Pinzga’ Zwickl & Obertrumer Original Zwickl

Oggi doppio appuntamento con la birra austriaca, in particolare con due Zwickl che rappresentano anche il debutto sul blog di altrettanti birrifici. Apriamo le danze con  Pinzgau Bräu, microbirrificio a Bruck an der Glocknerstraße, nel salisburghese: lo fonda Hans-Peter Hochstaffl, un ex meccanico di auto che ha poi iniziato a lavorare presso un distributore di bevande e si è “convertito” all’homebrewing. A una cena di lavoro conobbe il birraio del birrificio Die Weisse di Salisburgo che gli offrì di svolgere un periodo di praticantato. Dopo averlo terminato, Hochstaffl ha conseguito il diploma di mastro birraio ed è rimasto a lavorare al Die Weiss per tredici anni, coltivando sempre il sogno di riuscire a mettersi in proprio. Sogno che si è realizzato nell’ottobre del 2015 quando Hochstaffl ha messo in funzione il proprio impianto da 10 hl da lui stesso assemblato utilizzando parti nuove e di seconda mano, come ad esempio la linea d’imbottigliamento proveniente dal Belgio. Ad aiutarlo la moglie Martina che si occupa della parte amministrativa e un aiuto-birraio part-time: era da quarant’anni, da quando aveva chiuso il birrificio Blattl di Saalfelden, che nel Pinzgau non si produceva birra. Sono attualmente sei le birre prodotte: una Zwickl, un’ambrata (Phönix aus der Asche) prodotta con malto torbato in ricordo dell’incendio che distrusse l’edificio che ora ospita il birrificio, una Weizen, una Dunkelweizen, una Pale Ale con Summit e Cascade, e l’analcolica Non Promillo.La birra.Pinzga' Zwickl è la birra di maggior successo di Hochstaffl, a cavallo tra tradizione (ovviamente non filtrata) ed innovazione, visto che la sua ricetta prevede anche il luppolo Citra. Nel bicchiere è dorata, leggermente velata e forma uno splendido cappello di schiuma pannosa e compatta, dall’ottima persistenza. Citra non pervenuto all’aroma dove c’è però un bouquet tradizionale, pulito e fragrante:  fiori, pane e cereali, qualche accenno di mela verde. Elementi che ritroviamo anche al palato a comporre una bevuta facile e veloce, fragrante e abbastanza pulita: oltre a pane e cereali s’avverte anche qualche leggera nota di biscotto e miele, mentre la chiusura finale amaricante (vegetale) sarebbe molto più elegante se non sconfinasse un po’ nella gomma bruciata. L’intensità è molto buona, soprattutto se paragonata alle tante lager industriali che purtroppo dominano il mercato austriaco: scorrevolezza e facilità di bevuta non sono affatto in discussione ma quello che mi colpisce in positivo è il suo carattere un po’ spigoloso e ruspante, che le dona personalità e cuore. Ovvero quello che cerchiamo in un cosiddetto “prodotto artigianale”. Zwickl per me promossa in pieno, e poco importa se il Citra non è pervenuto; l’etichetta neppure lo sbandiera. Restiamo nella regione di Salisburgo e spostiamoci a Obertrum am See, dove dal 1601 esiste la Privatbrauerei Josef Sigl, oggi rinominata Trumer Privatbrauerei. La  famiglia Sigl ne detiene il controllo da allora e, fatto abbastanza curioso, quasi tutti i proprietari che si sono succeduti si chiamano Josef: a loro il compito di ricostruire il birrificio dalle devastazioni della campagna Napoleonica e dalle rovine della prima e seconda guerra mondiale. Dal 1985 al timone di comando c’è Josef Sigl VII, diplomato birraio a Weihenstephan e a Vienna: è lui il responsabile dell’aspetto moderno che oggi ha il birrificio e del “Trumer world” un’esperienza birraria a 360 gradi: visite guidate assieme a un beer sommelier, corsi di degustazione, abbinamenti cibo-birra alla Braugasthof, assaggio di vintage provenienti dalla cantina privata di Sigl e, in occasioni speciali, l’assaggio della Trumer Pils che sgorga direttamente da una fontana al centro di Obertrum.  Dopo aver venduto il marchio Weizengold al birrificio Stiegl di Salisburgo, la Trumer Privatbrauerei è oggi soprattutto concentrata sulla Trumer Pils, una birra molto diffusa in Austria che viene anche replicata negli Stati Uniti (con materie prime importate) nel birrificio Trumer di Berkeley, California, inaugurato nel 2004 in partnership con Carlos Alvarez, magnate proprietario della Gambrinus Company.La birra.Conoscendo la Trumer Pils non avevo grossa aspettative su questa Obertrumer Original Zwickl, ma le cose non sono andate così male, anzi: è dorata e velata, con un impeccabile cappello di schiuma compatta, pannosa e molto persistente. L’aroma è pulito e abbastanza fragrante: pane, cereali, fiori, qualche accenno di miele millefiori. Il gusto non è un monumento all’intensità ma ripropone con buona pulizia e fragranza gli stessi elementi per una bevuta facile e dissetante, spensierata, gradevole. L’amaro erbaceo/terroso finale è di minore intensità se paragonato alla Pinzga'  Zwickl ma soprattutto risulta più elegante limitando di molto l’effetto “gomma bruciata”.  La scorrevolezza è ottima e anche in questa bottiglia c’è un qualcosina di rustico, carattere che non t’aspetteresti per un prodotto di un birrificio commerciale:  la sua etichetta “quasi artigianale”, così lontana da quella della Trumer Pils, è in questo caso sincera. Le manca il cuore, ma svolge la sua funzione con onestà e dignità. A tre euro al litro. Nel dettaglio:Pinzga' Zwickl, 50 cl., alc. 5.1%, lotto 5, scad. 01/05/2018, 2,65 Euro (beershop, Austria)Obertrumer Original, 50 cl., alc. 4.8%, scad. 15/05/2018, 1,68 Euro (beershop, Austria)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Smuttynose Rocky Road Stout

