The Bruery Share This: Coffee

A maggio 2016 il birrificio californiano The Bruery annuncia la nascita della "Share This", ovvero una serie di imperial stout che saranno realizzate utilizzando ogni volta alcuni ingredienti diversi selezionati da Patrick Rue. Il fondatore del birrificio spiega che "quando abbiamo iniziato a pensare agli ingredienti che volevamo utilizzare, ci siamo resi conto che di solito provenivano dalle regioni più povere del mondo. Realizziamo le nostre birre (nel formato da 75 cl., nda) affinché siano condivise tra più persone e, andando un po' oltre in questo caso, siano condivise anche con quelli che beneficiano del nostro aiuto". The Bruery ha infatti deciso di donare in beneficienza un dollaro per ogni birra prodotta. La serie viene inaugurata a giugno 2016 con una massiccia imperial stout chiamata Share This Coffee per la quale viene utilizzato caffè della varietà  Bourbon & Catimor proveniente dalla fattoria della famiglia Cagat che si trova sull'isola di Mindanao, nelle Filippine; il caffè è stato poi tostato dalla torrefazione Mostra Coffee di San Diego.  Il ricavato di un dollaro a bottiglia è stato donato alla Free Wheelchair Mission (FWM), un'organizzazione no profit  nelle Filippine che fornisce sedie a rotelle a persone che vivono nei paesi in via di sviluppo. "Grazie alla partnership con The Bruery - racconta un rappresentante della FWM - saremo in grado di restituire la mobilità a 550 persone nelle Filippine che potranno così tornare ad avere una vita sociale. Con la sedia a rotelle restituiremo a chi la riceve anche dignità, indipendenza e speranza".La birra.Non è nera ma poco ci manca e genera una bella testa di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dalla buona persistenza. L'aroma è ovviamente dedicato al caffè, sia in chicchi che espresso, ma non solo: ci sono indizi di cacao, liquirizia e qualche nota terrosa, etilica, di pelle/cuoio. Bene la pulizia, discreta l'intensità che tuttavia si prende subito la rivincita al palato: è un'imperial stout imponente ma non ostica, che scorre senza intoppi. Poche bollicine, consistenza oleosa, corpo tra il medio ed il pieno ed un bel carico di caffè ed intense tostature che sono bilanciate dal dolce di caramello, liquirizia e un discreto residuo zuccherino.  Si chiude con caffè e tostature, una lieve nota terrosa e anche una leggerissima astringenza, il tutto imbevuto nell'alcool per un retrogusto caldo, potente e morbido al tempo stesso; il formato da 75 cl. è ovviamente da condivisione ma è una birra che si può comunque sorseggiare senza grossi sforzi. Imperil stout pulita, intensa, bilanciata e ben fatta, di livello molto buono ma non eccelso; quando si beve Bruery si parla purtroppo quasi sempre di cifre considerevoli: lecito quindi pretendere un'adeguata ricompensa/soddisfazione, ma in questo caso a mio parere il viaggio  - seppure gradevole - non vale  del tutto il prezzo del biglietto. Formato: 75 cl., alc. 11.9%, IBU 35, lotto 315, imbott. 03/05/2016, prezzo indicativo in Europa 18/20,00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pyraser Kellerbier

Pyras, paese nel quale vivono circa duecento anime e che si trova una quarantina di chilometri a sud di Norimberga, nella Baviera: qui dal 1870 la famiglia Bernreuther conduce la Pyraser Brauerei.Ma la tradizione si può addirittura far risalire al 1649, anno in cui l'immigrato austriaco Hanns Bernreuther arriva in Franconia ed acquista una fattoria che, come era solito a quel tempo, produce anche birra. Dei suoi dieci figli almeno otto si dedicano alla birra, sia gestendo fattorie che ristoranti. A Pyras si stabilisce per primo Johann Adam Bernreuther: è il 1749 quando ventenne acquista la fattoria Zum Angerwirt, dedicandosi soprattutto al legname. Il birrificio arriva solamente nel secolo successivo, quando le attività della fattoria sono messe in crisi dalla limantria, una  farfalla parassita capace di defogliare qualsiasi albero; dovendosi reinventare una professione, Adam Bernreuther sceglie la produzione di birra. Friedrich Bernreuther ha il compito di far rinascere il birrificio dalle sventure della seconda guerra mondiale, ma è sopratutto il figlio Georg, subentrato nel 1969 alla prematura morte del padre, a compiere importanti lavori di ammodernamento e di espansione. Dal 2010 il birrificio Pyraser è guidato da Marlies Bernreuthe, figlia di Georg, a quel tempo la più giovane donna bavarese proprietaria di un birrificio: aveva trentun anni. E' lei ad introdurre le prime novità all'interno di una gamma di birre sino ad allora rispettose della tradizione e dell'editto di purezza: nasce la Pyraser Herzblut, marchio col