PicoBrew Bomboclat

PicoBrew debutta nella primavera del 2016: a fondarlo il birraio Pietro Tognoni assieme agli amici/soci Jacopo Volontè e Milo Madia. Un picobirrificio è ancora più piccolo di un microbirrificio ma PicoBrew non è solo questo: interesse lo desta soprattutto il modo scelto per proporsi al pubblico utilizzando una sorta di “pub itinerante”. La birra viene infatti portata in giro per Milano a pedali su di una bicicletta cargo, dotata anche di un piccolo bancone. Tognoni inizia con l’homebrewing ai tempi del liceo, partecipa a numerosi concorsi e questa passione lo porta ad iscriversi alla facoltà di Agraria, Scienze e Tecnologie Alimentari: la birra e il "picobirrificio" sono parte della sua tesi di laurea che viene scritta mentre frequenta un periodo di tirocinio presso il Birrificio Italiano. Terminati gli studi le pentole casalinghe non bastano più e Pietro vuole trasformare il suo hobby in una professione: con i soci Volontè e Madia nasce la PicoBrew Srl che si sposta a produrre all’interno di una cascina a Cisliano (Milano) dove viene posizionato un impianto pilota professionale da 100 litri. L’idea del pub itinerante per Milano è accattivante ma il suo fascino è un po’ ridotto dal fatto che, se non erro,  la burocrazia non permette purtroppo di spillare la birra dei fusti: ci si deve accontentare delle bottiglie. L’offerta iniziale prevede la Big Up (imperial pils con bacche di Goji), la Bomboclat (Hoppy Belgian Ale), la Pull Up (Blanche) e la Schwarze Negher (ovviamente una schwarzbier) alla quale se ne sono via via aggiunte molte altre. Il pub si sposta a seconda degli eventi milanesi ma lo potete solitamente trovare in Alzaia Naviglio Grande e, dallo scorso ottobre, una seconda bicicletta sosta anche alle Colonne di San Lorenzo; seguite la pagina Facebook di PicoBrew se volete essere sempre aggiornati. Questo canale distributivo è ovviamente meteo-dipendente: difficile sedersi all’aperto a bere una birra nei mesi più freddi dell’anno o in caso di maltempo. Fortunatamente per PicoBrew le bottiglie e fusti sono richiesti anche da altri locali e, per far fronte all'aumento di domanda, la produzione oggi avviene principalmente sugli impianti di Serra Storta (Buscate, MI), birrificio italiano che produce unicamente per conto terzi. Il che rende tecnicamente PicoBrew una sorta di beerfirm. Nei progetti futuri c’è l’ulteriore ampiamento dell’offerta produttiva iniziando dalle birre acide e l’apertura di un pub vero e proprio, una dimora “fissa” che consenta di rimpiazzare le biciclette soprattutto nel periodo invernale.La birra.Bomboclat è un’espressione giamaicana che indica stupore e meraviglia: le stesse sensazioni, assicurano i ragazzi di PicoBrew, che proverete assaggiando questo Belgian Ale caratterizzata da una generosa ed abbondante luppolatura con varietà continentali ed americane. Sarà vero? All’aspetto è di un dorato leggermente velato sul quale si forma una generosa testa di schiuma pannosa, compatta e dall’ottima persistenza. Al naso c’è pulizia ed equilibrio tra esteri fruttati (banana, pera), spezie da lievito (coriandolo, pepe bianco), profumi floreali, frutta a pasta gialla e agrumi, in particolare cedro e limone. Il bouquet è espressivo e di buona intensità, preludio ad un gusto che mantiene le aspettative: è una Belgian Ale vivacemente carbonata (forse un pochino troppo) che scorre veloce senza incontrare resistenza. I malti (pane, accenni di miele) disegnano un tappeto leggero a sostegno di una bevuta fruttata che mostra buona corrispondenza con l’aroma: pesca e agrumi conquistano la scena, pera e banana rimangono nelle retrovie: una delicata speziatura amalgama le varie componenti. Si finisce con una bella secchezza e un amaro di buona intensità nel quale convivono note terrose, erbacee e zesty. Davvero una piacevole sorpresa questa Bomboclat, una Belgian Ale moderna e vivace che non potrà non piacere a chi ama le produzioni di De La Senne o, per restare nei nostri confini nazionali, Extraomnes. Il Belgio è sempre un banco di prova impegnativo per un birraio e qui il lievito lavora bene, con pulizia ed espressività: si potrebbe osare ancora qualcosa in più per quel che riguarda l’intensità, ma già così il risultato è ampiamente soddisfacente, dissetante e rinfrescante.Formato 33 cl., alc. 5.0%, lotto 146 17, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tiny Rebel Clwb Tropicana IPA

Ritorna sul blog il birrificio gallese Tiny Rebel, già ospitato in più di un’occasione: fondato nel 2012 a Newport da due ingegneri con l’hobby dell’homebrewer, Gareth “Gazz” Williams  e Bradley Cummings.  