DALLA CANTINA: Fuller’s Brewer’s Reserve No 4 Oak Aged Ale Armagnac 2012

Brewer's Reserve,  la riserva del birraio: lui è ovviamente John Keeling, mastro birraio del birrificio Fuller’s con sede a Chiswick, distretto meridionale di Londra. La Brewer's Reserve comprende oggi tutti gli invecchiamenti in botte fatti a partire dal 2006 quando la strong ale della casa, Golden Pride, fu messa ad invecchiare in cask che per trent’anni avevano ospitato whisky single malt. Cinquecento giorni dopo, nell’anno 2008, fu finalmente commercializzata la Brewer's Reserve No.1. Dopo due anni arrivò la Brewer's Reserve No.2: questa volta la Golden Pride venne messa ad invecchiare in barriques di Courvoisier Cognac; nel 2011 toccò di nuovo al whisky (Auchentoshan) dare vita, dopo 800 giorni d’invecchiamento, alla Brewer's Reserve No.3.  La Brewer's Reserve No.4 fu commercializzata nel 2012 (botti di Armagnac) e dopo una lunga attesa nel 2016 fu celebrato il decimo compleanno della Brewer's Reserve con l’edizione numero 5: un ritorno alle origini, ovvero whiskey single malt.Da quanto ho capito queste Brewer's Reserve non sono mai state replicate e il birrificio mette in vendita le poche bottiglie rimaste sul proprio sito alla folle cifra di 100 sterline (!): un prezzo in linea con quello delle tante birre “barrel aged” americane ricercate dei beergeeks, peccato Fuller’s non sia un nome particolarmente attraente per i beergeeks. Avessi ricevuto un'offerta, l'avrei venduta a quel prezzo senza pensarci neppure un attimo.La birra.Come detto, arriva nel 2012 la Brewer's Reserve No.4 di Fullers e viene presentata al Great British Beer Festival; la birra ha passato un anno in botti (400 litri circa) che avevano precedentemente ospitato Armagnac Comte de Lauvia (da Eaux, regione area del  Bas-Armagnac). Per chi come me non ha molta familiarità, ricordo che l’Armagnac è il distillato più antico del quale sia stata trovata documentazione storica (1411); siamo in Guascogna, Francia meridionale, unica zona di produzione autorizzata ad utilizzare questo nome per il proprio distillato di vino. Sulla costa occidentale francese un altro disciplinare regola l’area di produzione geografica del Cognac: oltre alla zona, la differenza principale tra i due distillati di vino riguarda il tipo di alambicco utilizzato che determina un diverso ciclo di produzione.  Ho citato il Cognac (parente dell’Armagnac) non a caso: Michael Jackson aveva infatti definito “the Cognac of beers” la  Fuller’s Golden Pride, ovvero la birra con la quale sono state riempite le botti d’Armagnac. 7.80 sterline il prezzo di vendita consigliato da Fuller’s nel 2012:  100 quelle che invece vi vengono richieste oggi. Il suo colore è un bell’ambrato piuttosto carico e acceso da intense venature ramate: la schiuma è generosa, cremosa e abbastanza compatta ma la sua persistenza è soltanto discreta. A fare gli onori di casa c’è davvero un gran bell’aroma: intenso, pulito e caldo, ricco di ciliegia, mela al forno, uvetta, vino marsalato, caramello, legno.  L’ottimo biglietto da visita crea tuttavia delle aspettative elevate che il gusto non mantiene completamente: i primi sorsi denotano una certa debolezza ed un calo notevole d’intensità. Da Fuller’s non t’aspetti certo una birra viscosa ma il suo corpo è davvero troppo leggero per una birra che deve sorreggere una buona gradazione alcolica (8.5%) e un lungo passaggio in botte; la scorrevolezza ci guadagna, ma un po’ più di “sostanza” le avrebbe sicuramente giovato. A suo discapito i sei anni passati in bottiglia che avranno sicuramente influito un po’. Devo ammettere che al palato la Brewer's Reserve No.4 non è affatto una birra immediata, di quelle che "arrivano subito", ma sorso dopo sorso il palato s'abitua e riesce a godere di un panorama che ripropone in toto lo spettro aromatico, sebbene con minor intensità; parliamo quindi di ciliegia, uvetta e prugna, albicocca disidratata, caramello e marsala, il cui dolce viene poi bilanciato da un finale nel quale appare una leggera asprezza di frutta rossa. C’è un amaro terroso quasi impercettibile, l’alcool apporta un delicato tepore che riscalda ogni sorso: il palato si ritrova bello pulito per gustarsi il delicato retrogusto di uvetta, marsala, legno. Una bella bevuta questa Brewer's Reserve No.4 di Fuller’s: non ci sono quei fuochi d’artificio che (sbagliando) ormai chiediamo troppo spesso alle birre ma, dopo i primi sorsi titubanti, con la caratteristica flemma inglese dal bicchiere escono sono emozioni e soddisfazioni.Formato 50 cl., alc. 8.5%, bottiglia nr. 27822, scad. 12/2022, pagata 13.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala CocoBänger

