Maltus Faber Extra Brune Barricata

Ultimamente non sono molto fortunato con le produzioni Maltus Faber, birrificio genovese la cui costanza qualitativa – mi tocca dedurre – è un po’ altalenante.   Segnalo giusto per dovere di cronaca Imperial ed  Extra Brune bevute qualche tempo da tutt’altro che entusiasmanti; riprovo quest’anno con la versione barricata di quest’ultima birra, una massiccia Belgian Dark Strong Ale (10% ABV) che viene affinata per almeno sei mesi in botti di legno che hanno ospitato grandi vini, tra i quali Brunello di Montalcino e se non erro, per il lotto in questione, Barbera Bricco dell'Uccellone. Il suo vestito è quello della tonica di frate, piuttosto torbida, e pressoché privo di schiuma; le bolle grossolane che si formano hanno comunque una lunga persistenza al bordo del bicchiere. Al naso c’è una buona intensità, nella quale spicca da subito il carattere vinoso e legnoso dovuto all’affinamento in botte: ciliegie, uva, amarene, frutti di bosco, legno umido, sentori di vino liquoroso e leggermente ossidato, porto. I profumi non sono particolarmente eleganti ma creano comunque un buon equilibrio tra dolce ed aspro. Al palato questa bottiglia di  Extra Brune Barricata arriva praticamente “piatta”: il dolce del caramello, dell’uvetta e della prugna,  del vino liquoroso sono bilanciati da ciliegie aspre e frutti rossi acerbi, ma quello che colpisce maggiormente è la caratterizzazione vinosa, e ossidata, che il passaggio in botte ha conferito alla birra. L’affinamento in botte dovrebbe “arricchire” la birra base, impreziosendola con alcune determinate caratteristiche senza tuttavia “cannibalizzarla”: in questo caso la componente parte vinosa tende a coprire quasi tutta la birra con l’ossidazione che si porta dietro pregi (vino liquoroso) ma anche dei difetti (cartone bagnato, astringenza eccessiva) che non ci dovrebbero essere.  L’impressione a tratti è quasi di bere una bottiglia di vino aperta qualche giorno fa e poi richiusa: l’alcool è molto ben nascosto, forse anche troppo per quanto viene dichiarato (10%); ne guadagna indubbiamente la bevibilità, ma è un bicchiere che non riesce mai davvero a scaldare il cuore di chi lo sta bevendo. La birra, tutto sommato bevibile ma poco elegante, chiude ricca di tannini  con un retrogusto vinoso dove finalmente si avverte un leggero tepore etilico che tuttavia non riesce a rimettere in sesto una bottiglia piuttosto deludente. Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto 183, scad. 09/2018,  6.60 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Dulle Teve

Non ci si deve aggrappare  a  troppe certezze o chiamare in causa la "normalità" quando si ha a che fare con il birrificio belga De Dolle guidato dall'eclettico Kris Herteleer. Si narra così che all'origine dell'originale nome di questa birra ci fosse un'amichevole conversazione tra Kris e il proprietario di un café-ristorante di Bruges, nel corso della quale stavano discutendo la ricetta di una nuova birra. L'incontro si prolungò più del previsto e la moglie del proprietario iniziò a tempestarlo di telefonate affinché tornasse a casa. Quando lui apostrofò  al telefono la moglie chiamandola "Dulle Teve" (espressione dialettale delle fiandre occidentali che corrisponde più o meno a "cagna/puttana pazza/furiosa"), Kris Hertleer esclamò di aver trovato il nome per la birra che stava per nascere.  L'etichetta, una delle poche non disegnate da Hertleer, viene realizzata dall'artista di Bruges Peter Six; al collo della bottiglia gli improbabili papillon che il birraio "pazzo" spesso indossa.La Dulle Teve debutta nel 1993 e viene oggi prodotta - tra l'altro - con luppolo EK Goldings e zucchero candito. Il nome scelto ("Mad Bitch" ) ha ovviamente creato qualche problemino per l'esportazione negli Stati Uniti, dove è stata semplicemente rinominata "Triple".Nel bicchiere si presenta di colore arancio opalescente con sfumature dorate e piccole particelle di lievito in sospensione; la bianca schiuma è esuberante e compatta, cremosissima, molto persistente.  Il naso porta in dote fiori bianchi, profumi di mela al forno, miele, canditi, marzapane, frutta a pasta gialla, pera e una suggestione di ananas, zucchero candito.Guardando l'etichetta saresti portato a pensare d'avere nel bicchiere una "stronza", una "cagna" che abbia per morderti, ma non c'è niente di più errato. L'inizio è quasi carezzevole, con un freschezza di frutta (arancia, pesca e mango, mela) quasi inconcepibile per una birra che dichiara 10 gradi alcolici in percentuale. Il gusto è ricco e dolce di pane, miele, un tocco biscottato, canditi: l'alcool inizia nascondendosi per poi iniziare una splendida progressione, in un morbido crescendo che lo porta prima a stemperare il dolce e poi a diventare un delicato ma intenso protagonista del retrogusto, ricco di frutta sotto spirito. Non vi è praticamente traccia evidente d'amaro, eppure la birra riesce a non essere assolutamente troppo dolce grazie ad una superba attenuazione. La bevibilità (10%!) è quasi criminale, le bollicine sono inizialmente un po' in eccesso ma basta lasciarle evaporare un po' per poter godere di quell'ingresso in bocca quasi cremoso che ti porta inizialmente a credere di avere nel bicchiere quasi una "session beer". Dalle Teve è una stupenda Tripel, che ti saluta con una carezza per poi mandarti al tappeto alla fine del bicchiere, come solo una "Mad Bitch" saprebbe fare. Lotto (scad APR2017) in stato di grazia, non fatevi scappare la bottiglia se l'adocchiate in giro.