BrewDog Indie Pale Ale

Quando si parla di un birrificio si dovrebbe parlare solo di birra ma nel caso di BrewDog le cose sono state sempre diverse. All’inizio c’erano le birre, ma gli scozzesi hanno rapidamente iniziato a far parlare di sé per le loro provocazioni, per le irriverenti operazioni di marketing e per altre iniziative nelle quali la birra era stata relegata in secondo piano. Una strategia che era forse necessaria in un primo periodo per rompere l’establishment della birra industriale inglese e che ha indubbiamente portato successo: BrewDog si dichiara ancora paladino dell’indipendenza e della Craft Beer nonostante abbia ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi in Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Australia.  Ho incontrato per la prima volta BrewDog nel 2010 ed allora il mio palato era indubbiamente diverso: la mia esposizione alla birra artigianale era ancora limitata e le birre BrewDog mi sembravano estreme, potenti, aggressive. Esattamente quello che ti aspetti da un birrificio che proclama il punk e la rivoluzione. Mi sembravano o lo erano davvero?  Poi la rivoluzione di BrewDog si è espansa: per far girare gli impianti sempre più grandi è necessario vendere tanta birra e per farlo è necessario andare a pescare sempre più nel territorio dominato dalle anonime birre industriali. Portare i consumatori verso la più costosa Craft Beer non è semplice: bisogna conquistare il loro palato senza spaventarlo con prodotti estremi o troppo diversi da quelli che sono abituati a consumare. Le birre di BrewDog sono progressivamente divenute sempre più docili, le ricette sono state modificate e ammorbidite per avvicinarsi con più facilità ai consumatori. La loro birra più  iconica, la Punk IPA, è l’esempio perfetto. Le BrewDog degli ultimi anni mi sono sembrate sempre più anonime e un lontano ricordo di quello che erano.  Personalmente ho perso interesse verso il birrificio scozzese e probabilmente lo hanno fatto tanti altri appassionati della vecchia guardia. Un piccolo prezzo da pagare per poter continuare a crescere a e diventare una grande porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale? Certo, anche se per i vecchi nostalgici trovare una spina BrewDog in mezzo a tante industriali può ancora essere un’ancora di salvezza, in attesa di tempi migliori.La birra.E’ esattamente in quest’ottica che venne annunciata a gennaio del 2018 la nascita della nuova Indie Pale Ale. Non India, ma Indie: independent. Una “pale ale per il ventunesimo secolo, la nostra interpretazione della perfetta gateway beer: studiata per essere facile da comprare e da bere in ogni occasione. Una birra Ideale per chi voglia espandere i propri orizzonti: la utilizzeremo come trampolino di lancio carico di luppolo nel mondo della birra artigianale. La Indie Pale Ale è al tempo stesso un campanello d’allarme e uno squillo di tromba. La birra artigianale continuerà ad avanzare nel mercato solo se sarà accessibile a tutti: questa birra è la nuova arma per combattere le birre industriale insapori. Perché crediamo che una volta si sia attraversato il cancello non si posso più tornare indietro”. Per fare questo BrewDog progetta una nuova Pale Ale (4.2%) con malti biscotto e caramello, luppoli Columbus, Cascade e Simcoe.  Nel giorno del suo debutto, 11 gennaio, chiunque avesse taggato BrewDog con l’hashtag #DrinkIndie avrebbe avuto due mezze pinte di birra offerte nei vari BrewDog bar.  Nel bicchiere si presenta di color dorato, leggermente velato, mentre la schiuma è  cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Pane, miele e cereali; l’aroma è tutt’altro che luppolato. Un po’ di mela verde completa un quadro poco entusiasmante e le molte poche bollicine non aiutano a riportare un po’ di entusiasmo a chi beve il primo sorso. La bevuta è figlia dell’aroma è quindi sono protagonisti i malti, dovrei dire: in realtà l’intensità è davvero ai minimi termini e quindi parlare di protagonismo è fuori luogo.  Un po’ d’amaro, nella forma di frutta secca a guscio, arriva alla fine di un percorso anonimo e deludente.  Ma è una chiusura poco secca e quindi poco dissetante, con una leggera patina dolciastra che rimane avvolta al palato.  Ben vengano birre entry level per portare i bevitori di birra industriale dall’altra parte della barricata, ma questa lattina di Indie Pale Ale è equiparabile proprio ad un banale e insapore prodotto industriale, noioso e privo di carattere. Meglio allora risparmiare qualche centesimo e restare tra la braccia dell’industria. Siamo nel 2020 e si deve pretendere di più anche da una semplice gateway beer. Non so se la birra sia stata maltratta dalla distribuzione, ma l’impressione è che sia una delle tante anonime e deludenti birre alle quali ormai BrewDog ci ha purtroppo abituato.Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 03029 50,  scad. 11/09/2021, prezzo indicativo 2.00 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

