Beavertown: Lupuloid & Humuloid

Il Lupuloide è la creatura immmaginaria scelta dal birrificio londinese Beavertown per impersonificare la prima IPA ad entrare in produzione continuativa tutto l’anno. Il nome deriva ovviamente dal latino Humulus Lupulus e la birra è – dicono – il risultato di una ricerca durata quattro anni.  In passato c’erano state alcune IPA prodotte occasionalmente solo in fusto, come ad esempio la Fifth Element (2014)  e la Dishoom,  prodotta per l’omonimo ristorante a Covent Garden, e c’era la 8 Ball, una IPA alla segale che viene ancora prodotta regolarmente. Ma secondo Logan Plant l’input più significativo per arrivare alla realizzazione della Lupuloid è arrivato dalle collaborazioni con altri birrifici americani, tra le quali Founders, Other Half, Firestone Walker, Stone, Dogfish Head. Alla fine del 2015 Beavertown inizia a produrre una decina di prototipi con il nome di “Lupuloid IPA Series”: Declaration #1 e #2, Test Pilot Anser, Test Pilot Mavericus, Dr. Enigmatus, Sgt. O Mors, Cpt. Hasta, Armillaria Mater, Delta Unda e Uy Scuti “Queste birre – racconta Plant - furono accompagnate in etichetta da tutti i dettagli: tipologie di malti e luppoli, quantità utilizzate, ceppo di lievito, densità iniziale e finale. Abbiamo dato alla gente tutte quelle informazioni per ascoltare la loro opinione sulla birra e apportare le necessarie modifche nel lotto successivo”.  A inizio settembre 2016 debutta la Lupuloid definitiva: è disponibile nella taproom del birrificio ma il suo vernissage avviene all’End of Road Music Festival di Salisbury dove il furgone di Beavertown presenta i primi fusti e le prime lattine.  Il lancio commerciale della birra viene accompagnato da un filmato d’animazione realizzato da Nick Dwyer assieme allo Studio Yuzu; il gruppo The BcBs si è invece occupato della colonna sonora, cantata da Logan Plant. Le birre.“Il pensiero che ha guidato la realizzazione di questa birra è che per troppo tempo i nostri cugini americani hanno avuto lo scettro delle migliori IPA. Era arrivato il momento di riportarlo in Inghilterra”. Per farlo, Beavertown realizza una ricetta con malti Extra Pale e Acidulated, frumento, fiocchi d’avena e una generosa luppolatura a base di Citra, Mosaic ed Equinox. Il suo colore è un dorato leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso non c’è esattamente un’esplosione di aromi ma il bouquet è comunque pulito e abbastanza fresco:  guidano gli agrumi (lime, limone, pompelmo e cedro) con qualche sconfinamento verso la dolcezza del candito. In sottofondo affiorano profumi di ananas e qualche nota dank. La bevuta è abbastanza morbida, soprattutto grazie alla bassa carbonazione, ma mi sembra un pelino troppo pesante dal punto di tattile: i malti (pane e miele) lasciano subito il palcoscenico agli agrumi mostrando una coerenza pressoché completa con l’aroma. Il finale è caratterizzato da una buona secchezza e da un amaro resinoso che non ha velleità estreme o asfalta-palato: il risultato è una IPA piuttosto bilanciata, moderatamente fruttata e piuttosto facile da bere in quanto la componente etilica è (6.7%) è ben nascosta. Non so se la lattina abbia nel trasporto subito un po’ il caldo di queste settimane, in quanto  nonostante la giovane età la birra non brilla d’intensità e di fragranza. Si beve comunque con buona soddisfazione.   Lo scorso 27 maggio 2017 è invece arrivata quella che Beavertown considera “l’estensione naturale” della Lupuloid, ovvvero la sorella maggiore Humuloid. Una Double IPA (8%) che abbraccia il filone del New England / Juicy e che viene prodotta con malti Golden Promise e Acidulated, destrine e soprattutto un’elevata percentuale di frumento e avena (Golden Naked e fiocchi) per creare un corpo ricco e morbido; il lievito è il Vermont WLP4000, i luppoli  Columbus, Citra e Azacca, questi due utilizzati anche in un massiccio dry-hopping (18 grammi per litro).All'aspetto è torbida, simile ad un vero succo di frutta color arancio: la schiuma, biancastra e grossolana, si dissipa molto velocemente. Purtroppo il naso è piuttosto deludente: il succo di frutta tropicale non c'è, l'intensità è molto dimessa. Si sente l'alcool e bisogna impegnarsi un po' per scovare in sottofondo un ricordo di ananas. La bevuta mostra qualche debole segno di miglioramento ma non c'è nulla di cui esaltarsi: anche qui l'alcool non si nasconde, in sottofondo si percepisce ancora un po' ananas e mango ad anticipare la chiusura amara e resinosa che, nonostante sia corta e di bassa intensità, riesce ugualmente a "raschiare" un pochino il palato con quell'effetto-pellett che è un po' la croce di molte delle New England IPA europee che ho assaggiato. E' una birra bevibile ma, venendo a mancare la sua principale raison d'être, ovvero il carattere juicy/succoso, la bevuta non può altro che essere definita deludente se consideriamo che ha poco più di un mese di vita. In giro ne parlano bene: lattina sfortunata, colpa del trasporto o colpa del caldo... sarà il caso di riprovarla se il birrificio deciderà di continuare a produrla.Nel dettaglio: Lupuloid, 33 cl., alc. 6.7%, IBU 55, lotto 1553, scad. 06/09/2017, prezzo indicativo 4.00 – 5.00 Euro (beershop)         Humuloid, 33 cl., alc. 8.0%, IBU 81,7, lotto 1455, scad. 24/08/2017, prezzo indicativo 5.00 – 6.00 Euro (beershop)          NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hartwall Polar Monkeys White Collar