quale vengono prodotte alcune Bierspezialitäten. Arrivano una Imperial Pale Ale, una Doppelbock invecchiata in botti di whisky (Oaked Whiskey Ultra) e la Belgian Strong Ale chiamata Achims Grand Cru. Ad affiancare Marlies c'è il giovane birraio Achim Sauerhammer che ha raccolto il testimone dal padre Helmut, birraio per Pyraser dal 2001.La birra.Restiamo sul classico con una bottiglia di Pyraser Kellerbier: viene prodotta con malti Monaco e Pilsner, luppoli Perle, Hersbrucker, Select. Il suo colore è ambrato, con riflessi ramati e un cremoso cappello di schiuma biancastra, fine e compatta, dalla buona persistenza. Al naso profumi di miele millefiori e camomilla, cereali ma anche qualche puzzetta (skunk) dovuta ad un'eccessiva esposizione alla luce. Che la tradizione tedesca imponga la facilità di bevuta è un dato di fatto ovvio, ma in questa bottiglia di Kellerbier di Pyraser la caratteristica viene portata all'estremo. La birra scivola subito nell'acquoso con poche bollicine ed un corpo abbastanza esile: l'intensità del gusto non l'aiuta a risollevarsi, con pane, miele e cereali che cercano di non annegare nell'acqua. In bocca anche un leggero diacetile, ma a rovinare quel poco che c'è arriva una poco gradevole nota di cartone; chiude con un passaggio amaro velocissimo che riesce ugualmente a dare qualche impressione di gomma bruciata. Una bevuta piuttosto deludente, con tutte le giustificazioni del caso di una bottiglia che mi sembra essere stata un po' maltrattata: ma al di là di qualche difetto, quello che colpisce maggiormente è l'intensità davvero bassa. Formato: 50 cl., alc. 4.8%, IBU 18, scad. 07/06/2017NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De la Senne / Bruton: Racines

Collaborazione italiana numero tre per il birrificio di Brussels De la Senne, sempre molto attivo nel realizzare birre assieme ad altri colleghi provenienti da tutto il mondo. Dopo la Taras Runa con Montegioco e la Schieve Funambolo con Toccalmatto, tocca al birrificio toscano Brúton: a febbraio 2016 Jacopo "Apo" Lenci e Andrea Riccio s'incontrano a tavola con Yvan De Baets e Bernard Leboucq per discutere i dettagli della ricetta. Il luogo scelto è il ristorante italiano Racines di Brussels, al quale la birra viene poi dedicata. Si tratta di una saison prodotta con farro della Garfagnana e, per la rifermentazione in bottiglia, brettanomiceti; la cotta si svolge in aprile e la birra viene imbottigliata verso la fine di maggio. In etichetta il logo del ristorante Racines e dei due birrifici: il toro di Bruton e l'uomo De la Senne simile a quello che compare sull'etichetta della Stouterik.La birra.Nel bicchiere si presenta di colore oro pallido, leggermente velato e sormontato da un esuberante cappello di bianca schiuma pannosa, un po' scomposta ma dall'ottima persistenza. I brettanomiceti dichiarati in etichetta non si nascondono e vanno subito a caratterizzare l'aroma con le loro note lattiche: yogurt, affiancato da profumi floreali e di limone. Il sottofondo è funky, con sudore e pelle di salame.Vivacemente carbonata, in bocca è molto agile e leggera, con una scorrevolezza davvero elevata. Lieve è anche la base maltata: un tocco di crackers e poi la bevuta ritorna sui binari tracciati dall'aroma. Anche qui dominano i brettanomiceti in una birra acida, caratterizzata dal lattico e dalle note funky: oltre al "brett" non c'è però molto altro, e i lieviti selvaggi si ritrovano un po' da soli. Bisogna attendere che la birra si scaldi parecchio per vedere un po' più di equilibrio con l'emergere di una componente fruttata (agrumi, ananas) che finalmente arricchisce una bevuta facile ma - sino a questo momento - anche un po' troppo semplice. Molto secca, è ovviamente dissetante e rinfrescante grazie alla sua acidità: la sua sessionabilità non è in discussione e il rapporto qualità-prezzo è tutto sommato accettabile considerando che oggi, quando si parla di brettanomiceti, ci si sposta subito in fascia alta. Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 19/05/2016, scad. 19/05/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Kees Caramel Fudge Stout