Chissà cosa riserverà il futuro al birrificio Smuttynose, che il prossimo 9 marzo 2018 verrà venduto all'asta dopo 24 anni d'attività a Portsmouth, nel New Hampshire. Il piano d'espansione da 22 milioni di dollari del 2013 si era concretizzato nell'apertura della nuova sede produttiva di Hampton con annesso ristorante da cento coperti: un potenziale da quasi 90.000 ettolitri l'anno che oggi viene tuttavia sfruttato solamente al 50%, nonostante la Finestkind sia l'IPA più venduta in tutto il New Hampshire e Smuttynose produca da solo più di tutti gli altri birrifici craft dello stato messi assieme. "Vendiamo ancora un bel po' di birra - ammette il fondatore Peter Egelston - ma non è abbastanza per far quadrare i conti e alla fine questa è l'unica cosa che conta": il fatturato annuo di Smuttynose è attualmente superiore ai dieci milioni di dollari.Due i fattori determinanti, secondo Egelston: il rallentamento generale nella crescita di volumi della craft beer e le preferenze dei consumatori che si sono spostate dalle bottiglie alle lattine. "Abbiamo dotato la nostra nuova sede di un modernissima linea d'imbottigliamento, trecento pezzi al minuto e ora vanno di moda le lattine". Ma c'è ovviamente dell'altro: "non è colpa del nuovo impianto, non è colpa della nostra gestione. Il nostro business plan si basava su un piano di crescita costante ventennale, ma oggi ci sono oltre 4000 microbirrifici negli Stati Uniti e tutti i produttori come noi, di medie dimensioni, si trovano in difficoltà. Ai consumatori interessa sempre meno bere la propria birra preferita e interessa sempre più cercare qualcosa di nuovo. Quando chiedo alla gente di dirmi la miglior birra che hanno bevuto di recente spesso non se la ricordano neppure. Dovremmo fare nuovi investimenti nel marketing e in una linea d'inlattinamento,  ma non possiamo fare altri debiti e non abbiamo abbastanza cash".Per il futuro, Egelston non esclude nessuna possibilità: "potrei anche restare come socio, ma in ogni caso aiuterò la nuova proprietà a prendere in gestione il birrificio. Non voglio sbarazzarmene, lo dobbiamo ai quasi settanta dipendenti che ci lavorano: alcuni di loro sono con noi da quasi vent'anni". Tra un mese circa sapremo.La birra.Nasce nel 2015 la prima pastry/dessert stout di Smuttynose nell'ambito delle "Big Beers", serie nella quale il birrificio del New Hampshire racchiude tutte le proprie birre occasionali o sperimentali. Rocky Road è un gelato che sembra ispirare diversi birrai: nacque nel 1929, probabilmente in California, quando William Dreyer assemblò gelato al cioccolato, mandorle e pezzi di marshmallow. La ricetta della Smuttynose Rocky Road elenca malti North American 2-Row, Munich 10L, Carahell, C-120, Carastan, Brown, Chocolate e orzo tostato, luppoli Magnum, Bravo e Sterling, fave di cacao, crema di marshmallow Fluff e chips di rovere precedentemente immerse in Amaretto.Si veste di nero e forma una testa di schiuma cremosa e molto compatta, dall'ottima persistenza. Il (mio personale) timore di trovarmi nel bicchiere una "omnipollata" svanisce fortunatamente non appena avvicino le narici al bicchiere: c'è un bel profumo di caffè e cioccolato fondente, per nulla artificioso, e in secondo piano ci sono orzo tostato e mandorle, tabacco, esteri fruttati. La pulizia è molto buona, l'intensità non è particolarmente elevata ma la bottiglia in questione dovrebbe essere datata 2015, anno in cui la Rocky Road aveva ancora un ABV del 7.3%, poi innalzato a 7.5%. Al palato c'è una lieve viscosità che la rende morbida senza tuttavia intralciare lo scorrimento: poche bollicine e una leggera cremosità la rendono mansueta e docile. Il gusto mantiene la stessa pulizia dell'aroma spingendo il piede sul pedale dell'intensità: il risultato è una bevuta ricca e intensa, dove un tappeto dolce di caramello e vaniglia/marshmallow bilancia una robusta stout caratterizzata da caffè, cacao amaro, eleganti tostature e (forse un po' troppa) liquirizia. Frutti di bosco, prugna e qualche accenno di pelle/cuoio completano una birra sostenuta da una buona componente etilica che si manifesta con discrezione, senza mai andare oltre le righe.Smuttynose la definisce una dessert stout ma non pensate di trovare nel bicchiere una di quelle birre-non-birre che tanto vanno di moda oggi: qui la base stout è ben presente, solida e ben fatta, a  ulteriore conferma del fatto che il birrificio del New Hampshire le "scure" le sa fare piuttosto bene. Formato 65 cl., alc. 7.3%, IBU 25, lotto e scadenza non riportati. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Tuverbol 2012