In quell’anno il birrificio produsse 800 ettolitri con un impianto da 10 barili: oggi grazie ad un piano di espansione da 2,6 milioni di sterline Tiny Rebel dispone di un impianto da 30 barili e un potenziale annuo, ovviamente ancora non raggiunto, di 50.000 ettolitri. La nuova sede è stata inaugurata a gennaio 2017 e, un mese dopo, sono arrivate anche le prime lattine: negli anni precedenti Williams e Cummings avevano aperto la Urban House, primo  locale a Cardiff completamente dedicato alla “craft beer”, replicando poi nel 2015 con una succursale nella propria città di Newport. Nei concorsi nazionali TIny Rebel ha continuato a riscuotere consensi e medaglie e il birrificio ha anche acquistato un nuovo edificio di fronte alla nuova sede per futuri piani di espansione ancora non ben precisati (lieviti selvaggi?); oggi Tiny Rebel conta un centinaio di dipendentiTutto bene, quindi? Non proprio: la nuova “canning line” proveniente dagli Stati Uniti è stata inaugurata a febbraio 2017 con la  Red Ale Cwtch, l’American pale Ale  Cali e la IPA Clwb Tropicana ma nel bel mezzo della scorsa estate il birrificio è stato costretto a richiamare diverse lattine con problemi qualitativi  (ossidazione) che avevano provocato un’imprevista rifermentazione in bottiglia la quale, in alcuni casi, aveva portato all’esplosione delle lattine; la produzione di lattine è stata sospesa per alcuni mesi in attesa di trovare le giuste contromisure.La birra.Debutta in bottiglia a febbraio 2016 Clwb Tropicana, una IPA che era comunque già nota a chi frequentava la taproom del birrificio: fu proprio il successo riscosso tra le mura domestiche a convincere Tiny Rebel a renderla disponibile prima in bottiglia e poi ad inserirla tra le lattine che vengono attualmente prodotte tutto l'anno. Si tratta di un'American IPA nella cui ricetta ci finisce anche un'imprecisata percentuale di succo di frutta che dovrebbe includere pesca, ananas, mango e frutto della passione. Il suo colore è dorato, leggermente velato: la schiuma è invece cremosa e compatta e mostra una buona persistenza. L'aroma mantiene le promesse del nome della birra offrendo una macedonia tropicale pulita e fresca, abbastanza intensa ed elegante: ananas, mango e passion fruit in prima linea, melone pesca e qualche agrume nelle retrovie. La schiuma emana invece un nettissimo odore di chewing-gum alla fragola che fortunatamente svanisce dopo pochi istanti. Il gusto è un po' meno intenso rispetto all'aroma ma lo ricalca con buona precisione dando forma ad una bevuta molto fruttata che tuttavia non arriva a spingersi agli estremi del juicy. L'uso della frutta è molto sensato e discreto al punto che è difficile dire dove termina il contributo dei luppoli ed inizia quello del succo: in sottofondo si riesce anche a percepire la leggera base maltata (pane). L'amaro vegetale/resinoso del finale è di modesta intensità e dura giusto il tempo necessario a ripulire il palato permettendogli d'assaporare un breve ritorno di frutta tropicale nel retrogusto. Il risultato è un po' ruffiano e piacione ma la Clwb Tropicana è comunque una birra ben fatta e pulita, spensierata e leggera (5.5%) che si beve con grande facilità e piacere: questa lattina nello specifico mi sembra anche ben valorizzata dalla giovinezza, ovvero età anagrafica. Formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 40, lotto G183, scad. 03/08/2018, prezzo indicativo 4.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Cocoa

Chiudiamo questa piccola rassegna di birre allo sciroppo d’acero ritornano al punto di partenza, ovvero da quel Mikkeller con il quale l’avevamo aperta ovvero la Beer Geek Vanilla Maple Shake: una birra che mi era piaciuta nonostante non ami alla follia queste “pastry stout” o birre-dessert.La lattina di oggi è una delle ultime declinazioni sul tema “Beer Geek” che arrivano dal quartiere della beerfirm-birrificio più famosa al mondo: Beer Geek Vanilla Maple Cocoa.  Sparisce la parola “shake” ma il lattosio è ugualmente presente nella ricetta assieme ad avena, caffè aromatizzato all’acero (1%) fave di cacao (1%), sciroppo d’acero (0.7%), vaniglia (0.5%).  Mi aspettavo quindi una birra abbastanza simile alla Beer Geek Vanilla Maple Shake con magari l’elemento cioccolato più in evidenza: c’è la componente “dessert” ma rimane anche ben percepibile la birra. Non è invece quello che accade con la sua sorella al cioccolato, nella quale purtroppo della birra si perdono le tracce.La  birra.Nel bicchiere è tuttavia bella e golosa: nera con una generosa e compatta testa di schiuma cremosa, compatta e dalla ottima persistenza. Davvero notevole se si considera la gradazione alcolica (13%) e l’utilizzo in ricetta di ingredienti “aggiunti” che a volta non aiutano la formazione di schiuma. L’aroma è tanto esuberante e sfacciato quanto dozzinale e privo di una qualsiasi eleganza:  vaniglia e cioccolato dominano il palcoscenico, ma invece che la patisserie di qualità evoca uno dei tanti snacks industriali. Aggiungeteci frutta secca, caramello e un caffè (in capsula, ovviamente) e ottenete un agglomerato molto dolce e non troppo pulito nel quale lo sciroppo d’acero si perde e non si fa notare. La sensazione palatale è piuttosto morbida: non ci sono viscosità eccessive e la birra si può sorseggiare come una sorta di soffice mousse liquida. Il gusto è fotocopia dell’amaro, in tutte le sue caratteristiche: sfacciato, esagerato e cafone nella sua dolcezza da snack industriale al cioccolato, caramello e vaniglia; intensa ma molto poco definita e neppure troppo pulita. L’alcool riscalda con vigore ogni sorso contribuendo ad asciugare un po’ la birra, l’amaro finale anziché da caffè e tostature proviene dai luppoli: una breve tregua prima di un retrogusto-dessert. Sciroppo d’acero non pervenuto neppure al palato, o forse sono io che non sono riuscito ad estrapolarlo dalla massa dolce. E’ una lattina da mezzo litro ma per me dieci centilitri bastano e avanzano:se la Beer Geek Vanilla Maple Shake aveva secondo me ancora un senso, riuscendo a trovare una sorta di compromesso tra birra e dessert, la Beer Geek Vanilla Maple Cocoa si spinge ben oltre il punto di non ritorno. Quindi se amate le Omnipollate e le birre (?) di quel genere fateci un pensiero,  magari riuscirete ad apprezzarla: se invece amate la birra, restatene alla larga.Formato 50 cl., alc. 13%, imbott. 31/10/2017, scad. 31/10/2027, prezzo indicativo 12-14 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Evil Twin Imperial Biscotti Break Bourbon Maple Syrup Barrel Aged

