Giesinger Weihnachts Trunk

L’epifania si è appena portata con sé tutte le feste, come vuole il detto, ma per quel che riguarda la birra c’è ancora tempo (e freddo!) per continuare ad apprezzare le produzioni realizzati dai birrifici appositamente per il periodo natalizio. Da Monaco ritorno sempre a bere con piacere le birre di Giesinger Bräu, del quale vi avevo già parlato in questa occasione. Validissima alternativa alle sei “sorelle” industriali che monopolizzano la capitale della Baviera, il microbirrificio fondato nel 2007 da Steffen Marx in un garage è stato una ventata di novità in una città dove era dal 1889 che non aprivano nuovi produttori.  Gli ettolitri prodotti sono cresciuti dai 750 del 2007 ai 1000 del 2011 e un’operazione di crowdfunding ha poi consentito a Giesinger di spostarsi nel 2014 dall’angusto garage al poco distante edificio di Martin-Luther-Stasse 2 del quartiere sud-orientale di Giesing. Cucina e immancabile Biergarten rappresentano il necessario completamento ai nuovi impianti produttivi, con un potenziale di 12.000 hl/anno che al momento ne sfrutta circa 5.000; oggi Giesinger  impiega circa 30 dipendenti, in sala cottura vi è il birraio Simon Rossmann e le loro birre, oltre che alle spine della “Bräustüberl” le potete trovare in sempre più numerosi locali e negozi di Monaco. L’operazione di crowdfunding è ancora attiva: al vostro capitale verrà riconosciuto un tasso d’interesse dell’8% annuo che vi verrà pagato per i prossimi dieci anni non in contanti ma in “gettoni” spendibili per l’acquisto di birra, pasti e prodotti alimentari  presso birrificio, ristorante ed annesso “spaccio agricolo”. La tradizione bavarese delle birre invernali/natalizie di solito coincide con la produzione di Festbier (Märzen), ovvero versioni un po’ più alcoliche e “robuste” delle classiche Helles.  Giesinger dal 2011 propone invece una Weizenbock che nelle prime versioni violava “l’editto di purezza” utilizzando spezie (cannella, chiodi di garofano e scorza di mandarino) per ricreare l’atmosfera natalizia. Per il Natale 2015 si ritorna invece dentro i confini del Reinheitsgebot: "il nostro scopo era di creare una birra natalizia fruttata e senza l'utilizzo di spezie " dice il birraio Rossmann. Ci si affida a due luppoli americani, Mosaic e Amarillo: inusuale anche la scelta del formato da 33 centilitri.Si presenta di color arancio carico con qualche venatura dorata, opaca; la schiuma biancastra non è particolarmente generosa, benché fine e cremosa, con una buona persistenza. L'aroma apre con forti note fenoliche; dominano i chiodi di garofano, trasmettendo effettivamente una sensazione natalizia che però almeno inizialmente si porta dietro l'odore meno gradevole, anche se lieve, di plastica leggermente bruciata. Fortunatamente dopo qualche minuto nel bicchiere il naso assume connotati più gradevoli ed equilibrati: emerge la banana matura, quasi caramellata, una remota idea di frutta tropicale, che ben s'amalgama con la speziatura del lievito. Il gusto ripropone con assoluta coerenza l'aroma, con la dolcezza di banana, frutta tropicale, caramello, una lieve speziatura; non c'è traccia d'amaro, si chiude con l'acidità del frumento e con una piacevole nota di cereali. L'intensità è buona, così come la facilità di bevuta: alla fine i 33 centilitri risultano un po' insufficienti in una weizenbock pulita che riscalda la serata con un morbido e delicato tepore etilico. Alla fine si rimane soddisfatti, sebbene il risultato risulti alla fine "solo" una piacevole e fedele interpretazione dello stile; ma da un microbirrificio che vuole differenziarsi dalle industriali Monaco e dall'utilizzo di luppoli americani (Mosaic ed Amarillo) era lecito aspettarsi qualcosina di più.Formato: 33 cl., alc. 6.8%, scad. 30/06/2016, 3.08 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala Virmalised

Il 2016 inizia sul blog con un duplice debutto: quello di una nazione (Estonia) e di un birrificio (Põhjala). Della scena brassicola estone ammetto di sapere piuttosto poco, se non nulla: la mia (non) conoscenza si era fermata al report del 2011 di Cronache di Birra, nel quale lo scenario descritto era tutt'altro che eccitante.  Evidentemente in pochi anni le cose stanno fortunatamente cambiando e migliorando. Il database di Ratebeer elenca oggi 48 nomi tra i quali vi sono tre grandi marchi industriali, 22 microbirrifici e una ventina di beerfirm; la maggior parte sono di recentissima apertura, tra il 2014 ed il 2015. La classifica Ratebeeriana delle “migliori birre prodotte in Estonia” vede il monopolio di Põhjala, il birrificio di cui vi vado a parlare e che da qualche mese è importato anche in Italia: il nome dovrebbe semplicemente significare “nordico”. Quello che può considerarsi “il padre” della “craft bier revolution” estone muove i suoi primi passi nel 2011 come beerfirm: lo fondano tre soci  (Enn Parel, Peeter Keek e Gren Noormets,) ai quali si aggiunge in seguito  Tiit Paananen, ex  amministratore delegato di  Skype Estonia.  