Vicaris Generaal

Dendermonde, città nel mezzo del triangolo virtuale che collega Gent, Anversa e Bruxelles, è la casa del birrificio Dilewyns le cui fondamenta risalgono al diciassettesimo secolo quando un vecchio mulino a Grembergen fu riconvertito da Anne-Coleta Wauman; la produzione continuò sino al 1943, quando i tedeschi sequestrarono le caldaie in rame decretando la fine dell’azienda.  Nel 1999 Vincent Dilewyns, discendente di Anne, completa la sua formazione di mastro birraio e inizia con le prime produzioni casalinghe ottenendo riscontri molto positivi da chi le assaggia. L’idea iniziale di produrre birra solo per  se stesso e per gli amici si trasforma in qualcosa di più grande,  anche grazie all'incitamento della figlia Anne-Catherine.  Nel 2005 Vincent s’appoggia all’onnipresente De Proef per realizzare le sue prime ricette su grande scala e commercializzarle: l’anno successivo è già tempo di premi per la Vicar Tripel allo Zythos, con replica l’anno successivo (Tripel e Vicardin). I risultati ottenuti e la limitata disponibilità degli impianti di De Proef convincono Vincent a lasciare la sua occupazione di dentista per dedicarsi a tempo pieno a quella di birraio: nel 2010 partono i lavori di costruzione del birrificio a Dendermonde che viene inaugurato a Maggio del 2011. Oltre a Vincent, supervisore delle ricette, a coordinare la produzione c’è la figlia Anne-Catherine che nel frattempo è diventata anche birraia. La parte commerciale viene invece gestita dall’altra figlia Claire. Gli impianti del birrificio (potenziale da 15.000 Hl) sono stati realizzati dall’italiana Velo. Quinto e Winter sono le due birre che già ospitate sul blog nel passato: oggi tocca alla Generaal, che possiamo considerare la sorella minore di quest’ultima.La birra.Generaal è una dubbel che strizza l’occhio alle cosiddetta categoria delle  “birre d’abbazia”, ovvero tutto e nulla. Il nome Vicaris Generaal è comunque pertinente: il Vicario Generale è infatti un’importante carica prevista dal Codice di diritto canonico. Rappresenta il vescovo, cura i rapporti con le parrocchie e i vicariati, l'amministrazione dei beni ecclesiastici e gli aspetti giuridici dei sacramenti e della loro celebrazione. Viene prodotta con tre tipi non specificati di malto e nessuna spezia.  Il suo colore è il classico tonaca di frate sormontato da una schiuma finissima, cremosa e compatta dalla buona persistenza nel bicchiere. L’aroma è pulito ed invitante, una dolcezza ricca di caramello e fudge, zucchero candito, marzapane, uvetta e prugna, fruit cake, delicate tostature di pane. Al palato il “generale” è forse un po’ meno ricco dell’aroma, pur rispettandone gli stessi livelli di pulizia ed eleganza: biscotto e caramello, fruit cake ed uvetta, quella delicata e indefinibile speziatura donata dal lievito e accenni di vino liquoroso che probabilmente qualche anno in cantina ha portato alla luce. Abbastanza carbonata, ottima scorrevolezza, nasconde l'alcool come solo i belgi sanno fare: chiude con una lieve nota amaricante (frutta secca, tostato), una secchezza davvero invidiabile e un bel retrogusto tiepido di frutta sotto spirito dal quale affiora una piacevolissima nota di cioccolato. Bevuta molto bilanciata, pulita ed elegante; intensità e facilità di bevuta vanno a braccetto in una Dubbel in ottima forma e molto ben eseguita.Formato 33 cl., alc. 8.5%, scad. 22/10/2017, pagata 1,65 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Deschutes Conflux No. 1 – Collage

Conflux, “confluenza” è il nome che i birrifici dell’Oregon Deschutes e Hair of the Dog scelgono per la loro prima collaborazione: non si tratta tuttavia della solita birra a quattro mani ma di un progetto più ambizioso ed interessante che viene annunciato ad aprile del 2010. A Bend, dove si trova  Deschutes, arriva il birraio di Hair of The Dog Alan Sprints per produrre sull’impianto che lo ospita un lotto di Fred (American Strong Ale, 10%)  e uno di Adam (Old Ale, 10%), ovvero due tra le birre più rappresentative del birrificio di Portland. Il birraio di Deschutes Larry Sidor “risponde” con due birre altrettanto “famose” nella storia del proprio birrificio: si tratta di The Dissident (una massiccia