DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.La birra.Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

DALLA CANTINA: Toccalmatto Vecchio Bruno 2015

One-shot, collaborazioni, special editions: fino a qualche anno fa questo era il pane quotidiano del birrificio Toccalmatto, sempre pronto ad incalzare i bevitori con qualcosa di nuovo da provare. Nel 2017 il birrificio di Fidenza (PR) guidato da Bruno Carilli ha stretto una importante partnership con la beerfirm belga Caulier e da allora la propria strategia commerciale è cambiata . Fu lo stesso Carilli ad ammetterlo in un’intervista a Fermento Birra di quel periodo: “non puoi continuare ad inseguire un mercato schizofrenico, modaiolo, publican volubili. Vedo qualche birrificio seguire trend produttivi effimeri, fare birre modaiole, ma è una politica cieca che non paga, tutt’altro. Te lo dice uno che ha lanciato mode, che ha fatto molte one-shot, ma poi le birre che vendi sono altre, devi creare degli standard e puoi farlo anche con birre molto caratterizzate, solo che devi venderle”.  Va bene divertirsi, va bene far parlare di sé ma alla fine del mese bisogna fatturare e l’impianto deve funzionare, soprattutto se di grosse dimensioni.  Meno varietà e più quantità, sembrerebbe essere questo l’unico modo per sopravvivere: “rimanere in una fascia intermedia a livello dimensionale è pericolosissimo. Il mercato è cambiato e sta cambiando. Noi ci siamo salvati perché abbiamo investito in maniera assennata e graduale. Arrivi però ad un certo punto che devi cambiare il mercato, la distribuzione, e da solo non puoi farcela. Secondo me chi produce tra i 1000 e i 7000hl annui rischia molto”. Tutti questi fattori hanno determinato il rinvio di quel Progetto Cantina che Toccalmatto aveva annunciato nel 2015 quando aveva appena inaugurato il nuovo impianto e voleva trasformare i locali adiacenti allo spaccio, che ospitavano l’impianto vecchio, in una “barricaia dove poter iniziare a fare delle birre acide con una forte impronta personale e italiana. Lo stabile sarà diviso in due aree (entrambe a temperatura controllata), una destinata alle Farmhouse Ales e l’altra a birre acide ispirate ai Lambic”.La birra.Proprio in quell’anno, esattamente a giugno 2015, veniva messa in vendita la Vecchio Bruno, che veniva presentata così:  “abbiamo pazientemente aspettato qualche anno, e finalmente è pronta. Ispirati alle Flemish Red e all’Aceto Balsamico Tradizionale, siamo partiti dalla Saba, il tradizionale mosto cotto emiliano, e l’abbiamo lasciata in botte a sviluppare la sua spiccata acidità acetica. Vogliamo pensare sia la capostipite dello stile Sour Emilian Red Ale”.  La bella etichetta è stata realizzata dal grafico Antonio Bravo: a lui il compito di raffigurare il Vecchio Bruno (traduzione storpiata di Oud Bruin) mentre si aggira furtivo tra le strade del centro storico di Parma. Un esperimento che credo non fu mai più ripetuto da allora e il sogno delle Sour Emilian Red Ale è stato riposto nel cassetto; andiamo comunque ad assaggiare una di quelle bottiglie che ho conservato per un lustro in cantina.Alla vista predomina il color rubino con qualche nervatura ambrata: la schiuma è cremosa ma piuttosto rapida a scomparire. Anche il naso si tinge di tonalità rossastre: ciliegia, marasca, amarena cotta, aceto balsamico e frutti di bosco sono accompagnati da note legnose e ricordi di una umida e polverosa cantina. A cinque anni dalla messa in bottiglia la carbonazione è piuttosto vivace e la bevuta è ancora giovane e scattante:  il dolce di zucchero bruciato, mora e mirtillo, ciliegia sciroppata sono contrastati dall’asprezza dell’amarena e di altri frutti rossi, da sbuffi acetici (balsamici) che anticipano un finale vinoso, piuttosto secco, chiuso dall’amaro dei tannini del legno. E’ solo qui che questa birra rinfrescante presenta il conto della propria gradazione alcolica (7.5%): gran bella bevuta, complessa ma di facile fruizione, un’altalena tra dolce e aspro/acetico. A voler essere pignoli qualche passaggio è un po’ troppo brusco ma mi piace considerarlo un richiamo a quel carattere rustico e ruspante che in una Flanders Red autentica (e non addomesticata dal “progresso”  à la Rodenbach) ci dovrebbe sempre essere. La Vecchio Bruno è invecchiata benissimo e sono convinto che lo avrebbe potuto fare ancora per quale anno: peccato che Toccalmatto sia ora impegnato su altri fronti e abbia un po’ lasciato da parte le birre di nicchia come queste.Formato 75 cl., alc. 7.5%, lotto 11079, scad. 31/12/2025, prezzo indicativo 16,00 euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Lervig / Evil Twin Big Ass Money Stout 2