Birra e sciroppo d’acero: episodio numero 5 anch’esso ambientato negli Stati Uniti. La beerfirm (ormai quasi birrificio) Evil Twin non si tira di certo indietro ed è sempre pronta ad abbracciare le ultime tendenze; in collaborazione con la BLiS Gourmet, produttore di sciroppo d’acero invecchiato in botti di bourbon, il “gemello cattivo” di Mikkeller alias Jeppe Jarnit-Bjergsø si fa mandare alcuni barili esausti per riempirli di birra. Lo stesso fornitore utilizzato da Founders per la CBS. Il risultato si può apprezzare a partire dall’agosto 2016 quando arriva sul mercato la Imperial Biscotti Break Bourbon Maple Syrup Barrel Aged, versione barricata di una delle birre di maggior successo della beerfirm. Neppure il tempo di berla e a settembre spunta la Michigan Maple Jesus incalzata dalla Even More Jesus Bourbon Maple Syrup Barrel Aged: la differenza tra le due? Quasi nessuna: la prima (formato 35.5 cl.) era stata prodotta al birrificio Dark Horse, Michigan, la seconda (formato 65 cl) presso il birrificio Westbrook (Carolina del Sud). Infustata/imbottigliata l’imperial stout, le botti esauste fanno poi ritorno dai magazzini di Evil Tiwn a quelli della BLiS Gourmet per essere riempiti di salsa di soia e creare (l’interessante?) Michigan Maple Soy. Ma poteva il prolifico Gemello Cattivo limitarsi a queste poche etichette che hanno come protagonista l’acero? Certo che no, ed ecco nascere le varianti  Imperial Biscotti Break Maple Bourbon BA Chocolate Hazelnut, Imperial Biscotti Break Maple Bourbon BA Coconut e la  Biscotti Break Maple Bourbon BA Maple Bacon Coffee. In pratica alla già ricca ricetta della Biscotti Break caffè, vaniglia e mandorle tostate) viene aggiunto il passato in botti di bourbon che hanno ospitato acero con aggiunta di ulteriori adjuncts come vaniglia, cioccolato, cocco tostato, pancetta, caffè. L’ultima nata è invece la Imperial Biscotti Break Double Maple Barrel Aged che, dopo aver passato un anno in botti di bourbon/acero, riceve un ulteriore passaggio di sei mesi in botti di marsala. E se non siete ancora sazi vi ricordo che esiste anche la Maple Bourbon BA Imperial Mexican Biscotti Cake Break Imperial Stout, ovvero un blend di Imperial Biscotti Break di Evil Twin e Mexican Cake di Westbrook; sommandole otteniamo un’imperial stout con mandorle, cacao, caffè, cannella, vaniglia e habanero che viene poi barricata. Direi che può bastare.La birra.Meglio precisare di cosa stiamo parlando, visto il lungo elenco di birre appena passate in rassegna:  Imperial Biscotti Break Bourbon Maple Syrup Barrel Aged, quindi Imperial Biscotti Break invecchiata un anno in botti ex-bourbon che hanno più di recente ospitato sciroppo d’acero.Si presenta nera e la piccola schiuma cremosa che si forma nel bicchiere è piuttosto rapida a dissiparsi: bourbon e un mix di cosiddetti “dark fruits” (prugna, uvetta, ciliegia) danno il benvenuto in un aroma intenso, abbastanza pulito e discretamente elegante che tuttavia mostra un bouquet abbastanza povero. In sottofondo c’è un po’ di sciroppo d’acero che fatica ad emergere in un contesto già molto dolce di suo. Se siete fra quelli che sostengono che non ci sia differenza tra stout e porter, fatevene una ragione: nella maggior parte dei casi per i birrifici americani una (imperial) porter avrà un corpo più modesto rispetto ad una (imperial) stout, e questa IBBBMSBA (perdonatemi l’acronimo) non fa eccezione. Quindi corpo medio, poche bollicine, nessun’indulgenza cremosa o particolarmente morbida: la facilità di bevuta è avvantaggiata ma personalmente sento la mancanza di un po’ di “ciccia” in più. Il gusto prosegue sul versante dolce con un carico di melassa e liquirizia, prugna/uvetta/ciliegia/, qualche nota di vaniglia: il bourbon e l’alcool riscaldano senza esagerare ogni sorso e contribuiscono a contrastare un po’ la dolcezza, ma non aspettatevi un vero e proprio equilibrio. E’ una birra molto dolce, a volte un po’ troppo: il bourbon lega molto bene la componente fruttata dando vita ad una birra da dopocena gradevole e intensa che tuttavia manca di adeguata complessità o profondità, non fosse altro per giustificare il prezzo salato del biglietto. Quando una birra costa circa 46 dollari al litro, che nei negozi europei diventano più o meno 46 Euro, è inevitabile che si generino delle aspettative abbastanza elevate che in questo caso non vengono corrisposte del tutto, benché non sia affatto una cattiva birra, intendiamoci. Nessuna emozione e un po’ troppo noia in una "big beer" che dovrebbe in teoria tenervi compagnia per tutta la sera, anche se dividete i 65 cl. con qualcuno: sciroppo d’acero quasi non pervenuto, o forse non sono riuscito io a coglierlo in un contesto che già abbonda di zuccheri e di dolce.Formato 65 cl., alc. 11.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 27-30 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jackie O’s Bourbon Barrel Black Maple