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 30, scad. 04/2017, 2.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Etnia Blond

Arriva sul già affollatissimo panorama brassicolo italiano la scorsa primavera il Birrificio Etnia; sono un gruppo di imprenditori, capitanati da Andrea Ferri, a dar vita a questa nuova realtà con sede produttiva a Sant'Alessio con Vialone, nel pavese. A fare il birraio viene chiamata una vecchia conoscenza di  molti appassionati italiani, quel Nicola “Nix” Grande che sin ad allora ben si era distinto al Birrificio Settimo (ex Siebter Himmel) di Carnago (Va).   Gli impianti produttivi (sala cottura da 13 hl con 6 fermentatori da 10 hl) trovano spazio nello stabile un tempo occupato dal Birrificio Balmar; in progetto futuro ci dovrebbe essere anche l’apertura di un secondo stabilimento in Puglia dove il birrificio ha già la propria sede legale. La produzione è partita con un trittico di birre volutamente mirate alla ristorazione ed al cosiddetto “food pairing”;  una Double Blanche, una Double IPA ed una Blond che sono state poi affiancate dalla  linea più moderna delle “session beers”, caratterizzata anche da un diverso packaging:  tre Pale Ale, chiamate “USA”, “NZ” e “UK” con riferimento alla provenienza dei luppoli utilizzati. Non è certo un segreto l’amore di Nicola Grande per la tradizione brassicola belga, e mi sembrava giusto dare il benvenuto al birrificio sul blog con la sua “Blond”; pallidamente dorata e velata, genera un bel cappello di schiuma bianca compatta e quasi dannosa, dall'ottima persistenza. L'aroma esprime quasi una ventata di freschezza, molto pulita e di buona intensità, composta soprattutto da agrumi (mandarino, cedro, pompelmo), cereali, sentori erbacei ed una delicatissima speziatura donata dal lievito. Il gusto ripropone con la stessa pulizia ed eleganza gli elementi dell'aroma: la leggera base malata (crackers, un tocco di miele) supporta la dolce freschezza fruttata della pesca e  della polpa d'arancia poi ben bilanciate dall'amaro zesty e lievemente erbaceo che diventa un discreto (e mai invadente) protagonista del finale. Con una secchezza encomiabile, la Blond di Etnia mostra un'eccellente bevibilità abbinata ad una spensierata leggerezza, enfatizzata dalle vivaci bollicine. Per un birrificio la cui avventura è partita circa sei mesi il livello di pulizia (mi tocca ripetere il termine, ma è una delle caratteristiche fondamentali di ogni birra) e di equilibrio è davvero ottimo, e l'intensità non viene affatto sacrificata alla bevibilità. Tutto bene anche se  probabilmente manca ancora un pochino di personalità a questa Blond che, soprattutto nel finale, mostra a mio parere un pochino di timidezza,  vezzo peraltro perdonabile considerando che si tratta delle prime cotte prodotte. Formato: 33 cl., alc. 5.3%, IBu 29, lotto 3715, scad. 31/06/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mont des Cats

Il dibattito birrifici vs beerfirm è sempre attuale e vivo nel mondo della birra: c’è chi si schiera a prescindere contro chi produce senza avere i propri impianti e si fa magari chiamare ”birrificio o birraio”,  e c’è a chi invece interessa solo la qualità di quello che viene poi versato nel bicchiere. La beerfirm di oggi (perché tecnicamente si tratta di una birra prodotta altrove, su commissione) è tuttavia abbastanza particolare. Si tratta dell’abbazia Sainte Marie du Mont des Cats, localizzata a Godewaersvelde, comune francese nella regione di Nord-Passo di Calais; il confine col Belgio è ad un tiro di schioppo: Poperinge è a dieci chilometri, l’abbazia di St. Sixtus-Westvleteren a venti. La fondazione dell’abbazia avviene nel 1826, ma la presenza di monaci sulla sommità (solo 163 metri sul livello del mare) del Mont des Cats risale ad almeno due secoli prima; nel gennaio del 1826 alcuni cistercensi provenienti dall’abbazia francese di Notre-Dame du Gard iniziarono la costruzione di un monastero poi completato nel 1847. La produzione di birra, inizialmente riservata al consumo personale dei monaci, partì l’anno successivo con qualche mese di anticipo rispetto a quella del formaggio, che diventerà poi la