Oy Hartwall Ab è un’azienda finlandese che opera dal 1836 nel beverage: bibite, acque minerali, sidri, cocktail e ovviamente, visto che è arrivata su questo blog, birra.  Venne fondata da Victor Hartwall, primo finlandese a commercializzare nel proprio paese l’acqua minerale in bottiglia; nel 2002 è stata acquisita dagli inglesi della  Scottish & Newcastle e ceduta poi nel 2008 alla Heineken; nel 2013 l’ultimo passaggio nella mani dei danesi della Royal Unibrew (Ceres e Faxe, giusto per dare qualche riferimento). Tra i prodotti di successo Hartwall  vi è l’acqua minerale  Novelle (la più venduta in Finlandia), l’Original Long Drink (un cocktail di Gin e pompelmo lanciato in occasione delle olimpiadi di Helsinki del 1952 e primo cocktail a base di gin in lattina al mondo) e Jaffa, dal 1949 il soft drink più venduto in Finalndia a base di pompelmo. Hartwall è oggi anche partner strategico di Pepsi e Heineken; per quel che riguarda la birra, distribuisce la Foster’s lager per il mercato finlandese e i due marchi nazionali posseduti da Unibrew:  Lapin Kulta e Karjala  (in collaborazione con la federazione finalndese di hockey su ghiaccio). A questi si sono di recente aggiunte le tre birre della linea Polar Monkeys: la parola “craft/artigianale” non appare da nessuna parte ma è evidente che quello è il segmento al quale si punta con queste tre birre che fanno riferimento a stili precisi, informazione quasi sicuramente irrilevante per chi invece è solito acquistare una semplice lager sugli scaffali del supermercato. Abbiamo la Vienna (Amber Lager) Blue Collar, la Golden Ale White Collar e la IPA Chairman:  tutte e tre sono prodotte in Danimarca  alla Royal Unibrew in compagnia di Albani, Ceres, Faxe e qualche altro marchio. Impossibile sapere se si tratti di ricette “originali” o di semplici rietichettature per il mercato finalndese di altri prodotti danesi: ad esempio la Chairman IPA potrebbe far pensare alla Lottrup Stone Street IPA o  la Golden Ale White Collar alla Lottrup Gold Button Amber Ale; continuando a leggere il dubbio verrà anche a voi.La birra.Come detto, l'etichetta non parla esplicitamente di craft beer (vedi il caso estone della Brick by Brick, in realtà Carlsberg) ma non brilla per chiarezza: si parla semplicemente di una birra prodotta in Danimarca (da chi?) per conto della Hartwall. Elemento che già dovrebbe fungere da deterrente all'acquisto: se non c'è trasparenza fuori, ce ne può essere dentro la bottiglia? Colore a parte, effettivamente trasparente/limpido, nel bicchiere non c'è esattamente una Golden Ale... dorata. L'avessero almeno chiamata Pale Ale, sarebbe stato meglio: il suo colore è ambrato (non sarà quello della Lottrup Gold Button Amber Ale?) ed è sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dalla buona persistenza. Al naso spetta al diacetile dare il benvenuto: lo prendono a braccetto profumi di caramello e biscotto, qualche nota di frutta secca e di cartone bagnato. Il gusto prosegue nella stessa infelice direzione, con l'aggravante (o con il merito?) di spegnersi progressivamente in una deriva finale piuttosto acquosa e del tutto priva di amaro. Non c'è fragranza in una birra assolutamente anonima a tratti un po' stucchevole e, tocca dirlo, inutile: è arrivata anche sugli scaffali di qualche supermercato italiano. Se l'avvistate, il mio consiglio personale è di lasciarla dove si trova: se tutte le bottiglie sono come questa, lo scaffale mi sembra un luogo molto più indicato rispetto al palato. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto Y4-M, scad. 29/01/2018, prezzo indicativo 1.90 Euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brekeriet Brillant

Nuovo appuntamento con il birrificio svedese Brekeriet azienda nata nel 2010 come importatrice di birra per il mercato domestico e divenuta nel 2012 un vero e proprio birrificio guidato dai fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri. La produzione è partita a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti (20 HL)  e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg, inaugurata a settembre 2015.  Qui vengono prodotte le birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti,  mentre la vecchia sede a Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con altri fermentatori in acciaio e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri. Il nuovo stabilimento ha portato anche il restyling delle etichette e l’arrivo del formato 33 centilitri, almeno per le tre birre (Brillant, Funkstarter e Saison) che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno e distribuite anche in Svezia attraverso il monopolio di Stato, il Systembolaget. Sino ad allora, Brekeriet lavorava solamente con l’export: quasi tutta Europa ma anche USA, grazie al lavoro dell’importatore Shelton Brothers i cui ordini avrebbero potuto assorbire tutta la produzione del vecchio impianto. 