Qualche anno fa la birra artigianale era caratterizzata dalla moda dello  “strano”: si trattava di produrre birra aggiungendo gli ingredienti più improbabili e inusuali. Trovare burro d’arachidi, marshmallow, cocco o sciroppo d’acero in un birra non era più una notizia e ovviamente quando tutti “lo fanno strano” è necessario alzare l’asticella per farsi notare ed urlare più forte degli altri. Nelle birre iniziarono a finirci spaghetti, hot dog e hamburger, pancetta, aragoste, testicoli e cervelli di animali: ingredienti che hanno chiaramente esaurito in fretta il loro effetto sorpresa, forse neppure il tempo di una one-shot, e che oggi sono stati sostituiti dai più rassicuranti frutta e dolci (Milkshake IPA, Pastry Stout). Nel 2015 eravamo in pieno delirio dello strano e Lervig ed Evil Twin diedero il loro contributo alla causa: si trattava curiosamente di un birrificio norvegese guidato da un americano, Mike Murphy, e da una beerfirm americana fondata da un danese, Jeppe Jarnit-Bjergsø.  Murphy ricorda: “Jeppe è pazzo e l’idea era di fare qualcosa di stupido assieme. Mi chiese quale fosse la specialità gastronomica norvegese e io gli dissi che la gente mangiava moltissima pizza surgelata della Grandiosa. Cinque milioni di norvegesi mangiano circa 40 milioni di pizze surgelate all’anno. Lui mi chiese ‘ma che cos’altro hanno in abbondanza?’ e io gli dissi ‘i norvegesi hanno un sacco di soldi!’. La pizza surgelata non è terribile, ma se io avessi tutti quei soldi li spenderei in altre cose”. Pizza e soldi furono dunque per essere gli ingredienti scelti per fare un po’ di clamore attorno ad una delle tante potenti imperial stout (17.5%) che verrà prodotta in Norvegia sugli impianti di Lervig. La pizza nella birra a dire il vero non è una novità: nel 2006 ci aveva pensato Tom Seefurth della Pizza Beer Company a “inventare” la Mamma Mia! Pizza Beer; non ho invece trovato notizie sull’utilizzo dei soldi. Alla fine di ottobre 2014 in Norvegia si mise in produzione la Big Ass Money Stout: “ho utilizzato una Corona Norvegese per ogni litro, in totale 6.000 corone, circa 600 euro. Poi ho aggiunto un paio di pizze surgelate della Grandiosa al prosciutto e peperoni. L’obiettivo non era tanto quello di far sentire il gusto pizza ma di scherzare un po’ sulla cultura; anche se qualcuno si è sentito offeso credo di aver portato alla luce il “problema” della pizza surgelata che hanno i norvegesi. I luppoli si usano in  dry-hopping per ottenere profumi di luppolo fresco; ci chiedevamo se fosse accaduto lo stesso anche con i soldi e se si sarebbe sentito il loro odore”.La birra.La Big Ass Money Stout è stata poi replicata nel 2017 in Norvegia e poi nel 2018 negli Stati Uniti sugli impianti della Westbrook, birrificio al quale Evil Twin appalta quasi tutte le birre scure. La gradazione alcolica è variata leggermente di volta in volta: questa Big Ass Money Stout 2 del 2017 è  arrivata al 16%.Nel bicchiere è completamente nera e la sua viscosità è evidente alla vista, non bisogna nemmeno assaggiarla; si forma poca schiuma che scompare quasi subito. Per fortuna non c’è traccia di pizza o soldi, i profumi sono quelli di una imperial stout massiccia  che ovviamente sacrifica un po’ la finezza: uvetta, prugna, dark fruits, note terrose, di tabacco e di cenere, melassa e liquirizia, più di un richiamo ai vini fortificati. Al palato è masticabile; corpo pieno, poche bollicine, densa e viscosa, morbida, altro non consente che il lento sorseggiare. La bevuta è tutt’altro che impervia: la gradazione alcolica è difficile da celare ma in questo caso è tenuta al guinzaglio con successo. C’è tanta frutta sotto spirito, melassa, liquirizia, fruit cake e un finale in crescendo nel quale ricordi di porto sono accompagnati da lievi accenni di cioccolato fondente, caffè e tostato. Non sono certo eleganza, precisione e finezza le doti da chiedere ad un pachiderma: la Big Ass Money Stout è una birra ingombrante ma soddisfacente, intensa, calda e suadente. Dietro alla fuffa del marketing c'è una sostanza piuttosto classica: imperial stout molto alcolica, tanta frutta sotto spirito, tostature e caffè che gioco forza rimangono confinate molto nello retrovie. Pensate alle grandi stout che produce Bruery o alla World Wide Stout di Dogfish: non le berreste tutti giorni ma occasionalmente ci si passa volentieri una serata assieme.Formato 33 cl., alc. 16%, imbott. 04/04/2017, scad. 04/04/2027, prezzo indicartivo 8 euroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lervig / Evil Twin Big Ass Money Stout 2

Qualche anno fa la birra artigianale era caratterizzata dalla moda dello  “strano”: si trattava di produrre birra aggiungendo gli ingredienti più improbabili e inusuali. Trovare burro d’arachidi, marshmallow, cocco o sciroppo d’acero in un birra non era più una notizia e ovviamente quando tutti “lo fanno strano” è necessario alzare l’asticella per farsi notare ed urlare più forte degli altri. Nelle birre iniziarono a finirci spaghetti, hot dog e hamburger, pancetta, aragoste, testicoli e cervelli di animali: ingredienti che hanno chiaramente esaurito in fretta il loro effetto sorpresa, forse neppure il tempo di una one-shot, e che oggi sono stati sostituiti dai più rassicuranti frutta e dolci (Milkshake IPA, Pastry Stout). Nel 2015 eravamo in pieno delirio dello strano e Lervig ed Evil Twin diedero il loro contributo alla causa: si trattava curiosamente di un birrificio norvegese guidato da un americano, Mike Murphy, e da una beerfirm americana fondata da un danese, Jeppe Jarnit-Bjergsø.  Murphy ricorda: “Jeppe è pazzo e l’idea era di fare qualcosa di stupido assieme. Mi chiese quale fosse la specialità gastronomica norvegese e io gli dissi che la gente mangiava moltissima pizza surgelata della Grandiosa. Cinque milioni di norvegesi mangiano circa 40 milioni di pizze surgelate all’anno. Lui mi chiese ‘ma che cos’altro hanno in abbondanza?’ e io gli dissi ‘i norvegesi hanno un sacco di soldi!’