Amager / Arizona Wilderness: Arizona Beast

Nuovo capitolo della saga “collaborazioni con colleghi statunitensi” realizzata dal birrificio danese Amager; le puntata precedenti  le potete trovare qui, un po’ sparse. Quella di oggi è una delle più recenti, presentata lo scorso 4 luglio 2015 in occasione dell’evento American Day che si svolge presso il birrificio; i protagonisti sono stati Crooked Stave (Chad King of the Wild Yeasts), Against The Grain Brewery (Pocketful of Dollars), Cellarmaker Brewing Co. (The Dank Dane), 18th Street Brewery (Lawrence of Arabica), Arizona Wilderness (Arizona Beast) e  proprio quest’ultima è la protagonista di oggi. Arizona Wilderness è un piccolo brewpub aperto a Gilbert (Phoenix, Arizona) a settembre 2013 da Jonathan Buford, Brett Dettler  (business manager) e Patrick Ware (birraio): i tre sono soci in parti uguali ma è Budford ad aver lanciato l’idea, ispirato dalla visione in TV della serie Brew Masters con protagonista Sam Calagione.  Impara a fare la birra in casa seguendo i consigli di un amico homebrewer e utilizza il 401K della moglie per acquistare un impiantino Tippy Dump  della MoreBeer!  Un paio d’anni di prove in garage e, incoraggiato dai pareri entusiasti degli amici, chiude la propria impresa di lavavetri e racimola 43.000 dollari in crowfunding per aprire l’Arizona Wilderness Brewpub. Le cose non vanno però molto bene, complice anche la burocrazia che ne ritarda l’apertura di quasi dodici mesi mettendo a dura prova le finanze dei tre fondatori che nel frattempo avevano lasciato le proprie occupazioni precedenti. Il futuro non sembra molto roseo ma il 29 gennaio 2014 il sito Ratebeer pubblica la consueta classifica annuale dei migliori birrifici al mondo, secondo i beer-raters;  tra i 2600 produttori che hanno aperto la propria attività nel corso del 2013,  “miglior nuovo birrificio al mondo” viene eletto proprio Arizona Wilderness. Come abbia fatto un brewpub che ha ufficialmente aperto le porte solo a settembre a diventare in soli quattro mesi il  “miglior nuovo birrificio al mondo” è per me un mistero abbastanza interessante considerando anche il fatto che il brewpub non fa bottiglie e quindi l’unico modo di assaggiare le birre è di recarsi sul posto e scegliere tre le otto spine che ruotano. L’unica certezza è che indiscutibilmente le birre vengono sempre bevute fresche e non sono sottoposte ai traumi da viaggio. Ad ogni modo, l’incoronazione di Ratebeer è una manna dal cielo per il brewpub; a quanto pare il primo a chiedere di voler assaggiare le birre di questo birrificio sconosciuto è Mikkeller, che manda una mail il giorno stesso cogliendo Buford di sorpresa: ancora non sapeva della vittoria. I turni di lavoro raddoppiano, il personale che lavora al brewpub passa da 17 a 39 persone in sole sei settimane con la gente che il venerdì sera attende fuori dal locale anche per quattro ore prima di riuscire ad entrare; si manifestano importanti finanziatori che offrono il denaro necessario per aumentare la capacità produttiva. Un breve tour europeo porta poi alla realizzazione di birre collaborative con Beavertown, Buxton e Siren (UK), Mikkeller, To ØL e Amager (Danimarca); ma probabilmente ne avrò dimenticato qualcuno. Tante, qualcuno dirà troppe sono le India Pale Ale realizzate da Amager ma è questo lo stile che viene seguito anche nella collaborazione con Arizona Wilderness: quella che viene prodotta è una "Oatmeal IPA" che utilizza avena maltata e in fiocchi, malti Pilsner e Carapils ed una generosa luppolatura di Herkules, Polaris, Citra ed Amarillo.Perfettamente dorata e velata, genera un altrettanto impeccabile cappello di schiuma biancastra, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma, per quel che riguarda la fragranza e l'intensità, risente un po' dei quattro mesi di vita di questa bottiglia, ma si mantiene comunque pulito ed elegante: il bouquet dei profumi ha una leggera predominanza di agrumi (pompelmo e mandarino) ma non dimentica di passare in rassegna i tipici elementi di una American IPA come la frutta tropicale (mango, ananas) e gli aghi di pino. S'avverte anche una lieve presenza di cereali. L'utilizzo dell'avena si riflette soprattutto nella sensazione palatale, rendendo questa IPA morbida e gradevole ma forse un pelino più spessa ed ingombrante di quello che potrebbe essere; il corpo è medio. Niente da dire invece sul percorso al palato: un leggero ingresso maltato (pane, miele), il dolce della frutta tropicale (mango e ananas) ed una bella progressione amara (resina, pompelmo, vegetale) che sfocia in un finale piuttosto intenso ma mai privo di una certa eleganza. L'alcool è ben nascosto in una birra piuttosto ben costruita nella quale la frutta succosa, dolce, fornisce il necessario supporto al lungo retrogusto muscoloso ed amaro, delicatamente etilico; la freschezza non è sicuramente al top ma è  ancora accettabile in una IPA godibile e molto pulita, intensa e facile da bere.  Difficile dire quanto si differenzi dalle molte altre IPA proposte da Amager ma questo non ha dopo tutto una grossa importanza: quello che conta è che quando hai voglia di bere una IPA ci sia nel bicchiere qualcosa di gustoso e di fatto molto bene, cosa che in questo caso avviene.Formato: 50 cl., alc. 7%, lotto 1132. scad. 09/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ballast Point Victory at Sea

