The Bruery The Grade 2016

Il birrificio californiano The Bruery fu uno dei primi ad attivare un programma di membership:  i soci che vi aderiscono hanno la certezza di poter mettere le mani su di un determinato numero di birre difficilmente reperibili,  mentre il birrificio ottiene un pagamento “anticipato” vendendo della birra che deve ancora produrre. Il successo ha spinto Patrick Rue, fondatore di Bruery, ad ampliare l’offerta creando nuovi club sempre più esclusivi (ed esosi per chi vi prende parte).  Vediamoli  a partire da quello “basico”, ovvero la Preservation Society che ad un costo variabile a trimestre di 50-70 dollari  (a seconda delle birre e dall’opzione spedizione in California o ritiro di persona) vi garantisce tre birre con un prezzo scontato del 10% rispetto a quello di listino: l’offerta include ogni volta mesi una birra invecchiata in botte di bourbon, una acida e invecchiata in botte, una sperimentale. Potrete inoltre partecipare a vendite speciali che avvengono ogni tanto e accedere alla “tap list speciale” riservata ai membri presso le tap rooms del birrificio. L’asticella si alza accedendo alla Reserve Society: 295 dollari all’anno vi garantiscono per il 2018 l’equivalente di un valore commerciale di 370 dollari di birre e merchandising. Potete scegliere il pacchetto dedicato alle birre “barrel aged & sour” (14 bottiglie), a quello solo “barrel aged” (12 bottiglie) o a quello solo “sour” (25 bottiglie di Bruery Terreaux). Avrete un 15% di sconto su qualsiasi altro ordine fatto sul sito on-line del birrificio e alle tasting rooms avrete accesso ad eventi speciali e a birre speciali, ovviamente da pagare separatamente. La spedizione a domicilio è un extra che vi sarà addebitato: nel caso non abbiate avrete fretta e vogliate il ritiro a mano, magari perché abitate a migliaia di chilometri di distanza, The Bruery promette di tenere in magazzino a temperatura controllata tutte le vostre birre fino a febbraio 2019. Insomma, se volete birre “rare” da scambiare o rivendere a prezzi folli su mercati secondari, fate i vostri conti: i soldi che vi chiedono di pagare potrebbero non essere così tanti, alla fine. L’ultima frontiera è quella dell’esclusività, ovvero la “Hoarders Society”: un club al quale vengono invitati solo i clienti migliori (ovvero i più facoltosi...?). Se accettate l’invito dovrete pagare 700 dollari per ottenere, secondo l’offerta 2017: una quarantina di  bottiglie, alcune prodotte in esclusiva, merchandising (bicchieri, apribottiglie, borse, spille..), sconto del 20% su ulteriori acquisti e possibilità di prenotare il doppio del numero di bottiglie riservate ai membri della Reserve Society: accesso ad eventi speciali, accesso a birre speciali presso la  taproom del birrificio, sia che vogliate riempire un growler che fare un semplice beer-flight. Ovviamente non gratis.  Avete speso presso The Bruery qualche migliaia di euro nel corso dell’anno e non vi anno invitato al club? Rosicate come fanno questi utenti di BeerAdvocate.La birra.The Grade è una delle birre dell’offerta della Preservation Society 2016. Non si tratta di una birra “in esclusiva”, ma l’essere soci vi garantiva la sicurezza di riceverla e ad un prezzo scontato del 10%. Si tratta di una baltic porter prodotta con sciroppo d’acero e fieno greco, alias trigonella, pianta appartenente alla famiglia delle leguminose. Si veste di color ebano piuttosto scuro e mostra una generosa testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Se (anche a voi) piace lo sciroppo d’acero ne troverete in abbondanza nell’aroma di questa birra, intenso e pulito: i suoi profumi dolci sono affiancati da quelli di biscotto, caramello, pan brioche, uvetta e prugna. La gradazione alcolica (7.6%) è tutto sommato contenuta se paragonata agli standard di un birrificio che ama spesso usare la mano pesante: ne guadagna la bevibilità ma viene a mancare un po’ di quella struttura etilica necessaria per sostenere adeguatamente tutto il dolce dello sciroppo d’acero. Anche il mouthfeel non è indenne da critiche: parte bene, morbido e avvolgente ma si assottiglia un po’ troppo man mano che la bevuta procede, sconfinando a tratti quasi nell’acquoso. Al gusto lo sciroppo d’acero è meno dominante ma complessivamente c’è corrispondenza quasi perfetta con l’aroma: caramello, biscotto, uvetta e prugna, un finale delicatamente amaro che ricorda il pane tostato. Manca un po’ l’alcool, non c’è una vera e propria fiamma a riscaldare il cuore di chi beve ma solo un debole lumicino: le cose migliorano un po’, ma non  troppo, lasciandola riscaldare sino a temperatura ambente. In assenza di quel finale “in crescendo” che avrebbe meritato, la The Grade di Bruery è una baltic porter  piuttosto dolce e non completamente bilanciata dall’amaro: dedicata a chi ama lo sciroppo d’acero, sconsigliata (visto il prezzo non esattamente economico) a chiunque altro.Formato: 75 cl., alc. 7.6%, lotto 339, imbott. 30/08/2016, prezzo indicativo 20.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cloudwater Brew Co: Session IPA Simcoe Citra BBC & NW DIPA Galaxy