Oud Bruin 10.9% con aggiunta di ciliegie)  e The Stoic (una quadrupel 16.5% con aggiunta di melograno). Le quattro birre vengono poi messe ad affinare in legno; Deschutes opta per le botti che vengono utilizzate solitamente per produrre The Dissident (ex Pinot Nero di Domaine Drouhin) e The Stoic (Heaven Hill Rye Whiskey) mentre Hair of the Dog sceglie Heaven Hill Bourbon Midwest per Fred ed una nuova botte di rovere dell’Oregon per Adam. L’idea è di realizzare una birra attraverso un blend di queste quattro botti, e per fare ciò i birrai s’incontrano regolarmente nei mesi successivi ad assaggiare il contenuto: l’invecchiamento in botte dura quasi due anni ed il blend viene commercializzato, dopo un ulteriore affinamento in bottiglia, solamente a maggio 2012. Il protrarsi del processo produttivo ha fatto sì che la birra chiamata Conflux No. 1 venisse in realtà messa in vendita dopo la Conflux Nr.2, una White IPA che Deschutes realizza assieme a Boulevard Brewing nel luglio del 2011. Il 15 maggio 2012, presso i brewpub di Deschutes a Bend ed a Portland debutta ufficialmente la Conflux nr.1:  i circa 235 ettolitri prodotti vengono distribuiti in fusto ed in bottiglia, queste ultime vendute a circa 12 dollari per 35,5 centilitri, con un limite di tre a cliente.  Ai brewpub viene anche data l’occasione di assaggiare un piccolo “beer flight” che, per 20 dollari, comprende un bicchierino di ognuna delle quattro birre invecchiate in botte più il blend finale. Deschutes e Hair of The Dog hanno poi replicato l’esperimento nel 2014, con un nuovo blend che ha visto coinvolte The Abyss e The Stoic (Deschutes), Fred e Doggie Claws (Hair of the Dog) e che è stato messo in vendita ad ottobre 2016.La birra.L’ho acquistata nell’agosto del 2012 ma la decisione su quando stapparla è stata ponderata quasi quanto come il suo processo produttivo: è sicuramente un effetto collaterale di quel beergeekismo che a volte diventa quasi una malattia. In etichetta Deschutes, come fa per molte sue birre, consigliava di berla dopo un certo periodo per permetterle un ulteriore affinamento: nello specifico veniva indicato marzo 2013, ovvero dopo quasi un anno dalla messa in vendita. Tuttavia le recensioni che leggevo da altri appassionati non erano del tutto convincenti e sembravano suggerire che il blend delle quattro birre necessitasse ancora di tempo; da allora sono passati cinque anni, l’attesa è stata lunga ma la ricompensa enorme. Il bicchiere si colora di uno splendido ambrato con intensi riflessi rubino:  la piccola schiuma biancastra che si forma è abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi.  L’aroma è straordinariamente complesso, nascondendo e rivelando profumi diversi al variare della temperatura: legno e vino rosso danno il via ad un ballo che si muove tra frutta aspra (amarene, ribes, uva, qualche spunto di aceto di mela) e dolce (ciliegia sciroppata, uvetta e prugna disidratata). Man mano che la birra si scalda emergono bourbon e sherry, tabacco. Poche bollicine, corpo tra il medio ed il pieno ma soprattutto una consistenza palatale davvero morbida ed avvolgente: il gusto non tradisce le elevatissime aspettative create dall’aroma regalando una bevuta ricca di emozioni: toffee, uvetta, prugna e sherry delineano un percorso dolce che viene bilanciato da asprezza (frutti rossi) ed acidità.  Ma il meglio deve forse ancora venire e lo si trova in quel sontuoso retrolfatto, lunghissimo, dove sherry e bourbon disegnano un caldo dolce abbraccio etilico accompagnato da una velata asprezza a renderlo più lieve. Un blend che a cinque anni dalla nascita non mostra segni di cedimento ma l’intenzione di poter andare ancora avanti nel tempo. Le quattro birre utilizzata danno tutte il loro contributo con equilibrio, entrando ed uscendo di scena a più riprese: dalle caratteristiche aspre della Oud Bruin invecchiata in botti di pinot nero al bourbon che ha ospitato la quadrupel The Stoic (uvetta, prugna) e l’american strong ale Fred. Il risultato è una birra emozionante ed una delle più complesse che mi sia mai capitato di bere: un capolavoro, o quasi.Formato: 35.5 cl., alc. 11.6%, imbott. 05/2012, best after 30/04/2013, pagata 10.99 dollari.