240.000 litri è l’obiettivo che il birrificio svedese si è prefissato per il 2017.La birra.L'estate chiama birra leggere e facili da bere, ancora meglio se leggermente acidule e secche: identikit che corrisponde a Brillant, saison fermentata con un mix di lieviti che include saccoromiceti e brettanomiceti. Di colore arancio pallido leggermente velato, forma una bianca schiuma cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. L'aroma è molto pulito e piuttosto interessante: alle note rustiche e funky, che richiamano il sudore e la cantina, ci sono freschi profumi di fiori bianchi e un elegante macedonia di frutta che comprende pompelmo e lime, arancia, pesca e ananas. Queste ottime premesse vengono però parzialmente disattese al palato dove il gusto non mantiene la stessa ricchezza ed intensità. La componente fruttata scivola molto in secondo piano e la bevuta mette in evidenza le note maltate (pane, crackers) e quelle rustiche: è comunque una saison moderatamente acidula e secca con un elevato potere rinfrescante e dissetante. Chiude con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose vengono accompagnate da quelle della scorza d'agrumi. Vivacemente carbonata, è una saison dal corpo medio-leggero che scorre molto velocemente: gran bel naso, dove eleganza e rusticità viaggiano a braccetto, al quale purtroppo non fa seguito un gusto di uguale intensità e complessità. Risultato positivo e soddisfacente ma un po' incompiuto.Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 6, imbott. 01/2016, scad. 14/01/2021, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog Cafe BORIS

Ci sono birre che riuscirete a possedere solamente andando al birrificio nel giorno in cui vengono messe in vendita, naturalmente dopo aver affrontato diverse ore di fila. Ma volte non basta neppure quello: sarete magari chiamati a partecipare ad un sorteggio on-line che decreterà chi saranno i fortunati in grado di acquistarla, ovviamente recandosi al birrificio. In alternativa preparatevi ad organizzare scambi con birrofili che vivono dall'altra parte dell'oceano, magari offrendo loro in cambio qualche  lambic o gueuze d'annata. Oppure potete alimentare il cosiddetto black market, pagando centinaia di dollari a chi è stato capace, eludendo il sempre presente "limite d'acquisto per cliente", a mettere in cantina decine di rarissime bottiglie. Le Imperial Stout, meglio se barricate, sono una delle tipologie di birre che maggiormente alimenta questo hype.E mentre il mercato della craft beer spinge sempre più alla ricerca di rarità e di bottiglie introvabili, vi sono delle certezze fortunatamente accessibili in molti beershop a prezzi ancora ragionevoli. E' il caso della B.O.R.I.S. The Crusher, prodotta dal birrificio Hoppin’ Frog di Akron, Ohio, già passato sul blog in diverse occasioni. B.O.R.I.S. sta per Bodacious Oatmeal Russian Imperial Stout: viene prodotta dal 2006, anno in cui il birraio Fred Karm (“la rana”, questo il soprannome che gli veniva dato in famiglia) ha aperto le porte di Hoppin’ Frog. Nella terra d'origine il bomber (65 cl.) costa circa 10 dollari.  Da sempre in cima alle classifiche di Beer Rating, per quel che conta, BORIS è la birra che ha portato a Karm i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival. Della BORIS ne esistono oggi molte varianti, una inevitabile necessità commerciale di "sfruttare" una birra molto ben riuscita, una sorta di benchmark, per quel che mi riguarda, quando si parla di American Imperial Stout. Qualche anno fa mi era capitato d’assaggiare la versione barricata in botti di Heaven Hill Whiskey, ma ci sono anche la  BORIS Bairille Aois  (Whiskey Irlandese),  BORIS Royale (whiskey canadese),  BORIS Van Wink (Kentucky whiskey), BORIS Grand Reserve (malti speciali europei anziché americani) e BORIS Reserve (versione invecchiata in selezionate botti ex-Whiskey),  Rocky Mountain BORIS (in botti ex-whiskey dal Colorado), Rum Barrel Aged BORIS,  BORIS Batch #100 (malti speciali da Inghilterra e Belgio) e BORIS Batch #200 (invecchiata in botti di Kentucky Bourbon per cinque volte più a lungo rispetto alla BORIS Van Wink). Amo la BORIS di Hoppin Frog e spero un giorno di riuscire pian piano ad assaggiarne tutte le versioni.La birra.Debutta al Great American Beer Festival del 2010, ma per vederla in bottiglia bisogna attendere il 2013: la Cafe BORIS è una variante quasi obbligatoria di una grande imperial stout prodotta con  chicchi di caffè della Hippie Coffee Company in infusione a freddo.Assolutamente nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola dalla buona persistenza. Il caffè è molto presente al naso, con grande pulizia ed eleganza: i profumi dei chicchi e del liquido (americano) affiancano le intense tostature dei malti, le note di cacao e di cuoio, quelle