Contreras Valeir Blond

Di Brouwerij Contreras vi avevo già parlato in occasione della Valeir Extra; fondato nel 1818, il birrificio ha sempre mantenuto una dimensione locale sino agli anni 2000, quando il timone passa nelle mani di Ann Contreras e di suo marito Frederik De Vrieze che decidono di puntare sull'export. E' lui, birraio con un occhio di riguardo verso quello che sta accadendo negli Stati Uniti, a prendere gradualmente il comando delle operazioni e ad introdurre nel 2004 la gamma Valeir,  che prende il nome da un leggendario  soldato al quale è anche dedicata una statua posta di fronte al municipio di Gavere, il paese dove il birrificio ha sede. Le Valeir debuttano in quell'anno proprio con la Blond che andiamo a bere oggi: Michael Jackson, appena scoperta, non esitò a definire "uno dei migliori segreti del Belgio" questa birra che era ancora poco conosciuta, includendola nella sesta edizione del suo libro Great Beers of Belgium. E' proprio Jackson a riportare che la Blond viene prodotta utilizzando malti Pilsener ed aromatici ed un solo luppolo il Saaz; oggi Contreras sul proprio sito dichiara di utilizzare il simile Sterling. Il suo colore è oro antico, appena velato, con piccole particelle di lievito in sospensione: la schiuma appare molto cremosa e "croccante", compatta, con un'ottima persistenza. L'aroma, di buona intensità, regala un ricco benvenuto floreale al quale fanno seguito la polpa  e la marmellata d'arancia, la pesca e l'albicocca sciroppata; il bouquet è semplice ma sostenuto da un'eccellente pulizia. Il gusto ricalca in buona parte l'aroma, con la marmellata d'arancia e la frutta sciroppata (e candita) che affiancano le note maltate di biscotto e leggero caramello; la bevuta si mantiene dolce (zucchero candito) ma è bilanciata da una leggera acidità finale e da una discreta attenuazione. Il corpo è medio, le bollicine sono abbastanza vivaci ma non precludono una sensazione morbida e "rotonda" in bocca: la birra scorre bene, l'alcool è molto ben nascosto, il finale apre un po' all'amaro con note terrose ed erbacee. Una gradevole interpretazione "moderna"di Blond si potrebbe dire, in quanto discretamente luppolata/amara per quelli che sono gli standard della tradizione belga; bene intensità e pulizia, ma per essere però davvero moderna a mio parere le manca un po' di ruffianeria per quel che riguarda la luppolatura, e questo non significa necessariamente utilizzare varietà americane o esotiche.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto CP2015/07, scad. 08/05/2017, 1.55 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Samuele Cesaroni: Summer Ale, American IPA, Imperial Stout

Ritorna prima del previsto la rubrica dedicata alle produzioni casalinghe, ma ricevo birre che vanno bevute fresche e non è il caso di farle aspettare: così a febbraio si raddoppia. Oggi tocca a Samuele Cesaroni, homebrewer  a Pienza  da “solo” due anni ma con un’elevata frequenza di produzione, ormai bi-settimanale; prima della passione per la produzione c’è ovviamente quella per il “bere bene”.  Responsabile è la craft beer revolution americana scoperta durante una vacanza in Alaska: al ritorno Samuele diventa “degustatore professionista ADB” affiancando alle produzioni casalinghe anche la frequentazione di corsi, incluso quello organizzato dal CERB di Perugia.  La cosa più interessante è che Samuele è in procinto di fare il suo debutto nel mondo dei “professionisti”: entro l’anno sarà infatti operativo il suo birrificio all’interno di un suggestivo casale della Val D’Orcia nel quale sono già avviati da anni un agriturismo e un ristorante. L’impianto sarà uno Spadoni da 6hl, con cantina di fermentazione da 22hl; il progetto prevede anche la realizzazione di una piccola taproom adiacente al birrificio dove sarà possibile assaggiare tutte le birre abbinandole a taglieri di formaggi e salumi. Non ultimo, nei campi circostanti sta nascendo un luppoleto nel quale saranno coltivate cinque varietà di luppolo americano, per un totale di circa quattrocento piante; da quanto mi dice Samuele i primi esperimenti con Cascade e Chinook hanno dato risultati piuttosto incoraggianti. Ma passiamo rapidamente alla sostanza, visto che Samuele mi ha spedito ben tre birre che ho deciso di raggruppare in un unico appuntamento. In ordine di “grandezza”, inizio da una Summer Ale (3.6%) realizzata con frumento, malti Pale, Carapils e Chocolate, luppolatura di Mosaic ed Amarillo con dry-hopping di quest’ultimo; il lievito è WLP090.  