Tempest Double Shuck

L’abbondanza lungo le coste dell’Inghilterra avevano reso le ostriche nella seconda metà del diciottesimo secolo “il pasto dei poveri”:  per un penny se ne potevano acquistare quattro, ovviamente accompagnate da quella che era la bevanda più diffusa (e più economica) nelle public houses. Porter/Stout e ostriche divennero quindi il pasto tipico per migliaia di lavoratori, creando quell’involontario abbinamento gastronomico che ancora oggi conosciamo. La disponibilità di ostriche si ridusse drasticamente nel secolo successivo ed il mollusco riprese ad avere quello “status di pregio” che gli era stato riconosciuto dai romani sin dal primo secolo dopo Cristo: un simbolo di femminilità, nascita e suggestione afrodisiaca. Non si hanno invece notizie precise riguardo la nascita della prima Oyster Stout: ad inizio del ventesimo secolo è noto che la Colchester Brewing Company produceva una Oyster Feast Stout in occasione della festa annuale che celebrava il raccolto di ostriche nei pressi del fiume Colne. E’ probabile che molte altre Oyster Stout – nessuna delle quali utilizzava realmente ostriche – siano nate per queste occasioni. E’ altresì provato che per un certo periodo l’estratto di guscio di ostrica fu usato nella produzione della birra come agente chiarificante, e quindi con una motivazione tutt’altro che gastronomica. La Oyster Stout di Marston, oggi rinominata Pearl Jet, fu probabilmente la Oyster Stout più diffusa e di maggior successo, ma anche lei non conteneva nessuna ostrica.La birra.Vere ostriche sono invece state utilizzate dal birrificio scozzese Tempest (qui la loro storia) per produrre Double Shuck, una massiccia imperial stout (11%); per 2000 litri di mosto sono state impiegate 200 ostriche provenienti dall’isola di Lindisfarne e aggiunte a fine bollitura assieme a della paprika affumicata, a ricordare quelle ostriche affumicate che potete talvolta assaggiare negli Osyter Bar. Le ostriche erano state in precedenza bollite per 90 minuti; la ricetta fu realizzata per la prima volta nel luglio 2015 e prevede l’utilizzo del luppolo neozelandese Waimea, mentre per la rifermentazione in bottiglia viene utilizzato lievito champagne. Il termine “shuck” in inglese significa “guscio” ma con “to shuck” si indica anche “l’aprire le ostriche con un coltello", ovvero quello che hanno fatto i due birrai di Tempest per ben duecento volte in quel pomeriggio di luglio.  L’etichetta è invece opera di Zuzana Kerdova.Si presenta completamente nera e nel bicchiere forma un piccolo cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dalla discreta persistenza. Carne affumicata, orzo tostato, fondi di caffè e liquirizia formano un aroma che si completa con note minerali; l'intensità è notevole, mentre pulizia e eleganza sono soltanto discrete. Il corpo, tra il medio e il pieno, è quello necessario a reggere una birra imponente: ci sono tuttavia un po' troppe bollicine per lo stile a rendere la bevuta meno morbida di quello che potrebbe essere. Al gusto l'affumicato è molto meno in evidenza rispetto all'aroma: è un'imperial stout ben bilanciata tra caramello, liquirizia, caffè e tostature, con queste ultime che aumentano d'intensità nel finale e vengono affiancate dall'amaro della resina. Una quasi impercettibile nota salina fa ogni tanto capolino, ma è sopratutto la componente minerale ad essere avvertita; la paprika, oltre all'affumicato, apporta un delicato calore che emerge sopratutto negli ultimi istanti della bevuta. E' un'imperial stout intensa ma non immune da imprecisioni, soprattutto per quel che riguarda pulizia ed eleganza; l'alcool è presente ma non disturba e la birra si sorseggia senza grosse difficoltà. Di spazio per migliorare ce n'è: bene ma non benissimo, considerando il prezzo del biglietto che si colloca in fascia alta.Formato: 33 cl., alc. 11%, lotto 000331, scad. 16/11/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Three Floyds Brewing Company: Yum Yum, Alpha King, Apocalypse Cow

Finalmente arriva sul blog anche Three Floyds, birrificio operativo dal 1996 nello stato dell’Indiana ma praticamente inglobato in quella enorme area urbana che circonda Chicago, Illinois. A fondarlo è Nick Floyd con l’aiuto del padre Michael e del fratello Simon in un edificio di mattoni a Hammond, Indiana, dove un tempo c’era un meccanico auto: “pagavamo 500 dollari d’affitto al mese, se avessimo aperto un brewpub da 500 metri quadri in Illinois ne avremmo pagati 5000”. Nick ai tempi del college odiava la birra e non capiva come i suoi compagni potessero bere Budweiser o Old Style; è un viaggio in Europa a fargli scoprire quella buona e a spingerlo a iniziare con l’homebrewing quando è diciottenne. Al compimento del ventunesimo anno s’iscrive al Siebel Brewing Institute di Chicago e inizia poi a lavorare alla Florida Brewery di Auburndale e alla Weinkeller, un brewpub nei dintorni di Chicago ovviamente specializzato in stili della tradizione tedesca. Nel 1996, “stanco di far arricchire gli altri con il mio lavoro” Nick apre il Three Floyds Brewpub. L’investimento economico è ridotto ai minimi termini  per evitare troppi debiti: l’impianto da 6 ettolitri, che egli stesso chiama Frankenstein, viene ricavato da un enorme bollitore alimentato da un fornello tipo “wok”, vecchi fermentatori aperti dimessi da un’industria casearia del Wisconsin e da serbatoi provenienti dalla Canfield Cola. Il successo è quasi immediato e nel 2000 i Three Floyds acquistano un magazzino più grande nella vicina Munster dove viene installato un nuovo impianto da 40 ettolitri che inizia a produrre circa 11000 ettolitri continua a crescere del 20% anno dopo anno; nel 2005 il vecchio brewpub originale viene trasferito accanto al nuovo magazzino continuando ad essere alimentato da un mini-impianto separato con il quale i Floyds si divertono a sperimentare nuove ricette. “’Non è normale’ è il nostro motto” dice Nick “non c’interessa se al consumatore medio le nostre birre non piacciono. Vogliamo essere strani e diversi; molto microbirrifici prendono il loro nome da una città e mettono animali, montagne o alberi sulle loro etichette. Noi volevamo l’esatto contrario, ecco perché abbiamo queste etichette così strane" (molte delle quali realizzate dal designer e beer writer Randy Mosher). Difficile parlare di Three Floyds senza chiamare in causa i beer-geeks ed il beer rating: Ratebeer lo proclama miglior birrificio al mondo nel 2007, 2009, 2010, 2011 e 2012. Nei due anni mancanti, 2006 e 2008, si piazza al secondo posto. La spinta arriva soprattutto dall’hype nato intorno all’imperial stout chiamata Dark Lord (imbottigliata a partire dal 2005) che viene messa in vendita solo una volta l’anno, solitamente l’ultimo sabato di aprile, nel corso di un evento per il quale dovete essere molto rapidi nell’acquistare i biglietti on-line, esauriti in pochissimi minuti. Quello dell’ultima edizione (180 $) permetteva a circa 6000 fortunati l’acquisto 4 bottiglie di Dark Lord più una variante a scelta. In molti si sono domandati il perché del successo o culto di Three Floyds: birrificio di elevata qualità come però ce ne sono tanti altri negli Stati Uniti. O perché a gennaio 2012, quando debuttò l’American Pale Ale Zombie Dust, la gente si precipitò (letteralmente) di corsa al birrificio per acquistare le bottiglie che stavano uscendo dalla linea di confezionamento: in poche ore sparirono tutti i 1000 cartoni prodotti, ossia 24.000 bottiglie.  