Difficile oggi non citare l'American Dream nel parlare di Ballast Point, San Diego, nato come "costola" del negozio per homebrewing Brew Mart di proprietà di Jack White che, in quest'avventura, viene affiancato da uno dei suoi abituali clienti Yuseff Cherney e, un po' più  tardi, da Colby Chandler, ex-presidente della San Diego Brewers Guild. Ne avevo parlato qui.Il Sogno Americano consiste nel fondare un microbirrificio nel retrobottega di un negozio, farlo crescere sino a diventare una delle più rinomate realtà della Craft Beer Revolution a stelle e strisce e poi venderlo dopo venti anni per 1 bilione di dollari. Sì, avete letto bene. La notizia della cessione al gruppo Constellation, proprietario di un centinaio di marchi di vini, birre e distillati, risale allo scorso novembre 2015:  pensate a Corona, Modelo Especial, Negra Modelo, Pacífico e Tsingtao, tutti marchi che stridono fortemente con "dedicated to the craft" il motto che accompagna il logo del birrificio di San Diego. Personalmente m'interessa solo quello che c'è nel bicchiere, e poco importa se a produrlo sia un artigiano in un garage o una grande multinazionale. E - discorso generale - importa ancora meno se la vendita di un birrificio "artigianale" ad una multinazionale ne provocherà un deterioramento nella qualità: ci sono in giro così tante altre buone birre da bere.Dal ricco portfolio di Ballast Point ecco Victory at Sea, una muscolosa imperial porter realizzata per accompagnare i tiepidi inverni della California del Sud. La birra nasce nel piccolo birrificio che si trova all'interno del negozio Brew Mart, sul quale Yuseff Cherney sperimenta le nuove ricette: è il 2007 e le reazione entusiaste dei clienti-homebrewer convincono Ballast Point a farla debuttare nel 2009 anche in bottiglia. Da allora, quella che Cherney dichiara essere "la birra più strana che abbiamo mai pensato, producemmo 100 galloni di caffè freddo con un macchinario improvvisato", viene solitamente presentata in dicembre nel "Victory At Sea Day" nel corso del quale è possibile assaggiarne anche diverse varianti: oltre alle classiche barricate (Bourbon, Rum, etc) ci sono la Pumpkin Pie Victory At Sea, la Gingerbread Victory At Sea, la Peppermint Victory At Sea, la  Chocolate Ghost Pepper Victory At Sea, la  Peanut & Chocolate Victory At Sea e la lista potrebbe continuare per molte righe. La versione classica vede "solamente" l'utilizzo di Caffè Calabria di San Diego e vaniglia.Nel bicchiere non è completamente nera ma poco ci manca; la schiuma beige che si forma è cremosa e compatta, a trama fine ed ha una buona persistenza. Nella sua semplicità l'aroma mantiene quanto annunciato in etichetta e lo fa con grande eleganza ed estrema pulizia: è passato esattamente un anno dalla messa in bottiglia ma i profumi di caffè in grani sono ancora molto forti, accompagnati dal dolce della vaniglia, orzo tostato e cioccolato fondente, un lieve accenno di mirtillo e di cenere/tabacco. L'etichetta minaccia tempesta, naufragio e morte ma la birra al palato rivela una mansuetudine quasi sorprendente: corpo medio, poche bollicine, sensazione palatale setosa e morbida, con un'ottima scorrevolezza. Il gusto è amaro da subito, ricco di caffè e tostature sorrette dal dolce della vaniglia e del caramello bruciato che sono più evidenti a metà bevuta; il finale ritorna in territorio amaro, con eleganti note di caffè, liquirizia, tostature ed un lieve terrosità. L'alcool (10%) è nascosto in maniera impressionante, permettendo un sorseggiare per nulla difficoltoso: la sua presenza è evidente solo nel retrogusto, quando avvolge in un abbraccio ideale il sapore dei chicchi di caffè. La bevuta è complessivamente spostata sull'amaro ma risulta comunque bilanciata nel corso del suo svolgimento. Una Imperial Porter abbastanza semplice che sposa la scuola del "less is more" concentrandosi sull'estrema pulizia e sulla finezza dei pochi elementi in gioco, realizzandole alla perfezione. Tanto basta per elevare molto in alto l'asticella e realizzare un'ottima birra dall'impressionante bevibilità che regala grande soddisfazione a chi se la trova nel bicchiere.Formato: 35.5 cl., alc. 10%, IBU 60, lotto VS52 14364, 6.06 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Gambolò Dark Age

La linea di questo blog è stata sempre quella di parlare onestamente di quello che si trova nel bicchiere, nel bene e nel male, senza pregiudizi o senza favori nei confronti di nessuno. Quando una birra è buona e fatta bene non c'è mai nessun problema, tutti sono felici e contenti ed è facile farne una descrizione positiva: diverso è quando ti trovi nel bicchiere qualcosa che ha molti problemi e che non riesci nemmeno a terminare di bere. La tentazione è quella di dimenticarsi della cosiddetta "bottiglia sfortunata" e di passare oltre: trattandosi però di un diario di bevute, per onestà verso chi legge mi tocca anche registrare gli episodi meno soddisfacenti. Dopo tutto la costanza produttiva nel tempo è un requisito che ogni birrificio dovrebbe avere  se vuole davvero "diventare grande": uno scoglio che separa ancora il cosiddetto "mondo artigianale" da quello industriale, nel quale le birre - sebbene blande e spesso insapori - sono sempre identiche nel tempo.Veniamo al dunque. Dark Age è la Imperial Stout del Birrificio Gambolò (Pavia) guidato da Simone Ghiro; malti Pale e speciale, luppolature di Perle, Amarillo