Ratsherrn Kaventsmann Baltic Porter

Nel 1276 ad Amburgo si contavano ben 457 birrifici, con il picco di 527 raggiunto alla fine del quattordicesimo secolo, periodo di massima splendore della Lega Anseatica della quale proprio Amburgo era divenuta la capitale "brassicola": dal suo porto più di 100.000 ettolitri di birra partivano ogni anno verso le Fiandre, l'Olanda, la Scandinavia e i paesi Baltici. La seconda guerra mondiale fece tabula rasa e anche quei pochi birrifici che si rimisero in piedi non ebbero vita lunga, finendo per l'essere assorbiti e poi chiusi dalle grandi multinazionali. Fino a poco tempo fa l'unico birrificio rimasto ad Amburgo era la Holsten-Brauerei, controllata dalla Carlsberg, produttore del marchio Astra, ereditato dall'acquisizione della storica St. Pauli Brauerei. Ma Amburgo non  è sempre stata solo Astra; nel 1951 ad esempio il birrificio Elbschloss mise sul mercato per la prima volta la Ratsherrn Pils, ed il marchio Ratsherrn si guadagnò una fetta di popolarità resistendo sino al 1995, anno in cui la Elbschloss fu assorbita dalla Bavaria-St. Pauli che decise di eliminare un concorrente della propria Astra. Nel 2005 il marchio fu acquistato dal Gruppo Nordmann, uno dei più grandi distributori di bevande di tutta la Germania.Ci sono voluti però cinque anni a farne ripartire la produzione, perché la Nordmann anziché incaricare qualche terzista di realizzare le ricette decide di mettere in piedi qualcosa di più ambizioso: inaugurare un microbirrificio da 50 hl, la nuova Ratsherrn Brauerei, che trova posto in una porzione del ristrutturato vecchio macello nel quartiere Schanzenviertel. Le risorse economiche consentono di affiancare al birrificio nello  Schanzen-Höfen anche un Craft Beer Store ed il brewpub con cucina Altes Mädchen Braugasthaus.La produzione di birra viene affidata a tre birrai: c'è Thomas Kunst, tedesco con un passato da responsabile qualità per AB-InBev, affiancato nel 2011 da Philip Bollhorn. Spetta a loro realizzare temporaneamente le ricette su impianti altrui in attesa dell'inaugurazione del microbirrificio di proprietà, che avviene a marzo 2013: nello stesso anno s'aggiunge al team di birrai l'americano Ian Pyle. E' lui a introdurre nuove ricette e ad espandere una gamma che inizialmente prevedeva solamente i classici stili tedeschi. Pyle voleva diventare un traduttore di tedesco, ma il lavorare come commesso in un beershop di Philadelphia fece nascere in lui la passione per la birra e per l'homebrewing. Terminati gli studi negli Stati Uniti, svolse un periodo di praticantato alla Gröninger Privatbrauerei di Amburgo  e alla Schneider & Sohn prima di diplomarsi mastro birraio a Monaco di Baviera nel 2010. Ritornato negli Stati Uniti, entra alla Samuel Adams ma dopo pochi anni è di nuovo ad Amburgo per avvicinarsi alla propria fidanzata Jennifer e portare un pezzo di Craft Beer Revolution americana alla Ratsherrn. Una APA ed una IPA affiancano le produzioni tedesche nella gamma di birre prodotte regolarmente tutto l'anno, ma è tra le stagionali e le one-shot che Pyle spazia a 360 gradi dagli stili anglosassoni a quelli belgi.La birra.Kaventsmann è una Baltic Porter prodotta con malti Vienna, Biscuit, Carabohemian, Coffee e frumento tostato; i luppoli sono Nugget ed Hercules.  Praticamente nera, forma un bel cappello di soffice schiuma cremosa, compatta e fine, dalla lunghissima persistenza. Il naso offre una bella pulizia e una buona intensità fatta di pane nero, frutta secca, ciliegia, caramello e in sottofondo sentori di caffè e di cioccolato al latte. Il gusto segue con buona fedeltà l'aroma, con una sensazione palatale piuttosto leggera e abbastanza morbida; la scorrevolezza è garantita, ma per una birra da 6.6% di contenuto alcolico ci si aspetterebbe un po' più di presenza e, sopratutto, d'intensità dei sapori.  Domina il pane nero, anche tostato, affiancato da sfumature che richiamano caffè e cioccolato al latte; c'è il dolce del caramello a bilanciare, un lieve fruttato (prugna? uvetta?) e in conclusione, oltre all'acidità dei malti scuri, anche un piacevole tocco di cenere.  Si congeda con un breve retrogusto dove convivono caffè, pane tostato e caramello. E' una Baltic Porter nella quale l'alcool non si fa mai sentire e che quindi non scalda; rimane comunque una discreta bevuta molto bilanciata, piuttosto pulita ma un po' carente d'intensità.Formato: 33 cl., alc. 6.6%, IBU 32, lotto 14:20, scad. 01/06/2016, 3.00 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Oerbier Special Reserva 2013

La storia della birra di oggi è inevitabilmente collegata a quella raccontatavi un paio di anni fa: Oerbier, la birra "originale" con la quale i fratelli Herteleer inaugurarono il birrificio De Dolle nel 1980. La storia della Oerbier è anche stata attraversata da drastici cambiamenti, il più rilevante dei quali è avvenuto nel dicembre del 1999, quando la Rodenbach, da poco passata sotto al controllo di Palm, decide di sospendere la fornitura del proprio lievito a tutti gli altri birrifici che lo utilizzavano: Kris Herteleer deve trovare una soluzione. Dopo alcuni tentativi falliti con lieviti alternativi, è chiaro che l'unica strada percorribile è quella  di "replicare" il precedente lievito della Rodenbach utilizzando le poche scorte  rimaste. Ma i primi esperimenti danno grossi problemi di rifermentazione, che sembra non finire mai, provocando l'esplosione di molte bottiglie. Non tutto il male viene per nuocere però; la prospettiva di perdere tutto ciò che era stato prodotto fa venire a Kirs l'idea di travasare la birra in alcune botti di legno creando la Stille Nacht Reserva e, svuotate le botti 12 mesi dopo, la prima versione della Oerbier Reserva. Ma è  da "un aiuto dal cielo" (almeno