Poperings Hommelbier

Strano destino quello di Poperinge, la “capitale” belga del luppolo; nonostante da questa città provenga di gran lunga la maggior parte del raccolto nazionale, sino allo scorso anno non vi era presente nessun birrificio. Ma a parte la recente apertura del micro De Plukker, all’interno della omonima azienda agricola, vi basterà un breve viaggio in automobile (o in bicicletta, se volete sentirvi autoctoni) per entrare in una regione ad alta densità quantitativa e qualitativa: una quindicina di chilometri a nord  ecco l’abbazia di St. Sixtus e De Struise, una decina ad est  ci sono St. Bernard e Van Eecke.  La storia di quest'ultimo inizia nel 1624 quando i conti Van Yedeghem costruirono un birrificio all’interno del proprio castello di Watou; nel 1795 i nobili furono costretti all’esilio in Inghilterra a causa dei tumulti della rivoluzione francese che intendeva ghigliottinarli. Un contadino si prese a carico la ricostruzione del birrificio che nel 1820 ritornò operativo con il nome "In de Gouden Leeuw"; la famiglia Van Eecke – sembra a seguito di un matrimonio -  entrò poi in possesso dell’intero castello e birrificio annesso nel 1862. La zona di Poperinge e della vicina Ypres/Ieper, prossima al confine franco-belga, fu un sanguinosissimo teatro di battaglia della prima guerra mondiale le cui devastazioni fortunatamente lasciarono il castello ancora in piedi ma distrussero completamente tutte le piantagioni di luppolo, che furono faticosamente ripristinate dai contadini. Fino agli anni 40 del secolo scorso il birrificio ebbe una rilevanza soprattutto locale; nel 1944, probabilmente per competere con le strong ales che venivano prodotte dalla vicina abbazia di St. Sixtus/Westvleteren, Van Eecke lancia la gamma “di birre d’abbazia”  Het Kapittel che vengono spedite in tutto il Belgio e nel nord della Francia. Alla morte di Albert Van Eecke (1962) il birrificio viene ereditato dal cognato Leroy proveniente dalla vicina Boezinge la cui famiglia era proprietaria – da sette generazioni – del birrificio Het Sas  dove, a partire dal 1995, verranno poi imbottigliate tutte la birre della Brouwerij Van Eecke. E’ il birraio Karel Leroy, nel 1981, a disegnare la ricetta di quella che diventerà abbastanza rapidamente la birra più rappresentativa (e venduta) della propria produzione.  La giunta di Poperinge gli commissiona una birra per la Poperingse Hoppefeesten, una gioiosa processione  che si tiene ogni tre anni verso la terza settimana di settembre per celebrare la raccolta del luppolo. Nasce così la “Hommelbier”:  “Hommel” è come viene chiamato il luppolo nel dialetto locale, a metà strada tra il ceco “chmel”, il francese “houblon” e il latino “humulus”: un “palcoscenico” di malti chiari appositamente allestito per far splendere i luppoli Brewer's Gold ed Hallertau raccolti nei dintorni di Poperinge.  La Hommelbier occupa oggi quasi la metà della produzione di Van Eecke; ne esiste anche una versione “dry-hopping” e, giustamente, una “fresh harvest” chiamata “Hommelbier Nieuwe Oogst“, prodotta con il luppolo appena raccolto e che ha ovviamente senso bere solamente entro pochissimo tempo dall’imbottigliamento.In una nazione dove le birre luppolate e “l’amaro” non sono stati mai troppo popolari, la Hommelbier si può considerare uno dei primi esempi di Belgian Ale molto luppolata, anticipando le produzioni di De Ranke e quelle più recenti di De la Senne e di altri nuovi birrifici belgi che hanno progressivamente iniziato ad aumentare il livello d'amaro. Fortunato sono stato a trovare una Hommelbier piuttosto fresca, imbottigliata da circa un mese, la cui foto non rende del tutto giustizia al suo colore dorato carico velato, sormontata da una generosa e cremosissima patina di schiuma bianca, molto compatta e molto persistente. Elegantemente austero l'aroma, una semplicità fatta di spezie, sentori