ed Aurora.Già l'apparenza non è particolarmente invitante: marrone scuro, piuttosto torbido e schiuma che fatica a generarsi risultando in un piccolo assieme di bolle piuttosto grossolane di colore beige. Al naso c'è poca intensità e quello che c'è non è per nulla invitante: carne, acetaldeide (mela verde), etilico molto evidente, un sottofondo remotissimo di uvetta sotto spirito, fruit cake, un caramello rosicato reminiscente di creme brulee. Se l'aroma è quanto meno "comprensibile" il gusto è invece molto confuso e risulta parecchio difficile da descrivere: colpisce l'assenza totale di tostature e delle caratteristiche tipiche (caffè, cioccolato) di una Imperial Stout. Registro una partenza dolce e piuttosto zuccherina, con la componente etilica piuttosto predominante, di nuovo mela verde ed un finale un amaro terroso e vegetale, molto poco gradevole e leggermente astringente. In bocca è quasi piatta, con corpo medio ma piuttosto slegata: la consistenza è oleosa. Bevo alcuni sorsi giusto per tentare di registrare quello che c'è nel bicchiere, ma poi è davvero troppo difficile andare oltre e il lavandino ringrazia per la cosiddetta "bottiglia sfortunata". Segnatevi il lotto riportato in calce e fate attenzione in fase d'acquisto: potrebbe capitarvene una identica. Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2414, scad. 01/10/2019, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buddelship Brauerei: Brügge Belgian Saison & Great Escape IPA

Del micro birrificio Buddelship di Amburgo vi avevo parlato in questa occasione: la baltic porter Gotland 1394  mi aveva impressionato in positivo e non ho quindi esitato di fronte all'occasione d’acquisto di altre birre realizzate da Simon Siemsglüß. In breve:  nativo di Amburgo, Simon ha vissuto quattro anni in Canada dove si è laureato in Economia e si è appassionato di birra; dopo un corso di sei mesi  al VLB di Berlino, con un periodo di praticantato alla Paulaner di Nockherberg in Baviera e in Cina, dove rimane un anno.  Arrivato a Londra nel 2010,  lavora per un po’ come birraio allo Zerodegrees Brewpub proprio mentre la “craft beer”  londinese iniziava la sua rinascita con Camden Town e Kernel, che Simon visita regolarmente. Nel 2011 è di nuovo a studiare birra e distillati alla Heriot-Watt University di Edimburgo; terminato anche questo percorso formativo, nell’autunno del 2012 si trasferisce ad  Hong Kong per raggiungere la propria fidanzata con l’intenzione di aprire un brewpub. Le complicazioni pratiche e burocratiche gli consigliano però di ripensare il proprio progetto nella natia Amburgo. Ottenuto dalle banche il mutuo necessario per l’acquisizione e la ristrutturazione dei locali che un tempo ospitavano un’azienda produttrice di prodotti ittici in scatola nel quartiere Eimsbüttel di Amburgo, è lui stesso a progettare e ad installare l’impianto da 10 hl che diventa operativo a partire da maggio 2014.   Una decina le birra prodotte sino ad ora dalla Buddelship, equamente suddivise tra rivisitazione della tradizione tedesca (Pils, Weissbier, Schwarzbier) ed escursioni in campo anglosassone e belga.  Da quanto capisco le cose stanno andando bene visto che Simon, un tempo da solo ad occuparsi di tutto il birrificio, è oggi aiutato da due collaboratori. Detto dell’ottima baltic porter, il doppio appuntamento di oggi riguarda Saison ed IPA. Brugge è il nome scelto per la  Saison o “farmhouse ale” (come riportato sul retro dell’etichetta) che vede l’utilizzo di una percentuale di frumento maltato e una luppolatura di Centennial, Citra e Galaxy. Nel bicchiere è opalescente, di colore arancio, con un esuberante cappello di schiuma bianca, pannosa ed abbastanza compatta, dalla lunga persistenza. Al naso (un po’ troppa) banana e pera, una suggestione di coriandolo, fiori bianchi, il dolce del mandarino e dell’arancio, qualche sentore di marmellata e di paglia, una rinfrescante nota acidula: un aroma pulito e dall’ottima intensità nel quale però il carattere “rustico“ (o “farmhouse”che dir si voglia) non è particolarmente evidente.  Tante le bollicine al palato, un po’ troppe persino per una Saison, che inizialmente disturbano un po’ la percezione del gusto; meglio lasciarle un po’ calmare. L’intensità del gusto è ottima, lieve biscotto e cereale, poi il dolce di miele, albicocca e arancia (e una suggestione tropicale) dominano la bevuta che viene bilanciata dalle note acidule del frumento; non vi è quasi amaro, fatta eccezione per un accenno di scorza d’arancia. Ottima la facilità di bevuta, con un elevato potere rinfrescante e dissetante per una birra abbastanza secca e particolarmente adatta ai mesi più caldi dell’anno. L’unica cosa che manca (e non è poco, visto che secondo me in una Saison dovrebbe sempre esserci) è il carattere rustico: la birra risulta fin troppo pulita e precisa, bisognerebbe quasi  “sporcarla” per portare qualche sussulto emotivo. Livello buono, in ogni caso. Great Escape (la grande fuga) è invece la IPA che viene dedicata ad Amburgo, un tempo luogo (porto) di partenza di molti emigranti verso i sogni, la libertà e le opportunità.  