Samuel Smiths Winter Welcome Ale

E’ la birra che dà il benvenuto all’inverno nello Yorkshire: Winter Welcome Ale, rispettosa della tradizione inglese come tutte le produzioni Samuel Smith.  È il più antico birrificio di Tadcaster e di tutta questa regione settentrionale dell'Inghilterra, fondato nel 1758  dalla famiglia Hartley e rilevato poi nel 1847 da John Smith, figlio del ricco macellaio Samuel Smith (senior), che passò poi le redini a Samuel Smith (junior) nel 1886. Non è cambiato molto da allora: la famiglia Smith è ancora proprietaria, l'acqua proviene sempre dal pozzo (26 metri) scavato nel 1758, il lievito proviene dallo stesso ceppo utilizzato senza sosta dal 1900 e le birre fermentano ancora in grandi vasche rettangolari formati da blocchi di ardesia. La proposta natalizia di Samuel Smith è in verità “buona” per tutti i mesi più freddi dell’anno: si tratta di una “winter warmer”,  una birra appena un po’ più robusta ed alcolica rispetto “alla norma”, ma non aspettatevi fuochi d'artificio;  non vengono utilizzate spezie (caratteristica comune in molte “birre di Natale”) ed è forse anche questo un segno di rispetto verso la tradizione: un tempo le spezie erano pregiate e costose, difficile pensare ad un loro utilizzo nella birra, per lo meno quella destinata al “popolo”. La Winter Welcome Ale di Samuel Smith arriva ogni anno con un etichetta diversa e millesimata: 6% l’ABV, un ricco parterre di malti ed una luppolatura tradizionale di Fuggle ed  East Kent Golding. Versione pastorizzata, come tutte le bottiglie di Sam Smith, di un luminoso color ambrato con venature che vanno dal ramato all’oro antico; si formano “due dita” di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma, dall’intensità alquanto discreta, è pulito e presenta eleganti profumi di biscotto, toffee, miele e un interessante mix di  frutta secca nel quale s’avvertono noci e nocciole, anacardi, forse arachidi.  Bene la sensazione palatale: corpo medio, poche bollicine e una gratificante morbidezza per una birra che si colloca, per quel che riguarda l’alcool, nei valori bassi dello spettro (5.5 - 8%) identificato dal BJCP per la categoria delle English Strong Ales. Il gusto ripercorre stessi passi dell’aroma, ma con minore fragranza e finezza: ritornano biscotto, crosta di pane, miele e il carattere “nutty” che richiama di nuovo la frutta secca; la bevuta si mantiene dolce per essere poi bilanciata da un finale nel quale l’amaro erbaceo e terroso è più in evidenza del previsto. Nonostante il birrificio l’immagini come una birra da “contemplare” davanti al caminetto, la facilità di bevuta è molto elevata e l’alcool dispensa solo un leggerissimo tepore nel retrogusto, comunque insufficiente a riscaldare corpo e spirito, a meno che  - e bisogna sempre tenere a mente la tradizione, quando si parla di Samuel Smith – non siate abituati ad accompagnare le vostre serate a ritmo di session beers come Bitter, Special Bitter e Mild.Formato:  55 cl., alc. 6%, lotto 15196, scad. 08/2016, pagata 5.30 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton Double Axe (2015)

Nell'autunno del 2014 il birrificio inglese Buxton celebra una delle sue birre più famose, la Axe Edge IPA, realizzandone una versione speciale e potenziata in tutto e per tutto: malti e luppoli, gradazione alcolica che da 6.8% passa a 13.6%. Il risultato è una delle (Triple) IPA più alcoliche mai realizzate in Inghilterra, appena dietro alla BrewDog Anarchist/Alchemist (14%). Non è tuttavia questa la birra che ha ispirato il birraio di Buxton Colin Stronge: il suo sguardo si è invece rivolto alla Un-Human Cannonball (11%) di Magic Rock, birra che alzava ulteriormente l'asticella dell'alcool nella già poderosa (9.2%) Human Cannonball. La ricetta della Double Axe era in cantiere da tempo ma la mancanza di spazio libero alla Buxton ne ha ritardato la realizzazione sino all'Agosto del 2014, quando i fermentatori si sono finalmente svuotati per qualche settimana. Con i "second runnings" (ovvero il recupero del filtrato ottenuto dal lavaggio dei cereali a fine ammortamento) della Double Axe viene prodotta una "mild sour" chiamata Wolfscote.La Double Axe è stata replicata nel 2015, con una ricetta leggermente modificata: viene abbassato il tenore alcolico (10%) e viene utilizzato un mix di luppoli diversi rispetto alla precedente, nello specifico Amarillo, Citra