Ritorna sul blog il birrificio Cloudwater, fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015; la loro storia avevo cercato di riassumerla qui. Cloudwater si autodefinisce “specializzato in birre moderne e stagionali” e prosegue rilasciando novità a ritmo incalzante: sono infatti quasi 300 le etichette realizzate in tre anni di attività, ovvero due nuove ogni settimana. Leggere variazioni della stessa ricetta e collaborazioni sono all’ordine del giorno: quest’ultime – realizzate sul proprio impianto - sono state trentasei in tre anni, una al mese. Numero che cresce esponenzialmente se si prendono in considerazione anche quelle fatte sull’impianto dei birrifici “amici”.A proposito di stagionalità ecco una delle ultime nate in casa Cloudwater: difficile pensare sempre a dei nomi nuovi quando quasi ogni settimana si fanno uscire un paio di novità e  l’unica salvezza è limitarsi a citare stile e luppoli. Le birre.La Session IPA Simcoe Citra BBC debutta alla fine dello scorso settembre in una lattina con grafica disegnata dall’artista Mariel Osborn. La ricetta prevede malti Golden Promise, Caramel Pils, Dextrin, Caramalt e frumento maltato; luppoli Simcoe, Citra BBC, Ahtanum e Chinook per il dry-hopping ed estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Il lievito utilizzato è il WLP095. Il suo colore è un arancio pallido piuttosto opaco e sormontato da una cremosa testa di schiuma biancastra, abbastanza compatta. L’aroma è fresco e pulito, una macedonia di frutta che include mandarino, cedro, limone, ananas, mango, litchi: un’ottima partenza che trova conferme anche al palato, a partire dal mouthfeel. E’ una (quasi) Session Beer (4.8%) piuttosto gradevole per quel che riguarda la sensazione tattile: corpo medio, poche bollicine, una “texture” morbida che a qualcuno potrà forse risultare un po’ ingombrante e che rallenta un po’ la velocità di scorrimento.  L’intensità del gusto è piuttosto notevole e ripropone lo stesso mix di agrumi e frutta tropicale su di una leggera base maltata (crackers); la chiusura è moderatamente amara di scorza d’agrumi e note che richiamano l’erbaceo/vegetale più del resinoso. Pulizia ed eleganza sono a livelli molto soddisfacenti in quello che si rivela di fatto essere un dissetante e rinfrescante succo di frutta: come detto la scorrevolezza non è da record ma in questo caso un inevitabile “sacrificio” da fare per godere di un mouthfeel “cremoso”.Da una Session IPA passiamo ora all’estremo opposto, quello delle Double: stile che ha contribuito in maniera determinante al successo di Cloudwater, a partire dalla DIPA V1.0 di gennaio 2016. La serie di queste Double IPA ispirate alla scuola del New England e rilasciate con cadenza quasi mensile è terminata a marzo 2017 con la V13; Cloudwater non ha però annunciato l’intenzione di fermarsi e produrre stabilmente una unica Double IPA, ma ha solamente deciso di “riorganizzare” le varianti in tre macrofamiglie: le  NW DIPA prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA usano invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA sono ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095. A inizio settembre 2017 vede la luce la NW DIPA Galaxy, quinta della serie “NW”:  lievito WLP4000, malto Golden Promise, avena maltata, destrosio monoidratato, luppoli Centennial e Chinook nel fermentatore prima dell’immissione del mosto, Galaxy, Amarillo, Centennial e Citra in dry-hopping, estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l’amaro. Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente, la schiuma biancastra è abbastanza compatta ed ha una discreta persistenza. Il naso non è esplosivo – due sono i mesi passati dalla messa in lattina - ma l’aroma è fresco con un discreto livello di pulizia ed eleganza: pesca gialla, mango e soprattutto ananas guidano le danze con qualche spunto dank e "verde" in sottofondo.  Al palato la NW DIPA Galaxy di Clouwater mostra un corpo da medio a pieno, poche bollicine ed una consistenza cremosa “quasi” masticabile, virgolette d’obbligo; la bevuta parla di un succo di frutta a base di ananas, mango e pesca, pienamente corrispondente all’aroma. Non c’è quasi amaro, se si eccettua una breve parentesi resinosa finale che accompagna l’alcool nel breve retrogusto. E’ proprio la componente etilica (9%) la croce di questa birra: non è nascosta come nella sorella V13, parte in sordina ma aumenta rapidamente sfociando in un finale che a tratti ricorda la frutta sotto spirito. La bevibilità ne risente e il risultato è una Double IPA succosa e molto buona che chiede però di essere sorseggiata, anziché bevuta.Nel dettaglio:  Session IPA Simcoe Citra BBC, formato 44 cl., alc. 4.8%, lotto 30/09/2017, scad. 01/2018.NW DIPA Galaxy, formato 44 cl., alc. 9%, lotto 04/09/2017, scad. 12/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

North Brewing Co.: Transmission IPA, Paria IPA & Citrus Pale Ale

Di North Brewing Company vi avevo brevemente accennato qualche tempo fa in occasione della Double IPA realizzata assieme agli olandesi di Uiltje. Il birrificio inglese è una costola dalla North Bar, uno dei precursori della craft beer a Leeds, soprattutto per quel che riguarda le birre americane: dal 1997 il locale aperto da John Gyngell e Christian Townsley, al quale si sono poi aggiunte sette filiali, attira e soddisfa numerosi appassionati birrofili. Aprire un birrificio è un progetto che Gyngell e Townsley hanno accarezzato per quasi dieci anni, riuscendolo a concretizzare solamente nel 2015 con la messa in funzione di un impianto da 17 ettolitri guidato dai birrai Seb Brink (ex Golden Owl Brewery) e Darius Darwel, provieniente dalla Bristol Beer Factory. Il birrificio è anche dotato di una capiente taproom che può ospitare duecento persone a sedere e ha di recente annunciato l'arrivo di nuovi fermentatori che consentiranno di raddoppiare la capacità produttiva. "Fare birre succose con quintali di luppolo" è l'obiettivo dichiarato di North Brewing che, come vedremo, produce birre torbide cavalcando le "ultime tendenze".Le birre.Partiamo dalla IPA della casa, chiamata Transmission (6.9%) e definita dal birrificio una classica West Coast IPA: non vengono dichiarati i luppoli utilizzati. Il suo colore è un arancio piuttosto carico ed opalescente sul quale si forma una schiuma  biancastra abbastanza compatta e cremosa. Gli agrumi, sopratutto arancia e pompelmo, sono i protagonisti un aroma che viene arricchito di mango, ananas e qualche nota dank: il bouquet è fresco e di ottima intensità, la pulizia è buona anche se ci sarebbero margini di miglioramento. La sensazione palatale ha invece molto poco della West Coast e mi sembra aspirare al chewy: a livello tattile non è ingombrante ma è sicuramente molto più pesante di una classica IPA