birra dal contenuto alcolico così importante: ne guadagna indubbiamente la scorrevolezza, ne risente la morbidezza. Il gusto non si discosta molto dall’aroma, riproponendone la complessità: ci si alterna tra il dolce della melassa, dell’uvetta e della vaniglia e le leggeri tostature. Il bourbon riscalda senza eccessi una bevuta nella quale entrano in gioco acidità (malti scuri) e asprezza (frutti rossi); il finale riporta in superficie accenni di cioccolato amaro e di tostato, il tutto avvolto da un caldo abbraccio etilico.Imperial Porter piuttosto atipica, non di facile lettura e - lo ammetto - spiazzante ai primi sorsi: per il mio gusto le manca un po' di copro e di viscosità, il risultato è comunque godibile e soddisfacente, una volta messe da parte le aspettative iniziali di trovarsi nel bicchiere una classica porter ricca di tostature, caffè e cioccolato.Formato: 65 cl., alc. 10.8%, IBU 60, imbott. 06/2014, best after 16/06/2015, 16.99 dollari (beershop, USA)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Carinthipa IPA

A Kötschach-Mauthen, comune austriaco di 2000 abitanti in Carinzia, viene aperto nel 2007 il birrificio Loncium; siamo ad una decina di chilometri dal confine italiano sul passo del Monte Croce Carnico, a cinquanta chilometri da Tolmezzo. A fondarlo è Alois Planner assieme al socio Klaus Feistritzer: un secolo fa i bisnonni di Planner gestivano un birrificio ma Alois è dovuto ripartire da zero, iniziando a farsi la birra in casa per poi trasformare l'hobby in una professione.Il birrificio (200 mq) trova spazio nei locali dell'albergo Gasthaus Edelweiß da sei generazioni nella mani della famiglia Planner: oggi rinominato Bierhotel Loncium, dispone di una cinquantina di camere e di una moderna sala cottura da 5 hl che viene messa in funzione tre volte la settimana. Offre quindi un'interessante opportunità di assaggiare le birre in abbinamenti gastronimici e pernottare per smaltire eventuali eccessi in tutta tranquillità.Il birrificio, che prende il suo nome da quello di un vicino insediamento romano, affianca alle classiche birre della tradizione tedesca anche stili anglosassoni, come Stout ed IPA.La birra.Carinthi(p)a, nome ben azzeccato che unisce la regione geografica in cui si trova il birrificio con lo stile prodotto. Stranamente Loncium la definisce una Session IPA, nonostante l'ABV (5.7%) sia ben oltre la soglia di sessionabilità e di poco inferiore a quello della IPA della casa (6.2%).  La ricetta prevede malti Pilsner (biologico), Crystal e Carahell;  Perle e Cascade i luppoli utilizzati in bollitura, con un dry-hopping a base di  Vic Secret, Galaxy e Cascade.Nel bicchiere è limpida e di colore ambrato: cremosa e compatta, la sua schiuma biancastra ha un'ottima persistenza. L'aroma è piuttosto dolce e mette in evidenza frutta tropicale matura (mango e papaia), marmellata d'arancia, frutti di bosco rossi, caramello. Non ci sono difetti quel che c'è non è di certo  un elogia alla freschezza. Tanta dolcezza anche al palato: la generosa base maltata (caramello e biscotto) introduce la frutta tropicale matura che s'accompagna alla marmellata. Una nota di cereale rimane ben presente in sottofondo mentre la chiusura amara non ha nessuna velleità di protagonismo: si limita a bilanciare la bevuta con note vegetali e leggermente tostate. Morbida, scorre bene in bocca grazie ad una carbonazione piuttosto bassa che tuttavia non aiuta a darle vitalità ed a stemperarne un po' la dolcezza. Pulizia ed intensità ci sono, ma non è certamente l'interpretazione stilistica che preferisco, anzi: molto dolce, a tratti quasi stucchevole, pochissimo amaro. Senza indicazioni sulla freschezza della bottiglia mi limito a descrivere quanto trovo nel bicchiere: si beve, ma alla domanda fondamentale "la ricompreresti?" la risposta sarebbe indubbiamente un no.Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 45, lotto 8 2716 L, scad. 27/07/2017, 1.99 Euro (supermercato, Austria).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto Bedda Matri (2013)