. La pizza surgelata non è terribile, ma se io avessi tutti quei soldi li spenderei in altre cose”. Pizza e soldi furono dunque per essere gli ingredienti scelti per fare un po’ di clamore attorno ad una delle tante potenti imperial stout (17.5%) che verrà prodotta in Norvegia sugli impianti di Lervig. La pizza nella birra a dire il vero non è una novità: nel 2006 ci aveva pensato Tom Seefurth della Pizza Beer Company a “inventare” la Mamma Mia! Pizza Beer; non ho invece trovato notizie sull’utilizzo dei soldi. Alla fine di ottobre 2014 in Norvegia si mise in produzione la Big Ass Money Stout: “ho utilizzato una Corona Norvegese per ogni litro, in totale 6.000 corone, circa 600 euro. Poi ho aggiunto un paio di pizze surgelate della Grandiosa al prosciutto e peperoni. L’obiettivo non era tanto quello di far sentire il gusto pizza ma di scherzare un po’ sulla cultura; anche se qualcuno si è sentito offeso credo di aver portato alla luce il “problema” della pizza surgelata che hanno i norvegesi. I luppoli si usano in  dry-hopping per ottenere profumi di luppolo fresco; ci chiedevamo se fosse accaduto lo stesso anche con i soldi e se si sarebbe sentito il loro odore”.La birra.La Big Ass Money Stout è stata poi replicata nel 2017 in Norvegia e poi nel 2018 negli Stati Uniti sugli impianti della Westbrook, birrificio al quale Evil Twin appalta quasi tutte le birre scure. La gradazione alcolica è variata leggermente di volta in volta: questa Big Ass Money Stout 2 del 2017 è  arrivata al 16%.Nel bicchiere è completamente nera e la sua viscosità è evidente alla vista, non bisogna nemmeno assaggiarla; si forma poca schiuma che scompare quasi subito. Per fortuna non c’è traccia di pizza o soldi, i profumi sono quelli di una imperial stout massiccia  che ovviamente sacrifica un po’ la finezza: uvetta, prugna, dark fruits, note terrose, di tabacco e di cenere, melassa e liquirizia, più di un richiamo ai vini fortificati. Al palato è masticabile; corpo pieno, poche bollicine, densa e viscosa, morbida, altro non consente che il lento sorseggiare. La bevuta è tutt’altro che impervia: la gradazione alcolica è difficile da celare ma in questo caso è tenuta al guinzaglio con successo. C’è tanta frutta sotto spirito, melassa, liquirizia, fruit cake e un finale in crescendo nel quale ricordi di porto sono accompagnati da lievi accenni di cioccolato fondente, caffè e tostato. Non sono certo eleganza, precisione e finezza le doti da chiedere ad un pachiderma: la Big Ass Money Stout è una birra ingombrante ma soddisfacente, intensa, calda e suadente. Dietro alla fuffa del marketing c'è una sostanza piuttosto classica: imperial stout molto alcolica, tanta frutta sotto spirito, tostature e caffè che gioco forza rimangono confinate molto nello retrovie. Pensate alle grandi stout che produce Bruery o alla World Wide Stout di Dogfish: non le berreste tutti giorni ma occasionalmente ci si passa volentieri una serata assieme.Formato 33 cl., alc. 16%, imbott. 04/04/2017, scad. 04/04/2027, prezzo indicartivo 8 euroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Alder Beer Co.: Gretna, Green Lobster # 2 & Death On 2 Legs

Prima homebrewer, poi collaboratore occasionale di un birrificio, birraio ed infine imprenditore: questo il percorso fatto in una decina d’anno da Marco Valeriani, nome che tra gli appassionati non ha certo bisogno di presentazioni. Per i profani cerco di riassumere in breve:  nel 2008 Valeriani partecipava al “Concorso per Homebrewers XMAS” organizzato da Unionbirrai presso il Birrificio Italiano, la sua Double IPA si posizionava agli ultimi posti della classifica della giuria ma ai primi di quella popolare. L’anno successivo l’homebrewer iniziava una collaborazione saltuaria con il Birrificio Menaresta: nascevano La West Coast Double IPA La Verguenza  (a burlarsi proprio della “vergogna” dell’ultimo posto di quel concorso), le sue varianti Summer e XMAS, la Black IPA Due di Picche e la Hoppy Koelsch GIB, chiamata con il suo stesso soprannome. Valeriani non impiegò molto tempo a scalare le classifiche di gradimento nazionali quando si parla di luppolo: arrivarono le prime medaglie nei concorsi di Unionbirrai ed ADB e a partire dal 2012 il birraio entrò in pianta stabile nell’organico di Menaresta per restarvi sino alla fine del 2014 quando si trasferì a pilotare l’ammiraglia del nuovissimo birrificio Hammer, un progetto ambizioso con un impianto importante (20 hl) che debuttava a maggio 2015. Per Valeriani era la definitiva consacrazione che lo porterà, caso unico sino ad ora, a vincere per due volte il titolo di Birraio dell’Anno (2016 e 2018): ma in quel 20 gennaio 2019 in cui alzava al cielo il secondo trofeo iniziavano a circolare le voci, confermate a stretto giro di posta, del suo congedo da Hammer per mettersi finalmente in proprio e aprire un brewpub in Brianza.  