La risposta – ovvia -  è che Three Floyds è molto più che un semplice birrificio: è un marchio che include le fantasiose etichette, le barbe e i tatuaggi, l’heavy metal. E’ una grande operazione di marketing da parte di un birrificio in cui non c’è in verità nessuno che si occupa di marketing: è semplicemente lo stile di vita del fondatore Nick Floyd. Three Floyds distribuisce regolarmente solamente in Indiana, Chicago e in alcune città del Wisconsin (Milwaukee e Madison); occasionalmente anche in alcune città dell’Ohio, dell’Illinois e del Kentucky. In un futuro sempre più prossimo ci dovrebbe finalmente essere la tanto attesa apertura di un secondo brewpub a Chicago (“ovunque ma non nel loop”, dice Nick); 65.000 gli ettolitri prodotti nel 2016 secondo i dati della Brewers Association: da qualche anno i Floyds hanno annunciato un nuovo piano di espansione da 10 milioni di dollari per arrivar ad un potenziale di 100.000 barili/anno (117.000 ettolitri). A novembre 2016 è poi arrivato il birraio Todd Haug, fuoriuscito da  Surly dopo il licenziamento della moglie, ora anche lei assunta dai Floyds. Una figura pressochè perfetta (barba, tatuaggi e heavy metal) per il marchio: “quando diedi le dimissioni da Surly mi arrivarono offerte di lavoro da mezzo mondo – dice Todd – ma io già sapevo quello che volevo fare: andare da Three Floyds”.Le birre.Iniziamo dalla Yum Yum, che il birrificio di Munster definisce un’American Session Ale, anche se l’ABV (5.5%) è un po’ oltre la soglia del sessionabile; i luppoli utilizzati non sono dichiarati, l’etichetta è opera dello studio di design Zimmer. Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio ed è sormontato da un cremoso e compatto cappello di schiuma bianca. Il naso non è particolarmente intenso ma c’è pulizia ed eleganza di profumi floreali, arancia e pompelmo, qualche nota biscottata. Più intenso e convincente è invece il gusto che propone una delicata base maltata (biscotto, miele, caramello) a supporto dei luppoli:  il dolce dell’arancia e del pompelmo ricorda più la marmellata che la frutta fresca, il finale è delicatamente amaro con un mix ben riuscito di scorza d’arancia, note terrose ed erbacee. Una (Session) Pale Ale bilanciatissima e facile da bere, ottimo mouthfeel, con una pulizia ed una precisione quasi chirurgica che però le tolgono un po’ di emozione. Alpha King è la flaghsip beer dei Floyds; la ricetta originale risale al 1996 e, ricorda Nick, ”aveva 100 IBU quando tutti gli altri birrifici qui intorno non andavano oltre i 30”. La birra è stata negli anni un po' ammorbidita, diventando meno amara (68 le IBU dichiarate): dicono che la ricetta originale si  sia oggi reincarnata quasi per intero nella Dreadnaught Imperial IPA. L’etichetta è opera dell’artista  Phineas X. Jones dello studio Zimmer-design; i luppoli utilizzati non sono noti ma qualcuno parla di Centennial, Warrior e Cascade. Il suo colore è un arancio carico velato, mentre la schiuma biancastra è cremosa ed ha un'ottima persistenza. Ad un mese dall'imbottigliamento l'aroma non è particolarmente intenso: note floreali e biscottate, marmellata d'agrumi, qualche spunto terroso. Il mouthfeel è invece perfetto: una APA/IPA morbidissima che scorre con grande facilità e soddisfazione per il palato. La tradizione del Midwest che vuole una base maltata non invadente ma comunque ben presente è rispettata: biscotto e miele supportano il dolce dell'arancia candita e della marmellata di agrumi. Niente da obiettare per quel che riguarda pulizia ed eleganza, chiude con un amaro d'intensità moderata dove la scorza d'arancia incontra il terroso. Alcool (6.5%) inavvertibile, grande bevibilità ed un equilibrio perfetto sono i pregi di un'American Pale Ale molto ben fatta. Ad un mese dalla messa in bottiglia non c'è tuttavia quella fragranza che t'aspetteresti, e anche qui la "perfezione" tecnica tende a sopprimere le emozioni.  Chiudiamo in crescendo con la Double IPA Apocalypse Cow, gradazione alcolica imponente (11%) e aggiunta di lattosio per ottenere un mouthfeel vellutato. Realizzata per la prima volta nel 2008, è una delle undici birre stagionali che Three Floyds produce ogni anno: il suo mese è giugno. Non so se il nome sia ispirato all'omonimo episodio dei Simpsons, trasmesso in quello stesso anno: l'etichetta è opera dell'artista Dan Grzeca.Nel bicchiere si presenta di color arancio e, considerando la gradazione alcolica, la schiuma è piuttosto generosa ed ha un'ottima persistenza. Ananas, mango, mandarino, arancia e pompelmo formano un bouquet aromatico molto pulito ed elegante ma privo di quell'intensità esplosiva che ti aspetteresti da una (triple) IPA. Al palato è effettivamente cremosa ed estremamente morbida, e il suo corpo imponente, quasi pieno, non è comunque ingombrante. Lo stesso si può dire dei malti, biscotto e miele non tolgono assolutamente spazio ad una componente fruttata che richiama quasi in toto l'aroma. L'amaro (zesty, resina) è molto delicato e serve più che altro a bilanciare il dolce: l'alcool è molto ben dosato e dimostra almeno tre gradi in meno di quelli dichiarati. Non è quindi difficile sorseggiare questa "big beer" che sfoggia pulizia ed eleganza a livelli davvero alti. Spesso queste IIIPA rischiano di trasformarsi in dolcioni zuccherini o in bombe di resina e alcool che asfaltano il palato: al di là del nome "apocalittico", quella di Three Floyds è invece un riuscitissimo esempio di bilanciamento. Nel suo genere un piccolo capolavoro, solamente penalizzato da un'aroma un po' sottotono per quel che riguarda l'intensità.  A dispetto dell’immagine aggressiva che il birrificio veicola, tutte queste birre di Three Floyds mi hanno davvero stupito per avere le stesse caratteristiche: grande equilibrio, pulizia e facilità di bevuta.Nel dettaglio:Yum Yum, formato 35.5 cl., alc. 5.5%, IBU 63, lotto non riportato, 3.29 $Alpha King, formato 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 68, imbott. 11/07/2017, 2.74 $Apocalypse Cow, formato 65 cl., alc. 11%, IBU 90, imbott. 15/06/2017, 12.99 $

Marston’s Pearl Jet Stout

Del birriifico Marston, fondato nel 1834 e passato poi attraverso le mani di diversi proprietari, ne avevo già parlato in occasione della loro birra “iconica” Pedigree. Nel novembre 2016 Marston ha annunciato investimenti per un milione di sterline per rinnovare completamente la propria offerta brassicola: nuove etichette e grafiche, in alcuni casi nuovi nomi, ristrutturazione del centro visitatori del birrificio nel quale è anche stato installato in microimpianto, chiamato DE14, con il quale verranno prodotte nuove birre in piccoli lotti, al momento disponibili solo per l’assaggio in loco e nei festival ai quali Marston parteciperà. Il piccolo impianto consentirà una maggior flessibilità produttiva e di sfornare novità agli elevati  ritmi che oggi il mercato richiede. “I giorni in cui bastava far uscire una qualsiasi birra dal contenuto alcolico ridotto sono finiti - dice  Richard Westwood, direttore di Marston – Dieci anni fa tutti usavano gli stessi luppoli e gli stessi malti, oggi un birraio dev’essere creativo; nel passato nessuno si è mai chiesto quello che volessero i consumatori, i prototipi di birra non venivano mai fatti assaggiare a loro ma solamente a un panel che decideva se erano buone o no. Oggi dobbiamo conquistare il consumatore, e le grafiche delle nostre etichette non erano al passo col mercato attuale; le abbiamo rinfrescate per i vecchi bevitori e per farle scoprire a dei nuovi. E avremmo dovuto farlo molto prima”.  