Toccalmatto è conosciuto soprattutto per il suo lavoro con i luppoli, ma la sua offerta di English Barley Wines è altrettanto interessante e già piuttosto diversificata. La versione base è chiamata è Dudes (12% ABV): secondo Microbirrifici.org sarebbe invecchiata nove mesi in botti di rovere, ma nel sito di Toccalmatto essa non compare tra le birre Barrel Aged.  Le sue varianti barricate includono passaggi in botti ex- grappa trentina (Ombra, 10%), ex-marsala siciliano (Bedda Matri, 12%),  rum Trinidad & Tobago (Sugar Kane, 12%) e whisky torbato  (Salty Dog, 12%). Vi è poi un ultimo barley wine realizzato in collaborazione con i birrifici Lambrate, Endorama, Montegioco, Orso Verde, Bi-Du e con i locali The Dome e Locanda Del Monaco: si chiama Chelabuna ed è dedicato alla memoria di Adriano “AdriMetal” Ventura, un appassionato di birra molto conosciuto nella comunità italiana che è purtroppo prematuramente scomparso nel 2016. Il ricavato della vendita delle bottiglie di Chelabuna viene devoluto a SIMBA, Associazione Italiana Sindrome e Malattia di Behçet.La birraBedda Matri, la Bella Madre, la Madonna; questo il nome scelto da Bruno Carilli per il suo barley wine che riposa per ben due anni in botti di castagno che hanno in precedenza contenuto vino Marsala siciliano. Il birrificio la descrive come “una birra da meditazione, perfetto abbinamento di foie gras in torcione o terrina, servito con i classici accompagnamenti di frutta e verdura in composta; formaggi erborinati, o a pasta dura di lunga stagionatura, pasticceria secca”. Prodotta nel 2011, è stata imbottigliata e messa in vendita nel 2013. Nel bicchiere è torbida e di colore ambrato, con qualche intensa venatura rossastra: non si forma schiuma, solamente qualche grossolana bolla che scompare velocemente. Annusandola ad occhi chiusi sarebbe davvero difficile dire di avere tra le mani una birra, perché il naso si spinge senza indugi nel territorio dei vini liquorosi e passiti: prugna, fico e dattero disidratato, uva passa. In sottofondo profumi di legno e zucchero caramellato compongono un'aroma caldo ed avvolgente sostenuti da una nota etilica. La bevuta si muove sugli stessi passi, mantenendo una netta predominanza vinosa: altrettanto morbida e calda, ogni sorso è un confortante abbraccio ricco di frutta sotto spirito, uvetta, prugna, ciliegia, legno. L'alcool scalda senza andare mai oltre le righe e contribuisce, assieme ad una lieve acidità, a bilanciare il dolce di un barley wine davvero intenso, da gustare in tutta tranquillità sorso dopo sorso, con grande soddisfazione. Non so come fosse questa Bedda Matri appena nata, ma a quattro anni dalla messa in bottiglia c'è più vino (liquoroso) che birra nel bicchiere: il risultato è per certi versi estremo ma conquista ed appaga, con eleganza. Formato: 37.5 cl., alc. 12%. lotto 11805. scad. 09/2026, prezzo indicativo 13.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mukkeller Hattori Hanzo

“Birrificio Familiare Mukkeller”, una denominazione sociale credo unica nell’affollato panorama brassicolo italiano: eppure non è per quel simpatico aggettivo “familiare” che si è iniziato a parlare di questo birrificio che ha debuttato nell’agosto 2010 a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. E’ stato ovviamente perché il nome scelto assomigliava un po’ troppo a quello di uno dei più famosi imprenditori brassicoli (beerfirm, ristoranti e bar, beershop) al mondo: Mikkeller. Marco Raffaeli, birraio fondatore di Mukkeller assieme al fratello Fabio, ha sempre dichiarato di non averlo saputo: il nome da lui scelto nasce semplicemente da un soprannome (Mukka) che si porta dietro da quando era bambino ed è stato affiancato dallo stile brassicolo da lui prediletto: le Kellerbier tedesche. Che si tratti di verità o di un’irriverente giustificazione postuma non lo sapremo mai: fatto sta che Mikkel Borg Bjergsø (Mikkeller) non ci mise molto a farsi vivo con un’email. Evidentemente le spiegazioni fornite da Raffaeli lo hanno soddisfatto e convinto a non intraprendere nessun’azione legale. Da appassionato bevitore, Marco Raffaeli non si faceva mai mancare una sosta ad un birrificio