E’  la sfida più difficile, quella in cui non basta essere un ottimo birraio ma bisogna anche essere un buon imprenditore, e soprattutto “la realizzazione di un sogno che ho da quando ho iniziato a fare birra anni fa. Ci ho pensato sempre in questi anni, ma fino a oggi non mi ero mai sentito pronto, sentivo di non possedere la necessaria esperienza. Ho preferito farmi le ossa, imparare, viaggiare molto, conoscere tanti birrai e visitare tanti birrifici nel mondo e scambiare idee ed opinioni”. Tutto era pronto da luglio ma la burocrazia ha fatto slittare l’inaugurazione della Alder Beer Co. al 12 ottobre: siamo a Seregno, una ventina di chilometri a nord di Milano. Valeriani dispone dello stesso impianto EasyBrau Impiantinox che utilizzava da Hammer, ma dalla capacità dimezzata (10 ettolitri) e con le dovute personalizzazioni, affiancato da sei maturatori da 2500 litri e due più piccoli da 1000. Valeriani è socio assieme al padre ed al fratello: “Alder è una parola inglese che significa ontano, un albero che qui in Brianza è molto diffuso… ma se devo dirla tutta la scelta è stata quasi casuale. Volevamo chiamarlo Valeriani ma, anche dopo diverse prove grafiche, non ci ha convinto fino in fondo. Dopo due mesi di ricerca è spuntata questa parola, ed è stato un caso che avesse anche un significato legato al territorio. Ma mi piace la pronuncia, è una parola inglese, ma sembra un po’ tedesca, e rispecchia le due filosofie produttive del birrificio: Lager e IPA, mondo tedesco e mondo anglofono. Poi il nome è semplice, facile da pronunciare e da scrivere, ed è corto”. La taproom con nove spine e una quarantina di posti a sedere tra banconi e sgabelli è il cuore di un brewpub ancora senza cucina:  la sala produzione è a vista e per sfamarsi si può ricorrere al delivery o ai take away nei dintorni.  Alder punta a vendere il più possibile tramite la taproom e distribuire personalmente i fusti, mentre le lattine sono disponibili solo per l’acquisto in loco: “vorremmo dare unicità al posto, se qualcuno vuole la lattina se la viene a prendere in birrificio. L’idea, quantomeno iniziale, è di non avere distribuzione, ma di vendere tutto direttamente, considerando anche i volumi esigui che produrremo. Voglio andare solo dai clienti che rispettano il prodotto e che sanno come trattarlo.  Per questo all’inizio farò anche il commerciale, perché conosco bene il mercato, i clienti. Voglio sapere dove va la mia birra, chi la vende e come”.   Non più birraio,  quindi ma responsabile di produzione a supervisionare un assistente nell’attesa che il  giro d’affari consenta di assumere un birraio esperto:  per Marco Valeriani è davvero una sfida che lo coinvolge a 360 gradi.Le birre.L’emergenza Covid-19 ha costretto Alder a rivedere i propri piani per sopravvivere: chiusa la taproom a tempo indeterminato, chiusi pub e locali a cui vendere i fusti, le lattine al momento sono l’unica opzione per restare a galla e il birrificio ha iniziato a consegnarle a domicilio nei dintorni e a spedirle in tutta Italia. Gretna (5.3%) è una delle quattro birre disponibili sin dal giorno di debutto di Alder: un’American Pale Ale prodotta con Citra e Simcoe, malti Golden Promise, Pils e Monaco e lievito inglese.  Gli appassionati di Stephen King riconosceranno il nome della città immaginaria del Maine in cui fu ambientato il racconto La Vendetta di Culo di Lardo Hogan. Dorata, leggermente velata: al naso arrivano profumi di cedro, pompelmo, arancia, mango e pesca, qualche accenno floreale e resinoso/dank. Pulita ed elegante, scorre bene ma è forse dal punto di vista tattile un po’ più pesante del previsto: pane e cereali, un fruttato elegante che ammicca al tropicale, cedro, pompelmo e un finale abbastanza secco che si snoda su note resinose e vegetali. Semplice ma non per questo banale, la Gretna di Alder ha un bel carattere e una gran bella intensità: pochi fronzoli, moderna ma non modaiola. E’ una di quelle birre che potresti bere tutta la sera senza mai stancarti. Non so se ci sia di nuovo qualche legame con il Maine nel nome Green Lobster scelto da Alder per la propria serie di IPA sperimentali con la quale “testare luppoli sperimentali o miscele mai utilizzate”: il Maine è la patria delle aragoste ma anche parte di quel New England che negli ultimi anni ha stravolto il concetto di American IPA. Lo scorso febbraio aveva debuttato la Green Lobster #1  (malti Golden Promise, Pilsner e Cara, luppoli HBC522 e Mosaic) e ad aprile è arrivata la numero 2 (6.4%):  stesso parterre di malti ma diverso mix di luppoli: Nelson Sauvin, Simcoe e Mosaic. I maligni diranno “l’ennesima IPA”? Vero, ma si sa che oggi il mercato ha costantemente bisogno di novità da dare ai clienti.  Il suo look si mantiene però a debita distanza dalla moda e c’è sempre un pezzo di California West Coast ad ispirare la mano di Valeriani. Chi fa l’equazione New England = torbidi succhi di frutta sbaglia o non hai mai assaggiato The Alchemist, ad esempio. E la Green Lobster è infatti dorata e velata. L’aroma è pulito ma non molto intenso e ci mette un po’ ad aprirsi: in primo piano agrumi, pompelmo, mango e pesca ma il Nelson Sauvin le dona anche i suoi tipici richiami all’uva bianca e al vegetale. A bollire nella pentola c’è finita anche dell’avena ed il mouthfeel ne trae vantaggio: IPA molto morbida, leggermente cremosa. Pane e cereali, miele, frutta a pasta gialla, accenni di uva e un bel finale amaro resinoso-vegetale caratterizzano una bevuta intensa, pulita e ben bilanciata che ho dovuto però far scaldare un po’ più del dovuto per apprezzarla a pieno. Chiudiamo in crescendo con la Double IPA della casa che ha debuttato lo scorso novembre. Valeriani scherza col suo recente passato chiamando di nuovo in causa la musica dei Queen nel cimentarsi nello stile che lo ha reso famoso in Italia: dopo la Killer Queen (8%)  fatta da Hammer ecco la Death on 2 Legs (8.2%), brano contenuto nell’album A Night at the Opera.  