così lo chiama Kris) che arriva la soluzione; alcuni fusti non vuoti di Stille Nacht rientrano dalla Finlandia ed è possibile recuperare il lievito originale. Con l'aiuto di un microbiologo se ne inizia la coltivazione: la Oerbier non è esattamente identica a quella prodotta con il lievito fresco di Rodenbach ma il risultato soddisfa ugualmente Kris anche se non tutti gli appassionati.Da allora oltre alle normale Oerbier ne viene prodotta anche una versione invecchiata per circa 18 mesi in botti francesi che hanno contenuto vino Bordeaux; il contenuto alcolico della Oerbier passa dal 9 al 13% della Oerbier Special Reserva, che viene commercializzata senza regolarità di tanto in tanto.La birra.Il millesimo 2013 della Oerbier Special Reserva si presenta nel bicchiere di color ambrato molto carico con intense sfumature rosso rubino; forma giusto un dito di schiuma che, sebbene cremosa, svanisce abbastanza rapidamente. Al naso, ricco e piuttosto complesso, s'intrecciano note lattiche e acetiche, aspre e dolci: aceto di mela, aceto balsamico, ciliegia sotto spirito, uva e uvetta. In sottofondo il dolce del caramello, il legno e gli accenni di vaniglia ma soprattutto un bel carattere vinoso. Intenso, pulito, emozionante. Il gusto non è certo da meno e prosegue nella direzione tracciata dall'aroma: anche qui c'è una riuscitissima convivenza tra note acetiche e lattiche, dolci ed aspre, che si alternano senza sosta. C'è frutta in abbondanza (prugna, uvetta, ciliegia ed uva, visciole e ribes) alla cui freschezza rispondono le note ossidative che ricordano vini liquorosi, sherry: la chiusura è straordinariamente secca, amara di tannini e di lattico, ricca di note vinose e legnose. La bevuta è molto ricca, eppure la sua complessità è di non difficile lettura grazie ad un'ottima pulizia. Non ha l'eleganza di una Consecration (anch'essa invecchiata in botti ex-vino), ma sono proprio gli spigoli e le ruvidezze del carattere della Oerbier Reserva a generare molteplici emozioni. Alcuni sorsi sono quasi rinfrescanti, altri sono avvolti da una vampata etilica mentre altri ancora sono caldi, morbidi ed appaganti, come se stessimo sorseggiando un vino liquoroso. Ci mette un po' ad "aprirsi" nel bicchiere, ma quando lo fa la soddisfazione è davvero grande e vi accompagna per tutta la serata: è una delle (poche) birre da cantina, non è prodotta con regolare continuità e non è facile intercettarla anche perché ne arrivano sempre quantità piuttosto modeste. Ma se la trovate il consiglio è di prenderne sempre più di una bottiglia per poterne apprezzare l'evoluzione nel corso del tempo.Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 2013, scad. non riportata.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Heineken, Bavaria Holland Premium Beer, Best Bräu Lager Beer, Poretti Tre Luppoli

Le cosiddette birre artigianali o “di qualità” si stanno diffondendo anche nella grande distribuzione, ma gli scaffali dei supermercati sono ancora dominati dalle lager industriali. La principale lamentela sulla “birra artigianale”  è relativa al costo: rispetto ad una industriale il prezzo al litro viene spesso moltiplicato da quattro a sei volte anche nei supermercati. Non intendo mettermi a discutere se valga la pena o no spendere così tanto per mettere nel carrello della spesa una birra buona:  una volta che si è saltata la staccionata che separa industriale da “artigianale” risulta difficile tornare a bere regolarmente birre che hanno tutte più o meno lo stesso scarso sapore.  Eppure anche i prezzi delle “lager-industriali-tutte-uguali” non sono poi esattamente uguali tra di loro, anche se con frequente rotazione molte di esse si trovano in offerta speciale.  Prendiamo in esame alcune tra le birre più facilmente reperibili sugli scaffali: Heineken, Bavaria Premium Lager, Poretti 3 Luppoli e la Best Bräu del discount. E’ proprio questa la lager più economica, con un prezzo di 0,55 Euro per la lattina da 50 cl. che equivale a 1,10 Euro al litro; per la Bavaria bisogna spendere 1,74 Euro/litro (+58%), per la Poretti 3 Luppoli 2,39 € (+117%) e per la Heineken nella bella lattina cromata 2,78 Euro/litro (+153%). Questa differenza di prezzo è giustificata anche da una maggiore “qualità” (il virgolettato è d’obbligo) o quello che paghiamo in più è solamente il marchio? Per scoprirlo ho volutamente assaggiato queste quattro birre “alla cieca” per non farmi influenzare dal loro nome. Per quel che riguarda l’aspetto tutte e quattro sono assolutamente identiche nella loro dorata limpidezza; le uniche lievi differenze riguardano le dimensioni e la persistenza della schiuma, sempre perfettamente bianca e cremosa.  Quella meno generosa è della Poretti, all’estremo opposto si trova la Bavaria che, probabilmente grazie ad una percentuale di frumento dichiarata in etichetta, forma più schiuma che impiega più tempo a dissolversi. Ecco la descrizione delle birre nell’ordine in cui sono capitate negli anonimi bicchieri:Numero 1:  Heineken.L’aroma è di bassa intensità ma comunque percepibile: cereali, un accenno di mela verde e un tocco dolce che richiama il miele, o forse il mais. Non c’è molto ma per lo meno quel poco che c’è non presenta profumi sgradevoli. Al palato è ovviamente leggera, con una carbonazione media e la ovvia consistenza palatale acquosa.  Perfetta la corrispondenza tra gusto e aroma con l'identica bassa intensità: cereali e mela verde, mi sembra di sentire anche il dolce del mais anche se la lattina non ne specifica l’utilizzo. L’amaro del finale è appena percepibile solo quando la birra si scalda, mentre a temperatura fredda (ovviamente quella consigliata)  la chiusura è comunque abbastanza secca con il palato che rimane abbastanza rinfrescato e pulito.  