Hammer Mini

E’ l’ultima nata in casa Hammer – Italian Craft Beer, il birrificio di Villa d’Adda (BG) operativo da maggio 2015 e guidato dalle mani del birraio Marco Valeriani: Mini, una Session IPA che arriva giusto in tempo per affrontare i mesi più caldi dell’anno. Non è una novità assoluta, visto che di Session IPA Hammer ne aveva già prodotte due, se non erro; qualche fusto era circolato nella primavera dello scorso anno come “Workpiece”, serie che racchiude birre occasionali e sperimentali che prodotte per ricevere un feedback dai bevitori al fine di valutare se farle poi entrare in produzione stabile con nome ed etichetta dedicate. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito. Quella Session IPA (4.2%) era luppolata con Mosaic, Amarillo e Citra e fu seguita poco tempo dopo dalla Microwave, una nuova session IPA (4.5%) disponibile anche in bottiglia che utilizzava Simcoe ed Amarillo; per la stagione estiva 2017 la Microwave non è tornata ed ha lasciato il posto alla  nuova Mini, con un ABV leggermente inferiore (4.2%) ed un mix di luppoli che ricorda più quello della Workpiece: Mosaic e Citra. Ventilatore e chitarra sono i due elementi che s’inseriscono sulla tipica importazione grafica dell’etichette di Hammer:  birra come una folata che allieva la calura e birra per accompagnare le serate all’aperto assieme agli amici, magari con una chitarra in mano.La birra.L'estate è nel bicchiere: dorata, appena velata, ed una candida e compatta testa di schiuma cremosa che rivela un'ottima persistenza. L'aroma è valorizzato dalla freschezza della bottiglia (aprile 2017) e da quegli elevati standard di pulizia ed eleganza a quali il birrificio di Villa d’Adda ci ha aiutato. Domina la frutta, dal tropicale (ananas e mango) all'agrume, sopratutto arancia: in sottofondo c'è una leggerissima nota dank che emerge dal "fondo" del bicchiere a temperatura ambiente. Scorrevole e piacevolmente carbonata, la Mini di Hammer potrebbe sfuggirvi alla velocità di una vera session beer senza nessuna deriva acquosa. Al palato le proporzioni si ribaltano e ci sono più agrumi che frutta tropicale, fattore che aiuta ad incrementare la secchezza ed il potere dissetante di una birra la cui generosa luppolatura viene sostenuta da una leggerissima base maltata (crackers). L'amaro ha una bella crescita progressiva che sfocia in un finale di notevole intensità per una session beer nel quale la scorza d'agrume è protagonista con note erbacee e resinose a completare un bouquet molto elegante. Birra molto ben bilanciata tra frutta ed amaro, piaciona ma non ruffiana, bevibilità record come il "protocollo session" pretende. Livello alto, che la freschezza mette ulteriormente in risalto: "mini" di nome ma grande di fatto. Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 062C, imbott. 04/2017, scad. 31/10/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Sixpoint 5Beans

Avevamo incontrato il birrificio di New York Sixpoint quasi un anno fa, quando erano arrivate in Italia le Double IPA Resin e Puff; lo fondano nel 2004 Andrew Bronstein e Shane Welch in un abbandonato edificio di Red Hook, un sobborgo di Brooklyn. Sino a giugno 2011 Sixpoint ha prodotto solamente fusti, saturando completamente la propria capacità produttiva; anziché espandersi ha invece optato per appaltare una buona parte della produzione di fusti e di tutte le nuove lattine presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Nel 2013 Sixpoint ha iniziato a realizzare una serie di birre dedicate ai beans, termine inglese che indica baccelli, fave, chicchi, grani: è arrivata la Baltic Porter 3Beans, prodotta con fave di cacao fornite dalla Mast Brothers, chicchi di caffè della Stumptown Coffee e fagioli (Romano beans) e maturata poi su chips tostati di rovere americano. A luglio 2015 arriva la 4Beans, una Imperial Porter che ai tre ingredienti appena elencati aggiunge baccelli di vaniglia del Madagascar. Lo scorso ottobre 2016 è nata la Bean nr. 5: a fagioli, cacao, caffè e vaniglia si è aggiunto il cardamomo nero per dare forma ad una nuova Imperial Porter che nelle intenzioni di Jan Matysiak, a quel tempo birraio di Sixpoint, dovrebbe ricordate l'atmosfera esotica di un bazar turco.La birra.Nel bicchiere è praticamente nera e forma una cremosa testa di schiuma cremosa e dalla buona persistenza. Il caffè è l'elemento principale in un aroma che presenta tostature e liquirizia, lievi note affumicata e di cenere, di cuoio e di vaniglia, una delicata speziatura in sottofondo. Al palato un tocco caramellato costituisce la base che sostiene l'amaro delle intense tostature e del caffè, protagonista indiscusso anche qui; cacao e liquirizia e spezie sono i dettagli che tentano di arricchire una Imperial Porter piuttosto rigorosa che procede spedita sul percorso del torrefatto e dell'amaro. L'alcool riscalda con criterio senza creare difficoltà nel sorseggiare, mentre la sensazione palatale è morbida anche se la birra sembra prediligere la "scorrevolezza" (virgolette d'obbligo, considerata la gradazione alcolica) alla morbidezza. Paga una lieve astringenza proprio sugli ultimi passi, quell'amaro finale nel quale l'amaro del caffè e del torrefatto è ulteriormente potenziato dalle note terrose dei luppoli.Birra molto solida, sicuramente più elegante e pulita al naso che in bocca: non dispensa particolari emozioni ma è comunque una bevuta che soddisfa.Formato: 35.5 cl., alc. 10%, IBU 38, scad. 15/10/2018, prezzo indicativo 6.00-6.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes: Gist & Zang Tumb Tumb