Gli impianti di proprietà, sala cottura da 12 hl commissionata all’americana Premier Stainless, entrano in funzione a maggio 2014 con un investimento complessivo di  475.000 Euro; a “fare la birra” viene chiamato a Tallinn  il giovane (26 anni) scozzese Chris Pilkington, ex-BrewDog e conosciuto dai soci proprio nell’occasione di una visita allo stabilimento del birrificio scozzese.  Da quanto ho capito il birraio viene convinto a trasferirsi in Estonia grazie (anche) ad una quota di partecipazione societaria. La line-up iniziale si compone di cinque birre (IPA, Porter, Double IPA, Rye Ale e Imperial Porter) prodotte tutto l’anno alle quali s’affiancano subito molte altre produzioni stagionali, occasionali, collaborazioni con altri birrifici/beerfirm e invecchiamenti in botte. Nel 2014 Põhjala produce circa 90.000 litri con previsione di chiudere il 2015 a 220.000 ma, dicono da Tallin, “al momento avremmo richieste per il doppio di quanto riusciamo a produrre”. Oltre al mercato domestico, il birrificio esporta in tutta la regione scandinava (con un occhio di riguardo per la Finlandia) e in UK, Polonia, Germania, Italia e Spagna. Oltre al birrificio, è aperto da qualche mese anche il locale  “Speakeasy”  (Kopli 4, Tallinn), a due passi dalla città vecchia e di fronte alla stazione dei treni:  nel piccolo bar e nel più ampio giardino vi aspettano sgabelli, qualche divano, quattro spine ed una buona piccole in bottiglie di Põhjala e di alcuni dei birrifici  da loro importati  (al momento mi dicono Lervig e Buxton). In una città dove i luoghi del “bere bene” ancora non abbondano, è un’indirizzo che conviene segnarsi. Se invece volete restare aggiornati sulla scena “craft” estone, vi segnalo questo blog. Virmalised, ovvero "Aurora Borealis" è il nome scelto per la India Pale Ale di casa; una ricetta che prevede malti Pale, Cara pale e Crystal 150, luppoli Magnum, Amarillo, Centennial e Citra. Al solito la fotografia non rende giustizia al colore che appare più scuro della realtà: il suo vestito è tra l'arancio ed il dorato, leggermente velato e sormontato da un bel cappello di schiuma biancastra, compatta, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. Ignoro "l'età" di questa bottiglia, ma la scadenza ad Aprile 2016 non era di certo un buon biglietto da visita sulla sua freschezza, ipotizzando i classici 12 mesi di "shelf life". Invece l'aroma si dimostra essere ancora discretamente fresco, soprattutto pulito, in grado di rappresentare un'elegante macedonia di frutta composta da pompelmo e ananas in primis, accompagnati da pesca e mango, melone, passion fruit, arancio; bene anche l'intensità. Ottima la sensazione palatale, morbida e scorrevole, con corpo medio e la giusta quantità di bollicine. La base maltata non è affatto invadente e fornisce il necessario supporto (miele, leggero biscotto) allo showcase dei luppoli: dominano agrumi (pompelmo e arancio) con qualche veloce richiamo al tropicale dell'aroma (mango e ananas). La "succosità" della frutta non è molto in evidenza ma questa Virmalised non è comunque una IPA che annoia con la sua monotonia amara; la resina è accompagnata da note vegetali e di pompelmo, per una bevuta amara intensa ma equilibrata ed elegante. Anche l'alcool è ben nascosto, la bevuta è davvero facile e la chiusura sufficientemente secca da richiamare un sorso dopo l'altro; le manca un pelino di frutta "succosa" a metà bevuta per risultare una IPA  davvero "contemporanea" e alla moda. Una leggera pecca forse dovuta all'età anagrafica della bottiglia, che comunque non compromette la fruibilità di una IPA pulita e gustosa, ben fatta, godibile. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 50, lotto 125, scad. 06/04/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

A.D. 2015: un anno di UBAG