floreali, erbacei e qualche reminiscenza d'agrumi; buona l'intensità, impeccabile la pulizia e - ovviamente - la fragranza. La bevuta è carbonata quanto basta per essere vivace ma morbida al tempo stesso, con una consistenza acquosa a facilitare la scorrevolezza del corpo medio. Al palato emergono inizialmente le note del pane, della fetta biscottata e del miele, con una lieve dolcezza fruttata che ricorda l'albicocca matura e la polpa dell'arancia. Il percorso prosegue poi in territorio amaro; è una birra dedicata al luppolo ma non si deve pensare alla prepotenza o alla sfacciataggine di certe luppolatura all'americana o esotiche alle quali siamo ormai abituati. Qui troviamo delicate note erbacee, una suggestione di scorza d'agrumi e una lieve speziatura che ricorda il cumino. Eccellente attenuazione in una birra facilissima da bere pur rinfrescando riesce comunque a regalare un leggerissimo tepore etilico a ricordare che comunque la sua gradazione alcolica (7.5%) non è certamente quella di una session beer.Gran bella birra, pulitissima e molto ben fatta, molto bilanciata, esaltata da una freschezza assolutamente necessaria per poterne apprezzare in pieno le sue caratteristiche: occhio alla data in etichetta e se la trovate "fresca" non esitate assolutamente nell'acquisto.Formato: 25 cl., alc. 7.5%, IBU 40, lotto 15/07/2015, scad. 15/07/2017, pagata 1.15 Euro (supermercato, Belgio).

Pausa Estiva 2015

E finalmente siamo arrivati anche quest'anno al momento della pausa estiva; il blog va in ferie e torna la seconda settimana di settembre. Per chi si sentisse abbandonato, ecco gli inevitabili collegamenti alle pagine "social" che vi terranno compagnia con un po' di #beerporn vacanzieri:Facebook: www.facebook.com/pages/Una-birra-in-bottiglia-al-giorno-O-quasi/151536584945799Instagram: http://instagram.com/unabirralgiornoUntappd:  https://untappd.com/user/unabirralgiorno/

To Øl Sesson

A febbraio 2014 la beerfirm danese  To Øl (la loro storia la trovate qui) annuncia la nascita della loro Session Series: la serie altro non fa che cavalcare la moda attuale della "sessionabilità", diametralmente opposta a quella dell'"imperializzazione" che invece dilagava qualche anno fa. Si parte con tre birre che - a guardarci bene - più che delle innovative "session" non sono altro che birre leggere per definizione: l'APA Sofia King Pale (4.7%), la Hope Love Pils (4.5%) e la Cloud 9 Wit (4.6%).  Insomma, sbandierare come "session" una Pils è un po' come gridare di aver scoperto l'acqua calda.Le etichette, come spiegano i danesi, sono state volutamente semplificate da Kasper Ledet, il loro grafico di fiducia, per trasmettere anche visivamente la "facilità" di fruizione di queste birre. Ampio spazio ai caratteri Gill Sans ed immagini quasi ridotte al minimo. Alle tre "session" iniziali se ne aggiunge più tardi una quarta chiamata "Sesson", una parola che fonde al suo interno "session" e "saison". Anche qui ci sarebbe qualcosa da dire su come sia ridondante specificare "session saison"; sappiamo che le Saison erano le birre che nel diciannovesimo secolo erano prodotte alla fine della stagione fredda e destinate ad essere poi bevute in estate, durante il duro lavoro estivo nei campi, in quanto più sicure e salubri dell'acqua che era spesso portatrice di malattie ed infezioni. In assenza della refrigerazione, per farle "durare" qualche mese più del solito venivano abbondantemente luppolate ed anche il contenuto alcolico era leggermente superiore alla norma; bisogna però considerare che a quel tempo una birra dal contenuto alcolico in percentuale del 4% era già considerata "forte". Come inoltre fa notare Phil Markowski nel libro Farmhouse Ales, è probabile che sino alla prima guerra mondiale coesistessero almeno due tipi di "saison". Quelle che venivano bevute di giorno nei campi, per dissetarsi e rinfrescarsi durante il