durante le sue numerose gite in motocicletta: il resto è il percorso che accomuna molti birrai, dalle prime birre da kit fatte in casa alle produzioni all-grain, dalle pentole a un mini impianto professionale. I genitori vanno in pensione e cessano l’attività di famiglia: per Marco è il momento di diventare imprenditore di se stesso e, dopo alcuni stage presso microbirrifici italiani parte l’avventura Mukkeller. Nel birrificio “familiare” fa quasi tutto da solo con l’aiuto del fratello e del padre, che assieme a lui imbottigliano le prime cotte: la tradizione tedesca è quella che guida i primi passi ma ben presto arrivano anche i luppoli americani, il Belgio e l’Inghilterra. Al di là della curiosità e della notorietà arrivate grazie al nome scelto è sempre quello che c’è nel bicchiere che conta. E Mukkeller ha svolto un bel percorso di crescita che gli ha portato numerosi riconoscimenti a Birra dell'Anno: nelle rispettive categorie d’appartenenza, nel 2015 ha ottenuto un secondo posto la Double IPA Hattori Hanzo, nel 2016 un primo posto la doppelbock Devastator ed terzo posto la Double IPA Hattori Hanzo. All’edizione 2017 che si è tenuta poche settimane fa è arrivato il secondo posto della brown porter Corva Nera.La birra.Hattori Hanzo (1541-1596), condottiero e samurai giapponese il cui nome è stato utilizzato in numerosi manga e da Quentin Tarantino nel suo Kill Bill vol.1; in questo caso si tratta di una Double IPA (8.3%).  Il suo colore è oro antico, leggermente velato: cremosa e compatta, la bianca schiuma che si forma nel bicchiere mostra un’ottima persistenza.  Impossibile dall’etichetta risalire alla data di nascita di questa bottiglia ma il naso è piuttosto fresco: gli agrumi, soprattutto pompelmo e cedro, guidano le danze su di un sottofondo tropicale di mango ed ananas. Un bouquet abbastanza semplice ma molto pulito ed elegante, dalla buona intensità. La carbonazione contenuta ed il corpo medio rendono la bevuta morbida e piuttosto gradevole, con una buona scorrevolezza. La base maltata (caramello, lieve biscotto) non è particolarmente invadente e la freschezza permette d’apprezzare la fragranza della frutta: ribaltando le proporzioni dell’aroma, al gusto c’è soprattutto frutta tropicale con il pompelmo in secondo piano. La chiusura, in un’ideale interpretazione di una West Coast IPA, è abbastanza secca e caratterizzata da un bell’amaro resinoso, l’alcool è tenuto abbastanza sotto controllo, anche se potrebbe essere ancora più nascosto. Davvero una bella sorpresa questa Hattori Hanzo di Mukkeller: molto bilanciata e molto pulita, semplice ma piuttosto elegante; un'interpretazione di una West Coast IPA convincente che si beve facilmente e con grande soddisfazione.Formato: 50 cl., alc. 8.3%, lotto L16366, scad. 01/08/2017, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Saison Dupont Cuvée Dry Hopping 2016

Sta diventando ormai un appuntamento annuale fisso quello del blog con la versione Cuvée Dry Hopping della Saison Dupont; variante di un classico realizzata ogni anno selezionando una diversa varietà di fiori di luppolo (no pellets) utilizzati per il dry-hopping.  A dirla tutta, quella che sembra una novità non è però altro che un ritorno al passato; come riporta infatti Yvan de Baets nel suo saggio sulle Saison contenuto nel libro Farmhouse Ales, Culture and Craftmanship in the Belgian Tradition, la Saison Dupont "normale" sino al 1960 veniva sempre dry-hoppata. Tutto è iniziato nel 2010 quando 250 fusti e circa 500 bottiglie magnum  di Cuvée Dry Hopping vengono destinate ai migliori clienti del mercato domestico; l’esperimento ebbe successo e venne ripetuto ogni anno  in quantità sempre maggiori, sotto le pressanti richieste del mercato statunitense che la richiedeva a gran voce. Nel 2013 è nata la versione con il luppolo l'alsaziano Triskel, mentre nel 2014 è stata la volta del Challenger, coltivato in Belgio;  lo scorso anno ho avuto la fortuna di bere a pochi mesi dall’imbottigliamento la versione 2015 che ha utilizzato il luppolo inglese Minstrel. La Saison Dupont Cuvée Dry Hopping 2016 è arrivata