terrose. Il mouthfeel non presenta sorprese per chi già conosce la BORIS "normale": corpo quasi pieno con l'avena a donare una morbidissima cremosità che ne attenua la viscosità e che quasi contrasta con la durezza delle tostature. E' una imperial stout con poche bollicine che quasi accarezza il palato e lo avvolge con tanto caffè e intense tostature sostenute da un velo di caramello bruciato. L'alcool e la frutta sotto spirito si fanno sentire senza mai andare oltre il dovuto, regalando un intenso calore solamente nel retrogusto. La bevuta è potente e robusta ma non difficile ed è alleviata dalla generosa luppolatura che, a fine corsa, offre quasi un effetto rinfrescante con delle suggestioni di anice ad affiancare la componente resinosa, terrosa e torrefatta. Il caffè chiamato ad impreziosire la massiccia BORIS ruba un po' la scena agli altri elementi ma è giustamente il protagonista di una imperial stout al caffè. Attorno a lui potenza e aggressività formano una birra intensa, ricchissima, straordinariamente piacevole da sorseggiare senza grossi sforzi. Se come me amate la BORIS, amerete anche questa.Formato: 65 cl., alc. 9.4%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Anchorage Mosaic Saison 2015

Il caldo dell’estate chiama nel bicchiere birre fresche e leggere, secche e dissetanti, magari piacevolmente acidule: praticamente le stesse birre che i contadini della Vallonia bevevano per dissetarsi durante le lunghe giornate di lavoro estivo nei campi in un periodo dell'anno in cui la qualità dell'acqua non era certamente ottimale: le saison.  In Alaska il problema delle elevate temperature non è così importante ma è in questo stato americano che ci rechiamo per tornar a far visita a quella Anchorage Brewing Company che vi avevo presentato qualche mese fa.  La fonda nel 2011 Gabe Fletcher guidato dalla passone per le birre acide e a fermentazione spontanea, l’utilizzo di lieviti selvaggi. In assenza d'impianto produttivo, Fletcher affitta inizialmente uno spazio all’interno del Snow Goose Restaurant and Sleeping Lady Brewing Co; il mosto viene prodotto al piano di sopra, dove si trova l’impianto, e poi trasferito attraverso tubazioni direttamente al piano di sotto dove Fletcher ha posizionato 250 botti, due foudres da 70 litri, due tank in acciaio, una linea d’imbottigliamento e la cella frigorifero. Anchorage parte dunque come una sorta di beerfirm che fermenta il mosto in foudres di legno con diversi ceppi di lievito belga e poi effettua una rifermentazione in botte aggiungendo brettanomiceti: tre mesi, sei mesi, un anno.. ogni diversa birra ha il suo tempo necessario.  Nel frattempo Fletcher lavora senza troppa fretta alla costruzione del proprio birrificio, poi inaugurato nella primavera del 2014; la nuova location all’incrocio tra la 148 W e la 91st Avenue dispone di 750 metri quadri ed una suggestiva tasting room che è praticamente posizionata in mezzo ai grandi foudres.  Sulle pareti, il motto scelto da Fletcher: “where brewing is an art, and Brettanomyces is king“. Anchorage ha debuttato con la Whiteout Wit, una blanche prodotta con Sorachi Ace, scorza di limone, coriandolo, pepe e poi invecchiata in botti ex-vino Chardonnay; nelle stesse botti – e relativi lieviti selvaggi -  ci è poi finita la Bitter Monk, una Double IPA prodotta con Apollo e Citra. La successiva Love Buzz Saison viene invece ospitata in botti ex-Pinot nero, mentre la Anchorage numero cinque è stata la The Tide and Its Takers, una tripel che utilizza Sorachi Ace e  Styrian Golding per poi fermentare e maturare nelle botti di Chardonay. A maggio 2015 Fletcher annuncia l’arrivo della Mosaic Saison, giusto in tempo per la festa della mamma che negli Stati Uniti si celebra la seconda domenica di maggio.La birra.Il luppolo protagonista è ovviamente lui, il Mosaic, ma gran parte del lavoro lo fanno i due ceppi di lievito saison e i due di brettanomiceti che vengono usati per la fermentazione, ovviamente in foeders di legno.Nel bicchiere proprio una bottiglia di quel primo lotto del 2015, che si presenta di colore arancio pallido con qualche sfumatura dorata; l'esuberante schiuma bianca è un po' grossolana ma mostra una buona persistenza nel bicchiere. Il naso regala un pulito ed intrigante ventaglio di profumi nel quale coesistono legno, arancia, pompelmo zuccherato, mango, ananas e la componente funky che richiama il sudore, la cantina, il formaggio, il legno. Vivace ma forse bisognosa di qualche bollicina in più, scorre bene al palato rinfrescandolo con acidità ed asprezza moderate che non presentano particolari asperità: pane, pesca e polpa d'arancia costituiscono il versante dolce al quale si contrappongono l'asprezza della scorza di limone e una lieve acidità lattica. Le note funky e rustiche dei brettanomiceti emergono solamente quando la birra si scalda e aggiungono a questa saison una piacevole complessità, anziché spigoli difficili da smussare per chi la trova nel bicchiere. A due anni dall'imbottigliamento la componente luppolata ha ovviamente perso smalto ma la bevuta risulta ugualmente piacevole, ben bilanciata tra eleganza e rusticità. Non è il nirvana che il prezzo della bottiglia indurrebbe ad immaginare ma il livello è indiscutibilmente alto.Formato: 75 cl., alc. 6.5%, IBU 30, lotto 1, imbott. 05/2015, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Birfoot: Albus & Aztec

