Lervig Lucky Jack Grapefruit Edition

Una delle ultime tendenze mode nel mondo della craft beer è quella delle "Fruit IPA": sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta, alle Radler o alle Berliner Weisse), pare che la prima IPA (commerciale) con aggiunta di frutta sia stata la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. In Europa siamo arrivati con qualche anno di ritardo, e al momento il "fulcro" produttivo di questa varietà di IPA sembra essere la Svezia: Brewski ne fa quasi un marchio di fabbrica e la beerfirm Omnipollo va anche oltre il semplice concetto di "Fruit IPA", spingendosi sull'estremo delle "Smoothie Beer" (sic!) dove oltre alla frutta viene aggiunto lattosio (e  anche vaniglia).Dalla Scandinavia arriva pure il birrificio Lervig, fondato a Stavanger (Norvegia) nel 2005 ma degno d'interesse solo a partire dal 2010, quando in sala di cottura sbarca l'americano Mike Murphy e rivoluziona completamente la gamma produttiva, sino ad allora focalizzata su anonime lager. Ve ne avevo parlato qualche anno fa di ritorno dalla Norvegia.L'opera prima del nuovo corso inaugurato da Murphy è l'American Pale Ale chiamata Lucky Jack, ad oggi diventata la flagship beer di Lervig; giusto quindi che fosse lei ad essere la prima "fruit IPA" (o APA, poco importa) realizzata dal birrificio di Stavanger, che attualmente esporta all'incirca il 30% del suo fatturato realizzato su un impianto da 25 ettolitri.  La birra.Ricetta ovviamente immutata rispetto alla Lucky Jack "normale", se si esclude l'aggiunta di scorza e succo di pompelmo rosa: Pilsner e Caramel i malti, Chinook, Citra ed Amarillo i luppoli.All'aspetto è di colore arancio opalescente, con una schiuma bianca dalla discreta persistenza ma un po' grossolana e scomposta. Il naso, ça va sans dire, è dominato dal pompelmo rosa in lungo e in largo, con un tocco di arancio e di frutta tropicale molto in sottofondo. Il bouquet risulta un po' monotematico ma è comunque supportato da ottima intensità, pulizia e freschezza. Il percorso prosegue al palato in linea retta con una bevuta che, dopo un ingresso maltato (crackers) e un dolce passaggio tropicale (mango) ritorna saldamente in mano al pompelmo: prima la polpa, poi l'amaro della scorza che caratterizza in tutto e per tutto il finale ed il retrogusto. Molto bene secchezza e pulizia, bene ma senza impressionare  l'intensità, ottima fragranza. Mi fermo qui con la descrizione della birra che è oggettivamente ben costruita per dissetare con facilità senza domandare nessun sforzo a chi se la trova tra le mani. Riguardo alla piacevolezza, che rientra nei parametri del proprio gusto, la trovo personalmente troppo caratterizzata dal pompelmo: non è una Radler ma non siamo molto lontani, andando ben oltre la semplice "aromatizzazione al pompelmo", soprattutto al palato. Buona, per carità, ma troppa. Ammetto di non essere un grande fan di queste IPA/APA con aggiunta di frutta, ma se proprio ne devo bere una mi orienterei senza esitare troppo sulla High Wire di Magic Rock. Formato: 33 cl., alc. 4.7%, IBU 45, lotto KL 10:18, scad. 10/02/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mother Earth Boo Koo

Il nome non è dei più originali, quindi bisogna fare attenzione a non confondersi: Mother Earth Brewing si trova a Kinston, North Carolina,  mentre mentre Mother Earth Brew Company è a Vista, California del Sud, cinquanta chilometri a nord di San Diego.  I due birrifici non si sono ancora fatti causa, quindi per ora tutto bene. A noi oggi interessa quello californiano, fondato all’inizio del 2010 da  Daniel Love e dal figliastro Kamron Khannakhjavani; stanco della sua carriera come Sales Manager di una multinazionale nel business della telefonia, all’età di cinquant’anni decide d’investire il suo 401K in una nuova avventura in campo brassicolo. Fondamentale fu il suo incontro al Great American Beer Festival del 2008 con Lee Chase, head brewer per una decina d'anni presso Stone, dove si era occupato dell’avviamento del nuovo impianto di Escondido. Lasciata Stone nel 2006 nelle mani di Mitch Steele, Lee ha iniziato ad offrire consulenze ad altri nuovi birrifici/start-up, oltre a fondare la Blind Lady Ale House in San Diego con l’annesso birrificio Automatic Brewing.Daniel  e Kamron erano già intenti a trafficare con le pentole, ma ora iniziano a lavorare seriamente alle ricette sotto la supervisione di Lee:  dalle cotte in garage si passa all’inaugurazione dei locali (185 metri quadri) di Thibodo Road,  a Vista, dove oltre agli impianti trovano spazio un negozio per homebrewing e una piccola taproom.  I volumi crescono rapidamente e nel 2012 è già tempo di trasferirsi nella nuova sede (2600 mq., impianto da 65 HL) di 206 Main Street Vista dove attualmente lavorano 55 dipendenti  per un potenziale annuo di 35.000 ettolitri ormai completamente saturato dalla domanda del mercato; nella vecchia sede di Thibodo Road rimangono ancora operativo un impianto da 20 barili e la taproom. Chris Baker riveste oggi il ruolo di head brewer.  A ottobre del 2014 Mother Earth ha lanciato sul mercato le prime lattine, partendo con la propria “flagship beer” ovvero la Cali Creamin '- Vanilla Cream Ale.  