De la Senne / Pleine Lune / Bières Cultes Sîneke & De la Senne / Thiriez Birthday Session

Oggi doppio appuntamento con Brasserie de La Senne, birrificio inaugurato a Brussels da Bernard Leboucq e  Yvan De Baets alla fine del 2010 anche se operativo come beerfirm dal 2005.Partiamo dalla Sîneke, realizzata per la Paris Beer Week #3 che si è tenuta dallo scorso 29 aprile all’8 maggio; si tratta di una collaborazione con la Brasserie artisanale de la Pleine Lune,  birrificio fondato nel 2011 da Benoît Ritzenhalle a Chabeuil, un centinaio di chilometri a sud di Lione, quasi alle pendici di Monti dell'Ardèche, del quale vi avevo già parlato un paio di anni fa. La mia esperienza ricorda qualche discreta birra d'ispirazione americana ma anche una Tripel quasi disastrosa; i soliti problemi di costanza produttiva che affliggono una scena "artigianale" ancora giovane come quella francese.  Alla collaborazione partecipa anche Dorothée Van Agt, una dei proprietari di Bières Cultes, quattro locali a Parigi (14 Rue des Halles,  40 Rue Damrémont, 25 rue Legendre e 44 Bakers Street) dove poter bere (buone) birre. L’idea è di produrre una “hoppy pale ale” franco-belga-internazione con quattro diverse varietà di luppolo provenienti di quattro diverse regioni; la birra viene realizzata a febbraio e presentata il 3 di maggio ovviamente nel corso della Paris Beer Week presso Bières Cultes.La birra.Nel bicchiere si presenta di color arancio opaco sormontato da un generoso cappello di pannosa schiuma bianca, un po' scomposta ma dall'ottima persistenza.  Il naso offre un bel bouquet floreale che avvolge i profumi degli agrumi canditi (mandarino) e, molto in secondo piano, quello del biscotto e della crosta di pane. Vivaci bollicine  "belghe" al palato accompagnano una bevuta scorrevole che mostra una buona corrispondenza con l'aroma: biscotto e pane, qualche accenno "nutty" (frutta secca)  e di miele introducono il dolce della pesca e dell'arancia candita a sua volta bilanciato da un finale amaro di discreta intensità nel quale s'intrecciano note terrose, di mandorla amara e di scorza d'agrumi. La caratteristica secchezza delle produzioni De la Senne in questo caso sconfina in una leggera astringenza, ed anche la pulizia al palato potrebbe essere migliore; rimane comunque una grandissima bevibilità ed un'intensità di tutto rispetto in una "hoppy pale ale" gradevole che tuttavia non mi convince del tutto, forse per le sue rinunce a colpi d'effetto o ruffianerie varie. Me ne assumo in parte la colpa.Passiamo alla Birthday Session, birra che celebra il ventesimo compleanno della francese Brasserie Thiriez, birrificio che non bevo da diversi anni ma  del quale non ho onestamente un bel ricordo, complice alcune birre alquanto mediocri bevute nel corso di una vacanza in Normandia ed una Ambrée d'Esquelbecq che prese rapidamente la strada del lavandino; molto meglio la Mars Needs Woman prodotta per i Get Radical e assaggiata non molto tempo fa.  Il fondatore è Daniel Thiriez, che nel 1996 ha lasciato la carriera nel settore delle risorse umane per trasformare la sua passione per l'homebrewing in una vera e propria attività, rilevando l'edificio di campagna nel quale, sino al 1945, aveva operato la Brasserie Poitevin. Il birrificio si trova ad Esquelbecq, regione Nord-Passo di Calais, in prossimità del confine belga: Westleveren e Poperinge, tanto per darvi un'idea, sono ad una ventina di chilometri di distanza. Evidentemente dai miei assaggi datati 2011 il birrificio ha risolto i suoi problemi di costanza produttiva, entrando nel portfolio degli Shelton Brothers e guadagnandosi l'export verso gli Stati Uniti. Come sapete le Farmhouse Ales/Bières de Garde sono molto di moda dall'altra parte dell'oceano e per Thiriez sono arrivate anche le prime collaborazioni come ad esempio quella con i texani di Jester King e con Saint Somewhere (Florida) entrambi entusiasti di lavorare con il famoso (?) lievito di casa Thiriez. Il ventennale del birrificio francese viene dunque festeggiato con una birra a quattro mani che viene prodotta Brussels in una "sessione"  tenutasi lo scorso gennaio e messa in vendita a fine marzo, con la première organizzata presso il locale Beer, Wine & Coffee di Namur; in etichetta si auto definisce una  "grisette-type beer", ed ecco spiegato il riferimento ai minatori dotati di piccone che si trovano sul numero venti dell'etichetta. Per chi non lo sapesse, semplifico e riassumo: se le Saison erano le birre destinate ai contadini durante i mesi di lavoro estivo, le Grisette erano quelle per i minatori.La birra. Si veste di un opaco color arancio pallido e forma una generosa e bianchissima testa di schiuma pannosa, compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma mantiene tuttavia una rusticità campestre, con le note funky del lievito mescolate ad una delicata speziatura, al mandarino e al cedro, all'ananas, ai crackers ed ai cereali. E' sufficiente un sorso per riconoscere in questa Birthday Session il DNA delle produzioni De la Senne: grande pulizia e secchezza, estrema facilità di bevuta, un pizzico di ruffianeria, il tutto accompagnato da vivaci bollicine e da un corpo snello e leggero. Gli accenni di malto (pane e crackers) e il dolce della pesca e dell'ananas sono il supporto alla generosa luppolatura che conferisce a questa birra uno spiccato carattere "zesty", ovvero ricco di scorza d'agrumi. Piacevolmente rustica anche in bocca, chiude in un mix amaricante che ospita note terrose, erbacee e - nessuna sorpresa - zesty.  Si beve come l'acqua, sparisce nel bicchiere in pochi istanti: è questo il suo unico difetto o, dovrei dire, il suo pregio. Gli otto mesi in bottiglia ne smorzano un po' la componente aromatica, ma per il resto è una bevuta coi fiocchi: un festeggiamento degno di questo nome.Nel dettaglio:De la Senne / Pleine Lune / Bières Cultes Sîneke, 33 cl., alc 5,5%, imbott. 24/03/2016, scad. 24/03/2017, prezzo indicativo 3.50/4.50 Euro (beershop).De la Senne / Thiriez Birthday Session, 33 cl., alc. 5.2%, imbott. 18/02/2016, scad. 18/02/2017, prezzo indicativo 3.50/4.50 Euro (beershop).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