BrewDog Indie Pale Ale

Quando si parla di un birrificio si dovrebbe parlare solo di birra ma nel caso di BrewDog le cose sono state sempre diverse. All’inizio c’erano le birre, ma gli scozzesi hanno rapidamente iniziato a far parlare di sé per le loro provocazioni, per le irriverenti operazioni di marketing e per altre iniziative nelle quali la birra era stata relegata in secondo piano. Una strategia che era forse necessaria in un primo periodo per rompere l’establishment della birra industriale inglese e che ha indubbiamente portato successo: BrewDog si dichiara ancora paladino dell’indipendenza e della Craft Beer nonostante abbia ormai raggiunto dimensioni ragguardevoli: un beer-hotel in Ohio (USA), una linea aerea, altri due piccoli hotel in Scozia, una cinquantina di BrewDog bar sparsi in tutto il mondo e cinque siti produttivi sparsi in Scozia (due ad Ellon), Germania (l’ex Stone Berlin), USA (Columbus, Ohio) e Australia.  Ho incontrato per la prima volta BrewDog nel 2010 ed allora il mio palato era indubbiamente diverso: la mia esposizione alla birra artigianale era ancora limitata e le birre BrewDog mi sembravano estreme, potenti, aggressive. Esattamente quello che ti aspetti da un birrificio che proclama il punk e la rivoluzione. Mi sembravano o lo erano davvero?  Poi la rivoluzione di BrewDog si è espansa: per far girare gli impianti sempre più grandi è necessario vendere tanta birra e per farlo è necessario andare a pescare sempre più nel territorio dominato dalle anonime birre industriali. Portare i consumatori verso la più costosa Craft Beer non è semplice: bisogna conquistare il loro palato senza spaventarlo con prodotti estremi o troppo diversi da quelli che sono abituati a consumare. Le birre di BrewDog sono progressivamente divenute sempre più docili, le ricette sono state modificate e ammorbidite per avvicinarsi con più facilità ai consumatori. La loro birra più  iconica, la Punk IPA, è l’esempio perfetto. Le BrewDog degli ultimi anni mi sono sembrate sempre più anonime e un lontano ricordo di quello che erano.  Personalmente ho perso interesse verso il birrificio scozzese e probabilmente lo hanno fatto tanti altri appassionati della vecchia guardia. Un piccolo prezzo da pagare per poter continuare a crescere a e diventare una grande porta d’accesso per passare dal mondo industriale a quello artigianale? Certo, anche se per i vecchi nostalgici trovare una spina BrewDog in mezzo a tante industriali può ancora essere un’ancora di salvezza, in attesa di tempi migliori.La birra.E’ esattamente in quest’ottica che venne annunciata a gennaio del 2018 la nascita della nuova Indie Pale Ale. Non India, ma Indie: independent. Una “pale ale per il ventunesimo secolo, la nostra interpretazione della perfetta gateway beer: studiata per essere facile da comprare e da bere in ogni occasione. Una birra Ideale per chi voglia espandere i propri orizzonti: la utilizzeremo come trampolino di lancio carico di luppolo nel mondo della birra artigianale. La Indie Pale Ale è al tempo stesso un campanello d’allarme e uno squillo di tromba. La birra artigianale continuerà ad avanzare nel mercato solo se sarà accessibile a tutti: questa birra è la nuova arma per combattere le birre industriale insapori. Perché crediamo che una volta si sia attraversato il cancello non si posso più tornare indietro”. Per fare questo BrewDog progetta una nuova Pale Ale (4.2%) con malti biscotto e caramello, luppoli Columbus, Cascade e Simcoe.  Nel giorno del suo debutto, 11 gennaio, chiunque avesse taggato BrewDog con l’hashtag #DrinkIndie avrebbe avuto due mezze pinte di birra offerte nei vari BrewDog bar.  Nel bicchiere si presenta di color dorato, leggermente velato, mentre la schiuma è  cremosa, compatta ed ha una buona persistenza. Pane, miele e cereali; l’aroma è tutt’altro che luppolato. Un po’ di mela verde completa un quadro poco entusiasmante e le molte poche bollicine non aiutano a riportare un po’ di entusiasmo a chi beve il primo sorso. La bevuta è figlia dell’aroma è quindi sono protagonisti i malti, dovrei dire: in realtà l’intensità è davvero ai minimi termini e quindi parlare di protagonismo è fuori luogo.  Un po’ d’amaro, nella forma di frutta secca a guscio, arriva alla fine di un percorso anonimo e deludente.  Ma è una chiusura poco secca e quindi poco dissetante, con una leggera patina dolciastra che rimane avvolta al palato.  Ben vengano birre entry level per portare i bevitori di birra industriale dall’altra parte della barricata, ma questa lattina di Indie Pale Ale è equiparabile proprio ad un banale e insapore prodotto industriale, noioso e privo di carattere. Meglio allora risparmiare qualche centesimo e restare tra la braccia dell’industria. Siamo nel 2020 e si deve pretendere di più anche da una semplice gateway beer. Non so se la birra sia stata maltratta dalla distribuzione, ma l’impressione è che sia una delle tante anonime e deludenti birre alle quali ormai BrewDog ci ha purtroppo abituato.Formato 33 cl., alc. 4.2%, lotto 03029 50,  scad. 11/09/2021, prezzo indicativo 2.00 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA

Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro.  Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor. Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.La birra.Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità.  In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? Nel dettaglio: Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Liquida: Loki IPA & Don Quisciotte West Coast IPA

Il Birrificio Liquida è uno degli ultimi arrivati nel panorama italiano ma dietro alle quinte vi sono delle vecchie conoscenze: Luca Tassinati, Christian Bertoni e Luca Drudi. Partiamo da Tassinati, homebrewer che esordì tra i professionisti nel 2013 con la beerfirm ferrarese Monkey Beer  e diventò poi alla fine del 2016 birraio del birrificio umbro Altotevere, col quale due anni dopo riuscì a conquistare il titolo di birraio emergente dell’anno 2018. Christian Bertoni e Luca Drudi sono invece due appassionati birrofili ed homebrewers che nell’autunno del 2016 inaugurarono a Forlì, assieme al socio  Lorenzo Gramellini, il locale BiFor, nel quale è ovviamente protagonista la birra artigianale: al locale è collegata l’omonima beerfirm che nel 2019 ottenne alla manifestazione Birra dell’Anno la medaglia d’argento nella propria categoria di riferimento con la Black IPA Icaro.  Il birrificio Altotevere è stato uno dei protagonisti alle spine del BiFor e sugli impianti in Umbria venne prodotta anche qualche etichetta BiFor. Tra Tassinati, Bertoni e Drudi si creò un bel rapporto professionale e personale: il birraio ferrarese cullava da tempo il sogno di possedere un proprio birrificio e i due amici romagnoli decisero di aiutarlo a realizzarlo.  I tre soci fondano il Birrificio Liquida e Tassinati lascia Altotevere per dedicarsi al nuovo impianto che trova casa ad Ostellato, nella “bassa” ferrarese, posizionato a metà strada tra il capoluogo emiliano e la costa adriatica. Le vicissitudini legate al Covid-19 hanno fatto posticipare il debutto di Liquida, molto atteso dagli addetti ai lavori, allo scorso 17 Giugno 2020 ovviamente alle spine del BiFor. Liquida, bel nome e belle grafiche realizzate a Forlì,  fa riferimento allo “stato della birra come corpo fluido, in evoluzione, in crescita, che conserva il proprio volume ma che tende a prendere la forma del recipiente in cui è posto”.    Si parte “a tutto luppolo” con le IPA Don Quisciotte, Loki e la sorella maggiore Sierra Tonante; in luglio sono poi arrivate la Ploner Pils, la Session IPA Chopper a la Tripel Caronte, in agosto la witbier In Bloom.La birra.Loki è una delle prima birre realizzare da Liquida ma non affezionatevi troppo: si tratta in realtà di una IPA (5.5%) la cui ricetta varia ad ogni lotto (“mutevole come la forma e il carattere dell’omonima divinità norrena) e si differenzia per un diverso mix di luppoli.  Nello specifico ci occupiamo della primissima cotta dello scorso giugno realizzata con Sabro, Amarillo e Mosaic. In commercio troverete già la Loki DDH IPA Citra/Simcoe /Sultana e la Loki Sabro/Amarillo/Mosaic. Si tratta di un’interpretazione West Coast ma a voler essere pignoli il suo colore dorato è un po’ troppo pallido: la schiuma è candida, compatta ed ha ottima ritenzione. Pane e crackers, profumi floreali, pompelmo, mandarino, arancia, cedro, qualche accenno alla frutta tropicale: l’aroma è pulito ed elegante, abbastanza intenso. La bevuta è secca, moderna e non modaiola, molto ben bilanciata tra malti (pane, crackers), frutta tropicale e quegli agrumi che diventano rapidamente protagonisti per essere poi affiancati da note resinose in un finale amaro di buona intensità e persistenza. Ottimo anche il mouthfeel, che avvolge il palato senza pregiudicare la scorrevolezza di una birra che nasconde benissimo l’alcool ed evapora dal bicchiere molto velocemente. IPA semplice ma efficace, pulita, elegante: ottima esecuzione.Restiamo al sole della California perché anche l’IPA Don Quisciotte (6.6%) è d’ispirazione West Coast:  i protagonisti sono Mosaic, Columbus e Citra. In questo caso il suo colore è perfettamente centrato: tra il dorato e l’arancio con una testa di schiuma cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. Pompelmo, accenni di frutta tropicale, note dank (per i meno esperti: pensate alla marijuana): l’aroma non è esplosivo ma quello che conta, ovvero pulizia ed eleganza, c’è. Anche la Don Quisciotte risulta molto gradevole al palato: corpo medio, giusta carbonazione, morbida e leggermente cremosa al “tatto”: pane, miele, qualche accenno di frutta tropicale e di pompelmo tracciano un percorso lineare che culmina in un bel finale amaro, dank e resinoso, lungo e intenso. Gran bella interpretazione di West Coast IPA: pulita, con gli attributi al punto giusto e dalla grande bevibilità.  