Il gusto di questa lager è davvero ridotto ai minimi termini e rasenta il confine con l’acqua, ma personalmente lo vedo come un pregio, anziché un difetto. Svolge la sua funzione dissetante e rinfrescante con dignità, scorrendo senza nessun intralcio; anche l’amaro, che potrebbe risultare poco gradevole a qualche bevitore, viene praticamente azzerato.Numero 2:  Best Bräu Lager Beer. L’intensità dell’aroma è ancora inferiore a quello della birra che l’ha preceduta, rasentando lo zero. Anche quel poco che c’è non è particolarmente gradevole: un ricordi di fiori secchi, un dolcino che richiama il granoturco. Meno bene anche al palato: leggerezza ed acquosità sono ok, mentre mancano un po’ di bollicine a rendere un po’ più vivace lo scorrimento. Molto scarsa anche l’intensità del gusto, ma leggermente superiore alla Heineken: dolcino di mais (o miele?), cereale. La chiusura amaricante, benchè cortissima, è qui maggiormente avvertibile e si porta dietro qualche breve istante poco gradevole e reminescente di plastica/gomma; il gusto è  nel complesso più dolce, la chiusura è meno secca e il palato rimane in compagnia di una lieve patina dolciastra. Ne risulta una birra molto meno dissetante (o più “pesante”,  se preferite) dell’Heineken: in questo la caso la sua intensità più elevata si rivela un boomerang negativo, visto che la gradevolezza non è certo di casa. Non è più prodotta dalla birrificio Castello di Udine ma dalla Hofbräuhaus Vertriebs in Germania.Numero 3:  Poretti Tre LuppoliLa saga dei numeri Poretti, che ricordo essere è solo il nome della birra e non indica le tipologie di luppolo utilizzate,  è qui ai minimi termini: solo 3. L’aroma è di discreta intensità, se rapportato alle altre: pane e miele, ma il dolce si porta anche dietro un pochino di diacetile che mette fuori la testa quando la birra si scalda. Anche lei è penalizzata da una carbonazione un po’ sottotono che le toglie  vitalità. L’intensità del gusto è sicuramente inferiore a quella dell’aroma ed è paragonabile al livello Heineken; non c’è ovviamente fragranza ma solo una generica sensazione dolce di pane/miele, con un lieve tocco amaricante erbaceo. Il lieve diacetile ne pregiudica tuttavia la secchezza e quindi il potere dissetante: mi sembra "meglio" della Best Brau ma non riesce a rinfrescarmi come la Heineken.Numero 4: Bavaria Holland Premium BeerIl naso oltre alla canonica scarsa intensità non è neppure particolarmente gradevole: passabile il cereale, male quella nota di fiori secchi che non trasmette certo freschezza. Il gusto è invece il più intenso tra le quattro lager: fosse buona sarebbe una caratteristica senz'altro apprezzabile, ma in questo caso il risultato non è altro che quello di mettere in risalto gli aspetti negativi di questa birra. Sopportabile la parte dolce (miele, pane, cereali) ma l'amaro finale è un piccolo trionfo di gomma/plastica che, sfortunatamente, appesantisce la bevuta e ne pregiudica la vocazione rinfrescante. E' la più amara delle quattro ma anche la meno dissetante, con il palato che rimane sempre un po' appiccicoso di dolce: ci è voluto un sorso di acqua Heineken per ripulirlo. La sensazione palatale è invece nella norma, con la giusta quantità di bollicine.Le conclusioni.Non sono birre di qualità o artigianali, quindi le mie considerazioni si adattano al contesto cercando di analizzarle con obiettività; sarebbe troppo facile liquidarle tutte con un "fanno schifo", ma nessuno è nato bevendo "birra artigianale", tutti siamo partiti bevendo birre industriali e abbiamo continuato a farlo per diversi anni con piacere. Inutile quindi scandalizzarsi se c'è chi continua a berle o se c'è chi trova invece disgustoso una birra "artigianale" che sa di pompelmo o di aghi di pino o di yogurt andato a male. Parto dal presupposto che una lager debba sopratutto rinfrescare e dissetare chi la beve: un risultato che si può ottenere anche con l'acqua, certo, ma la birra offre quella leggera ebbrezza ed euforia che l'acqua non può dare. Il primissimo sorso di birra fresca, in una calda giornata estiva,  ha sempre quell'effetto "magico" sul palato, anche se la birra è industriale e dopo alcuni sorsi risulta praticamente insapore.  Con questi presupposti, darei la mia "preferenza" alla Heineken; delle quattro birre è quella più "pulita" e priva di difetti o sgradevolezze. Il merito va sicuramente alla bassissima intensità del gusto, elemento strategico per evitare le brutte sorprese derivanti dalla necessità di produrre a basso costo: ma è anche quella più secca e quindi quella che offre maggior refrigerio. All'estremo opposto metterei la Bavaria, la cui "intensità" (il virgolettato è sempre obbligatorio) è inversamente proporzionale alla sua piacevolezza: meglio la Best Bräu, che ha oltretutto un costo anche minore. Al di là del nome, di luppolo non c'è ovviamente traccia nella Poretti, che come gradevolezza ho trovato leggermente migliore della Best Bräu, ma costa al litro il 117% in più. L'Heineken è anche la più cara tra le quattro lager, arrivando a costare il 153% in più della Best Bräu del discount: stiamo parlando di poco più un Euro per una lattina da 50 cl., cifre ormai sconosciute a chi in Italia è ormai stato contagiato dalla passione per la birra di qualità o artigianale.  Nel dettaglio:Heineken, formato 50 cl., alc.  5,0%, lotto 5218380BG, scad. 01/08/2016, 1.39 EuroBavaria Holland Premium, 50 cl., alc. 5,0%, lotto BZN940805L, scad. 01/05/2017, 0.87 EuroBest Bräu Lager Beer, 50 cl., alc. 4,8%, lotto 21K4 22:19, scad. 01/12/2016, 0.55 EuroPoretti Tre Luppoli, 33 cl., alc. 4,8%, lotto J151619D, scad. 01/09/2016,  0.80 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brasserie Dunham Propolis