L'anno nuovo 2016 inizia come consuetudine con uno sguardo retrospettivo su quello appena concluso; una veloce rassegna di quanto bevuto divertendosi un po' a giocare con i numeri. Al solito, devo iniziare con alcune precisazioni: queste "classifiche" non sono una lista di buoni e di cattivi e non vogliono tanto meno essere una guida alle migliori o alle peggiori birre del mondo. Mi tocca assegnare un "voto" alle birre (cosa che non troverete mai nei post quotidiani) solo per comporre le graduatorie e per ricordare la piacevolezza di una bevuta. Questo non è un concorso nel quale si giudica l'appartenenza allo stile: se una birra è fuori stile ma è buonissima, riceverà comunque un'elevata valutazione. Il "voto" dato riguarda esclusivamente la bottiglia in questione, della quale riporto sempre lotto e/o scadenza; superfluo ribadire che l'elenco comprende solo le birre bevute nel corso del 2015; quelle che mancano, le "grandi assenti", non sono state semplicemente bevute. Per vostra comodità ecco i link diretti alle statistiche degli anni 2014, 2013 e 2012. Iniziamo con qualche dato generale: 301 le birre passate per il blog nell'anno appena concluso, un numero simile a quello del 2014 (309) e sempre superiore alle 269 del 2013. Si tratta di 132,12 litri di birra ossia 36 cl. al giorno (nel 2013 erano stati 139,58 litri). Per darvi un termine di paragone, ricordo che il paese europeo con il più alto consumo pro capite di birra (dato 2013) è la Repubblica Ceca con 144 litri a testa, seguita da Germania (107), Austria (106) e Polonia (96); l'Italia rimane agli ultimi posti con circa 29 litri a testa. Datevi da fare, dunque: io sto già contribuendo abbastanza.  La media della percentuale alcolica in volume delle birre bevute è stata 7.2%, quasi uguale al 2014 (7.3%) e agli anni precedenti (7%). Stili e categorie: per il primo anno le IPA non sono al primo posto in quanto birre più bevute nel corso del 2015. Sono state scalzate dalla vetta dalle SAISON: ne ho bevute 43 (nel 2014 erano state 24), delle quali 15 prodotte da birrifici belgi e 14 da americani. Le INDIA PALE ALE (33 birre, erano 53 nel 2014) condividono il secondo posto con le IMPERIAL STOUT (33). Ricordo che utilizzo la classificazione di Ratebeer: il sito mantiene la differenza tra STOUT e PORTER, cosa che non mi trova d'accordo ma tant'è. Se alle 33 Imperial Stout aggiungiamo le 4 IMPERIAL PORTER, il secondo posto (37 birre) spetterebbe a loro. Seguono BELGIAN STRONG ALE (26) e BELGIAN ALE (16). L'Italia come sempre si mantiene la nazione più rappresentata, nonostante l'endemico problema del prezzo: 89 quelle bevute (111 nel 2014, -20%); al secondo posto sale il Belgio con 58 birre (33 nel 2014, +76%), terzi gli Stati Uniti con 40 (vs 52). Il costo medio al litro delle bevute 2015 è stato di Euro 12.39, quasi invariato rispetto a quello degli ultimi due anni: si tratta di un dato relativamente poco significativo in quanto generato da birre molto diverse tra di loro e acquistate in differenti luoghi e paesi. Ma moltiplicate 12,39 per 132 litri e avrete il conto finale per dodici mesi di una passione per nulla economica. Scendiamo al livello di singoli birrifici: Amager (Danimarca) e Buxton sono passati ben 8 volte ciascuno sul blog, incalzati da Toccalmatto e Stillwater (USA) a quota 7; seguono Extraomnes e Doctor Brew (Polonia) a 6 e Birra Perugia a 5. E veniamo ora alla parte più interessante: quali sono state le migliori birre bevute nel 2015? Eccole qui (cliccate sulle tabelle per una miglior visualizzazione).Nessun birrificio piazza più di una birra nella Top 10, ma la Top 20 (che per accorpamento di punteggio diventa una "Top 28") include due birre a testa di Amager, De Dolle, De Struise e Prairie. Sono dunque questi i "migliori" birrifici del 2015.  Protagonisti assoluti gli Stati Uniti: delle 40 birre bevute nel 2015, ben 6 entrano tra le migliori 10 e 11 birre nella Top 28. L'Italia si ferma a 4 tra le migliori 28, con il "primo" posto della Xyauyù di Baladin; il Belgio ne piazza 2 nella Top 10 e ben 8 nella Top 28. Per quel che riguarda lo stile, tra le migliori 28 birre ci sono 7 Imperial Stout/Porter, 6 Saison e 5 "acide". 8.9% la gradazione alcolica media, decisamente superiore rispetto alla media: un numero che conferma quanto espresso dai vari siti di Beer-rating, dove le birre che ottengono punteggio più elevato sono spesso anche le "più alcoliche". 19,15 Euro il costo medio al litro, parzialmente giustificato dall'affinamento in legno" che ha caratterizzato ben 7 delle prime 11 birre. Se guardiamo esclusivamente all'interno dei nostri confini, ecco le 20 birre italiane bevute nel corso del 2015 che mi sono piaciute di più:E' ancora Extraomnes, come nel 2014, il protagonista: 4 (su 6 in totale) le birre piazzate nella Top 20, seguito da Toccalmatto a 3 (su 7) e quindi Menaresta (en plein, 2 su 2!) e Birrificio del Ducato. Da notare anche l'exploit di due birrifici appena "nati" (Hammer e Canediguerra) ma già annoverati tra le migliori sorprese dell'anno. 7,4% l'ABV medio delle dieci migliori birre italiane del 2015 e  un prezzo medio al litro di 19.76 Euro, ma solo 3 birre nella Top 10 hanno avuto un "passaggio in legno".Detto del meglio, passiamo anche rapidamente in rassegna quello che mi è piaciuto di meno:Come