In un periodo in cui molti birrifici cercano di produrre dei torbidi succhi di frutta con risultati spesso discutibili è davvero un piacere trovare due IPA di ottimo livello ispirate alla cara vecchia West Coast e rinvigorite da un tocco moderno: un debutto assolutamente positivo quello di Liquida. Ma da vecchio brontolone voglio trovare lo stesso un difetto: perché non indicare in etichetta la data di confezionamento? Nel dettaglio: Loki, 33 cl., alc. 5.5%. scadenza 14/06/2021, prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)Don Quisciotte, 33 cl., alc. 6.6%, scadenza 15/06/2021,  prezzo indicativo 4,50- 5,00 € (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Ottakringer BrauWerk Big Easy Session IPA

Il birrificio Ottakringer fu fondato nel 1837 nell’omonimo (Ottakring) sobborgo di Vienna, un tempo semplice agglomerato di un centinaio di case e oggi divenuto il sedicesimo distretto della capitale: nella sua storia ha cambiato innumerevoli proprietari, è sopravvissuto a due guerre, è stato più volte ricostruito ed è oggi l’unica azienda austriaca nel settore bevande ad essere quotata in borsa.  La Ottakringer Getränke AG è posseduta al 94% dalle famiglie austriache Menz, Wenckheim, Trauttenberg e Pfusterschmid che nel 2009 hanno riacquistato un considerevoli numero di azioni dalla multinazionale Heinieken, operante in territorio austriaco con i marchi Zipfer, Gösser e Puntigamer attraverso la Brau Union.  Birra propria, distribuzione di marchi altrui (Budweiser) e acqua minerale (Vöslauer) hanno consentito alla Ottakringer di fatturare nel 2018 circa  80 milioni di euro: la produzione di birra è di circa 500.000 ettolitri l’anno, con una quota di mercato domestico  del 6%.  Per cercare di conquistare nuovi clienti anche Ottakringer, come altri grandi marchi austriaci, ha iniziato a fare l’occhiolino al craft, creando nel 2014 la propria divisione BrauWerk, uno spin-off dedicato a produrre piccoli lotti su impianto dedicato che vanno soprattutto al di fuori dalla tradizione austriaca. Al marchio BrauWerk, caratterizzato da grafiche moderne, è seguito il Beer Base Vienna, un locale che si trova in Ottakringer Plants, adiacente al birrificio. Definirlo solo un bar (aperto lo scorso aprile) sarebbe molto riduttivo: oltre alle spine e alle bottiglie da acquistare, il Beer Base Vienna promette di mostrarvi il mondo BrauWerk a 360 gradi con corsi di degustazione, visite guidate all’impianto e la possibilità utilizzarlo per produrre le proprie ricette. La gamma BrauWerk include attualmente numerose etichette stagionali ed alcune birre disponibili tutto l’anno: tra queste la Belgian Ale Sunbeam, la Big Easy Session IPA, la Porter Black & Proud, la Lager Native Tongue e  la Pils alla menta Mint the Gap. Una Belgian Dubbel è invece stata utilizzata come base per i primi  passaggi in botte denominati Barrel Born.La birra.Lo ammetto: il nome Ottakringer non suscita in me particolari entusiasmi, anche se si tratta di un birrificio ancora indipendente e non posseduto da una multinazionale: le Ottakringer bevute nel corso di svariati viaggi in territorio austriaco non mi hanno mai lasciato nessun ricordo. Tentiamo la sorte con lo spin-off BrauWerk e la sua Big Easy Session IPA  dallo scorso giugno disponibile anche in qualche supermercato italiano ad un prezzo piuttosto interessante se paragonato alle altre birre artigianali o presunte tali.Di colore ambrato velato, forma una testa di schiuma ocra un po’ scomposta ma dalla buona resistenza. Biscotto, caramello, note resinose: l’aroma non è fresco né fragrante ma mostra comunque buona intensità e pulizia. E’ una birra che al palato dimostra molto più di quello che dichiara come contenuto alcolico (4.3%): non mi riferisco tanto alla percezione dell’alcool ma alla consistenza tattile, che ne penalizza un po’ la scorrevolezza in un paese dove la tradizione vuole che la birra sia leggera come l’acqua. La bevuta mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, sviluppandosi in una struttura rigorosa e classica, lontana da qualsiasi moda e scandita dal dolce del caramello e del biscotto al quale fa seguito un  amaro resinoso nel quale trova posto anche un po’ di frutta secca a guscio. Vale lo stesso discorso fatto riguardo all’aroma: per una session beer l’intensità è degna di nota ma  fragranza e vivacità non sono le caratteristiche principali di questa lattina. Notevole anche la presenza di sedimento sul fondo, a testimoniare come alla Ottakringer abbiano davvero voluto fare un prodotto assimilabile al craft. Una IPA versione 1.0, simile a quelle che giravano  dalle nostre parti 8-10  anni fa. Il risultato è ampiamente sufficiente ed anche gradevole, se volete fare un salto indietro nel tempo e non mettete la freschezza tra le vostre priorità: da Ottakringer mi aspettavo sinceramente di peggio.Formato 33 cl., alc. 4.3%, IBU 47, Lotto 022282, scad. 01/02/2021, Prezzo indicative 1,99 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Ottakringer BrauWerk Big Easy Session IPA