Una nuovo campagna pubblicitaria vuole promuovere, con lo slogan “From Burton With Love’”, l’importanza delle radici storiche del birrificio e della gente locale che vi lavora: “Burton è una città dalla grande tradizione brassicola e la storia di Marston è la storia di Burton”. Abbiamo quindi nuove etichette per le classiche Pedigreem Old Empire e EPA – English Pale Ale; nasce una nuova Pale Ale chiamata 61 Deep, il cui nome si riferisce alla profondità di uno dei pozzi d’acqua fresca utilizzati dal birrificio; Burton Bitter viene rinominata Saddle Tank in onore del veicolo a vapore su rotaie che veniva utilizzato per trasportare materie prime e fusti. Roger Protz non è molto convinto del successo di questa iniziativa e si chiede, a ragione, che fascino potrà avere un nome come “Saddle Tank” su quei giovani consumatori che Marston dice di voler conquistare.La birra.Anche la storica Oyster Stout di Marston viene coinvolta in questo cambiamento, e modifica il proprio nome in “Pearl Jet”: la termine perla rappresenta un’ovvia continuità con le ostriche mentre “jet” si riferisce al suo colore, ovvero “jet black”.  Anche l’etichetta si tinge di nero e ospita un corvo con una perla nel becco; scompaiono spiaggia, gabbiano e didascalia “dark-rich-smooth”. Ricordo che a dispetto del suo nome la Oyster Stout di Marston, pastorizzata nella versione in bottiglia, non utilizzava i pregiati molluschi. Il suo colore è effettivamente prossimo al nero ed è sormontato da una perfetta testa di schiuma “abbronzata”, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.  Al naso orzo tostato, caffelatte, qualche accenno al terroso e ai frutti di bosco. L’intensità è discreta, la pulizia c’è, inutile aspettarsi fragranza o eleganza. Il mouthfeel è invece piuttosto soddisfacente per una session beer: corpo medio, poche bollicine, consistenza palatale piuttosto morbida, quasi una carezza che si mantiene ben distante da pericolosi scivoloni nell’acquoso. L’intensità è buona anche per quel che riguarda il gusto, bilanciato tra caramello e delicate tostature, accenni di caffelatte e qualche timida nota di cioccolato; convince meno il finale, dove tostato e terroso formano un amaro poco elegante che sconfina un pochino nella gomma bruciata. Priva di sussulti emotivi, la (nuova) Pearl Jet di Marston è una discreta stout abbastanza secca ma poco “viva” e priva di fragranza e non lascia un particolare ricordo di sé:  gli scaffali dei supermercati italiani non offrono tuttavia molta scelta a chi ha voglia di bere una stout e anche le poche “stout artigianali” che  s’incontrano non rappresentano il meglio della produzione italiana. Se vi accontentate, il rapporto qualità prezzo di questa Marston sul suolo italico (6 euro al litro circa) è tutto sommato accettabile.Formato: 50 cl., alc. 4.5%, lotto B7006, scad. 06/02/2018, prezzo indicativo 2.99 Euro (supermercato)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dark Horse: Smells Like a Citra Safety Meeting IPA & Bourbon Barrel Toonilla

Un ritorno  sempre a me gradito quello della Dark Horse Brewing Company, birrificio di Marshall (Michigan) fondato Bob Morse e dal figlio Aaron dapprima nel 1997 come brewpub e poi trasformato nel 2000, a causa dello scarso successo, in un microbirrificio. La loro storia ve l’avevo riassunta qui; l’impianto originale da otto ettolitri, ancora in funzione per soddisfare il consumo della taproom, è stato affiancato nel 2011 da uno da ventitré ettolitri con un investimento da 700.000 dollari. Dai 7100 ettolitri prodotti nel 2010, prima del cambio, si è arrivati agli 11.000 del 2011 e ai 17.500 del 2012; l’annata 2015 si è conclusa con 30.000 ettolitri, numero ormai prossimo a saturare l’attuale capacità massima (35.000). Dark Horse produce cinque stout di alto livello  (“per meglio affrontare i rigidi inverni del Midwest”) che sono a mio parere le loro birre meglio riuscite; ma gli amanti del luppolo non rimangono di certo con la bocca asciutta: la Crooked Tree è la IPA della casa disponibile tutto l’anno e affiancata da diverse altre “sorelle” occasionali e stagionali. Tra queste c’è la Smells Like A Safety Meeting, una Double IPA commercializzata per prima volta nel 2013 nel periodo aprile-luglio; la birra era in verità già disponibile al brewpub di Dark Horse da qualche anno ed era nota con il nome Smells Like Weed IPA, ovvero “ha l’odore dell’erba”. E’ realizzata con un mix “segreto” di luppoli per ottenere il massimo carattere “dank” possibile, reminiscente appunto della marijuana; tutto bene finché la IPA era disponibile solo al brewpub, ma al momento della commercializzazione in bottiglia la Michigan Liquor Control Commission non ha apprezzato il nome scelto e Dark Horse è stato costretto a cambiarlo, optando per Smells Like A Safety Meeting. “Safety meeting” è lo slang utilizzato per darsi appuntamento a fumare una canna sul luogo di lavoro.Le birre.A luglio 2016 viene realizzata una variante di questa Double IPA con il solo luppolo Citra e chiamata Smells Like A Citra Safety Meeting, abbandonato così il legame con "l'erba": la varietà di luppolo non è di certo nota per impartire un carattere “dank” alla birra. Il suo colore è ambrato con riflessi ramati: la schiuma che si forma è un po’ grossolana, di modeste dimensioni e dalla persistenza piuttosto breve. L’aroma è piuttosto dolce, con agrumi canditi ad affiancare profumi tropicali di ananas e mango: notevole la componente zuccherina, anche l’alcool si fa sentire mentre in secondo piano ci sono richiami di terriccio umido. E’ una Double IPA che al palato si fa notare sia per quel che riguarda la componente etilica che per il corpo, quasi pieno, morbido, avvolgente: i malti sono ben percepibili, rispettando la “scuola del Midwest", con note di biscotto, caramello e miele ad affiancare quelle dolce degli agrumi canditi e della marmellata. La bevuta parte piuttosto dolce per essere poi bilanciata da un finale amaro di buona intensità basato sul canovaccio vegetale/terroso. E’ una Double IPA pulita e intensa, ben fatta ma che si trova agli antipodi rispetto alle mie preferenze d'interpretazione dello stile: riesco a sorseggiarla con molta noia. Non ho avuto l’occasione di provare la Smells Like A Safety Meeting “originale”, dove forse il diverso mix di luppoli meglio interagiva con il robusto sottofondo maltato. Nel 2016 una nuova stout s’aggiunge alla già ampia offerta di Dark Horse: è la Toonilla, una sweet stout che probabilmente si basa sulla ricetta della Too Cream Stout (7.5%) prodotta con lattosio. Toonilla (7.5%) impiega invece baccelli di vaniglia e caffè prodotto dalla Dark Street Roasting Company, ovvero la branca di Dark Horse dedicata alla torrefazione del caffè; il nome “Dark Horse” era già utilizzato da altre torrefazioni e quindi il birrificio del Michigan si è visto costretto a sceglierne un altro. La Stout Toonilla venne messa in vendita, solamente in bottiglia, a partire dall’11 giugno 2016 nel General Store del birrificio e fu seguita, qualche mese dopo, dalla sua versione invecchiata in botti ex-bourbon. Lo scorso febbraio 2017 sono stati riempiti i barili di bourbon che hanno poi dato vita, dopo circa sei mesi, alla Bourbon Barrel Toonilla 2017. Assolutamente nera, forma nel