Luppoli e frutta hanno caratterizzato una buona parte della produzione Extraomnes: i primi sono protagonisti, oltre che nelle splendide Blond, Zest e Hopbloem, anche della serie Hond.erd: Brewer’s Gold, Citra e Adha 529 quelle transitate sul blog. La frutta ha invece dato forma alla Bloed (ciliegia), alla Z (albicocca), alla Guld (mango) e alla Mad Peach (pesca). Il lievito non è stato messo direttamente sotto i riflettori, pur svolgendo il suo fondamentale lavoro, sino allo scorso anno quando sono arrivate due birre “esplicitamente” dedicate al lievito, valorizzandolo al massimo senza che altri elementi (come appunto dry-hopping o frutta) possano metterlo in secondo piano. La birra Gist, ovvero “lievito” in fiammingo, viene annunciata a marzo 2016: una belgian ale leggera (4.5%) che utilizza un mix di lieviti tra i quali figura anche il Saccharomyces "bruxellensis" Trois e che viene così descritta: “chiudete gli occhi e... se non venite immediatamente trasportati su una spiaggia della Costa d'Avorio, per l'ananas che vi colpirà alla base del naso, vi sembrerà di essere seduti al tavolino di un café mentre passa il gruppo della Gand-Wevelgem, con tutto il suo afrore in scia”.  Birra imbottigliata il 04 marzo 2016 e che si presenta nel bicchiere dorata e velata, con minuscole particelle di lievito che ne sporcano un po’ la livrea, nonostante la cautela usata nel versarla; la cremosa schiuma biancastra non è particolarmente generosa ed ha una discreta persistenza. Purtroppo in lei non ritrovo nessuna delle caratteristiche descritte sopra: aroma e gusto sono caratterizzate da una presenza fenolica piuttosto invadente e sgradevole:  gomma e plastica bruciata rendono la bevuta quasi impossibile. In sottofondo un accenno dolce che richiama il miele, mentre la chiusura è piuttosto astringente e sgraziatamente amara. Bottiglia “sfortunata” nella quale purtroppo il lievito è sì protagonista ma in senso negativo. Debutta invece a giugno 2016 la “specialty ale” Zang Tumb Tumb che continua idealmente il percorso inziato con la Gist aumentando però la gradazione alcolica al 7.5%; anche qui è protagonista un mix di  lieviti che dovrebbe includere il Saccharomyces "bruxellensis" Trois. Il singolare nome riprende il poemetto del futurista Filippo Tommaso Marinetti ispirato all'assedio di Adrianopoli durante la guerra bulgaro-turca e pubblicato nella primavera del 1914. Zang Tumb Tumb sono le “parole in libertà” della copertina, ma il vero titolo dell’opera è in realtà Zang Tumb Tuuum. Con questo “libro d’artista” inizia quella rivoluzione tipografica che ebbe tra i precursori proprio il movimento futurista italiano. Queste le parole di Marinetti sul libro: “con questo volume di parole in libertà che equivale come intensità a 2500 pagine di Flaubert, ho sorpassato tutti e tutto, ho rinnovato integralmente la visione del mondo, sono giunto per primo nei domini inesplorati dell’arte. I pensatori da sanatorio, i critici da diligenza e da portantina e tutti gl’impotenti incollati ai buchi delle serrature negheranno queste mie osservazioni. Tanto meglio. La gioia di disprezzarli una volta di più lubrifica il mio genio, che ha la forma di uno stantuffo”. E queste le parole di Extraomnes sulla birra: "Oro brillante. Fragolina di bosco e ananas dominano lo sfacciato fruttato futurista. Anche in bocca una sola parola...Aardbeien (fragola)!."  Il suo colore è dorato carico e forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso non avverto né la fragola né l’ananas che dovrebbero esserci ma un sottofondo maltato (miele, biscotto) sul quale emerge una leggera ma spiacevole nota di solvente. Poche bollicine, buona scorrevolezza per una bevuta nella quale tuttavia gli esteri fruttati sono assolutamente assenti e che evidenza solamente i malti: la chiusura è di un amaro di modesta intensità ne quale convivono note terrose e di frutta secca. Anche qui fa capolino una leggera astringenza: pur risultando bevibile, è tuttavia una bottiglia che mi sembra ben lontana da quello che questa birra dovrebbe essere.Due "incidenti" di percorso per un birrificio che mi ha abituato ad elevati standard di qualità e ad un'ottima costanza produttiva: peccato.Nel dettaglio:Gist, 33 cl., alc. 4.5%, lotto 064 16, scad. 30/09/2017, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)Zang Tumb Tumb, alc. 7.5%, lotto 159 16, scad. 30/06/2018, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dry & Bitter Disobedience