californiana. Un velo biscottato in sottofondo è l'unica percezione maltata che si ha in una birra che si spinge subito in territorio fruttato, ribaltando le proporzioni rispetto al naso: molta più frutta tropicale rispetto agli agrumi: si finisce con un amaro resinoso, un po' dank, che gratta leggermente la gola. E' un dettaglio trascurabile, ma c'è. Alcool molto ben controllato in una IPA semplice ma solida e intensa, molto fruttata: il livello è sicuramente molto buono ed un ulteriore salto di qualità si potrebbe fare migliorando pulizia ed eleganza, magari sacrificando un po' l'haze (il torbido) in favore di una maggiore precisione esecutiva. Non è molto diverso il canovaccio della Paria IPA, una delle ultime produzione di North (settembre 2017): è nata in collaborazione con l'omonimo marchio di abbigliamento per ciclisti. Nonostante sia definita una "old school traditional IPA" non aspettatevi nulla d'inglese nel bicchiere e neppure un'American IPA di vecchio stampo: anche qua si viaggia nel juicy. Simcoe ed Amarillo i luppoli prescelti per farlo. Il bicchiere si colora di un arancio piuttosto torbido con qualche sfumatura dorata: la schiuma è bianca, abbastanza compatta ed ha un'ottima persistenza. Al naso tanta frutta, equamente divisa tra agrumi (arancia, pompelmo) e tropicale (mango, ananas): c'è anche qualche nota di resina e aghi di pino. Intensità e freschezza ci sono, l'eleganza è migliorabile. Il gusto ricalca in toto l'aroma, riproponendo pregi e difetti in una bevuta ricca di frutta tropicale e un po' di agrumi dal finale amaro resinoso piuttosto pulito, senza il tanto temuto "grattino/effetto pellet". L'alcool si mostra per quanto dichiarato (6%), l'amaro è intenso e pungente ma il ruttino è tropicale: non ci sono grosse differenze con la Transmission e il livello è altrettanto elevato. Anche in questo caso una maggior finezza le gioverebbe sicuramente.Chiudiamo con la Citrus Pale Ale, frutto della collaborazione tra North Brewing e Verdant, birrificio della Cornovaglia attualmente sul radar di tutti i beergeeks inglesi: il motivo principale dell'hype è sempre quello, il fattore "juicy". Lo scorso settembre è stata messa in commercio quest'American Pale Ale (5.5%) prodotta con avena e scorza d'arancia: nel bicchiere si presenta di un arancio quasi fangoso, torbido, sul quale riesce tuttavia a formarsi una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta. Arancia e mandarino sono i protagonisti di un aroma semplice ma intenso nel quale l'eleganza latita: in sottofondo qualche nota di mango e di "verde", vegetale, pellet. Il mouthfeel è piuttosto gradevole e morbido, con qualche velleità cremosa conferitagli dall'avena che porta chi ha il bicchiere in mano a sorseggiare piuttosto che a "trangugiare". Il gusto è perfettamente coerente con l'aroma, riproponendo con intensità davvero notevole arancia e pompelmo supportati da un tocco di mango. L'amaro è piuttosto corto e quasi delicato, un tocco di resina che abbraccia la scorza d'arancia: il risultato è un gradevole e rinfrescante succo di frutta, un po' sgraziato in alcuni passaggi, ma molto ricco ed intenso, sicuramente soddisfacente se è quello che desiderate bere.Nel dettaglio:Transmission IPA, 33 cl., alc. 6.9%, scad. 24/01/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)Paria IPA. 33 cl., alc. 6%, scad. 04/03/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)Citrus Pale Ale, 33 cl., alc. 5,5%, scad. 04/03/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

18th Street Hunter

Per saperne di più sul birrificio americano (Indiana) 18th Street guidato da Drew Fox vi rimando alla bevuta della Double IPA Cone Crusher; oggi parliamo invece del loro progetto Hunter Vertical Series lanciato nel 2014. Trattasi di otto variazioni sul tema imperial stout partendo dalla Hunter, una “Double Milk Stout” prodotta con lattosio, fave di cacao, luppoli Warrior e Cascade: “azzecca una birra e poi moltiplicala”, stesso concetto già espresso qualche giorno fa parlando della BORIS di Hoppin’ Frog. La prima variazione è al caffè, seguita a settembre 2014 dalla Hunter Vanilla; nel 2015 arrivano la Hunter Coconut, la Hunter Orange con scorza d'arancia ($ 13 più  tasse al birrificio) e la Boubon Barrel Aged Hunter ($ 25 più tasse),  sesta della serie. Non ho trovato informazioni sulla settima e sull'ottava birra della serie ma le variazioni della Hunter  - spesso disponibili solo in fusto - sono aumentate in maniera piuttosto rapida. Giusto per la cronaca cito la Hunter Chili Pepper, Hunter Coconut Vanilla, Hunter Coffee Vanilla, Hunter Hazelnut Vanilla;, quasi tutte anche disponibili in versione "barrel aged". La birra.La sua veste completamente nera ben si abbina alla minacciosa etichetta disegnata da Joey Potts: anziché schiuma si forma una piccola patina cremosa che scompare immediatamente dal bicchiere. L'aroma non è esattamente quel goloso dessert al quale gli ingredienti annunciati in etichetta fanno pensare ma ci sono comunque profumi di cacao, torta brownie, tostature e fondi di caffè, qualche nota di carne a "rovinare" un po' la festa.Al palato c'è maggiore ricchezza e anche l'intensità dei sapori è di tutto rispetto, considerando che si tratta di una imperial stout dal contenuto alcolico non eccessivo: non è riportato in etichetta ma dovrebbe oscillare tra 8 e 8.7%. Caffellatte, caramello, tanta liquirizia e qualche accenno di uvetta vanno a comporre una bevuta dolce che viene poi bilanciata dall'amaro delle tostature e del cacao. In sottofondo si scorge anche un filo di fumo, mentre l'alcool apporta quel delicato tepore che vorresti sempre trovare in una imperial stout. La sensazione palatale è abbastanza morbida anche se si poteva osare di più: poche bollicine, corpo medio, buona scorrevolezza. Delude un po' questa Hunter, una delle birre di maggior successo di 18th Street: aroma fiacco, gusto intenso ma non impeccabile per quel che riguarda pulizia e finezza, con la liquirizia che ruba la scena ai suoi compagni di viaggio. Formato: 65 cl., alc. 8.7% (?), lotto e scadenza non riportati, 15.00 $.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Artigianale KM8: Bitter Fruit & Heart of Glass