Se Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo erano i protagonisti della Killer, la nuova Double IPA di Alder mette in campo “solo” Simcoe, Citra e l’ormai irrinunciabile Mosaic. Il suo color oro leggermente anticato è quasi limpido, mentre il naso è un po’ incerto e sottotono. Mango, passion fruit, dank, un po’ di cereale: un bouquet gradevole ma poco ampio e soprattutto privo di quella esplosività che vorresti trovare in una DIPA. Anche in bocca mi sembra una birra che viaggia con il freno a mano un po’ tirato: miele, pane, un leggero tropicale e un amaro resinoso di buona intensità e durata. Rispetto ai miei ricordi della Killer Queen l’amaro è più predominante, la chiusura è ben attenuata, l’alcool è sotto controllo e anche qui il riferimento è ovviamente la West e non la East Coast statunitense.  C’è il tipico equilibrio della scuola Valeriani ma nel complesso trovo questa Death on 2 Legs un po’ timida e con poco carattere, nonostante sia gradevole e abbia solo un mese di vita:  forse un lotto o una lattina non al massimo della forma? Le aspettative su Alder sono alte, e non potrebbe essere altrimenti, soprattutto quando si parla di luppolo: equilibrio e pulizia sono le caratteristiche che accomunano queste tre birre (e che ogni birra al mondo dovrebbe possedere).  A poco più di sei mesi dall’inaugurazione il livello è indubbiamente alto ma c’è spazio per migliorare, e sarebbe strano il contrario.Nel dettaglio Gretna, 40 cl., alc. 5,3%,  lotto  14/04/2020 L072B, scad.  14/08/2020, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop) Green Lobster # 2, 40 cl., alc. 6.4%, lotto 09/04/2020 L052B, scad. 09/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)Death On 2 Legs, 40 cl., alc. 8.2%, lotto 02/04/2020 L050B, scad.  02/08/2020, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lervig Galaxy Citra Flicker

Una Pale Ale generosamente luppolata con Galaxy e Citra: ci sono tutti gli ingredienti giusti per fare una birra moderna e di successo. E’ questa l’idea alla base della Galaxy Citra Flicker, una delle ultime nate (novembre 2018) in casa Lervig, birrificio norvegese e ospite quasi regolare sulle pagine del blog.  Una birra dal moderato contenuto alcolico (5.5%) che quasi si sovrappone alla sorella Lervig Easy (4.5%) la quale all’irrinunciabile Citra affiancava l’altrettanto moderno luppolo Mosaic. Come vedremo tra poco, il risultato non cambia molto ma non ha importanza: il mercato ha sempre sete di novità e i birrifici stanno al gioco. Una birra “nuova” ha sempre più fascino del “ritorno” di una già nota, anche se buonissima. E per un birrificio non è un grosso sforzo fare qualche leggero aggiustamento ad una ricetta già collaudata e sfornare una nuova etichetta capace di catturare lo sguardo dei consumatori.  L’identità visiva è un aspetto che non va assolutamente sottovalutato se si ambisce ad una determinata fetta di mercato; alla Lervig lo sanno benissimo e hanno profondamente modificato le loro grafiche negli ultimi anni. Nel 2017 è stata assunta stabilmente la giovane designer danese Nanna Guldbæk.  “La cosa è nata quasi per caso – racconta il Mike Murphy di Lervig - ma ora ha preso il sopravvento; le agenzie grafiche tradizionali non hanno la necessaria flessibilità per seguire il mercato e ad esempio realizzare un nuova etichetta in poche settimane. Avevamo bisogno di un designer creativo come noi: Anna è perfetta perché è una bevitrice di birra e ha già lavorato nell’ambiente” . “Le mie illustrazioni sono fatte sia a mano che al computer e combinano diversi elementi e materiali che potete sentire al tatto” dice Nanna. “Non sono semplici etichette incollate sulle lattine: l’illustrazione si relaziona direttamente con l’alluminio della lattina, con chi la tiene tra le mani e con la birra che contiene. Sono questi gli aspetti che vorrei maggiormente sviluppare in futuro con Lervig”.  E l’etichetta della Galaxy Citra Flicker non fa eccezione: ruvida al tatto con il grigio sfocato a predominare richiamando il materiale della lattina stessa. In primo piano un alienato soggetto dal quale spuntano quattro braccia, indossare un visore per la realtà virtuale e armeggiare un rudimentale telecomando che non sembra funzionare molto bene. Davanti a lui un’inquietante marea grigia (uno schermo TV rotto?) sulla quale si scorgono due particelle: lievito? I due luppoli? Non lo sapremo mai.La birra.Rispetto alla Easy, la Galaxy Citra Flicker semplifica ulteriormente il parterre dei malti: soltanto Pilsner e Pale accompagnati da avena e frumento per adeguare il mouthfeel agli standard che la moda oggi richiede. Visivamente ricorda un torbido succo di arancia, la schiuma è ovviamente un po’ scomposta e mostra una discreta ritenzione. A tre mesi dalla messa in lattina l’aroma non è al massimo dell’intensità e dell’esplosività ma è comunque piuttosto gradevole. Tropicale e agrumi si dividono il palcoscenico a colpi di mango e arancia, passion fruit e pomplemo.  