Nel bicchiere è velata con un colore a metà strada tra l’arancio ed il dorato; schiuma bianca, compatta e cremosa, ottima la persistenza. L’aroma è molto fresco e pulito, con buona intensità ed eleganza:  la macedonia di frutta ospita mandarino, pompelmo, cedro, polpa d’arancia, papaia e melone. La bevuta è ovviamente facile e molto veloce: il corpo è molto leggero, con i malti (crackers, cereali) ed un accenno di dolce tropicale a sorreggere la generosa luppolatura che porta rapidamente la birra in territorio agrumato. Pompelmo e limone protagonisti, con l’amaro che s’intensifica nel finale dove accanto alla componente “zesty” arriva quella erbacea; molto bene pulizia ed eleganza, anche quando la birra si scalda e l’amaro diventa più intenso lasciando un lungo retrogusto. Ben fatta, facilissima da bere, profumata e con un’ottima intensità, mi sembra una birra di buon livello già pronta per una produzione professionale; volendo essere proprio pignoli è forse un pochino slegata in bocca, il cereale a tratti è forse un po’ troppo invadente e personalmente abbasserei un pochino il livello d’amaro, che non dovrebbe mai saturare il palato in una birra dalla bassa gradazione alcolica de bere ad oltranza nel corso di una serata.  Passiamo all’American IPA: 7% ABV, malti Pale, Carapils e fiocchi d’avena, luppoli Amarillo, Columbus, Simcoe e Mosaic, quest’ultimi tre usati anche in dry-hopping; il lievito è Atecrem. All’aspetto è arancio carico velato, qualche riflesso dorato: bene la schiuma, biancastra e cremosa, persistente. Il naso viaggia sui binari della frutta tropicale: soprattutto mango e ananas, con melone e pompelmo a contorno. La bottiglia ha un mese di vita ed i profumi sono freschi e discretamente intensi. Al palato noto subito una pesantezza “tattile” secondo me un po’ eccessiva; la birra ha corpo medio e potrebbe scorrere un meglio. Il gusto mantiene buona corrispondenza con l’aroma, la partenza è dolce tra caramello e tanta frutta tropicale, l’amaro fa inizialmente un po’ fatica ad emergere arrivando a ritagliarsi un ruolo da protagonista quasi all’ultimo secondo, in un finale resinoso nel quale avverto quasi una nota balsamica che mi ricorda la menta. Un lieve tepore etilico fa capolino nel lungo retrogusto. In assenza di evidenti difetti,  questo primo tentativo di Samuele di produrre un’American IPA è discreto: secondo me c’è da lavorare su pulizia ed eleganza, rendendo più armonici i vari passaggi della bevuta. Al “fruttatone” tropicale iniziale forse gioverebbero un po’ di agrumi, così come l’amaro conclusivo batte molto sul tasto della resina senza affiancarle compagni di viaggio: lo stesso passaggio tra dolce e amaro è secondo me un po’ brusco e si dovrebbe ammorbidire un po’.Il trittico si conclude con una robusta (9.9%) imperial stout prodotta con malti Maris Otter, Brown, Chocolate, Roasted e Peated, luppoli Columbus e Cascade, lattosio e chips di quercia lasciate per un mese durante la maturazione della birra.  Si presenta quasi nera, formando solo un "dito" di schiuma cremosa e abbastanza compatta che svanisce abbastanza rapidamente. L'aroma offre cioccolato al latte, chicchi di caffè, lievi sentori di carne, accenni di torba e di cenere. L'approdo al palato è piuttosto gradevole, con un corpo medio-pieno, poche bollicine ed una morbida consistenza oleosa; ritornano caffè e tostature, cioccolato amaro e liquirizia, bilanciati dal sottofondo dolce di cioccolato al latte, gianduia (vaniglia?), caramello bruciato. La componente etilica non si nasconde, ma il sorseggiare non è troppo difficoltoso: il livello s'alza un po' nel retrogusto, con un leggero effetto "bruciante" che accompagna le note di caffè, tostature, cioccolato assieme ad una delicatissima torbatura.  Anche qui non ci sono difetti o off-flavors e il livello è abbastanza buono; come per l'American IPA c'è da lavorare per alzare il livello di pulizia e di eleganza complessiva, sia per l'aroma che per il gusto, e da tenere un po' più sotto controllo la componente etilica che a tratti alza un po' troppo la testa.Ringrazio Samuele per avermi inviato le sue produzioni; di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:Summer Ale - formato 33 cl., alc. 3.6%, IBU 27, OG 1035, imbott. 05/01/2016.Totale 39/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 8/10)American IPA Ale - formato 33 cl., alc. 7.0%,  IBU 71, OG 1065, imbott. 13/01/2016.Totale 34/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)Imperial Stout - formato 33 cl., alc. 9.9%, IBU 95, OG 1107, imbott. 09/08//2015.Totale 35/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

Buskers Peacemaker

Nuovo appuntamento con Buskers, l’eclettico progetto “itinerante”  di Mirko Caretta (Bir&Fud, Roma) che dal 2011 realizza birre in giro per l’Italia; sul blog ne sono già transitate alcune. In questi cinque anni, secondo il database di Ratebeer, sono stati coinvolti gli impianti di Birra del Borgo (6 birre), Ducato (2), Bidu, Dada, Menaresta, Extraomnes, Birra Perugia, Foglie d’Erba, Free Lions, L’Olmaia, MC77, Opperbacco e La Casa di Cura con una birra a testa. Parliamo proprio di quest’ultima collaborazione realizzata a febbraio 2014 presso gli impianti a Senarica de “La Casa di Cura”, birrificio attivo dal 2013 e fondato dai soci  Luigi Recchiuti, Loreto Lamolinara, Alfredo Giugno e Tonino Ventilii: ve ne avevo parlato in questa occasione. Si tratta di una robusta Scotch Ale (Wee Heavy) prodotta con malto Maris Otter ed una piccola percentuale di torbato; impossibile non citare le solite splendide e fantasiose etichette di