Ritorna sul blog anche il birrificio olandese Kees che avevamo incontrato non molto fa. Il fondatore, Kees Bubberman, è un personaggio già noto ai birrofili europei e non: per sette anni  (2007-2014) è stato il birraio presso il birrificio Emelisse prima di presentare le dimissioni nell’autunno 2014.  Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees!, che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse ed ha un potenziale annuo di circa 1800 hl.  Il database di Ratebeer elenca 52 birre prodotte in quasi due anni di attività, praticamente una nuova ogni quindici giorni. La gamma delle otto birre prodotte tutto l’anno (Double Rye IPA, Export Porter 1750, Peated Imperial Stout, East India Porter, Pale Ale Citra, Barley Wine, Just Another IPA, Session IPA, Mosaic Hop Explosion) è stata affiancata dai primi invecchiamenti in botte (Barrel Project) e da una serie di one-shot o produzioni stagionali. Nell’ultimo periodo anche Kees ha imboccato la strada delle aromatizzazioni: oltre ad una “innocua” Grapefruit IPA e ad una Pale Ale Citra Papaya & Chilli Infused, ha di recente realizzato alcune birre “strane” (disney o “pupazze”, a seconda di come volete chiamarle) che si spingono nella direzione di dessert in forma liquida: una porter al cocco (Mutiny On The Bounty) una Vanilla Crème Brûlée Stout, la natalizia  Xmas Chocolate Muffin e la potente Caramel Fudge Stout: proviamola.La birra.Caramello e cioccolato sono i due ingredienti aggiunti ad una birra che utilizza luppoli Summit e Cascade, giusto per la cronaca. Ci sono sostanzialmente due approcci alla realizzazione di questo tipo di birre: una caratterizzazione molto delicata che apporta dei semplici dettagli arricchenti la birra, la quale rimane comunque l’indiscussa protagonista. L’altro si muove all’estremo opposto:  scompare la birra, gli ingredienti aggiunti trionfano in maniera sfacciata per stupire il bevitore che, in assenza di punti di riferimento noti, si trova spaesato nei confronti di quelli che ha nel bicchiere:  amore o odio, questione di gusti personali. Sfortunatamente, per le mie preferenze, questa Caramel Fudge Stout si colloca nella seconda categoria.Debutta alla fine del 2015 e si presenta nel bicchiere di colore ebano scuro, con venature rossastre; la generosa testa di schiuma che si forma è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mette subito in evidenza la volontà di una birra che ha deciso di sacrificarsi per diventare una sorta di dessert: cioccolato al latte, gianduia e soprattutto tantissimo caramello. Dolce e zuccherino, il  risultato non brilla certo di eleganza e risulta un po' artificioso. Non ci sono ovviamente grossi cambiamenti al palato, dove questa Caramel Fudge Stout continua il suo percorso nell'abbondanza di caramello/fudge e cioccolato al latte ben riscaldati da un contenuto alcolico importanti (11.5%) che cresce man mano che la bevuta avanza e riesce in qualche modo a contrastare il dolce. L'etichetta dice "stout" ma non vi aspettate di trovare molte tostature o caffè nel bicchiere: l'amaro, che arriva a fine corsa, è sopratutto luppolato e la resina non è esattamente l'accompagnamento ideale ad un dessert.  L'incontro-scontro è evidente e lascia piuttosto perplessi, nonostante nel retrogusto arrivi un po' di cioccolato a riportare la birra (?) sui binari del dessert.Mi trovo sinceramente in difficoltà ad esprimere un'opinione su questa Caramel Fudge Stout: il gusto personale quasi m'impedisce di descriverla oggettivamente. Se avete intenzione di bere una birra, sicuramente questa bottiglia non fa per voi; dopo un paio di sorsi, come è capitato a me, avrete probabilmente voglia di bere qualcos'altro. Se invece siete per le birre-non-birre alla Omnipollo, annotatevela sul taccuino. Non è probabilmente al livello della beerfirm svedese, ma ne può rappresentate una valida alternativa low cost.Formato: 33 cl., alc. 11.5%, IBU 45, lotto 16.64, scad. 11/2019, pezzo indicativo 5.50/6.50 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Birrificio del Ducato L’ultima Luna 2009

Nuovo appuntamento con “dalla cantina”, dedicato al vintage. Per l’occasione restiamo nel nostro paese stappando una bottiglia de L’Ultima Luna del Birrificio del Ducato: si tratta di un Barley Wine che viene invecchiato in botti che hanno ospitato Amarone della Valpolicella.  Era il 2009 e il birrificio guidato da Giovanni Campari annunciava la nascita della “Linea Il Tempo”, dedicata ovviamente agli affinamenti in botte; si partiva con una ventina di barriques e l’intenzione di aumentarne il numero nella cantina di Roncole Verdi in concomitanza con la messa in funzione del nuovo impianto di Fiorenzuola. Come spiega il birraio Campari, “l’ultima luna è la birra che ho ideato per celebrare la nascita del mio primo figlio, matteo. Ricordo che durante i mesi dell’attesa ho pensato a lungo alla birra che gli avrei dedicato, volevo che fosse profonda, complessa, evocativa e che si potesse destinare ad un lungo invecchiamento. Decisi di utilizzare botti usate di Amarone (uno dei miei primi amori in campo enologico), ma riempite solo per 2/3 del loro volume, in modo tale da favorire l’ossidazione della birra con l’aria (un omaggio al