A poche settimane di distanza torno a parlare del birrificio danese Dry & Bitter: le IPA vanno bevute fresche e dunque non è il caso di lasciar passare il tempo.  Tecnicamente anche Dry & Bitter sarebbe una beerfirm, visto che produce sugli impianti della Ølkollektivet: ma siccome i proprietari del birrificio sono gli stessi della beerfirm (nonché del Fermentoren, pub con 24 spine dedicate al craft a Copenhagen) direi che in questo caso si può anche chiudere un occhio e considerare Dry & Bitter un birrificio che ha debuttato nella primavera del 2015  Avevo cercato di riassumere la complicata storia in questa occasione.  Cinquanta birre realizzate nel primo anno di vita, al solito ritmo frenetico che soddisfa la ricerca di novità dei beer-raters. A queste se ne aggiungono altre sei prodotte nel 2017: l'American Pale Ale Body Pillow, le IPA Fat & Fruity e Disobedience, la sour Pale Blue Dot e le collaborazioni con i birrifici Cloudwater (UK) e Beer Garage (Spagna). La IPA chiamata Disobedience è una delle prime novità 2017 commercializzate da Dry & Bitter: debutta infatti a gennaio nel corso di un evento benefico che si tiene proprio al Fermentoren di Copenhagen. Il ricavato dalle vendite di un fusto di Disobedience ed un fusto di  45th APA di Brewski viene infatti donato alle organizzazioni danesi Reden e  Mændenes Hjem; la prima aiuta le donne vittime di abusi e del racket della prostituzione, mentre la seconda tende la propria mano agli uomini emarginati, senzatetto e tossicodipendenti. Molto bella l’etichetta di una birra che tuttavia ricorda molto da vicino la Fat & Fruity bevuta qualche settimana fa: avena e frumento per creare un mouthfeel cremoso, gradazione alcolica quasi identica e generosa luppolatura a basa di  Ekuanot, Citra e Simcoe, quest’ultimo a sostituire il Mosaic. La birra.Il suo colore è un intenso dorato con una compatta e cremosa testa di schiuma bianca dalla buona persistenza: bottiglia dello scorso marzo e aroma che si mantiene ancora abbastanza fresco. La fragranza della frutta tropicale (ananas e mango), del melone retato, dell’arancia e della pesca nettarina vengono tuttavia un po’ “sporcate” da qualche accenno di cipolla: l’intensità complessiva è buona mentre l’eleganza lascia un po’ a desiderare. Abbastanza morbida al palato, scorre bene con una carbonazione contenuta ed un gusto che riprende la frutta dell’aroma sostenuta da un tocco biscottato: dal tropicale si passa al delicato amaro del pompelmo, rapido preambolo ad un finale tutto giocato sulla resina, intensa e “pepata”, che tuttavia gratta un po’ in gola.  L’intensità dei sapori è notevole, il gusto mostra già qualche leggero cedimento dovuto la trascorrere del tempo contribuendo a deteriorare un po' l’eleganza di una birra comunque buona e gradevole ma non all’altezza della  sorella Fat & Fruity.Formato: 33 cl., alc. 6&, lotto 03/03/2017, scad. 03/03/2018, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dieu du Ciel Grande Noirceur

Nella storia canadese con La Grande Noirceur (il grande buio) ci si riferisce a quel periodo dal 1945 al 1960 in cui il Quebec era in mano ad un governo cattolico e conservatore capitanato da Maurice Duplessis.  Il leader si oppose a quel processo di centralizzazione che si stava sviluppando in Canada difendendo l’autonomia amministrativa e fiscale del Quebec; promosse lo sviluppo delle zone rurali e delle attività agricole in opposizione alla modernizzazione delle grandi città che si stava diffondendo nel resto del Canada; usò il pugno di ferro con la maggior parte dei sindacati, emanò la Paddock Law con la quale chiunque era sospettato di propaganda comunista poteva essere incarcerato. Il grande buio portò un rallentamento dello sviluppo economico e culturale, creò una società controllata dall’oscurantismo della chiesa cattolica e dominata dalla corruzione di un governo che nascondeva quanto più possibile alla popolazione. Ma allo stesso tempo Duplessis creò più di 100.000 posti di lavoro, portò l’elettricità nelle zone più rurali del Quebec e adottò la bandiera fiordaliso che ancora oggi rappresenta lo stato canadese. Alla sua morte, avvenuta nel settembre del 1959, fece seguito il periodo della Quiet Revolution ad opera del governo liberale guidato da Jean Lesage: il governo sostituì la chiesa cattolica nella gestione delle strutture sanitarie e scolastiche, promuovendo massicci investimenti nelle infrastrutture grazie alla creazione di nuove imprese pubbliche. La birra.Il birrificio canadese Dieu du Ciel, del quale vi avevo parlato dettagliatamente in questa occasione, dedica alla Grande Noirceur – ovviamente – una imperial stout sulla cui bella etichetta, disegnata come sempre da Yannick Brosseau, capeggia l’inquietante ritratto di Maurice Duplessis impegnato a “sottomettere” il popolo del Quebec.  