Dunham, cittadina canadese da circa 3500 anime che si trova a 90 chilometri da Montreal e a soli 25 dal confine statunitense con il Vermont,  vede nel 2006 nascere il  proprio primo brewpub fondato dai fratelli Gaétan, Bernard e Jean Gadoua. Gli affari non vanno però molto bene e a marzo 2010 l’attività è sul punto di chiudere quando viene rilevata da una cordata di soci tra i quali c’è Sébastien Gagnon, proprietario del Vice & Versa di Montreal, un bar che da anni offre una curata selezione di Craft Beer. La nuova proprietà ottiene i finanziamenti necessari per un ambizioso piano di espansione da 300.000 dollari orientato ad aumentare la capacità produttiva  da 1150 a 2500 ettolitri all’anno. Ma sembra che il problema principale della vecchia gestione fosse innanzitutto la qualità delle birre. Così racconta in questo bell’articolo sul sito Goodbeerhunting il birraio Eloi Deit, chiamato dall’amico Sébastien Gagnon a risollevare le sorti di un birrificio rimasto anche senza birraio.  Deit  lavorava al brewpub  Cheval Blanc di Montreal: un impiego forse ben remunerato ma avaro di soddisfazioni: “ero in perenne disaccordo con il proprietario, che voleva facessi solamente una bionda, un’ambrata ed una witbier; e commercialmente aveva ragione, visto che con due-tre birre coprivamo il 60% del fatturato. Tutti gli altri esperimenti che avevo voglia di fare per lui non avevano senso”. Promettendogli assoluta libertà nella realizzazione delle ricette, Gagnon riesce lentamente a convincere Deit a spostarsi da Montreal a Dunham; dapprima una volta la settimana per insegnare agli assistenti e a supervisionare le ricette, poi in pianta stabile. Racconta ancora il birraio: “appena arrivato assaggiai tutte le birre che venivano prodotte. Witbier, Belgian Ale, IPA… nessuna, tranne la American Pale Ale,  era come doveva essere; riformulai tutte le ricette ma poi dissi a  Sébastien:  non credere che io venga qui per farti una Blond e una Witbier”. Ed è effettivamente impressionante la svolta impartita da Eloi Deit, capace di portare nel giro di un paio d’anni importanti riconoscimenti in concorsi e nei meno ufficiali siti di beer-rating alla nuova Braserei Dunham. Alla produzione di stili classici anglosassoni e belgi si è affiancata quella realizzata con lieviti selvaggi e quella degli affinamenti in botte: il distributore americano Shelton Brother non si è fatto sfuggire l’occasione di stringere un accordo commerciale soprattutto per quel che riguarda le Farmhouse Ales, che in negli Stati Uniti hanno una buona fetta di mercato disposto a pagare prezzi più altri della norma.Eloi Diet fa arrivare a Dunham centinaia di botti nelle quali mette a maturare o invecchiare diverse tipologie di birre inaugurando un ambizioso programma: le birre acide vengono anche mescolate con birre fresche dando il via ad una serie chiamata "Assemblage". Oltre ad un ulteriore espansione della capacità produttiva (sala cottura da 35 hl con un potenziale annuo di 3500 hl) Diet ha in mente di iniziare ad utilizzare foeders nei quali realizzare una serie di birre a fermentazione spontanea, sfruttando le caratteristiche microbiologiche dell'aria di Dunham, ricca di meleti.La birra.Propolis è un perfetto esempio dei cambiamenti introdotti dal birraio Eloi Diet: la Witbier prodotta dalla precedente gestione Dunham non lo soddisfaceva assolutamente ed eccola trasformata in una Farmhouse Ale la cui ricetta prevede frumento, malto d'orzo, avena, segale, spezie (scorza d'agrumi) e, come il nome suggerisce, miele. La rifermentazione in bottiglia avviene con aggiunta di brettanomiceti: l'etichetta non riporta questo dettaglio che si rivela fondamentale al momento dello stappo della bottiglia, accompagnato da un violento gushing. Il suo colore è paglierino ed opalescente, sormontato da un cappello di schiuma bianchissima e dannosa tanto esuberante quanto scomposto, dalla discreta persistenza. Al naso le spezie (pepe, coriandolo) incontrano le note lattiche e di scorza d'agrumi (lime e limone), la paglia, l'erba tagliata di fresco, i fiori bianchi, il dolce dell'ananas e un accenno di miele. Aroma pulito e intenso, che fa pensare ad un assolato pomeriggio d'estate nel quale questa Saison porterebbe un necessario momento di refrigerio.  Il corpo è leggero, la carbonazione è elevata e rende la bevuta vivacissima e solleticante per il palato. Al palato c'è forse un po' meno pulizia che al naso, ma l'intensità dei sapori è comunque lodevole se si considera la gradazione alcolica (5.2%) abbastanza contenuta. E' l'acidità lattica a caratterizzare la bevuta, su una patina dolce maltata (crackers, miele) a supporto delle note fruttate della polpa d'arancia e della scorza di limone. Impressionanti facilità di bevuta e potere dissetante di una Saison molto secca con un finale americane (lattico, erbaceo e zesty) che ripulisce perfettamente il palato. Non ha la stessa eleganza di altre Farmhouse Ales brettate che mi è capitato d'assaggiare, ma il suo carattere un po' scorbutico e rustico lo vedo in questo caso come un pregio ed un segno d'autenticità nei confronti di quelle birre prive di fronzoli che nei secoli scorsi venivano prodotte nelle fattorie per dissetare e ristorare i braccianti agricoli durante il duro lavoro estivo nei campi. E anche se non fate fatica, mentre bevete non è affatto difficile immaginarvi seduti sul prato, in mezzo all'erba appena tagliata, con una bottiglia di Propolis appoggiata sul terreno ed un bicchiere in mano.Formato: 75 cl., alc. 5.2%, IBU 18, imbott. 17/02/2015, 13.74 Euro (beershop, Francia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Canediguerra / Anspach & Hobday: English IPA