vedete è un monologo di birre industriali; gli unici prodotti "artigianali" presenti (Toccalmatto, Mad Hatter e l'ungherese Horizont) sono finiti tra i "cattivi" a causa della cosiddetta  "bottiglia sfortunata". Diamo un rapido sguardo anche alle birre "più care" bevute nel 2015: il dato è questa volta significativo dato che le prime cinque birre, tutte barricate, sono state da me acquistate nel loro paese di origine.All'estremo opposto, discount e industriali escluse, c'è il solito monopolio tedesco tra le birre più economiche.Molte birre sono state acquistate direttamente in Germania; si può accusare finchè si vuole la tradizione tedesce di essere "noiosa", ma quando con due euro puoi bere - ad esempio - un litro di Andechser Doppelbock è una festa per il palato e per il portafoglio. Mi sto ovviamente riferendo al prezzo in bottiglia per acquisto in supermercati o altri negozi tedeschi: bere una birra tedesca alla spina in un pub italiano non rappresenterà un analogo sollievo per il vostro portafoglio.L’ultima “classifica” è, come di consueto, quella (inutile) delle birre più alcoliche bevute:Per terminare eccovi una rapida carrellata dei "migliori" per le principali categorie bevute, la lista potrebbe esservi utile se dovete fare qualche acquisto. La classificazione di riferimento, ripeto, è sempre quella stabilita da Ratebeer.- miglior AMBER/RED ALE (su 4 bevute nel 2015): American Red Ale di Birra Perugia (punteggio 39/50)- miglior AMERICAN PALE ALE (10): Re hop Fresh Hop di Toccalmatto (40/50)- miglior BALTIC PORTER (5): Smuttynose Baltic Porter (44/50)- miglior BELGIAN ALE (16): St Bernardus Extra 4 e Saints Devotion di Lost Abbey  (42/50)- miglior BELGIAN STRONG ALE (26): Rochefort Trappistes 8 (2012) e De Dolle Arabier (43/50)- miglior DOPPELBOCK (5): Andechser Doppelbock Dunkel (39/50)- miglior HELLES/KELLER/ZWICKL (4): Mahrs Bräu Kellerbier Ungespundet Hefetrüb (41/50)- miglior DOUBLE IPA (11): Shadow Pictures - Skyggebilleder, di Amager/Grassroots (41/50)- miglior IMPERIAL STOUT/PORTER (37): Firestone Walker Parabola 2014 (46/50)- miglior INDIA PALE ALE (33): Amager Batch 1000 e Todd The Axe Man di Amager/Surly (43/50)- miglior PILSNER (9): La Grìgna di Lariano e Wąsosz Polka Pils (35/50)- miglior QUADRUPEL (7):  Extraomnes Chien Andalou e Struise Pannepot 2009 (43/50)- miglior SAISON (44): Saison Dupont Cuvée Dry Hopping 2015 (45/50)- miglior STOUT/PORTER (19): Left Hand Milk Stout Nitro (43/50)- miglior TRIPEL (6): Dulle Teve di De Dolle (43/50)- miglior SCOTCH ALE (3): Birra Perugia Ila Scotch Ale (39/50)- miglior SOUR/WILD/ACIDA (16):  Lost Abbey Cuvee de Tomme 2011, LoverBeer D'uvaBeer 2011 e Russian River Temptation (45/50)I miei consigli per gli acquisti? - oltre i 45 punti: capolavori, birre da bere almeno una volta nella vita- da 40 a 44 punti: grandi birre, da cercare e comprare assolutamente- da 35 a 39 punti: birre ottime/molto buone, comprare se vi capitano a tiro- meno di 35 punti: birre buone o discrete, ma non uscirei di casa a cercarle- meno di 24 punti: bottiglie che ho trovato con evidenti problemi o che proprio non mi sono piaciuteEcco tutto il 2015 in un comodo file PDF:-  ORDINATA PER PUNTEGGIO DECRESCENTE-  ORDINATA PER BIRRIFICIO-  ORDINATA PER STILE-  ORDINATA PER NAZIONEStanchi dei numeri? Non preoccupatevi, tra qualche giorno si riparte per un nuovo anno di birra!

Amager / Surly: Todd – The Axe Man

Il 2015 birrario del blog si conclude con uno dei birrifici che lo hanno attraversato da protagonista, sia quantitativamente che qualitativamente: Amager Bryghus, Danimarca. Ben sette le birre ospitate sul blog prima di oggi di un birrificio che sforna molte novità e - soprattutto - è molto impegnato in collaborazioni con altri birrifici. Amager viene importato in Italia con regolarità e, cosa fondamentale, le bottiglie arrivano piuttosto fresche, spesso con solo qualche settimana di vita alle spalle: caratteristica fondamentale quando si tratta di birre generosamente luppolate, uno degli stili maggiormente proposti da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Storm.E di una IPA e di una collaborazione parliamo anche questa volta; non è esattamente una novità, ma una birra nata nel 2014 e presentata durante la manifestazione American Day che si tiene da Amager ogni anno, il quattro di luglio. I partner sono gli americani di Surly Brewing Company (Minneapolis, Minnesota) e la IPA viene chiamata Todd The Axe Man in onore di Todd Haug, barbuto mastro birraio di Surly e chitarrista (ecco "l'ascia") dei gruppi metal Vulgaari e Powermad. Per questi ultimi, anche un cameo musicale nel film di David Lynch "Wild at Heart" .La ricetta, realizzata in Danimarca da Amager e negli Stati Uniti da Surly, prevede malto Golden Promise e una luppolatura di Hercules, Citra e Mosaic.  