La birra fa parte della gamma “Momentum”  che comprende una serie di dodici birre prodotte per un mese all’anno; questa imperial stout vide per la prima volta la luce a marzo del 2004, mentre la bottiglia in questione è stata commercializzata lo scorso novembre 2016. Nera, ancora più del buio, forma una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Tostature, caffè e qualche nota di cioccolato fondente vanno a formare un aroma che non sorprende né per intensità che per eleganza, pur mostrando un buon livello di pulizia. Di ben altra pasta si rivela invece la bevuta: Grande Noirceur è un’imperial stout dura che insiste senza tregua sul torrefatto che è solo parzialmente bilanciato dal sottofondo di caramello; caffè, liquirizia e qualche accenno di cioccolato accompagnano le intense tostature, il cui amaro viene ulteriormente amplificato dalle note resinose dei luppoli che non lasciano nessuno spiraglio di luce. Il tutto è sostenuto da un buon tenore alcolico che si fa sentire riscaldando ogni sorsata; annoto poche bollicine, un corpo tra il medio ed il pieno ed una morbidezza/cremosità un po’ timida donata dall’utilizzo d'avena. Imperial Stout nera nel nome, nel colore e nella sostanza, ben fatta, pulita, potente e destinata a chi ama queste interpretazioni dello stile, ovvero birre come la Yeti di Great Divide; se invece preferite imperial stout più bilanciate Dieu du Ciel ha pronta per voi la splendida Péché Mortel.Formatro: 34,1 cl.l alc. 9%, imbott. 13/10/2016, prezzo indicativo 5,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Libertine Central Coast Saison

Libertine Brewing Company viene fondata nel 2012 nel seminterrato del Libertine Pub: una splendida location dalle cui finestre potete ammirare l’oceano e la Morro Bay: siamo  nella contea di San Luis Obispo, tra San Francisco e Los Angeles, sulla mitica Pacific Coast Highway 1. Il pub è gestito da Tyler Clark con la moglie Shannon; Clark ha lavorato in precedenza presso alcuni distributori di birra a Santa Cruz e San Diego. Nel pub le birre “della casa” vengono affiancate da un’ottima selezione (oggi 48 spine) di craft americane e d’importazione; ma Tyler Clark interessano sopratutto le fermentazione spontanee e decide che il suo birrificio deve avere uno stretto legame con il territorio. Il mosto prodotto viene lasciato per tutta la notte in vasche aperte a contatto con i lieviti ed i batteri naturalmente presenti nell’aria di una regione ricca di vigneti; le birre “base” che vengono prodotte sono essenzialmente quattro: una Blonde, una Red Ale, una Saison ed una Porter. Dai tini di fermentazione le birre vengono poi messe a maturare nelle botti di legno per un tempo che può variare da alcuni mesi a diversi anni, spesso con aggiunta di frutta o altri ingredienti. Clark si considera più un “blender” che un birraio, in quanto le botti offrono infinite possibilità di assemblare quello che contengono. Viene utilizzato “legno” dismesso dal vicino birrificio Firestone Walker e dai vigneti della contea di San Luis Obispo. Un’altra caratteristica di Libertine è quella, a quanto leggo, di essere l’unico birrificio americano ad usare esclusivamente il metodo “stein”:  per riscaldare il mosto non si utilizza il vapore o la fiamma viva ma delle rocce laviche prelevate dalla baia circostante che vengono riscaldate e poi inserite all’interno del bollitore. Anche la maggior parte del luppolo utilizzato proviene dal giardino del brewpub. “Yes. We know it’s sour” è il motto che presenzia su una trave all’interno del brewpub e su ogni etichetta: “non cerchiamo di replicare niente – dice Clark – la gente dice che le nostre birre sono come lambic o flanders ma qui non siamo in Belgio. Io parlo di San Luis Wild Ales, nessuno può replicarle e neppure noi stessi siamo certi di riuscire a rifare la stessa birra in modo identico. E’ come il vino: ogni diversa annata presenta delle differenze.”Per aumentare la propria capacità produttiva nel 2015 Libertine apre con l’aiuto dei soci Eric & Rodessa Newton un secondo birrificio nel downtown di San Luis Obispo, 20 chilometri verso l’interno; ristorante, tasting room con 76 spine racchiusi in uno spazio di circa 900 metri quadri che ospitava in precedenza un negozio d’arredamento: il potenziale passa da 250 a 2000 barili l’anno. Per replicare le birre fatte a Morro Bay, Clark "contamina" gli ambienti con i lieviti ed i batteri prelevati dal brewpub dove tutto era iniziato. Le birre prodotte a San Luis Obispo vengono poi trasportate via camion nella nuova sede di Santa Maria, 50 chilometri più a sud, inaugurata nel 2016: è qui che avvengono gli affinamenti