Dalla Basilicata, una delle regioni a più bassa densità “birraria”, sono finalmente arrivati in questi ultimi due anni alcuni segnali di vita: il database di Microbirrifici.org annota la nascita di cinque birrifici e due beerfirm. La città di Matera annovera oggi due di questi marchi senza impianto (B79 e Brewnerd) e dall’ottobre 2016 anche un birrificio chiamato Birfoot, che ha trovato casa all’interno del centro commerciale Le Botteghe, edificio che un tempo ospitava il mattatoio comunale. Alla guida dell’impianto Spadoni da 5 HL affiancato da due fermentatori da 15 HL c’è Giovanni Pozzuoli che, come racconta il blog Berebirra, ha iniziato a produrre birra tra le mura domestiche sin da quando aveva 19 anni. Vicino ai trenta, dopo un corso professionale alla Dieffe di Padova e qualche stage in altri birrifici, ha deciso di lanciarsi nell’avventura Birfoot. Tre le birre attualmente in produzione: l’American Pale Ale Hop Jungle, la Blanche Albus e la English Strong Ale Aztec. Il birrificio dispone di un punto vendita e, cosa interessante, un piccola “taproom” esterna chiamata Area Birfoot. Il progetto è comunque quello di arrivare a trasformare il birrificio in una sorta di brewpub: questo è quanto mi ha raccontato Giovanni, che ringrazio per avermi anche inviato due birre da assaggiare.Le birre.Partiamo dalla blanche chiamata Albus, la cui ricetta prevede tra l'altro l’utilizzo di pepe rosa, coriandolo e scorza d’arancio, fiocchi di frumento e d'avena; si presenta nel bicchiere del classico color giallo paglierino, opalescente, sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, molto persistente. Il naso è pulito e presenta un bouquet piuttosto equilibrato nel quale convivono profumi floreali, di coriandolo e pepe, scorza d'arancio, banana e una lieve nota acidula e fresca del frumento. Al palato è leggera e piuttosto scorrevole: le bollicine non sono poche ma personalmente ne vedrei bene qualcuna in più: purtroppo il gusto non presenta la stessa ricchezza dell'aroma e indulge un po' troppo sulla banana, accompagnata dal coriandolo, crackers e una remota presenza di agrumi. La birra è priva di difetti ma risulta un po' monotona e chiude con una lieve nota amaricante terrosa; la sua facilità di bevuta è quella che ti aspetteresti di trovare in una blanche, mentre a mio parere una maggior acidità e una maggior secchezza aumenterebbero il suo potere dissetante e rinfrescante. Bello il naso, espressivo e coinvolgente, un po' sottotono il gusto con il risultato di una blanche che fa il suo dovere ma che a un palato esperto risulta un po' debole di carattere.Passiamo alla Aztec, una strong ale (7%) d'ispirazione inglese ambrata, piuttosto carica e impreziosita da  intense sfumature rossastre: la schiuma color ocra è abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. Il naso è pulito e ricco del dolce di caramello, frutta secca, biscotto e toffee, prugna e uvetta, ciliegia. Al palato non ci sono grossi cambiamenti e il gusto ripropone con coerenza ma con minor pulizia caramello, biscotto e uvetta a formare una bevuta morbida e gradevole: corpo medio, poche bollicine, è facile sorseggiarla senza incontrare spigolature. Il dolce è notevole ma è ben bilanciato da una buona attenuazione e da un finale amaricante nel quale la frutta secca, mandorla in primis, è protagonista a discapito della componente terrosa. Bene l'intensità de sapori, bene la gestione della componente etilica che riscalda senza andare mai sopra le righe: la pulizia, sopratutto in bocca,  è secondo me l'aspetto sul quale c'è da lavorare maggiormente.Nel complesso due birre di livello abbastanza buono per un birrificio che deve ancora spegnere la prima candelina: c'è una buona aderenza agli stili dichiarati e nel bicchiere ci sono due birre facili da bere che possono facilmente avvicinare al mondo della "birra artigianale" chi ancora non lo conosce. Per andare oltre e farsi notare in un mercato nel quale bazzicano quasi un migliaio di attori, tra birrifici, brewpub e beerfirm c'è ancora del lavoro da fare, sopratutto su personalità e carattere. Nel dettaglio:  Albus: formato 33 cl., alc. 4.8%, IBU 15, lotto 0217, scad. 04/18, prezzo indicativo 3.60 Euro.Aztec: formato 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 0317, scad. 05/18, prezzo indicativo 3.80 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

[Le birre rivisitate]: Glazen Toren Saison d’Erpe-Mere