Se non avete mai visitato l’Estonia e siete “malati” di birra un buon motivo per partire potrebbe essere l’inaugurazione del nuovo birrificio di Põhjala prevista per il prossimo dicembre 2018. Sul proprio account Instagram il birrificio ha mostrato il progetto di restauro dell’edificio del 1913 nella zona storica di Tallinn chiamata Port Noblessner che ospiterà nei suoi 2500 metri quadrati impianti, taproom e negozio. La sala cottura avrà un impianto da 50 ettolitri prodotto dalla Rolec, tini di fermentazione da 100 ettolitri, linea d’imbottigliamento della Framax che potrà in futuro confezionare anche lattine. La taproom promette di offrire la più vasta selezione di birra artigianale di tutta l’Estonia abbinandola ad una cucina di qualità; il negozio vi permetterà d’acquistare direttamente la birra e anche merchandising, quest’ultimo peraltro già disponibile per l’acquisto on-line. Mentre Põhjala lavora ai proprio piani d’espansione, il birrificio attuale (12 hl) guidato da un team di birrai supervisionati dall’head brewer dallo scozzese Chris Pilkington lavora senza sosta e continua a sfornare diverse novità. Tra queste non mancano certamente le “scure”:  porter e stout, soprattutto nelle loro versioni “imperiali” e passate in botte ottengono sempre grande successo nel mercato del nord Europa, ma non solo. Una delle novità dello scorso anno, commercializzata per la prima volta a maggio, è la CocoBänger: imperial stout con caffè e cocco, variazione della imperial stout Bänger che annovera invece tra i suoi ingredienti prugne, vaniglia e habanero.La birra.La ricetta della CocoBänger prevede malti Pale, Monaco, Special B, Crystal 300, Crystal 150, Crystal 200, Carafa type 2 special, Chocolate, Chocolate Rye, avena; luppoli Magnum e HBC472, caffè Caturra proveniente dal Costa Rica e cocco tostato in fiocchi. Nel bicchiere si presenta completamente nera con una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Protagonista dell’aroma è il caffè, con profumi abbastanza eleganti accompagnati da delicate tostature, cacao amaro, cocco e qualche nota di prugna e mirtillo in sottofondo. Una massiccia imperial stout (12.5%)  dovrebbe secondo me sempre coccolare il palato e CocoBänger compie la sua missione; corpo pieno, giusto livello di viscosità a renderla morbida e cremosa senza essere d’ostacolo alla deglutizione. Questo denso liquido nero al palato è tuttavia un po’ meno definito e preciso rispetto all’aroma: l’intensità è comunque notevole, con una partenza dolce spinta da melassa e liquirizia, cocco e cioccolato fanno un po’ “effetto Bounty”  prima dell’arrivo del caffè e delle tostature che mantengono la bevuta in equilibrio e – fortunatamente – ben lontano dal livello di certe birre-dessert artificiose ed estreme. La sorpresa arriva tuttavia nel finale, quando la generosa luppolatura quasi si sostituisce all’amaro del torrefatto apportando note resinose e terrose, qualche richiamo all’anice. L’alcool riscalda ogni sorso senza strafare: è ovviamente una birra che va sorseggiata con calma e che dovrebbe tenervi occupati per buona parte della serata, ma l’operazione non presenta particolari difficoltà. Ci sono margini di miglioramento ma questa di Põhjala  è comunque un’ottima imperial stout nella quale due ingredienti che mandano in estasi molti beergeeks (caffè e cocco) sono usati con criterio e senza esasperazioni. Livello alto, birra riuscita, sicuramente da provare se vi piace il genere.Formato  33 cl., alc. 12.5%, IBU 60, lotto 514, scad. 15/09/2020, prezzo indicativo 6.00-8.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: The Bruery Sucré (2014)

Maggio è mese di festeggiamenti a Placentia (California) dove nel 2008 ha aperto i battenti il birrificio The Bruery fondato da Patrick Rue: qui trovate le birre passate in rassegna sul blog nel corso degli anni. The Bruery ha (anche) costruito buona parte della propria fama grazie a birre dal notevole contenuto alcolico e ovviamente la birra con la quale ogni anno celebra il proprio compleanno non è qualcosa per palati delicati. Nell 2009 quando nasce Papier, ovvero “carta” in francese: il birrificio la definiva un’interpretazione abbastanza libera di una Old Ale inglese prodotta con il ceppo di lievito (belga) della casa e poi invecchiata in botti di bourbon. 14.5% l’ABV finale. Le cose iniziano a farsi più interessanti a partire dal secondo compleanno quando arriva Coton (“cotone”, 14.5%), riedizione della Papier che viene però blendata proprio con un’imprecisata percentuale della birra prodotta un anno prima.  Ad invecchiare nelle botti di bourbon ci finisce dunque una birra “fresca”  e una percentuale di una che ha già un anno d’età.  Nel 2011 tocca alla Cuir (“pelle”, 14.5%) celebrare il terzo compleanno di Bruery: anche questa prodotta con metodo solera, ovvero blend tra una Old Ale “fresca” e altre due già invecchiate, sottoponendo poi il blend ad un nuovo invecchiamento in botti di bourbon. Nel 2012 Fruet (15.5%) festeggia il compleanno numero cinque seguita l’anno successivo da Bois (“legno”, 15%)  e  nel 2014 dalla Sucrè (“zucchero”)  che alza pericolosamente la gradazione alcolica in percentuale al 16.9.   Cuivre (16.2%) spegne la settima candelina nel 2015 e Poterie (“ceramica”, 16.8%) la numero otto; gli ultimi festeggiamenti di maggio 2017 sono avvenuti con Saule (“il salice”, 16.1%). Vero o no, Patrick Rue afferma che nel blend c’è ancora una piccola percentuale di birra di ognuno dei compleanni precedenti.  