bicchiere una piccola ma cremosa patina di schiuma che ha una discreta persistenza. L'aroma è molto pulito e evidenzia un uso piuttosto raffinato del caffè; l'accompagnano profumi di vaniglia, bourbon e, nelle retrovie, fruit cake, tabacco e cacao. E' una stout robusta (7.5%) o, se preferite, una che si colloca sul limite inferiore "dell'imperial": il corpo è medio, con poche bollicine ed una consistenza oleosa abbastanza morbida e avvolgente all'ingresso ma che s'assottiglia un po' nella parte finale. L'intensità è assolutamente notevole e la bevuta procede ricca di caffè e tostature, vaniglia e caramello, bourbon, frutta sotto spirito, tabacco. Potente, calda e appagante, dimostra un po' di più dei gradi alcolici dichiarati ma la si sorseggia con calma e piacere, senza grossa difficoltà. Il passaggio in botte le dona una netta nota di bourbon che ben si sposa con il caffè; le manca il corpo delle grandi imperial stout ma è un lusso al quale l'intensità e la pulizia dei sapori fa facilmente rinunciare: Un altra ottima birra da un birrificio che difficilmente sbaglia quando si tratta di produrre stout.Nel dettaglio:Smells Like a Citra Safety Meeting IPA, 35,5 cl., alc. 8%, IBU 43, imbott. 07/2017,   2,40 $Bourbon Barrel Toonilla, 35.5 cl., alc. 7,5%, IBU 23, data imbott. non riportata, 4,49 $

OWA Ume Lambic 2016

OWA, ovvero Europa (O) e Giappone (WA): queste le lettere scelte da Leo Imai, quarantenne nativo di Yokohama, per dare vita alla sua beerfirm nel 2007. Dopo aver lavorato in Giappone al ristorante del birrificio Kirin, nel 2001 Imai si sposta in Scozia per frequentare Brewing and Distilling alla Heriot-Watt University di Edimburgo. Dal 2003 inizia a fare pratica presso alcuni birrifici in Irlanda, Germania e Belgio; è proprio qui che coglie l'occasione di sfruttare la capacità produttiva inutilizzata del birrificio dove sta lavorando per lanciare la sua beerfirm OWA. Al centro del progetto c'è l'abbinamento gastronomico, e ogni birra è studiata per accompagnare pietanze giapponesi. Si parte con un birra ambrata chiamata semplicemente Owa alla quale viene affiancata la stout Kuro. Da quanto capisco le ricette vengono studiate su un piccolo impianto che si trova nel comune di Uccle, poco fuori Bruxelles, e vengono poi prodotte su grande scala altrove; attualmente Imai si appoggia agli impianti di Van Den Bossche, ma in passato ha prodotto anche presso De La Senne, De Ranke e St. Feuillien. La stout Kuro è anche proposta in versione barricata in botti di vino rosso con il nome di Grand Cru.  OWA produce poi tre lambic alla frutta, tutti caratterizzati dall'utilizzo di un ingrediente giapponese: il Sakura Lambic, con foglie di ciliegio, lo Yuzu Lambic con scorza dell'omonimo agrume e lo Ume Lambic che andiamo ad assaggiare.La birra.Ume è una sorta di prugna giapponese dal gusto più aspro rispetto a quelle europee; Imai utilizza quelli provenienti dalle regione di Wakayama che, oltre ad essere le più pregiate, dovrebbero essere anche quelle meno "allappanti". Con l'ume si produce in Giappone anche un liquore chiamato Umeshyu. Per il primo lotto di circa 2000 bottiglie OWA ha utilizzato lambic di due anni proveniente da Oud Beersel mentre per quelli successivi lambic di un anno di De Troch.Il millesimo 2016 si presenta nel bicchiere di colore dorato quasi limpido: in superficie si forma una piccola schiuma piuttosto grossolana e molto rapida nel dissiparsi. L'aroma è caratterizzato dall'asprezza del limone e della frutta acerba come mela verde e uva: non ho mai assaggiato l'ume ma effettivamente qualche profumo che ricorda la prugna molto acerba c'è. La componente "funky" del lambic non è particolarmente evidente con gli odori di "cantina", polvere e legno che rimangono molto in secondo piano. Le poche bollicine presenti nella bottiglia non aiutano a dare a questo lambic particolare vitalità: la bevuta è attraversata da un'asprezza piuttosto netta (limone e uva acerba) e da taglienti note lattiche. Man mano che la birra si scalda emergono alcune note legnose e altre - molto meno piacevoli - che ricordano un po' il vomito: la chiusura è molto secca, con una lieve astringenza che rovina un po' l'effetto dissetante e rinfrescante della bevuta.Il frutto caratterizzante non è particolarmente in evidenza, nel bicchiere ci sono molti spigoli e poca complessità: il confronto con un lambic alla prugna simile, quello prodotto da Tilquin, risulta impietoso, anche per il rapporto qualità prezzo. Mi sembra un prodotto che si può lasciare tranquillamente sullo scaffale e passare oltre.Formato: 37.5 cl., alc. 5.5%, lotto 2016, scad. 02/2023, prezzo indicativo 12.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jackie O’s: Mystic Mama IPA & Dark Apparition Imperial Stout 2017

Athens, capoluogo dell’omonima contea dell’Ohio, è una tranquilla cittadina di 28.000 abitanti che si moltiplicano nei mesi in cui gli studenti frequentano i corsi della Ohio University. Tra di loro nel 2004 c’era anche Brad Clark che per mantenersi gli studi faceva un po’ di tutto in un brewpub chiamato O’Hooley’s: era lì che – oltre alle birre della casa - aveva iniziato a conoscere quelle di  Sierra Nevada, Dogfish Head, Avery e Allagash.  Appena riesce a fuggire dal dormitorio del college e ad affittare un mini-appartamento con alcuni amici Brad inizia a farsi la birra in casa; nel 2005 il pub dove lavorava si trova in difficoltà finanziarie e propone l’investimento all’amico Art Oestrike, già proprietario di un negozio di Bagel che da sempre desiderava aprire un bar. Oestrike rileva l’attività in fallimento e offre a Brad, che lo riforniva spesso con la sua birra fatta in casa, il ruolo di apprendista birraio: “io sapevo solo fare birra da kit in casa e lui non aveva mai gestito neppure un bar, figuriamoci un brewpub; fu una pazzia, non avevamo idea di quello che stavamo facendo”.  Per qualche mese Clark affianca il precedente birraio del brewpub sull’impianto da 8 ettolitri e poi si reca per un anno a Chicago per di seguire un corso al Siebel Institute; in città passa i weekend al Map Room, un pub nel quale s’innamora della Rodenbach Grand Cru e di altre birre acide a lui ancora sconosciute. Nel frattempo, ad Athens, la madre di Oestrike muore improvvisamente di cancro ai polmoni e, in suo onore, il locale O’Hooley’s viene rinominato Jackie O’s; terminato il corso Clark è molto più confidente delle sua capacità e assume il ruolo di birraio. Per il nuovo nato brewpub Jackie O’s è l’inizio di una crescita senza sosta che inizia nel 2009 con l’apertura di un secondo pub con trenta spine e cucina a fianco del brewpub e di un forno i cui prodotti sono serviti sia al pub che nei Farmers Market della zona. Nel 2012 Oestrike e Clark acquistano un nuovo edificio ad un paio di miglia di distanza, una sorta di fattoria con tanto di silo, nel quale a marzo 2013 viene inaugurato il nuovo impianto da 24 ettolitri. Qualche mese dopo debuttano le prime lattine della Firefly Amber e della Brown Ale Chomolungma; la produzione si assesta sui 5000 ettolitri l’anno tra fusti (30%), bottiglie e lattine (70%) per raddoppiare l’anno successivo. Il nuovo birrificio offre anche a Clark uno spazio nel quale iniziare a produrre quelle birre acide che ama, una linea d’imbottigliamento separata per evitare contaminazioni, tre foeders da 120 ettolitri e qualche centinaio di botti ex rum, bourbon e vino. Tutto sembra andare per il