mio passato in Andalusia, ai vini ossidati di una terra in cui ho lasciato un pezzo di cuore). La birra (se così la si può ancora chiamare) avrebbe dovuto originariamente invecchiare 9 mesi, ma con l’esperienza ho capito che l’invecchiamento minimo per questa birra è di 36 mesi. In etichetta ci sono delle citazioni di Dalì e Saint-Exupéry, l’immagine del bambino che solleva surrealisticamente il mare è un chiaro riferimento a Matteo”.La birra.Dalla cantina una delle bottiglie del primo lotto de L’Ultima Luna, anno 2009; l’etichetta indica  un invecchiamento di almeno nove mesi in botte. Se non erro per le edizioni successive il periodo di maturazione è stato prolungato a 24 mesi variando a seconda del millesimo.Il suo colore è un torbido tonaca di frate, con riflessi ambrati; l’assenza di schiuma non è una sorpresa, solo qualche bolla grossolana si forma ai lati del bicchiere. L’aroma è dolce e caldo, avvolgente: zucchero caramellato, toffee, frutti di bosco (more, mirtilli), prugne disidratate, fichi; in sottofondo legno e cuoio, accenni di vaniglia.  Le ossidazioni conducono nel territorio di vini liquorosi, porto e madeira, apportando anche nota sanguigna.  Al palato arriva piatta, con una viscosità oleosa a renderla morbida e – tocca ripetermi – avvolgente. Anche qui gli aspetti “meno nobili” dell’ossidazione (sangue, cartone) non pregiudicano una bevuta complessa e appagante: vinosa e liquorosa, calda e suadente, si sviluppa su di un percorso fatto di uvetta, prugna, frutti di bosco, caramello. Di tanto in tanto si scorgono pelle e cuoio, legno, una nota leggermente salina.  Il dolce è magistralmente asciugato dall’alcool in un finale ricco di tannini, con una leggerissima ma percettibile astringenza. Anche lei assolutamente perdonabile, perché a questo punto la birra è già scomparsa: il retrogusto è un lungo e dolce abbraccio di vino liquoroso, che riscalda cuore ed animo. La scadenza indicata in etichetta è 2050: ad otto anni dall’imbottigliamento L’Ultima Luna è ancora una gran bella bevuta nella quale le prime rughe iniziano però ad affiorare; nonostante il tempo sia un buon amico di queste birre, se ne avete una in cantina vi inviterei ad aprirla senza rischiare di andare oltre. Non ho osato “lasciare le bottiglia aperta per berla dopo circa tre mesi per innalzare il livello del godimento”, come piace fare al suo creatore Giovanni Campari. Magari ci proverò alla prossima occasione.Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 175 09, scad. 12/2050NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pinta Vermont IPA

La Polonia è in fermento e i birrifici/beerfirm locali, sostenuti da una domanda interna che si colloca ai primi posti in Europa, continuano a sfornare birre su birre e ad aprire taproom o pub di proprietà.  Uno dei pionieri e dei protagonisti di questo movimento è Browar Pinta, beerfirm con sede legale a Żywiec, nel sud est della Polonia e fondata da Ziemowit  Fałat,  Grzegorzem Zwierzyną e Marka Semlę, che già avevo ospitato in questa occasione. Aperta nel 2010, ha inaugurato nel giugno 2014 il bar Viva la Pinta in centro a Cracovia; Il fondatore (e birraio) Ziemek è anche socio del sito Browamator che vende materiale per homebrewing e,  da quanto leggo, autore di libri ed articoli su come fare la birra in casa.  Nel 2015 Pinta ha inaugurato una serie di birre chiamata “Miesiąca”:  ogni mese il birrificio fa uscire una novità esclusivamente in fusto, a produzione limitata (100 fusti, di solito uno in ogni locale). In caso di riscontro positivo da parte del pubblico valuta se produrla in maggiore quantità e se farla entrare in produzione stabile. Le birre sono annunciate solo pochi giorni prima del vernissage nei pub selezionati. Il mese di agosto 2016 ha visto il debutto della Vermont IPA: c’era in effetti da meravigliarsi del fatto che nessun microbirrificio polacco, in una scena dove il luppolo è venerato, avesse ancora pensato ad emulare le ricercatissime Juicy/Cloudy IPA del New England. Pinta dichiara tuttavia che non si tratta di un tentativo di emulare quelle birra ma piuttosto di trovare un punto d’incontro tra il  carattere “succoso” della East Coast  e quello “amaro” della West Coast, al quale evidentemente i beergeeks polacchi  non intendono rinunciare.La birra.La ricetta viene realizzata dal birraio Ziemowit Fałat assieme a Paul Maslowski; per la produzione ci si appoggia agli impianti del birrificio Na Jurze di Zawiercie. Vengono utilizzati malti Premium Pilsner e Pale Ale, luppoli Citra Centennial, Mosaic e  Columbus, lievito S-04. Non filtrata, nel bicchiere è effettivamente opaca ma non torbida quanto una Juicy/Cloudy IPA del New England: il suo colore si trova tra l’arancio ed il dorato, con una testa di schiuma appena biancastra compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.Aroma fresco ed intenso, ma con pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili: ananas, arancia dolce, pompelmo zuccherato, mango sono gli elementi che compongono la macedonia di frutta.  