Continua a crescere la birra artigianale trentina che vanta oggi una quarantina di attori tra birrifici, brewpub e beerfirm, un terzo dei quali aperti tra il 2016 e il 2017. Tra questi figura anche il Birrificio Km8, operativo a Terres (Val di Non) da luglio 2016. Titolare è Michele Martini ma a quanto pare ad essere stato prima di tutti “contagiato” dalla passione per la birra è stato il padre Carlo assieme a due amici, tutti dediti all’homebrewing. Ad inizio 2016 l’idea di ristrutturare e mettere a normi gli spazi al piano terra della propria abitazione per mettere in funzione un piccolo impianto (150 litri) dismesso dal Birrificio Rethia: il nome scelto (Birrificio Km8) è ovviamente indicazione geografica del luogo di ubicazione, l’ottavo chilometro della Strada Provinciale 73. Michele viene supportato dal papà Carlo per quel che riguarda la parte commerciale e dai suoi amici  Giovanni e Rino rispettivamente per la produzione e le analisi di laboratorio: i tre oltre ad essere homebrewers sono stati anche musicisti ed i nomi delle birre – evoluzione delle loro ricette casalinghe -  sono ispirati al mondo della musica. Le modeste dimensioni dell’impianto permettono grande flessibilità e in un anno di attività Km8 ha già sfornato una dozzina di etichette, quattro delle quali stagionali: assaggiamone un paio.Le birre. L’American IPA “della casa” si chiama Bitter Fruit, come l’omonima canzone di Little Steven: Maris Otter, Crystal e Cara Pils sono i malti utilizzati, Amarillo Gold, Citra,  Mosaic, Cascade e Centennial  i luppoli. All’aspetto è ambrata e forma una bella schiuma biancastra, cremosa e compatta: al naso pompelmo, fiori, qualche nota biscottata e soprattutto una generale sensazione di frutta tropicale, ancora fresca. Bene intensità e pulizia, finezza migliorabile così come lo spettro aromatico che, considerando i luppoli utilizzati, potrebbe essere più ampio. Il gusto marcia spedito sullo stesso percorso: la luppolatura è sostenuta da una solida ma non invadente base maltata, con biscotto e caramello a supportare un po' di pompelmo e frutta tropicale. Il finale amaro resinoso è di discreta intensità, mentre l’alcool non mostra intenzione di nascondersi e si manifesta per quanto dichiarato in etichetta (6.5%).  Una IPA che prosegue la tradizione della “vecchia scuola italiana”, quella basata sul contrasto dolce/caramelllo amaro/resina, facendolo con buona intensità e pulizia; margini di miglioramento ce ne sono ma il livello è buono.  Dagli Stati Uniti passiamo al Belgio, vero banco di prova di ogni birrificio e tradizione brassicola alla quale Km8 dichiara d'ispirarsi. Heart of Glass è una Blond Ale che prende il nome dal grande successo dei Blondie. La ricetta prevede malti Pilsner e Sauer Acidulato, frumento, luppoli Sorachi Ace, Pilgrim, East Kent Golding e Citra, quest’ultimo anche in dry-hopping; scorza di limone e un ceppo di lievito belga. Nel bicchiere si presenta di un luminoso color dorato, leggermente velato e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma dall’ottima persistenza. Profumi floreali s’affiancano a quelli fruttati di cedro, mandarino e limone, banana, una delicata speziatura. In sottofondo c’è anche però una nota fenolica molto meno gradevole che richiama la plastica e che sporca un po’ quello che sarebbe un bouquet fresco e piacevole.  Qualcosa da sistemare anche al palato dove a livello tattile la birra risulta un pochino pesante, soprattutto perché l’ABV (4.8%) imporrebbe invece leggerezza e scorrevolezza: le vivaci bollicine le donano invece vitalità. Il gusto parte dolce (miele, banana, polpa d’arancia) per poi virare progressivamente verso l’amaro della scorza, accompagnato da una delicata speziatura; un po’ debole il finale, dove la birra tende a “spegnersi” prima del previsto anziché concludere il suo percorso con una delicata chiusura luppolata. L’idea di una Belgian Ale moderna e ben luppolata si vede ed è sicuramente interessante, c’è però ancora da lavorare sulla pulizia e sulla personalità per riuscire ad eliminare un po’ di timidezza: il risultato è comunque già gradevole e questa Heart of Glass si beve con discreta soddisfazione.Sorvolo invece sulla bottiglia di High Hopes, novità dello scorso agosto, che mi è capitata tra le mani: si tratta di un’alta fermentazione realizzata con malto Maris Otter e luppolo Saaz raccolto in Trentino, a Fai della Paganella. Putroppo in questa bottiglia il lievito non ha fatto il suo dovere con il risultato di renderla imbevibile, a meno che non vi piaccia il sapore di un cubetto di lievito o di glutammato.Luci e ombre per questo giovane birrificio che ha da poco spento la sua prima candelina: abbastanza ben realizzata e priva di difetti la IPA, qualche problemino in più nella Blond Ale d'ispirazione belga. Nel dettaglio:Bitter Fruit, 33 cl., alc. 6.5%, IBU 45, lotto 037, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 Euro Heart of Glass, 33 cl., alc. 4.8%, IBU 22, lotto 042, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 Euro High Hopes, 33 cl., alc. 4.9%, IBU 38, lotto 047, scad. 31/12/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 Euro. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog BORIS The Crusher Reserve