Buskers, realizzate al come di consueto dall’artista spagnolo Fidelius per l’occasione in collaborazione con Jezabel Nekranea. Nel bicchiere arriva con un colore che s’avvicina alla tonaca del frate, con venature ambrate e rossastre; da subito emerge il “problema” schiuma: non è gushing ma la schiuma è davvero difficile da controllare e riempie immediatamente il bicchiere obbligando ad una lunga attesa prima di poterlo completare correttamente. Al naso m’accoglie un inopportuno profumo di pera che ruba la scena a tutto il resto, almeno sino a quando la schiuma non collassa: in sottofondo frutta secca, biscotto, caramello. Molta schiuma è sovente sinonimo di elevata carbonazione e questa Peacemaker non fa eccezione, andando palesemente contro i dettami dello stile: il mouthfeel (corpo medio) anziché morbido risulta abbastanza ruvido e spigoloso, ostacolando inizialmente la percezione dei sapori. Ma anche dopo che le bollicine si sono calmate, la birra non splende di pulito e di eleganza; la base di biscotto e caramello/toffee è quella attesa, gli esteri al palato (prugna, datteri) sono più appropriati di quelli delll’aroma e la chiusura è amara quanto basta (frutta secca, lieve terroso) a rendere la bevuta complessivamente dolce ma bilanciata. C’è una buona secchezza ma anche una leggera astringenza finale, mentre quella sensazione di “relax” e di appagamento che vorresti provare con una robusta Scotch Ale tra le mani arriva molto (troppo) tardi, nel morbido retrogusto etilico di frutta sotto spirito. Bottiglia con qualche problemino irrisolto e  - onestamente – al di sotto degli standard delle altre Buskers bevute sino ad ora:  qui si beve discretamente, ma si deve pretendere di più.Formato:  33 cl., alc. 7.2%, lotto 3415, scad. 07/2016, pagata 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jolly Pumpkin Bam Biere

Jolly Pumpkin Artisan Ales viene fondata nel luglio 2004 a Ann Arbor, Michigan, da Ron Jeffries e dalla moglie Laurie nei locali che un tempo ospitavano una banca. Appassionato homebrewer, Ron è poi diventato birraio nella metà degli anni ’90 lavorando all’interno dei brewpub di proprietà della famiglia Schelde; il suo vero “amore” brassicolo è però il Belgio, con le sue rustiche Farmhouse Ales, le Red Flanders, le Oud Bruin e le fermentazioni spontanee. E’ quello che lui vorrebbe bere, ma non è quello che i clienti si aspettano di trovare al brewpub. Il suo primo tentativo “professionale” è una Sour Ale alla frutta che realizza nel 1998 al  Bonfire Bistro and Brewery  di Northville, ora chiuso. Spostatosi alla Grizzly Peak di Ann Arbor, Jeffries produce il suo primo “lambic”  a fermentazione spontanea. Dopo una decina d’anni da “dipendente”, nel 2004 si mette in proprio e apre la Jolly Pumpkin; il debutto è col “botto”, con il primo lotto prodotto della Oro de Calabaza che prende l’oro nella categoria “Belgian and French Style Ale” al Great American Beer Festival. Nonostante il successo, i primi periodi sono tutt’altro che facili: le sour ales sono una nicchia nella nicchia della birra artigianale, e il birrificio si sente arrivare molte segnalazioni da clienti ineducati i quali lamentano di aver bevuto una birra acida, andata a male. Il perché dell’originale nome Jolly Pumpkin è presto svelato:  “tutti amano Halloween – spiega Ron – e la zucca sorridente che lo simboleggia; quel nome è come la birra, ci fa spuntare il sorriso”. E sul perché la maggior parte delle birre hanno nomi spagnoli, aggiunge: “amo i tropici, la loro vita rilassata e amo le leggende dei pirati (Jolly Roger). E questo mi riporta ad Halloween: ogni bambino vorrebbe travestirsi da pirata ed andare in giro a dire “dolcetto o scherzetto”?Oggi Jolly Pumpkin fa parte della Northern United Brewing Company, una compagnia fondata da Jeffries assieme a Jon Carlson e Greg Lobdell, proprietari della Grizzly Peak, e a Mike Hall; sotto a questo ombrello ci sono le birre di Grizzly Peak e North Peak ed i distillati del marchio Civilized.  Potete bere le Jolly Pumpkin nel ristorante-brewpub di Traverse City, al Jolly Pumpkin Café & Brewery di Ann Arbor, al birrificio di Dexter, nuova location di 6500 metri quadrati inaugurata a settembre 2014 e all'ultimo nato brewpub di Detroit.La produzione di tutte le Jolly Pumpkin inizia con il mosto che viene trasferito in foudres di legno dove riceve il lievito della casa, pazientemente elaborato in quattro anni partendo dal Belgian Ale (WLP550) di White Labs. I  batteri ed i lieviti selvaggi vengono introdotti attraverso il sistema di areazione che di notte fa circolare l’aria fresca proveniente dall’esterno sui fermentatori aperti; la birra viene poi trasferita in botte per la maturazione che può durare, a seconda dei casi,  da alcune settimane a diversi anni: è qui avviene – se previsto – il dry-hopping.La Bam Biere arriva nel 2005 e diventa con il tempo una delle birre di maggior successo di Jolly Pumpkin: è la Bam Biere, dedicata al cane di Ron, un Jack Russell che venne investito da un automobile mentre attraversava la strada. Si tratta