lavoro, con un contenuto alcolico normalmente inferiore al 2.5% e quelle di qualità "superiore" (ovvero più alcoliche) che venivano bevute al termine della giornata lavorativa. La Sesson di To Øl vede un dry-hopping di Vic Secret (Australia) ed Amarillo; nessuna novità neppure qui, visto che era pratica diffusa (stiamo sempre parlando del secolo XIX) praticare il dry-hopping dei cask per "ringiovanire" queste birre prodotte qualche mese addietro prima di essere spedite al consumatore. Nel bicchiere arriva di colore oro pallido, leggermente velato e con un abbondante cappello di schiuma bianca e pannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma vede gli agrumi in primo piano (lime, limone, mandarino e arancia) seguiti da sentori floreali, un accenno dolce di frutta tropicale e rustico di paglia; c'è anche la leggerissima acidità donata dal frumento, per un aroma pulito e ancora discretamente fresco. La "sessionabilità" viene perseguita al palato soprattutto attraverso la leggerezza del corpo e la consistenza acquosa, con un'impeccabile scorrevolezza ed una vivace carbonazione; ne soffre un po' l'intensità dei sapori. Leggero imbocco di crackers e di miele, il dolce della polpa d'arancia e qualche suggestione di canditi per un finale che arriva piuttosto in anticipo, con un amaro pulito e gradevole composto da note erbacee e di scorza d'agrumi. La secchezza è quella giusta, assicurando un ottimo potere dissetante e rinfrescante che - raffreddando il palato - dimentica però di scaldare il cuore. Birra molto pulita e "perfettina", eseguita con precisione chirurgica dal fido De Proef a scapito di quelle imperfezioni "rustiche" spesso responsabili di quelle emozioni che le grandi Saison riescono a dare. L'importatore italiano la definisce curiosamente un tributo alla Saison Dupont Cuvéé Dry Hopping; non so se questa informazione sia arrivata direttamente dal produttore, ma andiamoci piano ad avvicinare irrispettosamente il profano al sacro.Formato: 33 cl., alc. 4.6%, scad. 30/03/2017, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Oldo Belgian Shower

La torrida estate 2015 reclama birre leggere e facili da bere, profumate e con una buona secchezza per dissetarci, rinfrescarci, ed alleviarci dai tormenti delle elevate temperature. È con questi requisiti che viene elaborata la ricetta per una Belgian Ale "estiva" elaborata da Marcello "barone birra" Giuliani e Roberto Maioli in collaborazione con il Summertime Pub Birreria di Igea Marina. La birra viene realizzata presso gli impianti del Birrificio Oldo di Cadelbosco di Sopra (RE), con l'aiuto fondamentale del birraio Francesco Racaniello.  Viene scelto un lievito tipo Saison per garantire una buona attenuazione mentre per la luppolatura ci si affida all'ormai onnipresente Mosaic affiancato dal Citra. Il risultato  viene chiamato Belgian Shower, con la divertente etichetta estiva che gioca con il nome della birra e fa qualche innocente rimando all''urofilia; la sua presentazione ufficiale avviene lo scorso 18 luglio ovviamente al Summertime Pub. Nel bicchiere si presenta di colore arancio, opalescente, e forma un generoso cappello di bianca schiuma pannosa, dall'ottima persistenza.  La bottiglia è molto fresca e forse al naso la generosa luppolatura sovrasta un po' il contributo del lievito belga. Il bouquet olfattivo è intenso, pulito e ruffiano quanto basta: lime, mandarino e arancia con qualche sentore tropicale di ananas e una fugace suggestione estiva che richiama la fragola e persino (?) l'anguria. Rimane molto in secondo piano la speziatura ed il carattere rustico/saison.La buona complessità dell'aroma non preclude comunque ad una grandissima facilità di bevuta per una birra che rientra nei confini  (4.2%) della sessionabilità. Anzi, per descriverla mi devo sforzare di rallentare il ritmo di sorsata: i malti (crackers) sono leggeri e la