Il suo colore è tra il dorato e l'arancio, velato, sormontato da un compatto e cremoso cappello di schiuma bianca, fine e dall'ottima persistenza. Il naso, pulitissimo, regala una fresca macedonia di frutta che ospita pompelmo ed ananas, melone reato, mango, mandarino e arancio, il tutto avvolto da sentori floreali.  Fragrante, elegante e "goloso",  in poche parole è quello che vorresti sempre trovare in una IPA.  Il gusto altro non è che la trasposizione di quell'azzeccato mix dei profumi, ma tanto basta per una bevuta davvero di alto livello. Il malti in sottofondo (miele, qualche accenno di biscotto) è il discreto ma indispensabile supporto ad un gusto succoso, ricco di frutta senza mai sconfinare nel "succo di frutta": pompelmo, mango, ananas e arancia, freschi ed eleganti. L'amaro (100 IBU dichiarate) non manca ma la bevuta rimane sempre ben bilanciata, sino alla chiusura nella quale sono soprattutto resina con un po' di scorza d'agrumi a dominare in lungo e in largo.  Bene anche il mouthfeel: corpo medio, giusto livello di bollicine, scorrevolezza che viaggia a braccetto con la morbidezza: l'alcool si fa sentire secondo quanto dichiarato (6.5%) e in questo senso forse la bevibilità potrebbe essere un po' maggiore, ma è davvero un cercare il pelo nell'uovo. IPA di alto livello:  bella ricetta perfettamente eseguita, profumatissima, esaltata da una freschezza ancora accettabile. Un'altra ottima sorpresa da un birrificio, Amager, che è ormai una certezza.Formato: 50 cl., alc. 6.5%, IBU 100, lotto 1172, scad. 10/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery – Sweet Black Lady Stout

Eccoci arrivati all'ultimo appuntamento del 2015 con HOMEBREWED!, la rubrica che ospita le vostre produzioni casalinghe; oggi è il turno di Giacomo Savattieri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. In una zona della Sicilia dove purtroppo non ci sono molte opportunità di reperire birre di qualità, una possibile "salvezza" dalle birre industriali è stata per Giacomo iniziare a farsela da solo; la sua passione è nata cinque anni fa, dapprima con i soliti kit rapidamente rimpiazzati da produzioni All Grain. Negli ultimi anni anche la Sicilia, con un po' di ritardo rispetto ad altre regioni settentrionali, ha visto nascere molti nuovi microbirrifici e beerfirm che stanno portando una ventata di novità: speriamo che sia davvero l'inizio di una rivoluzione "artigianale" e che sempre più persone abbiano accesso alla birra di qualità. E, perché no, a sempre più persone venga voglia di provare l'avventura dell'homebrewing.Ringrazio quindi Giacomo per avermi inviato un paio di bottiglie della sua Sweet Black Lady, una sweet stout all'avena. La ricetta prevede malti Pale, Crystal, Carafa, Black Roast, avena, luppolo Northdown (solo amaro) e decotto di carrube. L'aspetto è davvero splendido ed invitante: ebano scuro ed una cremosissima schiuma beige, molto fine e compatta, molto persistente. Al naso emergono con una discreta intensità l'orzo tostato, sentori di caffè e frutta secca, mirtillo, forse carrube o cioccolato al latte.L'aroma è semplice ma abbastanza pulito, senza off-flavours: migliorabile è invece la finezza e l'eleganza dei singoli elementi.  Bene invece la sensazione palatale: il corpo è tra il medio ed il leggero, con una discreta cremosità conferita dall'avena. La carbonatazione, sebbene molto sottile, è inizialmente un po' troppo elevata: meglio lasciarla stemperare un po' nel bicchiere. Il gusto presenta una buona intensità ma una minore pulizia rispetto all'aroma: orzo tostato, caffè e liquirizia con il dolce del caramello bruciato a bilanciare formano una bevuta complessivamente gradevole, bilanciata e priva di difetti. Il finale è abbastanza corto, con l'acidità dei malti scuri, una lieve carezza etilica e un leggero amaro, tostato e terroso.  Una stout facile da bere che non sacrifica affatto l'intensità, sorretta da una sensazione palatale morbida e piacevole. Bene le fondamenta, ora quello su cui secondo me c'è da lavorare è la finezza e l'eleganza: al di là di una "generale" sensazione positiva di quello che c'è nel bicchiere, il passaggio ad un livello "superiore" implica che sia possibile sentire più distintamente i vari elementi che compongono il gusto.  Facile per me da dire, meno da mettere in pratica per chi la birra la deve poi fare. Questa la  valutazione su scala BJCP:  31/50 (Aroma 7/12, Aspetto 3/3, Gusto 11/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 6/10).   Ringrazio ancora Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 50 cl., alc. 5.2%, imbott. 31/10/2015.

