Ritual LAB / Eastside: Mango Split

Lo scorso febbraio ha visto l’uscita di una birra collaborativa tra due belle realtà della scena brassicola del Lazio che già ho ospitato sul blog in diverse occasioni. Parliamo di Ritual Lab (Formello) e  Eastside Brewing (Latina), entrambi partiti come beerfirm ma diventati birrifici nel 2015 con l’inaugurazione degli impianti di proprietà.Se non erro per Eastside si tratta della prima birra collaborativa in assoluto con un birrificio: la  Berliner Weisse chiamata Badside (2016) era infatti nata assieme ai ragazzi di Brewing Bad. Ritual Lab aveva invece realizzato nel 2016 l’affumicata Mr. Peat  con il birrificio romano Rebel’s; collaborazione replicata poche settimane fa, questa volta in quel di Formello, per dare vita ad una Imperial Pils. L’idea alla quale pensano inizialmente Ritual Lab e Eastside è una India Pale Lager, ma il trend della IPA alla frutta e della cosiddette “Juicy IPA” ha alla fine la meglio. L’ispirazione viene in un certo senso dal  lavoro del birrificio svedese Brewski, apprezzato ospite nell’ultima edizione romana del festival Eurhop dell'ottobre 2016 dove si è anche tenuto un animato laboratorio sulle Juicy IPA.Il mango (quaranta chili di purea per 25 ettolitri di birra) è il frutto utilizzato per caratterizzare una Double IPA la cui ricetta prevede anche lattosio (4%), fiocchi di avena e di frumento nel tentativo di rendere il mouthfeel morbido e cremoso. Mi dicono poi che alcuni "problemi" dovuti all'utilizzo della frutta hanno fatto sì che il risultato finale non fosse una Juicy IPA torbida e "fangosa" come era nelle intenzioni dei birrai ma "solamente" una Double IPA alla frutta.Molto poco collaborativa è invece l'etichetta, 100% Ritual Lab: si tratta dell'opera Mangante realizzata da Robert Figlia, ormai fidato collaboratore del birrificio di Formello. Un mango sezionato o, capovolgendo l'etichetta, una delle teste dei manichini di Giorgio De Chirico? Il vernissage dell'opera Mango Split viene organizzato il 24 febbraio alle spine del  Ma Che Siete Venuti A Fa' di Roma. La birra.Il suo colore è dorato e velato, mentre si forma una discreta testa di schiuma bianca abbastanza compatta e dalla buona persistenza. Il naso è pulito, ancora fresco e un bel cocktail di frutta tropicale dolce ed elegante dà il benvenuto a chi tiene il bicchiere tra le mani: mango, ananas, pompelmo e melone retato, con un bel equilibrio tra i vari elementi. Al palato la birra è morbida e gradevole, delicatamente carbonata: non percepisco tuttavia quella particolare o accentuata cremosità che avrebbero dovuto conferirgli il lattosio e l'avena. Poco male, perché la bevuta scorre ugualmente con grande facilità nonostante il contenuto alcolico "pericoloso" (8%). La base maltata, leggermente biscottata, sostiene l'impalcatura di una Double IPA che mette ovviamente la frutta in primo piano. L'utilizzo del mango è tuttavia molto discreto e rientra perfettamente nelle mie preferenze, dato che ammetto di non stravedere per le IPA alla frutta; il mango c'è ma è solo uno dei protagonisti, accanto all'ananas, alla frutta  tropicale e agli agrumi. Il gusto non è juicy ma è estremamente succoso, intenso ed elegante: ad un delicato amaro resinoso il compito di chiudere un percorso molto soddisfacente nel quale fa capolino anche un delicato tepore etilico.Double IPA molto pulita e bilanciata con un uso molto intelligente della frutta: senza saperlo, difficile indovinare che il gusto di mango sia dato dall'utilizzo del vero frutto e non dai luppoli. E questo per me è un bonus. Una collaborazione molto ben riuscita, provatela ora prima che invecchi in barba  alla poco lungimirante data di scadenza posta a ben 18 mesi (!).Formato: 33 cl., alc. 8%, L01, scad. 09/2018, prezzo indicativo 5.50-6.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Siren Broken Dream (Bourbon Coffee)