Il mouthfeel non ha la cremosità che una New England IPA richiederebbe ma è ugualmente morbido e gradevole: la scorrevolezza è buona ma non ottima, l’alcool si fa sentire secondo quanto dichiarato (6.1%) in etichetta. Il gusto è effettivamente “succoso” e carico di frutta: un tocco caramellato e biscottato supporta il tropicale (mango, ananas?) ed il pompelmo, anche se il livello di pulizia non è tale da farti cogliere la pienezza di quei frutti.  Il finale amaro e resinoso, benché di modesta intensità, riesce ugualmente a grattare un po’ il palato;  la chiusura non è molto secca, con una lieve patina dolciastra che rimane sempre ad avvolgere il palato.  Nel complesso è una IPA di buona intensità e molto fruttata, godibile e ancora piuttosto fresca, anche se un po’ grezza: rimangono i problemi che “affliggono”  quasi tutte le IPA polacche che mi è capitato d’assaggiare, ovvero pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili. Il rapporto qualità prezzo (siamo tra gli 8/9 euro al litro qui in Italia ) è comunque buono e la si perdona senza grossi rimpianti, a patto di non pretendee una "copia" di una IPA del New England.Formato: 50 cl., alc. 6.1%, IBU 54, scad. 15/06/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia  e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hoppin’ Frog / Cigar City DareDevils Got Game

2016 ricco di collaborazioni per il birrificio dell’Ohio Hoppin' Frog,  fondato nel 2006 dal birraio  Fred Karm ad Akron; il birrificio esporta in Europa dal 2008 e ha voluto nuovamente collaborare, ripetendo l’esperienza del 2012, con alcuni birrifici del nostro continente. L’Hoppin Frog 2016 European Collaboration Tour chiama a raccolta i danesi della Dry & Bitter per una Baltic Porter, la beerfirm To Øl (SS Stout),  gli inglesi di Siren (la piccante 5 Alarm) e i norvegesi di Lervig con la massiccia Sippin' Into Darkness Imperial Stout che (nota personale) mi devo decidere a stappare al più presto. L’unica collaborazione realizzata nella madre patria, se non erro, avviene invece con Cigar City, birrificio che si trova a Tampa (Florida), fondato da Joey Redner e guidato dal birraio Wayne Wambles.  L’incontro si prospetta davvero interessanti, in quanto entrambi producono delle ottime imperial stout. Dalla Florida arrivano le (quasi) introvabili Marshal Zhukov e Hunahpu (quest’ultima prodotta solo una volta l’anno), mentre dall’Ohio ci sono le più facilmente reperibili B.O.R.I.S. e D.O.R.I.S., affiancate dalla nuova nata T.O.R.I.S. DareDevils Got Game, ovvero “i temerari sanno il fatto loro”: questo il nome scelto da Kelemen e Wambles: “l’abbiamo chiamata così perché entrambi ci sentiamo dei temerari nell’industria della birra; spesso realizziamo prodotti innovativi come questo, dagli standard qualitativi così elevati che diventeranno esempi da seguire”. La birra.DareDevils Got Game è una massiccia Imperial Stout prodotta con avena, caffè e liquirizia italiana; debutta negli Stati Uniti a giugno 2016. Al solito le  Hoppin’ Frog non recano nessuna indicazione sulla data d’imbottigliamento: ipotizzando che anche questa risalga alla scorsa estate, si tratta di una bottiglia con sei mesi di vita: non proprio il massimo per una birra al caffè, ingrediente che tende ad affievolirsi abbastanza rapidamente. Il bicchiere si colora di nero e viene sormontato da una testa di schiuma nocciola, cremosa anche se un po’ scomposta, dalla buona persistenza. Al naso domina il caffè, in chicchi e macinato: buona l’intensità, ottima l’eleganza; l’accompagnano, molto in secondo piano, profumi di orzo tostato e liquirizia. Il minaccioso ed oleoso liquido versato nel bicchiere si rivela al palato meno proibitivo del previsto: corpo medio pieno, poche bollicine ed una consistenza che sembra privilegiare la scorrevolezza rispetto alla morbidezza. La bevibilità, considerata l’importante gradazione alcolica (10.4%) è piuttosto buona. La partenza è dolce di caramello, melassa e liquirizia che progressivamente vanno scemando lasciando emergere il caffè e le eleganti tostature: la bevuta è pulita e molto ben bilanciata, con l’alcool a diffondere un delicato calore che non disturba mai. Il livello d’amaro, rinforzato dalla resinosa luppolatura, aumenta nel finale con un bel crescendo di caffè e torrefatto che, sempre ben accompagnato dall’alcool, caratterizza anche il lungo retrogusto, impreziosito da accenni terrosi e di cioccolato fondente. Una Imperial Stout molto ben fatta e pulita, con pochi elementi in gioco disposti in maniera eccellente e bilanciata in ogni suo aspetto: non si trovano tutti i giorni birre così intense e potenti che si riescono a bere con davvero poco sforzo.Formato: 65 cl., alc.  10.4%, IBU 60, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa 18/20 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