Per il quarto incontro tra birra e sciroppo d’acero restiamo negli Stati Uniti e precisamente ad Athens, Ohio, dove si trova il birrificio Jackie O’s che vi avevo presentato in questa occasione. In precedenza avevamo visto due birre prodotte con sciroppo d’acero (qui e qui) e una (qui) invecchiata solamente in botti di bourbon che avevano contenuto sciroppo d’acero. La proposta di Jackie O’s si trova a metà strada: una imperial porter prodotta con sciroppo d’acero che viene poi invecchiata in botti ex-bourbon. Era il 2014 e nel corso di una cotta aperta al pubblico nacque la Black Maple, con sciroppo d’acero prodotto localmente dalla Sticky Pete di Athens; dieci mesi di botte e venne alla luce la Bourbon Barrel Black Maple, disponibile inizialmente solo presso le spine della taproom di Jackie O’s e poi commercializzata anche in bottiglia. Dopo un’assenza di quasi tre anni lo scorso ottobre 2017  la Bourbon Barrel Black Maple è ritornata assieme alla “sorella” Vanilla Bourbon Barrel Black Maple: 12 dollari il prezzo di vendita al birrificio, con un limite massimo di dodici bottiglie a testa. Qualche bottiglia è stata poi anche destinata al mercato europeo. Il ritorno coincide purtroppo con un annata non troppo positiva per le birre barricate del birrificio dell’Ohio che, qualche settimana fa, ha dovuto pubblicamente ammettere problemi qualitativi annunciando una “campagna di risanamento” chiamata Making it Right. Su questa pagina trovate tutte le birre potenzialmente coinvolte (la Black Maple 2017 è tra queste)  e le modalità per ottenere delle birre in sostituzione di una bottiglia infetta; tutto quello che dovete fare è prendere appuntamento e recarvi in birrificio con i vuoti infetti e cambiarle con qualcos'altro. Un gesto apprezzabile per chi vive nei dintorni di Athens, ma come saranno rimborsati i consumatori che vivono lontano o che si trovano addirittura all’estero? Nel link sopracitato trovate anche i risultati dei test  condotti da Art Oestrike, proprietario e fondatore del birrificio: i problemi riguardano quasi solamente le cosiddette birre prodotte con “adjuncts”: noci e vaniglia sono i due ingredienti principalmente incriminati. Sulle birre “normali” non sono stati sino ad ora riscontrati casi d’infezione: Jackis O’s ha anche annunciato di aver commissionato una nuova imbottigliatrice che dovrebbe porre rimedio a questi problemi e, in giugno, avrà a disposizione anche un pastorizzatore che sarà utilizzato per tutte le adjunct beers.La birra.Visto che anche la Black Maple 2017 (barricata o no, non mi è chiaro) è inclusa nella lista delle birre nelle quali sono state riscontrate alcune infezioni, mi accingo a stapparla incrociando le dita. Fortunatamente la bottiglia è sana e colma il bicchiere di un liquido quasi nero: la schiuma, benché cremosa e compatta, è di dimensioni piuttosto modeste così come la sua persistenza. Non c’è infezione ma il naso non presenta quella ricchezza che ti aspetteresti da un potente imperial porter (12.1%); l’aroma non è neppur particolarmente elegante, benché abbastanza pulito: legno e bourbon, tostature, carne, liquirizia. Lo sciroppo d’acero è molto volatile e la sua presenza è davvero flebile: non avverto neppure la presenza di quelle piccola percentuale di malti affumicati che dovrebbero essere stati usati nella ricetta. Il suo corpo è medio, ci sono poche bollicine ed il mouthfeel è gradevole, anche se non regala nessuna coccola cremosa, morbida o viscosa. Al palato ci trovo un po’ troppa liquirizia incalzata dall’amaro del caffè e delle tostature che viene poi bilanciato  solo parzialmente dal dolce del bourbon: vaniglia e sciroppo d’acero rimangono molto, molto in sottofondo. La bevuta è potente, l’alcool riscalda ogni sorso con vigore ma nel complesso mancano complessità e profondità, nonché emozioni; una leggerissima astringenza a precede un finale ricco di bourbon, legno e liquirizia. Scongiurata l’infezione, questa bottiglia di Black Maple mi lascia comunque un po’ deluso, soprattutto per il rapporto qualità-prezzo. Una imperial porter dura e un po' ruvida,  segnata sopratutto dalla botte di bourbon: chi lo ama probabilmente avrà una percezione più entusiasta di questa birra. Del maple/acero incluso nel nome si perdono quasi le tracce e chi si aspettava una imperial porter dolce rimane con l'amaro in bocca.Formato 37.5 cl., alc. 12.1%, lotto 2017, prezzo indicativo 17-20 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders CBS (Canadian Breakfast Stout) 2017

Proseguiamo questa breve rassegna su birra e sciroppo d’acero con una bottiglia che sino a pochi anni fa sarebbe stata una “balena bianca”, termine col quale i beergeeks identificano le birre più difficili da trovare. Parliamo della CBS – Canadian Breakfast Stout del birrificio Founders (Michigan, USA), avvistata per l’ultima volta in bottiglia nel lontano 2011 e poi, in pochissimi fusti, anche nel 2014 e nel 2015.   