Les 3 Fourquets Lupulus Hibernatus

Secondo appuntamento con la Brasserie Les 3 Fourquets, già incontrata il mese scorso e fondata nel 2007 a Gouvy (provincia del Lussemburgo belga) da Chris Bauweraerts e il cognato Pierre Goubron dopo aver ceduto la Brasserie d'Achouffe alla Duvel-Moortgat.Tra le birre prodotte da Les 3 Fourquets, la gamma Lupulus è senza dubbio quella di maggiore successo: il nome si riferisce all'animale un tempo piuttosto diffuso nelle foreste delle Ardenne ma anche al nome scientifico latino del luppolo, ovvero Humulus Lupulus. Accanto alla Tripel chiamata semplicemente Lupulus ed alla Brune, la proposta dedicata ai mesi più freddi dell'anno è la Lupulus Hibernatus, accompagnata da una spiritosa etichetta nella quale, sotto una cornice di piante di luppolo agghindate da luci natalizie vi si trova stramazzato a terra un lupo con la pancia gonfia ed un calice di birra ormai vuoto.Si veste di un colore che si colloca tra l'ebano e la tonaca del frate, con intensi riflessi rosso rubino; la testa di schiuma che si forma è abbastanza compatta e cremosa, color beige chiaro,  ed ha una discreta persistenza. Il naso è dolce e caldo, con prugna ed uvetta, ciliegia, frutti di bosco, caramello e biscotto alla cannella (speculoos), frutta secca, una suggestione di amaretto.  Al palato - rispettando la tradizione belga - non risulta affatto ingombrante nonostante la gradazione alcolica (9%): corpo medio, bollicine abbastanza vivaci e una consistenza tra l'acquoso e l'oleoso che l'aiuta a scorrere senza intoppi. Volendo si potrebbe persino aumentare la frequenza di bevuta, ma è una birra che predilige essere sorseggiata senza fretta per assaporare il dolce di caramello, prugna e fichi secchi, zucchero candito, speculoos e liquirizia. L'acidità dei malti tostati utilizzati la bilancia assieme alla leggera nota americane finale, prevalentemente terrosa con qualche lievissima tostatura: bene intensità e pulizia, non c'è invero una gran complessità ma quello che c'è risulta molto ben fatto e godibile con una speziatura dichiarata (cannella) molto leggera.   L'alcool rimane delicatamente in sottofondo, irrobustendo la birra e facendosi sentire - senza mai gridare - solamente nel retrogusto caldo ed avvolgente, ricco di liquirizia e frutta sotto spirito.  Un bel Winter Warmer, appagante e intenso quanto basta: anche in solitudine la bottiglia da settantacinque centilitri si consuma senza nessuna difficoltà magari abbinandola ad uno dei tanti dolci natalizi.Formato: 75 cl., alc. 9%, lotto D10, scad. 12/2016, 4.60 Euro (foodstore, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Amager Lubricated Labrador

Debutta a gennaio 2014 la nuova Imperial IPA del birrificio danese Amager, fondato nei pressi dell’aeroporto di Copenhagen nel 2006 da Morten Valentin Lundsbak e Jacob Stor ed uno tra i più prolifici (qualcuno potrebbe anche dire “troppo”) della scena europea degli ultimi anni. La birra viene chiamata Lubricated Labrador e va ad affiancare la storica Double IPA chiamata Gluttony. Per l'occasione viene citata una fantomatica ricerca che esplora il rapporto tra la birra ed il mondo canino, specie animale che a quanto pare apprezza questa bevanda. Uno studio recente ha cercato d'individuare quelli che sarebbero gli stili brassicoli preferiti di determinate razze di cane: i Pechinesi gradirebbero bere Radler, i Rottweiler le imperial stout. I Beagle non s'attenterebbero a bere qualcosa di diverso da una strong lager mentre i Labrador Retriever amerebbero il luppolo e quindi le IPA. Questa razza è anche la preferita del birrificio, per un semplice motivo: è grande, gentile e ha un grosso appetito, proprio come le persone che lavorano all'Amager. Queste le surreali note d'etichetta di quella che il birrificio chiama una Imperial Canine IPA: malti Pilsner, Munich e Melanoidin, luppoli Hercules, Mosaic, Simcoe ed Amarillo; etichetta ad opera di Simon Hartvig Daugaard. Si veste di oro antico, con venature ramate, leggermente velato: la schiuma biancastra è fine e cremosa, compatta ed ha un'ottima persistenza. Bottiglia "nata" lo scorso ottobre e aroma ancora abbastanza fresco e dalla buona intensità. L'ottimo livello di pulizia permette di godere di una macedonia di frutta nella quale domina l'ananas, affiancato da pesca/mango, melone, arancia e pompelmo. Non c'è molta complessità, ma i profumi sono gradevoli e invitano a procedere rapidamente con l'assaggio. Nonostante si tratti di una Imperial IPA la base maltata non è affatto ingombrante (crosta di pane, miele, un accenno di biscotto) ma fornisce l'adeguato supporto alla generosa luppolatura che richiama l'aroma: polpa d'agrumi, mango e ananas, una leggera sensazione di canditi quando la temperatura si alza. Il dolce è tuttavia solo un breve ma succoso preludio all'amaro, resinoso e pungente, che cresce rapidamente per poi diventare il vero protagonista di questa Lubricated Labrador: bene l'intensità che non perde mai eleganza, un po' monotona la "melodia" in quanto batte sempre sullo stesso tasto senza nessuna sorpresa. La lunga scia amara e resinosa che lascia chiude il percorso con ostinata coerenza; Lubricated Labrador è una DIPA robusta e solida, nella quale l'alcool (8.5%) si sente senza risultare d'intralcio ad una bevuta mai impegnativa. Il livello è al quanto buono, ma non al punto da far salivare quanto il grazioso cane raffigurato in etichetta: sareste comunque ben felici di essere soccorsi da un Labrador che porta sulle spalle due botticelle piene di questa birra.Formato: 50 cl., alc. 8.5%, lotto 1158, scad. 10/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fantôme de Noël