Nel Cafè Loterbol che si trova in Michel Theysstraat 58 a Dienst (60 km da Brussels e  Anversa) c’è una pietra che ancora reca l’incisione 1706:  la produzione di birra iniziò quindi probabilmente in quell’anno, quando la famiglia Troosters fondò la Brouwerij de Brouwketel; i loro discendenti  (con il cognome Duysters) gli diedero un nuovo nome e ne mantennero di fatto il controllo sino al 1969 quando il birrificio chiuse i battenti. Per molti anni l’edificio visse in stato di desolante abbandono e, proprio quando stava per essere demolito, venne acquistato (1992) da Marc Beirens che ne ristrutturò una porzione: anche la sua famiglia possedeva un tempo un birrificio a Ziechem.La produzione riprese nel 1995, anche se solo saltuariamente, riesumando dalle ceneri il nome Duysters e utilizzando un impianto usato da 4,5 ettolitri. In parallelo venne anche riaperto il cafè, nel quale era posssibile assaggiare l’unica birra prodotta, la belgian ale Loterbol (6.5%). Beirens, che gestisce in parallelo anche il distributore Weynants (import-export di birre trappiste) portò a termine nel 2002 la ristrutturazione di un’altra porzione del fabbricato e iniziò a produrre birra con regolarità, rimettendo in funzione un impianto da 28 ettolitri di seconda mano che era fermo da 15 anni. Per l’occasione il nome del birrificio cambiò in Brouwerij Loterbol, termine che si riferisce al soprannome degli abitanti di Dienst, i “loterbollen”. Notizie storiche riportano che il birrificio Duysters alla fine del diciannovesimo secolo godeva di una buona fama nella zona di Anversa per le proprie birre scure e dalla alta gradazione alcolica: fasti che Beirens vuole rievocare con la Loterbol Bruin (8%) alla quale sono affiancate la Loterbol 6 e la sua versione “strong” Loterbol 8.  Per le festività vengono occasionalmente (ovvero ogni “qualche” anno) prodotte anche la Kerstbol (8%) e la più potente Winterbol (9%): la distribuzione è molto limitata e il posto migliore per assaggiarle è senza dubbio il Loterbol Cafè di Dienst che tuttavia è aperto solamente il primo sabato di ogni mese, dalle 16 alle 24.  Il perché? Siamo in Belgio!La birra.Ci sono due versioni sulla nascita della Tuverbol: quella più romantica racconta di una semplice collaborazione tra due amici di vecchia data, Marc Beirens e Armand Debelder di 3 Fonteinen. Quello meno patinata, ma forse più concreta, parla di una birra nata dalla necessità di non dover buttare via i “fondi” di magazzino delle prime cotte di Loterbol Blond che erano rimaste invendute in birrificio. Beirens decise di blendarle con del lambic giovane prodotto da 3 Fonteinen e di tornare ad imbottigliarle. Nel 2005 videro cos' la luce circa 2000 bottiglie di Tuverbol, distribuite soprattutto tra Kulminator, De Heeren van Liedekercke e gli Stati Uniti. Anche il suo nome dovrebbe essere un “blend”: quello del termine dialettale fiammingo “tuveren” (magia) e Loterbol.  L’esperimento venne replicato in quantità maggiori nel 2007, aggiungendo lambic ad una (credo) versione più muscolosa delle Loterbol; sono stati poi necessari cinque anni d’attesa per veder apparire la Tuverbol 2012 e, lo scorso anno, l’edizione 2017 che ancora potete trovare in vendita su alcuni beershop on-line. Il contenuto alcolico è oscillato tra 10.5 e 11% nel corso degli anni.  Dalla cantina recupero quindi una bottiglia di Tuverbol 2012, per stapparla appena dopo la “scadenza” indicata dal produttore: cinque anni dalla messa in bottiglia. Un bel colore dorato, velato ma estremamente luminoso: la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta ma si dissolve abbastanza rapidamente. L’aroma non riserva sorprese: dopo cinque anni di vita i lieviti selvaggi del lambic hanno preso il sopravvento e dominano la scena.  Il risultato è però di grande eleganza, con la componente "selvaggia/selvatica" quasi gentile: a legno, cantina/muffa, pelle di salame e paglia rispondono l'ananas candito, dall'asprezza del limone, della mela e dell'uva bianca acerba. Al palato le manca forse un po' di vivacità (bollicine) ma è un piccolo vizio perdonabile dopo cinque anni di vita in bottiglia. La bevuta inizia dal dolce della frutta candita, arancia e albicocca su tutto, un tocco di miele e poi scende in campo la componente funky con che richiama di nuovo la cantina e la pelle di salame. La dolcezza è incalzata dall'asprezza della frutta acerba e del limone, dall'acidità lattica; nel finale c'è una sorprendente nota americane vegetale e terrosa. E l'alcool? 10.5% il contenuto dichiarato che si rivela solamente nel finale ma un po' bruscamente: dona potenza alla Tuverbol, non brucia ma potrebbe entrare in scena in maniera più "educata". Una birra che non mostra grossi segni di cedimento: pulita, piacevolmente rustica e ruvida pur senza rinunciar ad una certa eleganza: una piccola gemma nascosta capace di regalare gran belle emozioni.Formato 37.5 cl., alc. 10,5%, lotto 2012, pagata 7.50 Euro (beershop, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! The yeast circle: Maybe a not so dumb blonde & Oscar Milde