La CBS è una variante della KBS – Kentucky Breakfast Stout, a sua volta versione “potenziata” della Breakfast Stout, imperial stout prodotta con caffè e fave di cioccolato: per avere maggiori dettagli su queste due birre vi rimando alle specifiche pagine del blog. La CBS nasce nel 2009 quando Founders entra in possesso di alcuni botti usate di bourbon che più di recente avevano ospitato dello sciroppo d’acero: il birrificio le riempie con la stessa imperial stout base della KBS e il risultato è sorprendente. Per assaggiare i pochi fusti prodotti dovevate recarvi presso la taproom del birrificio, ma ciò non aveva impedito alla CBS di scalare le classifiche del beer-rating posizionandosi nella Top 5 delle migliori birre al mondo secondo Beer-Advocate, facendo compagnia alla sorella KBS. E’ solo nell’ottobre 2011 che la CBS “esce” dalle mura di Grand Rapids e viene imbottigliata nell’ambito della “backstage series”:  quantità molto limitate di bottiglie da 75 cl. nelle quali sono messe in vendita birre stagionali/sperimentali precedentemente disponibili solo alle spine del birrificio. Da allora la CBS è rimasta per molti anni un’irraggiungibile chimera per moltissimi appassionati: potevate berla solo intercettando uno dei pochi fusti messi in vendita negli anni successivi o reperendo qualche bottiglia del 2011 tramite scambio o mercato secondario.  La KBS, regolarmente prodotta una volta all’anno, ha invece continuato ad essere in cima alla lista dei desideri dei beergeeks americani che, ogni anno all’inizio di marzo, sfidavano il freddo del Michigan accampandosi in tenda fuori dal birrificio la notte prima della messa in vendita delle bottiglie.  Nel 2014 Founders ha annunciato la propria partnership con il birrificio industriale spagnolo Mahou San Miguel, vendendo il 30% delle proprie quote societarie e cessando di fatto di essere considerato un birrificio artigianale, secondo le linee guida della Brewers Association americana. L’investimento ha consentito a Founders di procedere con il suo piano di espansione da 40 milioni di dollari volto a raggiungere a breve termine il milione di ettolitri l’anno: 550.000 quelli prodotti nel 2017, 733.000 l’obiettivo fissato per il 2018. Anche il programma degli invecchiamenti in botte, oggi chiamato “Barrel-Aged Series” ha subito un enorme potenziamento con l’acquisto di migliaia di botti usate che oggi riposano all'interno di una cava di gesso in disuso non lontana dal birrificio; la produzione della KBS è stata raddoppiata anno dopo anno e nel 2015 la KBS è arrivata anche in Europa; oggi senza grossi sforzi potete trovare nei beershop europei ancora delle bottiglie del 2016 e 2017.  Il mercato della craft beer è in costante evoluzione, la moda cambia rapidamente e molti altri attori sono entrati in scena sullo stesso palcoscenico, quelle delle Imperial Stout invecchiate in botti di bourbon. La KBS ha inevitabilmente perduto moto di quell’hype che prima era anche dovuto alla sua scarsa reperibilità:  i grandi numeri non sempre vanno a braccetto con la qualità e – dicono – la KBS oggi non è più il capolavoro di una volta, pur restando comunque un’ottima birra che si trova ancora ai primi posti delle frivole classifiche di beer-rating:  tredicesima miglior imperial stout al mondo, diciassettesima miglior birra al mondo. E la CBS, che nel beer-rating batte di poche posizioni la KBS, perderà anche lei parte del suo fascino? Probabilmente sì, anche per il solo fatto che lo scorso novembre Founders ne ha annunciato il ritorno su grande scala rinunciando al fascino della rarità: bottiglie da 75 cl. disponibili dal primo dicembre in tutti i 46 stati americani dove il birrificio distribuisce e, da gennaio, anche in Europa nel più pratico formato da 35.5 cl. Ma dal 2011 ad oggi sono anche cambiati i palati dei bevitori e, soprattutto, sono arrivati molti altri concorrenti a rimpiazzarla per quel che riguarda l’hype: un processo inevitabile quando un birrificio cresce di dimensioni. Sette anni fa non vi erano al mondo molte imperial stout prodotte con caffè, cioccolato e sciroppo d’acero e la CBS faceva scuola. Oggi è “solo” una  delle tante e, per quel che mi riguarda, è molto meglio così: riesco a bere una birra che sarebbe stata per me inaccessibile.La birra.Dopo la lunga ma doverosa introduzione, ricapitoliamo: imperial stout prodotta con caffè Sumatra, fave di cacao e invecchiata all’incirca dodici mesi in botti di bourbon che hanno ospitato sciroppo d’acero della BLiS Gourmet, Michigan. Tra le due aziende c’è un intenso scambio di botti, visto che la BLis utilizza i barili esausti della KBS di Founders per produrre alcune salse e sciroppi: secondo alcune voci i barili di Bourbon Maple Syrup usati per produrre la CBS sarebbero proprio quelli vuoti di KBS che la BLis aveva ricevuto un anno prima da Founders, riempendoli di sciroppo d’acero e, dopo averli “svuotati”, restituendoli al mittente. Chi ha tuttavia assaggiato il Bourbon Maple Syrup di BLis assicura di non aver sentito la presenza del caffè e della cioccolata della KBS. Nel bicchiere si presenta quasi nera e sormontata da un impressionante cappello di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso arrivano subito i tipici profumi di caffè Sumatra usato da Founders, gli stessi che troverete nella Breakfast Stout, KBS  e soprattutto nella Sumatra Mountain, per intenderci; cioccolato fondente e bourbon completano un bouquet caldo e avvolgente, pulito ed elegante, impreziosito da note di legno, cocco tostato e da una lieve presenza zuccherina di sciroppo d’acero. La sensazione palatale è morbida, quasi una carezza delicata se si considera la sua gradazione alcolica (11.7%): l’avena le dona una morbidezza setosa, con una viscosità