Che India Pale Ale sia stato lo stile che ha maggiormente caratterizzato la Craft Beer Revolution è un dato di fatto innegabile: le interpretazioni americane di questo stile (che visse il suo momento di gloria in Inghilterra nella  metà del diciannovesimo secolo per poi quasi scomparire a partire dalla metà del secolo successivo) sono state negli ultimi dieci anni a loro volta re-interpretate in Europa e in ogni altro paese attraversato dai fermenti della cosiddetta birra artigianale. I luppoli americani sono  i protagonisti della scena e quando bevete oggi una India Pale Ale  si tratta nove volte su dieci di una American IPA.  Le English IPA sono sopravvissute al rischio estinzione ma non godono di grossa salute neppure nella loro madrepatria: i numerosi microbirrifici inglesi che stanno partecipando alla Craft Beer Revolution britannica offrono (quasi?) esclusivamente American IPA. Tra questi protagonisti c’è anche Anspach & Hobday, birrificio attivo a Londra da marzo 2014 nel "beer mile" di Bermondsey dove a poca distanza l’uno dall’altro trovate Kernel, Partizan, Brew by Numbers, Fourpure e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno. Jack Hobday e Paul Anspach sono amici dai  tempi dell’asilo e, oltre ad essere musicisti, hanno in comune la passione per l’homebrewing poi trasformata in una professione grazie ad un finanziamento su Kickstarter.A gennaio 2016  Paul Anspach  si reca ad Alessandria per realizzare una birra assieme al birraio Allo Gatti del Birrificio Canediguerra; onore al coraggio dei birrai che decidono di produrre proprio una English IPA andando controcorrente rispetto alla moda imperante dei luppoli americani. La birra viene poi presentata alla fine di febbraio durante il Beer Attraction di Rimini; Jack Hobday, l’importatore italiano del birrificio londinese ed Alessio Gatti presentano poi la birra nel corso di serate a tema che vengono organizzate in alcuni locali italiani. Non sono molte le English IPA realizzate in Italia: mi viene in mente un’altra collaborazione, la Suburbia nata dall’incontro tra Toccalmatto e Birra Perugia, e la Titty Twister di Tre Pupazzi. Sicuramente ce ne sono altre, e se vi vengono in mente fatemelo sapere nei commenti, grazie.La birra.Malto Maris Otter, luppoli Fuggle e Challenger per una birra che si presenta dorata e velata nel bicchiere; ottima la persistenza della schiuma bianca, cremosa e molto compatta. L'intensità dei profumi è abbastanza modesta ma qui non sono previsti quei livello ai quali i dry-hopping delle American IPA ci hanno ormai abituato: ci sono profumi floreali, terrosi, un tocco di marmellata d'arancia. Ottima la sensazione palatale con l'alcool (6%) molto ben nascosto, corpo medio e una carbonazione abbastanza contenuta. Il gusto apre con lievi note biscottate subito incalzate dall'amaro terroso e vegetale dei luppoli inglesi; l'unica concessione fruttata ricorda di nuovo la marmellata d'agrumi, raggiungendo una corrispondenza quasi perfetta con l'aroma. L'amaro è intenso, elegante e molto pulito, con un effetto a tratti quasi rinfrescante portato da qualche accenno che mi ha ricordato la menta. Scordatevi le ruffianerie tropicali e le smancerie tipiche dei luppoli americani o pacifici: qui siamo in Inghilterra, con una English IPA semplice ma sincera, molto ben eseguita e molto pulita che forse non otterrà un grande successo tra le "teste di luppolo" ma che consiglio a tutti di assaggiare anche solo per la semplice curiosità di provare una fedele interpretazione di uno stile inglese che ormai è sempre più difficile da incontrare.Formato: 33 cl., alc. 6%, IBU 60, lotto 160470, scad. 15/02/2017, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Zwiesel Dampfbier

Dampfbier, "vapore di birra": ammetto la mia scarsa conoscenza sull’argomento e mi affido a quanto riportato dal German Beer Institute: "rappresentano uno stile abbastanza popolare nel diciannovesimo secolo nella regione della Foresta Bavarese, Baviera sudorientale, al confine con la Repubblica Ceca; erano prodotte con il 100% di orzo maltato, di un colore che va dal dorato all’ambrato e fermentate con lievito da Hefe-Weizen ad alte temperature (sopra i 21 gradi)". Molto interessante è quanto riportato sul blog del Birrificio Amiata, da sempre molto attento a questi stili ormai quasi estinti; questa la  dettagliata ricostruzione storica redatta in occasione dell’uscita della propria versione di Dampfbier chiamata Dampflok nel luglio del 2015: "in questa parte della Baviera c’era una grande voglia di birra, sia Weizen che Pilsner. Ma purtroppo le condizioni economiche di quest’angolo di Germania erano ben peggiori della media bavarese. Non si poteva fare una birra a bassa fermentazione perché il controllo delle basse temperature era molto costoso, se non addirittura proibitivo per questi birrifici della Germania. Anche l’impiego del luppolo era misero in quanto non c’era l’abbondanza dell’Hallertauer, ma solo qualche luppoleto casalingo. Il frumento poi costava un 40% in più dell’orzo e quindi i mastri birrai della foresta bavarese, decisero di provare a fare una birra ad alta fermentazione, che fermentasse bene e desse un sapore fresco e piacevole. Si orientarono quindi verso la Weizen bier, ed a causa dell’elevato costo del frumento, decisero di sostituirlo con l’orzo e di luppolare in modo parsimonioso. Nacque così lo stile Dampfbier che quindi è quello di una Ale fermentata da lieviti del frumento, con un’aggiunta di malti caramellati per dare maggiore corpo e sapore. Nonostante l’impiego di lieviti da birra al frumento provenienti dalla sovrabbondante produzione bavarese, a causa del diverso profilo di sostanze fermentescibili, normalmente il sentore di banana è meno evidente rispetto alla cugina weizen, mentre resta importante il profilo fenolico e di chiodo di garofano.   