Mentre la birra dell’anniversario (100% bourbon) è disponibile per tutti e commercializzata attraverso la regolare rete distributiva di The Bruery, ci sono poi svariate varianti accessibili solamente ai soci dei club Preservation Society e Reserve Society. Tra le botti utilizzate per queste versioni speciali della birra dell’anniversario: whisky di segale, brandy, rum, cognac, porto, tequilia, madeira.La birra.Facciamo un passo indietro al 2014 quando Bruery festeggia il suo stesso compleanno con Sucré, “old ale prodotta con lievito belga”  invecchiata in botti di bourbon assieme a piccole quantità di altre birre-anniversario realizzate dal birrificio negli anni precedenti. Le candeline vengono spente il 10 maggio in un’appropriata festa che si svolge presso la taproom a Placentia. Senza farlo apposta l’ho stappata esattamente quattro anni dopo la data dell’imbottigliamento stampata al laser sulla bottiglia, ovvero il 25 febbraio 2014.  Nel bicchiere è di uno splendido color ambrato illuminato da intensi riflessi rosso rubino; considerata la gradazione alcolica (16.9%) la schiuma è di dimensioni dignitose e mostra una discreta compattezza e persistenza. L’aroma è potente e caldo, ricco di frutta sotto spirito: immaginate un bicchiere di bourbon nel quale si tuffano uvetta, prugna, fichi, ciliegia e frutti di bosco, solo per citare i più evidenti. In secondo piano c’è una maggior complessità che non è tuttavia difficile da cogliere: dettagli che parlano di vini fortificati, legno e radici, vaniglia, forse cocco tostato. Il mouthfeel non è particolarmente ingombrante ed è un requisito quasi fondamentale per una birra così alcolica: poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno. Sorseggiarla, come fareste con un Porto, non è troppo difficile ma richiede tempo e impegno, perché questa Sucré riscalda, e molto: inevitabile pensare a vini fortificati e a tanta frutta sotto spirito, mentre a ricordarci che nel bicchiere c’è comunque una birra ci pensa giusto qualche ricordo caramellato. A quattro anni dalla messa in bottiglia la bevuta è ancora potentissima: una lieve ossidazione è tuttavia percepibile con qualche leggerissima nota di cartone bagnato che si mescola a quelle legnose. Nessun fastidio. Il viaggio termina con un finale infuocato nel quale il bourbon riesce ad asciugare quasi tutta la componente dolce: a seguire c’è una scia praticamente interminabile, un’intensa ondata calda che vi tiene compagnia per diversi minuti, coccolandovi, riscaldandovi e, se non fate attenzione, mandandovi al tappeto. Prezzo in fascia elevata ma esperienza che secondo me vale la pena fare almeno una volta nella vita, anche perché non è certo questa una birra che vorreste bere tutti i giorni: pur non essendo un mostro di complessità Sucré regala grandi soddisfazioni e più di un’emozione. Obbligatorio condividere l’esagerata bottiglia da 75 centilitri almeno con altre due persone: per chi non ha questa opportunità, è fondamentale dotarsi di un buon tappo per champagne in modo da potervela gustare con calma nel giro di qualche serata.Formato 75 cl., alc. 16.9%, IBU 25, imbott. 25/02/2014, pagata 31.99 dollari (beershop, USA)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bevog Zo Session IPA

Dopo una lunga serie di birre invernali piuttosto robuste e pesanti, soprattutto per quel che riguarda la gradazione alcolica, prendiamoci una pausa defaticante. Session IPA, sottostile che evidentemente piace molto al birrificio austriaco-sloveno Bevog, presenza abbastanza frequente sul blog.  Tutto inizia nell’agosto 2015 quando la session IPA chiamata This Mess (4.5%) viene realizzata in occasione del decimo compleanno dell’etichetta discografica slovena God Bless This Mess. Sempre nell’ambito delle “Who Cares Editions”, ovvero birre occasionali e/o prototipali con le quali si cerca di capire il feedback da parte di chi le beve, al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile, arriva a marzo 2016 la molto ben riuscita Freezbee Beer Session IPA (4.4%) che abbiamo ospitato in questa occasione. A maggio 2017 una Session IPA fa finalmente il suo ingresso tra le birre che vengono prodotte regolarmente tutto l’anno: è la Zo (4.3%).  A settembre arriva invece Panikka, Session IPA ancora più leggera (3.8%) realizzata per il club culturale sloveno MIKK, dove i membri del birrificio ammettono di passare la maggior parte del proprio tempo libero.La birra.Bevog non è solito fornire molte notizie sulle proprie birre e sulle belle grafiche che adornano le lattine; anche la Session Ipa Zo non fa eccezione. Nessuna informazione se non che viene utilizzato un imprecisato mix di luppoli americani ed australiani.Il suo colore è un dorato piuttosto velato, nel bicchiere si forma una testa di schiuma bianca cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è piuttosto gradevole, ci sono profumi floreali che ben si sposano con quelli di mango e passion fruit, arancia e pompelmo; l’intensità è discreta, pulizia ed eleganza rispondono presente. Molto bene. Anche la sensazione palatale è buona, senza quegli eccessi acquosi che a volte si riscontrano in queste birre “sessionabili”: la luppolatura è dosata con intelligenza in modo da non annientare completamente la componente maltata. Pane e crackers in sottofondo sorreggono il dolce della frutta tropicale e l’amaro del pompelmo. La giusta quantità di bollicine le dona vitalità, il finale è abbastanza secco e caratterizzato da un amaro di media intensità nel quale s’incontrano note terrose e di resina. Ignoro la data di produzione di questa lattina, ma nel bicchiere c’è ancora una gratificante freschezza. Grande facilità di bevuta, com’è giusto che sia, buona intensità di sapori e aromi, equilibrio: una birra da bere ad oltranza che non vuole stupire e catturare l’attenzione, ma solo accompagnare pinta dopo pinta una serata, senza mai annientare il palato. Missione compiuta.Formato 33 cl.,  alc. 4.3%, lotto 765A, scad. 24/07/2018, pagata 2.50 euro (beershop, Austria) NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jackie O’s: Coffee Bourbon Barrel Oil Of Aphrodite & Black Mask (Bourbon Barrel)