secondo Ron Jeffries di una Farmhouse Ale “autentica”, ossia dalla gradazione alcolica molto contenuta in modo che potesse assere plausibilmente utilizzata dai contadini per dissetarsi durante il duro lavoro nei campi. L'etichetta dovrebbe essere opera di Adam Forman, autore di quasi tutte le Jolly Pumpkin.Nel bicchiere è di un colore molto brillante che si colloca tra l’arancio ed il dorato; la schiuma è un po’ grossolana ed “indisciplinata”, dalla breve persistenza. Sono passati due anni dalla messa in bottiglia, i lieviti selvaggi sono “cresciuti” e fanno sentire la loro presenza al naso: acido lattico, yogurt, sudore, legno, cantina o granaio. Il carattere “funky” è “ingentilito” dalle note aspre della mela verde e della scorza di limone ed è addolcito dal dolce dell’ananas e da un lieve ricordo di frutta tropicale. E’ una birra nata per dissetare e la sensazione palatale è perfettamente adeguata: leggera, vivacemente carbonata, scorrevolezza pari a quella dell’acqua. La bevuta procede sui binari dell’aspro (limone, lime, mela acerba, uvaspina) e del lattico, contrastato da un leggerissimo e raffinato sottofondo dolce di frutta (ananas, pesca gialla) che a birra calda sconfina quasi nel miele; in mezzo s’intromette il carattere funky e legnoso, una punta d’aceto di mela con il  risultato di una birra molto fruttata, secca e totalmente dissetante e rinfrescante, che chiude il suo percorso con l’amaro del lattico e della scorza di limone/lime.  L’intensità è davvero notevole, se si pensa ad una gradazione alcolica (4.5%) da session beer: ideale per l’estate e, ritornando al concetto di “farmhouse ale autentica”, appropriata per dissetare i braccianti durante le lunghe giornate di lavoro nei campi.Pulitissima, rustica ma non priva di una certa eleganza, non l’ho mai bevuta fresca ma a due anni di vita in bottiglia l’acidità  e la componente "funky" è piuttosto evidente e marcata: sappiatelo (se non amate le “sour”) prima di pensare ad un acquisto.  Ah, per chi volesse provale a replicarla tra le mure domestiche, segnalo questa pagina.Formato: 75 cl., alc. 4.5%, lotto 376, imbott. 14/01/2014, 11.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Giesinger Dunkel

A Monaco ritorno sempre a bere con piacere le birre di Giesinger Bräu, del quale vi avevo già parlato in questa occasione. Validissima alternativa alle sei “sorelle” industriali che monopolizzano la capitale della Baviera, il microbirrificio fondato nel 2007 da Steffen Marx in un garage è stato una ventata di novità in una città dove era dal 1889 che non aprivano nuovi produttori.  Gli ettolitri prodotti sono cresciuti dai 750 del 2007 ai 1000 del 2011 e un’operazione di crowdfunding ha poi consentito a Giesinger di spostarsi nel 2014 dall’angusto garage al poco distante edificio di Martin-Luther-Stasse 2 del quartiere sud-orientale di Giesing. Cucina e immancabile Biergarten rappresentano il necessario completamento ai nuovi impianti produttivi, con un potenziale di 12.000 hl/anno che al momento ne sfrutta circa 5.000; oggi Giesinger  impiega circa 30 dipendenti, in sala cottura vi è il birraio Simon Rossmann e le loro birre, oltre che alle spine della “Bräustüberl” le potete trovare in sempre più numerosi locali e negozi di Monaco.  L’operazione di crowdfunding è ancora attiva: al vostro capitale verrà riconosciuto un tasso d’interesse dell’8% annuo che vi verrà pagato per i prossimi dieci anni non in contanti ma in “gettoni” spendibili per l’acquisto di birra, pasti e prodotti alimentari presso birrificio, ristorante ed annesso “spaccio agricolo”. Dopo Maibock, Zwickel, Altbier,  Baltic Porter e Weizenbock, è il turno di una classica Dunkel la cui ricetta indica malti Monaco e Cara Dark, luppoli Hallertauer Tradition e  Saphir per una densità iniziale 12,5 Plato, un contenuto alcolico del 5% e 15 IBU. All’aspetto risulta di colore mogano con riflessi ambrati, con un cappello di schiuma beige chiaro compatto e cremoso, dalla lunga persistenza. L’aroma nella sua scarsa intensità risulta comunque pulito con i profumi del pane nero e di cereali, qualche nota di ciliegia e caramello. Al palato è garantita la massima scorrevolezza con un corpo leggero e poche bollicine: non ci sono intoppi di nessun tipo, la sua velocità è pari a quella dell'acqua. Il gusto ospita il caramello, il biscotto e il pane nero, quest'ultimo lievemente tostato: i malti sono fragranti, ogni tanto fa capolino un accenno di prugna e di ciliegia. La bevuta risulta molto bilanciata, con una discreta intensità che regge quasi sino in fondo dove però la birra si spegne un pochino, dando l'impressione di scivolare un po' troppo nell'acquoso e risultando incapace di lasciare un memorabile ricordo di sé. Discreta Dunkel, ma per una birra che deve competere con la potenza di fuoco delle sei sorelle di Monaco mi sarei aspettato un po più di carattere. Formato: 50 cl., alc. 5.3%, IBU 15, lotto B, scad. 03/2016, 1.68 Euro (beershop, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Thornbridge Hall Bracia