Dopo un semestre di silenzio ritorna sul blog l’angolo dedicato alle vostre produzioni casalinghe di HOMEBREWED!  Lo riesumo grazie a Carmine Ianni, homebrewer di Pescara ma trasferitosi a Torino per lavoro (sviluppatore software) da sei anni. Nel suo passaggio da “la birra mi fa schifo” a “voglio farmela in casa” forse molti di voi si ritroveranno; la colpa è soprattutto delle anonime lager industriali del supermercato. Ma sugli stessi scaffali della grande distribuzione Carmine ha trovato anche qualche birra più interessante (HB, Paulaner) che lo hanno stimolato a scoprire un nuovo mondo: belga e anglosassone le sue tradizioni brassicole preferite, con un amore in particolare per il luppolo. Nel 2014 Carmine è già stato contagiato dalla “malattia” per la birra di qualità e inizia con l’homebrewing quasi per caso: il colpevole è il manuale di Davide Bertinotti  “La birra fatta in casa”.  Saggia la sua decisione di partire subito con l’All Grain senza percorrere le anticamere dei kit e degli estratti; le sue prime produzioni ricevono i complimenti degli amici ma, causa trasloco, l’attività s'interrompe per quasi un anno e riparte solo a settembre 2016 sul nuovo Grainfather con cotte da 12 litri. Il ritorno è comunque col “botto” la sua grodzinskie si piazza al terzo posto di una tappa del campionato nazionale di organizzato da MoBI e la sua extra stout arriva alla fase finale del concorso piazzandosi al nono posto su 95 birre. Nel 2017 Carmine è riuscito a realizzare 18 cotte, con una predilezione per IPA e DIPA ed ha deciso di inviarmene qualcuna: purtroppo la sua Double IPA è andata in frantumi durante il trasporto, quindi mi devo “accontentare” di una Golden e di una Mild Ale. Il nome scelto per il proprio birrificio casalingo è The Yeast Circle - A Wild Brewery, anche se con le fermentazioni selvagge ammette di avere attualmente in corso solo qualche timido esperimento; belle e professionali le etichette, che Carmine impagina e manda poi manda addirittura a stampare in tipografia! Partiamo dalla Blonde/Golden Ale chiamata Maybe a not so dumb blonde (4.8%):  l’idea di base è secondo me una delle sfide più difficili che anche i birrai professionisti si trovano ad affrontare, ovvero realizzare una birra semplice e facile da bere che non risulti tuttavia banale o blanda. La lista degli ingredienti elenca malti: pilsner, monaco e aromatic, fiocchi d’avena, luppoli Centennial, Waimea e  Huell Melon, lievito US-05. Il suo colore è un bel dorato carico velato sul quale si forma una cremosa e compatta schiuma bianca, dall’ottima persistenza. L’intensità aromatica è davvero molto bassa, a fatica s’avvertono profumi floreali, di pesca e arancia, biscotto, forse miele. Il gusto purtroppo si muove nella stessa direzione con un’intensità troppo bassa anche per quella che dovrebbe essere una (quasi) session beer semplice da bere ad oltranza. Affinchè esca qualche sapore in più bisogna attendere che la birra s’avvicini alla temperatura ambiente, ma così facendo ne viene ridotto il suo potere rinfrescante e dissetante: pane e biscotto, un lieve fruttato che richiama l’arancia, una punta finale amara tra l’erbaceo e il terroso. La sensazione palatale è morbida e gradevole, ma la sfida di creare una birra semplice ma con personalità non è purtroppo stata vinta.  Non ci sono difetti/off flavors ma l’intensità è davvero troppo modesta e la sensazione di bere (quasi) un bicchiere d’acqua è troppo presente. Molto lavoro da fare, quindi.Questa quella che sarebbe la mia valutazione su scala BJCP: 26/50 (Aroma 5/12, Aspetto 3/3, Gusto 9/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 5/10).Di tutt’altro livello è invece la Dark Mild chiamata Oscar Milde (3.4%): uno stile non molto frequentato, anche dal sottoscritto, del quale a memoria ricordo di aver bevuto soltanto un paio di esempi: qui e qui. Anche qui Carmine cerca di realizzare una birra semplice e facile da bere ma con personalità e intensità: il titolo scelto è secondo me molto azzeccato, e in etichetta potreste ammirare Wilde che “si cimenta in elucubrazioni filosofiche mentre dall’altra parte l’avatar lo invita a smetterla di complicarsi la vita e di farsi una sana pinta di birra".  La ricetta elenca malti Maris Otter, Ciscuit, Crystal e Chocolate, red crystal (segale), luppolo east kent goldings e lievito: english ale WLP002.Nel bicchiere si presenta di color ebano scuro e anche in questo caso la cremosa schiuma è impeccabilmente compatta e persistente. Pane nero, biscotto, caramello ed esteri fruttati (prugna, uvetta) compongono un aroma abbastanza intenso ma soprattutto pulito e fragrante. La sensazione palatale è ottima, poche bollicine, corpo medio-leggero ma sopratutto nessuna deriva acquosa in una birra dalla gradazione alcolica così bassa. Il gusto prosegue nella stessa direzione riproponendo caramello e pane nero, qualche nota biscottata, un dolce leggermente sciropposo che richiama di nuovo prugna e uvetta, una chiusura abbastanza secca e un finale leggermente di modesta durata ed intensità, nel quale note terrose incontrano un po' di frutta secca a guscio. La bevuta è molto pulita e molto bilanciata, facilissima e piuttosto gradevole: una Dark Mild ben fatta e un obiettivo (birra semplice ma non banale) raggiunto. Qualcosina in più per quel che riguarda l'intensità si potrebbe auspicare, ma personalmente aggiusterei sopratutto il mix dei malti per donarle un carattere ancora più inglese: al momento vedo l'elemento "pane nero" molto dominante, il che in una bevuta alla cieca mi farebbe pensare ad una schwarzbier tedesca. Ecco la pagellina su scala BJCP: 36/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10).Ringrazio nuovamente Carmine per avermi fatto assaggiare le sue birre e spero che le mie considerazioni possano essere in qualche modo utili per migliorarle. 