piuttosto bassa che ne facilita il sorseggiare. Il gusto è molto ben bilanciato tra la ricchezza del caffè e del cioccolato fondente, al cui amaro risponde la dolcezza del bourbon e dello sciroppo d’acero: il consiglio è di lasciarla riscaldare molto e di avere pazienza, se volete che quest’ultimo ingrediente sia maggiormente percepibile. L’alcool riscalda ogni sorso con decisione ma non va mai oltre il dovuto, la bevuta è quasi “mansueta” per ¾  per poi esplodere in un intenso finale di bourbon, caffè/tostature e un amaro al quale contribuiscono anche i luppoli. Il risultato? Una imperial stout massiccia e potente ma non difficile da bere, pulita ed elegante: versatela nel bicchiere e sorseggiatela con tutta calma, lasciandola "aprire" e riscaldarsi per bene. Grande birra che regala più di una emozione lasciando completamente soddisfatti: se amate le imperial stout, fate in modo di trovarla e di assaggiarla, è arrivata anche in Europa ed in Italia proprio in queste settimane.Formato 35.5 cl., alc. 11.7%, imbott. 27/10/2017, prezzo indicativo 10,00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tempest All The Leaves Are Brown

Eccoci al secondo appuntamento con “birra e sciroppo d’acero”; dopo la Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake di ieri spostiamoci dalla Scandinavia alla Scozia per andare dal birrificio Tempest, incontrato sul blog in più di un’occasione. A settembre 2017 Tempest venne invitato a partecipare al Borefts Beer Festival organizzato in Olanda dal birrificio De Molen; ai partecipanti è solitamente richiesto di produrre almeno una birra “a tema” con il festival, che in quell’anno riguarda il Flower Power: “vogliamo più pace, amore e felicità nel mondo, e anche noi con la craft beer possiamo collaborare. Ai birrai lasciamo ampio spazio interpretativo: usate ingredienti (fiori?) che facciano sentire alla gente più amore, pace e felicità. I luppoli possono essere utilizzati ma non contano”. Per l’occasione Tempest realizza una Imperial Brown Ale (10.5%) con sciroppo d’acero; oltre a questa birra l’offerta del birrificio scozzese al Borefts si completa con Pale Armadillo Session IPA, Mango Berlinner, Loral IPL, Harvest IPA, Brave New World IPA, The Old Fashioned (aged Imperial Rye) e la Bourbon Barrel-aged Mexicake  imperial stout. Dopo il debutto olandese, qualche fusto della All The Leaves Are Brown appare all’Oktoberfest che alla fine di settembre il birrificio Tempest organizza presso la propria sede; 15 sterline il prezzo d’ingresso che comprende bicchiere, una birra e intrattenimento musicale. I mille partecipanti voteranno proprio l’imperial brown ale come la migliore tra le birre presenti all’evento. La settimana successiva All The Leaves Are Brown viene anche imbottigliata e messa in vendita in quantità limitate.La birra.Malti Golden Promise, Brown e Chocolate, luppoli “nobili”, sciroppo d’acero: questa la ricetta semplice di una potente brown ale che si colora di ebano scuro e forma una modesta testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta. Lo sciroppo d’acero non si nasconde: immaginate di inzupparvi dentro pezzetti di pane e fragranti biscotti, uvetta e prugna. C’è anche qualche profumo di toffee e terroso.  Il bouquet è dolce e caldo, un ideale riparo dalle intemperie dei rigidi autunni scozzesi: il mouthfeel segue queste linee guida e coccola il palato con morbidezza, poche bollicine, un corpo medio che non ostacola lo scorrimento. L’autunno evoca il calore dei colori del fogliame e quello dei primi caminetti che vengono accesi per riscaldarsi: nel bicchiere c’è tutto questo, e anche di più. Una vigorosa componente etilica riscalda ad ogni sorso il dolce di sciroppo d’acero, biscotto e toffee, frutta sotto spirito: a bilanciare c’è qualche nota amaricante terrosa e di pane tostato, persino suggestioni di caffè e cioccolato. Sciroppo d’acero e frutta sotto spirito sono il lunghissimo finale con il quale si congeda una imperial brown ale pulita ed elegante, intensa, bilanciata, non difficile da sorseggiare, emozionante. Sciroppo d'acero in evidenza ma perfettamente amalgamato con tutti gli altri elementi per un risultato eccellente: birra assolutamente riuscita, da comprare senza indugio.Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 50, lotto 00461, scad. 02/10/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Beer Geek Vanilla Maple Shake

Quella di oggi è la prima di una piccola serie di birre che hanno come protagonista lo sciroppo d’acero, ingrediente che se non erro in Italia non è ancora stato utilizzato (preferiamo il miele) ma che negli Stati Uniti è non di rado usato per aromatizzare alcune birre, soprattutto stout e porter. Non si può ancora parlare di moda, ma i beergeeks iniziano a ricercare queste birre e anche alcuni birrifici europei hanno colto la palla al balzo; tra questi non poteva ovviamente mancare Mikkeller, l’instancabile beerfirm (ma ora anche birrificio, in USA e Danimarca) sempre attento alle richieste del mercato e sempre pronto a far uscire birre nuove. Il palcoscenico sul quale far entrare in scena lo sciroppo d’acero è la Beer Geek Breakfast, una delle birre che dal 2006 hanno contribuito in maniera determinante al successo del marchio danese: con poco sforzo si aggiunge ad una ricetta “vincente” un altro dei tanti ingredienti che nel corso