principale fonte di “reddito” del monastero. Documenti storici ritrovati all’interno dell’abbazia testimoniano come la prima birra prodotta fosse ambrata e leggera ma ben presto rimpiazzata da un’altra dal maggior contenuto alcolico, apparentemente per non entrare in competizione con quelle prodotte da altri birrifici della zona. Non ci sono invece notizie su bottiglie; sembra che la birra fosse esclusivamente venduta in botti di legno; nei terreni circostanti si trovava anche un luppoleto. Il diffuso anticlericalismo di inizio ‘900 costrinse all’esilio i monaci stranieri, portando di fatto alla cessazione della produzione di birra nel 1907. Il colpo di grazia fu dato dalla prima guerra mondiale, le cui battaglie furono particolarmente cruente nella zona di confine tra Belgio e Francia. Il monastero  fu severamente danneggiato da un bombardamento tedesco nell’aprile del 1918, e il birrificio non fu mai più ricostruito. Da allora sino al 1970 i monaci si sono finanziati principalmente attraverso i prodotti agricoli ed i formaggi; in seguito i terreni agricoli furono dati in affitto e l’unica risorsa economica rimase la produzione casearia. La comunità di frati si è vista di recente costretta a pensare ad altre fonti di reddito che potessero affiancare i proventi derivanti dal caseificio. A giugno 2011, esattamente  a 163 anni di distanza dal primo barile di birra prodotto a Mont des Cats, Bernard-Marie van Caloen annuncia in una conferenza stampa di aver raggiunto un accordo con i “fratelli” dell’abbazia di Notre-Dame de Scourmont (ovvero Chimay) con i quali in un paio di mesi di lavoro è stata messa a punto una nuova ricetta. Bisogna sottolineare che i monaci di Mont des Cats non dispongono assolutamente delle risorse necessarie per progettare la costruzione di un impianto produttivo proprio e quindi la possibilità per il momento non è stata presa in considerazione. Si tratta tuttavia di una birra prodotta all’interno di un monastero trappista la cui produzione viene supervisionata dai monaci trappisti: Mont des Cats possiede quindi tutte le caratteristiche per potersi chiamare “Authentic Trappist Product”; la scritta “trappist beer” è effettivamente presente in etichetta, mentre è ancora assente il famoso logo esagonale. Ambrata, con velature ramate, leggermente velata: Mont des Cats si presenta con un enorme ed esuberante cappello di schiuma che obbliga ad alcune soste prima di poter versare l’intero contenuto della bottiglia nel bicchiere; la sua persistenza è lunghissima. Fiori, pera, pane e zucchero candito annunciano l’aroma, completato da sentori di biscotti speculoos, frutta secca; l’intensità è però piuttosto modesta e la pulizia è tutt’altro che encomiabile. La prima cosa che colpisce al palato sono le bollicine; tante, troppe anche per una birra "belga", bisogna pazientare un po' e lasciarle calmare. La scorrevolezza è comunque buona, il corpo medio. Gusto piuttosto dolce, con caramello, biscotto e miele in evidenza; in secondo piano i canditi e la frutta secca. Molto ben attenuata, risulta alla fine comunque equilibrata e mai stucchevole; la chiusura è lievemente amaricante (terroso, mandorla) ed il retrogusto è di nuovo in territorio dolce con caramello, miele ed un lieve tepore etilico. La bevuta risulta piuttosto avara di emozioni e a tratti anche un po' slegata; intensità e pulizia non sono certamente ad alti livelli, il suo compitino lo svolge portando a casa la sufficienza ma con un nota rivolta ai "genitori" di Scourmont/Chimay che l'hanno prodotta: ci si poteva impegnare di più. Formato: 33 cl., alc. 7.6%, lotto 15-199, scad. 12/2017, 2.15 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Discount vs Industriale: Finkbräu Pils, Grafenwalder Pils, Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner

Si parla tanto, spesso e comunque non abbastanza dei prezzi (alti!) della cosiddetta “birra artigianale”:  non mi riferisco al consumo al pub, dove il delta costo tra una media “artigianale” e una industriale è minore. Mi riferisco in particolare al consumo in bottiglia casalingo: le “artigianali” che si trovano nei beershop, supermercati, enoteche e alimentari vari hanno un costo medio al litro che possiamo quasi moltiplicare quasi per cinque rispetto ad un’industriale. Ma per stavolta lasciamo fuori “l’artigianale” e parliamo delle  “birre del discount”: sono anche loro prodotti industriali, eppure costano sensibilmente meno (all’incirca la metà) dei noti marchi industriali. Avete sentito qualcuno lamentarsi che una lattina di Heineken al supermercato è cara perché costa il doppio di una birra discount? Ma questa differenza di prezzo è giustificata? Ci se ne accorge bevendole? Ho voluto fare una prova "quasi" alla cieca, mettendo a confronto due birre industriali e due “discount”  bevendole senza sapere che cosa ci fosse nel bicchiere; sono quattro Pils, o almeno questo è lo stile che i produttori dichiarano in etichetta. Le birre che ho scelto per questa prova sono le seguenti:  dal discount Finkbräu Pils e Grafenwalder Pils; dal supermercato Warsteiner Premium Verum e Ceres Top Pilsner. Tutte e tre, per meglio renderle irriconoscibili, in formato 50 cl. e con il “lato superiore” della lattina di color argento. Le descriverò inizialmente facendo riferimento solamente al numero del bicchiere dal quale bevuto.Aspetto.Sono tutte e quattro identiche, limpide e dorate;  forse la Nr.1 è appena un po’ più chiara.  Tutte mostrano un bel cappello di schiuma bianca, compatta e cremosa, dalla buona persistenza: la ritenzione delle birre Nr.1 e Nr.4 è leggermente migliore, con una patina bianca che rimane sempre in superficie. Aroma. Bicchiere nr.1:   avverto miele e cereali, crosta di pane, qualche sentore erbaceo. La fragranza non è certamente di casa, l’intensità non è granché ma per lo meno i profumi “giusti” ci sono. Bicchiere nr.2:  aroma assente, bisogna farla scaldare un po’ per far emergere un qualcosa dolciastro che mi ricorda un po’ il mais, ingrediente non citato sulla lattina. A temperatura ambiente mi sembra che ci sia anche un po’ di cartone bagnato. Bicchiere nr.3:  anche qui aroma nullo, con qualche lieve miglioramento a temperatura ambiente. Qualcosa di dolce simile al mais e ricordi di cereali che emergono quando la birra si scalda. Bicchiere nr.4: pochissima intensità, ma almeno qualcosa c'è. E' una generale sensazione dolce di pane, forse miele, nella quale non c’è ovviamente traccia di fragranza ed eleganza. Mouthfeel. Ovviamente leggere, watery e mediamente carbonate. Un DNA che le accomuna tutte, con la componente “acquosa” un troppo marcata nel bicchiere nr.2.Gusto. Bicchiere nr.1: pane, cereali, accenno di miele. Non c’è una gran intensità ma – come per l’aroma -  ci sono quasi tutti i descrittori tipici dello stile. Si finisce nell’amaro erbaceo, non particolarmente elegante ma tollerabile; l'amaro è molto più evidente che negli altri bicchieri, ma all'alzarsi della temperatura aumenta anche la percezione della sua modesta eleganza/piacevolezza.  Meglio berla finché "fredda", in quanto risulta più bilanciata e più secca rispetto alle altre. Bicchiere nr.2:  quasi scarso, tendente al nullo. A birra fresca c’è una sensazione appena dolce che di nuovo mi ricorda quel mais non citato in etichetta e qualche suggestione di pane;  la chiusura amara è poco intensa ma riesce ugualmente ad essere poco gradevole. Riscaldandosi migliora un po’ la parte dolce (pane e miele) ma peggiora quella amara; la bocca rimane sempre impastata da una patina dolcina, con la birra che alla fine non risulta neppure particolarmente rinfrescante.Bicchiere nr.3:  è una birra che rasenta l’acqua, in quanto all'assenza di sapori. Lievi accenni di pane e cereali, il solito timido finale erbaceo amaro un po’ sgraziato; nonostante la bassissima intensità riesce comunque a lasciare la bocca avvolta da una patina dolce poco rinfrescante. Anche riscaldandosi l’intensità non migliora di molto: aumenta un po’ la componente dolce, con il risultato che la nr.3 risulta essere la meno amara delle quattro; ma nonostante il basso livello d’amaro, quel poco che c’è è davvero poco elegante. Bicchiere nr.4:  rilevo pane, cereali, accenno di miele. L’intensità è bassina, e anche qui una patina dolce un po' appiccicosa rimane sul palato anche a fine bevuta, mentre ci vorrebbe un po’ più secchezza. L’amaro erbaceo finale è delicato ma ugualmente privo di eleganza e non esattamente gradevole; la sua bassa intensità lo rende comunque praticamente innocuo. Indoviniamo? Mi butto e abbino la Warsteiner Premium Verum al bicchiere nr. 1.  E’ senza dubbio la birra “meno peggio” delle quattro; non la andrei a cercare, ha tutte le caratteristiche dell’industriale inoffensiva e noiosa ma tutto sommato decente, benchè priva di  fragranza e/o freschezza. E’ pastorizzata, se non erro; ammetto di aver bevuto diverse volte la Warsteiner, in passato, ma era davvero tanto tempo fa. Il bicchiere nr.2 e nr. 3 mi sembrano molto simili, nella loro pochezza di gusto che rasenta l’acqua e in quell’amaro poco aggraziato che non ti lascia un piacevole ricordo anche di quel poco che c’è; mi gioco l’opzione discount su entrambe, ma non avendole mai bevute prima sarebbe inutile tentare di assegnare un numero a  Finkbräu Pils  o Grafenwalder. La nr.4 mi sembra un pochino meglio rispetto a queste due, per lo meno nell’intensità: scommetto sulla Ceres Top Pilsner, dopotutto c’è quel aggettivo “top” che mi fa pensare a qualcosa di qualità. Il verdetto.Scarto le lattine numerate, ecco cosa c'era nei bicchieri.Bicchiere nr.1  - Warsteiner Premium VerumBicchiere nr.2  - Finkbräu PilsBicchiere nr.3  - Ceres Top PilsnerBicchiere nr.4  - Grafenwalder PilsE quindi?Ho indovinato la Warsteiner, ma gli “avversari” erano forse troppo inferiori per non riuscirci; volendo guardare il prezzo, è anche la più cara del quartetto: 1.32 Euro (2,64 Euro/litro). La sorpresa in negativo è la Ceres Top Pilsner, quella "in positivo" (se così si può dire) è la  Grafenwalder che io avevo scambiato per la danese; prodotta dalla a me sconosciuta Frankfurter Brauhaus per una noto discount tedesco, si  difende con onore nei confronti della famosissima Ceres e, elemento da non sottovalutare, costa esattamente la metà  (0.59 invece di 1,19 Euro). Innocua, e quindi nulla da dichiarare, sulla Finkbräu: discount nel prezzo e anche nel gusto. Sicuramente meglio una Warsteiner, anche se costa più del doppio; prendete ovviamente la parola "meglio" con le dovute cautele. Stiamo sempre parlando di prodotti industriali alquanto anonimi e con molto poco gusto. Mi si perdoni infine il bicchiere fuori stile, ma era l'unico disponibile in quattro esemplari identici. In via eccezionale pubblico anche la classifica utilizzando la scala di punteggi BJCP: Warsteiner Premium Verum (26/50), Grafenwalder Pils  (23/50), Ceres Top Pilsner (20/50) , Finkbräu Pils (19/50).Nel dettaglio:Warsteiner Premium Verum, formato 50 cl., alc. 4.8%, lotto 04 A 17, scad.  05/08/2016, prezzo 1.32 Euro.Finkbräu Pils, formato 50 cl.,  alc. 4,9%,  lotto A4 02:10, scad.  03/09/2016, prezzo 0.55 Euro.Ceres Top Pilsner, formato 50 cl., alc. 4,6%, lotto H 0355, scad. 13/10/2016, prezzo 1.19 Euro.Grafenwalder Pils, formato 50 cl., alc. 4,5%, lotto A4 02:40, scad. 20/08/2016, prezzo 0.59 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa lattina, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hornbeer Viking Chili Stout

Terzo appuntamento con il birrificio danese Hornbeer, penisola dello Hornsherred, venti chilometri ad ovest di Roskilde ed a cinquanta da Copenhagen, aperto nel 2008 dal birraio Jørgen Fogh Rasmussen (homebrewer dagli anni ’70) e sua moglie Gundhild, una pittrice i cui quadri diventano poi le etichette delle birre.  Nell'anno del debutto la, Danske Ølentusiaster (associazione di appassionati birrofili danesi) aveva proclamato la neonata Caribbean Rumstout come la migliore birra danese dell'anno. Nel 2009 Hornbeer condivise a pari merito con Mikkeller il premio di “birrificio” danese dell'anno, per poi vincerlo in solitudine nel 2010, 2011 e 2013.  Mikkeller si è preso la rivincita nel 2014 e 2015. La reputazione di Hornbeer si è costruita soprattutto grazie ad alcune Imperial Stout che hanno riscosso grosso successo; oltre alla già citata Caribbean Rumstout, la Fundamental Blackhorn ottenne la medaglia d'oro 2011 al Beer & Whisky Festival di Stoccolma, viene nominata la miglior birra "forte" danese del 2012 e vince la medaglia d'argento alla Beer Cup 2012 di San Diego nella categoria American Imperial Stout. Oggi andiamo invece a stappare un'altra  Imperial Stout, chiamata  Viking Chili Stout che vede l'aggiunta di cioccolato, caffè, liquirizia, vaniglia e peperoncino. Viene realizzata per la prima volta nel 2013 in occasione dell'annuale "Frederikssund Ølsmagning" che si tiene a Valhalla, dove venne proclamata la miglior birra del festival. Completamente nera ed impenetrabile alla luce, è sormontata da un sontuoso "cappello" di schiuma marrone cremosa e compatta, molto persistente. Splendida. Gli "ingredienti" dichiarati in etichetta non si nascondonp e l'aroma offre opulenza di cioccolato amaro e al latte, caramello, liquirizia dolce, vaniglia, caffellatte, anice, gianduia e torta di cioccolato, il tutto avvolto da una sensazione "piccante" portata dal chili. L'intensità è quasi sfacciata, la pulizia è buona ma l'aroma complessivamente risulta un po' artificioso, benché gradevole: più che di "alta pasticceria", l'impressione è quella di annusare uno snack al cioccolato industriale. Il gusto continua fedele sul percorso annunciato dai profumi: la partenza è piuttosto dolce, ricca di cioccolato al latte, vaniglia, caramello/mou e liquirizia, in una sort di dessert liquido che viene poi bilanciato dall'amaro del caffè e dalle note resinose del luppolo. Sono loro, assieme all'alcool e all'acidità dei malti scuri, a stemperare quasi per incanto la dolcezza in una birra che arriva poi a sorprendere con il delicato piccante del finale che molto ben integrato con l'alcool warming. La scia finale è piuttosto lunga, con un rinfrancante tepore etilico ad abbracciare il caffè, il cioccolato al latte ed il piccante, su un sottofondo dolce vanigliato. Sensazione palatale assolutamente vellutata e cremosa, con un corpo "quasi" pieno e pochissime bollicine.Dove c'è molta carne al fuoco il rischio di pasticciare è sempre elevato: questa Viking Chili Stout assembla tuttavia in modo credibile e convincente diversi elementi risultando essere alla fine una birra-dessert (o birra-Disney se preferite) piuttosto godibile benché a piccole dosi. A metà del mezzo litro ho sinceramente sentito il bisogno di passare ad altro, ma sino a quel momento mi sono gustato con un cucchiaino virtuale un buon dessert al peperoncino.Formato: 50 cl., alc. 10%, scad. 25/09/2023, 8.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ardenne Saison

Arriva anche il debutto sul blog della Brasserie de Bastogne, e che debutto! Ma procediamo con calma; il fondatore è Philippe Minne, ingegnere meccanico che dopo alcuni anni passati ad esercitarsi in garage con pentole e cotte da 50 litri si sente abbastanza pronto per lanciarsi nel mondo dei professionisti con l’aiuto della moglie Catherine, che s’incarica di seguire la parte commerciale e amministrativa. Per Philippe si tratta di riprendere una tradizione di famiglia che si era bruscamente interrotta da una generazione: il suo bisnonno era infatti proprietario della Brasserie Saint-Antoine, mentre suo nonno Joseph Minne aveva lavorato come birrario alla Brasserie De Beco. La birra d'esordio è la “blonde” Trouffette la cui prima cotta da 1 hl viene realizzata il  26 gennaio del 2008 presso la Brasserie de Rulles. Nel frattempo  Philippe lavora all’adattamento e all'installazione del proprio impianto, acquistato di seconda mano proprio da Rulles, che trova posto presso la fattoria biologica di Philip Meurisse, un agricoltore nonché ex-compagno di scuola che s’imbarca nell’avventura del birrificio: ci troviamo a Belleau (o Belle-Eau) una località vicino a Sibret, comune di Vaux-sur-Sûre, provincia del Lussemburgo belga, non lontano dalla città di Bastogne.La gamma delle  Trouffette, così chiamate in onore di un personaggio folkloristico di Bastogne, è a tutt'oggi quella di maggior successo del birrificio, disponibile anche nelle declinazioni "Rousse" e "Brune" e "Strong". Ma è quando Philippe decide di portare qualche novità all'interno della tradizione che arrivano le birre più interessanti: un utilizzo discreto e per niente sfacciato (dopo tutto siamo in Belgio) del luppolo americano fa nascere la Bastogne Pale Ale, seguita poi dalla Ardenne Stout e, l'ultima nata (2014) Ardenne Saison. Probabile che dietro a questa svolta "americana" ci sia anche stavolta Christine Celis, figlia del "mitico" Pierre (Hoegaarden), residente in Texas ma assidua frequentatrice e conoscitrice della scena brassicola della terra natia. E' lei che, attraverso l'importatore Authentic Beverage Management, organizza le prime spedizioni verso il continente a stelle e strisce. In un periodo in cui nella scena "craft" americana vanno molto di moda le Saison e le Farmhouse  Ales ispirate al Belgio, sarebbe un peccato non sfruttare un realtà produttiva che ha sede proprio all'interno di un'azienda agricola (Farmhouse) e che ha da poco iniziato a produrre una Saison rifermentata con i tanto amati Brettanomiceti. Aggiungente al tutto una luppolatura euro-americana (Hallertauer Mittelfrüh e Cascade), ed il gioco è fatto. Dorata e velata, con qualche sconfinamento nell'arancio e un'esuberante schiuma bianca, dannosa e compatta che impiega diversi minuti prima di affondare nel bicchiere. I profumi sono molto freschi, pulitissimi e molto ben assemblati in un bouquet che comprende una delicata speziatura (pepe bianco, ricordi di coriandolo), eleganti sentori floreali e di frutta tropicale (ananas, mango, pompelmo), scorza di limone ed un carattere rustico che parla di paglia, fieno, acido lattico, cantina.  Eccellenti premesse che sono mantenute, se non addirittura superate, al palato. Perfetto il mouthfeel, vivacemente carbonato e con un corpo medio-leggero: la scorrevolezza è scattante senza tentativi di fuga, la bevibilità è straordinaria. Delicata la base malata di pane e crackers, con il dolce del miele che introduce il dolce della frutta (ananas, mango/pesca, banana, arancia) subito bilanciato dall'acidità lattica e dall'amaro della scorza d'agrumi. E' una Saison molto secca e piacevolmente acidula, ergo definitivamente rinfrescante e dissetante, che ha un contenuto alcolico modesto (5.5%), scorre come fosse acqua ma mostra una bella intensità di profumi e sapori. Scaldandosi emergono delle sorprendenti note di uva bianca, mente il retrogusto non pretende un ruolo da protagonista ma si congeda abbastanza rapidamente con il suo amaro zesty, erbaceo, lattico e un tocco di pepe.Birra semplice, pulitissima e magistralmente eseguita, con tutti gli elementi al posto giusto, in un equilibrio quasi miracoloso tra eleganza e rusticità, dolce e amaro; assolutamente non invasivo l'utilizzo dei luppoli americani ma, soprattutto, ci sono reminescenze di Orval e di Fantôme, altri due birrifici del Lussemburgo Belga.Splendida saison, che definirei assolutamente da comprare senza "se" e senza "ma". Eppure c'è una postilla da fare per chi non ha mai sentito parlare di "lieviti selvaggi: si tratta di una Saison "brettata", con la componente acida/lattica a tratti evidente. Tenetelo a mente prima di rimproverarmi : "avevi detto che era buonissima ma a me ha fatto quasi schifo".Formato: 75 cl., alc. 5.5%, scad. 03/2017,  4.50 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Beer Geek Brunch Weasel

Azzecca una birra e poi moltiplicala più che puoi: è questa una delle strategie che hanno portato successo a Mikkel Borg Bjergsø, alias Mikkeller.  E la sua Beer Geek Breakfast  è oggettivamente un'ottima birra, soprattutto quando era prodotta presso la Nøgne Ø; le bottiglie attualmente realizzate alla Lervig mi sembrano ancora leggermente inferiori. Dopo essere finita in botte, l'imperial stout di Mikkeller ha iniziato a subire leggere variazioni o aggiunte di ingredienti speciali dando origine a svariate "Beer Geek": la Vanilla Shake  (caffè, lattosio e vaniglia) e la Cocoa Shake  (caffè, lattosio e fave di cacao), la Beer Geek Bacon (caffè e malti affumicati), la Flat White (caffè e lattosio) e la Beer Geek Dessert (cacao, vaniglia, caffè e lattosio). La maggior parte di loro è disponibile anche in svariate edizioni barricate. Se ci limitiamo al caffè, una variante della Beer Geek Breakfast è la Beer Geek Brunch Weasel, prodotta con il pregiato caffè indonesiano (isole di Sumatra, Giava, Bali e Sulawesi) "ca phe chon" ovvero Kopi Luwak o "Weasel Coffee".Il Kopi Luwak, che leggo essere il caffè più costoso al mondo, viene prodotto con le bacche di caffè che vengono mangiate dal Luwak, uno zibetto delle palme che poi ne espelle i semi attraverso le feci.Purtroppo la scarsa disponibilità di questo caffè ha fatto nascere allevamenti intensivi di zibetti che vengono tenuti in batterie di minuscole gabbie e alimentati forzatamente solo con bacche di caffè e privati degli altri alimenti (insetti, piccoli rettili, uova di uccelli) che in natura costituiscono la sua dieta. L'etichetta disegnata da Keith Shore raffigura per l'appunto un zibetto circondato dalle rosse bacche di caffè.Beer Geek Brunch Weasel: assolutamente nera, forma un piccolo cappello di schiuma beige scuro, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il caffè (espresso e chicchi) è assoluto protagonista dell'aroma, affiancato dai profumi dell'orzo tostato, del cuoio, della carne e da lievi sentori dolci di vaniglia; non impressiona tuttavia né per intensità che per eleganza. Le cose vanno molto meglio in bocca, a partire dal mouthfeel, pieno, poco carbonato, morbido e cremoso, molto appagante. Il gusto rispecchia fedelmente il colore, nero; sin dall'imbocco sono dominanti tostature e caffè, accompagnate da un lievissimo sottofondo di liquirizia, cioccolato fondente e, dolce, di caramello. La birra è molto pulita e bene fatta ma, bisogna dirlo, piuttosto monotematica ed incentrata sul caffè. I "gradi" sono quasi 11, ma l'alcool è dosato bene senza mai andare bruciare e contribuisce, assieme all'acidità dei malti scuri ed ai sentori amaranti di resina e di rabarbaro, a ripulire un po' il palato. Molto più bilanciato della bevuta il retrogusto, dove alcool, cioccolato amaro e caffè si dividono il palcoscenico in un finale molto lungo e intenso.La sua parte migliore risulta senza dubbio la sensazione palatale, che dà forma ad una Imperial Stout molto potente e molto amara ma straordinariamente morbida, a tratti vellutata: i primi sorsi sorprendono e coinvolgono, mentre il resto della bottiglia si finisce sorseggiandola con qualche sbadiglio. Ottima, ma a piccole dosi.Formato: 33 cl., alc. 10.9%, lotto VL 10:22, scad. 23/10/2018, 7.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stillwater / Brewer’s Art Débutante

Aggiungiamo un altro tassello al già ricco elenco di produzioni Stillwater transitate sul blog, beerfirm statunitense guidata dall’instancabile Brian Strumke. Si tratta di Débutante, una Bière de Garde realizzata in collaborazione con il brewpub  Brewer's Art di Baltimora, Maryland, la città natale di Stillwater. Inaugurato nel 1996, fu eletto da alcune riviste “miglior bar di tutti gli Stati Uniti del 2008”. Per stessa ammissione di Strumke, il  Brewer's Art ha avuto un ruolo fondamentale nel diffondere la cultura birraria belga non solo a Baltimora ma in tutti gli Stati Uniti. Il brewpub è invece salito alle cronache per aver ricevuto a marzo 2014 dal cantante Ozzy Osbourne una lettera non esattamente amichevole con la quale lo intimava a cambiare nome e grafica per la propria Strong Ale chiamata Ozzy e poi rinominata, a causa di queste "minacce", Beazly. Che Strumke ami la tradizione belga non è certo un segreto: terminato il college nella nativa Baltimora, iniziò una carriera come produttore di musica elettronica passando una buona parte del tempo viaggiando nei locali europei facendo il DJ e, quando in Belgio, familiarizzando con le birre lì prodotte. L’interpretazione di Stillwater di una Bière de Garde vede anche l’utilizzo di farro e segale, oltre ad un mix di erbe formato da erica, caprifoglio e issopo. Prima di stappare la bottiglia non resta che citare la solita splendida etichetta  realizzata da Lee Verzosa, amico di Strumke nonché graphic designer e tatuatore.Nel bicchiere è limpida e di color oro carico, con riflessi ramati; la schiuma bianca è compatta e cremosa, a trama fine, ed ha un'ottima persistenza. L'aroma vede i profumi malati protagonisti: pane, biscotto, croissant e miele sono circondati da sentori dolci di pasticceria, canditi, marmellata d'agrumi, zucchero candito, erbe officinali ed una delicatissima speziatura. Un biglietto da visita interessante e molto pulito che introduce una bevuta tuttavia meno intensa delle aspettative: un po'  troppo dimesse le bollicine, corpo medio e una sensazione palatale complessivamente morbida ma poco vivace. Il gusto ripropone in scala minore biscotto, miele, zucchero candito e spezie, note floreali: l'ingresso è quello di una "debuttante" un po' timida che ci mette qualche istante di troppo a mostrare la sua personalità ed un profilo maltato pulito ed ancora fragrante, dolce ma ben attenuato e bilanciato da un finale americane terroso con qualche accenno di erbe officinali. L'alcool (6.5%) è ben nascosto, mentre il retrogusto ritorna in territorio dolce proponendo gradevoli note di miele e di pasticceria. Una buona interpretazione di uno stile non molto diffuso (originario di quell'area rurale del nord della Francia  - Pas-De-Calais - che scende poi verso sud sulla linea del confine col Belgio) che la "craft beer revolution" non ha ancora completamente ri-valorizzato: una valida alternativa alle più facilmente reperibili C'hti, Jenlain, La Choulette e Gavroche, di tanto in tanto avvistate anche in qualche supermercato.Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 246:16 09:02, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brasserie du Lion à Plume Metisse

Debutta oggi la beerfirm Brasserie du Lion à Plume, fondata nel 2009 da Julien Gascard con sede operativa nel paesino di Post, regione del Lussemburgo belga, ad una decina di chilometri da Arlon. La beerfirm è anche transitato un po’ di tempo fa per il palcoscenico del Villaggio della Birra: correva l’anno 2010 e a quel tempo il birraio che lavorava assieme a Gascard era Raphaël Vanoudenhoven. Le birre vennero inizialmente prodotte presso la vicina (20 km) Brasserie St. Helene, ma da qualche anno la produzione si è spostata presso la Brasserie du Bastogne e, sporadicamente, alla Anders; dal 2013 Julien Gascard è affiancato da Stephane Fronzée che ha sostituito Vanoudenhoven. La beerfirm debuttò con la Saison Métisse, aggiungendo poi progressivamente la blanche “Carioca”, la California Common “Encore” e la imperial stout “Postiche”. La grafica e le etichette sono curate dallo studio belga Atelier Design. Partiamo proprio dalla birra d’esordio, la saison Métisse che viene prodotta con luppoli EK Goldings (Inghilterra) e Cascade (USA). Il contenuto alcolico di partenza di 6.5% è stato nella versione attuale ridotto a 6.5%: la bottiglia in mio possesso purtroppo non riporta nessuna informazione né su dove la birra è stata prodotta né scadenza o lotto di produzione. Ad ogni modo, si presenta nel bicchiere vestita di color ambrato/ramato, leggermente velato e sormontato da un cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è tuttavia tutt’altro che invitante, con la componente maltata in evidenza (pane, biscotto, miele), sentori terrosi ma anche qualche puzzetta (gomma bruciata) che non ne migliora la piacevolezza già pregiudicata da una bassissima intensità. Non che le cose siano molto meglio in bocca: a partire dalla sensazione palatale, agli antipodi di quella che dovrebbe essere una saison: poco vivace, scarsamente carbonata e soprattutto piuttosto “pesante” a livello tattile, leggermente astringente. La bevuta risulta un po’ slegata, con una partenza maltata (biscotto, caramello) che vira poi subito in territorio amaro, tra il terroso e il vegetale (cicoria) con deriva di gomma bruciata. L’espressività del lievito saison è praticamente sottozero, con il risultato di una birra piuttosto sgraziata, da non intendersi come sinonimo di  "rustico", caratteristica che invece vorrei sempre trovare in una saison; l’alcool è molto ben nascosto ed è questa l’unica nota davvero positiva di questa bevuta. Di questa  Métisse ne parlano solitamente bene, quindi non mi resta che invocare la solita teoria della bottiglia sfortunata e passare oltre. Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 38, lotto e scadenza non riportati, pagata 2.10 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.