Northern Monk / De Molen Dark City

Lo scorso novembre 2017 il birrificio inglese Northern Monk ha organizzato presso i propri locali di Leeds l’evento “Dark City” dedicato ovviamente a birre di colore “scuro” come stout, porter e black IPA. Questo mini festival è stato il seguito di Hop City, dedicato alle birre luppolate, che il birrificio aveva messo in piedi in aprile. Nel corso di due giornate è stato possibile assaggiare oltre 80 birre prodotte da diversi birrifici di tutto il mondo, accompagnati da musica heavy metal, DJ set e alcuni concerti. Due le sessioni disponibili nelle giornate di venerdì e sabato, da mezzogiorno alle 16.30 e dalle 18 alle 23.30. Quindici sterline il costo del biglietto (diciotto per la sessione del sabato sera)  al quale dovevate poi aggiungere 2,80 sterline per l’acquisto di ogni gettone. Non sono riuscito a recuperare la lista ufficiale delle birre disponibili ma potete farvene un’idea utilizzando la pagina dell’evento creata su Untappd. Oltre ai padroni di casa di Northern Monk erano presenti birre di Cloudwater, Siren, Wylam, Magic Rock, Brew By Numbers, Marble, Mikkeller, Lervig, Dry & Bitter, Kernel, Left Handed Giant, Anspach & Hobday, Dugges, Kirkstall, Hawkshead, Old Chimney, De Molen, Amundsen, Omnipollo e 18th Street. La media della gradazione alcolica delle birre servite? 9%| Per l’occasione Northern Monk ha realizzato assieme agli olandesi De Molen la birra ufficiale del festival, ovviamente una (robust milk) stout, chiamata Dark City: lattosio ed avena hanno il compito di donare un mouthfeel denso e cremoso ad una ricetta che si basa su malto inglese Maris Otter al quale sono affiancati Chocolate, Monaco e tre varietà di Crystal. Molto bella la doppia etichetta, apribile come le ante di un armadietto, attaccata sulla lattina: al di sotto della prima troverete tutte le informazioni sul festival e una piccola mappa con le indicazioni stradali per raggiungerlo.La birra.  Nel bicchiere non è completamente nera, ma poco ci manca: la schiuma è cremosa, abbastanza compatta e mostra una buona persistenza. Nonostante la ricetta non preveda l’utilizzo di caffè, l’aroma è dominato da eleganti profumi di caffè macinato. Ad affiancarlo non c’è però molto altro: orzo tostato, qualche ricordo di tabacco e di esteri fruttati che suggeriscono i frutti di bosco “scuri”, ma la loro presenza è molto debole.  Il mouthfeel è effettivamente abbastanza morbido e cremoso, ma il gusto non lo valorizza risultando un po’ legato tra le sue componenti: c’è una parte densa e dolce in sottofondo (caramello, cioccolato al latte) sulla cui superficie viaggia - quasi su di un binario parallelo -  l’amaro del caffè e delle tostature. L’intensità dei sapori è buona ma manca un po’ di amalgama: l’amaro è praticamente assente e a fine corsa c’è un piccolo vuoto che andrebbe riempito con qualcosa, magari con un po’ di quel calore etilico (7.4%) che è invece molto, troppo nascosto. Una milk stout robusta e nel complesso discreta, ma un po’ irrisolta: il gusto è meno pulito e definito dell’aroma, l’aroma è meno ricco e intenso del gusto. Se si riuscisse a raggiungere uniformità, questa Dark City farebbe un indiscutibile salto di qualità.Formato: 44 cl., alc. 7.4%, IBU 15, lotto 523, scad. 20/04/2018, prezzo indicativo  6.50 Euro  (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Firestone Walker Sucaba 2014

Nel 2006 per festeggiare il proprio decimo compleanno il birrificio Firestone Walker (Paso Robles, California) mette in commercio l'Anniversary Ale “10”, un complicato blend di alcune differenti birre invecchiate in botte: quella edizione fu realizzata assemblando un barley wine, una imperial stout, una imperial brown ale e una double IPA. Da allora ogni anno Firestone Walker celebra il proprio anniversario con un diverso blend e ha anche iniziato a mettere in commercio le singole birre utilizzate per realizzarlo: tra le più note e ricercate dagli appassionati ci sono senza dubbio l’imperial stout Parabola e il barley wine Sucaba/Abacus. Per alcuni anni queste birre erano disponibili solo alla spina e in quantità molto limitate, generando ovviamente il culto (o l'hype) tra gli appassionati. A marzo 2010 il barley wine Abacus viene per la prima volta imbottigliato (1500 le casse prodotte)  dopo aver passato quattordici mesi in botti ex-bourbon Heaven’s Hill. I beergeeks sono ovviamente entusiasti ma altrettanto non si può dire del produttore vinicolo ZD Wines, della Napa Valley, che dal 1999 produce un Cabernet Sauvignon con lo stesso nome e invia al birrificio una lettera che minaccia le vie legali. Nella primavera del 2011 Firestone Walker annuncia la decisione di abbandonare il nome; l’edizione 2012 del barley wine si chiamerà §ucaba. Così racconta il birraio Matt Brynildson: “quanto lavoravo alla Goose Island avevo una calcolatrice gigante che utilizzavo per fare i calcoli delle ricette e i miei colleghi mi prendevano sempre in giro dicendo “uh oh, Brynildson ha di nuovo accesso il suo abaco. La parola mi piacque e volevo usarla per una birra; ora prendete uno specchio e metteteci di fronte una bottiglia: Abacus|sucabA”. Sucaba, uno degli ingredienti principali per il blend dell'Anniversary Ale di Firestone, è in realtà essa stessa un blend; per la sua produzione non solo vengono utilizzate diverse botti di  bourbon (solitamente Heaven Hill, 4 Roses, e Old Fitzgerald) ma c'è anche una piccola percentuale di una birra "misteriosa" che Brynildson