Non è una birra che cerca di battere il record di scorrevolezza: rispettare il protocollo Juicy / New England significa perseguire una sensazione palatale importante, morbida, leggermente “masticabile”. Si beve con facilità ma non a grande velocità: mettetelo in conto quando ordinate birre di questo genere. Il gusto recupera le lievi incertezze dell’aroma e regala una bevuta intensa e fruttata “con intelligenza”, senza eccessi. I tre mesi in lattina le hanno tolto un po’ di freschezza ma hanno anche smussato le spigolature che spesso questa interpretazione dello stile si porta dietro: c’è grande equilibrio ed anche pulizia ed eleganza, spesso note dolenti di queste birre, sono ad un livello soddisfacente. E allora largo alla sequenza di pane e crackers, mango, passion fruit e pesca prima di un finale molto secco nel quale la scorza d’agrumi è protagonista, affiancata da qualche nota erbacea/vegetale. Livello d’amaro molto basso in una birra intelligente e piuttosto ben fatta dal formato (mezzo litro) assolutamente appropriato. Formato 50 cl., alc. 5.5%, IBU 33, imbott. 17/01/2019, scad. 17/10/2019, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

The Bruery So Happens It’s Tuesday 2017

Prodotta per la prima volta nel 2009 la imponente (18-20%) Imperial Stout Black Tuesday ha contribuito in maniera definitiva la fama del birrificio californiano The Bruery, soprattutto tra i beergeeks. La birra è sempre stata disponibile solamente ai membri dei diversi programmi di “membership” attivati nel corso degli anni: attualmente ci sono la Preservation Society, la Reserve Society e la esclusiva Hoarders Society. Pagando una quota annuale avrete diritto a vari benefici tra i quali quello di ricevere alcune birre che non sono messe in vendita nei normali canali distributivi. Ne avevo parlato in dettaglio qui. L’hype della Black Tuesday non è più quello di un tempo ma è una birra che è ancora abbastanza ricercata sul mercato secondario e che quindi si può utilizzare come merce di scambio per arrivare ad altre bottiglie “rare” o difficili da reperire.  Il suo nome è ovviamente ispirato al quel Martedì Nero del 1929 nel quale a Wall Street crollarono i prezzi della maggior parte delle azioni dando forse il via alla Grande Depressione. Patrick Rue, fondatore di The Bruery, racconta in un post e in un video la nascita di questa birra estrema, informalmente chiamata “la birra infernale” (The Beer from Hell)  che avvenne in una giornata di birrificazione lunga sedici ora che si stava per concludere con esiti disastrosi. A quel tempo la situazione finanziaria del birrificio era precaria e quindi si rischiò un piccolo “martedì nero”.  Nel dicembre 2014 The Bruery annunciò la nascita di una versione “più accessibile” di Black Tuesday, dal contenuto alcolico ridotto a "solo" 11.3%: So Happens It’s Tuesday,  il cui acronimo (S.H.I.T.) fu però  di cattivo auspicio. Poche settimane dopo il birrificio fu costretto a dichiarare che le bottiglie (anch’esse destinate solamente ai membri dei club) non sarebbero state consegnate in quanto non rispettavano  gli standard qualitativi richiesti. In poche parole: alcune bottiglie risultavano infette. Fu possibile assaggiarle solo presso la taproom, senza possibilità di asporto. Nel 2015 la birra fu finalmente distribuita al pubblico, con aumento dell’ABV a 14,7%:  i problemi di qualità non furono però del tutto risolti sino al 2016, anno in cui The Bruery rivelò di aver iniziato a sottoporre  alcune birre, senza specificare quali, ad una pastorizzazione flash.  Anche la So Happens It’s Tuesday ha le sue inevitabili varianti, in particolare quelle con aggiunta di caffè e di Oreo.La birra.L’edizione 2017 di So Happens It's Tuesday si presenta di color ebano scuro e, nonostante l’imponente gradazione alcolica, genera un bel cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta. Se avete già assaggiato qualcuna delle grandi Strong Ales barricate del birrificio californiano vi sentirete subito a casa: l’aroma è ricco di bourbon e di “dark fruits”, nello specifico prugna, uvetta e datteri. In secondo piano spuntano note legnose e terrose, caramello, accenni di vino fortificato e di cocco tostato. Intenso pulito, caldo, avvolgente: preambolo ad un gusto che si muove nella stessa direzione, supportato da un corpo non particolarmente ingombrante e da una consistenza che non raggiunge particolari viscosità. L’alcool si sente comunque tutto e, sebbene non bruci, obbliga a sorseggiare con molta tranquillità. E’ una birra che fa serata, dolce e calda di bourbon e frutta sotto spirito;  non mancano comunque richiami al porto e al cioccolato. Nel complesso bilanciata, grazie al contributo di alcool e legno, si congeda lasciando una scia praticamente interminabile; The Bruery la chiama Imperial Stout ma di "scuro" (torrefatto, caffè, etc..) a parte il colore, non c'è molto.Anche per lei vale il discorso che avevo fatto per la Melange #3: livello alto pur in assenza di particolari profondità e complessità. Assieme a lei passerete una bella serata, anche se un po’ avara di emozioni: a voi decidere se il viaggio (magari da condividere assieme a qualche compagno) valga il prezzo del biglietto.Formato 75 cl., alc. 14.7%, lotto 13/10/2017, prezzo indicativo 20-23 Euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tempest All The Leaves Are Brown Bourbon Barrel