Arriva sul mercato a dicembre 2008 la nuova creazione dell'italiano Stefano Cossi, a quel tempo birraio alla Thornbridge: Bracia, una "rich dark ale" che prende il suo nome da un'antica bevanda celtica che veniva prodotta nell'età del ferro con cereali e - presumibilmente - miele. Ciò è quanto si potrebbe desumere da un'iscrizione trovata su una pietra d'altare romana ritrovata a Haddon Hall, vicino a Bakewell, che probabilmente risale al secondo o terzo secolo. L'iscrizione ("Deo Marti Braciacae") sarebbe la dedica del prefetto romano Quintus Sittius Caecilianus al dio Bracacia, l'equivalente per i Galli di quello che Bacco era per i Romani. L'idea di partenza è il miele: Cossi aveva portato in Inghilterra una grossa quantità di miele di castagno friulano, proveniente dall'Azienda Agricola Onelia Pin. Completano la ricetta malti Maris Otter, Brown, Munich, Dark Crystal, Black, Chocolate e Peated, luppoli Target, Pioneer, Hallertau Northern Brewer e Sorachi Ace: secondo quanto riportato dal libro "1001 Beers you should try before you die" la birra è poi rifermentata in bottiglia con lieviti da champagne.Fatta la birra, "condiamola" con un po' di polemica: è lo storico  Martyn Cornell, dal suo blog Zythophile, ad accusare Thornbridge di pressappochismo. Bracia non sarebbe affatto il nome di un'antica birra celtica. Come riportato nel libro di Max Nelson  "The Barbarian’s Revenge, A History of Beer in Ancient Europe" (Routledge, 2005) Bracia, o meglio bracis, era il nome gaelico dato ad una varietà di grano; questo è anche quanto viene scritto da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia. Le tavolette lignee di Vindolanda, risalenti al II secolo d.C. e ritrovate nei pressi del Vallo di Adriano, rappresentano la più antica testimonianza scritta a a mano mai ritrovata in Gran Bretagna: la loro traduzione ha permesso di svelare interessanti aspetti della vita dei soldati romani, incluso il fatto che bevevano una bevanda che era prodotta a partire dal bracis. Inoltre, il termine gallese moderno per il malto è brag, e per brassare è bracha, termini entrambi derivati da bracis. La stessa parola Braggot (un mix medievale di birra, spezie e idromele) sembra derivare dall'antico termine celtico bracata, una bevanda realizzata a partire da un mosto fermentato con il miele.Alle accuse di Cornell risponde prontamente Cossi, dimostrando di aver svolto una lunga ricerca prima di aver scelto quel nome per la birra; come spesso accade, diversi studiosi hanno dato diversa interpretazione della radice "-brac". Nel libro "Del vino d'orzo: la storia della birra e del gusto sulla tavola a Pombia (atti dei convegni "Cervisia la birra nell'archeologia e nella storia del territorio")" si riporta ad esempio che il termine Bracia indicava una birra prodotta nell'età del ferro con - probabilmente - l'utilizzo del miele.Dopo tutta questa teoria, passiamo alla sostanza: la Bracia di Thornbridge è praticamente nera, sormontata da una generosa e cremosa schiuma beige, abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il benvenuto aromatico è quello del miele di castagno, protagonista affiancato dai profumi del fruit cake, della frutta secca, dell'alcool: a dire il vero non c'è una gran intensità e, finezza del miele a parte, l'aroma non risulta molto eccitante. Fortunatamente le cose al gusto sono molto diverse, a partire dall'ottimo mouthfeel: corpo quasi pieno, poche bollicine, consistenza setosa in superficie, morbida, rotonda, davvero appagante. La bevuta parte con il dolce del miele, del fruit cake e del biscotto per poi proseguire con la liquirizia e con l'amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato; l'alcool (10%) non si nega ma accompagna la bevuta senza mai andare sopra le righe. La bevuta è pulita e risulta alla fine non molto complessa nei passaggi che portano dall'imbocco mielato al retrogusto amaro ricco di caffè e cioccolato amaro, con un accenno di cenere. Bottiglia presumibilmente datata 2012 che mi sembra però aver già passato da un po' il suo picco: la birra è piuttosto soddisfacente - la sensazione palatale è grandiosa - ma l'impressione è che abbia perso un po' del suo splendore per strada. Ne ho un'altra bottiglia molto più giovane in cantina che mi propongo di stappare entro l'anno per confrontarla con questa.Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 27/02/2017, 12.90 Euro (beershop, Italia) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ballast Point Black Marlin Porter