Di solito sul blog presento spazio sempre birre diverse senza ritornare su quelle già ospitate e il motivo è abbastanza semplice: non credo che a chi legge interessi ritrovare  la stessa birra a breve distanza di tempo.  Penso che sia però interessante confrontare gli appunti di bevuta a distanza temporale: non solo a volte cambiano le birre ma, soprattutto, cambia il palato di chi beve sotto l’influenza dell’esperienza e di quello che il mercato propone. E cambiano anche i birrifici: s'ingrandiscono, vengono acquistati, evolvono! Mi ritrovo quindi a bere una  Saison d'Erpe-Mere di De Glazen Toren per metterla a confronto con quanto da me annotato quattro anni fa. Una saison prodotta dal 2004, anno in cui il piccolo birrificio venne fondato da Jef Van De Steen e Dirk de Pauw assieme al socio Mark De Neef; Van De Steen è un personaggio che non credo abbia bisogno di presentazioni agli appassionati di birra belga, e non solo. Ai neofiti consiglio la lettura di qualcuno dei sui libri, purtroppo non disponibili in italiano, come ad esempio  Geuze & Kriek, The Secret of Lambic, Belgian Abbey Beers e Trappist: The Seven Magnificent Beers. La Saison d'Erpe-Mere dovrebbe utilizzare malto Pils (87.5%) e frumento maltato (12.5%), luppoli Hallertau (belga), Saaz (ceco) e Target (inglese):  una saison abbastanza giovane, nata nel 2004, che tuttavia ritengo personalmente già un “classico”. Una saison prodotta da un birrificio fiammingo che riesce tuttavia a catturare perfettamente lo spirito (francofono) della Vallonia e dell’Hainaut, la culla natale di questo stile-non-stile brassicolo: “è una vera Saison, molto più vera di molte di quelle prodotte nell’Hainau” disse Marc Rosier della Brasserie Dupont dopo averla assaggiata per la prima volta. “Non potevo ricevere un complimento migliore da Dupont”, ammette Van De Steen.La birra.Il suo colore è quello dell’estate, anche se non è il dorato del sole: arancio pallido e opaco, a ricordare il colore dei campi estivi sui quali si adagia la paglia “baciata” dal tramonto. Sopra di lei un’esuberante testa di candida schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Il naso apre con la delicata speziatura del lievito che ricorda il pepe e il coriandolo: si susseguono la scorza d’arancia, accenni di banana e cereali, fiori, una imprescindibile nota rustica che richiama la paglia, la terra, la campagna. Agile, vivacemente carbonata, piena di vita; in bocca scorre a grande velocità come una saison dovrebbe sempre fare, rinfrescando il palato con la sua delicata acidità. Pane e crackers, un tocco di miele, arancia e banana danno forma ad una bevuta ruspante e un po’ ruvida, che pungola il palato ad ogni sorso:  splendida la chiusura, molto secca e rustica, con un amaro di moderata intensità nel quale le note terrose incontrano quelle della scorza d’agrumi. Grande intensità, gran lavoro del lievito e grande saison, perché una saison si fa con i lievito. Pulita e rustica al tempo stesso, facilissima da bere, ideale compagna dei giorni d’estate: nella mia personale classifica di gradimento rimane ancora un mezzo gradino sotto la Dupont, anche se quest’ultima in Italia è spesso un po’ maltrattata da chi la importa e/o distribuisce. E il non trovare quasi nessuna differenza rispetto agli appunti di bevuta di quattro anni fa è ovviamente un grande merito: una birra coerente con se stessa e costante, una certezza da ritrovare in ogni momento.Formato: 75 cl., alc. 6.5%, imbott. 21/01/2017, scad. 21/01/2019, prezzo indicativo 7.00-9.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

BioNoc’ Lipa

Ritorna sul blog un birrificio che avevo “ospitato” qualche anno fa a pochi mesi dal debutto: si tratta di Bionoc, sede a a Mezzano di Primiero, estremità orientale del Trentino, a pochi chilometri dal confine con il Veneto. Il nome scelto identifica semplicemente i due fondatori: Fabio (Bio) Simoni e Nicola (Noc) Simion. Un percorso iniziato nel 2003 quando Fabio frequenta alcuni corsi alla Università della Birra di Azzate e decide di convertire il ristorante di famiglia nella Birroteca Sangrillà, un locale a vocazione birraria che arriva a far ruotare anche un migliaio di diverse etichette l’anno.  Nicola è uno dei clienti abituali, un homebrewer con il sogno di aprire un microbirrificio che lentamente contagia anche Fabio: l’homebrewing viene affiancato da viaggi birrari in Inghilterra e America e da un’esperienza presso il birrificio Fravort, in Valsugana. Nel 2012 i due soci sarebbero pronti a partire ma la burocrazia rallenta di qualche mese l’esordio di Bionoc che avviene solamente nel 2013: in quattro anni il birrificio è comunque riuscito ad aumentare la propria produzione da 200 a 1200 ettolitri.  Le etichette sono sostanzialmente suddivise in due grandi categorie: le birre “di sempre”, disponibili tutto l’anno, ovvero Goldon Ale, Alta Vienna, Staion (Saison), Lipa (IPA) e Nociva (Scotch Ale). Le birre stagionali: La Guana (una Strong Dark Ale natalizia) Napa (American Pale Ale), Meingose e Raucha (una Maerzen affumicata). D’interesse è anche il progetto “Asso di Coppe” interamente dedicato alla produzione di birre acide e agli affinamenti in legno: si avvale della collaborazione dell’homebrewer Nicola Coppe, appassionato di batteri e lieviti selvaggi.  