Jackie O’s Pub & Brewery, birrificio dell’Ohio che sul blog è di recente transitato con una buona frequenza: qui il suo profilo. Qualche settimana fa Art Oestrike, fondatore di Jackie, ha dovuto pubblicamente ammettere problemi qualitativi annunciando una “campagna di risanamento” chiamata Making it Right . Su questa pagina trovate tutte le birre potenzialmente coinvolte  e le modalità per ottenere delle birre in sostituzione di una bottiglia infetta; tutto quello che dovete fare è prendere appuntamento e recarvi in birrificio con i vuoti infetti e cambiarle con qualcos'altro. Un gesto apprezzabile per chi vive nei paraggi, ma come saranno rimborsati i consumatori che abitano lontano o che si trovano addirittura all’estero? Alcune di quelle bottiglie sono da poche settimane arrivate nel nostro continente e anche nella mia cantina; avevo in previsione di gustarmele piano piano nei prossimi mesi ma il rischio infezione mi costringe ad accelerare i tempi di bevuta per cercare di limitare l'eventuale danno e, eventualmente, chiedere un rimborso al venditore. Partiamo con la Bourbon Barrel Coffee Oil Of Aphrodite (12.1%), ovviamente versione barricata di una imperial stout (10%) prodotta con noci nere e sciroppo di zucchero candito belga, mix non precisato di malti inglesi, tedeschi, belgi e americani, luppoli provenienti dal nordovest americano. In questo caso la Oil Of Aphrodite viene messa ad invecchiare per un periodo che varia da otto a dodici mesi in botti ex-bourbon, con aggiunta di chicchi di caffè peruviano: il suo debutto è datato dicembre 2013. Nel bicchiere l’edizione 2017 è prossima al nero e forma una bella testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è “caldo”, con il bourbon che si entra subito in scena portandosi dietro legno e vaniglia; caffè, uvetta e prugna, ma anche carne e cuoio, compongono un bouquet non molto intenso e che non brilla per finezza e pulizia, pur essendo ugualmente gradevole. Al palato è morbida e abbastanza avvolgente anche senza indulgere in particolari viscosità o cremosità: la bevuta è ricca e potente con caffè ed intense tostature sostenute dalla spinta etilica del bourbon. In sottofondo affiorano melassa, uvetta e prugna, legno e vaniglia che donano un po’ di gentilezza ad una birra tosta e dura, per “uomini (o donne) forti” si potrebbe dire. La chiusura è abbastanza secca, il caffè si fa da parte per lasciare campo libero al bourbon e a note quasi ancestrali di pellame, legno e terra. Scongiurato il pericolo infezione, questa di Jackie O’s è una imperial stout intensa che si sorseggia piuttosto lentamente ma con buona soddisfazione: nera più di carattere che di colore, picchia duro con bourbon e torrefatto a guidare le danze. Non è un mostro di profondità e complessità e il prezzo al quale è reperibile in Europa  (12 dollari nel paese d’origine) rende purtroppo l’esperienza un po’ meno gratificante di quanto potrebbe essere. Livello comunque abbastanza elevato anche se il prezzo del biglietto non vale tutto il viaggio.Black Mask è invece un’imperial stout invecchiata in botti di bourbon con chicchi di caffè, fave di cacao e baccelli di vaniglia, ingredienti “aggiunti” che Jackie O’s ha individuato come responsabili dei problemi qualitativi. E’ una delle novità barricate del birrificio dell’Ohio ed ha debuttato a settembre 2017; fortunatamente la bottiglia giunta a me si è salvata e non presenta nessuna problema.  La birra è ispirata a Barley, il cane carlino del mastro birraio che appare anche in etichetta travestito da samurai: meglio passare oltre. Black Mask (12%) tiene fede al suo nome e si veste completamente di nero:  la schiuma è perfettamente cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza L’aroma mantiene le premesse visive e delinea una birra elegante che profuma di chicchi di caffè, cacao amaro e tostature, tabacco e carne, vaniglia e legno in sottofondo: gli elementi giusti ci sono tutti, peccato solo che l’intensità sia un po’ dimessa e che ci voglia molta attenzione per coglierli. Il mouthfeel è appagante, con una consistenza tattile delicata e quasi setosa: le manca forse un po’ di “ciccia” (viscosità) e per il mio gusto c’è qualche bollicina di troppo.  Dettagli che comunque non pregiudicano la qualità elevata di una imperial stout ricca di caffè e cacao amaro, liquirizia e orzo tostato; vaniglia e melassa costituiscono il delicato sottofondo a sostegno dell’amaro, mentre come nella Oil Of Aphrodite il bourbon prende pian piano possesso della scena rimpiazzando l’amaro del caffè e delle tostature per regalare un lunghissimo finale caldo ed etilico. Più pulita al naso che in bocca, la Black Mask di Jackie O’s raggiunge indiscutibilmente alti livelli  pur senza entrare nell’olimpo: potente e ricca, si sorseggia con calma e grande soddisfazione. Il passaggio in botte le dona una bella caratterizzazione e gli “ingredienti gourmet” sono usati con intelligenza e raziocinio, ovvero apportano livelli di complessità alla birra senza volerla prevaricare come invece accade in certe deplorevoli birre dessert. In questo caso il prezzo (elevato) non fa troppo male.Nel dettaglio:Bourbon Barrel Coffee Oil Of Aphrodite, formato 37.5 cl., alc. 12,1%, lotto 2017, prezzo indicativo 19.00-21.00 euro (beershop)Black Mask (Bourbon Barrel), formato 37.5 cl., alc. 12,0%, lotto 2017, prezzo indicativo 16.00-18.00 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Montegioco Draco 2012