generosa (e necessaria) carbonazione rende vivace l'esuberante carattere fruttato che richiama gli agrumi dell'aroma (arancia e mandarino) aggiungendo il dolce della pesca e una lieve acidità a bilanciare. La delicata speziatura rimane in sottofondo e introduce con garbo l'amaro erbaceo e zesty col quale la bevuta prosegue per poi concludersi con la necessaria secchezza. Birra molto pulita e capace di offrire un'ottima intensità nonostante la gradazione alcolica contenuta. Volendo proprio farle le pulci mi è sembrata in alcuni passaggi un po' sfuggente in bocca, ma è comunque una belgian ale estiva (e non) dal livello molto alto. Dopo la Grannie Hoppie dello scorso anno, un'altra produzione estiva molto ben riuscita e "pensata" dall'appassionato birrofilo (ed ex? publican) Macello Giuliani. In Italia ci sono ormai quasi un migliaio tra birrifici e beer/brewfirm, molti dei quali con (purtroppo) tanta, tantissima strada da fare prima di arrivare ad un livello qualitativo accettabile. E' quindi davvero un peccato che questa Belgian Shower rimanga una one-shot dalla distribuzione piuttosto limitata: il suo livello meriterebbe assolutamente palcoscenici ben più ampi.Formato: 50 cl., alc. 4.2%, lotto 040-15, scad. 31/03/2016, pagata 4,50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stillwater Of Love & Regret

Nuovo appuntamento con Stillwater Artisanal, la beerfirm americana di Baltimora nata nel 2010 e guidata da Brian Strumke che negli ultimi mesi ho ospitato più di una volta. Oggi è il turno della saison "Of Love &  Regret", birra che ha inaugurato nel 2011 la Import Series di Stillwater, ovvero collaborazioni con birrai europei prodotte in origine nel nostro continente e poi replicate anche negli Stati Uniti. Per l'occasione Strumke incontra Jef Goetelen della ‘t Hofbrouwerijke di Beerzel, in Belgio; viene realizzata una saison con l'utilizzo di malti tedeschi, frumento e un piccolo "raccolto" di campo che si compone di camomilla, lavanda, erica e tarassaco. Le stesse "spezie" verranno poi utilizzate da Goetelen per realizzare la sua Flower Sour. "Love & Regret" diventerà qualche anno più tardi, nella primavera del 2012, anche il nome del pub/ristorante di proprietà Stillwater che si trova a Baltimora; tre le 23 spine a disposizione oltre alle birre della casa anche qualche ospite ma, volutamente, nessuna IPA.Altro non resta che citare la solita bella etichetta di Lee Verzosa, amico di Strumke nonché graphic designer e tatuatore.Perfettamente dorata, solo leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastra e cremosa, dalla buona persistenza.Al naso, dopo un benvenuto leggermente speziato (pepe e coriandolo), c'è una piccola festa floreale di lavanda e camomilla; completano il bouquet sentori erbacei e di erbe officinali, miele e, quando la birra si scalda, frutta candita. Con un ottima sensazione palatale è una saison che riesce ad essere morbida pur mantenendo la vivace carbonazione che lo stile prevede; la bevuta parte piuttosto dolce, di miele millefiori e di biscotto, di arancia ed albicocca candita, con qualche richiamo floreale all'aroma (camomilla, lavanda); a bilanciare c'è una bella acidità ed un delicato amaro finale che richiama sensazioni terrose e di erbe officinali. C'è anche una leggera speziatura (scorza d'arancio, pepe, coriandolo) a completare una birra dall'ottima intensità che mantiene un'ottima scorrevolezza e facilità di bevuta. Nonostante l'impiego di fiori ed erbe il risultato è quasi sin troppo elegante e privo di qualsiasi carattere rustico; una saison "da salotto", buona ma un po' avara nel trasmettere emozioni.Formato: 35.5 cl., alc. 7.2%, lotto 265:15 08:51, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Maiella Emigrante