lo scorso maggio; purtroppo mi tocca assaggiarla a dieci mesi dalla nascita, condizione non ideale per apprezzare gli effetti del dry-hopping. Il luppolo scelto dal birraio Olivier Dedeycker è il Brewers Gold, del quale mantengo ancora uno straordinario ricordo per come è stato utilizzato in questa Golden Ale di Crouch Vale. La varietà scelta da  Dedeycker non è però inglese ma tedesca: secondo quanto ci dice il birraio, il dry-hopping dovrebbe intensificare i profumi fruttati, soprattutto quelli di agrumi e “frutti bianchi”. La birra. Il suo colore è dorato, leggermente velato e sormontato da un impeccabile e generoso cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, "croccante", dall'ottima persistenza. All'aroma il tipico carattere rustico del lievito Dupont che richiama la paglia e il fieno, il granaio, la campagna assolata; una delicata speziatura lega assieme profumi floreali, di limone e scorza d'arancia, accenni di banana. Naso pulitissimo, splendida introduzione ad una bevuta che al palato si rivela altrettanto perfetta: vivacemente carbonata, scorre a velocità record solleticando ad ogni sorso il palato, dissetandolo e rinfrescandolo. Pane, un tocco di miele, agrumi e frutta a pasta gialla, accenni di canditi e banana formano una saison intensa che chiude bilanciata da una leggera acidità e da un amaro di buona intensità dove convivono note terrose e di scorza d'agrumi. Alcool ben nascosto, mirabilmente in equilibrio tra l'elegante ed il rustico: la bevibilità è ovviamente quella "assassina" della Saison Dupont, idem per quel che riguarda secchezza e capacità di rinfrescare e dissetare chi se la trova nel bicchiere. Il Brewer's Gold tedesco aggiunge forse un po' più di agrumi alla Saison Dupont regolare, ma sono già passati dieci mesi dalla sua messa in bottiglia: difficile farsi un idea veritiera dell'apporto di quel dry-hopping. Rimane comunque un'ottima occasione per tornare a bere uno splendido classico senza tempo o, per quel che mi riguarda, la birra che mi porterei su di un isola deserta. Bottiglia in ottima forma, rapporto qualità prezzo senza rivali, soprattutto se l'acquistate in Belgio.Formato: 37.5 cl., alc. 6.5%, lotto 1620A, scad. 07/2019, prezzo indicativo 3.50-4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cigar City Marshal Zhukov’s Imperial Stout – Vanilla Hazelnut

Georgij Konstantinovič Žukov, ovvero “il generale che non ha mai perso una battaglia”: di origini contadine, venne arruolato in cavalleria nel corso della prima guerra mondiale. Dopo la rivoluzione d’ottobre entrò nell’Armata Rossa dapprima come comandante di Brigata, poi di divisione ed infine di corpo d’armata. Nel 1938 fu nominato vicecomandante di tutte le Forze Armate della Bielorussia: in Mongolia sconfisse l’esercito giapponese, ottenendo per la prima volta il titolo di “Eroe dell’Unione Sovietica”. Nel 1940 venne nominato Capo di Stato Maggiore ed fu lui ad organizzare la difesa che contrastò il lungo assedio (1941-1944) dell’esercito nazista a Leningrado. Stalin, impressionato dal suo lavoro, lo chiamò ad organizzare anche la difesa di Mosca affidandogli il comando generale di tutte le operazioni: la strategia di Žukov, grazie anche all’aiuto del gelido inverno russo che arriva in anticipo, ebbe successo. Dopo alcuni contrasti con Stalin e conseguenti declassamenti fu richiamato per dirigere l'Operazione Urano per il salvataggio di Stalingrado, assediata dai tedeschi: Žukov preparò la “controffensiva del Don”, facendo traghettare oltre il Volga 170.000 soldati, 27.000 automezzi e 1300 vagoni ferroviari  senza che il nemico se ne accorgesse. Il 31 gennaio 1943 liberò Stalingrado dopo aver accerchiato i nemici: nella battaglia -  che segnò l’inizio della disfatta di Hitler - persero la vita un milione e mezzo di tedeschi. Žukov, si guadagnò il soprannome de “il salvatore”, ma a seconda delle occasioni era anche “l’uragano”, “l’invincibile” oppure “l’ariete” al quale viene affidata l’Operazione Berlino. Fu lui a battere sul tempo inglesi ed americani entrando per primo (30 aprile 1945) nella capitale  tedesca