Sino al 2015 è stata "l'ammiraglia alcolica" del birrificio Montegioco, poi ha ceduto lo scettro alla nuova arrivata Zorzona (13%), realizzata appositamente per il festival “Birre della Merla” che il birrificio organizza ogni anno alla fine del mese di gennaio: parliamo di Draco, possente barley wine (11%) che Riccardo Franzosi produce partendo dalla Demon Hunter, birra alla quale viene aggiunto (3%) sciroppo di mirtillo biologico durante la fermentazione. Un barley wine importante che dichiara di non temere il tempo: "consumare entro il giorno del giudizio (compreso)", recita l'etichetta.  Del resto il tempo non è mai stato un problema alla Frazione Fabbrica di Montegioco, provincia di Alessandria: la versione barricata della Draco è chiamata "metodo cadrega", ovvero mettiti a sedere e aspetta. Nessun progetto futuro di espansione o di crescita, niente di tutto quello che la maggior parte dei birrai sembrano desiderare: "purtroppo o per fortuna, ho deciso che i miei volumi sono quelli attuali - racconta Franzosi - Montegioco produce 700 ettolitri all’anno, impiega quattro persone e se anche venissi eletto Birraio dell’Universo non potrei fare più di questo. Mi piace lavorare così, ho saldato i miei debiti, sono sereno".E allora ho anch'io deciso di dare un po' di tempo a questa bottiglia di Draco dell'anno 2012, dimenticandola in cantina per un po': ma visto che non posso e non voglio attendere il giorno del giudizio, è arrivato il momento di aprirla.La birra.Il tempo la ha donato un torbido color ambrato sul quale si forma una piccola testa di schiuma ocra, bolle un po' grossolane e persistenza piuttosto ridotta. L'aroma è pulito e, sebbene potrebbe essere più raffinato, regala comunque una bella complessità fatta di uvetta e prugna, caramello, mela al forno, ciliegia e mirtillo sciroppato: il trascorrere del tempo l'ha anche impreziosita di qualche piacevole accenno di vino liquoroso. A quasi sei anni dalla messa in bottiglia questa Draco ancora vigorosa e presenta una sensazione palatale gradevole e caratterizzata da poche bollicine. Il gusto non ha la stessa intensità e ricchezza dell'aroma ma si tratta di una bevuta comunque soddisfacente che ricalca ripropone caramello, miele e frutta secca (uvetta, prugne e fichi, frutti di bosco) per poi evolvere in una conclusione abbastanza secca nella quale c'è anche un'impercettibile nota amaricante (radice, terra) che aiuta a portare equilibrio. Negli ultimi passi del suo percorso la birra tende ad assottigliarsi un pochino troppo, forse a causa dell'età, e non c'è quel gran finale che ti aspetteresti. Anche l'alcool, sino ad allora capace di riscaldare con giudizio il palato evocando vini liquorosi, sembra farsi un po' da parte; invece che con un lungo e caldo abbraccio, ci si congeda dal drago con un addio un po' frettoloso: il palato è pulito e pronto per un altro sorso, ma c'è un pochino di malinconia nell'aria. Per fortuna non è l'unica emozione che questa Draco lascia a chi se la ritrova nel bicchiere.Formato 33 cl., alc. 11%, lotto 14/12, pagata 6.50 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Kaapse Gozer Imperial Oatmeal Stout

Kaapse Brouwers (letteralmente “i birrai di De Kaap”) è un brewpub che si trova a Katendrecht, vivace quartiere di Rotterdam, anche noto con il nome di De Kaap, "il promontorio": un tempo Chinatown e poi luogo d’incontro prediletto tra marinai e prostituite, oggi è una zona vibrante e alla moda popolata di bar, ristoranti e punti di ritrovo per giovani hipsters.  All’interno di un vecchio magazzino chimato Fenixloods si trova oggi la Fenix Food Factory, un complesso dedicato al cibo ove trovate sidro, formaggio, caffè, insaccati e carne, ristorantini e anche un brewpub. Kaapse Brouwers nasce nel 2014 dalla collaborazione tra Tsjomme Zijlstra, fondatore della Fenix Food Factory, John Brus e Menno Olivier del birrificio De Molen. I piccolo spazi del magazzino di Rotterman consentono solamente di realizzare piccoli lotti, mentre il resto della produzione, imbottigliamento incluso, se non erro dovrebbe avvenire sui più capienti impianti di De Molen. Alla guida dell’impianto c’è il giovane birraio Etienne Vermeulen che vanta esperienza alla Bierfabriek di Delft e che è anche titolare della propria beerfirm De Bebaarde Brouwer. Al brewpub, venti spine (anche di birrifici “amici”) e impianti a vista,potete accompagnare le birre con semplici stuzzichini, ma l’offerta culinaria all’interno della Food Factory è molto più ampia e potete portarvi al tavolo quanto acquistato altrove. Se volete approfondire il rapporto birra-cibo dovete invece recarvi al locale Kaapse Maria inaugurato