Entro la fine del 2016  dovrebbe poi essere inaugurato anche il nuovo stabilimento di Boise (Idaho), a 1500 chilometri di distanza da Vista: 3760 metri quadri per un potenziale annuo di oltre 100.000 ettolitri a soddisfare i piani di espansione di Mother Earth. Lo stato dell’Idaho offre una maggior disponibilità di risorse idriche ed un costo più basso delle proprietà immobiliari rispetto alla “costosa” California.La birra.Boo Koo, slang americano che consiste in una "storpiatura" del francese "beaucoup": significa "tanto", "in grande quantità". Aggettivo ovviamente in questo caso riferito all'abbondante luppolatura di questa West Coast  IPA: Mosaic e Simcoe, supportati da un semplice parterre di malti che annovera Pilsner, Carapils e frumento in fiocchi.Si presenta perfettamente dorata e leggermente velata con una bianchissima testa di schiuma compatta e cremosa, dalla buona persistenza. La messa in lattina risale allo scorso marzo, con i quattro mesi di vita che iniziano a farsi sentire: l'aroma non brilla di fresco ma si difende con dignità, regalando un bouquet di agrumi (cedro e pompelmo), ananas, miele e qualche profumo che oscilla tra gli aghi di pino e quell'intraducibile "dank". L'intensità è discreta, la pulizia c'è ma l'aroma è ovviamente soltanto un "quel che resta di" quello che c'era in California. Le cose non migliorano purtroppo al palato, privo di quella parte "succosa" e fruttata che costituisce la spina dorsale delle West Coast IPA. Rimane solo una delicata presenza di agrumi (pompelmo, arancia) ed un velo di tropicale ad accompagnare la snella base maltata (pane e miele); la secchezza è quella giusta, mentre l'amaro finale non incide più di tanto, con le note resinose e vegetali che hanno perso parecchio smalto e non pungolano il palato più di tanto. Risulta sempre difficile descrivere una birra che ha perduto buona parte del suo elemento principale, la freschezza/fragaranza: i tre-quattro mesi di età anagrafica sarebbero un limite massimo ancora accettabile, questa Boo Koo in effetti si beve con discreta soddisfazione ma è solo una magra consolazione. La stagione estiva ed il caldo non sono sicuramente il miglior amico per le trasferte intercontinentali, con il rischio "colpo di calore" sempre dietro l'angolo: se proprio si vuole tentare la sorte con le IPA che arrivano dagli Stati Uniti, meglio attendere le importazioni dei mesi invernali. Ogni tanto faccio finta di dimenticarmelo e sfido la sorte, ricevendo puntualmente la più o meno severa ma giusta punizione.Formato 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 52.3, imbott. 15/03/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Spufi Brewing Saison d’Herfst

Ultimo appuntamento prima della pausa estiva con HOMEBREWED!, ovvero le vostre produzioni casalinghe; ritorna sul blog Spufy Brewing, ovvero il birrificio casalingo di Mirko Pizzi che vi avevo presentato lo scorso ottobre. Riassumo in breve il suo percorso di formazione: galeotta fu Lurago Marinone, ""casa"" del Birrificio Italiano, a pochi chilometri di casa. L'incontro quasi casuale con un bicchiere di Bibock lo spinse ad approfondire la conoscenza con la birra di qualità, il beer-hunting e, pian piano il desiderio di provare a produrla a casa;  dal 2008 inizia assieme ad amici a sperimentare con i vari kit da estratto, ma i risultati non sono molto soddisfacenti. Le cose migliorano solamente a partire dal 2012, quando Mirko decide di passare all’All Grain: nel tempo libero dal suo lavoro da programmatore si forma in modo completamente autodidatta, soprattutto attingendo informazioni da siti specializzati in internet.  La 1/2 IPA bevuta lo scorso hanno mi aveva favorevolmente impressionato, ma ora il tasso di difficoltà si alza in quanto nella bottiglia di oggi c'è una Saison. Una Saison d'Herfst per la precisione, ovvero "Saison d'autunno": è stata infatti imbottigliata lo scorso ottobre e la sua particolarità è che vede l'utilizzo di luppoli coltivati da Mirko stesso: Chinook, East Kent Golding e Tettnang. Il resto della ricetta indica malto Pils, fiocchi d'orzo, fiocchi d'avena e un dry-hopping di Chinook.La birra.Si presenta di colore dorato, piuttosto pallido e velato, con un esuberante cappello di bianca schiuma pannosa che tende a scomporsi in fretta, pur restando a lungo e obbligando ad una breve attesa prima di riuscire a comporre il bicchiere. Al naso è la banana ad essere in evidenza, accompagnata da profumi di erbe officinali, mollica di pane ed una leggera presenza di scorza di limone; i fenoli portano in dote una delicata speziatura (chiodo di garofano) ma anche una nota meno gradevole di plastica, sebbene è la sua intensità sia davvero minima e avvertibile solo con molta attenzione.Nel complesso l'intensità dell'aroma è buona sebbene ci sia un po' troppa banana, e non solo per i miei gusti. Al palato le bollicine sono tante, com'è giusto che siano in una Saison, ma qui si va un po' oltre: sono piuttosto aggressive ma basta far roteare un po' il bicchiere per riportare la situazione entro limiti accettabili; il corpo è medio, con una buona scorrevolezza anche se non ai migliori  livelli del Belgio. La bevuta inizia dolce di miele e pane, molta banana matura, un po' di polpa d'arancio, canditi, ed una componente zuccherina un po' ingombrante. Una lieve acidità e le vigorose bollicine provano a stemperarla assieme alla chiusura leggermente amaricante nella quale le note terrose incontrano quelle zesty. L'attenuazione non è male, ma potrebbe essere migliore contribuendo ad asciugare ulteriormente il dolce d'inizio bevuta; l'alcool è abbastanza ben nascosto, facendosi sentire solamente  nel finale e nel retrogusto. Il livello di pulizia è buono, così come l'intensità dei sapori e degli aromi: assente è invece quel carattere rustico che vorrei sempre trovare in una Saison. Nel complesso la birra è discreta e si beve con soddisfazione: tre sono secondo me gli aspetti su cui lavorare. La parte dolce/zuccherina è troppo in evidenza e non viene mai completamente "asciugata", lasciando il palato un po' appiccicoso; abbassare drasticamente il "fattore banana", troppo in evidenza sia all'aroma che al gusto, sopratutto quando la temperatura della birra si alza; ottenere una maggior attenuazione. Per il mio gusto personale consiglierei poi un profilo agrumato più in evidenza ed anche un po' più d'amaro finale, per favorire una maggiore pulizia alla fine di ogni sorso.Questa la  valutazione su scala BJCP:  33/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 12/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10). Ringrazio Mirko per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 33 cl., OG 1067, alc. 6.8%, IBU 40, imbott. 05/10/2015.