BrewDog Elvis Juice

Nasce come prototipo a metà 2015 la prima IPA al pompelmo di BrewDog chiamata Elvis Juice. Al solito, i bevitori sono invitati ad esprimere la propria preferenza scegliendo, tra le varie bottiglie sperimentali che ogni anno il birrificio scozzese realizza, quali dovrebbero entrare in produzione stabile. Questa prima versione prevede malti Extra Pale, Monaco ed una luppolatura di Amarillo, Simcoe, Centennial e Magnum; oltre al pompelmo, viene anche aggiunta l’arancia rossa. La birra risulta uno dei prototipi vincitori e a marzo 2016 i primi fusti arrivano nei vari BrewDog bar; il debutto non poteva che essere alla “BrewDog”, ovvero eccentrico: si parla di Grapefruit Pay.  Dal 4 marzo chiunque si presenti al bancone con un pompelmo  in mano riceverà gratuitamente una mezza pinta di Elvis Juice, con il limite di una a testa.; i pompelmi raccolti saranno poi utilizzato per produrre un nuovo lotto di birra.  La ricetta definitiva viene leggermente modificata: malti Extra Pale e Cara, luppoli: Magnum, Amarillo, Simcoe, Citra e Mosaic. E’ tutto? Ovviamente no, quando c’è di mezzo BrewDog anche una semplice IPA al pompelmo diventa un caso di ben più vaste proporzioni. Alle Elvis Presley Enterprises (EPE), azienda nata per occuparsi della gestione del patrimonio della The Elvis Presley Trust, fondazione creata nel 1979 alla morte del cantante,  non piace molto l’idea che il birrificio possa sfruttare il nome Elvis per una birra. Lo scorso ottobre 2016 è partita un'azione legale dagli Stati Uniti che credo sia ancora in corso. La risposta dei fondatori di BrewDog James Watt e Martin Dickie è ancora una volta singolare: entrambi firmano un atto unilaterale per cambiare il proprio nome in Elvis. Il nuovo Elvis Watt dichiara: “abbiamo fatto notare agli avvocati della fondazione Presley che il nome Elvis non è una loro esclusiva. Per sottolineare l’amore che proviamo verso la nostra IPA al pompelmo, abbiamo cambiato i nostri nomi; da oggi la Elvis Juice è dedicata a noi, i birrai un tempo chiamati James e Martin. Potremmo persino iniziare un’azione legale contro il sig. Presley per aver utilizzato i nostri nomi sui suoi dischi senza il nostro permesso”. Ed Elvis Dickie aggiunge: “suggeriamo alle Elvis Presley Enterprises di indirizzare la loro attenzione verso un’altra potenziale fonte di reddito: un birrificio che produce una birra chiamandola “The King of beer” (Budweiser, nda.)”. Ed in quel secondo weekend di ottobre 2016, a qualsiasi persona chiamata Elvis che si presenti munita di carta d’identità in un BrewDog bar del Regno Unito venne offerta una mezza pinta di Elvis Juice.La birra.Il suo colore, leggermente velato, si trova tra l'arancio ed il ramato, con riflessi dorati: la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma mette ovviamente in evidenza il pompelmo, ma non c'è una dittatura: emergono profumi floreali e di frutta tropicale, sopratutto mango. In sottofondo un po' di caramello ed anche qualche meno gradevole nota saponosa; intensità e freschezza non brillano, ma nel complesso è un bouquet gradevole. Il gusto mostra buona corrispondenza con l'aroma: caramello e biscotto costituiscono la base maltata, molto discreta, sulla quale si sviluppa un percorso che parte da un lieve fruttato tropicale e vira poi deciso sul pompelmo. Pensate ad un frutto spremuto e zuccherato senza parsimonia. Il pompelmo prosegue la sua corsa facendo un po' a spallate  con l'amaro finale, un po' resinoso e vegetale, non molto elegante: i due elementi sembrano quasi respingersi anziché amalgamarsi. Sparito l'amaro, ritorna il pompelmo.C'è poi sempre quella patina leggermente dolciastra (no, non il diacetile) che avvolge il palato a fine bevuta, un tema ricorrente in quasi tutte le BrewDog che mi capita occasionalmente d'assaggiare: ne risulta una birra più accomodante ma poco secca e che perde una buona parte del suo potere dissetante e rinfrescante. Il risultato complessivo è discreto, anche se ben lontano dall'eccellenza: tanti per darvi un termine di paragone, la High Wire Grapefruit di Magic Rock viaggia su ben altri livelli qualitativi. Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 40, lotto 160767, scad. 29/10/2017, pagata 2.79 Euro (supermercato, Austria).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Vleteren Bruin 12° Oak Barrel Aged