B.O.R.I.S. sta per Bodacious Oatmeal Russian Imperial Stout ed è la birra che ha fatto conoscere al mondo Hoppin’ Frog, il birrificio dell'Ohio  guidato da Fred Karm (“la rana”, questo il soprannome che gli veniva dato in famiglia): è anche la birra con la quale sono arrivati i primi riconoscimenti e le prime medaglie (oro nel 2008 e nel 2011) al Great American Beer Festival. Il copione scontato che ormai troppo spesso leggiamo quando abbiamo a che far con la birra artigianale è il seguente: hai fatto una grande birra? Sfruttala al massimo, realizzandone svariate varianti e offrile ai "discepoli": il birrificio dell'Ohio sembrava immune a questo meccanismo ma negli ultimi anni, forse anche a causa di un mercato domestico sempre più affollato, abbiamo assistito alla moltiplicazione dei BORIS. Dalla sua prima e unica variante, quella invecchiata in botti di  Heaven Hill Whiskey, si è oggi arrivati quasi a venti: BORIS Bairille Aois  (Whiskey Irlandese),  BORIS Royale (whiskey canadese),  BORIS Van Wink (Kentucky whiskey), Rocky Mountain BORIS (in botti ex-whiskey dal Colorado), Rum Barrel Aged BORIS, BORIS Batch #200 (invecchiata in botti di Kentucky Bourbon per cinque volte più a lungo rispetto alla BORIS Van Wink), Cherry Bitter Barrel Aged BORIS, Vanilla Bitter Barrel Aged BORIS. Tralasciando i passaggi in botte, ci sono l'apprezzabile Cafe BORIS, la BORIS Reserve e la BORIS Grand Reserve, queste ultime due prodotte con un diverso mix di malti importati dall'Europa, contrariamente alla BORIS "normale" che dovrebbe usare solamente malti americani.La birra. BORIS Reserve altro non è che l'evoluzione della Batch #100 che nel 2011 celebrò la centesima cotta di BORIS producendone una versione con soli malti inglesi. Alla fine del 2015 viene annunciato l'arrivo della BORIS Reserve che promette, utilizzando i migliori malti importati da Inghilterra e Belgio, di regalare una bevuta più morbida e meno torrefatta.Il bicchiere si colora di un nero impenetrabile alla luce sul quale si forma un cappello di schiuma abbastanza compatta e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma non differisce molto da quello della BORIS "normale", anche per quel che riguarda pulizia ed intensità: fruit cake, uvetta e prugna disidratata, lievi tostature, cioccolato e liquirizia. Un dessert goloso nel quale la componente etilica rimane in sottofondo. Delude un pochino, a voler essere pignoli, il mouthfeel, meno oleoso e morbido della BORIS: a livello tattile è una birra ugualmente gradevole, ma si poteva osare di più almeno per giustificare la parola Reserve in etichetta. La bevuta prosegue sullo stesso percorso indicato dall'aroma iniziando con il dolce di uvetta e prugna, fruit cake, frutta sotto spirito e liquirizia, quest'ultima un po' invadente: l'amaro delle tostature, del caffè e del cioccolato fondente non tarda ad arrivare ed è amplificato dalla generosa luppolatura resinosa. La scia finale è calda e morbida, con l'alcool ad abbracciare caffè e cioccolato, in un lunghissimo incontro che vi potrebbe accompagnare anche per tutta la serata. Effettivamente più mansueta e meno potente della BORIS normale, questa versione Reserve è da intendersi come "diversa" e non come "migliore", contrariamente a quanto viene dichiarato in etichetta. Il livello è ugualmente elevato ma a mio parere non giustifica il sovrapprezzo (tre dollari circa, nel USA)  che viene applicato: se la trovate a prezzo scontato come nel mio caso potete togliervi lo sfizio di provarla, altrimenti il mio consiglio è di continuare ad insistere sulla BORIS normale, imperial stout di livello mondiale. Formato: 65 cl., alc. 9.4%, IVU 60, lotto e scadenza non riportato, prezzo indicativo 15.00-17.00 euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brekeriet Beer: Saison & Solo

Il birrificio svedese Brekeriet, specializzato in birre a fermentazione selvaggia, è già transitato più volte sulle pagine del blog: fu fondato nel 2012 dai fratelli Fredrik, Christian ed André Ek. Due le linee produttive in funzione, una di birre acide che fermentano in acciaio con saccaromiceti e brettanomiceti e una dedicata alle birre fermentate in botti di legno con saccaromiceti, brettanomiceti e batteri. L’obiettivo è di superare entro fine anno la soglia dei 2000 ettolitri. Passiamo subito alla sostanza con la Brekeriet Saison, una delle tre birre disponibili tutto l’anno nel Systembolaget, il monopolio svedese: l’accompagnano le due sorelle Funkstarter e Brilliant. Il suo debutto è avvenuto all’inizio del 2016 ed è proprio una bottiglia di quel lotto che andiamo a stappare: si veste di un colore che si colloca tra l’arancio ed il dorato sul quale si forma un esuberante cappello di schiuma pannoso, dalla ottima persistenza. L’aroma è piuttosto pulito e abbastanza complesso: s’alternano profumi “rustici” che richiamano pelle e cuoio, terriccio, assieme ad altri più eleganti di fiori, bubble gum, miele, zucchero candito, pesca e arancia. La bevuta è agile e vivace ma disturbata da un eccesso di bollicine, troppe anche se si tratta di una Saison: il gusto si mostra meno ricco dell’aroma, depurato quasi completamente della componente fruttata e “gentile”, se si esclude qualche lieve accenno di frutta a pasta gialla. I brettanomiceti guidano le danze con il loro canovaccio di cuoio/pelle/terroso, in sottofondo emerge qualche nota biscottata e caramellata.  L’alcool è molto ben nascosto, ricordi di Orval fanno capolino più di una volta in una Saison piuttosto ruspante e spigolosa, secca, molto dissetante. Una birra molto meno docile e fruttata rispetto alla Brillant e che ricorda molto la Funkstarter, anche nel suo essere molto meno intrigante al palato rispetto al naso: si beve comunque con buona soddisfazione, e mi riferisco soprattutto a chi ama la Orval. Non ho trovato grosse informazioni sulla Saison chiamata Solo, che Brekeriet definisce la sorella più piccola (7.5%) della saison “brettata“ Doble (8.5%);  una produzione occasionale che ha visto la luce nell’autunno del 2015 e che credo da allora non si più stata ripetuta.  