Brekeriet EKG Sour

Ritorna dopo qualche mese Brekeriet, società svedese  nata inizialmente come importatrice di birra nel 2010 per diventare nel 2012 un vero e proprio birrificio. A guidarla i tre fratelli Ek (Fredrik, Christian ed André) che hanno scelto di focalizzarsi esclusivamente su birre a fermentazione selvaggia, inoculando brettanomiceti e batteri. La produzione è partita nel 2012 a Djurslöv, dieci chilometri da Malmö con 6000 litri  prodotti che sono poi divenuti 18000 nel 2013 e 36000 nel 2014. Si è reso quindi necessario un ampliamento degli impianti e un trasferimento un po’ più a nord nella nuova e più ampia sede (800 mq) di Landskrona, a metà strada tra Malmö ed Helsingborg. Proprio qualche mese fa è stato inaugurato il nuovo impianto proveniente dall’Inghilterra con una capacità di 20 hl a cotta; a Landskrona ci sono quattro fermentatori d’acciaio da 20 hl che vengono utilizzati per birre acide fermentate con saccaromiceti e brettanomiceti. La precedente sede di Djurslöv rimane operativa sino alla fine del contratto di locazione con fermentatori in acciaio (75 hl) e botti in legno: è qui che vengono realizzate le birre che prevedono l’utilizzo di batteri.  Inizialmente disponibili solo nel formato da 75 cl.,  alcune birre sono oggi anche vendute nel formato 33 con una nuova etichetta; l’export è la voce predominante nel fatturato Brekeriet, con una piccolissima percentuale destinata al Systembolaget svedese. Il già vasto catalogo Brekeriet si compone di un nucleo ristretto di birre prodotte tutto l’anno e di moltissime produzioni occasionali.La birra.“Dry Hopping? Non lo facciamo spesso, non lo amiamo in modo particolare e non ne abbiamo una grande conoscenza. Lo facciamo di tanto in tanto per restare al passo coi tempi”, dichiarano alla Brekeriet. La loro prima Sour Ale con dry-hopping è stata la “Sour & Hoppy”, poi seguita dalla “EKG Sour” e dalla ultima nata “Sur Kaskad”, con ovvio dry-hopping di Cascade.  Anche per il dry-hopping viene utilizzato il luppolo invecchiato che il birrificio impiega abitualmente nella produzione delle sue birre acide; consapevoli di questo “nonsense”, attraverso il proprio blog domandano ai clienti: “Vi piacciono? Dobbiamo continuare a farle?”. East Kent Golding è ovviamente il luppolo utilizzato per il dry-hopping di questa EKG Sour, una birra fermentata con diversi ceppi di lieviti selvaggi e lactobacilli.Il suo vestito è opalescente e pallido, tra il dorato e l'arancio; la bianca schiuma è incredibilmente compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. L'acido lattico dà il benvenuto aromatico, accompagnato da note funky che richiamano il sudore e da quelle aspre della scorza del limone e del pompelmo. In sottofondo il dolce del mandarino, dell'arancio e dell'ananas, la cui presenza aumenta all'innalzarsi della temperatura; avverto anche una dolce suggestione di frutti di bosco rossi. Al palato è leggera e  molto scorrevole, ma per il mio gusto qualche bollicina in più le darebbe senz'altro maggior vivacità. Il lattico e l'aspro del limone/lime e della mela verde dominano la bevuta lasciando il dolce della polpa degli agrumi molto in secondo piano; ne scaturisce una birra estremamente secca, dissetante e rinfrescante, perfetta per combattere l'afa di questi giorni.  La presenza di acido lattico è  netto, manifestandosi (forse un po' troppo) anche nell'amaro finale, affiancando l'albedo (più che la buccia) del limone: per aumentare un po' il tasso di dolcezza (frutta tropicale) bisogna attendere che la birra si riscaldi parecchio, perdendo così buona parte del suo potere rinfrescante. Anche per questa EKG Sour devo riproporre alcune delle considerazioni fatte in occasione della Saison Savage: l'intensità è notevole, la pulizia è buona ma migliorabile, il carattere è sinceramente rustico, ruvido ma sincero anche nelle sue imprecisioni. Le gioverebbe sicuramente qualche contrappunto dolce più evidente, almeno per il mio gusto, ma se cercate una birra dissetante per le sere più calde dell'anno, questa EKG Sour non vi deluderà; devono ovviamente piacervi le birre acide, perché questa di sconti non ne concede molti.Formato: 75 cl., alc. 5.3%, scad. 09/11/2020, 12.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra Dell’ Eremo Fiera

Esordio sul blog anche per il birrificio umbro Birra Dell’ Eremo, operativo dal 2012 a Capodacqua di Assisi e fondato dalla coppia (nella vita e nella professione) Enrico Ciani e Geltrude Salvatori Franchi. Dei due è  Enrico  ad occuparsi della produzione di birra, con una trafila che è partita dall’homebrewing per sfociare nei corsi di formazione del CERB (Centro di Eccellenza per la Ricerca sulla Birra di Perugia), dopo la laurea in Agraria. Geltrude, laureata in Relazioni Internazionali, si occupa degli aspetti commerciali e manageriali del birrificio, supportata da alcuni membri della propria famiglia. Il nome scelto, Eremo, è ovviamente riferito all’Eremo delle Carceri, sulle pendici del monte Subasio, dove Francesco d’Assisi ed i suoi seguaci si ritiravano in preghiera e meditazione.Le prime tre birre che vengono prodotte sull’impianto Lainox con sala cottura da 500 litri sono “Nobile” (Golden Ale), “Saggia” (Blanche) e “Magnifica” (American Pale Ale); con il tempo se ne sono aggiunte altre rendendo necessaria una classificazione in “classiche”, “riserva” e “speciali”. Alle ultime due   categorie appartengono gli invecchiamenti in botte e le produzioni occasionali.Alle ultime edizioni di Birra dell’Anno sono anche arrivate le prime medaglie:  nel 2014 argento per la Magnifica, nel 2015 argento per la Nobile nel 2016 ha conquistato l’oro nella categoria d’appartenenza.E prima di passare allo stappo della bottiglia, citazione d’oblligo per le belle etichette realizzate dal fumettista perugino Alessandro Bacchetta.La birra.Fiera, ovvero la bestia: questo il nome scelto per l'American IPA di casa, che dovrebbe utilizzare una luppolatura di Amarillo, Cascade e Chinook; da quanto leggo la ricetta è ancora quella della prima cotta, che non ha più subito modifiche. La fotografia come al solito inganna un po', perché il suo colore è ramato con venature dorate, velato e sormontato da una perfetta schiuma biancastra, molto cremosa e compatta, dalla lunghissima persistenza. Impossibile