Malto Pale inglese, luppoli Galaxy, Simcoe, Chinook e Mosaic per una birra che si presenta  tra l’arancio ed il dorato con una compatta testa di schiuma bianca, cremosa e molto persistente. La macedonia di frutta dell’aroma vede soprattutto agrumi (pompelmo, arancia, mandarino, cedro) che mettono un po’ in disparte il tropicale del mango, del melone e il litchi; avverto anche una discreta presenza di erbe officinali, piuttosto insolita e fuori luogo nel cocktail di frutta. Solo discreta l’intensità, mentre l’ottima pulizia del naso non viene mantenuta in bocca:  solo un accenno biscottato e poi la bevuta è dominata dagli agrumi sia nelle tonalità dolci (polpa) che in quelle amare (scorza). Questa volta la carbonazione è giusta, ma la birra rimane un pelino pesante a livello tattile, pur scorrendo bene; l’inizio fruttato è buono, anche se potrebbe essere più pulito e raffinato, mentre quello che mi convince meno è il finale dove l’amaro “zesty” viene quasi schiacciato da quelle erbe officinali presenti anche all’aroma, con un risultato un po’ distante da una classica American IPA e dalle mie corde.  Complessivamente ci sono comunque carattere e intensità (cosa che non ho sempre trovato nelle IPA tedesche che mi è capitato di bere), resta da migliorare la pulizia e da snellire un po’ la pesantezza. Tra queste due birre provate mi convince senz’altro di più la Saison: Buddelship è una realtà giovane partita con buone premesse e che si colloca già ad un buon livello,  al birraio spetta ora il compito - non facile, in verità - di elevare l'asticelle per queste due birre da  "buone" a "ottime".Nel dettaglio:Brügge Belgian Saison, formato 33 cl., alc. 5.6%, IBU 35, scad. 27/01/2016, 3.18 Euro (beershop, Germania)Great Escape IPA, format 33 cl., alc. 6.5%, IBU 60, scad. 02/03/2016, 3.18 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Maui Brewing CoCoNut PorTeR

L’arcipelago della isole Hawaii annovera attualmente una dozzina di produttori di birra, equamente divisi tra brew-pub e microbirrifici. Uno di questi (Kona Brewing) lo abbiamo già incontrato qualche tempo fa, dal 2012 parte della Craft Brew Alliance, nono maggior produttore statunitense (dati del 2012) e posseduta per il 32% dalla AB-InBev. Le birre di Kona non sono prodotte soltanto alla Hawaii ma anche, per ridurre i costi, presso gli altri birrifici membri della Craft Brew Alliance. Assolutamente locale è invece la Maui Brewing Co., fondata nel 2005 da Garret Marreo, nato a San Diego, uno dei paradisi della “craft beer revolution”. E’ una vacanza del 2001 sull’isola di Maui a farlo innamorare dell’arcipelago hawaiano: giura che vi farà ritorno, magari in un lontano futuro per godersi la pensione, ma dopo solo due anni  il poco più che trentenne Garret molla il suo lavoro di consulente finanziario e vi si trasferisce con la moglie Melanie. L’essere cresciuto a San Diego ha ovviamente un’importanza fondamentale in quello che decide di fare: viene “educato” alla craft  dal patrigno, che gli trasmette la passione per il beer-hunting “di qualità”; la sua unica esperienza con l’homebrewing (un kit preconfezionato che esplode durante la fermentazione allagando tutta la cucina) è invece tutt’altro che memorabile. A San Diego, Garret è un abituale cliente dei brewpub di Pizza Port ed è quasi naturale che la sua idea di fare impresa alle Hawaii coincida con quella di aprire un microbirrificio in uno stato dove a quel tempo c’erano solo Kona sull’isola di Oahu (Honolulu) e il piccolo brewpub Kauai sull’omonima isola.Dopo sei mesi passati a redigere il proprio business plan per ottenere i finanziamenti necessari ipotecando la propria casa, nel 2005 rileva a Lahaina (isola di Maui), il brewpub  Fish & Game Brewing Company & Rostisserie trasformandolo nella Maui Brewing Company. Qui lavora dal 1997 il birraio Thomas Kerns che rimane in sala cottura: nell’anno del debutto arrivano già due medaglie al Great American Beer Festival, una costante che si ripeterà anche negli anni successivi con Bikini Blonde Lager, Big Swell IPA e Coconut Porter. Thomas rimane alla Maui sino al 2008, quando si trasferisce ad Honolulu per aprire il proprio brewpub Big Island Brewhaus; l’attuale headbrewer a Maui è Darren Moser. La produzione cresce costantemente ed il successo non tarda ad arrivare: dai 400 barili/anno degli inizi del brewpub si arriva nel 2011 a 18.000, realizzati grazie all’inaugurazione nel 2007 di un nuovo birrificio a Kihei, che ha visto di recente il completamento di una fase di espansione per portare il potenziale produttivo annuo a circa 40.000 barili, ossia raddoppiandolo. Con attualmente 72 dipendenti, Maui esporta il 20% circa della produzione in 15 stati americani e in 13 paesi stranieri; dall’agosto 2014  le Maui sono le birre ufficiali delle Hawaiian Airlines. Le Hawaii non hanno nessun produttore di bottiglie di vetro, che devono essere necessariamente importate: anche per questo motivo Garret Marreo ha da subito scelto l’opzione lattina per la distribuzione delle proprie birre, ispirato dall’amico Dale Katechis del birrificio Oskar Blues (Colorado), utilizzando un produttore locale di Ohau. Lo scorso anno il birrificio ha anche raggiunto un accordo commerciale con la Stone Brewing Co. per quel che riguarda la distribuzione di birre californiane sulle isole hawaiane. Al tempo stesso, Stone è da tempo il distributore ufficiale di Maui nella California del Sud. Tra le ormai cento birre prodotte in vent’anni da Maui una delle più famose è senz’altro la Coconut Porter: non sono riuscito a scoprire chi abbia avuto per primo l’idea di produrre una birra con il cocco, ma indubbiamente lattina