Si veste anche lei d’arancio e forma una testa di schiuma biancastra abbastanza compatta dalla discreta persistenza: il naso non brilla di pulito ma presenta un bouquet ugualmente gradevole nel quale trovano posto arancia e mandarino, pesca, pepe e fiori, affiancati da note più rustiche che richiamano la paglia ed il terriccio. La sensazione palatale è soddisfacente e questa Solo riesce ad essere al tempo stesso morbida e vivacemente carbonata: la scorrevolezza è ottima e anche l’alcool è molto ben nascosto. La bevuta mette in evidenza un bel carattere fruttato con pesca, arancia e pompelmo, persino qualche accenno di frutta tropicale: il dolce della frutta, supportato da una lieve base maltata (miele, forse biscotto) è bilanciato dall’acidità lattica e dall’asprezza della scorza d’agrume, protagonisti anche di un finale poco aggraziato nel quale s’incontrano l’amaro dello yogurth, quello del limone e del pompelmo. Il risultato è una Saison un po’ rozza e rustica che tuttavia svolge con buon risultato il suo compito, quello di dissetare e rinfrescare con gusto. Trovo sempre qualcosa d’incompiuto nelle birre di Brekeriet: un livello generalmente buono che tuttavia non riesce a fare quel salto in avanti verso il “molto buono”. Il carattere rustico/ruspante delle loro Farmhouse Ales risulta sempre un po’ troppo grezzo/rozzo: d’accordo che un Saison non dovrebbe mai essere troppo patinata, ma la mano del birraio dovrebbe essere talmente abile da riuscire a donarle pulizia e finezza senza che ciò significhi sopprimere il suo "animo contadino".Nel dettaglio: Saison, 33 cl., alc. 6,5%, imbott. 01/2016, scad. 18/01/2021, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)Solo, 75 cl., alc. 7.5%, imbott.  08/2015, scad. 24/08/2017, prezzo indicativo 12.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Une Année Brett & Barrel Saison

Une Année Brewery è uno dei nomi “caldi” tra i beergeeks di Chicago: dietro a questo microbirrificio a gestione famigliare c’è Jerry Nelson, i cui primi passi con l’homebrewing risalgono al 1995. Nelson si trovava a fare il Marine in California e assieme a qualche compagno iniziarono a farsi la birra all’interno delle baracche dove alloggiavano. Lasciato l’esercito ritornò nella nativa Chicago per frequentare l’Università di Architettura e iniziare poi a lavorare come architetto, abbandonando di fatto l’homebrewing; a fargli ritornare la passione fu un amico che nel 2007 gli chiese aiuto su come far funzionare un kit che gli era stato regalato: "appena tornai a casa - ricorda - iniziai a navigare in internet e rimasi sorpreso da tutte le risorse disponibili che invece non c’erano negli anni 90”.  La crisi economica del 2008 fece poi il resto: Nelson mantenne il suo lavoro d’architetto ma le sue ambizioni di mettersi in proprio subirono un brusco freno. Per trasformare l’homebrewing in un’opportunità professionale frequentò un corso al Siebel Institute: il budget economico a disposizione era però limitato e Nelson decise di costruirsi da solo l’impianto, utilizzando componenti di seconda mano provenienti da un produttore di vino. La cella frigo venne realizzata con alcuni condizionatori usati e con del materiale isolante recuperato dalla demolizione di un edificio adiacente; il bollitore venne da lui incastonato su di una base di mattoni al di sotto della quale Nelson installò un bruciatore. I lavori iniziarono nel 2010 e a settembre 2013 Une Année debuttò con un impianto da 17 ettolitri in un piccolo spazio nel quartiere Fulton Market di Chicago con una Belgian IPA dedicata alla figlia di Jeremy, Maya. L'affiancarono la Saison "Less is More" e la Masquerade Tripel.Il Belgio è il vero amore di Nelson, cresciuto a Chimay ed a La Fin Du Monde, e la tradizione belga paese è ciò ispira maggiormente le birra che realizza: il nome scelto, "un anno", vuole sottolineare il legame con la regione francofona del Belgio e il fatto la maggior parte delle birre prodotte saranno stagionali.Alla fine dello scorso anno Une Année ha traslocato da Chicago al villaggio di Niles, una trentina di chilometri a nord, vicino a dove Nelson abita. Troppo cari gli affitti della metropoli per espandersi in un locale dove fosse possibile ospitare una piccola taproom e superare i 2300 ettolitri/anno prodotti: "non mi fa paura il trasloco in periferia, in una zona poco frequentata; abbiamo un seguito di gente che è disposta a viaggiare e volevo offrire loro un posto comodo dove poter bere e comprare le nostre birre, senza problemi di parcheggio. I camion dei fornitori non volevano venire a scaricare la merce nei vicoli di Chicago".  IPA e Imperial Stout sono invece prodotte utilizzando il marchio "Hubbard’s Cave", nome che deriva da un tunnel all'incrocio delle strade 90 e 94, nei pressi del quale Nelson ha da poco traslocato: un segmento che al momento occupa solo un quarto della produzione. La birra.Dal ricco portfolio di Une Année (quasi cento birre in tre anni di attività) ecco la Brett & Barrel Saison, birra commercializzata per la prima volta a luglio 2017. Nessuna informazione disponibile su questa saison il cui nome spiega (quasi) tutto: brettanomiceti e botti di legno.Nel bicchiere si presenta di colore arancio molto pallido e forma una discreta testa di schiuma cremosa e compatta, dalla modesta persistenza. Il naso è piuttosto intenso benché assolutamente privo di carattere rustico o di quel legno in cui questa saison ha soggiornato; arancia, mandarino, pepe e coriandolo, pera e mela cotta, qualche accenno di paglia e ananas. Le bollicine le donano un'ottima vivacità ma al palato risulta un pochino sfuggente: il gusto ripercorre in buona parte il percorso aromatico ma lo fa con molta meno intensità. Arancia, mandarino, pepe e coriandolo s'appoggiano su una base maltata molto lieve (crackers), una leggera acidità taglia tutta la bevuta ma il suo effetto dissetante e rinfrescante è parzialmente vanificato da una secchezza che potrebbe essere maggiore. Non c'è amaro, non c'è carattere rustico, non c'è presenza della botte di legno in cui la birra ha maturato: è una Saison che si beve con buona facilità ma che risulta fin troppo scolastica, pulita e patinata, priva di emozioni. Deludente.Formato: 75 cl., alc. 5.5%, lotto e scadenza non riportati, 9.99 $.