Dopo qualche anno d’assenza ritorna sulle pagine del blog il Birrificio Maiella, fondato nel 2008 da Massimiliano Di Prinzio a Casoli, in provincia di Chieti,  con l’aiuto della moglie Sonia.  Dopo il passaggio dall’homebrewing al mondo dei professionisti, per Di Prinzio è stato necessario nel 2014 il trasferimento in locali pià capienti che permettessero di ospitare il nuovo e più capiente impianto produttivo. La località scelta è Cerrani, una frazione di Pretoro, una ventina di chilometri più a nord (e ad un’altitudine più elevata) rispetto alla sede originale; i lavori iniziati nella primavera del 2014 sono stati completati verso la fine dell’estate. Per l’occasione è stato anche effettuato un restyling dell’etichette, del sito internet (che offre ora anche la possibilità d’acquisto on-line)  ed è finalmente arrivato il formato 33 cl. Dopo l’ottima Bucefalo è la volta di Emigrante, una pale ale nata nel 2012 e dedicata a tutti i concittadini di Casoli emigrati all’estero: nel paese abruzzese si tiene, credo annualmente, anche la “Festa dell’Emigrante” Una birra Internazion-Ale, come riporta l'etichetta, la cui ricetta prevede malti tedeschi, inglesi e belgi assieme ad un mix di luppoli provenienti da Stati Uniti e Nuova Zelanda. La foto inganna un po', perché il suo colore è oro carico con venature che passano dall’arancio all’ambrato; in superficie si forma un discreto cappello di schiuma ocra, compatta e cremosa, dalla buona persistenza. Al naso non trovo onestamente nessuna traccia dei luppoli di provenienza extra-europea utilizzati; ci sono piuttosto i profumi dei malti, del pane e dei cereali, della fetta biscottata e – in un bouquet che nel compesso mi fa pensare all’Inghilterra – la frutta secca. Al palato c’è una sensazione tattile un po’ troppo pesante per quella che dovrebbe essere una session beer dal contenuto alcolico modesto (4.5%); il corpo è tra il medio ed il leggero, con una carbonazione bassa. Note di biscotto, frutta secca, un tocco di miele e di caramello caratterizzano l’inizio della bevuta che vira poi progressivamente in territorio amaro, con un finale piuttosto intenso ma leggermente astringente dove predominano note terrose e tracce di resina e frutta secca. Non so quali luppoli americani e neozelandesi siano stati usati nello specifico, ma anche il gusto mi fa pensare ad una birra di stampo anglosassone, priva di quelle componenti agrumate e tropicali che di solito accompagnano i luppoli extra-europei;  non so se l’intenzione fosse quella di creare una sorta di “best bitter” inglese con ingredienti extra-europei, ma la descrizione del birrificio che parla di  un “profumo intenso d’agrume” mi porta a pensare che questa bottiglietta non sia venuta come doveva. L’aroma – benché abbastanza pulito - è scarso e poco invitante e in bocca – pesantezza tattile a parte – c’è una bella intensità che però non è supportata da altrettanta finezza ed eleganza.Formato: 33 cl., alc- 4.5%, IBU 36, lotto 12 15, scad. 21/04/2016, pagata 3.50 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mad Hatter Baltic Porter Chocolate Chilli

Una seconda opportunità non la si nega a nessuno ed ecco il ritorno del birrificio di Liverpool Mad Hatter Brewing Co., protagonista qualche settimana fa di una stout piuttosto deludente, per dirla con parole gentili.  La produzione di Mad Hatter è iniziata a febbraio 2013 sotto a mano del birrario (e proprietario, assieme alla moglie Sue Starling) Gareth "Gaz" Matthews. Continuano a piacermi moltissimo le etichette, realizzate dall'illustratrice Emily Warren (The Stealthy Rabbit) che ripropongono gli elementi fantastici ed onirici del libro  di Lewis Carroll "Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie". In questo caso un coniglio è alle prese con un improbabile tavolo da biliardo a forma triangolare mentre in primo piano vi è una pinta di una baltic porter  (bassa fermentazione) prodotta con fave di cacao e peperoncino. Curiosamente "baltic" ha anche a che vedere con la zona di