indovinare la data di nascita della bottiglia, anche se il lotto riportato presuppone quantomeno un esemplare dei 2016. Il naso conferma, con un buon livello di freschezza ed una pulizia che permette d'apprezzare i profumi floreali, del pompelmo e del mandarino, della pesca bianca; a dispetto dell'aggressiva etichetta il profilo è dolce e quasi "femminile" (se mi passate il cliché), con suggestioni tropicali, di frutti di bosco rossi e di bubble-gum alla fragola. Piuttosto gradevole anche il palato, con corpo medio, poche bollicine e una morbidezza che accompagna sempre la bevuta, molto scorrevole. La base maltata (caramello, biscotto) non è per nulla invadente e beneficia della freschezza della bottiglia, costituendo una delicata introduzione al dolce della frutta che rispecchia in toto l'aroma. Anche al palato emergono sentori floreali, di pesca bianca e di bubble-gum fino alla chiusura amaricante  che si svolge a cavallo tra il vegetale ed il terroso. Il livello d'amaro è piuttosto contenuto: bilancia la bevuta, si ritaglia un piccolo spazio ma è subito affiancato dal dolce che ritorna anche nel retrogusto. Paga dazio la secchezza, non proprio encomiabile e penalizzata da un residuo zuccherino che aleggia sempre alla fine di ogni sorso.Ne risulta un'idea di IPA piuttosto docile ed accessibile soprattutto a chi non ha grosse familiarità con lo stile e non ama gli alti livelli d'amaro, incasellandosi in quel filone di IPA italiane che trova ancora parecchi seguaci: benché pulita e godibile, risulterà forse poco interessante per chi ama le "vere" IPA americane, sia che si parli di West Coast, di East Coast o delle ultime interpretazioni alla "succo di frutta". Non ci sono difetti, c'è pulizia ma - e parlo a livello strettamente personale - il bouquet aromatico e quello gustativo non incontrano esattamente il mio gusto: indecisa su qualche strada prendere con decisione (agrumi? frutta tropicale?) offre un po' di tutto evidenziando quella che mi sembra essere una personalità ancora un po' indefinita.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 45, lotto X01516, scad. 10/2017, 3.30 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

BrewDog: This. Is. Lager & Dead Pony Club

L’estate avanza e con lei il caldo e la voglia di birre leggere, rinfrescanti e dissetanti, da bere senza troppi pensieri. Ecco due proposte dagli scozzesi di BrewDog, entrambe disponibili nel pratico formato lattina che ben si presta al trasporto e al consumo all’aperto. Partiamo dalla This. Is. Lager., con quei “puntini” che vorrebbero indicare il suo voler essere la risposta definitiva alla domanda “come dovrebbe essere una lager”: “la nostra missione è ridare cuore ed anima ad uno stile che è stato per troppo tempo definito da una serie di birre inutili che non meritavano di appartenervi”, annunciano alla BrewDog. . Si tratta del terzo tentativo da parte del birrificio scozzese di realizzare una convincente alternativa alle lager e alle pilsner industriali che dominano gli scaffali dei supermercati: in precedenza c’era stata la 77 lager poi pensionata in favore della Fake Lager, arrivata a aprile 2013 e abbandonata dopo poco più di un anno. Il 2 settembre 2014 BrewDog annuncia la nascita della This. Is. Lager.,  comunicando anche che il giorno successivo tutti i BrewDog Bar del Regno Unito offriranno gratuitamente un 1/3 di pinta a chiunque la vorrà provare.  La ricetta dovrebbe prevedere malti Pilsner, Monaco, Cara e luppoli  luppoli Hallertauer Hersbrucker, Saaz e Columbus.Il suo colore è giallo paglierino, praticamente limpido, sormontato da un bianchissimo cappello di schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla buona persistenza. L’aroma evidenzia un buon livello di pulizia ed anche d’intensità, per quel che sono i parametri dello stile: miele, cereali e crackers sono accompagnati in sottofondo da leggeri profumi floreali (camomilla), erbacei e una delicata speziatura da luppolo nobile. La bevuta è ovviamente snella e scorrevole, delicatamente carbonata, senza mai sconfinare nell’acquoso. La semplicità dell’aroma viene riproposta al palato con una corrispondenza quasi perfetta: pane, crackers e miele costituiscono la delicata base maltata sulla quale s’appoggia l’abbondante luppolatura nella quale prevalgono le classiche componenti erbacee e speziate dei luppoli nobili, per un finale amaro di buona intensità completato da qualche accenno di scorza di limone. Finezza e pulizia, ovvero due dei tre capisaldi di una buona Pilsner, sono qui presenti in soddisfacente quantità; non è invece allo stesso livello il terzo elemento, la fragranza; qualche appunto lo devo anche rilevare sulla secchezza, che potrebbe essere migliore lasciando il palato più pulito alla fine di ogni sorso. Non vi ho trovato “quel cuore e quell’anima” che gli scozzesi intendono restituire allo stile con questa loro interpretazione, ma il  risultato è nel complesso soddisfacente a placare la sete in una calda giornata di sole, se non si hanno elevate pretese. Passiamo alla Dead Pony Club, che debutta in casa Brewdog alla fine del 2011;  si tratta di una birra ispirata dal successo delle cosiddette “Session IPA” e in particolare dalla All Day IPA di Founder’s.  Ma c’è dell’altro: troppo luppolata per essere una English Pale Ale, troppo poco alcolica (3.8%) per essere un’American Pale Ale.  Gli scozzesi coniano il termine di “Session Pale Ale” e pubblicano un sondaggio on-line invitando il popolo ad esprimere la propria preferenza su una serie di possibili nomi per questo loro “prototipo” di birra; tra le varie opzioni offerte (Brit Pop, Pale Ale, Fake Fix, 38 Automatic , Heist e Death Head Pony Club ) viene alla fine scelto il nome definitivo di Dead Pony Club; al di là di tutta questa teoria, la pratica intende realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (3.8%)  ma dalla grande intensità di aromi e sapori. Ma poteva una semplice e innocua “Session Pale Ale” realizzata da un birrificio che ha sempre utilizzato la provocazione come strumento di marketing passare inosservata?  