e Mosaic.Si presenta nel bicchiere a metà strada tra il ramato e l'ambrato scarico, quasi limpida e con una bella e compatta testa di schiuma biancastra, cremosa, dall'ottima persistenza. La bottiglia ha appena un mese di vita sulle spalle e l'aroma ne riflette la freschezza, con pungenti profumi di mango e papaia, passion fruit, pompelmo, arancio, cedro, una suggestione di fragola; il bouquet è elegante, l'intensità non è esplosiva ma comunque di buon livello.L'utilizzo dell'avena rende questa "belva" abbastanza morbida al palato, con poche bollicine, corpo medio ed una consistenza oleosa: un mouthfeel è piuttosto distante dal carattere della birra, duro e diretto. La macedonia di frutta dell'aroma è quasi assente al gusto, fatta eccezione per una lieve presenza di agrumi e di frutta candita: si passa dall'ingresso maltato (biscotto e miele) ad un amaro intenso e resinoso, pungente, che morde subito il palato. L'alcool c'è ma la sua presenza è probabilmente mitigata dalla morbida sensazione palatale: in sostanza, si beve senza troppe difficoltà. La birra è pulita, potente e ben fatta, ovviamente fresca ma, per quello che è il mio gusto personale, avverto la mancanza di una componente fruttata a bilanciare l'intensità dell'amaro e a rendere meno monotona la bevuta. Termina coerente con il suo percorso, con un lungo retrogusto amaro, resinoso, pungente ulteriormente potenziato dal calore etilico.  Non è una DIPA "succosa" dall'intenso finale amaro, ma piuttosto una DIPA amara, dall'inizio alla fine, la cui monotonia è resa attualmente piacevole e godibile dalla sua freschezza. Non intendo dire che sia una birra fatta male, anzi: semplicemente è dal di fuori delle mie corde. Formato: 33 cl., alc. 10%, imbott. 11/11/2015, scad. 11/08/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Corsendonk Christmas Ale

Il marchio Corsendonk fa riferimento al Priorato di Corsendonk, attivo dal 1398 al 1784 nell'omonima località in prossimità di Turnhout; la fondazione fu voluta da Maria van Gelder, giovane figlia del Duca di Brabante Jan III, mentre la soppressione - come quella di molti altri conventi - avvenne per opera della riforma di Giuseppe II d'Asburgo. Ci sono notizie documentate di produzione di birra all'interno dell'abbazia sin dal 1453.Gli edifici restarono abbandonati ed in rovina sino al 1968, quando furono acquistati da privati che li ristrutturano trasformandoli in quella che rimane la loro funzione attuale: un hotel, un centro congressi ed un ristorante. Nel 1982 i proprietari del complesso Corsendonk contattarono la famiglia De Keersmaekers per la creazione di una serie di birre a marchio Corsendonk; i Keersmaekers, ora grandi distributori di bevande, avevano in realtà iniziato come birrai nel 1906 fondando la Brouwerij Cors, poi dismessa nel 1953. Per la produzione della gamma Corsendonk, Jef Keersmaekers elabora alcune ricette che vengono inizialmente realizzate sugli impianti della Van Steenberge, per poi spostarsi progressivamente e definitivamente alla Du Bocq: le birre commercializzate oggi sono circa una ventina e nel 1998 la gamma Corsendonk s'arricchisce con una Christmas Ale. Il suo vestito è la tonaca del frate, con intensi riflessi rossastri; molto compatto e generoso è il cappello di schiuma beige che si forma, cremosa e molto persistente. L'aroma ha una buona intensità che evidenzia un bouquet olfattivo pulito, composto da profumi di frutta secca, caramello, pera e banana, una delicatissima speziatura e una leggera asprezza di frutti rossi che si dissipa assieme alla schiuma. Non è molto diverso lo scenario che si apre al palato: la bevuta è dolce di caramello, prugna e uvetta, zucchero candito, liquirizia, qualche nota di cola e un finale leggermente amaro di pane tostato ed una suggestione di cioccolato. L'intensità non è però molta e anche l'alcool (8.1%) non fornisce nessun confortevole rifugio dal freddo dell'inverno: ne guadagna la facilità di bevuta, ne subisce la persistenza del gusto. Lievemente astringente in chiusura, finisce corta con una lieve speziatura e, finalmente, un timido alcool warming. Strong Ale (natalizia) belga poco impegnativa ma anche - per quel che riguarda la mia esperienza - un po' avara nell'elargire soddisfazioni.Formato: 25 cl., alc. 8.1%. lotto F 07:31, scad. 06/11/2016, 1.80 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra Gaia Onirica & Birra Gaia Aradia