Risale all'ultimo ventennio del diciannovesimo secolo la fondazione del birrificio St. Antonius a Woesten, frazione di Vleteren, Fiandre Occidentali. Quasi completamente distrutto nel corso della prima guerra mondiale, come ma la maggior parte degli edifici di quella zona del Belgio, venne ricostruito nel 1919 e nel 1925 acquistato da Jozef Decaestecker. Il nome viene quindi modificato in Brouwerij Decaestecker e, dopo qualche anno, abbreviato semplicemente in Deca. Nel 1980 il birrificio fu acquistato da Georges Christiaens che lo ha guidato sino al 2013 anno in cui morì, all'età di ottantatre anni, in uno spaventoso incidente stradale sulla A19 nel quale, a causa della nebbia, furono coinvolti oltre 130 veicoli. Il testimone è quindi passato nelle mani del figlio Nicolas. La produzione di birra alla Deca era andata progressivamente diminuendo nel corso del tempo: sino alla metà degli anni '90 l'azienda operava principalmente come un magazzino distributore di bevande, producendo soprattutto bibite analcoliche. L'inversione di rotta si ha quando Christiaens decide di iniziare a produrre per conto terzi: dopo alcuni olandesi, sono Nino Bacelle e Guido Devos, ovvero il birrificio De Ranke, a stabilire la propria casa presso la Deca. Una decina di anni dopo furono altri due ex-homebrewers, Urbain Coutteau e Philippe Driessens, ovvero De Struise Brouwers, a rendere "famosi" gli impianti della Deca. Per quel che riguarda la produzione propria, il sito internet elenca solamente sei etichette ma sono molte di più secondo il database di Ratebeer; quelle più interessanti fanno parte del marchio Vleteren che omaggia il comune di provenienza. La birra.Questa zona delle Fiandre Occidentali belghe è la terra delle grandi Strong Dark Ales: a cinque chilometri di distanza da Woesten, dove si trova la Deca, c'è il nuovo birrificio degli Struise; a sette l'abbazia di St. Sixtus/Westvleteren; a diciassette chilometri c'è Watou e la Brouwerij St Bernard e, qualche chilometro prima, la Brouwerij Vaneecke. Non è facile competere con le migliori rappresentanti al mondo di questa categoria stilistica, ma il birrificio Deca ci prova con la sua Vleteren 12 Bruin: quattro varietà di malto, due di luppolo ed un invecchiamento in botte che lascia qualche dubbio. Ratebeer parla di grandi foeders, mentre il birrificio dichiara in un incerto inglese "aged in oak barrels with Port": si tratta quindi di botti ex-porto, o una piccola quantità di porto viene immesso nelle botti assieme alla birra?L'aspetto non è di certo il suo punto di forza: tonaca di frate, torbido, con intensi riflessi rossastri; più che una schiuma si forma una serie di bolle biancastre che aderiscono ai bordi del bicchiere. L'aroma è caldo ed avvolgente, anche se non brilla d'eleganza: c'è tanta frutta sotto spirito (uvetta, datteri, prugna, frutti di bosco) alla quale s'affiancano i profumi di zucchero candito, legno e vino liquoroso, porto. Poche bollicine al palato, corpo medio, una scorrevolezza che si può definire buona se si considera l'importante gradazione alcolica (12%). Il gusto prosegue in linea retta il percorso iniziato dall'aroma: caramello, accenni di biscotto e una spiccata dolcezza fatta di zucchero candito e tantissima frutta sotto spirito. Oltre a quella già presente nell'aroma, spunta anche la pera. L'alcool riscalda con vigore ma senza eccessi tutta la bevuta, aiutando ad asciugare una buona parte del dolce; il lavoro viene completato dal leggerissimo amaro dei tannini, che accompagnano a fine corsa le note legnose. Lunghissimo il retrogusto, molto dolce, morbido e caldo d'alcool.  Una birra pulita e ben fatta che si sorseggia con piacere e con calma in un freddo dopocena invernale: un po' monodimensionale e non molto raffinata, regala soddisfazioni che non sono all'altezza di quelle date dalle Strong Dark Ales dei birrifici citati sopra. Ma se ci si accontenta, si riesce ugualmente a godere.Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto A, scad. 21/05/2018, prezzo 2.50 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Sori Coffee Gorilla & Vaat Jailhouse Brew