degli anni ne hanno ormai ne generato numero incontrollabile di varianti. Beer Geek Weasel  (con il pregiato caffè indonesiano Kopi Luwak), le varie Beer Geek Dessert (caffè e altri ingredienti dolci), le Beer Geek Shake (caffè, altri ingredienti dolci e lattosio) quasi tutte anche disponibili in diverse edizioni invecchiate in botte. La birra.La Beer Geek Vanilla Shake che avevo bevuto tre anni fa non mi aveva particolarmente entusiasmato; della stessa serie fanno parte la Beer Geek Cocoa Shake e, dal giugno dello scorso anno, la Beer Geek Vanilla Maple Shake: avena e  lattosio hanno il compito di creare una sensazione palatale che ricordi quella di un frappè (shake). La ricetta si completa poi con caffè (1%), vaniglia (0.7%) e sciroppo d’acero (0.9%). E' prodotta in Norvegia al birrificio Lervig. Il suo debutto avviene nel weekend del 23-24 giugno presso alcuni locali di Mikkeller, un fusto a testa: Mikkeller Bar Viktoriagade, Mikkeller & Friends, Mikkeller Bar Aarhus, Mikkeller Baghaven, Haven Bar KBH,  Hyggestund, WarPigs Brewpub.Si presenta vestita di nero e l’importante gradazione alcolica (13%) non le impedisce di generare comunque una modesta testa di schiuma, abbastanza compatta anche se non molto persistente. Sciroppo d’acero, vaniglia e cioccolato al latte dominano l’aroma con intensità e pulizia: l’eleganza non è la sua caratteristica principale, ma ho visto di peggio in queste birre-dessert. Non riesce a trovare spazio il caffè e anche al palato è il dolce a dominare. La sua consistenza è morbida e cremosa, senza essere eccessivamente viscosa: una scelta azzeccata visto che una birra così alcolica e carica d’ingredienti non è esattamente facile da ingurgitare. Melassa, caramello, vaniglia e cioccolato al latte scolpiscono una bevuta dolce nella quale lo sciroppo d’acero è meno evidente rispetto all’aroma: proprio quando il tutto sembra essere troppo, c’è una virata improvvisa verso l’amaro del caffè, delle tostature e, sotto, sotto della resina del luppolo. L’alcool non si nasconde, riscalda con vigore ogni sorso e contribuisce in parte ad asciugare la birra: è lui ad accompagnare caffè e cioccolato amaro in quei titoli di coda che sembrano quasi non aver mai fine. La Vanilla Maple Shake di Mikkeller è una birra dessert che riesce a non essere cafona come molte altre sue colleghe e trova una sorta di equilibrio interiore: ricca e potente, non da bere ma da sorseggiare in piccole dosi. Nel bicchiere c’è tanta roba e il troppo alla lunga può stancare:  se non amate alla follia lo stile, meglio condividerla con qualcuno anche se si tratta solo di trentatré centilitri; se invece amate le pastry (imperial) stout, prendetevela comoda e passate con lei tutta la serata, è una birra che vale senz’altro la pena di provare. Ma cercate di evitare di mangiare un dessert prima di prendere il bicchiere in mano.Formato 33 cl., alc. 13%, imbott. 24/05/2017, scad. 24/05/2027, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wylam: The Man Behind The Door IPA & Macchiato Porter

Ritorna sul blog il birrificio inglese Wylam che avevamo incontrato per la prima volte poche settimane fa:  nato nel 2000 nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland inglese, ha inaugurato nel 2016 la sua nuova sede all’interno dell’Exhibition Park di Newcastle. Impianto da 35 ettolitri, la costruzione di taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti e serate: c’è di che divertirsi. Dopo le due luppolate Remember 430 e 45:33 è il momento di stappare una lattina di The Man Behind The Door, IPA prodotta con luppoli Simcoe, Ekuanot e Loral, utilizzati anche nell’immancabile (per chi segue la moda) DDH - Double Dry Hopping.Non ho idea a cosa faccia riferimento il nome di questa birra che si presenta di colore arancio pallido e piuttosto velata, perché l’haze va ovviamente oggi di moda, tanto più se fuoriesce da una lattina; la schiuma è biancastra, di modeste dimensioni e di modesta persistenza. Ignoro la data di nascita di questa birra ma l’aroma è ancora abbastanza fresco: pulizia ed eleganza non mancano e permettono d’apprezzare i profumi di arancia, pompelmo e cedro, resina; più in sottofondo ci sono mango ed ananas.  La sensazione palatale è morbida e gradevole, leggermente “chewy” senza arrivare agli estremi di molte NEIPA: la scorrevolezza ne guadagna. L’apparenza non inganni, nel bicchiere non troverete la classica New England IPA succo di frutta e priva di amaro: il risultato è invece un punto d’incontro ben centrato tra il carattere molto fruttato di una NEIPA e l’amaro piuttosto intenso di una West Coast IPA.  I malti (pane e crackers) non vengono eclissati dalla frutta, un tocco dolce di ananas bilancia il pompelmo donando equilibrio ad una bevuta che sfocia poi in un bel finale amaro e resinoso, pungente, potenziato da un discreto calore etilico (7.2%).  Molto pulita anche in bocca, ‘l’uomo dietro alla porta” di Wylam è una gran bella birra: fruttata ma non all’estremo juicy, amara quasi come quelle West Coast IPA che oggi i beergeeks tendono un po’ a snobbare. Una bellissima highway che unisce idealmente le due coste americane: livello piuttosto alto, non fatevela scappare se la trovate.Devo invece parlare con meno entusiasmo della porter chiamata Macchiato, ma qui entra in gioco il gusto personale. “Hazelnut Praline Coffee Porter” è una descrizione che dovrebbe mettere in allarme chi non ama le “birre dessert” ma non è sempre così (vedi la Smuttynose bevuta qualche sera fa). L’etichetta elenca solo lattosio, malto e avena tra gli allergeni, quindi suppongo non siano state utilizzate nocciole.  