A cinque anni di distanza dal primo disastroso incontro, faccio un secondo tentativo con la birra natalizia del birrificio Fantôme, estrosa e controversa creatura del birraio Dany Prignon, che non ha mai fatto della costanza produttiva il suo punto di forza. Ultimamente le cose sembrano essere un po' migliorate ed è da qualche anno che non mi capita di dissetare il lavandino con una bottiglia di Fantôme.Aperto nell'aprile del 1988, dopo quasi trent'anni d'attività Fantôme si trova ancora nello stesso casolare della campagna di Soy, Ardenne valloni, dove  Dany e suo padre installarono un piccolo impianto di produzione dismesso dalla Brasserie D’Achouffe. Nonostante la fama di "culto" conquistata soprattutto negli Stati Uniti grazie all'incontro con l'importatore Shelton Brothers, Prignon non ha nessuna intenzione di cambiare: "alla mia età non è che uno pensa di sviluppare ancora di più la propria attività o di fare investimenti su attrezzature, sarebbe da sciocchi. Sono felice della mia tranquillità, della serenità conquistata con sacrifici e lavoro duro". Passiamo alla Noël, la birra dal contenuto alcolico più elevato (10%) tra quelle prodotte da  Fantôme. Completo restyling dell'etichetta rispetto a quella bevuta anni fa, e birra che si presenta nel bicchiere di color ambrato opaco, con intensi riflessi rossastri; la schiuma è perfettamente compatta e cremosa, color crema e dalla lunghissima persistenza. L'aroma, pulito, è un interessante e complesso intreccio di profumi che vanno dalla ciliegia,  allo zucchero candito (o forse filato), dalla lieve asprezza dei frutti rossi a quell'impressione di "fragole con la panna" che è il marchio di fabbrica delle migliori Fantôme; e poi prugna ed un ricco bouquet di spezie che include zenzero, cardamomo, forse noce moscata.Vivace al palato, la natalizia di Fantôme scorre piuttosto bene nonostante l'elevata gradazione alcolica: l'aiutano un corpo medio ed una vivace carbonizzazione. Il gusto parte sul versante dolce (biscotto, caramello, zucchero candito, miele) per poi virare bruscamente nella seconda parte della bevuta: le spezie prendono il sopravvento con un'intensità davvero notevole, nonostante siano passati due anni dalla messa in bottiglia. Zenzero, pepe, noce moscata e ginepro rapidamente esondano e s'affiancano alle note amaricanti di erbe officinali e medicinali, rendendo la birra molto sbilanciata e - almeno nel mio caso - difficile da bere. L'alcool rimane ben nascosto mettendo la testa fuori dal guscio solo nel retrogusto prendendo a braccetto il pepe per portare un po' di tepore nell'inverno. Ma sono le spezie, e non certo la componente etilica, a far si che sia necessaria una sosta più lunga del previsto tra un sorso e l'altro: una bottiglia molto poco bilanciata, che si finisce con molta, troppa fatica.Formato: 75 cl., alc. 10%, lotto dm13, scad. 12/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller X-mas Porter 2014 Fra Til Via

Dall’ampia offerta natalizia proposta da Mikkeller ho scelto quest’anno la “Fra Til Via”: una robusta porter speziata accompagnata da un’etichetta che, volendo, può anche trasformarsi in un biglietto d’auguri. Basta scrivere il vostro nome e quello del destinatario del regalo.  La Porter di Mikkeller  (versione “anglosassone” del Natale ) affianca la kerstbier belga Santa's Little Helper  (anche in svariate edizioni barricate) , la luppolata Hoppy Lovin Christmas IPA (prodotta con aghi di pino, anch’essa disponibile con affinamento in legno) e la  Red / White Christmas, una  robusta “Imperial Wit “. Non si fa mancare il passaggio in botte nemmeno questa Fra Til Via, che potrete provare nelle declinazioni ex-Tequila, ex-Brandy ed ex-Grand Marnier: viene prodotta in Belgio presso il fido De Proef. Nera, molto invitante nel bicchiere con il suo compatto cappello di schiuma beige, cremosa e abbastanza compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma porge il suo benvenuto con i profumi di liquirizia, caffè e tortino di cioccolato: la speziatura è delicata ma presente. Anice, (pan di) zenzero, forse cardamomo. Nonostante la robusta gradazione alcolica (8%)  è una porter che al palato risulta quasi leggera e molto scorrevole: il corpo è medio, le bollicine forse sono un po’ in eccesso per lo stile; meglio farla riposare un  po’ più del solito nel bicchiere per farle calmare. Più “watery” che oleosa, riesce comunque a trasmettere una sensazione palatale morbida e gradevole. Il gusto è particolarmente ricco di caffè e tostature, liquirizia: pochissimo il dolce, giusto una nota di caramello bruciato in sottofondo a fornire un minimo supporto; sono le spezie, assieme all’acidità dai malti scuri, a portare equilibrio stemperando l’amaro del caffè con una chiusura quasi “rinfrescante”. L’alcool è molto ben nascosto, portando un po’ di tepore solo nel retrogusto, assieme alle intense note di caffè amaro, tostature e un tocco terroso.  Una sorta di “caffè natalizio”, con un uso moderato ed azzeccato delle spezie che, pur non reclamando un ruolo da protagonista, danno comunque un interessante contributo: non scalda molto, è vero, ma un po’ di atmosfera natalizia riesce comunque a trasmetterla.Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 27/08/2019, 5.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Baladin Pop