meglio quando, il 16 novembre 2014, un terribile incendio colpisce Union Street, la strada dove si trovano i due locali di Jackie O’s:  il tetto, gli impianti idraulici e la cucina del pub vengono gravemente danneggiati ma fortunatamente gli impianti del brewpub adiacente sono salvi. Ad un’azienda che aveva appena fatto ingenti investimenti viene però a mancare la principale fonte di reddito: una quarantina di persone rimangono senza lavoro per diverse settimane: a fine anno il brewpub riapre offrendo un menu gastronomico ridotto mentre i lavori di ricostruzione della Publican House si sono protratti sino a maggio 2016. Nel frattempo Jackie O’s ha raggiunto i 14000 ettolitri l’anno e ha avviato un nuovo piano di espansione per arrivare sino a 35.000; il 99% delle birre vengono distribuite in Ohio, con qualche occasionale spedizione in California di birre acide e “robuste”, queste ultime apparse di recente anche in Europa.Le birreLa IPA Mystic Mama (e la sua sorella maggiore Matriarch -Double IPA) è una dedica che Oestrike e Clark fanno a Jackie, la madre di Art Oestrike improvvisamente scomparsa nel 2005. La prima IPA prodotta da Jackie O’s nel 2007 si chiamava Magic Mama e si ispirava a quello che allora era uno dei birrifici preferiti da Brad Clark, Dogfish Head: “era molto amara e conteneva anche una percentuale di malto tostato, era quasi una Indian Brown Ale”. La crisi del luppolo del 2008 ne sospese la produzione che riprese solamente nel 2009 con il nome Mystic Mama. Questa volta Clark guardò alle IPA della West Coast, alla Racer 5 di Bear Republic, alla Green Flash’s West Coast IPA e alla Duet di Alpine: vennero utilizzate cinque varietà di luppolo, Centennial, Columbus, Warrior, Amarillo e Simcoe, questi ultimi due utilizzati anche in dry-hopping. Clark conferma che da allora la birra subisce dei lievi aggiustamenti volti a migliorarne la shelf life o a sopperire alla mancanza di disponibilità di qualche varietà di luppolo; la versione attuale prevede un abbondante dry hopping di Citra e Simcoe (un chilo ogni cento litri) che dura da 5 a 7 giorni.Il suo colore dorato è quasi limpido, mentre nel bicchiere si forma una generosa e cremosa testa di schiuma bianca, dall'ottima persistenza. L'aroma, benché pulito ed elegante, non è tuttavia il punto di forza di una lattina che ha un mese di vita sulle spalle: arancia e pompelmo, ananas e mango ci sono ma l'intensità è davvero bassa. Pronto riscatto al palato, a partire da una sensazione palatale molto morbida e gradevole: la bevuta è in perfetto equilibrio tra il leggero contributo dei malti (pane, accenni biscottati) e un fragrante ed elegante fruttato che richiama sopratutto il pompelmo e un po' di tropicale. L'amaro finale è di buona intensità, molto pulito ed "educato" nella sua alternanza di resina e pompelmo: l'alcool è molto ben nascosto in questa IPA dalla grande bevibilità, pulitissima e molto bilanciata, capace di rivaleggiare con le sorelle della West Coast alle quali dichiara di ispirarsi. "Adoro i malti: non che i luppoli siano da meno, ma sono davvero molto eccitato quando mi trovo nella mia stanza dei malti a immaginare che cosa posso fare con loro": queste le parole di Brad Clark che utilizza una tonnellata di malto nel suo bollitore da 23 ettolitri per una delle birre che ama maggiormente produrre. E' la imperial stout Dark Apparition, il cui successo ne ha poi originato le solite molteplici varianti sia per quel che riguarda gli ingredienti aggiunti (caffè, vaniglia...) che i passaggi in differenti botti.Nera quanto la sua etichetta, forma nel bicchiere una bella  testa di schiuma cremosa e compatta: al naso s'intrecciano profumi di caramello bruciato e melassa, caramella mou, orzo tostato e caffè, tabacco e cacao in sottofondo. Il suo corpo medio non è particolarmente ingombrante e la sensazione palatale si mantiene sul versante oleoso senza indulgere nella lussuria del cremoso. La bevuta si mostra potente sin da subito, con l'alcool che non mostra nessuna timidezza e riscalda ogni sorso: caramello, frutta sotto spirito (prugna, uvetta) e melassa danno forma ad una bevuta che inizia  abbastanza dolce mettendo caffè e tostature e tabacco in secondo piano. Intensa e avvolgente, la Dark Apparition di Jackie O's è una sorta di piccolo dessert che si sorseggia con calma ma con grande soddisfazione: in chiusura delicate tostature, caffè e qualche accenno di cioccolato vengono bagnati da una calda nota etilica che prende per mano e accompagna per un bel pezzo di strada.Nel dettaglio:Mystic Mama IPA, formato 35.5 cl., alc. 7%, IBU 80, imbott. 12/07/2017, 2,02 $Dark Apparition, format 37.5 cl., alc. 10.5%, lotto 2017, 6,21 $NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto Black Bretty

Tra le molte novità del 2014 di Toccalmatto, oltre a diverse one-shot e collaborazioni varie, c’è stata la nascita della linea sperimentale FreakLab Series: viene inaugurata  a settembre con l’uscita della Black Bretty. “La prima, rarissima e misteriosa release della serie sperimentale FreakLab. Non saprete altro”: questo il criptico messaggio con il quale viene annunciata sul blog del birrificio di Fidenza. Qualche mese dopo è arrivata una Smoked Porter seguita a dicembre dalla Belgian Ale chiamata Antani. Non so se la FreakLab Series non sia ancora attiva ma le novità in casa Toccalmatto non smettono di arrivare, soprattutto nella forma di one shot e collaborazioni; quella più interessante è però stata la joint-venture annunciata la scorsa estate assieme a Caulier, marchio-beerfirm di proprietà italiana che produce in Belgio e in Messico. Il birrificio di Fidenza produrrà le birre Caulier per il mercato italiano (si parla di circa 11.000 ettolitri/anno) mentre De Proef continuerà a soddisfare la domanda del nord-europa.La birra.Black Bretty inaugura quindi la FreakLab Series sperimentale di Toccalmatto, caratterizzata da grafiche monocromatiche, per poi entrare nella gamma Toccalmatto e dotarsi di una vera e propria etichetta. Birra e musica s’incontrano spesso nel mondo Toccalmatto e credo che anche in questo caso - visti gli indizi in etichetta -  il nome scelto sia un richiamo ad una canzone, quella Black Betty che gli afro-americani cantavano sul lavoro negli anni ’30 del secolo scorso.  Per quel che riguarda la birra parliamo di una strong/imperial porter (9.5%) prodotta con brettanomiceti ed aggiunta ciliegie. Il lotto di produzione in etichetta sembra rimandare all’annata 2013; la bottiglia è stata da me acquistata nel 2015 e ha riposato per un paio d’anni in cantina. All’aspetto risulta ”quasi nera” e forma una testa di schiuma di modeste dimensioni, con bolle un po’ grossolane ed una discreta persistenza. L’azione dei brettanomiceti è evidente al naso, che apre con richiami al cuoio e al formaggio, alla pelle di salame; al loro fianco troviamo profumi di ciliegia, prugna e, più in secondo piano carne, salsa di soia e qualche traccia volatile di solvente. Al palato si avverte già qualche segno dell’età: il corpo è medio ma la birra appare un po’ slegata in alcuni passaggi, con una bassa carbonazione che non riesce a restituirle un po' di energia. La bevuta è comunque un interessante caleidoscopio di sapori che a parole sembrerebbero respingersi tra di loro: tostature e caffè, cuoio, salsa di soia e carne, tabacco, l’asprezza dell’amarena, il dolce dell’uvetta e della prugna. C’è una discreta astringenza che rovina un po’ quello che vorrebbe essere un finale appagante fatto di lievi tostature, caffè e qualche spunto di cioccolato; l’alcool è piuttosto delicato e apporta solamente un lieve tepore a fine bevuta. Una imperial porter piuttosto complessa da sorseggiare con calma, non tanto perché la bevuta sia difficile o impegnativa ma perché ci sono davvero molti elementi, spesso dissonanti, che richiedono la dovuta attenzione. Il risultato è un po’ confuso e un po’ penalizzato da qualche segno del tempo, ma tutto sommato è una birra che si beve con soddisfazione e che induce a farsi delle domande su quello che c’è nel bicchiere. Che sia questo il vero significato del tanto abusato termine “birra da meditazione” ?Formato: 75 cl., alc. 9.5%, lotto 13030, scad. 16/04/2023, pagata 10.00 Euro (birrificio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Michigan: Tapistry Reactor IPA, Right Brain CEO Stout & Kettle IPA, Greenbush Distorter Robust Porter