Nuovo appuntamento con il birrificio Ballast Point, San Diego, California: dopo la sontuosa e massiccia Victory At Sea di qualche settimana fa si naviga questa volta nelle acque più tranquille della Porter chiamata Black Marlin. Anche questa birra come tutte le Ballast Point ha un nome collegato in qualche modo al mare; il Black Marlin ritratto in etichetta è infatti un grosso pesce, simile al Vela, che si trova nelle regioni  tropicali e sub-tropicali dell'oceano Indiano e Pacifico. E' uno dei pesci più veloci al mondo, capace di raggiungere i 130 km/h: questa caratteristica lo rende un trofeo estremamente ambito nelle gare di pesca sportiva, è il sogno di ogni pescatore che deve battagliare a lungo prima di riuscire ad averla vinta su questo potente pesce che può arrivare a cinque metri di lunghezza e ad una tonnellata di peso. A questo imponente abitante dei mari Ballast Point dedica la sua Porter, la cui ricetta dovrebbe prevedere un mix di malti  Black, Crystal e Chocolate, luppoli Galena e Centennial. La birra ha ottenuto numerosi riconoscimenti in concorsi californiani (Los Angeles International Beer Competition, California State Fair), un bronzo al Great American Beer Festival del 2003 e un argento al US Beer Open Championship del 2015; il birrificio ne consiglia anche un eventuale blend con la Big Eye IPA per dare così forma alla Black Eye.La bottiglia di questa "hop forward Porter" ha poco più di un anno di vita con il passare del tempo che non ha certo giovato alla componente luppolata: vediamo che cosa rimane di tutto il resto. E' splendida nel bicchiere, quasi nera con una compatta e cruentissima schiuma beige, dalla trama fine e molto persistente. L'aroma benché pulito non è certamente entusiasmante, con un'intensità molto bassa dalla quale emergono i leggeri profumi dell'orzo tostato, del fruit cake, del caramello e del cioccolato.  Un inizio un po' sottotono che fortunatamente trova un pronto riscatto al palato dove c'è innanzitutto un mouthfeel morbido e gradevolissimo, fatto da poche bollicine ed una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna orzo tostato, liquirizia, caffè e cioccolato su una base dolce di caramello, fruit cake e prugna disidratata. La prima parte indugia proprio in questo dolce per poi scivolare progressivamente nell'amaro intenso ed elegante del caffè e  delle tostature, del terroso ed un ricordo resinoso di quella che immagino era un'abbondante luppolatura. La porter di Ballast Point è molto scorrevole e facile da bere nonostante un sottofondo etilico che riscalda delicatamente tutta la bevuta: il livello è piuttosto buono anche se non ci ho trovato molte emozioni ed anche se pulizia e finezza sono ancora migliorabili.Formato: 65 cl., alc. 6%, lotto BM 199 / 15 002.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Camba Bavaria: Coffee Porter & Smoked Porter

Di Camba Bavaria vi avevo parlato in già in più di una occasione; il birrificio è stato aperto nel 2008 a Truchtlaching, nella regione bavarese del Chiemgau ed in prossimità del Chiemsee, una delle mete estive preferite dagli abitanti di Monaco e non solo. Il birrificio, lo ricordo, è una “costola” della BrauKon GmbH fornitore d’impianti per birrifici e brewpub in tutto il mondo: nei locali sulla riva del fiume Alz potete ovviamente assaggiare tutte le birre e mangiare, nell’immancabile e panoramico “Biergarten”. A produrle un team di una decina di birrai, affiancati da un manipolo di biersommelier che organizzano anche eventi nei locali del birrificio; a Truchtlaching vi era un tempo un insediamento di celti e “Camba” è infatti una parola Celta che significherebbe “bollitore”. Camba Bavaria ha anche aperto da qualche anno  un beer-bar a Monaco, chiamato Munich Tap House, dove oltre alle proprie produzioni potrete assaggiare numerose birre importate dall’estero; a 200 chilometri di distanza, a Gundelfingen an der Donau, nei pressi di Ulm, si trova la Old Factory Brauerei  & Craft-Bierwelt:  qui è dove avvengono gli affinamenti in botte di Camba.Il birrificio è uno dei precursori della cosiddetta “craft beer revolution” tedesca, e forse il primo in una regione (la Baviera) dalle tradizioni ben salde e difficili da scalfire; oltre agli affinamenti in botte, la produzione si suddivide tra gli stili tradizionali e la gamma delle “international beers”, ispirate alla tradizione anglosassone, belga e all’innovazione statunitense, anche se ciò a volte significa “violare” l’editto di purezza. E’ questo il caso della Coffee Porter, prodotta con aggiunta di caffè e una luppolatura di EK Goldings, Cluster e Fuggles. Molto bella nel bicchiere, “vestita” quasi di nero con un cremoso cappello di schiuma nocciola fine e compatta dall’ottima persistenza. Al naso ci sono i profumi del pane nero, del caffe liquido ed in chicchi, dell’orzo tostato, con in sottofondo lievi sfumature di mirtillo e di cenere.  