Liverpool nella quale il birrificio si è da poco trasferito; si tratta del Baltic Triangle,  l'area che si trova proprio dietro al famoso Albert Dock e che è stata di recente coinvolta in un importante progetto di recupero e di restauro. Gli edifici industriali progressivamente abbandonati vengono riconvertiti ed occupati da gallerie d'arte, artisti, giovani start-up, locali e bar, studi di registrazione e atelier di moda: qualcuno l'ha definita il "Meat-Packing District" di Liverpool, con ovvio riferimento al quartiere di  New York.La Baltic Porter Chocolate Chilli di Mad Hatter è di color ebano scuro opaco e forma in superficie una splendida schiuma beige, cremosissima e compatta, molto persistente. Al naso c'è subito un evidente sentore di fragola, affiancato da quelli del cioccolato, del caramello bruciato, del pane nero, delle tostature, del cacao in polvere ed una leggero piccante. La pulizia è discreta, ed il risultato complessivo - un po' bizzarro -  è simile a quello di un cioccolatino al latte con ripieno di fragola. Purtroppo le cose vanno meno bene in bocca: il gusto è piuttosto sporco e leggermente astringente. Si parte con pane tostato, liquirizia e caramello bruciato che svaniscono in un lieve passaggio acquoso, preludio ad un finale piuttosto amaro, dove protagonisti sono le tostature, un po' raschianti, e l'acidità piuttosto marcata dei malti scuri che rovina un po' la sensazione palatale morbida e gradevole della prima parte della bevuta. Non ho avvertito la presenza né del cioccolato né del piccante, se si eccettua un lievissimo tepore che affiora nel retrogusto quando la birra si scalda. Il risultato è una porter intensa ma poco elegante e piuttosto sbilanciata sull'amaro e sulle tostature, che satura in fretta il palato e che non lascia un ricordo troppo positivo di sé, complice un  retrogusto molto amaro e dalle tostature leggermente bruciate.Formato: 33 cl., alc. 6.6%, scad. 15/12/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wasosz Polka Pils

Ha una storia breve ma abbastanza movimentata quello che attualmente è noto come birrificio Wąsosz  (Browary Regionalne Wąsosz) di Konopiska, 230 chilometri a sud-ovest di Varsavia, non lontano al confine con la Repubblica Ceca. La fondazione è datata 1993 quando Jan Kowalski decide di trasformare la sua attività principale dal commercio di funghi alla produzione di birra; nasce così il birrifcio GAB (le prime tre lettere del nome della figlia, Gabrysi ovvero Gabriella); è interessante scoprire che il birrificio era specializzato nelle alte fermentazioni (leggo di una GAB Stout e un’amber ale chiamata Kama Sutra).  A partire dal 2008 Kowalski è alla ricerca di qualcuno disposto ad acquistare gli impianti, ma le richieste sono davvero scarse; nel 2010 il birrificio viene preso in affitto per sei mesi dal  birrificio Browar Konstancin, che viene a produrre la propria lager.  Nel 2011 la proprietà viene poi rilevata da un gruppo di imprenditori di Cracovia che vi cambiano il nome in Browar Południe  e continuano per la strada – maggiormente in voga – delle basse fermentazioni. La loro  Krakauer Stout; non era altro che una Schwarzbier. Nel 2014  Michal Olszewski e Maciej Grzywacz rilevano il birrificio, dandogli il nome della strada (Wąsosz) in cui si trovano gli stabili: Browary Regionalne Wąsosz. Michał Olszewski è proprietario del  Krajina Piva, un pub a Torùn che svolge anche distribuzione di birre all’ingrosso e forniture per locali nonché del beershop Piwex, nella stessa città; sua anche la beerfirm Browar Olimp.  Il ruolo di head brewer è stato affidato a Marcin Ostajewski .   