Ancora un po’ di beer hunting in territorio Americano, in particolare nello stato del Michigan: tre birrifici che non mi sembra siano mai stati importati in Europa, a oggi. Partiamo da Tapistry Brewing, fondato nel 2013 da Joe Rudnick e Greg Korson a Bridgman, nel Michigan sud-occidentale: le rive del lago sono ad un paio di chilometri di distanza e anche il confine con l’Indiana non è molto lontano. Rudnick e Korson, amici da una decina d’anni, passano molti weekend assieme a visitare birrifici del Michigan e maturano lentamente l’idea di aprirne uno. Rudnick è anche homebrewer e, a 39 anni, rinuncia alla sua ventennale carriera da ingegnere in un’industria farmaceutica per aprire le porte della Tapistry Brewing: impianto da 20 ettolitri in un edificio da  450 metri quadrati collegato ad un secondo edificio da 200 nel quale si trova la taproom. Il giardino  che circonda la proprietà può accomodare un centinaio di persone. Si inizia con otto spine per arrivare alle venti attuali:  l’organico del birrificio si compone di una decina di persone tra le quali il birraio Kyle Heslip. Dal 2015 le lattine hanno sostituito le bottiglie da 65 centilitri che sino ad allora Tapistry aveva sempre utilizzato e che vengono distribuite nell’area meridionale del Michigan e in quella settentrionale dell’Indiana. Il nome Tapistry nome deriva dall’unione delle parole “tap” e “chemisty”: in quattro anni di vita sono circa un centinaio le etichette prodotte, ma sono solo cinque quelle disponibili tutto l’anno. Tra queste la Reactor IPA, 7.5% ABV e 78 IBU per un’etichetta che sembra promettere un’esplosione nucleare di verde luppolo: Cascade, Chinook e Centennial sono supportati da un mix di malti che include Pale, Caramello e Monaco. Il suo colore è ramato, con qualche riflesso dorato ma l’aroma non è così potente come la grafica vorrebbe far credere. Nessuna indicazione sull’età di una lattina che presenta un naso poco fragrante e poco intenso, caratterizzato da una percepibile componente etilica:  marmellata d’arancia, biscotto, qualche accenno di aghi di pino. Il gusto prosegue nella stessa direzione con un buon livello di pulizia ma con poca fragranza: la bevuta risulta alquanto noiosa nel suo incedere dolce di biscotto-caramello-marmellata che quasi mette in secondo piano un finale amaro che si snoda tra il vegetale ed il terroso. L’alcool non si nasconde in una IPA solida e vigorosa ma monotona e priva di slanci. Da Tapistry facciamo una gita di circa 400 chilometri a nord per raggiungere Traverse City, una graziosa cittadina (per gli standard americani) sulla riva del lago Michigan nonché nota come “la capitale delle ciliegie”. E’ qui che Russell Springsteen ha fondato la Right Brain Brewery; nativo del Michigan, Russell lavorava nei primi anni ’90 come acconciatore e allenatore di wrestling a Boulder, Colorado, dove venne a contatto con la craft beer revolution. Alla fine degli anni ’90 fu costretto a ritornare nel Michigan settentrionale per aiutare l’agenzia immobiliare del padre; non trovando (a suo dire) niente di decente da bere decise di iniziare a farsi la birra in casa.  L’hobby divenne rapidamente un’ossessione ma Russell non disponeva dei fondi necessari per aprire un microbirrificio: ispirato da un viaggio a New York, decise allora di far coniugare le sue due passioni, capelli e birra. Nel 2005 nel Warehouse District di Traverse City nasce il Salon Saloon, metà barbiere e metà pub dedicato alla birra artigianale: due anni dopo, racimolati i 40.000 dollari necessari per acquistare un impianto usato, vende il Saloon a una delle proprie dipendenti e inaugura la Right Brain Brewery.  Nel 2013 il birrificio si è trasferito nei più ampi locali (3000 metri quadri) nel SoFo District di Traverse City con una pub annesso nel quale sono operative una ventina di spine;  all’impianto principale da 17 ettolitri se ne affianca uno da 8 per rifornire il locale che, dicono, riceve 150.000 persone ogni anno, con un picco nei mesi estivi quando la regione è popolata da molti vacanzieri.  La produzione, di circa 6000 ettolitri l’anno,  è attualmente affidata all’esperto birraio Sam Sherwood, ex Founders, Perrin e Traverse Brewing. La Ceo Stout (5.5%) viene prodotta in collaborazione con la torrefazione Jack Coffee Co. di Traverse City; CEO acronimo di Chocolate, Espresso e Oatmeal, ovvero quello che dovrebbe aspettarvi nel bicchiere. E’ la birra più venduta di Right Brain:  il caffè è effettivamente protagonista al naso, con buona eleganza ed intensità: chicchi ed espresso sono accompagnati in secondo piano da note di orzo tostato e liquirizia. Nonostante l’utilizzo d’avena la sensazione palatale non è particolarmente cremosa e sembra soprattutto mirare alla scorrevolezza: anche al palato c’è tanto caffè, supportato molto in sottofondo dal dolce del caramello e da delicate tostature. Eleganza e pulizia non sono allo stesso livello dell’aroma  ma la bevuta è ugualmente intensa e abbastanza soddisfacente, peccato per una lieve astringenza che rovina un po’ l’esperienza. Bene il caffè, secondo me manca un po’ di contorno.Centennial, Cascade e Citra, quest’ultimo anche in dry-hopping, sono i protagonisti della IPA (5.8%) chiamata Dead Kettle. Nel bicchiere è ramata con riflessi oro carico. L’aroma si compone di dolci profumi di arancia e pompelmo, ben zuccherati, con qualche nota floreale e biscottata; l’intensità è discreta, mentre pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili. Il mouthfeel è morbido e gradevole ma un po’ troppo ingombrante per una birra dal contenuto alcolico modesto che dovrebbe invece scorrere senza intoppi. La bevuta è ben bilanciata, in piena tradizione Midwest, tra caramello, biscotto, agrumi e un finale amaro, di discreta intensità ma un po’ sgraziato, nel quale s’incontrano note vegetali e di scorza d’agrumi. Anche in bocca l’intensità è di ottimo livello ma pulizia e finezza lasciano un po’ a desiderare: una IPA discreta che tuttavia è ancora ben lontana dalle migliori produzioni del Michigan. A soli dieci chilometri di distanza da Tapistry si trova la Greenbush Brewing Company, fondata a Sawyer nel giugno 2011 dai quarantenni Scott Sullivan e Justin Heckathorn, rispettivamente un ex mobiliere ed un ex bancario, nei locali che ospitavano una lavanderia. L’apertura di Greenbush era un evento atteso con grande interesse in quanto una porter prodotta da Sullivan ai tempi dell'homebrewing aveva riscosso grandi consensi in