ormai in macerie issando la bandiera rossa sul Reichstag; sarà lui a presenziare ed a firmare l’atto di resa della Germania. Salvatore di Mosca, liberatore di Stalingrado, conquistatore di Berlino: la sua fama era ormai maggiore di quella di Stalin, che iniziò a vederlo come un pericoloso avversario. Nel dopoguerra Žukov fu messo in disparte, venne indagato dalla polizia segreta ed esiliato negli Urali; alla morte di Stalin, nel 1953, Žukov fu nominato Ministro della Difesa dal successore Malenkov. La sua parabola si concluse con l’avvento al potere di Kruscev, che lo destituì accusandolo di aver cercato di sottrarre l’esercito al controllo del Partito Comunista. Venne obbligato a fare una autocritica sulla Pravda e visse recluso e lontano della vita politica sino alla sua morte, avvenuta nel 1974. Žukov, dal carattere difficile, venne ripreso più volte per ubriachezza e violenze ma fu uno dei militari sovietici più decorati e l'unico a ricevere quattro volte il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica.La birra.All’invincibile maresciallo (Marshal) Zhukov il birrificio della Florida Cigar City (qui la sua storia) dedica quella che è diventata rapidamente una delle sue birre di successo e maggiormente ricercate dai beer geeks. L’hype – come spesso accade – è un po’ scemato col tempo, la produzione è aumentata e oggi l’imperial stout Marshal Zhukov viene proposta in numerose declinazioni che a volte riescono anche ad attraversare l’oceano arrivando nel nostro continente. Le versioni “Barrel Aged” includono botti di cognac, rum, apple brandy, sherry, bourbon e porto; i divertissement vedono invece le aggiunte di caffè e caffè, cacao e vaniglia (Penultimate Push), La Marshal Zhukov regolare, che purtroppo non sono ancora riuscito ad assaggiare, dal 2008 esce normalmente ogni anno in agosto. Lo scorso 23 novembre 2016  ha debuttato la sua variante Vanilla Hazelnut, con aggiunta di vaniglia e nocciole; in vendita al birrificio al prezzo di 20 dollari a bottiglia e, in queste settimane, anche in qualche beershop europeo. Nel bicchiere è nerissima e forma una minacciosa schiuma di color marrone scuro, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il naso non è esplosivo ma è comunque ricco e dolce: l’alcool (11.2%) si presenta accompagnando vaniglia e cioccolato al latte, nocciola, caramello e melassa, delicate tostature e accenni di caffè.  Piena e poco carbonata, avvolge il palato con una viscosa morbidezza che si potrebbe quasi masticare: perfetta, è quel mouthfeel che vorrei sempre trovare in una robusta imperial stout dal contenuto alcolico in doppia cifra. La densità che attraversa la cavità orale si compone di melassa, biscotto, orzo tostato e caffè, vaniglia, cioccolato amaro e fruit cake: la bevuta è coerentemente dolce come l’aroma, finendo poi per essere bilanciata dall’amaro del caffè e delle tostature. Non è impeccabile nella pulizia ma è un mostro d’intensità dove l’alcool si fa sentire senza “uccidere” : il sorseggiare è lento ma non particolarmente oneroso.  Imperial stout muscolosa e ricchissima, birra che fa serata da sola: qualche sorso e non avrete bisogno di null’altro, neppure per difendervi dal freddo dell’inverno russo. Non è il nirvana ma il livello è davvero molto alto e  – tocca dirlo -  è una di quelle birre alle quali nessun birrificio italiano riesce ancora minimamente ad avvicinarsi.Formato: 65 cl., alc. 11.2%, IBU 60, imbott. 11/2016, prezzo indicativo (25-30 Euro, beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Foglie d’Erba Freewheelin’ IPA