Nuovo debutto sul blog, proprio in chiusura di 2015. Si tratta del Birrificio Gaia, operativo da ottobre 2013 in quel di Lissone, Brianza. Una realtà a gestione familiare guidata dal birraio Giuseppe La Rocca, formatosi attraverso alcuni corsi e con esperienze pratiche nelle sale di alcuni birrifici lombardi, come ad esempio Orso Verde: l’impianto è da 500 litri a due tini. Il nome scelto richiama la tradizione classica e la mitologia greca: Gaia, dea madre di tutti  dei e personificazione delle terra. Anche le etichette delle bottiglie prodotte bottiglie rimandano al mondo classico e alla pittura greca. Due le birre che ho avuto l’occasione d’assaggiare. Partiamo da Onirica, quella che in etichetta viene definita una “bitter” (4.8%): bel colore ambrato/ramato nel bicchiere, leggermente velato e con riflessi dorati: la schiuma ocra è molto generosa, fine, cremosa ed ha un’ottima persistenza. Al naso è evidente che non si tratta di una bitter tradizionale, almeno per i profumi donati dai luppoli extraeuropei: mango e passion fruit, ananas e, una volta svanita la schiuma, resina e qualche sentore pompelmo. Molto delicato il contributo dei malti, con un leggerissima presenza di frutta secca o “nutty”, se preferite. L’intensità complessiva è discreta, bene la pulizia.   Un po’ troppe le bollicine in bocca per lo stile, ma per il resto è una birra leggera che scorre piacevolmente senza derive troppo acquose. Meno esotico e più “british”  è invece il gusto:  lieve sottofondo di caramello a supporto di un amaro intenso ma “educato”, dove al pompelmo s’affiancano le note terrose e vegetali. Forse affiora anche un po’ troppo cereale. La bevuta è facile ma soddisfacente, esaltata dalla freschezza della bottiglia (un mese di vita circa)  e da un buon livello di pulizia e intensità.Dalla bitter passiamo alla IPA chiamata Aradia (5.8%), figura folkloristica che nel neopaganesimo viene indicata come ”divinità, ispiratrice e protettrice della stregoneria”.  La birra non è presente sul sito del birrificio, dove la IPA viene invece chiamata Babel: forse l’omonimia con l’APA prodotta dal birrificio Foglie d’Erba ha consigliato la scelta di cambiare il nome. Anche se la foto non le rende giustizia, è leggermente più chiara della bitter: oro carico velato, schiuma bianca, cremosa e compatta, con una buona persistenza. L’aroma, pulito, è molto fresco e fruttato: la mecedonia si divide equamente a metà tra agrumi (pompelmo, mandarino, arancio) e frutta tropicale (mango passion fruit), con in sottofondo lievi sentori di resina. Apprezzabile il livello d’intensità, senza ricorrere a dry-hopping sfacciati o sfrontati, a volte un po’ cafoni.  Il corpo è tra il medio ed il leggero, la carbonatazione è stavolta giusta: la scorrevolezza è buona, ma forse la sensazione “tattile” al palato si potrebbe alleggerire ancora un po’.  La bevuta inizia dolce con le note di crackers, miele e quelle della polpa d‘agrumi (arancio e mandarino), affiancate da quelle amare ai lati del palato: resina e zesty, soprattutto pompelmo; il percorso procede bilanciato sino all’accelerazione finale con l’amaro resinoso a chiudere, di livello piuttosto intenso ma – anche in questo caso – “educato” e non raschiante.  L’unico appunto che gli si potrebbe muovere è quello di essere un po’ monocorde, insistendo sulla resina e tralasciando altre sfumature (ad es. l’agrume) che l’avrebbero reso più interessante. E’ una IPA pulita e – soprattutto – molto  fresca con il relativo valore aggiunto che ne deriva: la bevuta è corretta, senza difetti, godibile: caratteristiche che ho ritrovato in entrambe le birre bevute. Costruite le solide  basi, per il birraio arriva forse ora il momento più difficile del suo lavoro: limare, affinare ulteriormente pulizia ed eleganza e soprattutto caratterizzare maggiormente le proprie birre, buone e corrette ma ancora un po’ timide. Uno step secondo me necessario se si vuole emergere nell’affollatissimo panorama brassicolo italiano.Nel dettaglio:Onirica, formato 33 cl., alc. 4,8%, lotto 4142, scad. 11/2016, 4.00 Euro;  Aradia, formato 33 cl., alc. 5,8%, lotto 3738, scad. 11/2016, 4.00 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Verhaeghe Noel