Dopo un’assenza di qualche anno ritorna sul blog il birrificio inglese Siren, fondato nel 2013 da Darron Anley dopo essere stato folgorato qualche anno prima da una pinta di 5 Am Saint di BrewDog; per l’apertura di Siren, nonostante le sue esperienze con l’homebrewing, Anley ha seguito il consiglio dell’amico Jasper Cuppaidge del birrificio Camden Town Brewing: “acquista un impianto grosso il doppio di quello che ti serve, e trovati qualcuno che faccia il birraio”. E’ l’americano Ryan Witter-Merithew, un giramondo con esperienza in Usa (Duck Rabbit) e  Danimarca (Fanø Bryghus, che a quel tempo produceva anche per Mikkeller, Evil Twin e Stillwater) a guidare il debutto di Siren portandolo rapidamente in cima alle classifiche di beer-rating del Regno Unito. Nell’estate del 2015 Ryan è rientrato per problemi personali negli Stati Uniti, trovando posto dall’amico Shaun Hill di Hill Farmstead, in Vermont: quasi una rimpatriata, visto che i due avevano lanciato assieme la beerfirm Grassroots quando si trovavano in Danimarca. In sala cottura viene chiamato il tedesco Markus Wegner e, dopo solo un anno, l’americano Kyle Larsen che vanta esperienza alla Double Mountain Brewery (Oregon).Tra le birre che hanno contribuito a costruire la reputazione di Siren c’è Broken Dream, una “breakfast stout” prodotta con caffè, avena, lattosio e – ammettono alla Siren – un mix di malti non esattamente economico; come sempre avviene in questi casi, dalla birra di successo ne nascono poi sterminate varianti che differiscono per la tipologia e la quantità di caffè utilizzato. Con un ABV leggermente superiore (7,5 anziché 6,5%) la Broken Dream finisce in svariate botti e, in versione ulteriormente potenziata (10%), diventa la robusta imperial stout Shattered Dream, prodotta nel 2014 per festeggiare la centesima cotta in birrificio. L’idea per l’ultima versione della Broken Dream è nata nel 2015 ma è stata poi realizzata solamente nell’autunno del 2016. Prevede l’utilizzo di caffè invecchiato in botti di bourbon, una soluzione proposta dal vecchio birraio  Ryan Witter-Merithew dopo aver visitato il birrificio di San Diego Modern Times, che oltre a birra produce anche caffè: in pratica l’invecchiamento sfrutta l’elevata porosità dei chicchi di caffè prima che vengano tostati, quando sono ancora verdi.La birra.Per dodici mesi chicchi di caffè del Guatemala della Tamp Culture Coffee vengono dunque invecchiati in una botte ex-bourbon. Ma al momento di produrre la Bourbon Coffee Broken Dream, alla Siren si accorgono che per ottenere l’effetto desiderato e far emergere il bourbon nella birra è necessario utilizzare il triplo di caffè che viene normalmente usato per produrre la Broken Dream “normale”. Nel bicchiere è praticamente nera e forma un generoso cappello di schiuma nocciola cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Per quel che riguarda l’aroma, immaginate di mettere naso all’interno di un sacco di caffè: davvero impressionante la pulizia e la definizione dei profumi. Il caffè domina completamente, lasciando in sottofondo un velo di tostature, cenere e mirtillo. La bevuta è invece meno monotematica, il caffè rimane protagonista ma è ben accompagnato dal dolce del caramello e del bourbon, il quale apporta sorprendentemente solo i suoi sapori, spogliandosi della componente etilica. Ne nasce una stout facile da bere, con poche bollicine ed una consistenza che predilige la scorrevolezza senza insistere troppo sulla morbidezza che dovrebbe aver impartito l’avena. Il caffè passa in rassegna tutte le sue forme, dal chicco all’espresso, passando per il macinato ed una bella acidità finale porta un po’ di freschezza ad una bevuta che si conclude con una lunga scia fatta di caffè, tostature ed un leggero tepore etilico. Stout monotematica ma assolutamente convincente, molto elegante e pulitissima: dà quello che promette (caffè e bourbon) con un’intensità davvero notevole. Il prezzo è purtroppo quasi allineato alle birre “barrel-aged”, anche se qui d’invecchiato c’è solo il caffè: se il genere vi piace è comunque una birra da prendere seriamente in considerazione.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto G714, scad. 04/01/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Moinette Biologique