Il birrificio Ottakringer fu fondato nel 1837 nell’omonimo (Ottakring) sobborgo di Vienna, un tempo semplice agglomerato di un centinaio di case e oggi divenuto il sedicesimo distretto della capitale: nella sua storia ha cambiato innumerevoli proprietari, è sopravvissuto a due guerre, è stato più volte ricostruito ed è oggi l’unica azienda austriaca nel settore bevande ad essere quotata in borsa.  La Ottakringer Getränke AG è posseduta al 94% dalle famiglie austriache Menz, Wenckheim, Trauttenberg e Pfusterschmid che nel 2009 hanno riacquistato un considerevoli numero di azioni dalla multinazionale Heinieken, operante in territorio austriaco con i marchi Zipfer, Gösser e Puntigamer attraverso la Brau Union.  Birra propria, distribuzione di marchi altrui (Budweiser) e acqua minerale (Vöslauer) hanno consentito alla Ottakringer di fatturare nel 2018 circa  80 milioni di euro: la produzione di birra è di circa 500.000 ettolitri l’anno, con una quota di mercato domestico  del 6%.  Per cercare di conquistare nuovi clienti anche Ottakringer, come altri grandi marchi austriaci, ha iniziato a fare l’occhiolino al craft, creando nel 2014 la propria divisione BrauWerk, uno spin-off dedicato a produrre piccoli lotti su impianto dedicato che vanno soprattutto al di fuori dalla tradizione austriaca. Al marchio BrauWerk, caratterizzato da grafiche moderne, è seguito il Beer Base Vienna, un locale che si trova in Ottakringer Plants, adiacente al birrificio. Definirlo solo un bar (aperto lo scorso aprile) sarebbe molto riduttivo: oltre alle spine e alle bottiglie da acquistare, il Beer Base Vienna promette di mostrarvi il mondo BrauWerk a 360 gradi con corsi di degustazione, visite guidate all’impianto e la possibilità utilizzarlo per produrre le proprie ricette. La gamma BrauWerk include attualmente numerose etichette stagionali ed alcune birre disponibili tutto l’anno: tra queste la Belgian Ale Sunbeam, la Big Easy Session IPA, la Porter Black & Proud, la Lager Native Tongue e  la Pils alla menta Mint the Gap. Una Belgian Dubbel è invece stata utilizzata come base per i primi  passaggi in botte denominati Barrel Born.La birra.Lo ammetto: il nome Ottakringer non suscita in me particolari entusiasmi, anche se si tratta di un birrificio ancora indipendente e non posseduto da una multinazionale: le Ottakringer bevute nel corso di svariati viaggi in territorio austriaco non mi hanno mai lasciato nessun ricordo. Tentiamo la sorte con lo spin-off BrauWerk e la sua Big Easy Session IPA  dallo scorso giugno disponibile anche in qualche supermercato italiano ad un prezzo piuttosto interessante se paragonato alle altre birre artigianali o presunte tali.Di colore ambrato velato, forma una testa di schiuma ocra un po’ scomposta ma dalla buona resistenza. Biscotto, caramello, note resinose: l’aroma non è fresco né fragrante ma mostra comunque buona intensità e pulizia. E’ una birra che al palato dimostra molto più di quello che dichiara come contenuto alcolico (4.3%): non mi riferisco tanto alla percezione dell’alcool ma alla consistenza tattile, che ne penalizza un po’ la scorrevolezza in un paese dove la tradizione vuole che la birra sia leggera come l’acqua. La bevuta mostra perfetta corrispondenza con l’aroma, sviluppandosi in una struttura rigorosa e classica, lontana da qualsiasi moda e scandita dal dolce del caramello e del biscotto al quale fa seguito un  amaro resinoso nel quale trova posto anche un po’ di frutta secca a guscio. Vale lo stesso discorso fatto riguardo all’aroma: per una session beer l’intensità è degna di nota ma  fragranza e vivacità non sono le caratteristiche principali di questa lattina. Notevole anche la presenza di sedimento sul fondo, a testimoniare come alla Ottakringer abbiano davvero voluto fare un prodotto assimilabile al craft. Una IPA versione 1.0, simile a quelle che giravano  dalle nostre parti 8-10  anni fa. Il risultato è ampiamente sufficiente ed anche gradevole, se volete fare un salto indietro nel tempo e non mettete la freschezza tra le vostre priorità: da Ottakringer mi aspettavo sinceramente di peggio.Formato 33 cl., alc. 4.3%, IBU 47, Lotto 022282, scad. 01/02/2021, Prezzo indicative 1,99 euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Rebel’s Lil Tropical Session IPA & Parrot Invasion IPA