Lo ammetto apertamente, per me “Birra di Natale” significa Belgio: è da lì  che arrivano o è dalla tradizione belga che si ispirano le migliori birre realizzate appositamente per questo periodo dell’anno. Si chiama semplicemente Noël, ribadito poi anche in quel  “Christmas” e “Weihnacht” dell'etichetta la proposta natalizia del birrificio Verhaeghe, attivo sin dal 1885 a Vichte, una quindicina di chilometri ad est di Kortrijk/Courtrai. Fondato da Paul Verhaeghe ed in seguito (1928) guidato dai figli Leon e Victor, quindi (1944) dai nipoti Pierre e Jacques e (1991) dai figli di quest’ultimo Karl e Peter. Dei due, Peter è il birraio, mentre Karl si occupa della parte commerciale  ed amministrativa. Nel 1919 il birrificio era stato completamente ricostruito dalle macerie della Prima Guerra Mondiale: tutte le attrezzature (malteria e bollitori in rame) furono asportate dai tedeschi in seguito al rifiuto da parte di Paul Verhaeghe di produrre birra per l’invasore nemico.  Per i successivi 5-6 anni la produzione si fermò e ovviamente tutta l'abituale clientela si rivolse altrove. Al momento della ripartenza non ci fu solamente da recuperare l'intero parco clienti; le classiche Flemish Red Ales che Verhaeghe aveva sempre prodotto erano state spodestate, nel gradimento popolare, dalle Lager e dalle Pils. Il birrificio fu costretto ad un nuovo investimento economico per produrre basse fermentazioni creando la Verhaeghe Pils, che oggi occupa all’incirca il 10% della produzione.   Karl e Peter, gli attuali proprietari, si sono ritrovati nel 1991 con un birrificio piuttosto vecchio sul quale non venivano fatti investimenti da molti anni: la loro decisione fu di proseguire per la strada della tradizione, continuando a produrre soprattutto Flemish Red Ales anziché mettersi a seguire le mode imposte dal mercato. Le birre di maggior successo prodotte oggi da Verhaeghe continuano ad essere la Duchesse De Bourgogne, la Vichtenaar e la Echt Kriekenbier.  Meno tradizionale è invece la proposta natalizia: se la maggioranza delle Strong Ales belghe “festive” sono di colore scuro e dal tenore alcolico piuttosto sostenuto, Verhaeghe propone invece una birra dorata e tutto sommato “leggera”. Non ci sono spezie, almeno ufficialmente (con i birrai belgi non si può mai sapere..) in questa strong ale dal colore oro antico, perfettamente limpida; la schiuma è biancastra e “croccante”, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Un po’ meno attraente l’aroma, che non presenta una particolare intensità pur rivelandosi pulito: cereale, pane e biscotto, un tocco di miele, la delicata speziatura dei lieviti ma anche (forse) da luppolo “nobile”, zucchero candito, fiori secchi.  Al palato la birra paga il dazio di una carbonatazione un po’ debole, che le toglie vivacità: il corpo è medio, c’è una buona scorrevolezza che ripropone in buona parte l’aroma. Biscotto, miele, zucchero a velo / vaniglia, un “fruttato” non ben identificabile per una bevuta dolce ma non troppo, complice anche un’intensità ben lontana da livelli eccelsi. In chiusura una timida nota amaricante, con note terrose e di scorza d’arancio e una lieve carezza etilica nel retrogusto appena percepibile,  accompagnata da un ritorno di cereale. Etichetta a parte, non trovo traccia di Natale in questa birra, sia che lo si voglia intendere come "festa delle spezie" o come effetto “winter warming”:  ma anche se ci si vuole dimenticare della ricorrenza, rimane una birra poco memorabile,  con a sua parziale scusante una data di scadenza ormai prossima che sicuramente non l'aiuta a dare il meglio di sé.Formato: 33 cl., alc. 7,2%, scad. 30/01/2016, 1.90 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lambrate Grateful Deaf Black Chili Rye IPA

Viene annunciato giusto qualche settimana fa l’arrivo di una novità, una delle tante, in casa Lambrate. Il birrificio di Milano realizza una birra assieme a Ken Fisher, birraio "zingaro" di Portland con il proprio progetto Grateful Deaf. Fisher, non udente (da qui il nome scelto:  "Deaf") non è nuovo a collaborazioni sulla nostra penisola: la prima nel 2011 fu la Hoppy Cat con Birra del Borgo, nel 2014 fu la  volta di Toccalmatto per la Hops Tripper.  