Da sempre la best seller della Brasserie Dupont, la strong ale Moinette, prodotta ininterrottamente dal 1955, viene affiancata nel 1990 da una sua "sorella" biologica; in contemporanea, il birrificio di Tourpes (Belgio) lancia sul mercato anche la Saison Dupont Biologique.Sino al 1980 la Moinette era commercializzata con il nome di Abbaye de Moinette; ci sono varie ipotesi sull'origine di questo nome. Il riferimento monastico (Moine in francese significa infatti "monaco") poteva essere visto soltanto come un modo per sfruttare la popolarità delle Tripel d'abbazia, ma il birrificio si trova effettivamente su di un terreno un tempo di proprietà di un monastero.Quella zona paludosa era chiamata Pays de Moinette, a sua volta derivante dall'antica parola francese moëne che significava fango. E nel paese di Tourpes un tempo esistevano un mulino ed una fattoria (Cense de la Moinette) entrambi di proprietà degli antenati dei Dupont.Per completare l'elenco dei nomi, negli Stati Uniti tutte le birre biologiche Dupont vengono commercializzate con il nome di Forêt: la Forêt Blanche sostituisce la Blanche Du Hainaut Biologique, mentre la Moinette Biologique diventa la Dupont Forêt. L'unica birra "inedita" a marchio Forêt è la Libre, una Saison senza glutine.La birra.Nel bicchiere si presenta di colore dorato, con una leggera velatura ed una cremosa testa di schiuma bianca, fine e compatta, dall'ottima persistenza. Al naso zucchero candito, biscotto, un accenno di miele, spezie, frutta candita, scorza d'arancia: l'intensità non è particolarmente elevata, ma c'è grande pulizia. La bevuta è sostenuta da vivaci bollicine ed è molto gradevole al palato: il corpo è medio, l'alcool (7.5%) è ben nascosto ed i 25 centilitri di questa bottiglietta evaporano dal bicchiere con sorprendente velocità. Il gusto segue pedissequamente l'aroma, riproponendo il dolce di miele, biscotto, zucchero candito, frutta sciroppata e frutta candita, il tutto accompagnato da un delicatissimo tepore etilico. Il lievito di casa Dupont aggiunge una delicata speziatura che suggerisce il coriandolo, ma soprattutto riesce ad attenuare perfettamente tutto il dolce; un breve tocco terroso amaricante finale pulisce definitivamente il palato e lascia emergere un bel retrogusto delicatamente etilico e dolce di canditi e frutta sotto spirito.Se volete provarla anche voi, la potete trovare sul negozio Iperdrink.it che ringrazio per avermi inviato una bottiglia da assaggiare: il consiglio è ovviamente di optare per una da 75 cl.Formato: 25 cl., alc. 7.5%, lotto 14131A, scad. 06/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wurmhöringer Märzen Bier

Risalgono al 1632 le prime testimonianze della presenza di un birrificio nella cittadina austriaca di Altheim, una sessantina di chilometri a nord di Salisburgo, a due passi dal confine con la Germania. A fondare il birrificio che si trovava in origine nella piazza del mercato fu la famiglia Wöckl che nel 1652 la cedette alla famiglia Splinder. Nel 1884 Josef Spindler morì improvvisamente di tifo e sua moglie Maria si risposò  l'anno successivo con Josef Wurmhöringer, uno dei dipendenti del birrificio. In seguito al loro matrimonio, nel 1885 la birreria venne rinominata Privatbrauerei Wurmhöringer ed è ancora oggi nella mani della stessa famiglia. A Josef sono succeduti Franz e Johanna Wurmhöringer (1963) e poi il figlio Franz, che guida l'azienda dal 1989.La gamma di birre proposta è rigorosamente rispettosa della tradizione tedesca senza nessuna eccezione: Märzen, Bock, Lager, Keller, Zwickl, Radler ed una Pils venduta in un'inquietante bottiglia blu. Nella piazza di Altheim potete ancora mangiare e bere tutte queste birre alla Braugasthof aperta da martedì a giovedì dalle 10 a mezzanotte, venerdì, sabato, domenica e lunedì dalle 10 alle 14.La birra.Wurmhöringer Märzen, oggi rinominata Premium Märzen e con un'etichetta diversa rispetta a quella che avevo incontrato sette anni fa. Perfettamente dorata, forma un perfetto cappello di schiuma bianca, cremosa, fine e compatta, dalla buona persistenza. Al naso cereali e crosta di pane, leggeri profumi floreali, un tocco biscottato ed una leggerissima nota metallica disegnano un'aroma poco intenso e, soprattutto, privo di qualsiasi fragranza. La sostanza non cambia di molto in bocca: nel bicchiere c'è una birra piuttosto acquosa il cui gusto ricalca in pieno l'aroma. Pane, miele ed un tocco di biscotto caratterizzando una bevuta dolce che viene bilanciata da un tocco d'amaro erbaceo, molto poco elegante. Il corpo è tra il medio ed il leggero, la carbonazione è piuttosto bassa: c'è una leggera nota di cartone bagnato ma il punto davvero dolente è la completa mancanza di fragranza in una birra che ovviamente si beve con facilità ma senza nessuna emozione o soddisfazione. Formato: 50 cl., alc. 5%, scad, 24/05/2017, prezzo 0.63 Euro (supermercato, Austria)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stigbergets Saison