Per evitare qualsiasi  contaminazione il locale dedicato agli invecchiamenti in legno è stato posizionato a circa tre chilometri dal birrificio, in località Transacqua: è qui che si trova La Boutique de la Bot, in centro storico, di fronte alla più antica chiesa della valle. I risultati sembrano essere davvero incoraggianti:  all’ultima edizioni di Birra dell’Anno è arrivata una medaglia d’oro nella categoria riservata alla birre acide.La birra.Non sono molte le interpretazioni classiche (ovvero inglesi) dello stile India Pale Ale che abbiamo in Italia, e non solo: sono quasi sempre i luppoli americani o di altri continenti extra-europei ad essere utilizzati dai birrai. Molto apprezzabile quindi la scelta di Bionoc di cimentarsi con luppoli inglesi e malti Pale e Crystal.  Bottiglia nata lo scorso marzo e birra che si presenta nel bicchiere di un color ambrato piuttosto carico sormontato da una generosa testa di schiuma, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso le note di terriccio umido s’accompagnano a quelle del caramello, della marmellata d’arancia, della frutta secca, soprattutto mandorla.  Il gusto prosegue un percorso alquanto “british” nel quale i malti la fanno da padrone con note caramellate, biscottate e “nutty”; marmellata d’arancia e accenni d’uvetta contribuiscono nel dare forma ad una bevuta piuttosto dolce alla quale si contrappongono una buona attenuazione e un finale amaricante terroso che tuttavia non incide quanto dovrebbe. C’è anche un leggerissimo diacetile, comunque perdonabile.  Una English-IPA abbastanza accomodante che indulge sul dolce rendendosi facilmente accessibile: pulita e profumata, mette in evidenza una buona facilità di bevuta nascondendo i suoi gradi alcolici (6%). Pur senza tirare in ballo confronti con interpretazioni più spinte dello stile (spesso americane) a questa birra manca oggettivamente un po' d'amaro: alzandone un po' l'asticella la birra otterrebbe maggior equilibrio e carattere.Formato: 33 cl., alc. 6%, lotto 27, scad. 08/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cantillon Kriek 2015

Il breve viaggio tra birre e ciliegie si conclude con la kriek di Cantillon, birrificio attivo dal 1900 a Brussels che credo non abbia bisogno di presentazioni. L’unica raccomandazione è quella di non mancare una visita al birrificio (nonchè Musée Bruxellois de la Gueuze) se vi trovate nella capitale belga: un’esperienza al di fuori dal tempo tra impianti, legno, polvere, ragnatele e bottiglie accatastate che vi ripagherà della passeggiata per un quartiere non proprio bello, per dirla in modo gentile.Negli anni 70 il testimone passò nelle mani di Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) che rilanciò l’azienda riuscendo pian piano a rilevare le quote societarie dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produttore di lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. La domanda di gueuze e lambic era in forte e calo e Jean-Pierre, per restare a galla, iniziò ad ingentilire i propri prodotti con dolcificanti artificiali per renderli più simili ai gusti dei bevitori di allora. Il cambiamento non ottenne l’effetto (economico) sperato e nel 1978 Cantillon ritornò fortunatamente su suoi passi eliminando i dolcificanti e ritornando ad una produzione tradizionale di gueuze e lambic alla frutta. A metà degli anni ’80 l’export verso gli Stati Uniti iniziò a dare un po’ di ossigeno ad un birrificio che aveva operato in perdita per molti anni; a partire dal 1989 il figlio di Jean-Pierre e Claude, Jean, affiancò i genitori apprendendo sul campo il mestiere. Negli anni ’90 Cantillon abbandonò infine i grandi foeders di legno ed iniziò ad effettuare i blend delle annate di lambic e le aggiunte di frutta in tini di acciaio.La birra.La kriek di Cantillon viene prodotta aggiungendo le ciliegie Morello intere (200 grammi per litro) ad un blend di lambic; per ovvie esigenze produttiva la frutta fresca viene subito surgelata ed essere utilizzata nel corso dell’anno per produrre diversi lotti di kriek. Le ciliegie vengono messe a macerare per un paio di mesi con lambic di due anni d’età; al momento dell’imbottigliamento viene anche aggiunta una piccola quantità di lambic giovane. Le etichette delle bottiglie destinate al mercato europeo riportano la scritta "100% lambic Bio" assente invece su quelle che vengono esportati negli Stati Uniti: Jean Van Roy dichiara di utilizzare dal 1999 solo materie prime, ciliegie incluse, provenienti da agricoltura biologica ma questi ingredienti non sono stati ancora classificati come biologici dalla USDA, il dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti.Il bicchiere si tinge di un intenso colore rosso cremisi sormontato da una cremosa schiuma biancastra, abbastanza compatta ma non molto persistente. Il naso non offre molto e odora un pochino di "tappo":  dimessi profumi funky, di cantina e di polvere, legno, amarena cotta e ribes rosso, il dolce della ciliegia che cerca di emergere quando la kriek si scalda. La bevuta è vivacemente carbonata e perfettamente agile, scattante: anche qui la ciliegia è rilegata in secondo piano dalle note lattiche e da quelle aspre del limone. Una kriek spigolosa e ruvida, a tratti tagliente, che necessita di una temperatura piuttosto elevata per far emergere un sottofondo dolce di ciliegia e di fragola.  