Ai tempi in cui la birra veniva fatta fermentare in grandi tini di legno, la fermentazione si svolgeva in 3-4 giorni con una notevole produzione di anidride carbonica, che faceva assomigliare la fermentazione ad una produzione naturale o artificiale di vapore e per questo lo stile fu coniato utilizzando il prefisso “dampf” che in tedesco significa appunto vapore”. Restiamo quindi nella zona "incriminata", quell'estremità sudorientale della Baviera dove corre il confine con la Repubblica Ceca. Qui si trova la cittadina di Zwiesel, dove nel 1889 Wolfgang Pfeffer ha fondato Die Erste Dampfbierbrauerei rilevando dal cugino il birrificio pre-esistente. Attualmente la proprietà è ancora nelle mani della stessa famiglia, alla quinta generazione di successori; al timone di comando è Mark Pepper aiutato dal birraio Tobias Wenzl. Dampfbierbrauerei significa letteralmente “birrificio della birra a vapore”: al di là della classica offerta bavarese (Helles, Weissbier, Dunkel, Doppelbock etc etc.) c’è una interessante Dampfbier che fu riesumata nel 1989 per festeggiare il centesimo compleanno del birrificio rispettando la ricetta originale di Wolfgang Pfeffer. Dopo la fermentazione, la maturazione avviene nelle stesse caverne scavate nella roccia dove un tempo venivano  fatte maturare la Dampfbier originali, in grandi botti di legno.La birra.Il suo colore è ambrato, limpido, e forma un "croccante" e cremoso cappello di schiuma ocra, cremosa e dalla buona persistenza. Al naso non avverto l'atteso profilo fenolico ma solamente quello dei malti: biscotto, crosta di pane, caramello, un accenno di ciliegia e qualche reminiscenza floreale. La pulizia è buona, mentre fragranza ed intensità lasciano un po' a desiderare. Il German Beer Institute afferma che le Dampfbier erano prodotte sopratutto nei mesi più caldi dell'anno, in alternativa alle più costose Hefeweizen, e quindi c'è da aspettarsi una birra leggera e rinfrescante. La sensazione palatale rientra in questi parametri: corpo leggero, poche bollicine, scorrevolezza molto elevata. Il profilo del gusto altro non può essere che quello derivato dai malti utilizzati: pane leggermente tostato, biscotto e caramello affiancati da qualche nota fruttata di prugna e ciliegia. La tradizione vuole anche che fosse prodotta solamente con la quantità di luppolo strettamente necessaria a bilanciarne la dolcezza: di amaro non c'è in effetti traccia, ma la bevuta risulta comunque equilibrata e pulita, tutto sommato rinfrescante e dissetante. La ricerca della facilità di bevuta in questo caso sacrifica un po' l'intensità del gusto, che risulta abbastanza modesta; neppure la fragranza emerge, anche se la birra risulta gradevole nella sua scolasticità e avarizia di emozioni.Formato: 50 cl., alc. 5%, scad. 23/07/2016, 1.14 Euro (supermercato, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog DORIS The Destroyer

Potrebbe sembrare il nome di una gentile creatura femminile: Doris o Doride significa “donna dei Dori”, tribù greca che occupava il Peloponneso ed il cui termine è collegato al personaggio di Doro;  nella mitologia greca Doride era la madre delle Nereidi, le ninfe che vivevano nel mare. Ma in questo caso D.O.R.I.S. altro non è che un acronimo per Double Otmeal Russian Imperial Stout: si tratta di una massiccia imperial stout all’avena prodotta dal birrificio Hoppin' Frog,  creatura del birraio  Fred Karm e attivo dal 2006 in quel di Akron, Ohio; qui il suo breve profilo storico. “DORIS la distruttrice” è una versione ulteriormente potenziata di un’altra imperial stout di Hoppin Frog, “BORIS The Crusher”, la cui versione invecchiata in botti di Whiskey era transitata un po’ di tempo fa su queste pagine. Se Boris “schiaccia”, con il suo carico da 9.4% ABV, Doris “distrugge” spingendosi sino a 10.5%; le due birre ottengono grande successo stazionando stabilmente in cima alle classifiche dei vari siti di beer-rating da molti anni.E l’idea di Fred Karm sarebbe di produrne ancora più potenti, ma la legislazione dell’Ohio impone un limite massimo del 12% sul contenuto alcolico in percentuale per le birre prodotte o bevute all’interno dei confini dello stato. E’ da qualche anno che Karm ed altri produttori della Ohio Craft Brewers Association  si stanno battendo affinché questa barriera sia alzata al 18% o allo stesso valore (21%) concesso al vino; a fine 2015 le cose sembravano andare nella direzione giusta ma sono sorti alcuni problemi che potrebbero far scadere le tempistiche per l’approvazione della proposta di modifica di legge; se ciò avvenisse, bisognerebbe ricominciare tutto da capo. In particolare c'è l'obiezione sollevata dalla multinazionale MillerCoors (con stabilimenti produttivi a Cincinnati, proprio in Ohio) i quali sostengono che alzando il limite alcolico si creerebbe confusione nei consumatori che potrebbero non più associare il termine “birra” con quello di una “bevanda leggera per chi vuole bere con moderazione”.La birra.“Enjoy the darkness” recita l’etichetta ed in effetti il versare questa DORIS The Destroyer nel bicchiere spalanca le porte delle tenebre. Si tratta di un denso liquido nero che ricorda l’olio motore, e altrettanto scura e minacciosa è la generosa schiuma che si forma, cremosa ma a dire il vero rapida nello scomporsi e comunque dotata di una discreta persistenza. E proprio dalla schiuma emerge l’abbondante luppolatura utilizzata per produrre questa potente imperial stout: agrumi e resina danno il benvenuto per poi lasciare il posto alle intense tostature, al cioccolato fondente, al caffè, all’uvetta e al fruit cake, il tutto avvolto da una netta nota etilica. L’intensità riesce ad essere davvero notevole senza precludere un ottimo livello di eleganza e pulizia. La sensazione palatale è del tipo “ferro e piuma”: corpo pieno, poche bollicine, consistenza viscosa e densa ma c’è una patina superficiale morbida all'avena, quasi setosa, che accarezza il palato e ne agevola di molto lo scorrimento.  