non intende rivelare: “la base è quella che chiameremmo Sucaba, ma ogni anno c’è anche un 10% di un’altra delle nostre birre barricate, che di solito apporta quelle note di cioccolato e di ciliegia”.La birra.Difficile ma non impossibile da reperire come invece accade per molte altre birre americane circondate dall'hype: Firestone Walker ha col tempo perso un po' del proprio fascino agli occhi dei beergeeks, che lo hanno sostituito con nuovi birrifici più "alla moda". E poi commercialmente i barley wine hanno leggermente meno attrattiva rispetto alle imperial stout: fatto sta che in agosto riuscii ancora a trovare in un negozio in California delle bottiglie uscite ben otto mesi prima. L'hype vuole invece che vadano esaurite entro pochi giorni, se non ore, dalla loro messa in vendita.Il millesimo 2014 di Sucaba viene annunciata a gennaio: "solo" 3500 casse di bottiglie da 65 cl.  e una ricetta che prevede malti Munton’s Pale, Crisp Maris Otter Pale, Munich, Dark &; Light Crystal, Chocolate, luppoli Bravo (in amaro) e East Kent Golding per aroma. Il barley wine è stato poi invecchiato in differenti botti di bourbon, per una durata media di dodici mesi. Il suo colore è un ambrato piuttosto carico e velato che si tinge di intensi riflessi rubino: la schiuma ocra, cremosa e compatta ha una discreta persistenza. Intensità ed eleganza trovano un punto d'incontro che non si trova tutti i giorni: si dividono il palcoscenico,  entrando ed uscendo di scena a più riprese, uvetta, prugna e fichi, vaniglia, biscotto e caramello, legno e cocco, vino fortificato e bourbon. Nonostante l'imponente gradazione alcolica (13.5%) Sucaba è molto morbida al palato e lo coccola accarezzandolo con una moderata viscosità: corpo medio, poche bollicine. A quattro anni dalla messa in bottiglia è una birra ancora possente e muscolosa, attraversata da una vigorosa componente etilica che riscalda ogni sorso. Sarebbe un peccato "berla", obbligatorio è invece sorseggiarla perché lei sarà l'unica compagna di una serata. Il gusto ripercorre con buona fedeltà l'aroma: caramello/melassa e biscotto, prugna, fichi e uvetta, ciliegia, vaniglia, bourbon. L'intensità è elevatissima, pulizia e finezza non sono da meno: Sucaba è lunghissima, quasi interminabile nel suo epilogo caldo e potente di frutta sotto spirito e vino fortificato, legno. Emozioni, eleganza, classe: nel bicchiere c'è tutto questo e la sua fama è assolutamente meritata. Nel 2017 Firestone Walker ha scelto di non produrla, prendendosi un anno di pausa: Sucaba dovrebbe ritornare nel 2018 nel nuovo formato da 35.5 cl che il birrificio ha ormai scelto per la propria Proprietor's Vintage serie. Formato 65 cl., alc. 13.5% , IBU 42, lotto 2014.  NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Extraomnes Weltanschauung (2013)

Primo appuntamento del 2018 con la rubrica “dalla cantina”, dedicata al vintage, alle birre che hanno diversi anni di vita alle spalle.  Facciamo un salto indietro al 2013, anno in cui il birrificio di Marnate fa debuttare alcune novità che contribuiranno a far poi vincere il premio di birraio dell’anno a Luigi D’Amelio:  Bloed, Hopbloem, Wallonië e Quadrupel. A queste quattro birre se ne aggiunse una molto più particolare e dal nome “criptico”:  Weltanschauung, una poderosa oud bruin che è stata invecchiata per venti mesi in barrique che avevano precedentemente ospitato vino rosso. Solamente un migliaio circa le bottiglie prodotte. Weltanschauung è un termine tedesco  (visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]). che può essere vagamente tradotto in italiano come “concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso; per lo più riferita a pensatori, scrittori, artisti, in quanto essa sia esplicitamente o implicitamente espressa nella loro opera”. In questo caso potremmo quindi considerare la birra come “la visione del mondo” del birraio che l’ha creata:  in etichetta l’occhio della provvidenza vi ricorda che ogni azione e pensiero di voi che avete il bicchiere in mano sono osservati da Dio o dal Grande Architetto dell’Universo.La birra. Ho distrattamente dimenticato di assaggiarla “fresca”, a pochi mesi dall’imbottigliamento, e ho finito per dimenticarne qualche bottiglia in cantina. Alcune opinioni lette in internet di recente sembravano suggerire che la Weltanschauung non fosse invecchiata molto bene e così, prima di arrivare al punto di non ritorno, ne ho recuperata una bottiglia. Nel bicchiere è di un ambrato abbastanza torbido ma illuminato da venature color rubino: non si forma una vera e propria schiuma ma una serie di bolle biancastre, un po’ grossolane, si ammassano attorno alle pareti del bicchiere. Al naso c’è una componente acetica (mela) che risulta tuttavia ancora delicata, affiancata da profumi di frutti rossi aspri come  amarena cotta, prugna acerba; gli anni passati in bottiglia hanno apportato note ossidative che in questo caso si sono fortunatamente limitate ad apportate tonalità dolci che richiamano vini marsalati. In secondo piano appaiono di tanto intanto profumi di legno e di ciliegia, polpa ma anche nocciolo. A livello tattile la birra è ancora vigorosa e presente, sostenuta da una decisa gradazione alcolica (10%) che riscalda e potenzia ogni sorso: le poche bollicine rimaste (ignoro quante ne avesse da giovane) non le donano tuttavia molta vitalità ma contribuiscono a spingerla ulteriormente in quel territorio vinoso dove il gusto si instrada rapidamente. Anche al palato