LoverBeer Saison De L’Ouvrier Cardosa 2015

Un po’ di tempo fa vi avevo parlato della Saison De L'Ouvrier, ottima saison prodotta con i lieviti selvaggi isolati dalla BeerBera, una sour ale prodotta con il 20% di mosto di uva Barbera e che  fermenta spontaneamente con i microrganismi  presenti sulla buccia dell’uva stessa. La ricetta prevede anche  una percentuale di frumento non maltato ed un dry-hopping di East Kent Goldings; la maturazione avviene poi in botte di legno. La birra è stata poi utilizzata da Valter Loverier come base per la realizzazione di tre varianti, utilizzando un fiore (Saison de L'Ouvrier Serpilla), un frutto (Saison de L'Ouvrier Griotta) e un vegetale (Saison de L'Ouvrier Cardosa). Prima di assaggiare proprio quest’ultima versione mi soffermiamo per qualche istante sul suo nome: Saison de l'Ouvrier, ovvero “del lavoratore”, in francese, ovvero di quei contadini  (valloni) per i quali queste birre (saison) rappresentavano un’imprescindibile forma di sostentamento durante il duro lavoro estivo nei campi.  Ma “Louvrier” pare anche essere il cognome originale della famiglia di Valter, proveniente dalla regione del Calvados e poi mutato in Loverier una volta giunti in Piemonte. Come detto, la Saison de L'Ouvrier Cardosa viene prodotta con il 2% di cardo bianco avorio di Adenzano, zona che grazie alle caratteristiche dei terreni (sciolti e leggermente alcalini) risulta ideale per la coltivazione di questa pianta la cui lunghezza va dai 50 ai 120 centimetri e la cui raccolta viene ancora fatta interamente a mano dalla metà di agosto fin verso le prime gelate.La birra.Uno sguardo alla bella etichetta prima di versare la birra in un bicchere che si tinge di un color dorato tendente all’arancio, velato e sormontato da una bianchissima testa di schiuma, in verità un po’ scomposta, che mantiene comunque una lunga persistenza. Naso pulitissimo e contraddistinto dall’eleganza tipica delle birre di Valter Loverier: le note lattiche sono affiancate da una delicatissima speziatura, da profumi floreali e suggestioni fruttate che richiamano l’ananas e gli agrumi. In sottofondo note legnose e “funky”, rustiche, di cantina. Sensazione palatale perfetta: birra scorrevolissima, vivacemente carbonata che rinfresca sin dal primo sorso grazie alla sua acidità lattica, all’asprezza del limone, della mela verde e dell’uva spina. A sostenere l’acidità un delicato tappeto dolce di frutta gialla e di reminiscenze tropicali, con una chiusura nella quale s’avverte, delicata ed elegante, la nota vegetale amaricante del cardo accompagnata da quelle lattiche e zesty. La sua struttura è (ovviamente) piuttosto simile a quella della Saison de L'Ouvrier “base”, e come la sorella riesce raggiungere elevati livelli di pulizia e raffinatezza senza tuttavia perdere di vista le sue radici rustiche; birra secchissima, perfetta per i mesi più caldi dell’anno.  L’unica nota dolente riguarda il costo: non è una birra economica da bere tutti i giorni, anche se il suo prezzo è allineato a birre simili che vengono prodotte anche in altre parti del mondo.Formato: 37.5 cl.,alc. 5.8%, lotto PCAR01-0415, scad. 12/2019, prezzo indicativo (beershop) 8.50/9.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Très Jolie Belgian Saison

Da un po' di tempo disponibile sugli scaffali della grande distribuzione, la gamma Très Jolie affianca alla Blonde e alla Tripel anche la nuova Saison. Si tratta di una serie di birre prodotte per l'importatore/distributore italiano Interbrau, che vengono realizzate presso la Brasserie Du Bocq di Purnode, Belgio. Birrificio rimasto per molti oltre un secolo nella mani della famiglia Belot, a partire dal 1858 quando Martin iniziò a produrre birra nella propria fattoria a nome Brasserie Belot Frères et Soeur, in quanto assieme a lui lavoravano quattro dei suoi quattordici figli.L'azienda agricola  è proseguita sino al 1960, anno in cui gli eredi di Belot hanno preferito concentrare la propria attività sulla produzione di birra e sulle distribuzione di bevande. Nel 2015 l'azienda è stata rilevata dalla famiglia Keersmaekers, proprietari del marchio Corsendonk. Una cinquantina di dipendenti, 75.000 ettolitri prodotti ogni anno per un fatturato che supera i 10 milioni di Euro: questi i numeri di un birrificio le cui birre più famose sono la Blanche du Namur, la gamma Gauloise, la Tripel Moine e la Saison 1858.Ma Du Bocq produce molto anche per conto terzi, sopratutto per supermercati (Carrefour, Marks & Spencer, Tesco) e grandi distributori: difficile orientarsi in questo labirinto di birre che generano sempre il sospetto di non essere altro che lievi variazioni della stessa "base" o, nella peggiore delle ipotesi, semplici rietichettature. Per la distribuzione Interbrau nei supermercati italiani Du Bocq produce le Très Jolie, la St. Etienne e le St. Benoi, ma sicuramente ne avrò dimenticata qualcuna.La birra.Très Jolie, Belgian