di Maui è uno degli esempi più noti. L’idea è del birraio Thomas Kerns, che inizia a sperimentare nel 2002 alcune ricette casalinghe con il cocco tostato per poi realizzare la versione definitiva al brewpub che, dal 2006 ad oggi, ottiene ogni anno diverse medaglie ai concorsi: per la ricetta vengono anche utilizzate sei diverse varietà di malti. All’aspetto è piuttosto scura, molto vicina al nero e sormontata da un generoso e cremoso cappello di schiuma beige, compatta e dall’ottima persistenza. L’aroma si rivela essere piuttosto semplice, rimediando con un’ottima pulizia ad un’intensità solo discreta: caffè e orzo tostato dominano la scena affiancati da note terrose e, molto più leggere, di mirtillo, cioccolato e cocco tostato. Il gusto, pur mantenendo le cose semplici, inverte il rapporto intensità-pulizia: meglio la prima, in questo caso. Gli elementi in gioco sono gli stessi (amaro di caffè e tostature, dolce caramello leggermente bruciato, lieve cioccolato e frutti di bosco scuri) a costituire una bevuta che parte con un amaro tostato deciso e via via stemperato dall’acidità dei malti scuri; finisce quasi delicata, e tra il caffè finalmente s’avverte qualche nota di cocco tostato. CoCoNut Porter che alla fine risulta essere meno “esotica” del previsto, ma sicuramente la distanza del luogo di produzione e la data d’imbottigliamento (giugno 2015) non giocano a favore della “caccia al cocco”; la sua presenza è davvero sottile, alla fine si trova o forse è solo la “suggestione” del sapere che “ci deve essere”. Mi piacerebbe provarla più fresca, ma anche in queste condizioni rimane una buona porter, senza acuti e senza difetti, con una facilità di bevuta quasi da “session beer” nonostante la gradazione alcolica dichiarata. Certo, berla fresca e (soprattutto) nel luogo di produzione avrebbe sicuramente un effetto molto diverso.Formato: 35.5 cl., alc. 6%, IBU 30, imbott. 19/06/2015, scad. (importatore) 06/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton Ace Edge

Ci sono delle birre che fanno la fortuna di un birrificio e, nel caso degli inglesi di Buxton, questa è la Axe Edge. La birra è uno dei primi cambiamenti messi in atto a Buxton da James Kemp, birraio neozelandese proveniente da Thornbridge dove ha tra l’altro elaborato la ricetta della Black IPA Wild Raven: il mix originale di luppoli Cascade, Hallertau, Chinook e Golding viene sostituito da Nelson Sauvin, Citra ed Amarillo.  Kemp, annunciato proprio in questi giorni come nuovo birraio alla Marble di Manchester, giunse alla Buxton nel 2010 per poi essere sostituito nella primavera del 2013 da Colin Stronge: curiosamente, Stronge aveva lavorato in precedenza per nove anni proprio alla Marble. L’Axe Edge di Buxton prende il suo nome dall'omonimo altopiano a sud-ovest della località di Buxton; nel 2011, quando la “craft beer revoultion” inglese sta iniziando a diffondersi con più decisione,  viene definita come una “Double IPA” con un ABV di 6.8%: la percentuale di alcool è rimasta invariata ma attualmente sulla nuova etichetta compare solo la scritta India Pale Ale. Anche perché nel frattempo il birrificio del Peak District ha alzato di parecchio l’ABV delle sue “imperiali” con la Wyoming Sheep Ranch (8.4%) e soprattutto con la Two Ton (11%); nella stessa categoria (10%) si colloca la versione  celebrativa  e potenziata  (“on steroids”)  proprio della Axe Edge, chiamata Double Axe che viene prodotta una volta l’anno. Ma le celebrazioni della flagship beer Axe Edge non sono finite.  Nel 2014 Buxton annuncia l’arrivo di una nuova versione della birra chiamata Ace Edge: come il nome può far intuire, protagonista di questa variazione è il luppolo giapponese Sorachi Ace. Quello che onestamente non sono riuscito a capire è se sia stato utilizzato solamente questo luppolo o se, sia stato semplicemente aggiunto al mix;  l’unica certezza è che l’ispirazione per questa “variante” non è la nostra Zona Cesarini ma la birra Neapolitan che viene prodotta dal birrificio del Kent inglese Alpha State, una Dunkelweizen realizzata con Sorachi Ace.  A fine ottobre 2015 Buxton imbottiglia un nuovo lotto di Ace Edge, finalmente disponibile anche in Italia; in Inghilterra la birra è stata anche occasionalmente servita attraverso un Randall di Sorachi Ace e cocco. Il suo bel colore velato si colloca tra l’arancio ed il dorato, con un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca che ha un’ottima persistenza.  Il naso ancora fresco e molto pulito, dispensa eleganti ed invitanti profumi di frutta appena tagliata: mango, ananas, pompelmo e arancio, melone retato, lychee e lampone, bubble-gum (Big Babol); in sottofondo qualche accenno di resina. Un aroma che – a memoria – non mi sembra molto differente da quello della sorella Axe Edge; per quanto mi sforzi, non riesco a trovare nessuna presenza di “cocco”, uno dei tratti caratteristici del Sorachi. Benissimo l’aroma e sullo stesso livello si mantiene il gusto, benché meno ruffiano: qui la componente “succosa e fruttata” è forse meno dominante rispetto alla Axe Edge, ma la bevuta risulta ugualmente gradevole. Si parte con un imbocco di leggero biscotto e miele per poi passare al dolce del tropicale, subito incalzato da un amaro vegetale, resinoso e “pepato”, quasi scevro della componente “zesty”. Il finale è in crescendo, incalzato da un delicato tepore etilico che sfocia in un retrogusto amaro piuttosto lungo ed intenso, elegante, sempre molto pulito. Ottima la sensazione palatale, o “mouthfeel” che dir si voglia; corpo medio, la giusta quantità di bollicine, presenza morbida che non ne rallenta affatto la scorrevolezza.  Una gran bella IPA profumata e molto ben fatta, ancora piuttosto fresca e quindi decidetevi in fretta se avete voglia di provarla, il trascorrere del tempo non le è affatto amico.Formato: 33 cl., alc. 6.8%, lotto 27/10/2015, scad. 27/07/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