Il canovaccio è più o meno simile: se la prima collaborazione del 2011 era una Black IPA, anche per quelle successive si rimane in territorio “scuro” con abbondante uso di luppolo. Una India Brown Ale quella con Toccalmatto, ed una Black IPA con segale (1.5%) e peperoncino Habanero (Capsicum chinense 0,1%) per Lambrate. I ringraziamenti scritti sulla bella etichetta disegnata da Adam (?) sono anche rivolti al birrificio olandese Jopen che ha fornito il luppolo Zythos, prodotto dalla Hopunion statunitense; in verità non si tratta di un luppolo vero e proprio, ma di un “blend” in pellet di luppoli diversi creato nel 2012 appositamente per essere utilizzato come alternativa ad alcuni luppoli  (Citra, Centennial, Simcoe e Amarillo, leggo) per i quali vi potrebbe essere disponibilità sul mercato. Grateful Deaf Black Chili Rye IPA si veste di ebano scuro, anziché nero, con riflessi rubino: la schiuma, beige chiaro, è “croccante” e cremosa, compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza fresco, anche se forse sarebbe lecito aspettarsi un po’ più d'intensità in una IPA che dovrebbe avere poche settimane di vita: pompelmo, mango e frutta tropicale, una suggestione di fragola e un’evidente presenza di tè verde che affianca quella del peperoncino. Il condizionale sulla freschezza della birra è d'obbligo: data di scadenza e lotto di produzione sembrerebbero invece indicare agosto. Niente da eccepire invece al palato: corpo medio, carbonatazione bassa ed una sensazione palatale morbida e a tratti quasi cremosa, nonostante l'utilizzo della segale. Se l'aroma si svolge questi tutto in territorio "IPA", al gusto compaiono per la prima volta elementi "scuri" come una leggera tostatura, una lieve presenza di pane nero a supporto di un'intensa componente fruttata fatta da pompelmo e frutta tropicale, un breve spiraglio di luce prima che il "buio" ritorni nel finale con un amaro terroso e vegetale, leggermente tostato. Ma il vero protagonista della chiusura è il peperoncino, che con il suo piccante riscalda esofago e palato, anestetizzandolo per qualche secondo prima di lasciare una scia che di nuovo mi ricorda il tè verde. L'alcool (7%) è molto ben nascosto e l'unica fonte di calore, peraltro utile in questi mesi freddi,  è l'Habanero. Il piccante c'è e si sente parecchio, non è solo una sfumatura tra le righe: tenetelo a mente prima di provarla. Il resto rispetta gli elevati standard qualitativi del birrificio milanese: ottima fattura e pulizia, facilità di bevuta, equilibrio.Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 0LP0020415, scad. 20/08/2016, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Faust Holzfassgereifter Eisbock 2012

Risale al 1654 la fondazione del birrificio protagonista del post odierno, a quando Kilian Franzmathes giunge a Miltenberg e mette in funzione la Löwenbrauerei: siamo all’estremità nord-occidentale della Baviera, in prossimità del confine con l’Assia, a 70 chilometri di distanza tra Francoforte e Wurzburg (Bassa Franconia). Nel 1875 Johann Adalbert Faust diviene socio del birrificio per rilevarlo completamente nel 1895, lasciando poi il testimone al fratello  Carl nel 1921. La famiglia Faust ne detiene ancora oggi la proprietà:  alla guida si sono dati il cambio Hans-Hermann (1956), diplomato birraio a Weihenstephan, ed i successori di quarta generazione Cornelius e  Johannes Faust (1996). Nonostante le birre siano commercializzate sin dagli anni ’60  a nome “Faust”, è solo nel 1993 che il birrificio cambia il proprio nome da Löwenbrauerei Miltenberg a  Brauhaus Faust zu Miltenberg. Accanto alle classiche produzioni tedesche, da qualche anno Faust ha introdotto una serie di cosiddette Bierspezialitäten, ovvero edizioni speciali e "limitate" di stili tedeschi o incursioni in territori anglosassoni: sono così nate a esempio una Imperial IPA (Auswanderer Bier 1849) ed una English Strong Ale (Brauerreserve 1237), vendute in generose bottiglie da 75 cl. con il tappo meccanico tipico di tutte le produzioni Faust. Purtroppo queste Bierspezialitäten sono un'occasione per far pagare ai clienti tedeschi e non un prezzo molto poco tedesco e non sempre motivato; ma questo è un altro discorso. Leggermente più "motivato" il costo della birra di oggi, una robusta Eisbock che, come il nome stesso indica, viene prodotta una volta l'anno e maturata in botti di legno (Holzfassgereifter); messa in commercio per la prima volta nel 2011, ha già ottenuto (per quel che valgono questi concorsi) oro e argento all'European Beer Star e oro alla World Beer Cup. Riposto nel cassetto il biglietto da visita, è ora di stappare.Si presenta nel bicchiere di color ambrato carico opaco, con intense