concorsi ed eventi della zona. Il nome Greenbush è quello di una vecchia stazione ferroviaria, ora in disuso, di Harbert, paese vicino dove Sullivan e Heckathorn sono nati: “il mio socio Justin propose quel nome e suonava bene, quindi lo adottammo”. Nel 2015 il birrificio si è ingrandito acquistando un magazzino sull’altro lato della strada nel quale ha trovato posto un impianto da 17 ettolitri dedicato alla produzione di fusti e bottiglie; nel locale originale rimane operativa la taproom, alimentata dal vecchio impianto da 8 ettolitri, dove possono sedersi una trentina di persone. La produzione si attesta sui 15000 ettolitri l’anno, l'obiettivo è di raddoppiarla entro i prossimi cinque anni. Tra le oltre 150 etichette sfornate in sei anni di attività scelgo proprio quella porter che attirò l’attenzione sull’homebrewer Scott Sullivan e lo convinse ad entrare nel mondo dei professionisti. Distorter è una porter robusta (7.2%) che si presenta quasi nera e regala un naso di buona intensità, semplice ma molto pulito: caffè americano, orzo tostato, liquirizia. Al palato l’alcool è ben gestito e riesce ad irrobustire la bevuta senza comprometterne la facilità: è una porter che nel gusto mantiene gli stessi elevati standard di pulizia ed eleganza dell’aroma. Il gusto è ben bilanciato tra caramello, liquirizia e caffè, impreziosito da accenni di tabacco e di cioccolato e si conclude con intense tostature il cui amaro viene enfatizzate da una generosa luppolatura resinosa. Una porter di ottimo livello, intensa e facile da bere, capace di reggere il confronto con le tante eccellenti  “sorelle scure”  che vengono prodotte da altri famosi birrifici del Michigan come Founders, Bell’s e Dark Horse.Nel dettaglio:Tapistry Reactor IPA -  47.3 cl., alc. 7.5%, IBU 78, lotto/scadenza non indicati, 2.39 $ Right Brain CEO Stout – 47.3 cl., alc. 5.5%, lotto/scadenza non indicati, 2.59 $ Right Brain Dead Kettle IPA – 47.3 cl., alc. 8%, IBU 70, lotto/scadenza non indicati, 2.,89 $Greenbush Distorter -  35.5 cl., alc.  7,2%, , 2.09 $

Siren Project Barista – Turkish

Lo scorso giugno il birrificio inglese Siren, che abbiamo già incontrato in più di un occasione, annuncia la nascita di una serie di birre che hanno come protagonista il caffè e che si chiameranno “Barista Project”.  Non è la prima volta che il caffè finisce in una birra di Siren: una delle loro etichette più apprezzate è infatti la stout Broken Dream e le sue diverse varianti, ma per le nuove birre Siren promette di voler portare in una nuove e inesplorate direzioni il rapporto tra birra e caffè. Sabato 14 giugno, nella taproom di Siren a Finchampstead, duecento persone hanno partecipato all’evento di presentazione delle quattro birre al  caffè, disponibili nello stesso giorno anche in altri in sette selezionati locali del Regno Unito.  “Americano” è una Double IPA (9.1%) prodotta con caffè etiope in collaborazione con la Quarter Horse Coffee di Birmingham; un caffè estremamente forte è stato aggiunto direttamente nella birra poco prima della messa in fusto e bottiglia. I luppoli utilizzati sono stati  Citra, Columbus, Cascade, Chinook  e Mosaic Cryo Powder.  “Crema”  è invece una White (sweet) Stout  (4.9%) che utilizza caffè invecchiato in botti di whiskey tedesco, baccelli di vaniglia e fave di cacao. “CapHeine”  (6.2%) vede la collaborazione della torrefazione Climpson di Londra; chicchi di caffè keniano, caratterizzati da note fruttate e floreali, sono stati aggiunti ad una birra acida prodotta con ibisco in bollitura e 120 chili di lamponi durante la fermentazione. Per creare un vero e proprio “caleidoscopio” di sapori è stato anche fatto un leggero dry-hopping di Mosaic, Palisade e Bravo.  La quarta e ultima birra del “Progetto Barista” è un’imperial stout chiamata Turkish.La birra.Ovviamente ispirata all’omonimo caffè orientale, la Turkish di Siren è una massiccia imperial stout  (10%) che vuole rappresentare un’esperienza molto più ampia: al caffè viene infatti anche abbinato il dolce. Oltre a 45 chili di caffè tailandese forniti dalla Tamp Culture Coffee di Reading sono stati impiegati vaniglia, scorza d’arancia e noce moscata nel whirpool e 420 chili di fichi alla birra fermentata; l’etichetta cita anche fave di cacao e zucchero moscovado. Nel bicchiere appare un liquido abbastanza denso e scuro, mentre la schiuma di modeste dimensioni risulta un po' scomposta. Al naso domina il caffè con un'intensità davvero notevole ma con scarsa finezza, ricordando più che alto i "fondi" esausti che il liquido: nel poco spazio libero rimasto s'intravedono note di carne affumicata, tabacco, tostature. Non basta l'opulenza a formare un bouquet convincente ed invitante che dovrebbe invece evocare un dessert. Neppure il mouthfeel è esente da critiche: la sensazione è oleosa ma non particolarmente morbida o cremosa. Al palato il dolce del caramello e del fico cerca di fornire un appoggio alle intense tostature che a tratti sconfinano nel bruciacchiato; carne, fondi di caffè e tabacco costituiscono una bevuta che segue l'aroma con buona corrispondenza, peccando nuovamente in pulizia ed eleganza. Una nota luppolata quasi resinosa chiude il percorso ben mescolandosi all'amaro del torrefatto, mentre il retrogusto è una lunga  e calda scia etilica ricca di frutta sotto spirito e caffè. Turkish, ovvero una Imperial Stout ambiziosa nelle intenzioni che fallisce i suoi nobili intenti di abbinare il caffè al dessert: birra spigolosa e grezza, con poco equilibrio tra i vari elementi e, sopratutto, una scarsa pulizia che non permette di percepire gli elementi-dessert elencati in etichetta. La potenza (anche quella etilica) c'é, ma per citare un famoso spot pubblicitario "senza il controllo è nulla": nel complesso discreta, ma quando il prezzo del biglietto è di fascia alta è lecito pretendere molto, molto di più Formato: 33 cl.,  alc. 10%, lotto G799, imbott. 09/06/2017, prezzo indicativo 6.00-7.00 Euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fat Head’s Brewery: Sunshine Daydream Session IPA, Trail Head Pale Ale & Head Hunter IPA

Nel 1992 a Pittsburgh, Pennsylvania, Glenn e Michelle Benigni aprono il Fat Head’s Saloon: la craft beer non era ancora "esplosa" ma i due coniugi riuscirono ugualmente ad offrire ai propri clienti otto spine e un centinaio di etichette in bottiglia. Michelle si occupa del bar mentre Glenn è in cucina a preparare qui panini chiamati headviches, ovvero grandi come una testa umana, che contribuiranno al successo del locale; al resto ci pensa la diffusione della birra artigianale, e il locale dei Benigni diviene una destinazione da non mancare se si vuole bere bene a Pittsburgh.Nello stesso periodo in cui il Fat Head’s apre le porte, Matt Cole si diletta con l'homebrewing mentre frequenta l'università di Pittsburgh: per pagarsi gli studi lavora di sera in un bar dove c'è una buona selezione di birre. Qui incontra il sales manager della Pennsylvania Brewing Company che gli offre un lavoro part-time; accetta con entusiasmo e, dopo aver frequentato festival e conosciuto altri giovani birrai, decide che il birraio professionista è quello che vuol fare da grande. La sua formazione passa attraverso esperienze alla Baltimore Brewing Co. e alla Great Lakes di Cleveland, Ohio, prima di diventare birraio per la Rocky River Brewing, ruolo che occuperà per quasi dieci anni attirando l'attenzione degli addetti ai lavori per la qualità delle birre. Nel 2008 Cole ha in progetto di aprire un brewpub a North Olmsted, un sobborgo di Cleveland, ed è alla ricerca di investitori: bussa anche alle porte del Fat Head’s Saloon. I Benigni acconsentono a partecipare al progetto a patto che il brewpub si chiami Fat Head's: l'inaugurazione avviene nell'aprile 2009 e il Fat Head's Brewery & Saloon di North Olmsted – 30 spine, 200 posti a sedere e un ampio bancone che può accomodare una trentina di persone – oltre a rifornire le spine del locale di Pittsburgh inizia anche a raccogliere le prime medaglie e i primi riconoscimenti. A quattro mesi dall’apertura la rivista Draft include la Head Hunter IPA tra le “Top 25 beers in the world”: nel 2010 la birra viene premiata con l’argento al Great American Beer Festival, ottenendo il bronzo l’anno successivo.  