50 & 50 Craft Brewery: Italiano Medio & Mr. Crocodile

Il primo debutto italiano del 2016 sul blog è del giovane birrificio varesino “50&50 Craft Brewery”, le cui due ”metà” sono Alberto Cataldo ed Elia Pina, un altro caso di passaggio dalla passione dell’homebrewing al mondo dei professionisti. Il birrificio è pronto a partire già nel 2013 ma, da quanto leggo, la burocrazia ne ha fatto slittare il debutto a maggio del 2014. L’impianto è attualmente composto da un Braumaster da 8 hl. a fiamma manuale,  fermentatore tronco-conico da 1400 litri e due maturatori isobarici PED da 1200 litri. Le birre propose sono inizialmente quattro, equamente divise tra  bassa e alta fermentazione: Man Bassa e Be-Bhop, una lager  ed una bock (molto) luppolate, Italiano Medio (golden ale) e Confessionale (American Pale Ale). Arrivano poi abbastanza velocemente anche un’American IPA (Django), la Tripel “Effimera” e, ultima arrivata, una Session IPA chiamata Mr. Crocodile. Due le birre che “bagnano” il debutto sul blog; iniziamo dalla Golden Ale chiamata “Italiano Medio” accompagnata dalla divertente etichetta abbozzata da Elia Pina e realizzata poi dallo studio tattoo Macaroni Crew di Induno Olona. Malti Pils, Pale e Carahell, luppoli Ahtanum e Cascade è quanto dichiarato in etichetta, assieme alla scritta “chi semina raccoglie, ma chi raccoglie si china, e a quel punto è un attimo”. Il sito del birrificio riporta invece quella che è forse una prima versione della birra che prevedeva: Pale, Wheat, Carahell, Carapils, luppoli Amarillo, Cascade, Ahtanum; probabile che questo non sia aggiornato. Il lievito è l’immancabile US-05. Nel bicchiere arriva di colore ramato opalescente, con riflessi dorati ed un cappello non troppo generoso di schiuma bianca e cremosa, dalla buona persistenza. Plaudo alla scelta del birrificio di mettere in etichetta la data d’imbottigliamento (17/09/2015): già quattro i mesi di vita che si riflettono un po’ sulla freschezza dell’aroma. Gli agrumi (arancio, pompelmo) tendono un po’ alla marmellata piuttosto che al frutto fresco, accompagnati da profumi florealie vegetali con una lieve presenza di caramello e bubble-gum. L’intensità è discreta, mentre la pulizia e la finezza potrebbero essere migliori. E’ una birra nata per essere facile da bere (anche dall’italiano “medio” non avvezzo alla cosiddetta “artigianale”) e in questo senso il risultato è stato ottenuto: si paga però (e a volte un po’ troppo) il prezzo dell’intensità che latita nei primi sorsi, almeno finché il palato non si abitua. Delicata la base maltata (pane, lieve caramello), delicata la presenza di arancia e pompelmo con qualche sconfinamento nella marmellata, più convincente il finale amaricante fondato sul binomio zesty/vegetale. La bassissima carbonatazione aiuta ad aumentare la velocità di scorrimento ma invero toglie un po’ di vivacità alla bevuta che sarebbe comunque già stata “snella” grazie ad un corpo leggero e ad una consistenza watery. La costruzione di una quasi (5%) session-beer “delicata” e da bere ad oltranza c’è, la bottiglia in questione è un po’ penalizzata dal trascorrere del tempo che ne limita il godimento: allo stato attuale è una birra “media” di nome e di fatto, con i luppoli un po’ stanchi che occasionalmente regalano anche qualche lieve nota che ricorda alla lontana la cipolla. Mi sarebbe piaciuto berla 2/3 mesi fa. Scende l’ABV (4.5%)  ma sale il tasso di amaro nella Mr. Crocodile, una Session IPA probabilmente ispirata alla noto trittico cinematografico con protagonista Mick Dundee. L’etichetta non riporta informazione sugli ingredienti ma apprendo che vengono utilizzati luppoli australiani. Dorata e velata, schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza anche se non abbondante. Al naso il dolce “fruttatone” della luppolatura esotica offre profumi di mango, melone maturo, papaya e maracuja, in sottofondo un cenno di pompelmo e fragola, bubble-gum. Pulizia e intensità sono ad un livello più alto rispetto alla birra precedente. Anche i primi sorsi di questa Session IPA non abbondano d'intensità ma anche qui la ricetta è ben pensata: snella la base maltata (crackers), frutta dolce tropicale, virata amara finale con scorza d'agrumi e note vegetali. E' una della poche Session IPA che ho bevuto nelle quali si punta sul dolce tropicale dei luppoli australiani rispetto al solito agrume che spesso caratterizza queste birre. Quando la birra è molto fresca la scelta può rivelarsi azzeccata, ma con il passare del tempo il dolce fruttato che tende a diventare sempre più "maturo" può rischiare di vanificare il potere rinfrescante e "sessionabile" di una IPA così leggera e poco carbonata, dalla consistenza piuttosto watery. Quattro i mesi di vita di questa bottiglia, c'è ancora equilibrio ma anche qui, soprattutto al naso, i luppoli iniziano a dare qualche segno di cedimento e - di nuovo - ritrovo qualche lontano rimando alla cipolla. Due birre "delicate" e pensate per essere facilmente fruibili  ed in grande quantità: la strada intrapresa sembra essere giusta ma, a mio modesto parere, manca ancora un po' di carattere e di pulizia. Facilità di bevuta e "sessionabilità" non devono necessariamente sacrificare una parte dell'intensità del gusto. Il birrificio è giovane, il tempo per aggiustare la mira c'è e, come detto, mi piacerebbe rincontrare queste birre con qualche mese in vita di meno alle spalle.Nel dettaglio:Italiano Medio, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 21, lotto 17/09/2015, scad. 05/2016, 3.50 Euro.Mr. Crocodile, formato 33 cl., alc. 4.5%, IBU 40, lotto 09/09/2015, scad. 04/2016, 3.