La Imperial Brown Ale con aggiunta di sciroppo d’acero All The Leaves Are Brown prodotta dal birrificio scozzese Tempest è stata forse la più bella sorpresa del 2018: ve ne avevo parlato qui. A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra a tema con il festival, che in quell’anno riguardava il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”.  Per l’occasione Tempest realizzò  una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero e, dopo il festival, qualche fusto della All The Leaves Are Brown apparve alla Oktoberfest che alla fine di ogni settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede.  I mille partecipanti votarono proprio quella imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento e la settimana successiva la birra fu anche imbottigliata e finalmente distribuita in tutta Europa.La birra. La Barrel-Aged All The Leaves Are Brown presenta qualche piccola variazione rispetto alla versione base: i malti sono gli stessi (Golden Promise, Brown e Chocolate) mentre i luppoli “nobili” sono sostituiti da varietà americane. Il contenuto alcolico in percentuale sale da 10.5 a 11.2; la birra è stata invecchiata per sei mesi in cask che avevano in precedenza ospitato bourbon Heaven Hill ed è stata poi rifermentata con aggiunta di sciroppo d’acero (Grado A). Nel bicchiere si presenta di color ebano con una schiuma abbastanza compatta e discreta persistenza. Al naso sciroppo d’acero, biscotto e caramello, un filo di fumo, note di bourbon e legno, vaniglia, prugna e datteri disidratati. Intenso, caldo e avvolgente. Le “coccole” continuano al palato: è una birra morbida, poco carbonata e dal corpo medio-pieno che in alcuni passaggi risulta quasi vellutata. Il gusto ricalca perfettamente l’aroma, con la stessa intensità e pulizia: la bevuta è dolce (e non potrebbe essere altrimenti) ma risulta alla fine più bilanciata rispetto alla versione base. Merito del bourbon protagonista di un finale lungo e caldo nel quale la componente etilica contribuisce in maniera determinante ad "asciugare" i dolce; e c’è anche spazio per qualche suggestione di cioccolato.  Evoluzione logica e potenziata di una ottima birra che non delude le aspettative: a voler essere pignoli si potrebbe notare che l’apporto del passaggio in botte non è molto profondo ma il risultato è comunque degno di nota e regala grosse soddisfazioni e più di una emozione. Una birra perfetta proprio per quella stagione dell’anno in cui tutte le foglie sono marroni.Formato 33 cl., alc. 11.2%, lotto 554, scad. 01/09/2023, prezzo indicativo 7.00-8.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lehe / Vasileostrovskaya Ravnodenstvie

Põhjala è il rappresentante più noto della birra artigianale estone, ma non è più solo: è stato il primo (2011) ed ha ispirato altri birrai a contrastare il dominio dei tre marchi nazionali A. Le Coq, Saku Õlletehas (Carlsberg) e e Viru Õlu (Harboe). Oggi ce ne sono quasi una cinquantina, tra microproduttori e beerfirm.  Lehe Pruulikoda (Birrificio Lehe Brewery) è stato fondato nel 2013 da Tarmo e Gristel Tali.  Nel 2009 in Estonia non c’erano molte risorse per gli homebrewers, ma la coppia riesce ugualmente a reperire qualche kit e a sperimentare nella sauna della loro casa. Sono però i viaggi, prima in California e poi a Londra per lavoro, a far entrare Tarmo in contatto con la craft beer e con un mondo di profumi e sapori a lui sconosciuti; ogni volta che si trova in Inghilterra porta a casa con sé luppoli, malti e lieviti, materie prime difficili da reperire nel proprio paese. I complimenti degli amici e i primi segni di vita della Craft Beer Revolution estone lo convincono nel 2013 a scendere in campo: ottiene un mutuo, lascia la propria precedente occupazione e assieme alla moglie apre il birrificio Lehe a Keila, venti chilometri da Tallinn. L’attrezzatura arriva in autunno e nel febbraio 2014 sono pronte le prime tre birre: l’American Pale Ale Blackmouth Cur, la  Black IPA Lõbus Njuufa e la Session IPA Väike India. “Nessuna di quelle tre birre uscì dal birrificio -  ricorda Tarmo – Adattare le ricette casalinghe a un impianto professionale da 10 ettolitri  non fu facile e ne pagammo il prezzo. Meritavano un debutto migliore e quindi decidemmo di buttarle via e rifarle da capo”. Con i necessari aggiustamenti Lehe diventa in pochi anni uno dei protagonisti della birra artigianale estone, aumentando ogni anno la propria capacità produttiva con l’acquisto di nuovi fermentatori e di una nuova linea d’imbottigliamento americana. Sino ad ora Lehe ha sfornato quasi 100 diverse etichette, incluse numerose collaborazioni con birrifici esteri: la gamma va dall’analcolica Kas Te Olete Täna õhtul Vaba? (Are You Free Tonight – 0.5%) alla esagerata Triple (Quintuple!) IPA Übermensch (20%).La birra.Confesso la mia più completa ignoranza sulla birra artigianale russa, ma da quanto leggo anche là le cose si sono messe in moto. Il primo produttore artigianale di San Pietroburgo è il birrificio Vasileostrovskaya, attivo dal 2002; nel 2016 l'incontro con Lehe per realizzare assieme l’Imperial Stout Ravnodenstvie (Equinozio) con aggiunta di vaniglia del Madagascar. Dopo qualche mese è arrivata anche la versione Barrel Aged, invecchiata in botti ex-rum. Una scelta quasi obbligata: collabori con un birrificio russo e non fai una Russian Imperial Stout? Il suo colore è molto prossimo al nero, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. La vaniglia è indisturbato protagonista di un aroma dolce che accoglie anche fruit cake, cioccolato al latte, melassa e qualche accenno di tostato: l’intensità sopperisce alle lacune di pulizia ed eleganza. Un agglomerato dolce comunque piacevole e avvolgente. Al palato è piena e densa ma le manca un po’ di morbidezza: c’è qualche bollicina di troppo. La bevuta segue pedissequamente l’aroma e porta quindi la vaniglia in primo piano su di un palcoscenico che ospita caramello, fruit cake, cioccolato e qualche nota di frutta sotto spirito. Anche qui c’è intensità, l’alcool (11%) si rivela completamente in un finale caldo e lungo nel quale appare anche qualche timida nota amaricante proveniente dai luppoli anziché dai malti tostati.  