Saison 6.4% che, volendo malignare, è esattamente lo stesso contenuto alcolico della Saison 1858 prodotta da Du Bocq; un indizio non fa una prova, ci mancherebbe; l'etichetta non brilla comunque di trasparenza, omettendo il nome di chi ha prodotto questa birra.Di colore arancio pallido, velato, forma una cremosa e compatta testa di schiuma bianca che permane a lungo nel bicchiere. L'aroma non è particolarmente intenso ma rivela un buon livello di pulizia: c'è una delicata speziatura (coriandolo, pepe), ci sono delicati profumi di banana e di arancio, crackers e cereali con una leggera nota acidula (frumento?) e terrosa. Al palato scorre bene è poco vivace, con le bollicine che non sono sostenute tanto quanto dovrebbero essere in una Saison. Il gusto è forse leggermente meno pulito dell'aroma, riproponendone gli elementi con una corrispondenza pressoché totale: crackers, cereali, banana e arancio, una lieve speziatura ed una chiusura in cui l'amaro appena accennato rimane nel territorio erbaceo-terroso. L'attraversa una leggera acidità che la rende rinfrescante e dissetante, ma manca completamente quella componente rustica o "ruspante" che ogni Saison dovrebbe avere. Eppure non mi sento di gettare la croce addosso a questa bottiglia (75 cl.) di Trés Jolie che si può mettere nel carrello con poco più di 4 euro: non ci sono emozioni, l'intensità è quella che è ma il suo compito lo svolge e tutto sommato si lascia bere senza pregi e senza difetti. Il rapporto qualità prezzo (da quando non riesco più a trovare la Dupont nella grande distribuzione) mi sembra accettabile se non si hanno grosse pretese e sopratutto se gettate lo sguardo su alcune bottiglie "artigianali italiane" che sugli scaffali superano i 10 euro. Formato: 75 cl., alc. 6.4%, lotto TJ L001, scad. 07/03/2018, prezzo indicativo 4.30 Euro (supermercato).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton Guatemalan Coffee Extra Porter

Ancora una novità da Buxton, instancabile birrificio del Derbyshire, alle porte del Peak District National Park,  fondato da Geoff Quinn nel 2009 che vede attualmente in sala cottura il birraio  Colin Stronge,  ex Marble di Manchester e Black Isle (Scozia).  Lo scorso aprile 2016 debutta una robusta porter prodotta con fave di cacao, baccelli di vaniglia e caffè Bourbon di San Patricio El Limon (Guatemala) fornito dalla Has Been Coffee. Noto che Buxton produce già una stout “robusta” chiamata Stronge Extra Stout che ha la stessa gradazione alcolica (7.4%) di questa Extra Porter; la birra fu la prima ricetta sviluppata da Stronge al suo arrivo a Buxton nel 2013: non so questa porter sia in verità la stessa ricetta con la semplice aggiunta di cacao, caffè e vaniglia. Poco importa perché il risultato è davvero convincente, molto di più – opinione personalissima – della “geekissima” e tanto decantata Yellow Belly, altra birra-gourmet (arachidi e biscotti) che Buxton ha prodotto con Omnipollo.La birra.Molto bella nel bicchiere, quasi nera e con una cremosa e compatta testa di schiuma colore nocciola, dalla buona persistenza. L’aroma risulta molto pulito e piuttosto ben assemblato nella sua intenzione di “birra-dessert”: i profumi di vaniglia, cioccolato fondente e chicchi di caffè sono molto ben amalgamati tra di loro e, soprattutto, non sono afflitti da quell’artificiosità che spesso caratterizza questo tipo di birre. Ci sono invece sono eleganza, fragranza e intensità in una birra che ricorda quasi il tiramisù. Benissimo anche la sensazione palatale: poche bollicine, corpo medio e una splendida cremosità che avvolge tutto il palato: sorprendente, se si considera che questa Imperial Porter ha tutto sommato una gradazione alcolica contenuta.  Al palato tostature e caffè vengono sostenuti dal toffee/caramello e della vaniglia: amaro e dolce si scambiano il testimone più volte nella stessa sorsata mentre la birra scivola morbida accarezzando il palato con grande facilità. La leggera acidità donata dai malti scuri ripulisce per qualche attimo le papille gustative permettendole di assaporare al meglio l’intenso finale amaro ricco caffè, cacao e torrefatto; l’alcool si sente solamente a fine corsa, un caldo abbraccio o se preferite un saluto di quelli difficili da dimenticare.Birra molto pulita e molto ben assemblata, intensa ma facile da bere: tutto quello che viene dichiarato in etichetta (vaniglia, cacao e caffè) si fa sentire con eleganza e raziocinio, senza mai strafare. Se la tipologia vi piace, la dovete provare assolutamente.Formato: 33 cl., alc. 7.4%, imbott. 04/04/2016, scad. 04/04/2017, prezzo indicativo beershop  5.00/6.00 Euro. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie Eliza5beth

E’ sempre con piacere che mi accingo a stappre una bottiglia di Prairie, nonostante i loro prezzi siano molto poco amichevoli, anche nel paese d’origine. Ricordo brevemente che Prairie nasce nel 2012 come beerfirm e viene fondata dai fratelli Chase e Colin Healey nel 2012, entrambi con un lungo passato da homebrewers; il primo dei due ha anche lavorato come birraio presso la COOP Ale Works ela Redbud.  