Nomad Freshie Salt ‘n’ Pepper Gose

La cosiddetta birra artigianale, al di fuori dai nostri confini nazionali, sta sempre più abbracciando il formato lattina e anche l’Australia non sembra sottrarsi a questa tendenza.  Nomad Brewing, birrificio fondato a Sidney da Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo), Kerrie Abba e Johnny Latta di Experience It Beverages (importatore di bevande) ha iniziato ad usarle nel 2016; di Nomad avevo già parlato in queste occasioni.  Alla guida dell'impianto di Nomad c'è il birraio Brooks Caretta – un birraio nomade - ex di Birra del Borgo e responsabile anche dello start-up delle birrerie Eataly New York e Eataly Roma, progetti che vedono entrambi Di Vincenzo come socio.  Per chi di voi se lo stesse domandando il birrificio Nomad è rimasto estraneo alle vicende commerciali che hanno coinvolto Birra del Borgo nell'aprile del 2015, ovvero la vendita alla multinazionale Ab-Inbev.Quattro sono le proposte in lattina di Nomad, tutte birre stagionali estive che il formato rende facilmente trasportabili e fruibili all’aperto. A debiuttare è la Reef Pale Ale seguita dalla Freshie Salt 'n' Pepper Gose, dalla Saltpan Desert Gose (con sale rosa e lime) e dalla Rosie's Summer Punch (una berliner weisse con ibisco).La birra.La ricetta della Freshie Salt 'n' Pepper Gose prevede una percentuale di acqua marina prelevata alla Freshwater Beach che si trova a tre chilometri di distanza dal birrificio e pepe della Tasmania.  Il suo colore è un dorato pallido, velato, sul quale si forma una cremosa testa di schiuma bianca, compatta e dalla ottima persistenza. Nessuna indicazione disponibile per risalire all’età anagrafica di questa lattina ma l’aroma trasmette ancora freschezza: una lieve nota salina accompagna coriandolo e pepe,  scorza di limone, mela, mandarino. La sensazione palatale è davvero ottima: corpo medio-leggero, le bollicine conferiscono a questa gose una bella vivacità che le permette di scorrere ad alta velocità senza nessuna deriva acquosa. Al gusto c’è una notevole intensità, partendo da una base maltata piuttosto leggera (pane) che lascia subito spazio a limone, arancia e mandarino:  una moderata acidità attraversa tutta la bevuta. Il finale (agrumi) è piuttosto corto ma abbastanza secco e piacevolmente movimentato da una delicata nota pepata che si mescola ad un accenno salino: il palato rimane sempre pulito ad ogni sorso.  Una bella sorpresa questa Freshie Salt 'n' Pepper di Nomad: ci sono gli elementi caratteristici di una Gose ma anche piacevoli divagazioni che coincidono con ammiccamenti fruttati, un po’ ruffiani. Birra semplice ma non banale, molto pulita, grande bevibilità, c’è tutto quel che serve per dissetarsi e rinfrescarsi con piacere anche su una spiaggia assolata, possibilmente australiana.Formato:  33 cl., alc. 4.5%, lotto 234, scad. 01/12/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Minnesota: Northgate Maggie’s Leap, Bent Brewstillery Nicked, Bent Paddle Black Ale, Barley John’s Old 8 Porter

Ammetto la mia ignoranza brassicola su Minnesota, se si esclude il birrificio Surly del quale vi ho parlato in questa occasione. Eppure lo “stato dei 10.000 laghi" annovera circa 160 birrifici attualmente operativi e sette di loro all’ultima edizione del Great American Beer Festival hanno portato a casa una medaglia. Una sorta di mini beer-hunting alla cieca mi ha portato quattro lattine che vediamo in ordine di gradimento.Partiamo da Northgate Brewing, microbirrificio   operativo dal 2013 a Minneapolis e trasferitosi  dopo solamente un anno in una location più ampia dove la produzione annuale è arrivata a 5200 ettolitri. I fondatori sono gli ex-homebrewer Adam Sjogren e Todd Slininger ai qual si è aggiunto il birraio Tuck Carruthers: i tre non nascondono di amare soprattutto la tradizione brassicola inglese e le loro quattro birre prodotte tutto l’anno in lattina lo confermano:  una English Brown Ale (Wall’s End), una English IPA (Bitter Fool), una Session IPA e una Nitro Milk Stout (Maggie’s Leap) che andiamo ad assaggiare. Da quanto leggo si tratta della prima birra al carboazoto del Minnesota che viene messa in lattina: nel bicchiere si presenta di colore ebano scuro ma non regala il classico “effetto nitro” anche se versata aggressivamente. La testa di schiuma che si forma è piccola, grossolana e si dissolve piuttosto rapidamente. Orzo tostato, caffè e una leggera nota di legno affumicato formano un “naso” un po’ sporcato da qualche sconfinamento nella plastica bruciata. Il mouthfeel è morbido ma non ha la cremosità da “nitro”: l’intensità dei sapori è comunque degna di nota visto che si tratta di una stout dall’ABV abbastanza contenuto (4.9%): caramello, orzo tostato, caffelatte e qualche accenno di cioccolato formano una bevuta molto bilanciata che tuttavia presenta qualche imprecisione soprattutto nella chiusura amara finale, un poco sgraziata. Peccato, perché l’intensità del gusto era quella giusta e Maggie’s Leap poteva essere davvero una buona Milk Stout. Formato 47,3 cl., alc. 4.9% , IBU 26, lotto e scadenza non riportati, 