Ritorna sul blog dopo un’assenza piuttosto lunga il birrificio friulano Foglie d’Erba, fondato nel 2008 dal birraio Gino Perissutti. E' il punto d’arrivo di un percorso iniziato dalla passione per la birra e continuato con il lavoro nella pizzeria-ristorante di famiglia, il Coton, una delle prime nella Carnia a dotarsi di un’ampia carta delle birre di qualità.  Ai viaggi birrari Gino fa seguire i primi esperimenti di homebrewing con le pentole che proseguono per un paio di anni: dopo alcuni corsi di formazione arriva la decisione di trasformare il locale dei genitori in un vero e proprio brewpub. A coronamento del buon lavoro svolto arriva a sorpresa il titolo di Birraio dell’Anno ottenuto nel 2011: con la notorietà arriva anche la  necessità di crescere e di aumentare la produzione. Dal primo impianto da 1.8 hl si passa ad uno da 20 e nel 2014 il birrificio ha trovato una nuova casa in via Nazionale 14, negli spazi ristrutturati di una vecchia falegnameria: sala di cottura con un tino di ammostamento e un tino di filtrazione tipo “Spadoni MBS 2000” con capacità di 27 hl, cinque fermentatori  per un totale di circa 140 ettolitri.  La “taproom” del birrificio è ancora la pizzeria che si trova all’interno dell’albergo di famiglia, il Coton: qui avete la possibilità di pernottare a poche centinaia di metri dal paese abbinando le birre alle oltre cinquanta pizze proposte. Per gli acquisti è invece operativo dal martedì alla domenica (15:30-18:30) lo spaccio del birrificio.La birra.Foglie d'erba deve il suo nome all’omonima raccolta di poesie (la prima edizione è del 1855) dello scrittore statunitense Walt Whitman e credo che anche per la birra odierna si debba tornare a guardare agli Stati Uniti. Freewheelin’ IPA, probabilmente ispirata al secondo album ufficiale (1963) di Bob Dylan; una Double IPA (8.5%) la cui ricetta prevede malti Maris Otter, Pale, Pilsner e Crystal, un ricco parterre di luppoli che include Tettnanger, Mandarina Bavaria, Citra, Chinook, Centennial, Simcoe e Amarillo. Tra i riconoscimenti ottenuti il recentissimo oro all'edizione 2017 di Birra dell'Anno nella categoria 10  "chiare e ambrate, alta fermentazione, alto grado alcolico, luppolate, di ispirazione angloamericana". Ma c'è anche il bronzo a Birra dell’Anno 2012 nella categoria 5 (birre luppolate, alta fermentazione, di ispirazione angloamericana),  il bronzo al Brussels Beer Challenge 2013 e il primo posto al CIBA - Campionato Italiano Birre Artigianali del 2013. Il birrificio descrive il suo colore come “dorato scarico” e la foto come al solito lo rende più scuro del dovuto: la realtà è tuttavia più vicina alla fotografia. Ambrata, lievemente velata, con riflessi oro antico: la schiuma è biancastra, cremosa, compatta ed ha un’ottima persistenza.  Il mese e mezzo di vita in bottiglia regala un aroma ancora fresco e piuttosto zuccherino: mango, papaia, ananas e melone retato. Frutta tropicale molto matura, qualche ricordo di pompelmo in sottofondo, caramello, forse miele: pulizia ed intensità ci sono. Al palato le manca un po’ di carbonazione: la bevuta risulta morbida e scorrevole, ma le bollicine sono davvero pochissime. Il gusto non presenta sorprese, continuando un percorso che si apre con caramello e qualche accenno biscottato ad introdurre il dolce della frutta tropicale. E’ una Double IPA molto dolce nella quale l’amaro arriva  solo a fine corsa e, anziché reclamare un ruolo da protagonista, serve soprattutto a bilanciare: la resina affiora solo nel retrogusto, accompagnato da un morbido calore etilico e dal ritorno dolce di caramello e frutta tropicale. Intensa, abbastanza facile da bere, pulita: la freschezza valorizza bene il generoso carattere fruttato-tropicale e ruffiano di questa Freewheelin’ IPA. Per quel che riguarda il gusto personale, non è l’interpretazione di West Coast IPA che preferisco: molto poco secca, tanta frutta dolce ed amaro che non emerge, almeno in questa bottiglia. Formato: 33 cl., alc. 8.5%, lotto 97-2016, imbott. 10/01/2017, scad. 10/01/2018, prezzo indicativo 4.50-5.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lervig Tasty Juice