Certo che no, e questa  volta sotto accusa ci finiscono alcune frasi riportate sull’etichetta: “rip it up down empty streets” (“spaccala per le strade vuote”) e “drink fast, live fast” (“bevi in maniera spericolata, vivi in in maniera spericolata”). Questi incitamenti non piacciono all’Independent Complaints Panel (PCI)  del  Portman Group, un organismo creato nel 1989 che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali produttori di alcolici (Carlsberg, Molson Coors, InBev, Diageo…)  e che ha stabilito nel 1996 un codice di condotta sui nomi, sulla pubblicità e sul confezionamento delle bevande alcoliche. Quelle frase sull’etichetta della Dead Pony Ale vengono considerate come un incitamento al consumo irresponsabile (“bevi in maniera spericolata”) e di comportamenti anti-sociali (lo spaccare la bottiglia per strada); con un comunicato del 28 aprile 2012  le etichette vengono messe al bando e BrewDog è costretta a modificarle, pur rilasciando un sarcastico comunicato stampa in cui sostanzialmente si scusa del fatto che “di quello che dice il Portman Group non c’è n’è mai fregato un cazzo”.E la birra? Extra Pale, Cara e Crystal  i malti; Simcoe, Citra e Mosaic  i luppoli. Nel bicchiere è leggermente velata e di color ramato, con riflessi dorati; la schiuma cremosa biancastra è un po' grossolana ma ha una buona persistenza. Al naso abbonda la frutta tropicale matura: mango, passion fruit e pompelmo rosa disegnano un bouquet semplice ma dalla buona freschezza e pulizia, con ottima intensità. La partenza così ricca e golosa crea delle aspettative che i primi sorsi non sembrano mantenere: a partire dal mouthfeel, ovviamente leggero e snello, con poche bollicine ma dalla consistenza a tratti troppo acquosa ed un  po' sfuggente. I malti parlano di caramello e biscotto, ma loro presenza è molto leggera ed è subito incalzata dalla stessa dolce frutta tropicale presente nell'aroma. Fin qui le cose procedono bene, con un'ottima intensità a fronte di un contenuto alcolico contenuto, ma nel finale la birra viene un po' a mancare, spegnendosi di fatto e facendo un piccolo tuffo nell'acquosità; bisogna aspettare qualche istante per sentirla riemergere, nel retrogusto amaro e moderatamente intenso dove le note vegetali sono accompagnate da quelle zesty. Una discreta bevuta che ha diversi punti in comune con quella precedente: un po' avara di emozioni, buon livello di pulizia ma un po' carente per quel che riguarda la fragranza e la secchezza. Ruffiana quanto basta al naso, non conquista allo stesso modo al palato: si beve con discreta soddisfazione ma se penso a splendidi esempi di "session beer" che provengono dal Regno Unito il confronto con questa o questa o con la Hopehead di Dark Star risulta abbastanza impietoso. Nel dettaglio:This.  Is.  Lager, formato 33 cl., alc. 4.7%, IBU 40, lotto 160118, scad. 05/03/2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)Dead Pony Club, formato 33 cl., alc. 3.8%, IBU 40, lotto 160187, scad. 06/04//2017, 2.90 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Black Market Aftermath IPA

La Black Market Brewing Co. viene fondata da Kevin Dyer a Temecula, nell'entroterra della California del sud, un centinaio di chilometri a nord di San Diego. L'assolata cittadina californiana, 100.000 abitanti circa, ospita una decina di birrifici/brewpub tra i quali anche due succursali di Ballast Point e Karl Strauss di San Diego. Kevin Dyer è nato a Chico, all'opposto settentrionale dello stato americano, ed è ovviamente cresciuto ammirando la crescita del birrificio Sierra Nevada, uno dei pionieri della craft beer revolution, che lì è stato fondato. Dyer non ha una lunga esperienza con l'homebrewing ma decide ugualmente di lasciare il suo lavoro come dipendente di una multinazionale per mettersi in proprio ed aprire nel 2009 la Black Market. L'impianto da 15 barili viene affidato all'esperto birraio Shaun McBride: a lui il compito di rinfrescare le accaldate giornate estive di Temecula con una Hefeweizen, birra con la quale Black Market debutta e birra che Dyer aveva da sempre prodotto nel proprio garage. La line-up viene poi completata con le classiche luppolate  californiane, con imperial stout, con gli invecchiamenti in botte e, di recente, con le prime birre acide.Il nome Black Market rimanda ovviamente a quel "mercato nero", molto attivo a Temecula, che costituiva l'unica fonte di approvvigionamento negli anni del Proibizionismo americano; il bel logo del birrificio è stato disegnato da Randy Mosher, l'esperto autore di Tasting Beer  (in italiano "Degustare le birre"), un libro che vi consiglio assolutamente di leggere se non l'avete già fatto. Le etichette sono invece opera di Ian Law di Chicago.La birra.Cascade, Centennial, Citra, Columbus e Mosaic sono i luppoli selezionati per la ricetta dell'Aftermath IPA che viene prodotta tutto l'anno da Black Market; i malti sono Pale e Monaco. Bella la grafica dell'etichetta, con un minaccioso fungo di un'esplosione nucleare sullo sfondo e alcuni superstiti, quasi zombie, che in primo piano afferrano delle casse di birre dal rimorchio di un camion. Meno bene il fatto che non ci sia verso di risalire alla data di produzione di questa lattina.Il suo colore è tipicamente West Coast, oro carico con sfumature arancio, leggermente velato, ed una compatta e cremosa testa di schiuma biancastra. L'aroma purtroppo non è un manifesto di freschezza e d'intensità: c'è una discreta presenza di pompelmo e aghi di pino, mentre la frutta tropicale latita e quel poco che c'è (ananas, mango) richiama più la marmellata che la frutta fresca. La sensazione palatale è invece ottima, con una presenza morbida ma "ricca" per un contenuto alcolico tutto sommato contenuto per gli standard statunitensi: poche bollicine, corpo medio. Il problema è che il gusto ricalca l'aroma nell'assenza di freschezza e di fragranza, caratteristiche essenziali quando si parla di IPA. La base maltata scivola nel miele con accenni biscottati ed è subito incalzata dall'amaro che sostituisce la resina pungente e "pepata" con stanche sensazioni vegetali che appesantiscono la bevuta ad ogni sorso; colpisce l'assenza della parte fruttata e "succosa", quasi completamente svanita e rimpiazzata da un lieve tocco di marmellata. Non lasciatevi però spaventare dalla descrizione poco entusiasta che ne ho appena fatto:  la birra si beve, ci mancherebbe altro, con discreto piacere, ma è ovviamente completamente diversa da come era in origine. Il viaggio oceanico ed il caldo estivo hanno avuto il sopravvento: un rischio purtroppo da tenere sempre in considerazione al momento dell'acquisto di queste IPA che arrivano da così lontano.Formato: 35.5 cl., alc. 5.8%. IBU 44, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Aecht Schlenkerla Rauchbier Weizen