Probabilmente è "giusto" che sia lui, già “colpevole” della rivoluzione della birra “artigianale” italiana, il primo produttore a commercializzare una birra “artigianale” italiana in lattina. E’ Teo Musso, pioniere del movimento italiano ma “colpevole” di aver da subito posizionato la birra “artigianale” molto in alto, puntando alla ristorazione, in bottiglia rigoroso formato da 75 cl. “fighetta ed ingessata”, lontano dalla “strada” e dai giovani, che difficilmente avrebbero speso determinate cifre per dissetarsi. Una strategia  inizialmente necessaria per differenziarsi dal prodotto industriale ma dal 1996 ad oggi i cambiamenti sono stati evidenti: il formato “ristorante” è stato surclassato da quello 33,  nuovi microbirrifici concorrenti sono spuntati come funghi e la birra “artigianale” è pian piano arrivata anche nei bar di periferia e sugli scaffali del supermercato. Fedele al motto “business never sleeps” ecco che Teo Musso è di nuovo in prima linea: “la lattina è un sassolino che volevo togliermi da tempo per sdoganare il concetto di birra di qualità a prescindere dal recipiente”, dichiara.  Poco importa se per gli appassionati di craft beer la lattina italiana è una novità da sbadiglio, considerando tutte quelle che da anni  importate da USA e UK. Poco importa se nel 2010 a Stabio, a pochi chilometri dal confine Italo-svizzero, il microbirrificio (quasi italiano) Bad Attitude aveva davvero anticipato i tempi della lattina; persino le dichiarazioni fatte dal Lorenzo Bottoni di allora e  riportate da Fermento Birra suonano molto simili a quelle di Musso: “mettere la birra artigianale in lattina ha un significato simbolico molto forte. Vogliamo ridare alla birra una dignità popolare, vogliamo poterla bere ovunque e in qualsiasi occasione”. E poco importa che il nome scelto (Pop) non sia esattamente originale sul suolo italico, così come l’idea di commercializzare la birra/lattina con sei diverse etichette “da collezionare”, tributo alla Pop Art:  la beerfirm campana Okorei realizzò lo scorso anno la birra I.Pop, venduta con tre etichette diverse “da collezionare”. Baladin resterà probabilmente nella storia per essere stato “l’inventore della birra artigianale italiana in lattina”. Punto. La POP viene presentata lo scorso 27 novembre in tutti i locali Baladin; il vernissage dedicato alla stampa è invece organizzato qualche giorno prima, esattamente il 23 novembre, all'interno delle grotte di Bossea. E’ in questa suggestiva cornice che Teo Musso svela a fianco della popolare lattina anche una nuova creazione molto più elitaria e costosa: la “Baladin Metodo Classico”, accompagnata dalla presenza dello chef Davide Oldani.  Riguardo alla Pop, Teo Musso dichiara che si tratta di “birra in stile Baladin reinterpretata in chiave pop con l’intento di proporre una birra di grande qualità ma facilmente fruibile”: prezzo di vendita dichiaratamente consigliato (2.80 Euro). Trentamila le prime lattine prodotte, con la previsione di arrivare a 150 mila entro il primo anno. Digressioni sul contenitore a parte, quello che in verità dovrebbe interessare qualsiasi bevitore è il contenuto: com’è allora la Pop di Baladin? Se la lattina non è una novità, neppure la birra lo è: la Pop si può bere dallo scorso anno, quando fece comparsa nei locali Open Baladin e in alcuni festival.Perfettamente dorata, leggermente velata, forma nel bicchiere una compatta e cremosa testa di schiuma bianca dalla buona persistenza. L'aroma (dry-hopping dichiarato di Mosaic e Cascade, quest'ultimo prodotto in Italia) affianca a toni floreali una predominante componente agrumata: cedro, limome, scorza di mandarino, lemongrass. All'innalzarsi della temperatura emerge qualche richiamo di agrume candito; bene pulizia ed eleganza, con un'intensità moderata. Al palato è una leggera base malata (pane, cereali, lieve miele) a dare il necessario supporto alla delicata luppolatura che accompagna tutta la bevuta con note erbacee e zesty. Bene la sensazione palatale, corpo tra il medio ed il leggero con la giusta quantità di bollicine ed una sensazione tattile lieve ma morbida; la chiusura è abbastanza secca, preludio ad un retrogusto amaricante non molto lungo che prosegue in linea retta sui binari dell'erbaceo e della scorza d'agrumi.Popolare e facilmente fruibile nelle intenzioni, la Pop lo è anche di fatto: il gusto privilegia la leggerezza e l'eleganza alla potenza, e fin qui nessuna sorpresa: chi conosce Baladin non si aspetta di certo dry-hopping sfacciati e cafoni o amari asfalta-palato. Eppure qui l'amaro c'è, direi in una misura addirittura superiore agli standard-Baladin; la freschezza di una lattina che non ha ancora affrontato i mesi più caldi dell'anno nei magazzini dei distributori o dei supermercati risulta poi determinante per apprezzarne la delicata fragranza. Una birra che non stupirà chi da anni naviga nel mondo delle craft, o chi cerca in questa lattina la risposta italiana alla Punk IPA: qui c'è una buona pulizia, un grande equilibrio e la necessaria intensità per conquistare - probabilmente e sopratutto - chi ha sempre acquistato ben altri tipi di lattine.  Il prezzo proposto è davvero inferiore alla purtroppo elevata media nazionale, ma si potrebbe (e si dovrebbe) fare di più se si vuole davvero conquistare il popolo e far entrare decine di lattine negli zaini e nelle borse frigo pronte per i picnic o per la spiaggia.Formato: 33 cl., alc. 5.7%, IBU 35, lotto 223/150 BB, scad. 31/07/2016, 2.80 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.