a fine 2016 nel centro della città (Mauritsweg 52).La birra.Tutti i nomi delle birre Kaapse hanno un legame con il quartiere Katendrecht: non so cosa il termine “Gozer” significhi oltre al semplice “tipo, ragazzo” che mi suggeriscono i traduttori on-line. La sostanza parla comunque di una imperial (oatmeal) stout che viene quindi prodotta con una buona percentuale d’avena maltata oltre a malti Pils, Brown, Chocolate, Caramello, Roasted e luppolo Sladek. All’aspetto è di color ebano molto scuro, la schiuma cremosa non è molto generosa,  è un po’ scomposta e si dissolve abbastanza rapidamente. Eleganza e pulizia non sono le caratteristiche principali di un aroma che è tuttavia dignitoso: tostature, caramello bruciato, fondi di caffè, ricordi quasi svaniti di cioccolato fondente, un po’ di carne. Se in etichetta non ci fosse scritto “oatmeal” la sensazione palatale sarebbe anche discreta, ma visto che viene pubblicizzata l’avena sarebbe lecito aspettarsi una maggiore morbidezza o cremosità e, soprattutto, c’è qualche accenno acquoso che in una imperial stout non vorresti mai trovare.  La bevuta non è del tutto armoniosa e presenta diversi spigoli, soprattutto nel passaggio dal dolce all’amaro:  si pare con il dolce di caramello e liquirizia, frutta sotto spirito (uvetta e prugna) per poi passare all’acidità dei malti scuri e all’amaro  finale delle tostature e dei fondi di caffè: la bevuta è tutto sommato godibile nonostante gli ampi margini di miglioramento nell’eleganza e nella pulizia. L’alcool (9.8%) è sin troppo sotto traccia, la bevibilità ne trae beneficio ma personalmente vorrei che la “temperatura alcolica percepita” fosse un po’  più elevata;  si congeda coerente con se tessa, aggiungendo un po' di ruvida cenere al torrefatto e all'amaro dei fondi di caffè. Non è affatto una cattiva birra, ma ci sono molte cose da sistemare prima di raggiungere un certo livello all'interno della categoria stilistica di riferimento.Formato 33 cl., alc. 9.8%, IBU 46, scad, 18/12/2025.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Malheur 12

Per la birra di oggi dobbiamo ritornare indietro di un paio d’anni, quando sul blog ospitai la Malheur Dark Brut del birrificio  Landtsheer: una Dark Strong Ale belga che viene poi “sottoposta” al Méthode Champenoise  con remuage, degorgement ed aggiunta del liqueur d'expedition. La base di partenza per quella birra è proprio quella Malheur 12 di cui andiamo a parlare. Ricordo che la  famiglia De Landtsheer porta avanti una tradizione brassicola iniziata all’inizio del diciannovesimo secolo quando Balthazar De Landtsheer inaugurò a Baasrode il birrificio De  Halve Maan e suo nipote, qualche tempo più tardi,  il birrificio  De Zon a Buggenhout. La seconda guerra mondiale mise fine alla produzione e la famiglia scelse di dedicarsi soprattutto all’importazione e alla distribuzione di bevande, con un occhio di riguardo alla Pilsner Urquell e Westmalle, commissionando di tanto in tanto qualche birra ad alcuni terzisti.  Nel 1991 alla scomparsa di Adolf De Landtsheer il figlio Emmanuel  “Manu” si sente in dovere di riprendere le attività sospese quasi cinquant’anni prima e coronare un sogno a lungo discusso col padre: nell’agosto del 1997 nasce la Malheur Brouwerij, che dopo 20 anni d’attività vanta una produzione che dovrebbe assestarsi sui 20.000 ettolitri  l’anno.La birra.La Malheur 12 (11.5%) è l’ammiraglia di  De Landtsheer: il suo debutto avvenne nel 2001, l’anno successivo della sorella minore Malheur 10 (10%) detta anche Malheur Millennium, dove le due lettere iniziali M rappresentavano proprio l’anno 2000 secondo la numerazione romana. Filtrata, non pastorizzata e rifermentata in bottiglia, la sua ricetta dovrebbe prevedere luppoli Styrian Golding,  e Hallertauer Mittelfrüher e un parterre non dichiarato di malti. Il birrificio afferma di indicare la scadenza solo perché obbligato dalla legge, mentre ritiene che sarebbe più appropriato riportare in etichetta la data di produzione: perché non farlo, allora?   Detto questo, De Landtsheer assicura che la Malheur 12 è una birra che può invecchiare senza problemi. Difficile risalire alla data di nascita di questa bottiglia prossima alla scadenza, aprile 2018: l’ho acquistata nel 2015 quindi gli anni alle sue spalle sono almeno tre. Si veste di un bel color ebano scuro impreziosito da intensi riflessi rubino; la schiuma è cremosa e abbastanza compatta ma collassa abbastanza rapidamente.  Al naso frutta secca a guscio, biscotto e caramello brunito, qualche ricordo di amaretto e di pasticceria: è tuttavia predominante una componente fruttata non completamente definita che ricorda soprattutto i frutti di bosco “scuri”, in particolare il mirtillo.  Le bollicine sono ancora tante e una quantità minore, in una birra così importante, sarebbe forse auspicabile:  la Malheur 12 scorre tuttavia bene,  mimetizzando l’alcool nel modo in cui i belgi sono sovente maestri. Biscotto e caramello guidano una bevuta che s’arricchisce di frutta disidratata (prugna e mirtillo, ciliegia), liquirizia.  La componente dolce è importante ma viene bilanciata da una perfetta attenuazione, che quasi ricorda quella della Malheur  Dark Brut; il retrogusto accomodante è un caldo abbraccio di frutta sotto spirito, lungo ma quasi delicato. Complessità e profondità non sono le sue caratteristiche principali ma è comunque una soddisfacente bevuta, seppur non al livello della (gloriosa ma esosa) sorella Dark Brut. Non è affatto difficile finire questa bottiglia di Malheur 12 e pagarne le relative conseguenze: che sia forse questa la “disgrazia, cattiva sorte” alla quale il nome della birra fa riferimento? Formato 33 cl., alc. 11.5%,  lotto 14:07, scad. 23/04/2018, pagata 2.50 euro (beershop, Belgio)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Weyerbacher Blasphemy 2014