venature rossastre ed un piccolo cappello di schiuma ocra, fine e cremosa ma poco persistente. L'intensità dell'aroma è equivalente alla sua dolcezza: tanta. Migliorabile la finezza: il naso viene sopraffatto da dolcissimi, quasi appiccicosi profumi di  ciliegia sciroppata, mirtillo sciroppato, caramello, uvetta, sherry e vino liquoroso. Con una partenza così sfacciatamente dolce, non ci possono essere grosse sorprese in bocca: quasi fotocopia del "naso", il gusto ripropone il caramello, la ciliegia ed i frutti di bosco sciroppati, l'uvetta e i datteri, il marzapane, le note ossidate che donano suggestioni di sherry ma anche (in maniera piuttosto lieve) di cartone bagnato. Il gusto - devo ripetermi - è molto dolce ma riesce in qualche modo ad essere ben contrastato dall'alcool (11.5%) che ne evita lo scivolone nel territorio dello stucchevole. Poche bollicine, corpo medio, questa Holzfassgereifter Eisbock ha una consistenza oleosa e tutto sommato si sorseggia senza particolare difficoltà. Non c'è ovviamente traccia d'amaro e il congedo avviene con un lungo retrogusto etilico, intenso, caldo e morbido, ricco di frutta sotto spirito.Non esiste una grossa complessità dietro a questa robusta Eisbock ma quello che c'è è comunque  pulito, apprezzabile e godibile, sebbene lontano dall'eccellenza. Come per la sorella di stile più famosa della Schneider (Aventinus Eisbock) il dolce è a livelli elevatissimi e berla con una tavoletta di cioccolato fondente aiuta senz'altro. I tre anni passati dalla messa in bottiglia si fanno già sentire: in bocca cede un po' risultando in alcuni passaggi leggermente slegata e il cartone bagnato, sebbene ancora in fasce, è avvertibile. Il birrificio assicura 10 anni di shelf life, ma personalmente avrei qualche dubbio sulla tenuta della guarnizione del tappo meccanico.Formato: 75 cl., alc. 11.5%, bottiglia nr.. 2834/7581, scad. 31/12/2022, 16.50 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie Pirate Bomb

La birra di oggi è un’ideale continuazione di quella bevuta qualche mese fa: parliamo della Bomb!, la sontuosa e massiccia imperial stout prodotta per la prima volta a maggio 2013 e diventata in poco tempo una delle birre più ricercate ed apprezzate sul mercato tra quelle realizzate dal birrificio dell’Oklahoma Prairie Artisan Ales, fondato come beerfirm dai fratelli Chase e Colin Healey nel 2012. La ricetta della Bomb! include chicchi di caffè (“Espresso Divino” della Nordaggios Coffee, torrefazione con sede di Tulsa), fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho; viene attualmente prodotta presso gli impianti della Krebs Brewing Co., sempre in Oklahoma. Quasi impossibile, una volta che si è realizzata una birra di successo, non sfruttarne la popolarità proponendone svariate declinazioni: ecco una Christmas Bomb  (spezie natalizie), una Bomb! - Double Chocolate, un blend  (Bible Belt) con l’imperial stout di Evil Twin “Even More Jesus”  e svariati affinamenti in botte: Calvados, Four Roses, Tequila, Rum e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno. Restiamo alla versione invecchiata (dieci mesi, se non erro) in botti ex-Rum, chiamata Pirate Bomb. Solamente due i lotti prodotti sino ad ora, il primo a settembre 2013, con il tappo avvolto nella ceralacca ed il secondo messo in vendita ad ottobre 2014: la ceralacca è stata rimossa, come in tutte le altre bottiglie Prairie.  L'ABV è leggermente aumentato dal 13 al 14%.Nel bicchiere ecco la Prairie Bomb edizione 2014: assolutamente nera, forma un piccolo ma compatto e cremoso cappello di schiuma nocciola scuro, dalla persistenza piuttosto limitata. L'aroma è elegante e pulito, ha una buona intensità ed un discreta complessità: evidente la componente etilica (Rum), circondata dai profumi del caffè in chicchi, del cioccolato amaro, della vaniglia e del cocco,  dell'uvetta e della prugna disidratata, con qualche sentore legnoso in sottofondo. Rispetto alla Bomb! standard la sua versione barricata ha un corpo leggermene meno imponente, tra il medio ed il pieno, poche bollicine ed una consistenza più oleosa che cremosa. La bevuta è ugualmente appagante, avvolgendo completamente il palato con un densa coltre di caffè ed orzo tostato, caramello e vaniglia, biscotto inzuppato nel caffè, Rum, cioccolato amaro e cocco, legno. L'alcool (Rum) ha un attacco morbido ma pian piano reclama il suo spazio facendosi largo e diventano protagonista del finale, sposandosi molto bene con il piccante del peperoncino; la birra finisce con un'intensa sensazione di calore che tuttavia anestetizza il palato per qualche secondo, prima di "liberarlo" ad un retrogusto ricco di caffè, cioccolato e Rum. Molto, molto ben fatta, pulita e bilanciata tra dolce ed amaro, la Pirate Bomb di Prairie è un'intensissima imperial stout da sorseggiare in tutta tranquillità nel corso di un'intera serata: la bevuta è impegnativa, soprattutto se come me non siete aficionados del piccante ma lo tollerate con moderazione.  