Nel bicchiere è nera ma la sua schiuma cremosa anche se generosa svanisce abbastanza rapidamente. Il naso è molto pulito e mantiene quanto promesso in etichetta: chicchi di caffè e l’accoppiata nocciola-cioccolato al latte che ricorda un po’ quella famosa crema spalmabile; ci sono anche caffelatte e liquirizia.  Il gusto è un po’ meno pulito dell’aroma: il caffè fa un paio di passi indietro lascia molto spazio al dolce di caramello, lattosio, cioccolato/nocciolato al latte. Il mouthfeel è gradevole, con poche bollicine, avena e lattosio a donarle una sensazione palatale morbida ma poco ingombrante. Le tostature e l'amaro sono quasi assenti, l’alcool (6.5%) non è pervenuto e nel complesso è una birra non molto definita che potrei paragonare ad un piccolo dessert appoggiato su di un velo di caffè. Non c'è quel senso di artificiosità che a volte si trovano nelle pastry-beer ma il risultato, benché privo di difetti e gradevole,  non mi convince del tutto, Magari qualcun altro la troverà deliziosa.Nel dettaglio:  The Man Behind The Door, 44 cl., alc. 7.2%,scad. 30/05/2018, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)Macchiato, 33 cl., alc. 6.5%, scad. 30/03/2019, prezzo indicativo 4.50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Three Floyds Blot Out the Sun

“Dall’alba dei tempi l’uomo ha sempre desiderato distruggere il sole. Io metterò in pratica la migliore alternativa: oscurarlo”. Con questa frase Montgomery Burns annuncia i suoi piani nell’episodio dei Simpsons “Chi ha sparato al signor Burns?”, finale della sesta stagione andata in onda per la prima volta il 21 maggio 1995 negli Stati Uniti e trasmessa in Italia su Canale 5 il 23 marzo 1996. Impossessatosi di un giacimento di petrolio rinvenuto sotto la scuola elementare di Springfield, il ricco magnate e proprietario della centrale nucleare non s’accontenta dei guadagni e decide di massimizzarli oscurando il sole: l’elettricità da lui prodotta sarà l’unica fonte di energia e di luce disponibile per la città. Per farlo costruisce un enorme scudo  oscurante che l’assemblea dei cittadini non riesce a bloccare: Burns viene però improvvisamente colpito da un colpo di pistola ed entra in coma. Tutti i cittadini sono potenzialmente sospettati dell’attentato, visto che ognuno di loro aveva un motivo valido per sparargli, e la polizia brancola nel buio. Nel frattempo i cittadini riescono ad abbattere lo scudo oscurante. Risvegliatosi dal coma Burns inizia improvvisamente a delirare ripetendo il nome di Homer Simpson, la polizia si reca a casa di Omer, trova la pistola che ha sparato a Burns e lo arresta. Nel corso del viaggio verso il commissariato il furgone della polizia s’incastra sotto la tettoia del Krusty Burger, si ribalta ed Omer riesce a fuggire, dirigendosi in ospedale nella stanza di Burns, minacciandolo. Burns riacquista lucidità e scagiona Omer, spiegando che a sparargli è invece stata la giovane Maggie Simpson: il miliardario aveva cercato di rubarle il leccalecca dalle mani ma la pistola che Burns aveva con sé era caduta nelle mani della piccola Maggie e un colpo era partito accidentalmente.  La polizia decide quindi di archiviare il caso.La birra. Per oscurare il sole il birrificio Three Floyds dell’Indiana (qui il loro profilo) propongono invece una potente imperial stout chiamata appunto “Blot out the sun”. Si tratta di una produzione occasionale, che appare ogni tanto durante mesi più freddi del midwest americano; ne esiste ovviamente anche una versione barricata in botti di bourbon. L’etichetta è disegnata dall’artista Conor Nolan e realizzata dallo Zimmer-Design.Il suo colore non è esattamente nero come le tenebre che vorrebbe evocare ma poco ci manca; la schiuma è piuttosto generosa e abbastanza compatta, con un’ottima persistenza. Nonostante siano passati quasi due anni dalla messa in bottiglia, l’aroma è ancora sorprendentemente luppolato: resina e pompelmo dominano il palcoscenico rilegando in secondo piano le tostature e il cioccolato. L’intensità è ancora buona, la pulizia non manca. Il mouthfeel è forse un pochino debole per la gradazione alcolica (10.4%) ma la bevibilità ne trae beneficio: più che viscoso olio motore è una morbida carezza quella che attraversa il palato. Il gusto non delude le aspettative create dell’aroma: nel bicchiere c’è una “very hoppy” imperial stout nella quale resina e pompelmo guidano le danze e sono sostenuto da un sottofondo “nero” di tostature, caffè e cioccolato. La bevuta parte un po’ in sordina ma progredisce rapidamente in un potente crescendo che culmina in un finale piuttosto amaro nel quale il resinoso prevale sul torrefatto e l’alcool riscalda con vigore anima e corpo. In secondo piano caramello e frutta sotto spirito, ma sono dettagli di poco conto. Imperial stout robusta e potente, molto pulita, non difficile da sorseggiare: Blot Out the Sun non regala molte emozioni ma la soddisfazione non manca, sebbene il prezzo del biglietto mi sembri onestamente un po’ troppo salato.Formato 65 cl., alc. 10.4%, IBU 97, imbott. 15/01/2016, prezzo indicativo 20.00 dollari.