in botte e il successivo imbottigliamento. Non è invece andata a buon fine l’apertura di una nuova taproom, con il permesso che è stato negato dalla municipalità a seguito delle proteste degli imprenditori vicini. Libertines ha allora ripiegato su Buellton, cinquanta chilometri ancora più a sud verso Santa Barbara, dove è prevista l'inaugurazione di una nuova Tasting Room.La birra.Central Coast Saison, birra che ha nel suo nome anche la sua indicazione d'origine, ovvero quell'area della California che si estende indicativamente tra Point Mugu e la baia di Monterey; siamo a nord della contea di Los Angeles ed a sud di quella di San Francisco e San Mateo. La Central Coast è composta da sei contee che sono, da sud a nord: Ventura, Santa Barbara, San Luis Obispo, Monterey, San Benito e Santa Cruz. Questa saison è una fermentazione spontaneamente grazie ai lieviti ed ai batteri naturalmente presenti nell'aria e prosegue poi la propria  maturazione in grandi puncheons di rovere francese; la birra riceve anche un dry-hopping di Lemon Drop e Boadicea.Si presenta di color oro carico con venature arancio ed un generoso cappello di schiuma biancastra, compatta e dannosa dall'ottima persistenza. Il bouquet aromatico è fresco e piuttosto interessante: gli agrumi (pompelmo, cedro, limone) e l'asprezza della mela acerba trovano la loro controparte nel dolce dell'ananas, mentre i fiori vengono "sporcati" dalle note funky e rustiche dei lieviti selvaggi (sudore, cantina) e dell'acido lattico. Vivace e piuttosto carbonata, al palato scorre con grande facilitò, come ogni Saison dovrebbe sempre fare. Il gusto ripropone senza divagare quanto anticipato dall'aroma: c'è la stessa ben riuscita convivenza tra l'anima funky e quella fruttata, con l'asprezza degli agrumi e della frutta acerba appena ammorbidita dal dolce di quella tropicale e del miele. Le note lattiche attraversano questa Saison da cima a fondo accompagnando legno e spunti vinosi, mentre il percorso si chiude con un amaro di media intensità nel quale convivono yogurt, agrumi e una lieve terrosità.Saison molto ben fatta, dissetante e rinfrescante grazie al suo carattere marcatamente aspro ed acido:  elegantemente rustica e rusticamente elegante, regala emozioni e tante altre belle cose.Formato 75 cl., alc. 6%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 22.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Borgo Lisa

Non è riuscita ad essere la prima birra artigianale italiana in lattina, preceduta dalla Pop di Baladin, ma poteva almeno vantarsi di essere la prima birra artigianale messa in lattina all’interno del birrificio che la produce: è Alfredo Colangelo, responsabile commerciale di Birra del Borgo, a sottolineare questa differenza con la Pop, che viene invece “inlattinata” presso un contoterzista lontano dal luogo di produzione con un’etichetta incollata anziché una bella serigrafia. Peccato che Birra del Borgo, acquistata nell’aprile 2016 dal colosso multinazionale AB-Inbev non sia più un birrificio artigianale. Sto parlando di L.I.S.A., acronimo di Light Italian Session Ale, che Leonardo di Vincenzo annuncia per la prima volta al mondo su Twitter nel novembre del 2015. Segue un lungo silenzio, qualche fusto che circola per l’Italia e poi allo scorso Salone del Gusto (settembre 2016) ecco centinaia di lattine (piene di acqua) colorare lo stand di Birra del Borgo: chi riesce ad assaggiare Lisa deve tuttavia di nuovo avvicinare il bicchiere alle spine, perché per le vere lattine bisogna attendere l’arrivo e la messa in funzione dell’impianto linea lattine all’interno del nuovo stabilimento del birrificio a Spedino (Rieti) , inaugurato a luglio 2016. E così il debutto ufficiale della lattina di Lisa avviene all’ultima edizione di Beer Attraction, a febbraio 2017, con la bella grafica opera dell’illustratore e fumettista torinese Gianluca Cannizzo, mi dicono già molto conosciuto in ambito enologico: “una ragazza leggera e irriverente, fresca e apparentemente semplice; in realtà nasconde carattere e complessità molto forti”. E’ una Session IPA per Untappd, mentre Ratebeer la inserisce nella categoria delle “Spice/Herb/Vegetable” in quanto "prodotta con coriandolo, pepe rosa, scorza d’arancia e fiori d’arancio": ingredienti non citati in etichetta, se non come descrittori dell'aroma. La birra.Lisa è in realtà una Golden Ale, nel bicchiere è dorata e leggermente velata, sormontata da un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca dall’ottima persistenza. L’aroma rinuncia all’intensità per comporre un bouquet delicato e caratterizzato da un buon livello di pulizia: profumi floreali ed erbacei, arancia, una delicatissima speziatura. Gli aggettivi Light e Session ricorrono un po’ ridondanti anche perché Lisa al palato è leggera ma non troppo: scorre veloce, senza sconfinamenti nell’acquoso e mantenendo una