La bevuta risulta molto meno minacciosa e distruttiva di quello che il nome potrebbe far pensare: è una gran bella Imperial Stout questa, lussureggiante, ricca di caffè e ancora più ricca di eleganti tostature, bilanciate da un tappeto dolce di melassa e di cookie al cioccolato, liquirizia, fruit cake, frutta sotto spirito. La bevuta è inizialmente piuttosto dolce per poi venir bilanciata dall'amaro delle tostature e dalla generosa luppolatura che, oltre a ripulire il palato con le sue note resinose, apre anche a qualche spiraglio fruttato di agrumi. Finale quasi edonistico, nel quale convivono cacao amaro, caffè, tostature, cenere e una calda, lunga scia di frutta sotto spirito. L'alcool è molto ben gestito, facendosi sentire senza mai andare oltre le righe; detto dell'intensità, non resta che sottolineare l'elevato livello di pulizia per una birra complessa ma non complicata e assolutamente soddisfacente: è lei la protagonista indiscussa del vostro dopocena. Se la vedete su qualche scaffale di beershop, portatevela a casa, non ne resterete delusi: una birra che è "tante cose", ma sopratutto "belle cose".  Formato: 65 cl., alc. 10.5%, IBU 70, lotto e scadenza non riportate.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hedonis Ouwen Duiker

Sono due appassionati homebrewers,  Janos de Baets e Leopold De Ketelaere, a fondare la beerfirm Hedonis Ambachtsbier che debutta nel 2015 a coronamento di due anni d'esperimenti e tentativi con le pentole in garage. Non ci sono molte informazioni disponibili in rete su questo progetto, ma da quanto ho capito De Baets fa anche parte del team di birrai che lavora presso l'instancabile birrificio De Proef, dove producono numerosi birrai zingari.Non è però qui che il duo belga ha deciso di produrre le proprie ricette, una scelta forse dovuta ai volumi ancora relativamente piccoli: si sono invece appoggiati alla Brouwerij Maenhout di Gavere, che si trova ad un mezz'oretta di macchina da Asper, dove la beerfirm ha la sede legale. Siamo poco distanti da Gent/Gand; occasionalmente qualche lotto di maggiori dimensioni viene anche prodotto presso il birrificio Contreras. Al momento sono due le birre offerte; la Excuse Me While I Kiss My Stout e una Belgian Ale molto luppolata chiamata Ouwen Duiker. Sul proprio sito internet la beerfirm dichiara di voler perseguire la massima trasparenza in etichetta, che effettivamente indica il luogo in cui la birra è prodotta e anche gli ingredienti utilizzati: malto Pilsner e segale, luppoli europei (Magnum e Tettnanger) ed Americani (Citra e Mosaic).La birra.Ouwen Duiker si presenta nel bicchiere dorata e leggermente velata; il bianco cappello di schiuma che si forma è cremoso e compatto, con un'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente rappresentativo dell'abbondante luppolatura dichiarata: intensità molto bassa, stesso livello per quel che riguarda la pulizia e l'eleganza. Avverto una remota presenza di agrumi, arancio e mandarino, ma non c'è davvero altro da annotare. Fortunatamente al palato la situazione migliora: le note maltate (crosta di pane, miele, un accenno biscottato) sono ben amalgamate con quelle di frutta candita e di polpa d'arancio e vanno a costruire un profilo dolce e zuccherino piuttosto gradevole. Lo stesso non posso dire della chiusura amaricante alquanto corta che si snoda tra note terrose ed erbacee, meno convincente per eleganza e pulizia; la buona attenuazione fa comunque in modo che il palato rimanga abbastanza pulito ad ogni sorso. L'alcool è ben nascosto, le bollicine sono vivaci ma non precludono una sensazione palatale piuttosto morbida.Una Belgian Ale che onestamente non mi ha particolarmente colpito e che ho trovato abbastanza confusa in quello che vuole essere: la bottiglia che immagino risalire a maggio del 2015 non mette in risalto la luppolatura dichiarata sopratutto nella parte aromatica che, a dirla tutta, è anche la prima a subire le conseguenze del trascorrere del tempo. Si difende meglio il gusto, ma se penso ad altre Belgian Ale luppolate come quelle realizzate da De La Senne, alla XX Bitter di De Ranke o anche alla più "tranquilla" Poperings Hommelbier di Van Eecke, il confronto è davvero improponibile.Formato: 33 cl., alc. 7%, scad. 05/2017, 2.40 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hammer Killer Queen

Nuovo appuntamento con Hammer di Villa d'Adda (BG) che ha aperto le porte nel maggio dello scorso anno e che dunque si appresta a festeggiare il primo compleanno. Li avevo incontrati per la prima volta in occasione della Wave Runner IPA poi seguita dalla Bulk Porter.  Il birraio di Hammer Marco Valeriani non nasconde certo il suo amore per il luppolo, peraltro già espresso nelle ottime ricette elaborate durante la sua precedente esperienza al birrificio Menaresta; è qui che ha realizzato una delle birre di maggior successo, la Double IPA 22 La Verguenza.A gennaio 2015, mese dell'annuncio della dipartita di Valeriani da Menaresta, molti appassionati birrofili italiani si saranno fatti qualche domanda sul futuro di questa birra; a più di un anno di distanza direi che è andato tutto per il meglio. La Verguenza continua ad essere prodotta da Menaresta e Valeriani, arrivato da Hammer, ha sfornato una nuova Double IPA. Killer Queen, questo il nome scelto di quello che è un omaggio musicale all'omonimo brano dei Queen, pubblicato nell'ottobre del 1974 ed estratto dal loro terzo album Sheer Heart Attack. Primo vero successo commerciale del gruppo (raggiunse il secondo