Benino la pulizia e l’eleganza, solo discreta l’intensità. Il percorso prosegue in linea retta al palato, dove il dolce sottofondo di caramello (con un tocco di vaniglia) è la base sulla quale s’appoggiano l’orzo tostato, la crosta del pane nero, il cioccolato ed il caffè che diventa progressivamente il protagonista della bevuta. Poche le bollicine, corpo tra il medio ed il leggero con una sensazione palatale a mio parare un pelino troppo acquosa. Pur non brillando di pulito risulta ugualmente una discreta porter caratterizzata da un amaro intenso ma “educato”, ben stemperato dall’acidità dei malti scuri, e da un retrogusto che si snoda tra il tostato, il terroso ed il caffè. L’intensità è buona, gli ampi margini di miglioramento riguardano secondo me l’eleganza e la finezza del suo elemento principale, ovvero il caffè. Solo un breve accenno alla seconda Porter prodotta da Cambia, una smoked/affumicata che rappresenta anche una delle ultime novità. E' una produzione stagionale invernale, annunciata a gennaio 2015 e presentata ovviamente alla Tap House di Monaco, il locale di proprietà del birrificio. Non ho molto da dire a riguardo perché purtroppo questa bottiglia ha preso rapidamente la strada del lavandino. Si salva solo il gradevole aspetto, tra l’ebano scuro ed il rosso rubino: l’aroma annuncia il disastro con note salmastre mescolate ad un affumicato che richiama la gomma e la plastica. Al palato c’è una bella infezione in corso, con l’acido lattico che si mescola alla plastica affumicata per quello che risulta praticamente un bicchiere d’acqua sporca. Non dovrebbe, ma a volte capita.Nel dettaglio:Camba Coffee Porter, formato 33 cl., alc. 5.4%, IBU 34, lotto 181 17, scad. 30/03/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)Camba Smoked Porter, formato 33 cl., alc. 6.3%, lotto 336 142, scad. 02/09/2016, 2.37 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Francesco Baldini: American Pale Ale & Black IPA

Rieccoci a parlare di produzioni casalinghe in un nuovo appuntamento di Homebrewed! Oggi tocca a  Francesco Baldini dal 2011 homebrewer in quel di Imola contagiato dal “morbo” durante una cotta pubblica; seguono le prime produzioni da kit assieme a colleghi di lavoro e, da circa due anni, il passaggio all’E+G (Estratto + Grani, per i profani). A causa del poco tempo libero a disposizione la frequenza produttiva non è elevata, con circa 6-8 otto cotte realizzate nei mesi invernali in una pentola da 17 litri e equamente destinate al consumo personale e quello di amici e colleghi. Ringrazio da subito Francesco che ha voluto farmi assaggiare tre due birre, due delle quali ve le presento oggi:  non ci sono nomi o etichette realizzate al computer ma – hey! – dopotutto è la sostanza quella che conta. Partiamo da un’American Pale Ale realizzata con una parte di estratto liquido ed una di estratto secco; i malti sono Crystal, Carapils e Irish Moss, i luppoli Simcoe, Amarillo e Centennial con un dry-hopping di Nelson Sauvin. Il lievito è l’immancabile US-05. Il suo colore è ambrato velato, con riflessi oro antico; fine, cremosa e compatta la schiuma, ottima persistenza e ottimo aspetto complessivo. La bottiglia ha circa un mese di vita e l'aroma presenta un fresco bouquet di frutta tropicale (mango, papaia), pompelmo e i tipici profumi di uva bianca e litchi del Nelson Sauvin; la gradevolezza del mix è un po' disturbata da qualche nota meno piacevole che ricorda la cipolla. Al palato arriva con un corpo tra il medio e il leggero, è piacevolmente scorrevole e leggera anche a livello tattile, cosa che non ho riscontrato in altre birre prodotte in casa che invece soffrivano un po' di pesantezza; l'unico "appunto" che mi sento di fare riguarda le bollicine, la cui scarsezza toglie un po' di vitalità alla bevuta, soprattutto quando di coinvolto c'è un profilo di frutta tropicale. Personalmente ne avrei gradita qualcuna in più. Su una base maltata che richiama il biscotto e un po' il caramello, il gusto ripropone il dolce del mango e della polpa d'arancio ed il pompelmo; la chiusura è amara, della giusta intensità, con le note resinose che si mescolano a quelle del pompelmo. La birra è complessivamente gradevole e facile da bere, caratterizzata da un discreto livello di pulizia, fragranza e di eleganza, entrambe tuttavia migliorabili; gettate le solide basi, ora la sfida "professionale" sarebbe quella di limare e rifinire, ed è quella più complicata. Ma per il consumo tra le mura di casa, è una birra senza evidenti difetti o puzzette e ci si può tranquillamente accontentare.La seconda birra è una Black IPA realizzata anch'essa con estratto liquido e malti Crystal, Carafa, Black, Special B e Carapils; lievito US-05, Citra e Simcoe i luppoli utilizzati anche in dry-hopping. Non è nera ma poco ci manca, ed è sormontata da una cremosissima e compatta schiuma color beige chiaro, dalla lunghissima persistenza. Ottimo l'aspetto e piuttosto bene anche l'aroma, fresco e intenso, con una macedonia di frutta (mango, papaia, ananas, melone, pompelmo) che s'affianca ai sentori resinosi e ad una suggestione di fragola/lampone. Il benvenuto al palato è dato dal leggerissimo sottofondo di pane nero appena tostato, ovvero la base che sostiene l'ossatura dolce centrale che richiama il mango, l'ananas ed il pompelmo dell'aroma. Il corpo è medio e le bollicine sono nella qualità giusta: la birra scorre bene, è facile da bere e volendo cercare il pelo nell'uovo è un pochino slegata nel rapporto "acqua-sapori". La chiusura è  intensa ed ovviamente amara, caratterizzata sopratutto dalle note di resina con sfumature "zesty", un lieve terroso e appena un accenno di tostato. Questa Black IPA mi convince e mi piace anche per la sua fedeltà a questo stile-ossimoro: è una IPA di colore nero, senza avvicinarsi ad una porter/stout molto luppolata. Certo, anche qui pulizia e finezza sarebbero migliorabili ma l'intensità e la freschezza abbinate all'assenza di difetti rendono la bevuta semplice ma piacevole e - lo devo ammettere - molto migliore di alcune birre "professionali" che ho bevuto dall'inizio dell'anno. Ringrazio di nuovo Francesco per avermi inviato le sue produzioni e gli dò appuntamento a fra qualche mese con la sua Imperial Stout; a voi invece che vi divertite a fare la birra in casa, ricordo che la rubrica è sempre aperta a tutti. Di seguito i dettagli e la valutazione su scala BJCP:American Pale Ale - formato 50 cl., alc. 5.3%, IBU 44, OG 1050, FG 1010, imbott. 