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Winterkoninkske Grand Cru (American Oak) 2014

Ultima bevuta “di Natale” e di birre realizzate appositamente per le festività: la stagione si chiude con il “botto”, ovvero con una massiccia Belgian Strong Dark Ale prodotta dalla Brouwerij Kerkom, che mancava dal blog da un po’ di anni.  Il birrificio fondato nel 1878 e guidato dal 1999 da Marc Limet ha realizzato nel 2009 una versione estremamente più robusta della sua birra natalizia, quella Winterkoninkske che vi avevo raccontato in questa occasione. Birra dedicata allo Scricciolo, in fiammingo appunto chiamato Winterkoninkje (ovvero “il re dell’inverno”), il piccolo uccello che tradizionalmente “annuncia” l’arrivo dell’inverno quando dalla campagna si sposta verso i centri abitati alla ricerca di un luogo meno freddo dove costruirsi il nido. Ma nella tradizione celtica lo scricciolo è anche legato al giorno di Santo Stefeno (Wren’s Day): fu proprio questo uccello, con il suo canto, a rivelare ai romani dove fosse il rifugio di Stefano che fu poi catturato e lapidato. La ricetta della Winterkoninkske prevede sette tipologie di malto (incluso avena), due luppoli e nessuna spezia, ma quando il birraio è belga non ci si può mai fidare delle dichiarazioni ufficiali. La versione Grand Cru della Winterkoninkske utilizza quattro diversi malti scuri rispetto a quella “base” e soprattutto eleva il tasso alcolico da 8.3 a 13%, rendendosi disponibile solamente nel formato da 75 cl.  Ne esiste anche una versione “American Oak “ che viene invecchiata in botti di rovere (ex Bourbon?) americano. Ed è di questa che vado a parlarvi. Lo stappo risulta essere operazione abbastanza complicata ed è  impossibile estrarre con la mani il sughero di plastica che sporge dal collo avvolto in un’elegante plastica argentata: bisogna ricorrere al cavatappi. Marrone scurissimo, riflessi che richiamano la tonaca del frate, schiuma beige di modeste dimensioni ma – considerato il contenuto alcolico – apprezzabile per compattezza, cremosità e discreta persistenza. Il naso è una sorta di caminetto accesso in una stanza dalla cui finestra potete ammirare la neve e i rami degli alberi ricoperti da una coltre di ghiaccio: caldo, etilico, morbido e avvolgente con dolci profumi di zucchero candito, marzapane, uvetta-prugna-datteri, frutti di bosco. Vaniglia, bourbon, qualche traccia di vino liquoroso, sherry, legno. Davvero notevole l’intensità, ottima la pulizia. Se ancora non vi siete scaldati con l’aroma, è sufficiente un piccolo sorso per ricevere tutto il conforto di cui avete bisogno. L’alcool (bourbon) non si nasconde affatto e accompagna la bevuta dall’inizio alla fine assieme al caramello, ai frutti di bosco, all’uvetta e alla prugna, alla liquirizia e all’anice: il tutto è “impreziosito” da sfumature di vino liquoroso, legno e cioccolato, vaniglia, con un finale leggermente amaricante che ricorda il rabarbaro.  Poche le bollicine, consistenza oleosa, morbida e molto gradevole al palato, con un corpo tra il medio e il pieno:  in quella che si autodefinisce “la birra più forte di tutta la regione del Limburgo” il dolce e l’alcool abbondano, è vero, ma l’ultimo svolge la funzione necessaria di “asciugare” il primo rendendo la bevuta un lento e appagante sorseggio da assaporare in tutta tranquillità, senza fretta, seduti in poltrona: una birra imponente e impegnativa che regala tuttavia un adeguata ricompensa, magari abbinata a del cioccolato fondente, un’associazione quasi naturale.L’etichetta riporta il millesimo 2014 in etichetta, ma dopo averla bevuta la sensazione è quella di una birra che non teme molto il passare del tempo e che può riposare per molti mesi in cantina traendone anche beneficio.Formato: 75 cl., alc. 13%, lotto 2014, scadenza non riportata, 13.11 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Omnipollo / Buxton: Yellow Belly Peanut Butter Biscuit Stout

"Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo. Yellow Belly è il nome scelto per una birra collaborativa prodotta dagli inglesi di Buxton Brewery e dalla beerfirm svedese Omnipollo. L'idea nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno.Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. In parallelo c'è anche la crescita in altri paesi europei di partiti estremisti come il British National Party, EDL, Dansk Folkeparti, Vlaams Belang, la Lega Nord, Fremsrittspartiet, Sannfinländarna, Alba Dorata. Sviluppato il concetto, al fido collaboratore di Omnipollo Karl Grandin spetta l'intuizione dell'artwork: bellissima la scelta di incartare la bottiglia in modo da rappresentare un cappuccio del Ku Klux Klan.La sostanza parla di una massiccia (11%) imperial stout prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti: quella che teoricamente è una collaborazione si rivela essere nel bicchiere in tutto e per tutto una Omnipollo. Il canovaccio è quello già visto con la Noa Pecan Mud Cake (prodotta con pecan e caramello) con una variazione degli ingredienti aggiunti. Quasi nera nel bicchiere (in controluce appare più un marrone scurisimo), con una piccola schiuma nocciola cremosa ed un po' grossolana, non molto persistente. L'aroma è dominato dal burro d'arachidi affiancato da profumi di biscotto e vaniglia, gianduia, lattosio, cioccolato al latte, crema alla nocciola; il dolce è tanto, secondo me troppo, ai limiti della stucchevolezza. C'è intensità ma manca eleganza e l'impressione è a tratti quella di annusare una barretta snack industriale piuttosto che una torta fatta in casa. Non si discosta di molto da questi binari il gusto: si continua sul versante dolce con abbondanza di arachidi e di zucchero, vaniglia e toffee, cioccolato al latte, biscotto, caffè latte. Sontuosa è la sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine, una consistenza che oscilla tra "il masticabile" e "l'oleoso" con una morbidezza davvero vellutata, simile ad un frappé. Ma per questa volta vado controcorrente e non mi unisco al coro delle lodi che la Yellow Belly riceve sui vari siti di beer-rating: passata la sorpresa (e la bontà) dei primi due sorsi mi è davvero venuta voglia di passare a bere qualcos'altro. Più che un birra prodotta con aromi, mi è parsa una sorta di liquore dolce con in sottofondo un vago ricordo di birra, che rimane troppo nascosta e schiacciata dagli "aromi" aggiunti. L'alcool (11%) è forse sin troppo nascosto, riscaldando leggermente ma risultando incapace di stemperare del tutto la componente dolce; anche l'amaro finale dato dai luppoli e non dalla tostature fallisce nel ridare un po' di equilibrio a questa bevanda/birra. Una bottiglia molto cara (siamo nei dintorni dei 30 euro/litro) che - passati i primi sorsi - a mio parere non vale assolutamente il prezzo del biglietto: forse meglio tentare la sorte con la versione barricata in botti ex-Bourbon chiamata Yellow Belly Sundae.Formato: 33 cl., alc. 11%, imbott. 14/09/2015, scad. 01/09/2019. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Amager / Three Floyds Arctic SunStone

Il 2015 si è chiuso con uno dei suoi protagonisti, il birrificio Amager; con l'anno nuovo si torna di nuovo in Danimarca, nei  nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen dove nel 2006 Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm l'hanno fondato. Amager non fa mistero di amare il luppolo e si presta volentieri a collaborazioni internazionali con altri birrifici, soprattutto americani. Eccone un altro esempio, una birra realizzata assieme agli statunitensi di Three Floyds, famoso (e di non facile reperibilità nemmeno al di là dell'oceano) birrificio aperto a Munster, Indiana, dai fratelli Nick  e Simon Floyd assieme al padre Mike.I Three Floyds sono una presenza abbastanza stabile in Danimarca, essendo collaboratori da lunga data con Mikkeller: prima per alcune birre e poi per la realizzazione del brewpub Warpigs a Copenhagen.La collaboraizone con Amager arriva invece nel 2013; è in quell'anno che viene realizzata un'American Pale Ale chiamata Arctic Sunstone. Il nome fa ovviamente riferimento alla mitologica "pietra del sole",  strumento che sarebbe stato utilizzato dagli abili navigatori del Nord per localizzare il sole e riuscire ad orientarsi anche nelle giornate nuvolose. La ricetta elaborata da Jacob Storm di Amager con Chris Boggess e  Barnaby Struve dei Three Floyds prevede malti Pale, Munich e Melanoidin, con una generosa luppolatura di Tomahawk, Citra, Centennial e Simcoe. Il suo aspetto è tra l'arancio ed il dorato, leggermente velato: il bianco cappello di schiuma che si forma è cremoso e compatto, dalla trama fine e dall'ottima persistenza. La bottiglia ha poco più di un mese di vita e l'aroma ne riflette la freschezza: pungenti e fragranti profumi di pompelmo e arancio, mandarino, ananas, mango e litchi, melone. Pulizia ed eleganza ineccepibili, ottimo biglietto da visita che si traduce in un gusto altrettanto "piacione" e ruffiano quanto basta. Un tocco di miele, leggera base biscottata a sorreggere un ingresso dolce e fruttato, ricco di pesca/mango, arancio e pompelmo, frutta tropicale. L'etichetta l'identifica come "American Pale Ale" ma l'amaro che non tarda ad arrivare è importante: la resina è infatti protagonista del finale, affiancata da qualche note dolce di tropicale a renderla meno "minacciosa" del previsto. Bevetela senza che vi sia detto cosa ci sia nel bicchiere e dichiarerete senza esitare: una IPA! Profumata e facilissima da bere, bilanciata, pulita, morbida in bocca pur essendo dotata di una grande scorrevolezza; le bollicine sono al livello giusto, il corpo è medio. L'alcool (6%) è molto ben nascosto, la bevibilità non è forse a livello delle migliori sorelle di categorie che vengono prodotte in America ma è davvero un dettaglio trascurabile. Il livello è alto, la bevuta molto soddisfacente facendosi perdonare di  assomigliare un po' ad altre birre (collaborative) realizzate da Amager. Formato: 50 cl., alc. 6%, IBU 43, lotto 1188, scad. 11/2016.