La produzione di Wąsosz   si divide attualmente un due linee: una moderna chiamata Piwoswasem  (“birra coi baffi”) che guarda agli stili americani  (American Lager, Wheat, IPA) e una “classica”  fatta di basse fermentazioni. Di emulazioni polacche di birre americane ne avete già viste un po’ sulle pagine del blog in questi ultimi mesi, con risultati più o meno riusciti; mi sembra quindi più interessante prendere in esame una bottiglia di Polka Pils che, come il nome suggerisce, si tratta di una Pils prodotta esclusivamente con luppoli polacchi, Marynka e Sybilla nello specifico; i malti sono Pilsner e Monaco. Il primo (Marynka) è assieme al Lublin il luppolo polacco più diffuso, utilizzato peraltro anche in alcune birre italiane come ad esempio la I-Pils di Vento Forte; si tratta di un luppolo coltivato nella zona di Lublin e imparentato in qualche modo con il nobile Saaz.  Più recente è invece la nascita dal Sybilla, elaborato dalla IUNG Polacca (l’istituto della scienza dell’agricoltura) incrociando il Lublin con lo  Styrian Golding. All’aspetto è dorata e leggermente velata e forma un bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non è molto intenso ma offre quello che si dovrebbe pretendere da una pils: pulizia, eleganza e soprattutto fragranza, in questo caso da parte dei malti (pane, miele e cereali). Un po’ evanescente in luppolo, con una presenza quasi impercettibile di sentori erbacei. Al palato il bevitore incontra l’essenziale, senza fronzoli o difetti, con un buon livello di pulizia: pane, crackers ed un accenno di miele per continuare in perfetta sintonia con l’aroma e chiudere con una nota amaricante erbacea, appena speziata. Una pils delicata e pulita, che fa esattamente quello che deve fare, ovvero rinfrescare e dissetare con gusto; i malti sono fragranti, c'è una bella secchezza finale e una chiusura amara di buona intensità che non perde mai di vista l'eleganza. Complice il caldo di questi giorni, il mezzo litro è sparito dal bicchiere con grande velocità; una buona interpretazione di uno stile tutt'altro che semplice da realizzare, nel quale il minimo errore viene subito smascherato.Formato: 50 cl., alc. 4.1%, scad. 30/10/2015, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Badalà W.IPA

Ha da poco festeggiato il suo primo compleanno (maggio 2015) il Birrificio Badalà di Montemurlo, provincia di Prato. I fondatori sono Alberto Nannini ed Elena Mornati, il primo alle prese dal 2002 con l'homebrewing sino ad arrivare al ritmo di una cotta alla settimana; seguono le partecipazioni a numerosi concorsi nazionali, i corsi e - soprattutto - due tentativi di aprire un birrificio (2006 e 2008) non andati a buon fine. C'è voluto un po' di tempo più del previsto ma nel 2014 è stato finemente messo in fusione l'impianto Easy Bray da 2.5 hl., con tre fermentatori da 700 litri.Il giovane birrificio è partito con una gamma abbastanza ampia che al momento si compone di sei birre: Ge.A (Pale Ale con luppoli americani e tedeschi), Kast.A (al miele di castagno),  Fum.A (una birra affumicata e prodotta con farina di castagne), Stro.bi (una bitter con luppoli americani), Wai.Zen (ovviamene una Weizen) e l'ultima nata chiamata W.IPA, la birra che costituisce anche il debutto del birrificio toscano sul blog.La ricetta di questa White IPA  dovrebbe prevedere malti Pils e Pale Ale, frumento maltato e frumento in fiocchi; i luppoli utilizzati in bollitura sono Centennial, Cascade e Sorachi Ace, questi ultimi due utilizzati anche in dry-hopping. A completamento ci sono le classiche spezie di una Blanche/Witbier, ovvero coriandolo e scorza d'arancia.Di colore oro pallido, leggermente velato, forma un generoso cappello di schiuma bianca, quasi pannosa, compatta e dall'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente intenso ma la sua discreta pulizia permette di cogliere i sentori agrumati (limone, lime, scorza di mandarino), quelli del coriandolo e dei cereali, con una remota suggestione di frutta tropicale (cocco).  