E’ Dan Weirback  a fondare la Weyerbacher Brewing Company nel 1995 nella città di Easton, Pennsylvania: il nome è ovviamente la leggera storpiatura del suo cognome di origine tedesca avvenuta nel corso del tempo dall’altra parte dell’oceano atlantico. Operoso homebrewer dalla metà degli anni ‘80 ed appassionato beer hunter, Daniel ha alle sue spalle un passato da co-titolare di un’azienda che si occupava di fare manutenzione alle piscine e un’altra che distribuiva snacks e patatine fritte in sacchetto.  Nel 1993 è alla ricerca di un nuovo business da intraprendere ed è una vacanza in Vermont assieme alla moglie Sue (e una sosta alla Long Trail Brewery) ad aiutarlo nella decisione: tempo due anni (e trecentomila dollari di finanziamenti) ed è già operativo ad Easton il birrificio Weyerbacher, con l’aiuto del partner Joseph T. Nanovic, oggi ancora tra gli azionisti di minoranza. Nel 1997, per “cercare di farci notare in mezzo a tutti quei  birrifici che facevano American Pale Ale cercando di imitare Sierra Nevada”, Weirback decide di alzare l’asticella concentrandosi sulla produzione di birre più alcoliche; si parte con una Raspberry Imperial Stout  - idea elaborata nel passato da homebrewer - seguita dall’(english) barley wine “Blithering Idiot” che diventerà in seguito una della birre più apprezzate del birrificio. Nel 2001 Weyerbacher trasloca in una nuova location di dimensioni pressoché identiche ma con una disposizione degli spazi molto più funzionali alla produzione di birra:  l’impianto è stato ingrandito già un paio di volte e sulla decisione di produrre soprattutto birre “dall’alto contenuto alcolico” non si è tornati più indietro: Dan si è recato spesso in Belgio a “studiare” le Strong Ales e le grandi birre trappiste per poi ritornare negli Stati Uniti a realizzare una Tripel chiamata Merry Monks e soprattutto la strong ale “Quad”,  che leggo essere stata la prima “Quadrupel” americana a finire in una bottiglia. Nel 2016 Weyerbacher ha superato i 23.000 ettolitri di birra prodotti e ha chiuso il 2017 sfiorando i 30.000: siamo tuttavia ancora lontani da saturare il potenziale effettivo da 70.000 ettolitri.La birra.Blasphemy è la versione barricata (bourbon) della Quad: debutta nel 2007 come produzione occasionale ed arriva tutt’ora sugli scaffali una volta l’anno, di solito in primavera. Sino al 2010 era filtrata e non rifermentata, venduta in bottiglie da 35,5 cl.; Weyerbacher non era completamente soddisfatto del risultato e nel 2011 optò per bottiglie da 75 cl con tappo a gabbietta, rifermentate.  Nello stesso anno ci fu un restyling dell’etichetta raffigurante un corvo nero su di uno sfondo blu. L’etichetta attuale, disegnata da  Richardson Comly, risale invece al 2013; non ho trovato informazioni sulla ricetta se non che viene utilizzato il luppolo Simcoe, ma non è certo lui il protagonista di questa strong ale d’ispirazione trappista.  La bottiglia di oggi è invece nata nel 2014 e dopo quattro anni di cantina di presenta di color ambrato piuttosto carico o tonaca di frate cappuccino, tanto per restare in ambito monastico: la schiuma è cremosa e abbastanza compatta, con una buona persistenza se si considera gradazione alcolica ed invecchiamento. L’aroma è pulito e ancora piuttosto intenso: uvetta, prugna, ciliegia, fichi e datteri; è la frutta a dominare relegando in secondo piano il dolce del caramello, mentre il bouquet viene impreziosito da dettagli di legno e di vaniglia. La sensazione palatale è abbastanza rispettosa della tradizione belga: non ci sono ingombranti viscosità ad ostacolare lo scorrimento, il corpo è medio con una delicata carbonazione a renderla morbida e gradevole, l’alcool è abbastanza ben mascherato. La bevuta riparte dall’aroma in un percorso dolce e ricco di biscotto e caramello, frutta sotto spirito (uvetta, prugna, fico), vaniglia: a bilanciare c’è una sorprendente virata finale che chiama in causa l'asprezza di frutti rossi come ribes ed amarena. E’ un finale abbastanza secco che riesce ad asciugare il palato permettendolo di godere in tutta tranquillità di un retrogusto lungo, caldo e morbido nel quale s’incontrano di nuovo frutti dolci ed aspri, delicatamente inzuppati in un tocco di bourbon. Niente male questa Blasphemy di Weyerbacher: non c’è grossa profondità ma quello che arriva nel bicchiere è godibile e soddisfacente, anche se il carattere belga non è particolarmente evidente/espressivo, e mi riferisco in particolare alla birra “base” che finisce poi ad invecchiare in botte. Il paragone con la St. Bernardus Oak Aged non è del tutto appropriato (botti di calvados anziché bourbon) ma rende vagamente l’idea di come dovrebbe essere la birra base: chi le ha assaggiate entrambe, potrà capire. Considerando che si tratta di una birra barricata che arriva dagli Stai Uniti, questa Blasphemy  si trova comunque ad un ottimo rapporto qualità prezzo.Formato 75 cl., alc. 11.8%, imbott. 08/05/2014, scadenza 08/05/2019, prezzo indicativo 12.00-14.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lettonia: Valmiermuiža Tumšais Filtrets & Bauskas Tumšais Premium