La moda della Juicy / Cloudy / New England IPA sta prendendo sempre più piede anche in Europa, com’era facile prevedere.  La Scandinavia sembra essere stata la regione più pronta ad accogliere la tendenza,  con l’Inghilterra a ruota, anche se non sono ancora riuscito a provare nessun esempio di Juicy IPA britannica. Qualche settimana fa avevamo testato le capacità del birrificio polacco Pinta, ma anche in Italia non mancano le interpretazioni di questo sotto stile modaiolo:  Vento Forte e Cr/ak sono i due birrifici che si sono maggiormente cimentati nell’emulazione di queste IPA nate nella regione statunitense del New England, ma sono sicuro che nel corso del 2017 ne vedremo arrivare molte altre. Ritorniamo alla Scandinavia: Stigbergets (Amazing Haze e GBG Beer Week 2016 le abbiamo già provate), Omnipollo e Brewski  - tutti svedesi - sono attualmente i produttori europei di New England IPA che si sono maggiormente avvicinati a quelle originali prodotte da Trillium e Tree House, giusto per fare i due nomi che animano i sogni dei beergeeks di tutto il mondo.Per chi non avesse ancora del tutto chiaro cosa sia una Juicy IPA vi rimando a questo esaustivo articolo scritto da Stefano Ricci per Fermento Birra. Riassumendo: aspetto molto torbido, quasi fangoso, aroma sfacciatamente fruttato, grazie all’utilizzo di grandi quantità di luppolo in dry e late hopping. Sensazione palatale estremamente morbida e “chewy”, per dirla all’inglese: quasi masticabile. Il gusto è ovviamente figlio dell’aroma: nel bicchiere c'è un succo di frutta, malti quasi impercettibili, amaro molto contenuto. Dalla Scandinava, ma questa volta dalla Norvegia, è arrivata in questi giorni anche la New England IPA del birrificio Lervig guidato dall’eclettico Mike Murphy, del quale vi avevo raccontato in questa occasione. Ecco come il birrificio di Stavanger annuncia la nascita della Tasty Juice: “ce l’abbiamo fatta. Siamo tornati da un viaggio a Boston con l’ispirazione giusta per salire sul treno delle Juicy. La cosa divertente è la prima volta che ne abbiamo visto una abbiamo domandato se ci fossero stati dei problemi con il fusto…  ma poi: puro succo!  Il problema di queste birre è che devono essere bevute immediatamente, la freschezza è la loro essenza;  vi sentirete come se foste in un birrificio ad assaggiare una IPA direttamente dal fermentatore. Non compratela se non pensate di berla in fretta. L’abbiamo messa in lattina per meglio preservarne il carattere luppolato".La birra.Malto Golden Promise, frumento e avena, lievito Vermont Ale e tanto luppolo:  Mosaic, Exquinox e Citra, quest’ultimo utilizzato in doppio dry-hopping). In tutto, dicono, sono stati utilizzati più di 3 chilogrammi di luppolo per ettolitro di birra. L’aspetto è tutt’altro che invitante ma è da considerarsi una caratteristica di queste birre; quanto questo poi influisca su qualità e intensità di aromi e sapori, è tutto da scoprire. Il suo colore arancio è torbido e fangoso, la schiuma biancastra è un po’ grossolana e piuttosto rapida a scomparire. L'aroma è un trionfo di frutta, una ruffiana e piaciona macedonia di pompelmo, cedro e limone, con ananas e mango in sottofondo; frutta fresca, appena tagliata, qualche nota più dolce di canditi e una lieve presenza erbacea. Al palato è piuttosto morbida, con poche bollicine ed un mouthfeel molto gradevole: il gusto non fa passi indietro rispetto all'aroma: frutta in ogni dove, rispettando il mantra "juicy". Rispetto al naso qui è la frutta tropicale a mettere in secondo piano gli agrumi; bisogna impegnarsi ed oltrepassare la coltre di mango ed ananas per scovare in sottofondo le note maltate di crackers, c'è un delicato tepore etilico che accompagna il succo di frutta fino ad un finale moderatamente amaro (dank, erbaceo, zesty) che volendo essere pignoli raschia un po' in gola, unica  vera pecca di questa birra. Il contenuto alcolico è 6%, la bevibilità non è da record ma l'intensità è davvero straordinaria: pulizia ed eleganza, che mi dicono essere spesso carenti in queste New England IPA, qui sono ad un buon livello, anche se siamo lontani dall'eccellenza. Non avendo ancora mai assaggiato nessuna New England IPA americana non posso esprimermi sulla veridicità di questa interpretazione di Lervig; il livello è comunque molto alto. Se il genere vi piace, questa è senz'altro una birra/succo di frutta che non dovete perdervi: è stata messa in lattina poche settimane fa, quindi non esitate. Formato: 50 cl., alc. 6%, IBU 45, imbott. 31/01/2017, scad. 31/07/2018, prezzo indicativo 6.00/6.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.