Aecht Schlenkerla Rauchbier Weizen, ovvero la birra di frumento prodotta dal birrificio Heller di Bamberga. Da sei generazioni nelle mani della famiglia Trum, ma il proprietario più famoso rimane senza dubbio Andreas Graser (1877-1906): dobbiamo a lui il nome Schlenkerla, indicativo della sua andatura zoppicante a causa di un incidente. Schlenkern è una vecchia parola tedesca che indica una camminata non esattamente diritta, simile a quella di un ubriaco, alla quale si aggiunge il suffisso "-la" del dialetto della Franconia.Schlenkerla si identifica per tutti (o quasi) con la Rauchbier Märzen che viene prodotta Bamberga tutto l’anno; lo stesso malto affumicato con legno di faggio viene utilizzato anche per produrre la Rauchbier Weizen, al quale si aggiunge ovviamente il frumento, visto che la legge tedesca richiede che qualsiasi birra etichettata Weissbier o Weizenbier debba essere fatta con almeno il 50% di frumento. La birra. L’aroma  conduce subito nel territorio delle Rauchbier di Bamberga, con un carattere affumicato predominante ed intenso: non solo il classico “speck.” (o Schwarzwälder Schinken, se preferite) ma anche il legno. Oltre al fumo, ci sono (molto) in secondo piano il chiodo di garofano e la banana e, più evidente, il caramello. Intensità e pulizia sono di ottimo livello: personalmente avevo qualche perplessità sull’abbinamento banana/affumicato, ma in questo caso la componente “smoked” è talmente predominante che il problema neppure si pone.Nel bicchiere non ci sono molte bollicine, ma quella che sarebbe un po’ una “colpa”  in una classica Hefeweizen risulta in questo caso un azzeccato accompagnamento al carattere affumicato e caramellato della bevuta; il corpo è medio, la sensazione palatale è morbida, con la classica scorrevolezza della scuola tedesca. La bevuta parte dal dolce del caramello, con un accenno biscottato e di banana, che liberano per qualche istante l’orizzonte delle nubi dell’affumicatura; una pausa molto breve, poi l’affumicato (di nuovo carne e legno) prende per mano la bevuta portandola al termine. La speziatura (chiodo di garofano) rimane delicatissima in una birra dolce ma sempre bilanciata nella quale chi ama la classica Schlenkerla Marzen ritroverà parecchi elementi familiari.  Nonostante ci sia la lieve acidità del frumento, non mi pare una classica Weizen da bere in piena estate per dissetarsi e rinfrescarsi: potrebbe proprio per questo “piacere” anche a chi non le ama particolarmente. Banana e chiodo di garofano sono davvero un delicato complemento in una birra pulita e molto ben fatta dominata in lungo e in largo dall'affumicato.Formato: 50 cl., alc. 5.2%, IBU 20, scad. 09/2016, 2.39 Euro (supermercato, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Sixpoint Brewery: Resin & Puff

Prima del proibizionismo la città di New York (in particolare il quartiere di Brooklyn) era uno dei principali centri di produzione della birra degli Stati Uniti, contribuendo al 10% dell’intera produzione nazionale; dei settanta birrifici operativi ne sopravvissero 9, ma nel secondo dopoguerra la Grande Mela ne (ri)contava già 55, numero che è andato poi riducendosi sino ad azzerarsi nel 1976, con la chiusura della Bushwick Brewery, uno dei principali produttori di tutti gli Stati Uniti dell’era pre-proibizionista. E’ stata necessaria un’attesa di venti anni per assistere all’apertura a Williamsburg nel 1996 della Brooklyn Brewery, operativa già dal 1987 come beerfirm; la Brooklyn continua a produrre  oggi soltanto il 20% della propria birra a New York, appaltando il resto altrove. Per avere il primo microbirrificio completamente newyorkese bisogna passare al 2004, quando Andrew Bronstein e Shane Welch fondano la Sixpoint Brewery in un abbandonato edificio di Red Hook, un sobborgo di Brooklyn. I due si conoscono all’Università del Wisconsin: è Welch a dedicarsi con passione all’homebrewing mentre Bronstein, cresciuto a Manhattan, è riuscito a recuperare i finanziamenti necessari per l’acquisto degli impianti di seconda mano; si dice che Sixpoint abbia prodotto la sua prima birra proprio nel giorno del ringraziamento del 2004. Sino a giugno 2011 Sixpoint ha prodotto solamente fusti, saturando completamente la propria capacità produttiva; dopo aver valutato le possibilità di espandersi all’interno dei locali di 40 Van Dyke Street a Brooklyn (650 metri quadrati circa) Bronstein e Shane Welch hanno invece optato per appaltare una parte della produzione di fusti e di tutte le nuove lattine presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Un cambiamento necessario per far fronte rapidamente all’aumento di richieste dal mercato, anche se ha comportato  - come per la Brooklyn Brewery - lo spostamento lontano da New York della maggior parte della produzione; da allora Sixpoint  ha più volte accennato ad ulteriori piani di espansione che però al momento non sono ancora stati ufficializzati: nel frattempo le lattine di Sixpoint vengono distribuite in diversi stati americani e, per la prima volta in assoluto, a giugno sono arrivate anche in Italia.La birra.Resin è una massiccia Double IPA (9.1%) che viene prodotta da Sixpoint sin dall’anno dell'esordio, il 2004: la ricetta è stata modificata nel corso del tempo e si basa su un mix di sei diverse varietà di luppolo che in origine erano Columbus, Simcoe, Amarillo, Centennial, Cascade e Chinook.  La versione nella stretta e affusolata lattina che ricorda quelle degli Energy Drink debutta a febbraio 2012 in un conveniente “4 pack” al prezzo consigliato di 8.99 dollari + tasse.  