Il birrificio svedese Stigbergets è stata una delle più interessanti  novità arrivate in Italia negli ultimi sei mesi, grazie soprattutto ad una serie di birre luppolate davvero ben fatte che, in alcuni casi, mi dicono rappresentino dignitose interpretazioni europee di quelle New England / Juicy IPA americane che tanto vanno di moda oggi. Ma Stigbergets (e la sua stessa beerfirm O/O) non è solo quello: aperto a cavallo tra 2012 e 2013 come costola del ristorante del Hagabion di Göteborg, il birrificio guidato dal birraio e co-fondatore Olle Andersson tocca con la sua gamma produttiva non solo la tradizione anglosassone ma anche quella belga e tedesca. La novità più interessante per tutti i beergeeks è forse quella uscita qualche settimana fa: Barnaby Struve, ex-vice presidente del birrificio americano Three Floyds, si è infatti trasferito in Svezia per lavorare come birraio – inizialmente per un periodo di prova – proprio da Stigbergets. I Three Floyds non rilasciano molti comunicati stampa ed anche in questo caso non sono state rese note le ragioni di una separazione che è tuttavia iniziata già una ventina di mesi fa quando Struve, per problemi personali, era di fatto divenuto solamente un consulente esterno del birrificio. “Andare in Svezia è un grosso cambiamento – ha dichiarato – e quindi voglio essere sicuro della mia decisione prima di prendere l’impegno. Sono un birrificio molto piccolo, hanno solo otto dipendenti.” Torniamo a Stigbergets: hype europeo ai massimi livelli per quel che riguarda le Juicy IPA, ma le altre birre? Se il Belgio è il vero banco di prova per un birrificio, eccomi a testare una Saison prodotta in Svezia; il birrificio ne produce più di una, la Hitchhiker Saison (5.5%), la Stigbergets Saison e, come beeefirm di se stessa la O/O Bohemia (5%) e la  O/O New World Saison (7,3%).La birra.Nessuna informazione sugli ingredienti utilizzati se non che hanno origine biologica. La Stigbergets Saison ha vinto il primo premio nella categoria di riferimento al Gothenberg Beer & Whiskey Festival del 2016. Avevo in verità intenzione di fare un confronto tra questa e la Deville  Hoppy Saison di Hammer presentata sul blog ieri; pensavo che anche il birrificio svedese avesse scelto di luppolare piuttosto generosamente la propria Saison, ma si tratta invece di un’interpretazione piuttosto classica e quindi non ha alcun senso fare dei paragoni. Detto questo, la Saison di Stigbergets si presenta nel bicchiere dorata ma di una limpidezza piuttosto inquietante; la schiuma è invece cremosa e compatta, “croccante” ed ha una buona persistenza. L’aroma nel complesso è piuttosto pulito ma alquanto carente in quel carattere rustico che una Saison dovrebbe sempre avere: spezie (pepe bianco, coriandolo), scorza d’arancia, crosta di pane, un accenno terroso. La carbonazione non particolarmente elevata non l’aiuta ad acquistare vivacità nemmeno al palato: scorre fin troppo liscia e innocua in uno scenario rassicurante e privo di sussulti fatto di crosta di pane e miele, una delicata speziatura, un finale piuttosto timido caratterizzato da un velocissimo passaggio amaricante di scorza d’arancio e terroso. Il gusto convince ancor meno dell’aroma e all’innalzarsi della temperatura emerge anche una lieve presenza di diacetile.  All’antitesi del rustico, la Saison di Stigbergets si beve senza sussulti e senza emozioni: discreta, poco secca e quindi meno dissetante del previsto, facile da bere quanto da dimenticare.Formato 33 cl., alc. 5.5%, lotto 531, scad. 05/10/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hammer Deville

Workpiece è il nome dato dal birrificio Hammer ad una serie di birre occasionali/sperimentali che vengono prodotte di tanto in tanto. Workpiece in inglese è il pezzo grezzo da lavorare sul quale si abbatte il martello (Hammer) del fabbro o gli attrezzi del centro di lavoro che danno poi origine al pezzo finito.  Sette sino ad ora le birre realizzate in quest’ottica: Imperial IPA, American Wheat , Hoppy Saison, Imperial Dark Ale, Keller Pils,  Pacific IPA  e Session IPA : di queste la Pacific IPA è stata la prima ad entrare poi in produzione regolare con il nuovo nome di Koral, seguita dalla Session IPA che se non erro è diventata Microwave.L’ultima a trasformarsi da “pezzo grezzo” a "finito" è stata la Hoppy Saison, che dalla fine dello scorso gennaio è entrata ufficialmente in produzione regolare e continuativa con il nome di Deville. Non sono riuscito a trovare particolari motivazioni dietro al nome scelto, se non un riferimento all’omonima cittadine francese nel dipartimento delle Ardenne, confinante con quell’Hainaut belga dove le Saison nacquero, prodotte dai birrifici in inverno per dissetare i braccianti agricoli che lavoravano d’estate nei campi.  