Qualche spunto acetico e una lieve astringenza legnosa finale limitano ulteriormente la facilità di bevuta di una birra che mantiene comunque un elevato potere rinfrescante e dissetante. Bottiglia che delude un po' per la pochezza di profondità e complessità, sopratutto se penso al ricordo dello stesso millesimo (2015) bevuto a Brussels oltre un anno fa: pieno e ricco di ciliegia, elegante, piacevolmente in equilibrio tra dolce ed aspro, tra frutta e "funky" (che dopo quasi due anni di bottiglia la ciliegia fosse meno in evidenza non è ovviamente una sorpresa). Tappo di sughero bagnato all'esterno e tappo a corona con qualche lieve muffa: l'imputato numero uno per una bottiglia poco in forma potrebbe essere in questo caso il signor sughero?Formato 37.5 cl., alc. 5%, imbottigliata 18/06/2015, scad. 18/06/2025, pagata 4.80 Euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Oud Beersel Oude Kriek Vieille 2014

Dopo quelle di Lindemans e 3 Fonteinen è il momento di assaggiare la Oude Kriek di Oud Beersel e continuare questo breve viaggio tra birra e ciliegie. "Anno 1882” è la scritta che compare sul logo di Oud Beersel: la sua storia inizia quando Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare.  Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro dei suoi storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003 lanciando contemporaneamente la Bersalis Tripel prodotta da Huyge per raccogliere i finanziamenti necessari a rimettere in piedi il birrificio. Nel frattempo il lambic secondo la ricetta di Vandervelden viene prodotto da Frank Boon e portato poi a maturare nelle botti di legno a Beersel, per poi essere riportato da Boon per il blend finale e l'imbottigliamento. Il 16 marzo del 2007 vengono ufficialmente commercializzate le prime Oude Geuze e Oude Kriek di Beersel, mentre pochi mesi dopo Roland De Bus rassegna le dimissioni ma viene prontamente sostituito dal padre di Gert, Jos Christiaens, da poco in pensione. Tornando alle kriek, sono attualmente tre quelle prodotte da Oud Beersel se escludiamo le più care commercializzate con il marchio Bzart. Per scegliere cosa versare nel bicchiere è fondamentale prestare attenzione alla presenza dell’aggettivo Oude, ovvero vecchio.  Acquistando la semplice kriek (3.5% ABV), come nel caso di Lindemans, vi troverete nel bicchiere un lambic addolcito con fruttosio ed edulcorante artificiale (Acesulfame K) per il quale vengono utilizzati 200 grammi di ciliegie Morello per litro. Più raro (e pregiato) è invece la solita variante Schaarbeekse Oude Kriek prodotta con le omonime ciliegie raccolte a nord di Brussels, sempre difficili da reperire: il primo lotto di circa 1500 bottiglie  (7.2% ABV) è stato prodotto nel 2016 aggiungendo le ciliegie ad un blend di lambic di 1 e 2 anni e facendolo poi maturare in botti di legno. Di più facile reperibilità anche in numerosi supermercati è invece il classico Beersel Oude Kriek Vieille (6.% ABV) prodotto con 400 grammi di ciliegie Morello per litro che vengono aggiunte al lambic: assaggiamolo.La birra.Si presenta all’aspetto di un intenso rosso che oscilla tra il rubino ed il porpora: la schiuma, leggermente macchiata di rosa, è cremosa e compatta e mostra una persistenza davvero notevole, se confrontata a quella delle altre kriek assaggiate nei giorni scorsi. Anche se viene utilizzata una varietà di ciliegia aspra, al naso domina il dolce con una sensazione che ricorda più lo sciroppo che la “pienezza” del frutto maturo: ad affiancarlo ci sono profumi di lampone e mirtilli. La componente funky/rustica è quasi assente ed anche l’asprezza (amarena, ribes rosso) rimane molto in secondo piano: bene la pulizia e intensità degna di nota in una bottiglia che ha oltre due anni di vita. La bevuta inizia dallo stesso dolce di ciliegia per prendere poi rapidamente la strada dell’asprezza delle amarene, del limone e del ribes rosso: anche al palato la componente rustica è quasi assente, privilegiando la frutta. La sensazione palatale è perfetta, con grande scorrevolezza e vivaci bollicine a rendere la bevuta scattante: chiude molto secca con una punta amara di mandorla e scorza di limone. Alcool fantasma, bene la pulizia ma l’eleganza non è al livello della 3 Fonteinen a causa di una ciliegia che ricorda un po’ troppo lo sciroppo. Una kriek accessibile che nella sua asprezza non è mai tagliente e riesce a farsi accettare anche da palati poco avvezzi allo stile: il prezzo e la facile reperibilità in Belgio costituiscono un ulteriore bonus che contribuisce a definire un soddisfacente rapporto qualità-prezzo. Non è l'olimpo ma il livello è comunque alto.Formato: 37.5 cl., alc-. 6%, lotto 43181, scad. 14/11/2034, pagata 3.35 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.