posto nel Regno Unito ed il dodicesimo negli USA), il singolo fu scritto da Freddy Mercury in una notte, completato il giorno successivo e narra di una ragazza squillo d'alta classe che "beve Moët et Chandon e mangia caviale". Sull'etichetta della birra appaiono una ghigliottina, un riferimento alla (morte della) regina Maria Antonietta citata nel brano dei Queen ed una boccetta di profumo (a forma di luppolo) anch'esso incluso nel testo della canzone.La birra.Simcoe, Chinook, Centennial, Columbus, Citra ed Amarillo, questo il parterre di luppoli scelto per la Killer Queen che arriva nel bicchiere di un colore velato a metà strada tra il dorato e l'arancio; la schiuma bianca e cremosa non è particolarmente ampia e neppure molto persistente. La bottiglia ha poche settimane di vita e l'aroma ne riflette tutta la freschezza: dominano gli agrumi (limone, cedro, pompelmo) con qualche intermezzo dolce di polpa d'arancia e  frutta tropicale come ananas e mango. L'intensità non è esplosiva ma eleganza e soprattutto pulizia sono ineccepibili. Al palato risulta molto gradevole e morbida, con una carbonazione contenuta e un corpo medio; il gusto è speculare ai profumi: qui è la frutta tropicale a dominare, componendo una succosa e "ruffiana" macedonia di ananas, mango e papaia su una base maltata leggermente biscottata. L'amaro si fa un po' attendere, arrivando proprio a fine corsa con le sue note resinose intense ma non al punto da spostare la bevuta in quella direzione; il dolce del tropicale rimane sempre presente, bilanciato anche da una buona secchezza. L'alcool rimane sempre ben nascosto portando un lieve tepore solamente nel retrogusto, dove permane una leggera scia amara resinosa. Killer Queen è una Double IPA che si lascia bere abbastanza facilmente a dispetto della sua gradazione alcolica: l'abbondanza di frutta dolce tropicale la rende molto piaciona senza nessuna deriva "dolciona", soprattutto ora che la bottiglia è ancora molto fresca. Per il mio gusto personale le manca un pochino d'amaro, ma siamo comunque in presenza di una delle migliori rappresentanti italiane dello stile. Formato: 33 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto 036B, imbott. 03/2016, scad. 30/09/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Modern Times Black House

Torniamo ad occuparci del birrificio Modern Times di San Diego, fondato nel 2013 da Jacob McKean e presentatovi dettagliatamente in questa occasione. Oggi  parliamo della Black House, una stout al caffè che il birrificio ha prodotto tostando in proprio la miscela di caffè scelta dotandosi di una piccola ma efficace apparecchiatura. Ma i progetti di McKean erano ben più ambiziosi: una volta ottenuti i permessi necessari per la produzione di generi alimentari, alla produzione di birra (che non richiedeva tali autorizzazioni) s’affianca anche quella di caffè che cresce lentamente ma sufficientemente da rendere indispensabile l’acquisto di attrezzature più grandi. Alla tasting room del birrificio potete acquistare l’intera gamma di caffè Modern Times che include oltre a varietà singole e a differenti miscele, anche alcune versioni invecchiate in legno. Sembra che l’idea di invecchiare le fave di caffè verde in botti che hanno ospitato alcolici o vino sia da attribuire alla Ceremony Coffee Roasters di Annapolis, Maryland. “La miscela che utilizziamo per produrre la Black House Stout è in vendita anche come caffè - dice McKean - ma  i processi di approvvigionamento e tostatura sono comunque diversi a seconda del loro utilizzo, che sia caffè da bere o caffè utilizzato per la birra”. La birra.La ricetta della Black House, qui disponibile anche per chi vuole tentare di replicarla a casa, prevede una miscela con il 75% di caffè Etiopa e 25% Sumatra; i malti usati sono Two Row, Kiln Coffee, Pale Chocolate, Black, Biscuit, Crystal 60, orzo tostato e avena. Come luppolo viene utilizzato l'estratto C02.Si presenta di colore ebano scuro con riflessi borgogna, e forma una perfetta testa di schiuma color cappuccino, "croccante" cremosa e compatta, molto persistente. La birra è stata messa in lattina lo scorso agosto e i sette mesi trascorsi non sarebbero certo l'ideale per l'apprezzamento del caffè che tende a svanire abbastanza in fretta. Il naso non è in effetti un esplosione di profumo ma porta in dote una raffinatissima eleganza di caffè in chicchi ed in polvere con in sottofondo note di cioccolato fondente e di orzo tostato. In questo elogio del "less is more" sono l'estrema pulizia e la finezza a rendere l'aroma davvero coinvolgente ed invitante. La sensazione palatale non è tuttavia da meno, anzi: poche bollicine, corpo medio ed un mouthfeel soffice e morbidissimo grazie dall'utilizzo di avena, quasi un velo di seta che avvolge il palato mentre la birra scorre con grande facilità. Il gusto ripropone l'austera semplicità dell'aroma utilizzando quattro elementi in maniera esemplare: sottofondo di caramello, elegantissime tostature di orzo, caffè e cioccolato amaro o meglio chicchi di caffè ricoperti di cioccolato amaro. A scriverlo sembra un controsenso, ma il caffè riesce ad essere intenso e delicato al tempo stesso; nel finale l'acidità dei malti scuri contribuisce a rendere la bevuta bilanciata per poi lasciare il campo libero al lungo finale amaro di tostature e caffè. Ne risulta uno degli utilizzi più raffinati del caffè nella birra che mi sia capitato d'assaggiare: stout intensa eppur facilissima da bere, elegantissima, realizzata con una pulizia maniacale. Livello davvero molto alto, in Italia qualche lattina si trova, non fatevela sfuggire se vi piace lo stile. Formato: 47.3 cl., alc. 5.8%, IBU 40, imbott. 14/08/2015, 6.00 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.