29/12/2015.Totale 32/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 3/5, Impressione generale 6/10)Black IPA - formato 50 cl., alc. 5.9%, IBU 80, OG 1099, FG 1025, imbott. 11/11/2015.Totale 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10)

Russian River Consecration

Nel 2007, per festeggiare il ventesimo anniversario del Toronado, Russian River realizza una birra destinata a diventare leggendaria: su richiesta e “supervisione” di Dave Keene, il proprietario del bar di San Francisco, viene realizzata la Toronado 20th Anniversary Ale che consiste in un blend di cinque Russian River in proporzione variabile e tutte “barrel aged”  per 12/18 mesi. La base de principale del blend è una “Quadrupel”  (12%) invecchiata nelle botti utilizzate da Firestone Walker per la Double Barrel Ale; dopo solo quattro mesi però la birra era talmente caratterizzata del legno che fu necessario tagliarla con un lotto di birra “fresca” e trasferirla in botti ex-Merlot. Le altre birre utilizzate per il blend furono due Belgian Strong Dark Ales (8-9%)  invecchiate in botti di legno nuove, la Sanctification (una Belgian Ale invecchiata in botti ex-vino con brettanomiceti) e, per aggiungere acidità, la Sonambic, una birra 100% fermentazione spontanea. Il risultato è sorprendente e, sebbene la  Toronado 20th Anniversary Ale non sia stata prodotta senza utilizzare frutta, chi la beve rimane impressionato dal suo profilo fruttato (uvetta, frutti di bosco, ciliegia);  da qui nacque in Vinne Cilurzo di Russian River il desiderio di realizzare una birra che aveva da tempo nel cassetto affinata in botti ex-Cabernet Sauvignon. La base di partenza di quella che sarà poi chiamata Consecration è sempre una Belgian Dark Strong Ale realizzata con lievito White Labs Abbey Ale WLP530 che viene poi trasferita nelle botti con aggiunta di Uva di Corinto secca (Zante Currants), lactobacilli, pedicocchi  e  brettanomiceti;  dopo alcuni mesi vengono aggiunti altri batteri e brattomiceti e la birra continua per circa sei mesi il suo percorso in botte prima di essere finalmente imbottigliata. Il suo aspetto è uno splendido ambrato piuttosto carico, quasi limpido, con riflessi ramati e un’effervescente schiuma biancastra che si dissolve abbastanza rapidamente. Il naso, estremamente pulito e raffinato, rivela una complessità che è un piacere esplorare man mano che la temperatura nel bicchiere si alza. Evidenti le tracce vinose e legnose, i fiori (viola), l’uva passa, il ribes nero, la mora e la ciliegia, la prugna; in sottofondo tracce di zucchero caramellato, vaniglia, forse tabacco, cuoio, con un leggerissima nota acetica (mela). A quasi due anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è bassa ma ancora presente, la consistenza è oleosa, morbida e gradevole al palato, il corpo è medio. L'inizio della bevuta è dolce e mantiene una buona corrispondenza con l’aroma:  zucchero caramellato, prugna e uvetta, ribes nero e mirtillo, mora, accenni di vaniglia sono poi bilanciati dall’acidità lattica, dall’asprezza dei frutti rossi (ribes) e da una punta di acetico, l’elemento che Vinnie Cilurzo non ama e che cerca sempre di ridurre il più possibile nelle proprie birre. Delicata la presenza del legno e evidente il carattere vinoso impartito dall’affinamento in botte, presente anche nella chiusura ricca di tannini; a temperatura ambiente rilevo quella che forse è solo una suggestione di vino liquoroso, di porto. Il retrogusto è un piccolo riassunto della bevuta, con vino, ribes, caramello, ciliegia, uvetta e finalmente un leggere warming etilico: a proposito,  è impossibile indovinare la gradazione alcolica dichiarata, 10%. Nella sua splendida complessità, la Consecration è facilissima da bere, "acida" ma bilanciata, pulitissima e raffinatissima, assemblata con straordinaria eleganza; l'inchino è doveroso, siamo a febbraio ma non ho dubbi a metterla già tra le migliori bevute dell'anno, di sempre.Russian River non esporta, ma se vi trovate a San Francisco vale senz'altro la pena fare una gita di un centinaio di chilometri a nord, in quel di Santa Rosa, Sonoma County: il brewpub è il luogo più probabile dove potrete trovare qualche bottiglia da portare a casa; nei beershop le poche che arrivano spariscono di solito in pochissimo tempo.Formato: 37,5 cl., alc. 10%, lotto 23/05/2014, pagata 12.95 dollari (birrificio)