ci sono dolci note marsalate che hanno il compito di bilanciare la componente aspra e (lievemente) acetica: il gusto ricalca con buona corrispondenza l’aroma e sfocia in un finale secco e vinoso, impreziosito da note di legno e da un gradevole calore etilico che fa sentire la sua presenza senza mai esagerare. A quasi cinque anni di vita la Weltanschauung mi sembra ancora in forma ed è capace di regalare belle emozioni: i segni del tempo ci sono ma in questo caso sono quelli positivi, ovvero il marsalato; questa componente è ancora in divenire e potrebbe ulteriormente evolvere nei prossimi anni, occupando maggior spazio sul palcoscenico. Il condizionale è ovviamente d’obbligo, non vi sono mai certezze nell’invecchiamento di una birra.Formato 33 cl., alc. 10%, lotto 235/13, scad. 31/08/2023, pagata 4.70 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Next Level Brewing / Loncium Monster Juice

Next Level è una beerfirm viennese fondata nel 2015 da Johannes Grohs e  Alexander Beinhauer: si definiscono due beer sommelier che hanno alle spalle studi in campo economico (Grohs) e biotecnologie (Beinhauer).  Si sono conosciuti frequentando la scene dell’homebrewing della capitale austriaca, dove Alexander Beinhauer ha ottenuto molti riconoscimenti in vari concorsi.  La beerfirm si reca a produrre su impianti di diversi birrifici austriaci, ma ultimamente sembra aver trovato dimora fissa presso la Privatbrauerei Loncium, che abbiamo incontrato in questa occasione: una ventina le birre prodotte nei due anni di attività.  E proprio assieme al birrificio Loncium Next Level ha realizzato una New England IPA:  Monster Juice, questo il nome per una Double IPA “leggera”  (7.1%) alla quale sono stati aggiunti 200 chili di purea di albicocca  La collaborazione è avvenuta a settembre 2017, giusto in tempo per avere la birra pronta per l’Halloween Monster Party che si è tenuto a fine ottobre al Beer Store di Vienna. L’albicocca è un frutto che viene usato con buon successo nella produzione di birre acide, funzionerà nel contesto di una (Juicy) India Pale Ale ?  Scopriamolo.La birra.Il suo aspetto non è esattamente quello di una New England IPA: il colore dorato è appena velato e in superficie si forma una cremosa e compatta testa di schiuma, dalla buona persistenza. Il segreto dell'hazy è custodito nella purea d'albicocca che è finita sul fondo della bottiglia: versandola nel bicchiere otterrete una sorta di NEIPA ma anche una birra piuttosto sgradevole alla vista.Al naso c'è ovviamente l'albicocca, affiancata da qualche lieve profumo di frutta tropicale, ananas e passion fruit, biscotto. C'è pulizia ma l'intensità è piuttosto modesta e lo spettro del bouquet aromatico è alquanto ristretto. La sensazione palatale non cerca di emulare il mouthfeel di una "juicy IPA" ma è comunque gradevole e morbido: corpo medio, poche bollicine, alcool ben nascosto e un gusto che rivela però una convivenza non troppo ben riuscita tra il dolce del tropicale e l'asprezza e acidità dell'albicocca. Gli elementi sembrano respingersi anziché legarsi. Biscotto e caramello fanno una breve  comparsa nelle retrovie e nel finale c'è una timida note americane erbacea. Nel complesso è una IPA pulita e dotata di una buona secchezza, facile da bere e abbastanza intensa: non ha molto a che fare col New England e per il mio gusto personale non trovo particolarmente azzeccato l'uso dell'albicocca in una birra di questo tipo. Formato 33 cl., alc. 7.1%, lotto 945600815, scad. 22/05/2018, prezzo indicativo 3.50-4.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Munkebo Mikrobryg Ægir Russian Imperial Stout

In Danimarca, in un vecchio mulino del 1962 nei pressi di Kerteminde, è operativa dalla fine del 2013 la Munkebo Mikrobryg che tuttavia, a dispetto del nome, non dispone ancora di impianti produttivi propri;  la città di Odense si trova ad una quindicina di chilometri, Copenhagen a 160. A fondarla è Claus Christensen, laureato in biologia e un dottorato di ricerca in Scienze della Salute all’Università di Copenhagen: dopo una breve esperienza nel ramo commerciale di una multinazionale, Claus ha lavorato come assistente birraio presso i danesi della Midfyn, spostandosi poi in Germania alla Camba Bavaria dove è rimasto per 7 mesi. A luglio 2013 è rientrato in Danimarca per dare vita al progetto Munkebo, che prende il nome dall’omonimo sobborgo un cui si trova: nei campi che circondano il mulino Christensen ha iniziato anche a coltivare luppolo e, da ex-biologo, ha egli stesso isolato da un ape quattro ceppi di lievito. Ad aiutarlo ci sono Marie-Louise Pulawska Legh-Smith, che si occupa della parte amministrativa, e il grafico Thomas Bjerregaard Bonde. Non c’è molta chiarezza sul dove vengono prodotte le birre ma mi sembra di capire che sino al 2016 Christensen si è appoggiato alla Grauballe Bryghus di Silkeborg, per poi “delocalizzare” la produzione in Polonia presso il birrificio ReCraft: sono una cinquantina le etichette realizzate in tre anni d’attività.La birra.Ægir, nome mitologico scandinavo del gigante re del mare e nventore della birra secondo la mitologia nordica: parola già nota ai birrofili in quanto nome di un birrificio scandinavo. Ecco invece un link per chi volessere approfondire l'argomento "vichinghi e birra". La Ægir di Munkebo è una imperial stout la cui ricetta prevede malti Vienna, Monaco, Special B, orzo tostato, Cara 120 e Black; luppoli Northern Brewer e E.K. Goldings,  lievito american ale. La bottiglia in questione credo sia datata 2015 e la birra si presenta nera, con un discreto cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta. L’aroma non è molto intenso e non brilla per eleganza, ma regala ugualmente dolci profumi di fruit cake e prugna disidratata, sciroppo di frutti bosco, liquirizia; in sottofondo leggeri accenni di carne e salsa di soia.  