Tutti romani di nascita o d’adozione, nati all’inizio degli anni ’90 e cresciuti ai banconi del Ma che siete venuti a fa’ e della Brasserie 4:20: sono Andrea Martorano, Riccardo Di Profio, Andrea Casini e Raffaele Lucadamo, quattro ragazzi che hanno vissuto in prima persona la rivoluzione della birra artigianale arrivata nella capitale del nostro paese a colpi di IPA e Double IPA. Dal bancone alle pentole il passo è breve: la passione di bere e di scoprire nuovi birrifici si trasforma nella curiosità di provare a fare la birra ogni weekend nella casa estiva di Raffaele a Torvajanica.  L’homebrewing procede in parallelo agli studi universitari, arrivando dopo inevitabili successi ed insuccessi a toccare quota 3600 litri l’anno: ben presto i quattro amici scoprono di preferire la birra agli sbocchi professionali che si prospettano dopo aver studiato Economia, Ingegneria edile e Scienze della Formazione e decidono che è il momento di trasformare il loro hobby in una vera e propria professione, confortati dai pareri positivi sulle birre prodotte che arrivano da conoscenti e addetti ai lavori.  La ricerca della location giusta si protrae per quasi otto mesi, quando viene individuato un casale degli anni ’70 ristrutturato nella zona di Roma Sud, in via Ardeatina, in prossimità del Grande Raccordo Anulare:  “inizialmente volevamo realizzare un brewpub che unisse la produzione alla ristorazione, quindi ci siamo focalizzati su una location piuttosto centrale. Dopo diversi mesi a vuoto per via di spazi non conformi per l’attività di birrificio o costi esorbitanti, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di fare quello che effettivamente sapevamo fare: la birra.  Già dai primi sopralluoghi avevamo capito che quello era il posto dove poter realizzare il nostro sogno: produrre e avere anche uno spazio esterno dove poter accogliere curiosi e bevitori, proprio come a Londra o in altre città europee. Inoltre, la sua posizione è esterna rispetto al centro, ma comunque dentro al raccordo, quindi tra la città e la campagna. Insomma, ci è sembrato il miglior posto dove lavorare ogni giorno!” Nel 2016 vengono così accesi i motori dell’impianto da 10 hl guidato da Riccardo Di Profio, mentre Andrea Martorano e Raffaele Lucadamo si occupano della parte commerciale e Andrea Casini di quella amministrativa.  A soli cinque mesi dal debutto Rebel’s viene chiamato a partecipare all’importante manifestazione EurHop con le prime cinque produzioni: la Cream Ale Honey, la Saison Tricky, la Double IPA Tropical Bomb, la Session IPA White Fusion e la Smoked Cream Ale  Mr. Peat.  Il birrificio non è dotato di cucina ma durante la stagione estiva vengono organizzati eventi con musica dal vivo, dj set e food truck nel Summer Beer Garden, di solito aperto dal giovedì al sabato. In loco è possibile acquistare anche le nuove lattine che da qualche mese hanno sostituito le bottiglie: per l’occasione è stato anche fatto il completo restyling delle etichette. Al di fuori della stagione estiva se non erro il birrificio è aperto solamente il sabato per acquisti in loco: in alternativa potete ricorrere al negozio on-line che effettua trasporto refrigerato in tutta Italia. In quattro anni d’attività Rebel’s ha prodotto una cinquantina di etichette diverse.Le birre. Partiamo da Lil Tropical (4.5%) sorella minore della Double IPA della casa Tropical Bomb, con la quale condivide la stessa ricetta: i luppoli utilizzati sono Topaz, Ekuanot e Citra. Il suo color oro è leggermente pallido e velato, la candida schiuma è cremosa ed ha buona persistenza. Pompelmo, lime e cedro caratterizzano un aroma ricco di agrumi ed arricchito da note floreali e di frutta tropicale; in sottofondo s’avverte anche una leggera presenza di cereale. E’ una Session IPA agile e scorrevole che tuttavia mantiene una buona presenza al palato: pane, cereali e il dolce dell’ananas sono le fondamenta che sorreggono e bilanciano una bevuta secca e spiccatamente zesty. L’amaro è educato e corto, il palato si trova subito pulito e desideroso di un nuovo sorso: caratteristiche perfette per una session beer facile da bere e dall’ottima intensità che disseta e non stanca mai. A dispetto del nome (tropical) sono gli agrumi a guidare le danze: birra ben fatta e perfetta per affrontare i mesi più caldi dell’anno.Parrot Invasion è invece una West Coast IPA che promette un “amaro morbido e un naso esplosivo” grazie al dry hopping di Mosaic e Cascade. Siamo in realtà leggermente al di sotto (6%) della classica gradazione alcolica di una IPA californiana ma poco importa: il vestito oro-arancio è perfettamente adeguato mentre la schiuma potrebbe essere più generosa. L’aroma non è esattamente esplosivo ma nella sua essenzialità offre pulizia e eleganza: dank, pompelmo, frutta tropicale. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato in una bevuta semplice ma efficace, pulita e molto bilanciata tra pane, miele, tropicale, pompelmo e un bel finale resinoso/dank di buona intensità e durata. Le manca forse un pochino di secchezza e  il suo spettro di profumi e sapori potrebbe essere un po’ più variegato ma sto andando a cercare il pelo nell’uovo: anche Parrot Invasion, come Lil Tropical, ha tutto quel che serve per far star bene chi si trova con il bicchiere in mano. Nel dettaglio: Lil Tropical, 40 cl., alc. 4.5%, lotto 12/20, scad. 04/02/2021, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)Parrot Invasion, 40 cl., alc. 6%, lotto  14/20, scad.  03/02/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Rebel’s Lil Tropical Session IPA & Parrot Invasion IPA