gradevole presenza palatale. La base maltata è piuttosto lieve (pane, accenno di miele), l’arancia fa una rapida comparsata per poi lasciare il palcoscenico ad un amaro cui spetta il compito di portare a termine la bevuta; note erbacee, terrose e qualche tocco zesty s’incontrano in un finale che tuttavia non rappresenta il massimo dell’eleganza e la cui intensità è tale da rallentare un po’ troppo la frequenza dei sorsi. Intensa ma corta, abbastanza secca, a mio parere eccede un po’ nell’amaro o forse le manca quell’eleganza che potrebbe renderlo meno ”pesante”. Una birra ancora un po' acerba ma che si propone ad un buon rapporto qualità prezzo, leggermente inferiore (questione di decimi) a quello dell'altra lattina italiana, la Pop di Baladin.Formato: 33 cl., alc. 4%, lotto LS17 170113, scad. 10/2017, prezzo indicativo 2.50 Euro (food store).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Warpigs Youfuckedmeup & Imfurious

A giugno 2014 Mikkeller e Three Floyds (Indiana, USA) danno l’annuncio della futura apertura di un brewpub a Copenhagen chiamato Warpigs; dopo aver collaborato per alcune birre, questa nuova e più ambiziosa partnership porta un impianto BrauKon  da 10 ettolitri con una capacità annuale di 250.000 litri nel Kødbyen (Meatpacking District) di Copenhagen, a cinque minuti a piedi di distanza dal quartier generale di Mikkeller. Inaugurato alla metà di aprile 2015, Warpigs viene guidato in sala cottura dal birraio americano Kyle Wolak,  “prestato” dai  Three Floyds  ed affiancato da Lan-Xin Foo, uno dei birrai che lavorano sull’impianto pilota usato da Mikkeller per provare le ricette che vengono poi realizzate altrove su grande scala. “L’idea era di creare un posto dove stare bene mangiando  BBQ texano e ascoltando musica metal – dice Mikkeller - Warpigs è un luogo dove puoi divertirti e fare rumore senza preoccuparti di disturbare gli altri ospiti”.  Nel corso della stagione estiva, quando è possibile posizionare dei tavoli anche all’aperto, la capacità è di circa 300 posti a sedere.  L’acqua per birrificare viene trattata per replicare quella del lago Michigan utilizzata dai Three Floyds, mentre al barbeque è stato reclutato lo chef Andrew Hroza che vanta esperienze professionali nella cucina della Goose Island, nel catering di Hell’s Kitchen e – per restare in tema musicale – nei tour musicali di Van Halen e Slipknot.  Dal “vero BBQ Texano” si passa poi in California visto che all’interno del Warpigs ha anche trovato sede la succursale europea dei laboratori White Labs che punta ad aumentare l’offerta e la disponibilità di lievito per tutti i birrifici europei. Le birre sono disponibili anche in bottiglia, soprattutto attraverso il beershop online di Mikkeller; ricalcando l’esempio di molti birrifici americani, anche Warpigs ha creato il proprio programma d’affiliazione chiamato Warpigs Troopers.  Cinque diversi livelli d’appartenenza, a seconda di quello che avete voglia di spendere, che vi offrono sconti al brewpub, merchandising, inviti ad eventi esclusivi e la possibilità d’acquistare alcune birre realizzate in edizione limitata. Sono già 186 le birre realizzate in due anni di vita, ad un ritmo di oltre una nuova ogni settimana: sono incluse diverse collaborazioni con birrifici americani e anche alcune birre prodotte per la beerfirm di casa, ovvero Mikkeller.La birra."Mi hai fottuto e sono furioso", questo il curioso nome scelto da Warpigs per una stout (6.3%) prodotta con vaniglia, lattosio, avena e caffè fornito dalla Coffee Collective‏ di Copenhagen; debutta a luglio 2015. Ne esiste anche una versione "imperiale" (11.5%) che diventa Youreallyfuckedmeup & Imreally furious. Non è nera ma poco ci manca; la schiuma è cremosa e compatta, ha trama fine ed un'ottima persistenza. La presenza di caffè in chicchi al naso è pulitissima e molto elegante: l'accompagnano orzo tostato, liquirizia, vaniglia, cioccolato al latte. Un bouquet di ottimo livello al quale fa seguito una bevuta che non delude le aspettative, mantenendo gli stessi livelli d'intensità e pulizia: caramello, vaniglia e lattosio (lieve effetto "panna") bilanciano perfettamente l'amaro del caffè, delle tostature e del cioccolato fondente. La sensazione palatale è morbida e leggermente cremosa, ci sono poche bollicine e personalmente gradirei un pochino più di corpo. Chiude con una leggera astringenza, per nulla fastidiosa, ed un crescendo di caffè e tostature al quale fa da contrappunto l'acidità dei malti scuri. C'è davvero un'ottima intensità in questa stout che si fa notare anche per la pulizia e per la bevibilità: molto godibile, il caffè domina la scena con eleganza ma se vi piace nella birra, questa è tra quelle che dovreste mettere sulla vostra lista. Prezzo purtroppo in fascia alta.Formato: 75 cl., alc. 6.3%, scad. 14/12/2017, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.