La birra era rinfrescante, fortificante e, soprattutto, più sicura dell’acqua, spesso fonte di possibili infezioni.  Ogni fattoria/birrificio aveva la propria ricetta e a quel tempo si faceva la birra con i cereali e le spezie che erano disponibili di volta in volta; sarebbe quindi più corretto parlare di “famiglia di birre” anziché di “stile”.La birra.Malto 100% pils, luppoli Hallertau Blanc, Citra, Saaz e Styrian Golding, lievito French Saison: questa la ricetta per una birra che non utilizza nessuna spezia ed affronta il non semplice compito di far convivere una generosissima luppolatura con l’espressività del lievito Saison. Il suo colore è un dorato un po’ pallido e leggermente velato, sormontato da un generoso cappello di schiuma candida, un po’ grossolana ma dalla buona persistenza. Al naso c’è quella “estate” che vorresti sempre trovare in una Saison: profumi floreali, una bella nota rustica di paglia, pepe bianco; l’asprezza degli agrumi (cedro e lime) è contrastata da un velo dolce che richiama la  polpa d’arancia, la pesca gialla e l’ananas, in secondo piano c’è anche un accenno di banana. Fresco e pulitissimo, l’aroma riesce a far convivere l’eleganza dei luppoli con quel carattere rustico che non dovrebbe mai mancare in una Saison. La sensazione palatale è pressoché perfetta:  vivaci bollicine, corpo medio-leggero, ottima scorrevolezza. L’intento di creare una Hoppy Saison  trova qualche difficoltà in più al palato, dove i luppoli dominano decisamente la scena mettendo un po’ in un angolo la Saison: il mio è un appunto puramente teorico perché la pratica – ovvero bere – dice che nel bicchiere c’è un’ottima birra.  Malti molto lievi (pane e crackers), un tocco dolce di tropicale e pesca gialla e poi la bevuta passa in mano agli agrumi, il cui amaro è il vero protagonista affiancato da quelle note terrose che, assieme a qualche spigolo un po’ ruvido (bollcine, speziatura del lievito) ci ricordano in fondo in fondo che stiamo pur sempre parlando di una Saison, anche se più ruffiana che rustica. Secchissima e molto pulita, attraversata da una delicata acidità, facilissima da bere, la Deville di Hammer non può non entrare tra le mie birre fondamentali per affrontare i mesi più caldi dell’anno: i luppoli e le IPA dominano ancora il mercato della cosiddetta birra artigianale, ma quando incontri “il Belgio luppolato fatto come si deve“ per quel che mi riguarda non c’è proprio partita.Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 3548, imbott. 01/2017, scad. 31/07/2017, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

St. Bernardus Abt 12 Oak Aged

01 dicembre 2014: la notizia è di quelle molto interessanti visto che proviene da un birrificio che non segue certamente la moda di rilasciare una nuova birra ogni mese o, peggio ancora, ogni settimana; l’unica concessione è una bottiglia Magnum della Abt 12 che ogni anno, dal 2012, viene offerta ai collezionisti con una diversa serigrafia . Parliamo ovviamente della St. Bernardus Brouwerij, da anni rigorosa nell’offrire un portfolio di birre quasi immutabile: Pater 6, Prior 8, Abt 12, Tripel, Wit, Christmas Ale, Extra 4, Watou Tripel e Grottenbier Bruin. A dicembre 2014 sulla propria pagina Facebook il birrificio annuncia che entro poche settimane saranno messe in vendita le prime bottiglie della Abt 12 invecchiata sei mesi in botti di Calvados; in contemporanea Marco Passarella, sales manager di St. Bernardus, mette in mostra le prime bottiglie presso la Horeca Expo di Gent. “L’ammiraglia” Abt 12 venne prodotta per la prima volta nel 1992, quando i monaci della vicina abbazia di St. Sixtus/Westvleteren decisero di riportare all’interno del monastero la produzione della birra che, dal 1946, era stata affidata alla St. Bernardus di Watou.  