Qui l'ho trovato molto più in evidenza rispetto alla Bomb! "standard" bevuta qualche mese fa, birra che secondo me rimane una birra più compiuta e piacevole rispetto a questa versione barricata, e non solo per il minor livello di piccante:  mouthfeel più ricco e cremoso, alcool meno in evidenza, maggior eleganza e complessità in bocca. Preferenza personale a parte, il livello della Bomb "pirata" è oggettivamente molto alto.Formato: 35.5 cl., alc. 14%, IBU 65, lotto ottobre 2014 07:21.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Andrea Massaro – IPA #2

Protagonista di una nuova "puntata" di "Homebrewed!", la rubrica dedicata alle vostre produzioni casalinghe, è l'homebrewer Andrea Massaro, veneto di nascita ma attualmente residente in quel di Saronno. La sua passione per la homebrewing è abbastanza recente, estate 2014, contagiato da alcuni amici; dopo le prime cotte disastrose, ci è voluta un po' di tecnologia, ancora tanto studio ed il passaggio all'All Grain per iniziare a tirar fuori dalle pentole qualcosa d'interessante. Andrea produce cotte di dimensioni modeste (dieci litri circa) ma con un frequenza bimensile molto costante, sperimentando vari stili. Per sua stessa ammissione il suo vero amore brassicolo è il Belgio, che tuttavia non è esattamente quello più semplice da replicare tre le mura domestiche, soprattutto se si ha poca esperienza. In attesa di migliorare la sua Saison - stile prediletto anche dal sottoscritto - Andrea mi ha inviato una IPA, precisamente il suo secondo tentativo.  La ricetta predilige malti chiari (Pils e Pale Ale) con Monaco ed un pizzico di tostato solo per il colore; i luppolo scelti sono invece Galaxy, Citra e Mosaic.Purtroppo il colore della fotografia non è esattamente fedele a quanto c'è nel bicchiere, ma in realtà il suo colore è oro carico velato, con riflessi arancio; la bianca schiuma è compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza.  Questa IPA ha circa un mese di "vita" e l'aroma è ancora piuttosto fresco e pungente, ma sopratutto pulito e elegante; agli agrumi (lievissimo pompelmo) la macedonia preferisce i frutti tropicali come passion fruit, papaya, mango, litchi, ananas maturo. La dolcezza dei frutti maturi non è assolutamente stucchevole grazie alla freschezza della birra; in sottofondo c'è qualche remoto ricordo di aghi di pino. Il "problema", se così si può definire, di un aroma così intenso ed invogliante è che crea delle aspettative che vanno poi mantenute al palato: e la birra un po' le delude, perché le prime sorsate evidenziano un drammatico calo dell'intensità dei sapori rispetto ai profumi. Una volta che il palato si è abituato, s'apprezza anche qui una buona pulizia che permette d'identificare le note di cereali e una punta di miele che anticipano di poco quelle di frutta tropicale già presenti nell'aroma; l'intensità, già non molto elevata, si spegne ancora un po' nel finale, dove si sente la mancanza di un amaro che chiuda "degnamente" il percorso di una IPA. Un po' deboli le note vegetali e leggermente "zesty", ed un ritorno di cereale che, nello stile, risulta troppo invadente. Descritta la birra, ecco le mie impressioni: bene, anzi benissimo l'aroma, con il suo "fruttatone" pulito ed elegante; fatto il naso, c'è da lavorare sull'intensità del gusto. Non ci sono difetti "off-flavors", segno che la fermentazione è andata bene: anche il gusto è pulito, si tratta solo di spingere con un po' di decisione sul pedale dell'acceleratore per riproporre la stessa intensità del dry-hopping anche al palato. Facile da dire, forse meno da fare.Questa la  valutazione su scala BJCP:  33/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 10/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 50 cl., alc. 5.8%, imbott. 30/10/2015.