E' proprio qui che Chase si fa conoscere, sperimentando con i lieviti da vino, da champagne e quelli ""selvaggi""; la Redbud oggi non esiste più, ma è con una birra chiamata Cuvee Three che Chase Healey attira l'attenzione dell'importante distributore Shelton Brothers. Una volta nato il marchio Prairie Artisan Ales, i fratelli Healey firmano subito un contratto per la distribuzione in molti stati americani e per l'esportazione all'estero. Il successo garantisce i fondi necessari per la pianificazione del proprio birrificio, e l'inaugurazione avviene a dicembre 2013, alla porta di Tulsa; il focus è quello degli affinamenti e degli invecchiamenti in botte. Al tempo stesso, una parte delle birre viene ancora prodotta all'esterno per poter soddisfare le richieste del mercato.Nel 2013 Prairie annuncia l’arrivo di una nuova birra chiamata Eliza5beth; la descrivono come una “farmhouse ale” (termine che ultimamente i birrai americani cercano di utilizzare in qualsiasi contesto, anche se non sempre con raziocinio) che matura assieme ad albicocche ed al consueto mix di lieviti proprietario di Prairie, che include batteri e lieviti da vino. Da quanto ho capito si tratta di una produzione occasionali che il birrificio dell'Oklahoma produce ogni tanto, e se non erro l’ultimo lotto risale all’aprile dello scorso anno. La parte grafica viene come al solito realizzata da Colin Healey, il quale spiega come la birra sia dedicata alla sorella Elizabeth: l’etichetta raffigura infatti alcuni degli animali domestici della sorella trasportati all’interno di una navicella spaziale. La birra.Il suo colore è un arancio pallido velato e forma una generosa e pannosa testa i schiuma bianca che si dissolve abbastanza rapidamente. L’aroma rispecchia gli standard di pulizia ed eleganza ai quali Prairie mi ha abituato: profumi floreali, una delicatissima speziatura donata dai lieviti nella quale spicca il pepe bianco, arancia e albicocca. In secondo piano suggestioni rustiche (o “funky”, se preferite) che richiamano la paglia, il granaio. Al palato è perfetta, con una scorrevolezza impressionante per la sua gradazione alcolica (8%) e vivaci bollicine che solleticano continuamente il palato; la base maltata (crackers, cereali) è quasi impercettibile ed il gusto vira subito su di un fruttato molto elegante e per nulla sbruffone nel quale convivono pesca, banana, polpa d’arancio e ovviamente albicocca. L’acidità di questo frutto e l’impressionante secchezza donano a questa “Midwest Farmhouse Ale” un potere dissetante e rinfrescante davvero notevole, con una chiusura  delicatamente amara nella quale il terroso viene accompagnato dall’albicocca. L’alcool è praticamente inesistente e la bevibilità – sembra difficile crederci – è davvero paragonabile a quella di una session beer. Alla fine risulta molto più elegante o "borghese" che rustica, ma è comunque una  birra solare e perfetta per l'estate, caratterizzata da un gran lavoro del lievito di Prairie. Tasso di soddisfazione alquanto elevato.Formato: 50 cl., alc. 8%, IBU 25, lotto 08515 0725IW2, prezzo indicativo in Europa tra gli 11 ed i 14 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara, Menabrea Original

Tempo fa avevo promesso di dedicare almeno un appuntamento al mese alle birre industriali che incontriamo ogni giorno sugli scaffali della grande distribuzione; mi accorgo di non aver tenuto fede al mio (nobile?) intento e cerco oggi di rimediare mettendo a confronto sei-dico-sei lager che potrete facilmente reperire in molti supermercati. Le temperature d’agosto e la ricerca di refrigerio mi hanno un po’ agevolato il poco piacevole compito di passarle tutte in rassegna contemporaneamente. Dopo le varie Heineken e Bavaria, Corona e Peroni, Poretti e Moretti ospitate in passato, oggi tocca alle "italiane" Wührer, Dreher, Forst Premium, Ichnusa, Poretti 4 Luppoli Originale Chiara e Menabrea. Per evitare qualsiasi forma di condizionamento dal nome riportato in etichetta le ho assaggiate alla cieca; riporterò le mie considerazioni in ordine crescente di "gradimento", se di gradimento si può parlare. Le sei birre si collocano nello stesso segmento di mercato e sono di fatto identiche all’aspetto, nel loro limpido color dorato e nella bianchissima schiuma cremosa; la gradazione alcolica per tutte oscilla tra 4.5 e 4.8%, eccezion fatta per la Poretti 4 Luppoli (5.5%) che all’aspetto appare anche dal colore leggermente più carico. Meglio avrei probabilmente fatto “a scalare una marcia” ed scegliere la 3 Luppoli (4.8%) ma l’avevo già utilizzata in questa occasione. Partiamo dalla Ichnusa, marchio di proprietà del gruppo Heineken. Il 1912 è l’anno in cui la produzione di birra inizia anche in Sardegna: non vi è accordo su chi abbia esattamente fondato la “Birraria Ichnusa”, nome che si riferisce all’antica denominazione greca dell’isola, ma l’imprenditore di riferimento è Amsicora Capra, produttore di vini che in seguito alla crisi della viticoltura sarda (filossera) si mette a produrre birra. Ichnusa assume una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri prodotti nel 1981; nel 1986 viene acquistata da Heineken che giusto qualche anno prima aveva messo nel carrello degli acquisti anche la Dreher di Trieste.  