Terminato il contratto, il birrificio fondato da Evarist Deconinck ha continuato a produrre birra cambiando ovviamente i nomi ma - assicurano - lasciando pressoché immutate le ricette. Furono piuttosto i monaci a cambiare le loro birre, iniziando negli anni ’90 ad utilizzare un ceppo di lieviti proveniente dai fratelli trappisti di Westmalle; la data di nascita della Abt 12 di St. Bernardus sarebbe quindi da collocare intorno al 1946.La birra.Con una gradazione alcolica leggermente più alta  (11% anziché 10.5%) rispetto alla Abt 12 classica, la versione Oak Aged si presenta nel bicchiere di colore ambrato carico, tonaca di frate, con dei bei riflessi ramati; la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso c’è grande pulizia ed una notevole intensità nella quale è subito evidente il passaggio in botte (calvados): la componente etilica è morbida e accompagna i profumi di uvetta e mela caramellata, pera, biscotto e zucchero candito, con in sottofondo accenni di legno e la delicata speziatura del lievito. Sin dal primo sorso quello che colpisce è l’incredibile attenuazione di questa birra e il modo in cui l’alcool è nascosto: davvero sorprendente, con una scorrevolezza e una facilità di bevuta ottima. Il gusto segue in fotocopia l’aroma, senza deviazioni: le caratteristiche della Abt 12 (spezie, biscotto, zucchero candito, uvetta e prugna) sono ben presenti ma è il passaggio in botte a condurre la bevuta in un territorio nuovo, molto godibile ed interessante. In sottofondo si scorgono la mela caramellata ed il legno. Il dolce è asciugato completamente da un finale secchissimo che ripulisce il palato e lo lascia libero d’assaporare un lungo retrogusto etilico, caldo di brandy e frutta sotto spirito. Il suo prezzo è ovviamente molto più alto di quello della Abt 12 classica ma è un biglietto che si paga volentieri: il risultato è una “quadrupel” potenziata nel modo migliore, ovvero senza eccessi, con il passaggio in botte che rafforza la birra base e l’arricchisce di altri elementi. Tutto questo avviene mascherando benissimo la componente etilica e riscaldando ugualmente il bevitore: non ricordo di averla mai vista in Italia ma se vi capita tra le mani vale senz’altro la pena assaggiarla.Formato: 75 cl., alc. 11%, lotto A0A 12:47, scad. 16/02/2019, prezzo indicativo 12.00-17.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie Apple Brandy Barrel Noir

Quando si parla di beerfirm si pensa sempre al passaggio allo status di birrificio come coronamento di un percorso di crescita; ed è quello che è accaduto anche a Prairie, birrificio di Tulsa (Oklahoma) fondato dai fratelli Healey che ha operato per diversi anni come beerfirm per poi inaugurare, alla fine del 2015, il proprio brewpub. Prairie è tra i produttori craft più apprezzati della scena statunitense, nonostante non sia di certo tra quelli a buon mercato. Livello qualitativo molto alto, utilizzo di lieviti selvaggi, affinamenti in botte, belle etichette: Prairie aveva tutto il necessario per entrare nelle grazie dei beer-geeks e così ha fatto. Racconta Healey: “eravamo arrivati ad un punto in cui c’era bisogno di grossi cambiamenti per Prairie: più personale, nuovi impianti. La gente dirà che sono pazzo, ma io volevo continuare a fare birra, non gestire un’azienda di grosse dimensioni”.   A giugno 2016 Healey ha ceduto  Prairie alla Krebs Brewing Co., il birrificio sui cui impianti Healey ha sempre prodotto le proprie birre.  “Era da un po’ che volevo acquistare una quota di Prairie – ha detto Zach Prichard, presidente di Krebs – e l’anno scorso si è presentata l’occasione di acquistare tutto il marchio. E’ un onore che Chase Healey abbia pensato a noi.” Lasciata Prairie, per la quale forse in futuro rivestirà il ruolo di “ambasciatore”,  Healey utilizza il ricvato della vendita per mettere un piedi un nuovo microbirrificio a Tulsa ed inaugurare, nella stessa estate 2016, il suo nuovo birrificio American Solera. Tra le birre che hanno contribuito alla “fama” di Prairie ci sono sicuramente le imperial stout; oltre alla Bomb!,  che utilizza caffè, cacao, vaniglia e peperoncino, esiste anche la più “semplice” Noir, un’imperial stout prodotta con avena e invecchiata in botti di bourbon. Come spesso avviene con le birre di successo, una volta indovinata la formula base ecco nascere le varianti:  Pirate Noir (botti di rum giamaicano), Coffee Noir (caffè + botti di whisky), Vanilla Noir (botti di whisky), Wine Noir (botti di vino rosso) e la Apple Brandy Barrel Noir che andiamo a stappare.La birra.Viene annunciata alla fine del 2014 la nuova variante Noir di Prairie che prevede un invecchiamento di sei mesi in botti che hanno ospitato