Il nome è ovviamente un tributo a quella caratteristica che alcuni varietà di luppolo impartiscono alla birra; la lattina, di colore verde, risulta perfettamente coerente. Chi legge il blog con regolarità conosce i miei timori sulle birre luppolate che arrivano dall’altra parte dell’oceano; nella migliore delle ipotesi sono birre che hanno almeno due/tre mesi di vita sulle spalle. E il tempo non è l’unico fattore di rischio per valutarne l'acquisto: siamo nel mezzo dell'estate, e in Italia le temperature sono molto poco amiche della birra, che ama il fresco. Basta che nella catena distributiva la birra prenda un colpo di calore e la frittata è fatta. Con questo non dico che non si possano bere buone IPA americane importate; sul blog trovate parecchi esempi piuttosto soddisfacenti. Dico solo che avrei preferito l'arrivo delle Sixpoint, peraltro "inlattinate" alla fine dello scorso aprile (neppure tre mesi di viaggio, un buon risultato), in autunno inoltrato o in primavera. Nel bicchiere Resin presenta tutte le possibili sfumature che spaziano tra il dorato e l'arancio; è leggermente velata e forma una testa di schiuma bianca un po' scomposta e leggermente "saponosa", anche se dall'ottima persistenza. Il naso non è purtroppo un trionfo d'intensità e neppure di freschezza: ci sono ovviamente il resinoso e gli aghi di pino promessi dal nome, c'è un accenno di pompelmo e di quel carattere dank; anche i malti si fanno sentire con una lieve presenza caramellata e biscottata. La sensazione palatale è invece sorprendentemente docile, per una Double IPA il cui contenuto alcolico sfiora la doppia cifra: corpo tra il medio ed il pieno, poche bollicine, mouthfeel morbido e gradevole, con una buona scorrevolezza.  Il gusto ha solide base maltate (caramello e biscotto, accenni di miele) e non fa molte concessioni alla frutta, se non un accenno di arancia candita, forse marmellata: la componente amaro resinosa inizialmente fa un po' fatica a recitare il ruolo di protagonista, risultando quasi "soffocata" dai malti. Bisogna avere un po' di pazienza ed attendere il retrogusto e la sua lunga scia amara, intensa e dominante, ricca di pungente resina e terra. L'alcool è molto ben controllato, presentando il conto solo alla fine: una Double IPA che mi sembra aver sofferto il viaggio più del dovuto, con la luppolatura sottotono per la maggior parte della bevuta che riesce a riscattarsi solo in extremis, risultando buona ma certamente non memorabile.La seconda Sixpoint si chiama Puff ed è stata commercializzata per la prima volta negli Stati Uniti alla metà dello scorso maggio, arrivando sorprendentemente anche da noi. Si tratta della versione non filtrata della Resin, con l'ABV leggermente elevato a 9.8%; molto vicino ad un'altra Double/Triple IPA di Sixpoint, chiamata Hi-Res (10.5%) che rappresenta una versione potenziata della Resin stessa. Se il termine "non filtrato" vi suona obsoleto, siete liberi di utilizzare il termine "cloudy" che  tanto va di moda adesso: probabile che Sixpoint abbia deciso di sfruttare la popolarità che queste IPA opalescenti prodotte nel New England stanno avendo in questo periodo. Il nome scelto, Puff (nuvola) sembra confermare.Nel bicchiere è di colore arancio opalescente, anche se non al livello di un succo di frutta, con qualche riflesso dorato: la schiuma è biancastra e cremosa, più compatta rispetto a quella della Resin. Anche l'aroma è nettamente migliore rispetto alla sorella filtrata, sia per quel che riguarda l'intensità che sopratutto per la fragranza, ancora accettabile. Non è un'esplosione di profumi ma c'è comunque un gradevole bouquet di pompelmo, frutta tropicale (mango, ananas) e ovviamente resina/aghi di pino, una delicata speziatura. Al palato vale quanto detto per la Resin: ottima sensazione tattile e morbidezza,  poche bollicine. Il gusto rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al naso: la base maltata è percepibile (miele, lieve biscotto) ma lascia subito il palcoscenico al ricco fruttato tropicale e al dolce della polpa d'arancia. L'amaro segue a ruota, con le sue pungenti note resinose, a completare una bevuta tutto sommato bilanciata nel suo DNA amaro. L'alcool rimane subdolamente nelle retrovie, consentendo un ritmo di bevuta pericoloso per una birra che sfiora i 10 gradi alcolici in percentuale e fornendo un po' di calore solamente nel retrogusto, accompagnando resina e frutta tropicale. Double IPA muscolosa e potente, sia nella componente succosa/fruttata che in quella amara/vegetale: ottima pulizia e, con tutte le attenuanti possibili dovute all'attraversata oceanica estiva, sicuramente da provare se vi capita a tiro. Certo, resta come al solito la curiosità di sapere come sarebbero entrambe nella loro terra d'origine a poche settimane dalla messa in lattina, ma per questo l'unica risposta è l'acquisto di un biglietto aereo. Nel dettaglio:Resin, formato 35.5 cl., alc. 9.1%, IBU 103, lotto 1524 (aprile 2016), scad. 06/11/2016, 5.00 Euro.Puff, formato 35.5 cl., alc. 9.8%. IBU 108, lotto 2347 (aprile 2016), scad. 24/08/2016. 5.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Sixpoint Brewery: Resin & Puff

Prima del proibizionismo la città di New York (in particolare il quartiere di Brooklyn) era uno dei principali centri di produzione della birra degli Stati Uniti, contribuendo al 10% dell’intera produzione nazionale; dei settanta birrifici operativi ne sopravvissero 9, ma nel secondo dopoguerra la Grande Mela ne (ri)contava già 55, numero che è andato poi riducendosi sino ad azzerarsi nel 1976, con la chiusura della Bushwick Brewery, uno dei principali produttori di tutti gli Stati Uniti dell’era pre-proibizionista. E’ stata necessaria un’attesa di venti anni per assistere all’apertura a Williamsburg nel 1996 della Brooklyn Brewery, operativa già dal 1987 come beerfirm; la Brooklyn continua a produrre  oggi soltanto il 20% della propria birra a New York, appaltando il resto altrove. Per avere il primo microbirrificio completamente newyorkese bisogna passare al 2004, quando Andrew Bronstein e Shane Welch fondano la Sixpoint Brewery in un abbandonato edificio di Red Hook, un sobborgo di Brooklyn. I due si conoscono all’Università del Wisconsin: è Welch a dedicarsi con passione all’homebrewing mentre Bronstein, cresciuto a Manhattan, è riuscito a recuperare i finanziamenti necessari per l’acquisto degli impianti di seconda mano; si dice che Sixpoint abbia prodotto la sua prima birra proprio nel giorno del ringraziamento del 2004. Sino a giugno 2011 Sixpoint ha prodotto solamente fusti, saturando completamente la propria capacità produttiva; dopo aver valutato le possibilità di espandersi all’interno dei locali di 40 Van Dyke Street a Brooklyn (650 metri quadrati circa) Bronstein