La multinazionale si trova così in mano due siti produttivi sull’Isola; ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi ha portato alla chiusura del secondo.L’incontro con questa bottiglia di Ichnusa è stato traumatico: terribilmente “skunky” all’olfatto,  puzzolente o “effetto luce” che dir si voglia:  segno di una bottiglia che ha subito traumi da eccessiva esposizione alla luce. Il gusto è leggermente più tollerabile dell’aroma, anche perché l’intensità è davvero ai livelli minimi; oltre allo skunky si percepisce il mais e un leggero amaro erbaceo finale che riesce però a sconfinare nella plastica e nella gomma. Non è neppure particolarmente secca e lascia il palato sempre un po’ appiccicoso, riducendo di molto quell’effetto rinfrescante e dissetante che una lager dovrebbe avere; la carbonazione è piuttosto blanda, dandole il colpo di grazia. Esperienza poco raccomandabile, anche se pesantemente influenzata “dall’effetto luce”, che non auguro a nessuno: la peggiore delle sei. Con 2,03 Euro al litro non si posiziona neppure tra le più economiche.Passiamo a Wührer, ovvero il primo birrificio italiano (o forse no) che nacque nel 1829 a Brescia nella zona periferica de La Bornata; Franz Xaver Wührer ed i suoi successori ne mantennero la proprietà sino al 1981, quando la Gervais Danone acquistò il 30% delle quote societarie per poi assumerne il controllo totale;  nella sua lunga storia Wührer era divenuta proprietaria anche della Società Toscana Paszkowski (1935), di Birra Ronzani e di Birra Bologna (1959).  Nel 1983 la Peroni subentra alla Danone nella proprietà di Wührer, mantenendo in vita il marchio ma chiudendo nel 1988 lo storico stabilimento di Brescia; dopo un ventennio d’abbandono, l’ex sito produttivo è stato riconvertito nel “Borgo Wührer” che oggi ospita spazi commerciali e residenziali. Anche la Wührer è prodotta utilizzando mais: non siamo tuttavia al di sotto della soglia percettiva della bottiglia di Peroni assaggiata tempo fa. L’aroma è praticamente assente, con qualche ricordo di mela verde in lontananza; il gusto non è da meno, rasentando il nulla. C’è una vaga apparenza di cereali, mais, un tocco di miele; è abbastanza secca e le bollicine appaiono in quantità superiore rispetto alle altre cinque lager. Una filo di amaro, avvertibile quando la birra si scalda, fa capolino a fine corsa. Nella sua assenza di gusto riesce a non provocare danni, ma è una consolazione davvero magra per una birra che s'avvicina all'acqua. 1,14 Euro al litro.Dreher. Il marchio Heineken che oggi trovate sugli scaffali dei supermercati vanta una storia di tutto rispetto che conduce all’omonima famiglia di mastri birrai, nota in Boemia sin dal XVII secolo. Franz Anton Dreher nel diciottesimo secolo inaugurò la sua fabbrica di birra a Vienna che nel 1841 iniziò a produrre l’omonima birra (Vienna Lager) ambrata a  bassa fermentazione, uno stile che divenne molto popolare alla fine del diciannovesimo secolo. Nel 1870 nacque la fabbrica Dreher di Trieste, poi rilevata nel 1928 dai fratelli Luciani (Birra Pedavena) che, nel 1969, decidono di puntare su di un unico marchio a livello nazionale rinominando “Birra Pedavena” in “Dreher Spa”; nel 1974 Heineken e Whitbread acquistarono in joint venture il gruppo Dreher, e quattro anni dopo Heineken rilevò anche le azioni del partner anglosassone.  Nello stesso periodo (1976-1980) si concluse una lunga vertenza che portò alla definitiva chiusura dello stabilimento Dreher di Trieste, mantenendo invece operativo quello di Massafra (Taranto) avviato negli anni ’60 dai fratelli Luciani. Anche la Dreher nazionale non si fa mancare il mais ed un po’ di “skunk”: tra accenni di cereali e mela verde io ci sento anche una punta di diacetile; l’intensità del gusto, pressoché nulla, ospita tracce dolciastre (mais, miele) e soprattutto quella mela verde che avevo incontrato nella sorella di famiglia Heineken. Non c’è sostanzialmente amaro, la birra termina di fatto spegnendosi nell’acquoso risultando alla fine la più “sfuggente” tra queste anonime lager acquose; riesce tuttavia a lasciare una patina dolciastra sul palato che ne riduce l’effetto rinfrescante. Fondamentale quindi “berla ghiacciata” per eliminare il problema alla base. 1,44 Euro al litro.Ammetto di essere rimasto sorpreso nello scoprire solo al “terzo” posto dell’indice di gradimento la Forst Premium, sulla quale avrei invece scommesso senza esitare; non solo perché il birrificio altoatesino è l’unico italiano ed il “meno industriale” tra gli altri, ma perché le Forst bevute in fusto nei dintorni del birrificio non sono affatto male. Come non lo è la Sixtus in bottiglia, occasione in cui vi avevo raccontato di Forst; il birrificio nasce nel 1857 nella omonima località poco fuori Merano, fondata da Johann Wallnöfer e Franz Tappeiner, nello stesso sito produttivo che ancora oggi ospita gli impianti. Nel 1863 viene acquistata da Josef Fuchs, la cui famiglia e discendenti ne detengono ancora oggi la proprietà; nel 1892, sotto la guida di Hans Fuchs, la produzione era già passata dai 230 ettolitri degli inizi a 22.500 ettolitri. Ad Hans succede nel 1917 la moglie Fanny, che guida l'azienda sino al 1933, quando il testimone passa al figlio Luis. Alla sua scomparsa, nel 1989, la moglie Margarethe Fuchs von Mannstein assume la presidenza: gli ettolitri prodotti ogni anno sono circa 700.000.  Nel 1991 Forst acquista Menabrea. Perfettamente limpida e dorata, la Forst Premium (mais anche qui) s’accoda alle altre nel presentare qualche lieve puzzetta dovuta “all’effetto luce”;  al naso non c’è fragranza ma per lo meno s’avvertono pane e miele. L’intensità del gusto è forse appena un po’ superiore alle birre che l’hanno preceduta ma non c’è da rallegrarsi; lieve diacetile, dolcino di mais e miele, poca secchezza, palato che rimane appiccicoso e che non viene ripulito a dovere dalla chiusura amara, poco gradevole e reminiscente di gomma/plastica. Si beve ma onestamente m’aspettavo qualcosa di meglio. 