Laird's Apple Brandy. L’accompagna – al solito – la bellissima etichetta disegnata da Colin Healey, fratello di Chase, che ha scelto di continuare a lavorare per Prairie anche dopo la vendita alla Krebs. L’immagine rimanda alla serie di videogiochi The Incredibile Machine, nata negli anni ’90: scopo del gioco è sistemare gli oggetti a disposizione in modo da scaturire una reazione a catena in grado da eseguire il compito richiesto. Nello specifico, si tratta di versare una birra nel bicchiere partendo da una serie di pedine del domino. Il numero stampigliato al laser sulla bottiglia è illeggibile, ma avendola acquistata nella primavera del 2015 dovrebbe trattarsi proprio del primo lotto prodotto di Prairie Noir. Assolutamente nera, forma nel bicchiere un modesto cappello di schiuma nocciola, un po’ grossolana e dalla discreta persistenza. Il naso è ricco e molto intenso, con il calore del brandy ad aprire la porta di casa e ad introdurre il bevitore in un percorso “goloso” che include caffè, cioccolato al latte, tostature, fruit cake, vaniglia, mela caramellata.  L’avena la rende estremamente morbida al palato: basta un sorso di questo liquido denso e viscoso per rendersi conto che è una di quelle birre che ti bastano per fare serata. Il gusto non tradisce le aspettative dell’aroma ed è altrettanto opulente: fruit cake, caramello, vaniglia e cioccolato, mela caramellata, delicate tostature e caffè prima che il caldo del brandy prenda la bevuta per mano e la concluda con un grandioso finale, lunghissimo ed appagante. Una solidissima imperial stout che viene impreziosita da un passaggio in botte molto ben riuscito ad arricchire la birra, senza sovrastarla, con le sue note di brandy, legno e di vaniglia; potenza ed eleganza vanno d’amore e d’accordo in una birra molto pulita che si colloca ad un livello davvero molto alto, impressionante. Per una volta, il prezzo del biglietto è caro ma non lascia rimpianti.Formato: 35.5 cl., alc. 12%, lotto 2015, prezzo indicativo 11.00-12.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Guld

Arriva nel mezzo dell'estate 2015 la saison al mango di Extraomnes chiamata Guld; una birra che Luigi "Schigi" D'Amelio aveva in cantiere da un po' ma che è stata rimandata - sembra - a causa della morte improvvisa del cantante Pino Mango, avvenuta nel dicembre 2014. Sembra anche che in origine dovesse chiamarsi Goud, "oro" in fiammingo, nome poi mutato in Guld.  Nella stessa estate vengono anche lanciate l'american pale ale Yanqui e la Egocentrique, versione barricata della  Ciuski  (maturata per tre mesi in botti ex-whiskey Laphroaig)  belgian ale aromatizzata allo zenzero le cui sole ottocento bottiglie prodotte vengono esaurite in pochi giorni.Da allora non so se la ricetta della Guld sia stata leggermente modificata: sui vari siti di beer-rating viene ancora chiamata "saison al mango", ma l'etichetta della bottiglia tra le mie mani dichiara l'utilizzo di una "purea concentrata di frutta tropicale (ananas, mango, passion fruit e guava)".La birra.All'aspetto è di colore arancio pallido, opalescente, e forma un buon cappello di schiuma bianca e cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. L'intensità dell'aroma non è molto elevata ma c'è un ottimo livello di pulizia che permette d'apprezzare il carattere rustico del lievito saison affiancato da ananas, mango, passion fruit, agrumi; in sottofondo s'avvertono anche i profumi di crackers, crosta di pane. Al naso la frutta non è la caratteristica dominante, probabilmente anche a causa dei dieci mesi passati dall'imbottigliamento, ma al palato le cosa sono molto diverse. La base maltata è piuttosto leggera e la bevuta vira subito su di un fruttato piuttosto intenso e ricco di passion fruit e mango, protagonista della parte centrale della bevuta. Dal tropicale si passa agli agrumi, con un finale molto secco, zesty e terroso, tipico di molte produzioni Extraomnes. L'elevata carbonazione rende la bevuta molto vivace, scongiurando qualsiasi rischio di "effetto succo di frutta": la birra scorre veloce con un elevatissimo potere rinfrescante e dissetante. Mente l'aroma è abbastanza bilanciato, al gusto la frutta va ben oltre la semplice aromatizzazione e domina la bevuta: comunque si faccia, difficile mettere d'accordo tutti, quelli che pensano che ne sia troppa e quelli che invece ne vorrebbero di più. Per il mio gusto personale al palato trovo la "componente saison" un po' troppo offuscata dalla frutta, con il risultato di una birra buona, pulita e godibile che tuttavia, terminato il bicchiere, non mi invoglia a chiederne un secondo. Un divertissement  che non aggiunge molto al portfolio alla gamma Extraomnes, una birra forse superflua ma capisco anche che non si può vivere solo di Blond e Zest. O forse sì?Formato: 33 cl., alc. 6.5%, lotto 137 16, scad. 30/11/2017, prezzo indicativo 4.00/5.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Thornbridge Eldon