e Shane Welch hanno invece optato per appaltare una parte della produzione di fusti e di tutte le nuove lattine presso la Lion Brewery di Wilkes-Barre, Pennsylvania. Un cambiamento necessario per far fronte rapidamente all’aumento di richieste dal mercato, anche se ha comportato  - come per la Brooklyn Brewery - lo spostamento lontano da New York della maggior parte della produzione; da allora Sixpoint  ha più volte accennato ad ulteriori piani di espansione che però al momento non sono ancora stati ufficializzati: nel frattempo le lattine di Sixpoint vengono distribuite in diversi stati americani e, per la prima volta in assoluto, a giugno sono arrivate anche in Italia.La birra.Resin è una massiccia Double IPA (9.1%) che viene prodotta da Sixpoint sin dall’anno dell'esordio, il 2004: la ricetta è stata modificata nel corso del tempo e si basa su un mix di sei diverse varietà di luppolo che in origine erano Columbus, Simcoe, Amarillo, Centennial, Cascade e Chinook.  La versione nella stretta e affusolata lattina che ricorda quelle degli Energy Drink debutta a febbraio 2012 in un conveniente “4 pack” al prezzo consigliato di 8.99 dollari + tasse.  Il nome è ovviamente un tributo a quella caratteristica che alcuni varietà di luppolo impartiscono alla birra; la lattina, di colore verde, risulta perfettamente coerente. Chi legge il blog con regolarità conosce i miei timori sulle birre luppolate che arrivano dall’altra parte dell’oceano; nella migliore delle ipotesi sono birre che hanno almeno due/tre mesi di vita sulle spalle. E il tempo non è l’unico fattore di rischio per valutarne l'acquisto: siamo nel mezzo dell'estate, e in Italia le temperature sono molto poco amiche della birra, che ama il fresco. Basta che nella catena distributiva la birra prenda un colpo di calore e la frittata è fatta. Con questo non dico che non si possano bere buone IPA americane importate; sul blog trovate parecchi esempi piuttosto soddisfacenti. Dico solo che avrei preferito l'arrivo delle Sixpoint, peraltro "inlattinate" alla fine dello scorso aprile (neppure tre mesi di viaggio, un buon risultato), in autunno inoltrato o in primavera. Nel bicchiere Resin presenta tutte le possibili sfumature che spaziano tra il dorato e l'arancio; è leggermente velata e forma una testa di schiuma bianca un po' scomposta e leggermente "saponosa", anche se dall'ottima persistenza. Il naso non è purtroppo un trionfo d'intensità e neppure di freschezza: ci sono ovviamente il resinoso e gli aghi di pino promessi dal nome, c'è un accenno di pompelmo e di quel carattere dank; anche i malti si fanno sentire con una lieve presenza caramellata e biscottata. La sensazione palatale è invece sorprendentemente docile, per una Double IPA il cui contenuto alcolico sfiora la doppia cifra: corpo tra il medio ed il pieno, poche bollicine, mouthfeel morbido e gradevole, con una buona scorrevolezza.  Il gusto ha solide base maltate (caramello e biscotto, accenni di miele) e non fa molte concessioni alla frutta, se non un accenno di arancia candita, forse marmellata: la componente amaro resinosa inizialmente fa un po' fatica a recitare il ruolo di protagonista, risultando quasi "soffocata" dai malti. Bisogna avere un po' di pazienza ed attendere il retrogusto e la sua lunga scia amara, intensa e dominante, ricca di pungente resina e terra. L'alcool è molto ben controllato, presentando il conto solo alla fine: una Double IPA che mi sembra aver sofferto il viaggio più del dovuto, con la luppolatura sottotono per la maggior parte della bevuta che riesce a riscattarsi solo in extremis, risultando buona ma certamente non memorabile.La seconda Sixpoint si chiama Puff ed è stata commercializzata per la prima volta negli Stati Uniti alla metà dello scorso maggio, arrivando sorprendentemente anche da noi. Si tratta della versione non filtrata della Resin, con l'ABV leggermente elevato a 9.8%; molto vicino ad un'altra Double/Triple IPA di Sixpoint, chiamata Hi-Res (10.5%) che rappresenta una versione potenziata della Resin stessa. Se il termine "non filtrato" vi suona obsoleto, siete liberi di utilizzare il termine "cloudy" che  tanto va di moda adesso: probabile che Sixpoint abbia deciso di sfruttare la popolarità che queste IPA opalescenti prodotte nel New England stanno avendo in questo periodo. Il nome scelto, Puff (nuvola) sembra confermare.Nel bicchiere è di colore arancio opalescente, anche se non al livello di un succo di frutta, con qualche riflesso dorato: la schiuma è biancastra e cremosa, più compatta rispetto a quella della Resin. Anche l'aroma è nettamente migliore rispetto alla sorella filtrata, sia per quel che riguarda l'intensità che sopratutto per la fragranza, ancora accettabile. Non è un'esplosione di profumi ma c'è comunque un gradevole bouquet di pompelmo, frutta tropicale (mango, ananas) e ovviamente resina/aghi di pino, una delicata speziatura. Al palato vale quanto detto per la Resin: ottima sensazione tattile e morbidezza,  poche bollicine. Il gusto rappresenta un ulteriore passo in avanti rispetto al naso: la base maltata è percepibile (miele, lieve biscotto) ma lascia subito il palcoscenico al ricco fruttato tropicale e al dolce della polpa d'arancia. L'amaro segue a ruota, con le sue pungenti note resinose, a completare una bevuta tutto sommato bilanciata nel suo DNA amaro. L'alcool rimane subdolamente nelle retrovie, consentendo un ritmo di bevuta pericoloso per una birra che sfiora i 10 gradi alcolici in percentuale e fornendo un po' di calore solamente nel retrogusto, accompagnando resina e frutta tropicale. Double IPA muscolosa e potente, sia nella componente succosa/fruttata che in quella amara/vegetale: ottima pulizia e, con tutte le attenuanti possibili dovute all'attraversata oceanica estiva, sicuramente da provare se vi capita a tiro. Certo, resta come al solito la curiosità di sapere come sarebbero entrambe nella loro terra d'origine a poche settimane dalla messa in lattina, ma per questo l'unica risposta è l'acquisto di un biglietto aereo. Nel dettaglio:Resin, formato 35.5 cl., alc. 9.1%, IBU 103, lotto 1524 (aprile 2016), scad. 06/11/2016, 5.00 Euro.Puff, formato 35.5 cl., alc. 9.8%. IBU 108, lotto 2347 (aprile 2016), scad. 24/08/2016. 5.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.