Tutti romani di nascita o d’adozione, nati all’inizio degli anni ’90 e cresciuti ai banconi del Ma che siete venuti a fa’ e della Brasserie 4:20: sono Andrea Martorano, Riccardo Di Profio, Andrea Casini e Raffaele Lucadamo, quattro ragazzi che hanno vissuto in prima persona la rivoluzione della birra artigianale arrivata nella capitale del nostro paese a colpi di IPA e Double IPA. Dal bancone alle pentole il passo è breve: la passione di bere e di scoprire nuovi birrifici si trasforma nella curiosità di provare a fare la birra ogni weekend nella casa estiva di Raffaele a Torvajanica.  L’homebrewing procede in parallelo agli studi universitari, arrivando dopo inevitabili successi ed insuccessi a toccare quota 3600 litri l’anno: ben presto i quattro amici scoprono di preferire la birra agli sbocchi professionali che si prospettano dopo aver studiato Economia, Ingegneria edile e Scienze della Formazione e decidono che è il momento di trasformare il loro hobby in una vera e propria professione, confortati dai pareri positivi sulle birre prodotte che arrivano da conoscenti e addetti ai lavori.  La ricerca della location giusta si protrae per quasi otto mesi, quando viene individuato un casale degli anni ’70 ristrutturato nella zona di Roma Sud, in via Ardeatina, in prossimità del Grande Raccordo Anulare:  “inizialmente volevamo realizzare un brewpub che unisse la produzione alla ristorazione, quindi ci siamo focalizzati su una location piuttosto centrale. Dopo diversi mesi a vuoto per via di spazi non conformi per l’attività di birrificio o costi esorbitanti, ci siamo guardati in faccia e abbiamo deciso di fare quello che effettivamente sapevamo fare: la birra.  Già dai primi sopralluoghi avevamo capito che quello era il posto dove poter realizzare il nostro sogno: produrre e avere anche uno spazio esterno dove poter accogliere curiosi e bevitori, proprio come a Londra o in altre città europee. Inoltre, la sua posizione è esterna rispetto al centro, ma comunque dentro al raccordo, quindi tra la città e la campagna. Insomma, ci è sembrato il miglior posto dove lavorare ogni giorno!” Nel 2016 vengono così accesi i motori dell’impianto da 10 hl guidato da Riccardo Di Profio, mentre Andrea Martorano e Raffaele Lucadamo si occupano della parte commerciale e Andrea Casini di quella amministrativa.  A soli cinque mesi dal debutto Rebel’s viene chiamato a partecipare all’importante manifestazione EurHop con le prime cinque produzioni: la Cream Ale Honey, la Saison Tricky, la Double IPA Tropical Bomb, la Session IPA White Fusion e la Smoked Cream Ale  Mr. Peat.  Il birrificio non è dotato di cucina ma durante la stagione estiva vengono organizzati eventi con musica dal vivo, dj set e food truck nel Summer Beer Garden, di solito aperto dal giovedì al sabato. In loco è possibile acquistare anche le nuove lattine che da qualche mese hanno sostituito le bottiglie: per l’occasione è stato anche fatto il completo restyling delle etichette. Al di fuori della stagione estiva se non erro il birrificio è aperto solamente il sabato per acquisti in loco: in alternativa potete ricorrere al negozio on-line che effettua trasporto refrigerato in tutta Italia. In quattro anni d’attività Rebel’s ha prodotto una cinquantina di etichette diverse.Le birre. Partiamo da Lil Tropical (4.5%) sorella minore della Double IPA della casa Tropical Bomb, con la quale condivide la stessa ricetta: i luppoli utilizzati sono Topaz, Ekuanot e Citra. Il suo color oro è leggermente pallido e velato, la candida schiuma è cremosa ed ha buona persistenza. Pompelmo, lime e cedro caratterizzano un aroma ricco di agrumi ed arricchito da note floreali e di frutta tropicale; in sottofondo s’avverte anche una leggera presenza di cereale. E’ una Session IPA agile e scorrevole che tuttavia mantiene una buona presenza al palato: pane, cereali e il dolce dell’ananas sono le fondamenta che sorreggono e bilanciano una bevuta secca e spiccatamente zesty. L’amaro è educato e corto, il palato si trova subito pulito e desideroso di un nuovo sorso: caratteristiche perfette per una session beer facile da bere e dall’ottima intensità che disseta e non stanca mai. A dispetto del nome (tropical) sono gli agrumi a guidare le danze: birra ben fatta e perfetta per affrontare i mesi più caldi dell’anno.Parrot Invasion è invece una West Coast IPA che promette un “amaro morbido e un naso esplosivo” grazie al dry hopping di Mosaic e Cascade. Siamo in realtà leggermente al di sotto (6%) della classica gradazione alcolica di una IPA californiana ma poco importa: il vestito oro-arancio è perfettamente adeguato mentre la schiuma potrebbe essere più generosa. L’aroma non è esattamente esplosivo ma nella sua essenzialità offre pulizia e eleganza: dank, pompelmo, frutta tropicale. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato in una bevuta semplice ma efficace, pulita e molto bilanciata tra pane, miele, tropicale, pompelmo e un bel finale resinoso/dank di buona intensità e durata. Le manca forse un pochino di secchezza e  il suo spettro di profumi e sapori potrebbe essere un po’ più variegato ma sto andando a cercare il pelo nell’uovo: anche Parrot Invasion, come Lil Tropical, ha tutto quel che serve per far star bene chi si trova con il bicchiere in mano. Nel dettaglio: Lil Tropical, 40 cl., alc. 4.5%, lotto 12/20, scad. 04/02/2021, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)Parrot Invasion, 40 cl., alc. 6%, lotto  14/20, scad.  03/02/2021, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset. Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.La birra.Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

CRAK Mundaka Sunshine

Tra i birrifici italiani Crak è probabilmente quello che ha meglio adottato un profilo internazionale e moderno, alla stregua di quanto stanno facendo i nomi più gettonati della scena craft europea ed americana. In Italia non si sono ancora raggiunti (e mai accadrà) i livelli di fanatismo degli Stati Uniti, con persone accampate al di fuori del birrificio per riuscire ad accaparrarsi una bottiglia di birra ma, a parte questo, a Crak non manca ormai nulla: lattine, grafiche moderne, sforna novità senza sosta (anche se ciò consiste in monotone variazioni del tema NEIPA), ha una bella taproom moderna e informale, organizza ogni anno il proprio festival e – novità 2020 – distribuisce in autonomia le birre, sia a privati che a locali e beershop.Anche le poche birre che Crak produce tutto l’anno vengono periodicamente rinfrescate ed immesse sul mercato in edizione “speciale”, perché la gente vuole sempre bere qualcosa di diverso: è accaduto più volte  alla Guerrilla, la IPA della casa, e qualche settimana fa anche la session Mundaka ha partorito due gemelli chiamati Sunshine e Sunset. Mundaka viene prodotta dal 2012, anno in cui i ragazzi di Padova avevano debuttato con la beerfirm chiamata Birra Olmo poi trasformatasi in Crak Brewery:  Mundaka nacque come Summer Ale, una birra estiva (3.5%) semplice e facile da bere, una sorta di gateway beer da proporre a chi magari ha sempre bevuto le blande birre industriali. Nel corso del tempo Mundaka si è trasformata prima in un’American Pale Ale e poi in una Session IPA, categoria che riscuote certamente più successo tra i clienti delle due precedenti, ed ha aumentato la sua gradazione alcolica 4.6%..  Anche il mix di luppoli è stato ovviamente modificato: quello attuale dovrebbe includere Simcoe e Citra. Lo scorso giugno ne sono arrivate due edizioni speciali chiamate Sunrise e Sunset, entrambe caratterizzate dal (necessario, se si vuole essere moderni) Double Dry Hopping.: per Sunrise Crak afferma di aver “esplorato nuovi confini della luppolatura. Abbiamo usato un nuovo metodo sperimentale che permette un’aggiunta esagerata di luppolo per un’ondata potente e deflagrante di profumi e aromi  senza alcuna increspatura astringente”.  La Sunset è invece “solamente” una versione DDH single-hop della Mundaka, con il luppolo Citra come protagonista.La birra.Visivamente ricorda un succo di frutta alla pera, la schiuma è modesta ed ha scarsa ritenzione: l’aroma è intenso, pulito e caratterizzato da una buona finezza per lo stile. Ananas, mango, pesca, pompelmo, profumi floreali e di altri frutti tropicali: c’è tutto quello che serve. Il “problema” (virgolette obbligatorie) di queste birre sottoposte ad un massiccio dry hopping è che sovente le aspettative create dall’aroma vengono poi un po’ deluse quando le si beve. In questo caso Mundaka Sunshine regala invece una bevuta piuttosto intensa, per essere una session beer, nella quale sono in evidenza soprattutto agrumi e carattere zesty, ma si notano anche interferenze dolci di frutta tropicale e di crackers. Ma la sorpresa più bella riguarda soprattutto il mouthfeel: morbido, assolutamente privo di asperità e spigoli. La sua natura NEIPA ne limita ovviamente un po’ la velocità di bevuta, ma è una birra che non stanca mai e che, nota di merito, non gratta in gola. L’amaro è moderato è educato, la chiusura è secca: una session di carattere nella quale la componente juicy non è estremizzata: una birra molto fruttata che sa ancora di birra, per intenderci. Un bel boost alla Mundaka, birra che non bevo da un po’ tempo ma che ricordo un po’ troppo timida: non so in  cosa consista questo nuovo metodo sperimentale di luppolare la birra che Crak dice di aver utilizzato, ma il risultato è assolutamente convincente.Formato 40 cl., alc. 4.6%, scad. 23/11/2020, prezzo indicativo 5,00-6,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio