Wylam Remember 430 & Wylam 45:33

Altro debutto sul blog, anche questo dal Regno Unito: Wylam Brewery, microbirrificio attivo dal 2000 che nasce nel piccolo e omonimo villaggio del Northumberland inglese, ai confini con la Scozia. A fondarlo furono John Boyle e Robin Leighton, quest’ultimo un ex ufficiale di marina mercantile in pensione ed esperto homebrewers: le qualità delle sue produzioni casalinghe impressionarono Boyle, appassionato di Real Ale, al punto da spronare l’amico a tentare l’avventura tra i professionisti. La loro prima birra, la bitter Landlord’s Choice, ottenne un successo tale da costringerli a trasferirsi in breve tempo dal proprio garage ai locali presi in affitto all’interno delle South Houghton Farm a Heddon on the Wall, Wylam, dove viene installato un impianto da cinque ettolitri, che nel giro di tre anni satura la propria capacità.Nel 2005 Leighton all’età di 63 anni muore improvvisamente a causa di un infarto e, sebbene le sue figlie decidano di rimanere in società, Boyle si trova a dover gestire il birrificio da solo: ad aiutarlo arriva il figlio Matt che, dopo alcuni tentennamenti, accetta di rientrare dalla Spagna per lavorare a fianco del padre e poi prendere il comando delle operazioni, al suo pensionamento. Il birrificio trasloca in locali più ampi nella periferia di Wylam, l’impianto viene ingrandito per permettere alla produzione di triplicare e raggiungere i 30 ettolitri l’anno.Ma la vera svolta per Wylam avviene nel 2010 quando entrano in società Dave Stone e Rob Cameron: i due provengono dal mondo della musica, avendo organizzato per 25 anni concerti, DJ-set ed eventi a Londra, Brighton e nel nord-est dell’Inghilterra. Arrivati a cinquant’anni i due vogliono abbandonare la vita notturna per dedicare più tempo alle proprie famiglie: fondano la società Greenan Blueaye e lanciano due gastropub a Newcastle, il Town Wall e la Bridge Tavern, iniziando a collaborare con il birrificio Wylam che li rifornisce di birre. Nel 2015 la collaborazione si trasforma in una vera e propria partnership nella quale la Greenan Blueaye investe 750.000 sterline, quota di un ambizioso piano di espansione da quasi 2 milioni che si concretizza nella ristrutturazione del Palace of Arts dell’Exhibition Park di Newcastle, ultimo edificio superstite della la North East Coast Exhibition del 1929. La palazzina, che giaceva da dieci anni in uno stato di desolante abbandono, viene acquistata da Freddy e Bruce Shepherd, ex presidenti del Newcastle United Football Club, che entrano in società assieme a Wylan e Greenan Blueaye. La ristrutturazione include l’installazione di un nuovo impianto da 35 ettolitri, la costruzione di taproom con 12 spine e 6 casks, bar, beer-garden, ristorante ed un spazio per organizzare eventi, matrimoni, concerti e serate, attività nelle quali Stone e Cameron sono esperti. Il vecchio birrificio a Heddon continua ad essere utilizzato come magazzino e come impianto pilota.Il nuovo corso Wylam, inaugurato a maggio 2016, coinvolge anche il portfolio birrario che viene rinnovato e ampliato; arrivano le lattine, che vengono ovviamente riempite con quel liquido opalescente amato dai beergeeks chiamato New England IPA. Le birre. Partiamo da un’American Pale Ale che ci riporta indietro nel tempo al Twin Peaks di David Lynch, conclusosi con la frase: ricorda 430. Richard e Linda. Due piccioni, una fava. L’etichetta ripropone, sebbene in colori diversi, il pattern grafico del pavimento della Loggia Nera. Avena, frumento e destrine hanno il compito di renderla opalescente e di donarle un mouthfeel “cremoso”, mentre il doppio dry-hopping di Citra e Mosaic quello di renderla “juicy”. All’aspetto è di colore arancio pallido opalescente e forma un cappello di schiuma biancastra cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. Il naso, fresco, pulito e discretamente elegante, offre una macedonia di agrumi (arancia, mandarino e pompelmo), pesca e frutti tropicale (ananas, mango). Al palato è leggera, scorrevole e, nonostante l’uso di avena non noto un mouthfeel particolarmente ”cremoso”  o “chewy” come vorrebbe il “protocollo New England IPA”. La bevuta è piuttosto intensa ma il succo di frutta non è del tutto convincente e mostra qualche spigolosità che andrebbe limata: ci sono soprattutto agrumi, con un sottofondo dolce appena accennato di mango e ananas. L’asprezza degli agrumi la rende molto secca ma anche un po’ ruvida, l’amaro zesty ed erbaceo è abbastanza intenso ma dall’eleganza piuttosto discutibile, per non arrivando a “raschiare” il palato. Pulita e gradevole, si beve con qualche pausa di troppo e non è un complimento per una birra dal contenuto alcolico del 5.5%: godibile ma con margini di miglioramento che possano aumentarne la fruibilità. Dal cinema passiamo alla musica con la Double IPA chiamata 45:33: i numeri sono quelli dell’omonimo disco degli LCD Soundsytem; un’unica traccia, della durata di 45 minuti e 33 secondi, commissionata dalla Nike nel 2006 al gruppo statunitense come “colonna sonora” per la corsa. La strobosfera in etichetta è un altro riferimento al gruppo guidato da James Murphy. Il birrificio la descrive come una “multispeed Double IPA prodotta con dosi psichedeliche di luppolina Cryo: Amarillo, Citra e Chinook”. Anche lei è ovviamente opalescente e il suo color arancio pallido è sormontato da un piccolo cappello di schiuma biancastra che svanisce piuttosto rapidamente. Il naso è fresco e dolce, ricco di mango e pesca, ananas, frutto della passione; in secondo piano un lieve “dank”, poi arancia e pompelmo. A voler essere precisi anche in questo il mouthfeel non è così cremoso come ci si aspetterebbe da una NEIPA, ma non è un grosso problema: il gusto segue l’aroma con buona corrispondenza anche se con intensità leggermente inferiore. Si avverte un timida presenza maltata (crackers) ma è la dolce frutta tropicale a guadagnarsi subito il palcoscenico; l’amaro, resinoso e pungente, è di buona intensità e di breve durata, chiudendo la bevuta con eleganza. L’alcool apporta senza eccedere un discreto tepore giusto per avvertire che nel bicchiere c’è una Double IPA pericolosa, la cui facilità di bevuta non è tuttavia elevatissima: anziché berla, si sorseggia con discreta frequenza. Pulita e fresca, abbastanza elegante, la 45:33 di Wylan ha ancora qualche spigolo da smussare ma non le manca molto per raggiungere gli altri birrifici inglesi che stanno cavalcando l’onda del “juicy”: non solo l’hype di Cloudwater ma anche Northern Monk, Verdant, Deya.  Nel dettaglio:Remember 430, formato 44 cl., alc. 5.5%, scad. 25/04/2018, prezzo indicativo 7.00 euro (beershop)45:33 Double IPA, formato 44 cl., alc. 8.4%, scad. 30/05/2018, prezzo indicativo 8.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Swannay Barrel Aged Orkney Porter (Isle of Arran)

Inauguriamo il 2018 con il debutto del birrificio scozzese Swannay, operativo a Birsay, isole Orcadi: il fondatore è Rob Hill, birraio con venticinque anni di esperienza presso la Orkney Brewery e la Moorhouse's Brewery. Nel 2005 Hill ha dato fondo a tutti i suoi risparmi per acquistare l'ex caseificio Swannay Farms ed installarci un piccolo impianto di seconda mano da sei ettolitri; nasce così la Highland Brewing Company che debutta con la Scapa Special, una Pale Ale ancora oggi prodotta tutto l’anno. Nel 2010 Rob viene affiancato dal figlio Lewis che, terminati gli studi universitari, decide di impegnarsi nell’azienda di famiglia: per l’occasione viene commissionato un nuovo impianto da 23 ettolitri che consente di far fronte all’incremento di domanda del mercato. Il 50% della birra prodotta viene venduta in cask, il resto equamente diviso tra fusti e bottiglie.  Nel 2015 la Highland Brewing Company viene rinominata Swannay Brewery per rinforzare il legame con il territorio: il rebranding riceve un finanziamento da 120.000 sterline dalla Highlands and Islands Enterprise, organizzazione governativa scozzese. “Le isole Orcadi sono un luogo speciale dove vengono prodotte alcune tra le eccellenze alimentari del Regno Unito, e noi vogliamo usare le nostre radici locali per promuovere i prodotti in tutto il mondo”, dice Hill. La gamma Swannay si basa su otto birre prodotte tutto l’anno: oltre alla già citata Scapa Special c’è la bitter Island Hopping, la Orkney (English) IPA,  la (American) Pale Ale, la Duke (American) IPA, la Double IPA Orkney Blast. Vi sono poi due birre sviluppate da Lewis, il figlio di Rob, che non nasconde il suo amore per le luppolature moderne: la Muckle IPA e la Banyan session IPA. A completamento della gamma alcune produzioni stagionali e occasionali, come ad esempio le “Big Beers” dall’alto contenuto alcolico: assaggiamone una.La birra.Nel 2014 un lotto di Orkney Porter (9%) è stato messo ad invecchiare per 18 mesi  in cask che avevano contenuto in precedenza Orkney Bere, un whisky prodotto dalla distilleria Isle of Arran utilizzando una varietà d’orzo (Bere) considerata tra le più antiche colture di cereali in Gran Bretagna e, in questo caso, coltivato sulle isole Orcadi; a quanto leggo si tratta di un cereale a basso rendimento rispetto alle varietà “moderne” ma capace di produrre un grist più denso e ricco. La ricetta della porter prevede malti Maris Otter, Brown, Chocolate e Roasted, luppoli Brambling X, Hallertauer Northern Brewer , E.K. Goldings. Le bottiglie sono tecnicamente “scadute” a ottobre 2017 ma, assicura il birrificio sul proprio sito, “sono ancora buonissime”Il suo colore è un ebano piuttosto intenso che s’avvicina al nero: la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, è di dimensioni modeste e si dissolve abbastanza rapidamente. L’aroma è discretamente intenso e, benché pulito, necessita di attenzione per essere apprezzato in tutte le sue sfumature: quello che inizialmente sembra semplicemente whisky rivela interessanti sfaccettature che chiamano in causa legno e vanglia, carne, tostature, frutta sotto spirito, indizi di  tabacco. Al palato è una imperial porter dal corpo medio che ha un ingresso leggermente oleoso e tende un po’ ad assottigliarsi strada facendo: la bevibilità ne trae ovviamente beneficio, ma una maggior consistenza “tattile” le avrebbe sicuramente giovato. Il passaggio in botte è evidentissimo, ma pensate ad un whisky depurato della sua componente “boozy” o alcolica che dir si voglia; la bevuta si poggia su delicati toni biscottati e tostati ma chiama presto in causa il dolce della vaniglia, dell’uvetta e della prugna sotto spirito. Nel finale c’è anche il momento per qualche delicata suggestione di caffè e cioccolato, mentre il breve passaggio amaricante sembra richiamare più il legno delle tostature. Birra molto pulita, con l’alcool (10.5%) che non disturba assolutamente il lento e piacevole sorseggiare: la sensazione – tocca ripetermi – è quella di gustarsi un whisky depurato della sua componente etilica e arricchito da reminiscenze di una porter.  Per apprezzarla appieno dovrete probabilmente uscire dai soliti schemi di una imperial porter invecchiata in botte di whisky dove è la birra al centro del palcoscenico: qui le proporzioni si ribaltano ma il passaggio in botte riesce ad essere dominante ed elegantissimo al tempo stesso. Un piccolo gioiello (e ve lo dice uno che non ama il whisky) che splende lontano dai riflettori e dall’hype: meglio così.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto 4300, scad. 10/2017. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Warpigs Ominous Drip

Il 2017 è giunto agli sgoccioli e per salutarlo ci vuole una grande birra che faccia serata da sola: grande nel formato e nella gradazione alcolica, la imperial stout Ominous Drip di Warpigs sembrerebbe avere il potenziale per l'occasione.Warpigs è un brewpub a Copenhagen nato dall'unione delle forze di Mikkeller e Three Floyds, birrificio dell'Indiana (USA): l'avevamo incontrato qualche mese fa.  Inaugurato ad aprile 2015, l'impianto BrauKon da 10 ettolitri con potenziale annuo da 250.000 litri è stato guidato sino allo scorso settembre da Kyle Wolak, birraio americano "prestato" dai Three Floyds. Wolak è rientrato negli Stati Uniti per andare a lavorare presso Hill Farmstead, in Vermont, e head brewer è stata nominata la birraia Lan-Xin Foo, sua assistente sin dall'apertura e, in precedenza, operativa sugli impianti pilota dove Mikkeller testa le proprie ricette prima di produrle su grande scala. Nel frattempo Warpigs ha anche debuttato nel continente americano, con le ricette danesi che vengono realizzate sugli impianti della Great Central Brewing  (Chicago) e della Wisconsin Brewing: è da anni che si vocifera sull'apertura di un brewpub a Chicago da parte di Three Floyds, chissà che l'idea non venga invece realizzata con il marchio Warpigs.La birra.Omnious Drip è una massiccia imperial stout (11.4%) che viene commercializzata per la prima volta all'inizio del 2017; la sua ricetta, tra altri ingredienti non specificati, prevede avena, zucchero di canna e zucchero candito belga.Nel bicchiere si presenta completamente nera con un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color nocciola, dalla buona persistenza. L'aroma è intenso e opulente, un dessert nel quale abbondano zucchero candito, melassa, fruit cake, caffè e cioccolato: l'eleganza non è la sua caratteristica principale ma si fa perdonare per la sua ricchezza, enfatizzata da una netta nota alcolica con non intende nascondersi. Il corpo è quasi pieno, l'avena le dona una morbidezza palatale cremosa che non sconfina in quel denso "petrolio" tipico di molte imperial stout scandinave. Il gusto riprende la ricchezza e la dolcezza dell'aroma, riproponendo melassa, fruit cake, frutta sotto spirito, cioccolato: l'alcool riscalda con vigore ogni sorso, obbligando ad un lento ma piacevole sorseggiare e contribuisce a bilanciare la dolcezza, asciugandola. Il finale amaro è corto e caratterizzato più della noti pungenti del luppolo che dalle tostature e dal caffè, nel retrogusto c'è anche una punta di carne affumicata. Imperial stout esuberante ed esagerata, un botto di fine anno: tutto molto bene, l'amaro finale un po' sgraziato le fa perdere qualche punto ma è una birra capace di fare serata, da gustarsi senza fretta, prendendosi tutto il tempo necessario: la bottiglia da 75 può soddisfare tranquillamente 3-4 persone, a piccole dosi. Qualche altro mese di cantina le avrebbe probabilmente giovato, ma anche così è una bevuta che soddisfa e appaga.Formato 75 cl., alc. 11.4%, scad. 14/12/2021, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cloudwater Brew Co.: Saison Tettnanger & Sour Mormora

Il birrificio di Manchester Cloudwater (qui la sua storia) è attualmente in testa alle classifiche del beer-geekismo inglese ed europeo sopratutto grazie alle proprie IPA e Double IPA, la maggior parte delle quali ha ovviamente sposato la filosofia del New England/ Juicy. Tutto bene, o quasi, quando si tratta di lavorare il luppolo, ma tutto il resto? Vediamo oggi il birrificio guidato da Paul Jones e James Campbell alle prese con una Saison e una Sour Ale. La prova con la tradizione belga, una delle più difficili d'affrontare, è una Saison prodotta con ben otto varietà di cereali (malto Pilsner e Smoked, farro, segale, frumento, cena, malto di segale Red Crystal), luppoli Tettnanger e Nelson Sauvin in aroma, estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l'amaro e tre ceppi di lievito: WLSP644, WLP585, WLP565. Tanta carne al fuoco alla quale si aggiunge il succo di chuckleberry, una sorta di mirtillo nero.All'aspetto è di colore arancio pallido, velato, e forma un bel cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta. L'aroma è piuttosto fenolico con bubblegum, coriandolo, qualche lieve accenno di plastica bruciata; ma ci sono anche pera e limone, arancia, note rustiche che richiamano la paglia e l'erba. Il gusto purtroppo non è altrettanto intenso e variegato come l'aroma: base biscottata, un dolce sciropposo non ben definito (chuckleberry?), pera e qualche scivolone acquoso che non dovrebbe esserci. Nel finale un po' d'astringenza e un nuovo accenno di plastica bruciata accompagnano l'amaro terroso. E' una Saison non troppo secca, che lascia sempre un lieve residuo zuccherino al palato: bene invece la sensazione palatale, ottima scorrevolezza e un'elevata carburazione a renderla vivace. Bevuta solo discreta, incompiuta, con diverse imprecisioni che scaturiscono forse/anche dall'aver messo tanta carne sul fuoco: il rischio di bruciarla aumenta e il Belgio, quello vero, è ancora molto lontano.Le cose peggiorano drasticamente stappando la lattina di Mormora Sour che Cloudwater ha realizzato assieme alla torrefazione Square Mile di Londra. Si tratta di una Sour Ale fermentata però con lievito WLP095 (Burlington Ale) e prodotta con malto Golden Promise, frumento maltato e il solito estratto di luppolo Pilgrim in Co2 per l'amaro che Cloudwater sembra utilizzare in ogni sua birra. Due varietà di caffè Mormora (Etiopia) sono poi stati utilizzate sia durante la fase di bollitura che a freddo. Il suo colore è un dorato antico che sorprende per l'assoluta limpidezza. Il naso è completamente dominato dal caffè con un risultato davvero elegante e raffinato, pulitissimo: chiudete gli occhi e giurerete d'avere davanti a voi un sacchetto aperto di chicchi di caffè. Fin qui tutto bene, ma al primo sorso di Mormora Sour le domande nascono spontanee: che cos'è? Che cos'hanno voluto fare? Il problema di questa birra è che il gusto replica l'aroma, quindi solo acqua e caffè. Non c'è assolutamente altro, se non una lieve asprezza (insapore) a giustificare la parola "sour". Il caffè è anche qui netto, molto ben definito e pulitissimo, ma il risultato finale è quello di bere un bicchiere d'acqua nel quale sono stati messi in infusione dei chicchi di caffè. Già a priori l'accoppiamento sour-caffè non mi sembrava particolarmente intrigante ma, pur cercando di bere questa Mormora Sour con la massima apertura mentale possibile, ammetto di non averla  proprio capita. Per me è una birra priva di senso che non sarebbe neppure dovuta uscire dal birrificio: benissimo l'espressività del caffè, peccato manchi la birra.Nel dettaglio: Saison Tettnanger, 44 cl., alc 6.5%, imbott. 08/09/2017, scad. 02/2018.Sour Mormora, 44 cl., alc. 5.3%, imbot. 07/09/2017, scad. 03/2018.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dry & Bitter As Seen On TV

Tra i protagonisti dell'anno che sta per concludersi mi sembra doveroso includere anche il birrificio danese Dry & Bitter, che continua a sfornare birre di ottima qualità e che arrivano in Italia piuttosto fresche.  La sua storia, abbastanza contorta, l'avevo cercata di ricostruire qui: alla guida ci sono Søren Wagner e Jay Pollard, proprietari anche del noto beer bar di Copenhagen chiamato Fermentoren,  24 spine tutte dedicate al craft e una succursale aperta di recente ad Aarhus. Nel 2015 i due soci rilevano anche il birrificio Ølkollektivet che produce per moltissime beer firm danesi e lo utilizzano, oltre che per realizzare le birre destinate al Fermentoren, anche per lanciare il loro marchio Dry & Bitter. Da notare che Wagner possiede già un'altra beefirm, Croocked Moon.Dopo un avvio scoppiettante, con cinquanta diverse birre realizzate in poco più di un anno di vita, i ragazzi di Copenhagen hanno rallentato leggermente il ritmo e oggi ne annoverano un'ottantina, con IPA e dintorni sempre a farla da padrone. Tra le loro birre di maggior successo vi è infatti la serie delle Bale Ale, cinque diverse single-hop Session IPA; di questo sotto stile fanno anche parte la Myrcia Dreams, realizzata inizialmente assieme agli inglesi di Buxton e la collaborazione con Cloudwater chiamata Draining The Swamp.Non bastassero, a luglio 2017 Dry & Bitter ha presentato al Fermentoren i primi fusti di As Seen on TV, Session IPA che promette grazie all'utilizzo di avena e frumento, un corpo molto più sostenuto di quello che vi aspettereste. Non sono stati precisati gli altri ingredienti.La birra.Nel bicchiere è di un bel arancio pallido, velato e sormontato da una cremosa e compatta schiuma biancastra, molto persistente. Il naso è fresco e presenta un bel cesto di frutta composto sopratutto da cedro e pompelmo che relegano in sottofondo pesca, ananas e mango. Bene pulizia e intensità, l'ampiezza dello spettro aromatico è buona ma potrebbe essere migliore. Il mouthfeel è effettivamente sorprendente, considerando che si parla di una session beer (4.2%): corpo medio, consistenza cremosa e morbida, leggermente chewy. La gratificazione edonistica è garantita, ne viene un po' penalizzata la velocità di bevuta: è una birra facile ma che gioco forza si sorseggia (ad alta frequenza) anziché tracannare. Il gusto è di una intensità impressionante, quello che vorresti sempre trovare in birre dalla bassa gradazione alcolica. E' una Session IPA molto fruttata ma che non sconfina nel territorio del juicy, benché ne voglia riproporre la sensazione palatale: il dolce sottofondo di mango, ananas e pesca supporta un amaro elegante e di buona intensità caratterizzato da resina e un po' di pompelmo, protagonisti anche di un finale piuttosto lungo. Ottima pulizia e  grande secchezza in una birra che regala intensità di profumi e sapori, accompagnandoli con poco alcool: tutto quello che ci dev'essere in una "session". Livello alto, birra molto ben riuscita, avesse anche un prezzo "sessionabile" sarebbe perfetta. Formato: 33 cl., alc. 4.2%, imbott. 10/11/2017, scad. 10/05/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio del Vulture West Cost

Sono circa una dozzina, tra birrifici e beerfirm, i protagonisti della scena brassicola lucana, una delle più piccole e giovani della nostra penisola. Tra queste vi è il Birrificio del Vulture, operativo dal 2015 a  Rionero in Vulture (Potenza). Alla guida Ersilia D'Amico e Donatello Pietragalla, homebrewers che dal 2009 hanno affrontato tutte le tappe (birra da kit, all grain, corsi e periodi di pratica presso altri birrifici) prima di entrare nel mondo dei professionisti. In una terra - come molte altre regioni italiane - a vocazioni vinicole, madre dell'Aglianico, è stato posizionato un impianto da 2,5 ettolitri che grazie a numerosi fermentatori produce all'incirca 150 ettolitri l'anno. Il birrificio dispone anche di una piccola taproom con tre spine e un punto vendita per l'asporto.  Cinque sono le birre prodotte regolarmente tutto l'anno (la golden ale Rocco 'n' Rool, la weizen Bramea, la IPA West Cost, la blanche Bianchina e la stout Gnostr) affiancate da alcune produzioni stagionali come ad esempio la harvest IPA Gaddina Young, l'imperial stout So' biologa, la birra alle castagne Druda. La birra. Nasce a novembre 2015 la prima IPA del birrificio Del Vulture che rappresenta anche il debutto del formato 33 centilitri. L'etichetta, realizzata da Francesco Moretti della Basthard Design, raffigura l'orologio della Orologio della Costa di Rionero in Vulture; ma la West Co(a)st, ovvero l'Oregon, è anche la regione di provenienza del luppolo utilizzato per produrla, in questo caso il Cascade. Niente da dire sul gioco di parole, ma per qualsiasi appassionato di birra leggere sull'etichetta di una American Ipa la frase "West Cost" genera delle aspettative che dovrebbero secondo me essere  poi mantenute. L'Oregon è indubbiamente sulla West Coast, ma la patria d'origine delle West Coast IPA è la California: Russian River, Pizza Port, Ballast Point, AleSmith, Green Flash, Alpine. E di West Coast, quella vera, in questa bottiglia non ce n'è proprio traccia. A partire dal colore, un ambrato che si discosta nettamente da quel dorato-arancio che anima tutte le IPA dei birrifici sopracitati. Al naso la presenza di luppoli è davvero scarna: l'aroma è dolce, zuccherino, emergono i malti (biscotto e caramello) in modo non particolarmente fragrante  e accompagnati  da una nota etilica. In sottofondo c'è un po' di marmellata d'arancia, ma l'intensità è davvero bassa. Il gusto purtroppo prosegue nella stessa direzione con un ingresso troppo acquoso nel quale cercano di farsi notare caramello e biscotto, incalliti da un amaro resinoso di discreta intensità. Non ci sono off-flavors, ma una IPA da 7.2% dovrebbe avere ben altra intensità; la data di scadenza (ottobre 2018) mi fa pensare ad una produzione piuttosto recente. Più che la West Coast (tropicale e pompelmo  -quest'ultimo caratteristica tipica proprio del Cascade - assolutamente non pervenuti) il risultato ricorda alla lontana le IPA della costa ad Est, quella "vecchia" scuola che giocava la sua partita sulla contrapposizione caramello-resina. Ma anche spostandoci geograficamente, quello che c'è in questa bottiglia (sfortunata?) è davvero troppo timido e modesto per risultare accettabile, benché sia bevibile. Spiace sempre parlare "male" di una birra ma in questo caso la strada da fare, sia che si voglia andare a ovest o ad est, sia che si voglia  fare una IPA bilanciata o estrema, è davvero tanta. Formato 33 cl., alc. 7.2%, IBU 57, lotto 29/2017, scad. 10/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brew By Numbers 10/10 Coffee Porter Imperial – Duromina

Ritroviamo dopo un'assenza di oltre tre anni il birrificio londinese Brew By Numbers, fondato alla fine del 2012 da Tom Hutchings e David Seymour inizialmente nel seminterrato di proprietà di un amico e trasferitosi dopo pochi mesi in quello che oggi viene chiamato il "London Beer Mile". Siamo a Bermondsey, zona ovest, dove nel giro di un chilometro, spesso sotto sotto le arcate della linea ferroviaria, trovate i birrifici Southwark, Anspach & Hobday, The Kernel, Ubrew, Partizan, Spartan, Affinity e Fourpure, i beershop di Eebria e Bermondsey, il locale The Rake.L'impianto da 14 ettolitri di Brew By Numbers è stato costruito utilizzando tini e altri macchinari di seconda mano provenienti di caseifici o produttori di soft drinks. Brew By Numbers, ovvero “brassare per numeri”: tutte le loro birre sono infatti identificate da due serie di numeri. Il primo indica lo stile della birra (ad es. 01 =  Saison, 02 = Golden Ale, etc.); il secondo indica invece la ricetta utilizzata. Nel caso di questa bottiglia il numero 10 corrisponde ad una porter al caffè della quale ne sono state realizzate ad oggi già 11 varianti, ovvero utilizzando una diversa varietà di caffè. Fa eccezione solamente la ricetta 10 | 10 che, oltre ad impiegarne una tipologia inedita, viene anche "imperializzata".La birra.10/10 Coffee Porter Imperial Duromina  viene realizzata per il festival Uppers & Downers che si è tenuto a Londra lo scorso settembre proprio nei locali di Brew By Numbers; l'evento è organizzato da Michael Kiser, fondatore del sito Good Beer Hunting e il barista campione del mondo Stephen Morrissey. Il festival, che si tiene da tre anni anche a Chicago, è esclusivamente dedicato alle birre al caffè. All'edizione di Londra oltre a quello ospitante parteciparono i seguenti birrifici; Beavertown, Boundary (Irlanda), Cloudwater, Magic Rock, Nothern Monk e Weird Beard. Ottanta persone, al costo di trentacinque sterline, avevano diritto all'assaggio di tutte le birre, a un bicchiere serigrafato e ad una "swag bag" di Good Beer Hunting.Imbottigliata il 4 settembre, la proposta di Brew By Numbers utilizza la varietà di caffé etiope chiamata Duromina: ne sono stati utilizzati dieci grammi per ogni litro di birra. All'aspetto è quasi nera, mentre la testa di schiuma che si forma ha una trama molto fine, è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Al naso c'è quello che vorresti sempre trovare in una porter al caffè: l'eleganza e la pulizia dell'ingrediente sono davvero notevoli. L'accompagnano in secondo piano note di tabacco e liquirizia, orzo tostato, frutti di bosco. Anche la sensazione palatale è ottima: corpo medio, carbonazione molto contenuta, consistenza morbida ma non impegnativa, solo leggermente oleosa. A supportare un gusto completamente dominato dal caffè c'è un tappeto dolce e caramellato, mentre in sottofondo di scorgono liquirizia e qualche tostatura. L'acidità di caffè e malti scuri, affiancata da una decisa chiusura luppolata, ripuliscono per qualche attimo il palato prima di un ritorno di sua maestà il caffè nel retrolfatto, accompagnato da una delicata nota etilica. Una imperial porter che si sorseggia facilmente e con grande soddisfazione, amara ma non sbilanciata, completamente dominata dal caffè, in lungo e in largo. Pulizia ed eleganza sono a livelli piuttosto elevati, e se - come me - amate le birre al caffè quella di Brew By Numbers vi conquisterà al primo sorso. A chi invece non è della partita, consiglio di stare alla larga.Formato: 33 cl., alc. 10%, imbott. 04/09/2017, scad. 04/09/2019.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Stille Nacht 2011

Il Natale 2017 del blog non poteva concludersi che con la birra natalizia per eccellenza, ovvero la Stille Nacht del birrificio belga De Dolle. Non è la prima volta che l'incontriamo e qui trovate la sua storia che ho tentato di ricostruire; di tanto in tanto ne appare anche una rara versione "Reserva" ovvero invecchiata in botti ex vino Bordeaux. Ogni volta mi piace sempre ricordare le parole di Lorenzo Dabove, alias Kuaska: "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti, che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta". Purtroppo - devo dirlo - ogni anno mi tocca annotare un preoccupante aumento di prezzo di quella che un tempo era una birra abbastanza "economica" da mettere in cantina. Sicuramente gli aumenti ci sono stati anche alla fonte, ma non al livello di quei 50 centesimi a bottiglia del mercato italiano: nel 2017 siamo ormai arrivati ai sette euro, prezzi che un tempo si pagavano per vintage d'annata! Da un lato è un bene che ci siano sempre più appassionati a richiedere questa birra, dall'altro si rischia lentamente di replicare quanto accaduto con Cantillon. Evito quindi volutamente l'acquisto dell'edizione 2017 ai prezzi italiani e attingo dalla cantina: del resto la Stille è una birra che, al di là del rito di berla fresca d'annata, va fatta invecchiare. Per quest'anno scelgo il millesimo 2011, quindi una bottiglia con sei anni di vita sulle spalle. A chi interessano i confronti, qui trovate una Stille di quattro anni mentre qui (2014 - 5,50 euro) e qui (2016 - 6,50 euro) due neonate.La birra.All'aspetto è di un bell'arancio carico con nuances ambrate, mentre il piccolo cappello di schiuma che si forma è abbastanza rapido nel dissolversi. Il suo aroma è una sorta di porta magica che si spalanca e ti travolge con suggestioni di vino liquoroso, passito, albicocca disidratata, arancia candita, datteri, zucchero a velo, marmellata d'arancia, pasticceria varia, soprattutto crostata. Bisogna davvero impegnarsi per scorgere le note negative dell'ossidazione, quel cartone bagnato che è presente in quantità infinitesimale. Le bollicine sono ovviamente poche e la bevuta è morbida e appagante, calda, emozionante: nel bicchiere c'è un vino passito affiancato da una crostata all'albicocca, c'è la marmellata d'arancia, la frutta disidratata, persino il panettone. L'alcool riscalda con con un soffice vigore (l'ossimoro è voluto) ogni sorso, il dolce viene perfettamente bilanciato dall'acidità e da una grande attenuazione. A sei anni di vita la Stille Nacht 2011 è ancora potente e in splendida forma, non mostra grossi segni di cedimento e sembra anzi suggerire di poter continuare la sua evoluzione. Il finale, lunghissimo, è quello di un grande vino liquoroso ma è una bottiglia che, sebbene offra tanto da raccontare, lascia senza parole. Più che una birra, nel bicchiere ci sono emozioni: quelle che, in un periodo in cui abbiamo a disposizione una quantità di etichette spropositata rispetto a una decina di anni fa, sono purtroppo sempre più rare.  Stille Nacht 2011 commuovente, senza dubbio alcuno è la miglior bevuta di questo  2017 che volge al termine.Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2011, scad. non riportata.

Cervisiam Krampus

La quinta birra di Natale 2017 coincide anche con il debutto sul blog della beerfirm norvegese Cervisiam: a fondarla sono tre homebrewers, Pushkin Hama, Shea Martinson e Martin Borander.    Dopo alcuni anni passati a trafficare con le pentole in casa, all'inizio del 2013 installano nel garage di Martin, nella periferia di Oslo, un impianto Braumeister da cento litri. Con il nome di Brewmance partecipano a numerosi concorsi per homebrewer, vincendone alcuni: uno dei premi in palio è la possibilità di produrre una birra su di un impianto professionale e i tre ragazzi realizzano la loro Citrus Lager (aromatizzata con lemon grass e scorza d'arancia) alla Crow Bryggeri di Oslo. I mille litri che vanno esauriti in tre settimane sono la molla che fa scattare in loro la decisione di entrare nel mondo dei professionisti con la beerfirm Cervisiam. Inizialmente si appoggiano al birrificio Ego, cento chilometri a sud di Oslo, per poi spostarsi alla Arendals e alla Amundsen, dove viene tutt'oggi prodotta la maggior parte delle birre. Anziché dotarsi d'impianti di proprietà, i Cervisiam hanno preferito concentrarsi su marketing e distribuzione e, sopratutto,  sull'apertura del locale Oculus a Oslo, un pub con venti spine la maggior parte delle quali riservate alle proprie birre e una buona selezione di bottiglie provenienti da tutto il mondo.La birra.IPA e Imperial Stout sono gli stili che Cervisiam frequenta maggiormente e quest'ultimo è anche quello scelto per l'offerta natalizia. Due le proposte: la Chocolate Salty Christmas Balls è una imperial stout con aggiunta di lattosio, sale, cannella, sciroppo d'acero e caramello, mentre la  ricetta della Krampus, che andiamo ad assaggiare, prevede aggiunta di lattosio, arancia, vaniglia e cioccolato.Nel bicchiere non è nera ma poco ci manca, mentre la sua schiuma è molto cremosa, compatta e mostra un'ottima persistenza. Al naso domina invece un caffè che non è elencato tra gli ingredienti, e lo fa in maniera piuttosto elegante evocando i chicchi macinati; al suo fianco polvere di cacao, tabacco e vaniglia, tostature. La sensazione palatale è "festosa": corpo non ingombrante (medio-pieno), poche bollicine, consistenza vellutata, quasi soffice e quindi buona scorrevolezza, anche perché l'alcool (10%) si nasconde fin troppo bene. Vaniglia e caramello danno il via ad un'imperial stout piuttosto dolce che viene poi bilanciata dall'amaro del caffè e del cioccolato fondente, mentre in chiusura emerge anche una nota di tabacco e - sorpresa - di affumicato. Non c'è molta atmosfera natalizia in questa lattina ma la Krampus di Cervisiam è una birra ben fatta che dispensa un'aroma più amaro che dolce per poi ribaltare completamente le proporzioni in bocca: il naso rimane comunque più elegante e pulito del gusto, l'alcool si fa desiderare un po' troppo e arriva a riscaldare, molto debolmente, solo nel retrogusto. Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto ?, scad. 20/08/2018, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Kerst 2014

L’unica birra italiana del Natale 2017 sul blog è la Kerst di Extraomnes, una birra che in verità mancava da un po’ di anni: l’avevamo incontrata per la prima volta all’inizio del 2012 con una bottiglia prodotta alla fine del 2010, ovvero un anno di vita.  Quest’anno andiamo un po’ più a ritroso stappando una bottiglia del 2014, che di anni in cantina ne ha ovviamente passati tre. “A Natale siamo tutti più buoni”, dicono a Marnate, dove ha sede Extraomnes “e anche la nostra Kerst vorrebbe esserlo, ma non riesce a togliersi di dosso l’istinto naturale a far del male. Attenzione, dunque”. Le prime avvisaglie di una birra “pericolosa” sono rappresentate da quell’iscrizione in fiammingo che compare sul guinzaglio del cirneco dell'Etna: “ik haat BC”, ovvero “odio BC”. Una dedica che Luigi “Schigi” D’Amelio fece a Bruno Carilli del Birrificio Toccalmatto, in un periodo in cui i due non andavano evidentemente molto d’accordo, soprattutto a causa di qualche battibecco su internet.  La pace tra i due birrai fu poi sugellata dalla birra collaborativa Tainted Love che realizzarono qualche mese dopo. E’ difficile pensare alla Kerst di Extraomnes senza evocare il fantasma della birra di Natale per eccellenza, ovvero la Stille Nacht prodotta da Kris Herteleer del birrificio De Dolle, una delle muse ispiratrici di Luigi D’Amelio: anche se la gradazione alcolica è differente (10,1% per l’italiana e 12% per la belga) nel bicchiere ci sono molti elementi in comune ed tutte e due possono essere considerate “birre da invecchiamento”. Entrambe vengono poi “glorificate” dalle rispettive edizioni barricate o “Reserva”: abbastanza agevole l’acquisto della Kerst, più complicato quello della Stille Nacht che è ufficialmente ancora ferma al millesimo 2010. Per assaggiare altre annate, da bottiglie misteriose o direttamente dalla botte, recatevi in pellegrinaggio ad Esen e implorate la clemenza del “dio” Kris Herteleer.La birra.Imbottigliata a marzo del 2014, questa Kerst di Extraomnes colora il bicchiere di un arancio piuttosto acceso e forma un mediocre cappello di schiuma color ocra, non molto compatta e dalla modesta persistenza; c’è anche una discreta flocculazione. L’aroma è poco intenso e rimane abbastanza guardingo; ci  vuole un po’ per sentire emergere profumi di frutta martorana, zucchero a velo, canditi e biscotto, il tutto inebriato da una buona componente etilica. Al palato non ci sono molte bollicine e la bevuta procede in linea retta riproponendo biscotto e frutta candita, con il dolce ben contrastato da una bella acidità. Il tempo passato in cantina le sembra però aver fatto più male che bene. Non ci sono ovviamente più le esuberanze della gioventù ma manca il fascino della vecchiaia: il finale, perfettamente attenuato come da copione, è purtroppo accompagnato da una marcata ossidazione che rovina un po’ la festa portando nel bicchiere molto cartone bagnato. L’alcool riscalda ogni sorso senza mai andare troppe le righe, riscaldando con garbo ad ogni sorso. La bevuta è un po’ monocorde e ha il fiato corto, pur risultando ugualmente godibile; una birra in netta parabola discendente che conserva ancora il cuore ma ha già perso la bellezza. L'appuntamento è al prossimo Natale con qualche altra annata.Formato 33 cl., alc. 10,1%, lotto 077 14, scad. 31/03/2016, 4.50 euro (prezzo 2014, beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.