1,59 Euro al litro.Al secondo posto si piazza Angelo Poretti con la sua 4 Luppoli Originale Chiara; fondato nel 1877 da Angelo Poretti  a Induno Olona, il birrificio fu rilevato nel 1939 dalla famiglia Bassetti, già proprietaria del birrificio Spluga (Splügen) di Chiavenna; nel 1975 un primo accordo con i danesi della United Breweries (ovvero la Carlsberg odierna) per la commercializzazione sul nostro territorio dei marchi Tuborg e Carlsberg. Nel 1982 i danesi acquistano il primo 50% della società, arrivando progressivamente al 100% nel 2002. L’aroma è quasi nullo, eppur nel suo dolce leggermente mieloso scorgo una punta di diacetile; la gradazione alcolica (5.5%) più sostenuta rispetto alle altre le dona una maggior “presenza” al palato, dove troviamo miele e un vago accenno biscottato. Non c’è fragranza ed anche lei riduce il suo potere rinfrescante lasciando al palato una patina dolciastra; neppure lei si fa mancare quel lieve amaro erbaceo/gommoso che chiude la bevuta. Sostanzialmente simile alle altre concorrenti, guadagna qualche punto in più grazie alla sua “maggiore” ( virgolettato d’obbligo) intensità. La Poretti è anche la più cara tra le sei, con un costo di 2.61 Euro al litro.La mia “preferenza” (altro obbligo di virgolette) tra queste sei birre industriali è andata alla Menabrea Original; l’azienda venne fondata nel 1846 dalla famiglia Welf  (Valle d'Aosta) e dei fratelli Caraccio, titolari di una caffetteria a Biella; nel 1864 il passaggio nelle mani di  Antonio Zimmermann e Giuseppe Menabrea, che nel 1872 rimase proprietario assieme ai figli Carlo e Alberto rinominandola  G. Menabrea & Figli. Alla fine del diciannovesimo secolo la gestione passò nelle mani dei cognati Emilio Thedy e Agostino Antoniotti, coniugi delle eredi Menabrea; la famiglia mantiene ancora oggi un importante ruolo aziendale con  Franco Thedy che ricopre la carica di amministratore delegato nonostante la maggioranza societaria sia dal 1991 nella mani della Forst, dove parte della produzione Menabrea è delocalizzata. Come Andrea Turco fa notare, Menabrea è il marchio industriale che riesce “a confondere” meglio i bevitori occasionali, che credono di bere birre artigianali o “crafty” che dir si voglia. Per far uscire un po' d'aroma bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio: nella sua delicatezza le note di pane, cereali, mais e miele sono tutto sommato accettabili, benché prive di fragranza. Non c'è fortunatamente traccia di "skunk".  L'intensità del gusto non è molto differente (ovvero molto bassa) da quella delle sue concorrenti; la sensazione di bere un bicchiere d'acqua è sempre presente, accompagnata da una timida presenza di pane e cereali. La chiusura appena amara (erbacea) non fa fortunatamente danni, e il palato viene risparmiato da dolci patine appiccicose; ne risulta una birra che, benché quasi priva di gusto, fa il suo dovere, rinfrescando e dissetando chi decide di berla. E' sostanzialmente questo il motivo che le fa guadagnare qualche punto in più delle altri risultando la "meno peggio" tra quelle assaggiate. 1,97 Euro al litro.Nel dettaglio:Ichnusa, 66 cl., alc. 4.7%, lotto 601138OVY, scad. 01/04/2017, 1.34 EuroWührer, 66 cl., alc. 4,7%, lotto L6 036 2 22, scad. 01/02/2017, 0.75 EuroDreher, 66 cl., alc. 4,7%, lotto 5334 43890SN, scad. 01/02/2017, 0.95 EuroForst Premium, 66 cl., alc. 4.8%, lotto 08:22, scad. 15/02/2017, 1.05 EuroPoretti 4 Luppoli Originale Chiara, 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15099J, scad, 31/09/2016, 0.86 EuroMenabrea Original, 66 cl., alc. 4.5%, lotto 17:55, scad. 07/12/2016, 1.30 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Duvel Tripel Hop 2016 (HBC-291)

Eccoci arrivati anche quest’anno all’appuntamento con la Duvel Tripel Hop,  “sorella" più luppolata della Duvel sceglie ogni anno un nuovo luppolo da affiancare al Saaz e allo Styrian Goldings utilizzati per la “normale”. Ricordo che la Tripel Hop nasce come "one-shot"  nel 2007 ospitando il luppolo Amarillo; il risultato piace a chi la beve ma alla Moortgat non intendono replicarlo; pare che ci siano volute una "campagna" su Facebook e 12.000 firme raccolte dagli appassionati belgi di “De Lambikstoempers" per convincere il birrificio a rimetterla in produzione. Nel 2012 la Tripel Hop ritorna utilizzando il Citra, come terzo (luppolo) "incomodo”; l’edizione 2013 chiama in causa il Sorachi Ace e quella 2014 l’americano Mosaic. Lo scorso anno è invece toccato all’Equinox. Per il 2016 il birraio Hedwig Neven sceglie il luppolo sperimentale chiamato con il codice HBC 291 e più di recente rinominato “Loral”; sviluppata dalla Hop Breeding Company (Yakima Valley) una decina di anni fa,  questa varietà è stata commercializzata ufficialmente su grande scala per la prima volta proprio quest’anno, e  la Duvel è uno dei primi birrifici ad utilizzarlo. Per i “test” in fase sperimentale erano invece stati coinvolti Lagunitas, Stone e Sierra Nevada, della quale vi avevo presentato un paio di anni fa la Sierra Nevada Harvest Single Hop IPA Yakima #291.  La Hop Breeding Company lo descrive come una sorta di ibrido che alle note speziate, floreali e terrose dei luppoli “nobili” europei abbina quelle fruttate dei luppoli americani. Per l’occasione la Duvel ha anche messo in vendita un “six pack” che comprende tutte le Tripel Hop realizzate sino ad ora, dando così l’opportunità di un (pericoloso, se pensate alla sua gradazione alcolica) assaggio “in orizzontale”.  