Continua a crescere la scena della craft beer dell'Estonia, nazione che si è fatta conoscere in Italia grazie alle birre del birrificio Põhjala. Il database di Ratebeer include oggi oltre 60 tra microbirrifici e beerfirm, tutti aperti negli ultimi tre anni. Vediamo di conoscerne due.Sori Brewing si trova nella periferia di Tallinn e viene fondata dai finlandesi Pyry Hurula, Heikki Uotila e Samu Heino, quest'ultimo non più in società oggi. I tre s'incontrano ad un club di appassionati di birra ed iniziano ad abbozzare l'idea di aprire un birrificio; Hurula, un lavoro nella finanza e un'attività in proprio di marketing, si occuperà della parte commerciale. Uotila (ex-marketing on-line) e Heino (microbiologo) sono i due che hanno già esperienza con l'homebrewing dai tempi dell'università e che si prenderanno cura della produzione. Invece di aprire nella nativa Finlandia, con la sua burocrazia e il suo monopolio di stato che regola la vendita degli alcolici, i tre si spostano nella vicina e più amichevole Estonia. Il nome scelto (Sori) è quello del quartiere di Tampere dove si sono conosciuti.  Mentre Heino abbandona rapidamente il progetto, Hurula e Uotila danno il via ad un crowfunding di successo che li vede nel 2014 racimolare 450.000 Euro. Le vendite rispondono positivamente e nel 2015 una seconda campagna di crowfunding porta altri 470.000 Euro necessari per una prima espansione; ad affiancare Hurula e Uotila oggi c'è un comitato consultivo formato da cinque dei maggiori investitori che hanno esperienza nella ristorazione, nella finanza e nella distribuzione alimentare. Una cinquantina le birre prodotte in tre anni di attività, incluso un Sahti realizzato assieme al Birrificio del Ducato.La birra.Coffee Gorilla è una Baltic Porter prodotta con sei diverse tipologie di malto e caffè; praticamente nera, forma una bella testa di schiuma beige cremosa e compatta, fine, dalla lunga persistenza. Pane nero, biscotto, delicate tostature, caramello ed esteri fruttati (prugna, accenni di ciliegia sciroppata) compongono un bouquet aromatica pulito e dalla discreta intensità. Purtroppo mi è capitata una bottiglia molto vicina alla data di scadenza e quindi la presenza di caffè è davvero limitata. Al palato scorre bene con poche bollicine ed un corpo medio: il gusto mostra una buona corrispondenza con l'aroma, riproponendo gli stessi elementi. Nel finale il caffè si fa sentire maggiormente, con la bevuta che si chiude in un retrogusto amaro abbastanza intenso nel quale convivono caffè, tostature e note terrose. Una Baltic Porter (7%) abbastanza pulita che riscalda delicatamente mostrando un buon livello di pulizia; le manca un po' di fragranza, peccato non averla incontrata qualche mese prima. Il livello è comunque buono e la bevuta senz'altro soddisfacente.Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 45, lotto 33, scad. 19/01/2017, prezzo indicativo 3.00/4.00 Euro (beershop).Passiamo ora a Vaat  ("botte", in estone) beerfirm nata nel 2013 a Tallinn sulla quale sono riuscito a trovare pochissime informazioni; da quanto ho capito viene fondata da quattro amici/appassionati estoni e svizzeri (Johan, Markus, Lauri ed Oliver) ed è operativa dal 2015. Le ricette vengono elaborate su di un impianto pilota da 100 litri che si trova a Tallinn, per essere poi realizzate su grande scala altrove. Al momento il birrificio si appoggia all'immancabile De Proef in Belgio e, per un paio di birre destinate al mercato locale, al microbirrificio Must Lips di Tallinn. Tre sono le etichette in produzione regolare: una imperial stout chiamata Jailhouse Brew, una hoppy Vienna chiamata Lager Than Life e la witbier Witty Nelson.La birra.Jailhouse Brew, una imperial stout la cui ricetta prevede cinque diverse tipologie di malto, segale, avena e luppoli inglesi. Questa bottiglia dovrebbe far parte del primo lotto prodotto nei primi mesi del 2015, mentre da quanto leggo è già disponibile una nuova versione con una ricetta leggermente modificata.Nel bicchiere si presenta di colore nero, impenetrabile alle luce e sormontata da una generosa testa di schiuma beige, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. Nonostante sia prodotta dall'infallibile (o quasi) De Proef, l'aroma non sembra promettere molto di buono: quasi assente, non ci sono assolutamente tostature o altri elementi caratteristici dello stile. Si sente invece la componente etilica, accompagnata da poco gradevoli sentori di mela verde. Al palato c'è qualcosa in più ma purtroppo la scarsa pulizia non permette d'apprezzare il caramello e le delicate tostature; ritorna la mela verde, il percorso si chiude con un lieve torrefatto immerso nell'alcooi. Imperial Stout davvero deludente e con una carbonazione elevata che non aiuta a percepire i sapori: ne risulta una sorta di "agglomerato scuro", leggermente tostato che non riesce a soddisfare chi se la trova nel bicchiere.Formato: 33 cl., alc. 9.1%, lotto B, scad. 12/2018, prezzo indicativo 4.005/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.