E’ proprio della componente tostata/torrefatta che si sente un po’ la mancanza in questa birra che ricalca la scuola “dolce” estone, leggasi Pohjala. Pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili ma nel complesso è una Imperial Stout che si beve con buona soddisfazione. In una bottiglia che dovrebbe avere almeno un paio di anni di vita la vaniglia è ancora predominante: non oso pensare come fosse quando era appena stata imbottigliata.Formato 33 cl., alc. 11%, IBU 110, lotto 5, scad. 05/09/2019, prezzo indicative 5.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lost And Grounded Running with Spectres

Alejando “Alex” Troncoso è nato in Guatemala, è cresciuto negli Stati Uniti ed ha vissuto in una decina di paesi prima di mettere le radici a Bristol, Regno Unito: l’unica certezza che ha sempre avuto è quella di voler fare il birraio. E lo ha fatto tra le mura di casa, poi temporaneamente in Australia, poi in Colorado e quindi  di nuovo in Australia, ormai trentenne: “dopo una quarantina di rifiuti ottenni un lavoro a Melbourne, al birrificio Stockade. Era da sette anni che cercavo di essere assunto come birraio e loro mi chiesero di lavorare quasi esclusivamente alla produzione di una crema di liquore”. La tortura dura solo sei mesi, perché riceve una chiamata dal birrificio Little Creatures di Fremantle, a “soli” 3500 chilometri di distanza, che gli offre un posto da “vero” birraio anche se per Alex ciò significa dover guadagnare di meno.  La felicità dura otto anni nel corso dei quali passa da semplice birraio al ruolo di “director of brewing” supervisionando anche l’installazione di un nuovo impianto: il birrificio aumenta la produzione annuale da 10.000 a 100.000 ettolitri. Nel 2012  Little Creatures viene acquistato dalla giapponese Kirin (che già ne possedeva il 25%)  e per Alex e la fidanzata Annie Clements è tempo di un nuovo trasloco. Destinazione Londra, dove Camden Town sta cercando un nuovo “head brewer” : vi resterà per quasi tre anni, andandosene sei mesi prima che il birrificio finisse nella mani della multinazionale AB-InBev. Per Alex era arrivato il momento di mettere in pratica il progetto che aveva sempre sognato: un birrificio tutto suo. “Pensavamo di andare a Liverpool, ma un giorno passammo per Bristol che ci ricordò un po’ l’Australia – tutti erano abbastanza rilassati. Non avevamo mai avuto neppure una casa tutta nostra e ora dovevamo investire tutti i nostri risparmi in un birrificio. La cosa ci spaventava un po’: per fortuna ci aiutarono un po’ delle persone che avevano lavorato con me alla Little Creatures, in particolare il fondatore Howard Cearns”. A luglio 2016 accende i motori il birrificio Lost and Grounded Brewers, impianto da 25hl fornito dalla tedesca Krones: a Bristol c’è entusiasmo per l’arrivo dell’ex-birraio di Camden Town, ma Alex Troncoso sorprende un po’ tutti con una gamma di cinque birre che non prevede nessuno degli stili maggiormente richiesti dal pubblico: IPA, APA, DIPA. Ci sono invece  la Keller Pils “Hop Bitter Lager Beer’”, la Lager molto luppolata  “Running with Sceptres”, la saison “Hop-Hand Fallacy”, la Red Ale “No Rest for Dancer” e la Tripel “Apophenia”.  Gli amanti del luppolo non si preoccupino: IPA e DIPA sono comunque arrivate in un secondo momento. Alle etichette – strumento di marketing ormai essenziale nell’affollato mercato della craft beer -  lavorano i designer Alexia Tucker e Sam Davis; in birrificio operano i birrai Marc Muraz-Dulaurier (ex Mad Hatter), Mikey Harvey (ex Hop and Berry) e Matt Thompson (ex Celt Beers).La birra.Produzione destinata ai mesi più freddi dell’anno, la (Hoppy) Baltic Porter  Running with Spectres (6.8%) viene prodotta con malti Pilsner, Cara, Crystal, Brown, Chocolate, Roast e luppoli Magnum, Premiant e Columbus. Il suo colore è un bel marrone con intense venature rossastre: la schuma è generosa, cremosa e compatta ed ho un’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia ed un buon livello d’intensità: pane nero, frutta secca a guscio, caramello, caffè ed esteri fruttati che richiamano i frutti di bosco “scuri”. Al palato è morbida, scorre con buona facilità nascondendo bene l’alcool. La bevuta inizia con il dolce di caramello, cola, frutta sotto spirito e termina con un amaro piuttosto intenso nel quale trovano posto note terrose e torrefatte, di frutta secca a guscio e di caffè. Intensità ed equilibrio non mancano in questa Baltic Porter di Lost And Grounded: c’è ancora qualcosa da sistemare ma il livello è piuttosto buono.  Dopo Moor, Arbor, Bristol Beer Factory, Wiper and True e Left Handed Giant un altro birrificio da tenere d’occhio nella vivace Bristol.Formato 44 cl., alc. 6.8%, scad. 23/10/2019, prezzo indicative 6.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.