Dopo averle bevute siete invitati a votare la vostra preferita, che Duvel promette di mettere in vendita nel corso del prossimo anno.La birra.Il suo colore è ovviamente il classico oro pallido velato, con una generosa testa di schiuma bianca e cremosa che tende a scomporsi abbastanza rapidamente pur mantenendo una buona persistenza nel bicchiere. Naso molto pulito ed elegante con profumi floreali (lavanda?) e fruttati: arancio e cedro, pesca gialla, albicocca, limone candito. A completamento ci sono delicate sfumature erbacee ed una leggera speziatura da luppolo nobile. DNA Duvel rispettato anche in bocca: corpo medio, vivaci bollicine, bevibilità “killer“  e alcool nascoso in modo diabolico o à la Duvel, se preferite. Pane, miele e canditi, albicocca e pesca costituiscono la spina dorsale della bevuta che relega gli agrumi in secondo piano; la secchezza è encomiabile ed il finale ospita un tocco amaricante tra l'erbaceo ed il terroso. Impressionante la velocità con la quale una birra da quasi "dieci gradi" può scomparire dal bicchiere; pulizia e precisione sono chirurgiche e paradossalmente questo pregio è anche il limite della Duvel, un po' avara di emozioni.Detto questo, ripeto quanto detto per le versioni degli scorsi anni: birre nella grande distribuzione di questo livello e a questo prezzo (in Italia) sono una piccola manna dal cielo. Formato 33 cl., alc. 9,5%, lotto 41002 2201, scad. 08/2017, 2.69 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stone Americano Stout

Americano Stout, una delle novità 2016 in casa Stone ed anche uno degli ultimi lasciti del birraio Mitch Steele, che dopo 10 anni passati alla guida del birrificio di Escondido, California, ha deciso alla fine dello scorso giugno di andarsene e mettersi in proprio. Non si conosce ancora nulla sul nuovo progetto di Steele, mentre si sa che l'Americano Stout nasce come "costola" della Stone Espresso, variante della Stone Imperial Russian Stout realizzata nel 2013 per la serie "Odd Beers for Odd Years”.Centotredici i chili di caffè forniti dalla Ryan Bros utilizzati per ogni lotto da 140 ettolitri di birra prodotto; Steele sceglie inoltre di utilizzare solamente malti  e luppoli americani: questi ultimi sono Amarillo, Cascade, Chinook e Columbus. L'Americano Stout viene commercializzata per la prima volta lo scorso febbraio e, in concomitanza col lancio europeo delle prime lattine Stone prodotte nei nuovi impianti di Berlino, qualche bottiglia è arrivata anche in Europa.La birra.Nera ed impenetrabile alla luce, forma una compatta e cremosa testa di schiuma nocciola che ha una buona persistenza nel bicchiere. Pensate se al bar ordinaste un "americano" e vi trovaste invece nella tazzina una birra: nessuna sorpresa che il caffè domini in lungo e in largo, sia nella forma liquida che in quella dei chicchi. Intenso, elegante e raffinato, accompagnato da orzo tostato, caramello bruciato, un accenno di cenere, di resina, forse di anice. La sensazione palatale non è particolarmente morbida o oleosa, con la scorrevolezza di questa robusta (8.7%) Imperial Stout che se ne avvantaggia; il corpo è medio. Caffè, tanto caffè anche al palato, in una perfetta corrispondenza con l'aroma: anche qui ci sono in sottofondo orzo tostato, liquirizia e caramello bruciato, il tutto supportato da un delicato ma percepibile calore etilico. Nessuna astringenza, acidità perfettamente sotto controllo e finale che ripulisce il palato grazie alla generosa luppolatura, il cui amaro resinoso è ben amalgamato con quello delle tostature. Birra monotematica ma pulita e ben fatta, molto intensa, che ha il pregio di non stancare mai il palato soddisfacendo le aspettative di chi vuole una birra al caffè: qui non si scherza, sappiatelo.Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, IBU 65, lotto 01/02/2016, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Petrus Aged Pale

A metà degli anni ’90  Michael Jackson  (per i meno esperti, non è il cantante) visita il birrificio Brouwerij Bavik, dal 1894 nelle mani della famiglia De Brabandere, per assaggiare le birre e prendere preziosi appunti; con grossa sorpresa di Ignace De Brabandere chiede di assaggiare la birra base che viene poi utilizzata per realizzare la Oud Bruin. La sua particolarità è di essere una birra dorata, mentre tutti gli altri produttori di Oud Bruin sono soliti mettere ad invecchiare nei foeders una birra ambrata o “marrone”.  Jackson s’innamora di quella birra e nelle sue successive visite al birrificio chiede sempre di poterla assaggiare: Ignace è riluttante, ma cede al carisma del beer-hunter inglese e concede gli assaggi, rifiutando però di venderla a Jackson che voleva offrirla ai membri inglesi e americani del suo “beer club”; per lui era una birra troppo acida che nessuno avrebbe apprezzato. Ma Jackson insiste ripetutamente e De Brabandere, ormai sfinito, spara alto per dissuaderlo definitivamente dall’idea: “te la vendo solo se ne compri un lotto unico di 75 ettolitri”; pessima idea, perché Jackson ha già in mano il telefono e chiede “ok, dove devo firmare”?  La seconda condizione posta da Ignace per la vendita era che Jackson avrebbe dovuto darle un nome:  “è invecchiata e chiara – disse il beer hunter – chiamiamola semplicemente per quello che è”. La Aged Pale arriva quindi nelle mani dei membri americani ed inglesi  del “The Rare Beer Club”  e le analoghe associazioni belghe, come la Objectieve Bierproevers, iniziano a dare segni di gelosia perché nella madre patria la birra non si  riesce a trovare. Solamente a partire dal 2001 la Aged Pale fa la sua apparizione all’interno della gamma Petrus ed è disponibile anche per il mercato domestico. La crescente domanda per le birre acide, soprattutto quella degli Stati Uniti, convince la famiglia De Brabandere ad rammodernare nel 2014 gli impianti produttivi (200 hl) e ad acquistare sei nuovi foeders realizzati dai francesi della