Meno bene al palato, dove c'è un netto calo del livello di pulizia e la bevuta risulta piuttosto confusa e indecifrabile: si passa dall'ingresso di cereali e pane direttamente ad un amaro erbaceo e resinoso che mostra un po' i muscoli tralasciando però finezza ed eleganza. Nel mezzo c'è poco, una reminiscenza d'arancio che la carbonazione molto elevata non aiuta a percepire, e sopratutto una sensazione tattile al palato troppo pesante per una birra (4.5%) che in teoria dovrebbe essere sessionabile e che ha un corpo leggero. Il finale, leggermente astringente, porta ulteriore amaro resinoso in una birra che alla fine risulta poco bilanciata e poco rinfrescante. Nello stile ibrido delle  White IPA personalmente mi aspetto di trovare il carattere leggero, speziato e fruttato di una Wit/Blanche abbinato ad una generosa luppolatura, e la bravura del birraio consiste di trovare il modo di far coesistere questi due stili senza che uno annulli l'altro. In questa bottiglia di W.IPA l'esercizio è riuscito in parte solo nell'aroma, mentre per quel che riguarda il gusto c'è parecchio lavoro da fare per pulire, snellire/alleggerire e dare un po' di eleganza.Formato:  50 cl., alc. 4.5%, IBU 52, lotto 14215, scad. 03/2016, pagata 4.45 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Poretti 9 Luppoli Porter

Il “trittico” dei 9 luppoli Poretti si completa con la Porter; dopo la Witbier e la India Pale Ale, assaggiate qualche mese fa, ecco il marchio di proprietà Carlsberg alle prese con una birra “scura”, una tipologia che nel nostro paese i marchi industriali raramente propongono. Ricordo brevemente che tra le multinazionali operanti in Italia Carlsberg  - attraverso Poretti - è l’unica ad aver tentato è di avvicinarsi al mondo “artigianale” andando oltre le semplici definizioni “doppio malto”, “birra chiara/rossa” e iniziando ad utilizzare una terminologia più appropriata, con riferimento a precisi stili brassicoli e materie prime. Il marketing ha deciso di legare Poretti al luppolo, e così anche uno stile (stout/porter)  nel quale normalmente i luppoli non sono in evidenza viene raccolto sotto la linea “9 luppoli”;  e sebbene – lo  ricordo - il numero “9” non indica assolutamente i luppoli utilizzati in realtà, il nome fa comunque istintivamente pensare ad una birra dove di luppolo ce ne sia stato messo parecchio. In questo caso ci informano che quello predominante è lo “Styrian Golding, un luppolo dall'aroma delicato coltivato principalmente al confine tra Austria e Slovenia”; secondo la descrizione commerciale è “una birra scura, dalle meravigliose note tostate di caffè e cacao. Un gusto deciso per chi non ha paura di osare e provare emozioni forti. Da gustare nei momenti che contano”.  Versata nel bicchiere ha un colore ebano scuro, con limpidi riflessi rossastri; la schiuma beige è compatta e cremosa ed ha una buona persistenza.  Al naso ci sono sentori di pane nero e pumpernickel, caramello, ciliegia ma anche una leggera punta di cartone bagnato (ossidazione?).  Sulla lattina sono ben in evidenza le parole “scura e corposa”, ma in verità la Porter di Poretti ha un corpo tra il medio e il leggero, un “tasso” di acquosità un po’ troppo elevato e poche bollicine. La bevuta è un po’ slegata ed attraversata da qualche nota metallica, mentre il gusto latita: le tostature sono quelle del pane e c’è il dolce del caramello, ma l’intensità è davvero scarsa. Il viaggio termina con un finale piuttosto acquoso, dal quale emerge un leggero retrogusto amaro dove la componente terrosa (luppolo, luppolo!) è predominante rispetto a quella tostata. Una birra piuttosto deludente, dove c’è poco gusto e quel poco che c’è è davvero poco elegante.  Il risultato finale (al di là della fermentazione alta/bassa) mi sembra più paragonabile ad una delle tante dark lager o schwarzbier industriali.  Porter? Un indizio, probabilmente. Formato: 33 cl., alc. 5.5%, lotto J15077P, scad. 03/2016, pagata 1.75 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.