Amager / Crooked Stave: Chad, King of The Wild Yeasts

Amager, il birrificio fondato nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen capitale nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Stor è senza dubbio uno dei più prolifici (qualcuno potrebbe anche dire “troppo”) della scena europea degli ultimi anni. Ogni anno Amager organizza il 4 luglio un evento chiamato “American Day”, accompagnato da musica rockabilly e da esibizioni di Harley Davidson, nel quale vengono solitamente presentate le diverse collaborazioni realizzare con birrifici statunitensi. Nel 2014 era stata la volta di Prairie (Tulsa Twister), Cigar City (Orange Crush), Surly (Todd The Axe Man), Jester King (Danish Metal). Quest’anno i birrifici americani coinvolti sono stati Arizona Wilderness (Arizona Beast), Against The Grain (Pocketful of Dollars), 18th Street Brewery (Lawrence of Arabica) e Crooked Stave (Chad King of the Wild Yeasts). Parliamo proprio di quest’ultima, definite in etichetta una “Farmhouse Pale Ale” che tenta di amalgamare l’amore per i luppoli di Amager ed il lavoro sui lieviti selvaggi che Chad Yakobson  di Crooked Stave  svolge in Colorado: i due birrifici mettono a punto una ricetta che si compone di malti Pilsner, Carapils, fiocchi d’avena e luppoli Simcoe, Mosaic, Citra,  Amarillo, lievito Brett CMY. Nel bicchiere è di colore oro pallido, perfettamente limpida e con un bianchissimo generoso cappello di schiuma cremosa e compatta,  molto persistente. L’aroma offre un intenso bouquet aspro di agrumi: lime, cedro, scorza di limone e di mandarino. In sottofondo sentori più dolci di limone candito, polpa d’arancia e, man mano che la birra si scalda, ananas e pesca; a temperatura ambiente emerge anche un lieve accenno di sudore, unico elemento “funky/brettato”  di un aroma altrimenti elegante e pulito, fresco, solare. Massima scorrevolezza al palato, con un corpo molto leggero ed una vivace carbonatazione: l’avena in fiocchi garantisce una morbidezza, una “presenza” al palato che allontana qualsiasi rischio di acquosità. I malti chiari apportano una minima base di crackers, un accenno di miele e poi il gusto ripropone la componente agrumata e “zesty” dell’aroma per una birra aspra e secca, rinfrescante e molto dissetante; per vedere emergere un po’ più di dolce e di equilibrio (miele, ananas, mango) bisogna quasi attendere che s'avvicini la temperatura ambiente.  Il finale è piuttosto amaro, ricco di scorza d'agrumi e note erbacee, con una lieve componente terrosa che rappresenta l'unico elemento  un po' rustico in una birra altrimenti pulita ed elegante, nella quale la generosa luppolatura sembra prendere il sopravvento sui lieviti selvaggi.  Il mezzo litro di Chad, King of The Wild Yeasts sparisce dal bicchiere in pochissimi minuti, con una facilità di bevuta da "session beer": perfetta per i mesi più caldi dell'anno, ma anche un ottimo momento "defaticante" tra le impegnative birre invernali e natalizie.Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 1002, scad. 07/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.