Foudrerie Francois di Brive-la-Gallairde; al momento il birrificio ne possiede circa 27, da 220 ettolitri cadauno. Nello stesso anno la Brouwerij Bavik viene rinominata e riacquista il nome di famiglia tornando a chiamarsi Brouwerij De Brabandere La Petrus Aged Pale continua ad essere utilizzata come “birra base” per produrre la Petrus Aged Red (15% di Aged Pale e 85% di Petrus Dubbel Bruin), la Petrus Oud Bruin (33% Aged Pale e 67% di birra fresca) e la 50/50 (blend di Aged Pale and Aged Red) disponibile solo in un 6 pack che contienea nche   tre bottiglie di Aged Pale, 1 di Aged Red e 1 Oud Bruin invitandovi a creare il vostro proprio blend, oltre ovviamente ad assaggiare la 50/50.La birra.Invecchiata “per almeno 20 mesi” nei foeders di legno, la Petrus Aged Pale si presenta di color oro antico quasi limpido e genera una bella testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza.  Il naso è molto pulito, con il benvenuto che arriva dalle note lattiche e, in tono più discreto, da quelle acetiche; ci sono legno e vino, mentre ai fiori, alla mela verde ed al limone il compito di regalare freschezza ad un'aroma elegante e di buona intensità.  In sottofondo anche una suggestione di pepe fa ogni tanto capolino. Al palato si rivela acida ma non impervia anche per palati meno avvezzi a questa tipologia di birre: c'è una buona corrispondenza con l'aroma, con le note vinose accompagnate dal legno e dall'acido lattico, dall'asprezza dell'uva spina, della mela verde e del limone. Alla dolcezza zuccherina il compito di smussarne gli spigoli lasciandone intatto il potere dissetante e rinfrescante; la chiusura è secca, il finale è vinoso con un lieve tepore etilico ed una punta d'amaro lattico. La componente acetica è ben rilegata in sottofondo risultando tutto sommato ben addomesticata anche se forse alza la testa più del dovuto in alcuni brevi passaggi.Birra che fresca ben si presta ad ammazzare la sete, mentre riscaldandosi rivela una buona struttura derivante dalla sua gradazione alcolica (7.3%) che la rende interessante anche per abbinamenti gastronomici: bevuta molto pulita, forse a tratti un po' patinata se proprio le si vuol fare un appunto,  e con un rapporto qualità prezzo quasi imbattibile.Formato: 33 cl., alc. 7.3%, lotto 1435A077, scad. 14/03/2017, prezzo 1,80 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

High Water Campfire Stout

Avevamo già parlato di High Water Brewing quattro anni fa, in occasione della No Boundary IPA. Progetto lanciato a marzo 2011 da Steve Altimari e John Anthony assieme ai soci Lane Anthony, Kevin Sweeney e Davin Abrahamian.  Dei due il birraio è Altimari, che dopo 12 anni passati nella Silicon Valley a lavorare nel campo dell’High Tech aveva deciso di cambiare vita  frequentando un corso per diventare mastro birraio, finendo poi per essere assunto nel 1995 alla Valley Brewing Company, dove riuscì anche a vincere diverse medaglie in alcune edizioni del Great American Beer Festival. Lasciata la Valley, Altimari crea High Water (il nome scelto viene proprio dall’italiano “acqua alta”) appoggiandosi per la produzione ad impianti di birrifici  tra  i quali figurano Hermitage, Drakes, Uncommon e Devil’s Canyon; il debutto avviene con  Retribution Imperial IPA ed Hop Riot IPA, seguite da altre produzioni che formano lentamente un portfolio di una cinquantina di referenze distribuite soprattutto in California, Nevada, Washington, Alaska, Vermont, Florida ed in Europa.La birra.Campfire Stout, una birra o meglio un “ricordo in forma liquida” di serate passate davanti al falò di un campeggio: si tratta di una stout prodotta con utilizzo di melassa e graham crackers che è col tempo diventata la High Water più venduta  e che si basa su di una ricetta realizzata da Altimari assieme alla moglie Barri, una ex-psicologa che oltre a lavorare per High Water sviluppa ricette gastronomiche per aziende alimentari;  nel 2014 ha ottenuto al Great American Beer Festival la medaglia d’oro nella categoria “specialty”. Nera, forma una golosa testa di schiuma cremosa color cappuccino che tuttavia collassa abbastanza rapidamente; l’aroma disegna subito una birra-dessert ricca di cioccolato al latte, marshmallow, gianduia, caramello e melassa, biscotto (o quel graham cracker che dir si voglia), nocciola e vaniglia. Molto bene intensità e pulizia, peccato per qualche lieve scivolone, comunque perdonabile,  nell'artificialità di alcuni profumi. La sensazione palatale predilige la scorrevolezza e la facilità di bevuta senza indulgere in cremosità o mouthfeel particolarmente "lussureggianti": il corpo è medio e le bollicine, sebbene sottili, sono leggermente in eccesso. Al palato  c'è un po' meno pulizia: il dolce del caramello, del cioccolato al latte e della vaniglia viene in parte bilanciato dall'orzo tostato, con il risultato di una birra che rimane comunque abbastanza dolce senza mai essere stucchevole. Nel finale le tostature sono affiancate dall'amaro dei luppoli, con il palato che viene ripulito e quasi rinfrescato da lieve accenni di anice e di menta. C'è complessivamente una bella intensità in una stout-dessert dalla gradazione alcolica tutto sommato contenuta e priva di eccessi: per il mio gusto personale le manca un pochino d'amaro, il gusto è un po' meno convincente rispetto all'aroma ma se amate le birre-dessert questa Campfire Stout è senz'altro da mettere sulla vostra wishlist. Formato: 65 cl., alc. 6.5%. IBU 39, lotto 05/05/2015, scad. non riportata, 11.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.