Quando si parla di Imperial Stout scandinave si pensa spesso ad un liquido denso e viscoso che ricorda l’olio motore, ma non è questo il caso: il corpo è medio, poche bollicine, la consistenza è morbida e “leggera”, quasi vellutata. Pane nero, melassa,  fruit cake, prugna e quell’immancabile liquirizia tanto amata nel nord dell’Europa disegnano una bevuta che parte dolce per poi essere bilanciata un finale amaro, di buona intensità, nel quale s’incontrano caffè e tostature, ricordi di cioccolato fondente, terra e tabacco/cenere. L’alcool è abbastanza ben nascosto e apporta solo un delicato tepore, la bevuta mostra ampi margini di miglioramento per quel che riguarda eleganza e pulizia ma è nel complesso abbastanza soddisfacente, se non si hanno grosse aspettative.Formato 33 cl., alc. 9.4%, IBU 80, lotto 15.131, scad. 01/12/2020.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Left Handed Giant Sky Above

Non è paragonabile ai “beer miles” di Bermonsdey (Londra) o Piccadilly (Manchester), ma anche Bristol ha la sua area ad elevata concentrazione birraria: è il sobborgo industriale di St Philip's, dove hanno trovato casa i birrifici Good Chemistry, Arbor, Moor, Left Handed Giant e Dawkins. Li potete raggiungere a piedi con un itinerario di circa tre chilometri e se avete voglia di continuare potete raggiungere con calma anche Lost and Grounded, Wiper & True, Fierce & Noble. Oggi ci concentriamo su Left Handed Giant, birrificio fondato nel 2016 come beerfirm da Bruce Gray, oggi aiutato dal birraio Richard Poole e dal socio Jack Granger. Gray si definisce un golfista mancato: la mancanza di talento non gli ha permesso di continuare lo sport amato, obbligandolo a concentrarsi sulla gestione del circolo di golf e in particolare della ristorazione. Nel 2009 si sposta ad Edimburgo dove gestisce alcuni locali, per poi finire ad Aberdeen per aprire il primo BrewDog bar; nei due anni successivi ne inaugura altri otto in tutta la Scozia e poi decide di mettersi in proprio fondando un’azienda di distribuzione di birra in Scozia. Assieme a due soci apre anche il The Hanging Bat di Edimburgo, un bar focalizzato sulla craft beer. Nel 2014 liquida le proprie quote societarie per trasferirsi a Bristol dove fonda la Big Beer, distributore di birra artigianale, e lo Small Bar. In parallelo lancia anche la beerfirm Left Handed Giant che debutta nel 2016 e arriva produrre 2500 ettolitri. Fare birra su impianti altrui non garantisce un grosso margine di guadagno e non permette di controllare personalmente la qualità del prodotto: all’interno del magazzino utilizzato per lo stoccaggio, nel quartiere di St Phillips, nel 2017 entra in funzione l’impianto produttivo guidato dal birraio Richard Poole. Il bollitore da 12 ettolitri della Elite Stainless e alcuni fermentatori garantiscono un potenziale annuo da 3500 ettolitri, suddiviso tra fusti, lattine e bottiglie: in loco è anche stata aperta una piccola taproom. Sul blog del birrificio potete leggere tutti i dettagli, inclusi i costi sostenuti. Per il 2018 Left Handed Giant ha svelato dei piani piuttosto ambiziosi: con una campagna di crowdfunding  si vogliono raccogliere le 400.000 sterline necessarie per la messa in funzione di un secondo brewpub nel centro di Bristol, nella zona del porto, lo storico Floating Habour. Qui vi troverà posto un nuovo impianto da 17 ettolitri con taproom, mentre quello attuale verrà dedicato in futuro alla produzione di birre acide e relativi affinamenti in botte; in alcuni locali separati, per evitare contaminazioni, verranno poi inlattinate le birre prodotte “sul porto”. A far conoscere il proprio nome sono servite le giù numerose collaborazioni realizzate con birrifici molto alla moda come Beavertown, Magic Rock e Verdant.La birra.Il sito di Left Handed Giant è attualmente in lavorazione e non offre informazioni sulla gamma delle proprie birre. Poco male: Sky Above è un’American Pale Ale illustrata da Lize Meddings e prodotta con l’immancabile US-05,  malti Maris Otter, Caragold, Carapils, avena e frumento, luppoli  Citra, Simcoe e Mosaic. All’aspetto è di colore dorato pallido velato e forma una testa di schiuma bianca, cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. L’aroma è pulito e gradevole, a tratti quasi delicato, ancora fresco: arancia, cedro e un po’ di pompelmo, ananas e passion fruit, qualche nota di pane. L’avena le dona una buona presenza palatale ed è una session beer (4.3%) che scorre bene con corpo medio e la giusta dose di bollicine. Il gusto ricalca fedelmente l’aroma, proponendo una leggera base maltata subito incalzata dalla frutta; un velo dolce tropicale in sottofondo bilancia la scorza degli agrumi protagonista di un finale moderatamente amaro con qualche nota terrosa. Sky Above di Left Handed Giant è una session beer pulita e dalla buona intensità, abbastanza secca e quindi in grado di svolgere con successo la propria funzione: essere bevuta ad oltranza senza sforzo, dissetare e rinfrescare. Bene così.Formato 33 cl., alc  4.3%, scad. 02/05/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.