Lettonia, paese a me completamente sconosciuto per quel che riguarda la birra: la mia esperienza è limitata a due birre Labietis assaggiate qualche mese fa. Ritorniamo nella repubblica baltica e precisamente nel villaggio di Valmiermuizas, dove si trova il birrificio Valmiermuiža. La società  è di proprietà del fondo d’investimento SIA Valmiermuižas ieguldījumu, a sua volta controllato dall’azienda Aigars Ruņģis (60%), dalla società austriaca Alcor  GmbH (16%) e dal fondo d’investimento austriaco ILAG - Industrieliegenschaftenvervaltungs AG (24%) che hanno investito nel progetto 2,4 milioni di euro con l’obiettivo di arrivare a conquistare l’1% del mercato lettone. Valmieras Alus è stata fondata nel 2005 ma il birrificio è entrato in funzione solamente nell’autunno del 2008:  nel 2011 aveva prodotto 821.947 litri di birra conquistando lo 0.5% del mercato domestico; il 2017 si è chiuso con un fatturato di 3,98 milioni di euro. A Valmiermuizas, in una sorta di castello, potete visitare gli impianti produttivi (guida in lettone, russo e inglese), acquistare bottiglie e mangiare nel ristorante; la “vetrina” vera e propria si trova tuttavia a Riga alla “Beer Ambassy” (A. Briāna iela 9a, Valdemāra pasāža) dove non c’è produzione ma potrete ugualmente fare acquisti e abbinare cibo alle birre Valmiermuiža e a quelle di altri piccoli produttori lettoni.  La gamma “classica” si compone di Amber Lager e Dark Lager, una birra al frumento estiva ed una bock invernale: ci sono poi alcune etichette stagionali, distillati, cocktail a base di birra e bevande analcoliche.Le birre.Valmiermuiža Tumšais Filtrets è una dark lager prodotta con malti Pilsner, Monaco e Caramel Dark; i luppoli sono Hallertauer Nugget e Hallertauer Mittelfrüh. Si presenta di un bel color ebano con un impeccabile cappello di schiuma cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Al naso non c'è molta intensità e neppure la fragranza è di casa: c'è invece una buona pulizia che permette d'apprezzare profumi di pane nero e biscotto, caramello, qualche nota fruttata che ricorda uvetta e prugna, forse ciliegia. Il percorso prosegue con assolta precisione al palato, con la stessa modesta intensità e assenza di fragranza: è tuttavia una birra priva di difetti e tutto sommato gradevole che svolge il suo compito con un profilo moderatamente dolce che viene poi bilanciato dal quasi impercettibile amaro terroso e tostato finale. Considerata la gradazione alcolica (5.8%) si poteva pretendere un po' di più su quell'intensità dei sapori che viene invece minata da qualche cedimento acquoso. La bevuta è facile e scorrevole, con poche bollicine. La sufficienza è ampiamente guadagnata ma nel bicchiere non ci sono grosse emozioni.Passiamo ora a Bauskas Alus, operativo dal 1981 a Bauska:  Il birrificio è ancora indipendente e vanta di annoverare tra le sue file il più esperto ed anziano birraio lettone ancora in attività, Kārlis Zālītis. Oggi ha 85 anni e, visto che il sito ufficiale di Bauskas ancora lo nomina, immagino sia ancora vivo e operativo: il suo segreto, dice, è che non beve birra e nessun altro alcolico. Gli impianti sono visitabili e le sette birre a bassa fermentazione prodotte sono affiancate da succhi di frutta e  kvass e bevande analcoliche a base di malto (Veselība e Porteris) due ricette sviluppate negli anni ’60 proprio da Zālītis. Bauskas dovrebbe avere una quota di mercato domestica del 5%, ottenuta soprattutto grazie a due birre: la lager Bauskas Gaisais e la dark lager Bauskas Tumsais, nata nel 1982. Visto che non ho trovato altre informazioni rilevanti su Bauskas, procedo all'assaggio.Anche il suo aspetto è impeccabile e la livrea è più chiara rispetto alla Valmiermuiža. L'aroma propone pane nero e caramello, qualche nota biscottata e metallica, prugna e uvetta: la fragranza non è di casa, l'intensità è invece accettabile. Rispetto alla sua conterranea la sensazione palatale mi sembra migliore: non ci sono cedimenti acquosi e questa Tumšais Premium scorre rapida senza mai dar la sensazione di scivolare  via. Neppure il gusto fa dell'intensità il suo punto di forza: il canovaccio è sempre lo stesso (caramello/pane nero/uvetta e prugna) per una bevuta dolce che viene poi bilanciata da una rapida nota amaricante finale di pane tostato. Non c'è fragranza e la dolcezza caramellata appare un po' artificiosa: nel complesso è una dark lager bilanciata che si guadagna la sufficienza e che si beve con la stessa facilità con la quale si fa dimenticare. Sebbene si tratti ancora di un birrificio indipendente, quello che finisce nel bicchiere non mi sembra troppo distante dall'anonimato di una delle tante birre industriali.Nel dettaglio:Valmiermuiža Tumšais Filtrets, 50 cl., alc. 5.8%, IBU 23, lotto B2 IM, scad. 14/04/2018Bauskas Tumšais Premium, 50 cl., alc. 5,5% Latvia, lotto 98-1520, scad. 03/01/2018NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.