Lo scorso gennaio il birrificio inglese Thornbridge  ha annunciato l’abbandono delle bottiglie da mezzo litro, il classico formato inglese, in favore di quello da 33 centilitri utilizzato da quasi tutti i birrifici protagonisti della UK craft beer revolution: una scelta, dicono, guidata dalle richieste dei clienti. Questi ultimi sono però da intendersi come bar e distributori, più che utenti finali. Se la scelta può essere comprensibile per birre dall’alto contenuto alcolico (Bracia), lo stesso non si può dire per quelle da bere in grandi quantità come ad esempio Kipling, Jaipur, Chiron; il sospetto è – purtroppo – che il passaggio dalle bottiglie più piccole consentirà al birrificio e ai rivenditori di aumentare la propria marginalità, visto che difficilmente il bevitore pagherà lo stesso prezzo al litro. Il nuovo formato è sicuramente appropriato per la nuova imperial stout chiamata Eldon che Thornbridge lancia a febbraio 2016 e che affianca la storica Saint Petersburg. Il nome fa riferimento all’Eldon Hole che si trova all’interno del Peak District National Park nel Derbyshire. La cavità, profonda una sessantina di metri, fu percorsa per la prima volta nel 1780 dal signor Lloyd che pubblicò poi il racconto della sua avvenuta nel libro On foot through the Peak di James Croston. L’Eldon Hole è una delle principali attrazioni del parco ed ha fatto nascere diverse leggende: la prima narra di un’oca che, avventuratasi nella cavità, scomparve per riapparire qualche giorno dopo in una caverna di Castleton a ben cinque chilometri di distanza; anche il racconto di Lloyd parlava di un corso d’acqua sotterraneo che scorreva alla base della cavità, ma nessun esploratore ne ha mai trovato traccia. Nel quindicesimo secolo un uomo vi si calò legato da una corda lunga un miglio ma non riuscì a toccare il fondo; un secolo dopo un altro uomo tentò la discesa per risalire poco dopo in preda al terrore ed incapace di parlare. Morì pochi giorni dopo, e da allora si pensò all’Eldon Hole come al rifugio del diavolo, ad una porta d’accesso all’inferno. La birra.Eldon, Bourbon Oak Imperial Stout: non si tratta di un birra invecchiata in botte ma prodotta con chips di rovere imbevute nel bourbon e, come segnalato in etichetta, vaniglia. Si presenta di colore ebano scurissimo, quasi nero, con un bel cappello di schiuma cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L’aroma è piuttosto dolce, a tratti quasi sciropposo: a melassa, vaniglia, ciliegia e frutti di bosco “rispondono”  accenni di tostature, cioccolato e soprattutto caffè in chicchi. La sensazione palatale privilegia la scorrevolezza sacrificando la morbidezza: il corpo è medio e la consistenza piuttosto leggera  è più simile all’acqua che all’olio. Al gusto c'è una buona corrispondenza con l'aroma: si parte con il dolce di caramello e melassa, uvetta, vaniglia e fruit cake, le tostature partono in secondo piano per aumentare leggermente d'intensità ma è sopratutto il caffè a portare equilibrio. Davvero difficile pensare che non sia annoverato tra gli ingredienti. Non c'è legno ma è il calore del bourbon ad attraversare tutta la bevuta con il suo calore per poi riscaldarla con maggior vigore nel finale, ricco di caffè, tostature e cioccolato.Considerata la gradazione alcolica non eccessiva (8%), la Eldon di Thornbridge è un'imperial stout molto intensa ma un po' incompiuta: pulita ma non del tutto amalgamata, con dolce e amaro che viaggiano a tratti su due binari paralleli senza mai incontrarsi e qualche spunto dolce sciropposo un po' eccessivo. Consistenza un po' esile per il mio gusto ma livello abbastanza buono: le chips imbevute di bourbon non sono ovviamente la stessa cosa di un passaggio in botte.Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 05/02/2018, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.