I seimila ettolitri prodotti nei primi tre anni di attività non sono ovviamente sufficienti a soddisfare tutta la richiesta e nel 2012 i Benigni e Cole decidono che è il momento di passare da brewpub a birrificio, inaugurando a marzo 2012 il nuovo impianto di Middleburg Heights, ad una decina di chilometri di distanza dal Saloon. Il birrificio, oltre a rifornire i due locali di proprietà, sforna fusti e bottiglie sino ad arrivare a toccare i 37.000 ettolitri l’anno; al Great American Beer Festival la Double IPA JuJu porta a casa l’oro nel 2013 e nel 2015, accontentandosi del bronzo nel 2016. Oro nel 2015 anche per la Black IPA Midnight Moonlight e per la Double Red Ale. Nel novembre del 2014 Fat Head’s attraversa gli Stati Uniti e apre una terza succursale a Portland, Oregon: impianto da 11 ettolitri, 42 spine e quasi trecento posti a sedere.Sono passati 25 anni dal 1992 e Fat Head’s ha celebrato le proprie nozze d’argento annunciando l’imminente apertura di un nuovo e più ampio sito produttivo da 7000 metri quadrati che a breve sostituirà quello di Middleburg Heights:  un investimento da dodici milioni di dollari per un BrauKon da 82 HL più impianto pilota da 17 HL per rifornire il brewpub annesso, 250 posti a sedere.  L’obiettivo è di raddoppiare la produzione arrivando a 70.000 ettolitri nei prossimi tre anni e a 150.000 nei prossimi cinque; il nuovo stabilimento sorgerà ad un paio di chilometri di distanza da quello attuale ma avrà una maggior visibilità trovandosi ai bordi della Interstate 77. Ma non è finita qui: entro la fine dell’anno è prevista l’inaugurazione di un nuovo Fat Head’s Saloon a Canton, Ohio, settanta chilometri a sud di Cleveland e, nel 2018, a Charlotte (Carolina del Nord). Le birre.La Sunshine Daydream Session IPA di Fat Head’s entra in produzione stabile nella primavera del 2014, anche se era già stato possibile assaggiarla l’anno precedente alla spina dei Saloon di Pittrburgh e Cleveland;  il grande successo della All Day IPA di Founders sprona il birraio Cole a realizzare una IPA simile, con poco alcool e tanto luppolo. “Peace, Love & Hoppiness” è il motto riportato sull’etichetta di una birra che s’ispira all’omonima canzone dei Grateful Dead; la ricetta prevede malti Pale, C-15 e Cara-Pils, luppoli HBC 342, Simcoe, Centennial e Citra, lievito American Ale. Il suo colore “West Coast”, tra l’arancio e il dorato, è l’anticipazione di una birra “solare” anche nei profumi: arancia e mandarino, qualche accenno di frutta tropicale e aghi di pino, biscotto. Pulizia, intensità ed eleganza ci sono e anche la sensazione palatale è ottima:  Session IPA con corpo medio-leggero ma mouthfeel molto morbido che non accenna nessuna deriva acquosa. La bevuta mantiene le elevate aspettative create dall’aroma, mettendo in campo un’intensità davvero notevole; i malti sono presenti (miele, biscotto) quasi senza farsi notare,  fresca frutta tropicale e agrumi proseguono un percorso che termina con un amaro di buona intensità nel quale s’incontrano note resinose e vegetali. Session IPA di livello alto, ancora fragrante e molto pulita, da bere praticamente senza sosta.A giugno 2013 Fat Head’s annuncia l’arrivo della Trail Head: un’American Pale Ale realizzata con lo scopo di racimolare fondi per la Cleveland Metroparks, associazione che si occupa della gestione della manutenzione di diciotto parchi che circondano la città dell’Ohio.  Per ogni pinta, growler o fusto vengono donati rispettivamente 50 centesimi, 1 e 5 dollari ad una fondazione che si occupa del restauro dei percorsi (“trail”) che si snodano all’interno di queste aree. Una birra dedicata alla vita all’aperto trova la sua collocazione ideale all’interno di una lattina, formato che arriva a maggio 2014. La sua ricetta elenca malti Pale, Munich, Crystal e CaraPils, luppoli Simcoe e Citra, California Yeast. Il suo arancio-dorato è più carico rispetto alla Sunshine Daydream, mentre l’aroma affianca agli agrumi, arancia e pompelmo soprattutto, delicate note biscottate. La sensazione palatale, a livello tattile, è forse un pelino pesante anche se la facilità di bevuta non ne risente; la bevuta è rispettosa della tradizione del Midwest americano con caramello e biscotto ben percepibili ma non invadenti a supportare il dolce di arancia e pompelmo. Chiude con un amaro di discreta intensità caratterizzato da note terrose, vegetali e quasi un accenno di tostatura. APA molto ben fatta, semplice, pulita e precisa, anche questa di ottimo livello.Chiudiamo con la birra che è attualmente quella maggiormente venduta da Fat Head’s:  la Head Hunter IPA. Viene prodotta dal 2009, anno in cui il birraio Cole non osa iscriverla al Great American Beer Festival in quanto non la ritiene in grado di competere con la sue “grandi sorelle” della West Coast. Decide invece di mandarla al più piccolo ma altrettanto rinomato festival che si tiene al locale The Bistro ad Hayward, California: la Head Hunter se ne torna a casa con una medaglia d’oro, risultando la  Weast Coast IPA non prodotta da un birrificio della West Coast  a vincere. L’anno successivo il GABF la premierà con un argento.Incivile e aggressiva, questo lo slogan che l’accompagna; la ricetta si è evoluta nel corso degli anni modificando il mix dei luppoli che attualmente include Columbus, Simcoe e Centennial; i malti utilizzati sono Pale, CaraMalt, C-15 e Cara-Pils, lievito American Ale. Nel bicchiere si presenta di colore velato, con qualche venatura arancio e una cremosa e compatta testa di schiuma bianca. L’aroma è pulito e intenso, elegante, valorizzato dalla freschezza di due settimane in bottiglia: profumi tropicali, soprattutto di ananas, s’affiancano a quelli di pompelmo e arancia e a note di aghi di pino e terriccio umido. Mouthfeel perfetto, facilità di bevuta eccellente per una IPA che dichiara ABV 7.5% ma riesce a nascondere l’alcool abbastanza bene. Una leggera base maltata (biscotto, miele) sostiene la generosa luppolatura che indugia prima su tropicale e pompelmo per poi accelerare con un finale amaro resinoso di buona intensità e grande eleganza.  Una IPA di livello davvero alto, pulitissima, elegante, potente ma facile da bere, bilanciatissima in tutte le sue componenti: siamo a Cleveland ma con questa bottiglia tra le mani il lago Erie potrebbe facilmente trasformarsi nell’oceano Pacifico che bacia la West Coast.Nel dettaglio:Sunshine Daydream Session IPA, 35.5 cl., alc. 4.9%, IBU 60, imbott. 06/07/2017, 2.10 $Trail Head Pale Ale, 35.5 cl.,  6.3% ABV, IBU 55, imbott. 02/08/2017, 2.10 $Head Hunter IPA, 35.5 cl., 7.5% ABV, IBU 87, imbott. 28/7/2017, 2.10 $