2.68 $  Poco lontana da Northgate si trova la Bent Brewstillery: siamo sempre ad una decina di chilometri dal downtown di Minneapolis. Distilleria e nanobirrificio con taproom furono aperti nel 2012 dall’ex-homebrewer Bartley Blume; nel 2013, in attesa di trovare la location giusta per espandersi, la produzione si appoggiò temporaneamente agli impianti dalla Pour Decisions Brewing Company. Nel 2014 Bent e Pour Decisions si fusero in una unica società che mantenne il nome Bent: Blume rimase presidente mentre Kristen England, fondatore di Pour Decisions, divenne Head Brewer. Anche Bent guarda soprattutto alla tradizione inglese con tre lattine prodotte tutto l’anno:  l’Amber Ale chiamata Nordic Blonde, la English IPA Enuff e la Export Stout Nicked, che versiamo nel bicchiere. All’aspetto è “quasi” nera e la sua schiuma è cremosa e compatta. L’aroma mostra pulizia e una buona intensità di orzo tostato, caffè e frutti di bosco; convince meno la sensazione palatale, con una consistenza un po’ troppo debole per una Export Stout che ha un discreto ABV (7.7%). Il gusto continua sullo stesso percorso senza nessuna deviazione ma con meno pulizia. Il dolce di caffelatte e caramello è bilanciato dall’amaro delle tostature che parte bene ma va progressivamente scemando fino a scomparire, per un finale in tono dimesso. L’alcool non dà nessun segno di presenza: ne guadagna ovviamente la bevibilità ma manca quel tepore che vorresti trovare quando ordini una Export Stout. Il risultato è anche qui solamente discreto, c’è qualche passaggio a vuoto nell’intensità e pulizia ed eleganza sono tutt’altro che esemplari.Formato 47,3 cl., alc. 7.7%, lotto e scadenza non riportati, 2.68 $Da Minneapolis spostiamoci di 200 chilometri a nord a arriviamo a Duluth, ultimo grande avamposto del Minnesota prima  del confine con il Canada, adagiato sulle rive del lago Superior. E' qui che ha trovato casa la Bent Paddle Brewing Co., fondata nel 2013 due coppie di sposi: Bryon e Karen Tonnis, Colin e Laura Mullen. Bryon e Colin, hanno esperienza decennale come birrai rispettivamente alla Rock Bottom di Minneapolis e alla Barley John’s Brew, della quale parleremo a breve. Da un gruppo di investitori raccolgono il milione di dollari necessario per ristrutturare un vecchio stabile nel Lincoln Park di Duluth e vi installano un impianto da 35 ettolitri con taproom adiacente; la “bent paddle” è ovviamente la pala che viene utilizzata per mescolare il mosto, La Bent Paddle Black Ale (6%) è prodotta con una "generosa" quantità di avena, oltre a malti 2-Row, Golden Promise, De-husked black, Crystal-155 e Crystal-20, luppoli Willamette e CTZ. Il suo colore tiene fede al nome mentre al naso si nota un'ottima pulizia ed una bella eleganza: pane nero, delicate tostature di orzo e pane, caffè, more e mirtilli. La bevuta non arriva ad una lussureggiante cremosità ma è comunque morbida e piuttosto gradevole: il gusto ripropone l'aroma con buona intensità ed equilibrio tra pane nero, caffè, caramello e frutti di bosco. Un'accelerata amara finale (tostature e caffè) chiudono un percorso lineare ma intenso, abbastanza pulito e piuttosto soddisfacente. Formato 35,5 cl., alc. 6% , IBU 34, lotto e scadenza non riportati, 1.99 $Chiudiamo in bellezza con un birrificio che geograficamente si trova ubicato su due stati. Barley John's, brewpub fondato nel 2000 da John Moore e dalla moglie Laura Subak a New Brighton, venti chilometri a nord di Minneapolis. John vantava esperienza come birraio alla District Brewing di Minneapolis e alla James Page Brewing. Nel 2016, dopo due anni di lavori, il piccolo brewpub viene affiancato da una seconda e più ampia succursale che consente di produrre circa 12000 ettolitri l’anno: le leggi del Minnesota tuttavia permettono ai brewpub di offrire la propria birra solamente all’interno dei propri locali: non possono né vendere fusti ad altri bar né distribuire lattine e bottiglie nei negozi. Per questo John Moore sceglie di spostarsi di sessanta chilometri ad est in Wisconsin a New Richmond per aprire una secondo e più ampio brewpub in grado di mettere le birre in lattina e distribuirle anche in Minnesota. La Old 8 è una porter robusta (8%) la cui ricetta prevede malti 2-Row, Black Malt, Roasted Barley, Chocolate e Dark Crystal, luppoli Warrior e Fuggle. Nel bicchiere è nera con una bella testa di schiuma cremosa e compatta: il naso è ricco di tostature, note terrose e fondi di caffè, accenni di tabacco, affumicato e cioccolato; intensità e pulizia sono a ottimi livelli e anche la sensazione palatale si rivela eccellente, morbida, quasi vellutata. Il gusto spinge deciso sul torrefatto il cui amaro è amplificato dalla generosa luppolatura; le poche concessioni dolci (caramello brunito, esteri fruttati)  hanno solamente la funzione di supporto. L’alcool scalda con mano delicata una porter molto intensa  e semplice ma molto ben eseguita,  ricca di tostature e qualche ricamo di tabacco e cioccolato a conclusione di una gran bella bevuta.Formato 47,3 cl., alc. 8%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati, 3.99 $