The Wall Mrs. White

Secondo appuntamento con il birrificio The Wall di Vengono Inferiore (Varese), che vi ho presentato in questa occasione. Dopo Fire Witch, la IPA della casa, ecco Mrs. White:  arriva nell’estate del 2014, l’anno in cui lo stile delle White IPA (da quest'anno incluse anche tra le categorie del BJCP)  ha iniziato a diffondersi nella nostra penisola, con qualche anno di ritardo rispetto agli Stati Uniti. Ve ne avevo già parlato qui, indicando come data del primo esempio commerciale di White IPA (la Conflux Nr.2) la fine del 2010; si trattava tuttavia di una birra collaborativa (tra Deschutes e Boulevard) dalla distribuzione piuttosto limitata. I commenti entusiasti di coloro che riuscirono a berla fecero nascere un piccolo “hype” e spinsero altri produttori a cimentarsi in questo stile ibrido; la  Samuel Adams Whitewater IPA della Boston Beer Company del 2011 è stata probabilmente la prima White IPA ad ampia diffusione.  Tecnicamente una White IPA dovrebbe quindi utilizzare un ceppo di lievito belga ed una luppolatura americana; "concesso" anche l'utilizzo di spezie, come spesso avviene per le wit, con coriandolo e scorza d'arancia tra quelle usate più di frequente. Potreste anche chiamarle American Wit, mentre non vanno confuse con le American Wheat, anch'esse birre di "frumento" che però prevedono un lievito americano, nessuna spezia e una luppolatura chiaramente meno intensa di quella che c'è in una IPA.La White IPA di The Wall, se non erro, è generosamente luppolata con Columbus, Cascade e Simcoe; la ricetta prevede un ceppo di lievito americano (US-05), malto d’orzo, fiocchi di frumento e fiocchi d’avena, coriandolo e buccia d'arancia amara: una scelta che la colloca quindi a metà strada tra una White IPA ed una American Wheat.Il suo colore è giallo paglierino, velato  e sormontato da una bianchissima testa di schiuma non molto persistente, la cui trama è un po’ grossolana. L’aroma apre con le spezie (pepe bianco, coriandolo) seguite dai profumi del cedro e del limone, della scorza di mandarino; il bouquet è fresco e pulito, in un equilibrio molto ben riuscito tra la parte “white” e quella “IPA”. Spezie e generosa luppolatura convivono senza che l’una cerchi di annullare o sopraffare l’altra.Le cose sono un pochino diverse in bocca, dove la componente IPA prende decisamente il comando delle operazioni: la bevuta si sviluppa principalmente sull’agrumato (limone, cedro, mandarino) con una leggerissima base di malto (crackers, cereali) e qualche nota dolce di agrumi canditi a bilanciare. Pulita e fragrante, la Signora Bianca scorre molto veloce dissetando e rinfrescando senza indugi: le molte bollicine le donano una bella vivacità che mantiene sempre in tensione il palato. Chiude con una bella secchezza ed un amaro elegante, di buona intensità, dove alle note “zesty” (scorza di limone, pompelmo) si affianca qualche sfumatura erbacea.  Con una gradazione alcolica  ai limiti della soglia di sessionabilità, è una birra  che trova nell’estate la sua collocazione ideale, nonostante le minacciose figure della bella etichetta realizzata da Max Gatto evochino periodi dell'anno molto meno solari e "spensierati".Formato: 33 cl., alc. 4.5%, IBU 30, lotto 0615, scad. 30/11/2015, pagata 4.20 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Corona Extra

L’appuntamento del mese di luglio con la birra industriale, del discount o del supermercato che dir si voglia è con la famosissima Corona Extra.  Che ci crediate o no, è la prima volta che la bevo  (e, giusto per darvi qualche riferimento temporale, ho già passato gli “anta”); anche nel mio lungo passato di bevitore di birre industriali ero sempre rimasto perplesso dall’inquietante trasparenza della bottiglia e non l’avevo mai acquistata.  Mi si è appena spalancato un piccolo grande mondo: in rete è pieno di informazioni contraddittorie sul  perché “si debba bere a collo e non nel bicchiere” e sul perché vada bevuta con uno spicchio di limone, o anche con un po’ di sale. Ma andiamo per ordine, perché ci sono cose più interessanti di sale e limone. La Cervecería Modelo viene fondata l’8 marzo 1922 da Braulio Iriarte Goyeneche, un spagnolo in Messico dal 1877, da quando aveva diciassette anni; la produzione parte nell’ottobre del 1925, con l’appoggio di capitali forniti da una schiera di altri facoltosi imprenditori spagnoli emigrati. La fabbrica viene costruita – e l’edificio lì si trova tutt’ora – su un terreno nel quartiere di Santa Julia di quella che allora era la Municipalidad de Tacuba, oggi inglobata in quella enorme metropoli che è Città del Messico. C’è da dire che in quel periodo la birra non era una bevanda particolarmente popolare in Messico: il ghiaccio e la refrigerazione non erano sempre disponibili e la gente preferiva bere l’economico Pulque, un fermentato dell’albero di Maguey. Nonostante questo, già nel 1928 le bottiglie di birra vendute erano arrivate ad otto milioni, suddivise tra la chiara Corona e la scura Modelo Negra. Nel 1932 muore Braulio Iriarte e il comando viene assunto da  Pablo Díez Fernández, anche lui nato in Spagna, uno dei pochi finanziatori che non avevano ancora abbandonato il progetto: Díez rimase in carica sino al 1971, mettendo subito in atto una politica di espansione. Con la fine del proibizionismo negli Stati Uniti nel 1933 iniziarono le prime sporadiche esportazioni a nord, che non ebbero però volumi significativi sino alla fine degli anni ’70. A questo proposito, è interessante quello che racconta il libro “The Emerging Markets Century” (2007) dell’economista Antoine Van Agtmael. Negli anni ’70 un grosso distributore della Baja California messicana non capiva perché le casse di Corona gli venissero restituite con così tanti “vuoti a rendere” mancanti. Le vendite aumentavano ma i resi erano sempre meno: scoprì che le bottiglie di Corona erano diventate molto popolari tra i surfisti americani che frequentavano le spiagge messicane, e sempre più spesso questi si portavano a casa il souvenir.  La bottiglia trasparente di Corona, senza nessuna campagna pubblicitaria, era inconsapevolmente diventata in California il simbolo della esotica vacanza al mare in Messico, al sole, sulla spiaggia: un caso che ricorda, con le dovute proporzioni, quello della bottiglia di Coca Cola. Alla Modelo colgono la palla al balzo e investono sull'esportazione: in poco tempo la Corona diventa molto richiesta  dapprima nella vicina California e poi in molti altri stati americani: nel 1986 un milione di casse attraversavano ogni mese il confine con gli Stati Uniti. Gli altri “competitors” americani non rimasero con le mani in mano, e fu curioso fu quello che accadde nei primi anni ’80:  qualche concorrente (Heineken?) sparse subdolamente la voce che alcuni test di laboratorio fatti dalla Food and Drug Administration avevano riscontrato tracce di urina umana in quelle bottiglie trasparenti. Addirittura si raccontava che diversi operai della Cerveceria Modelo erano stati visti urinare sulle bottiglie poco prima che fossero imbottigliate. La voce che “la Corona sapeva di piscio” si diffuse rapidamente e si portò dietro gli inevitabili strascichi legali che si conclusero ovviamente a favore del gruppo messicano: l’esportazione di Corona subì però un clamoroso crollo ed i messicani cercarono di recuperare immagine invitando a proprie spese decine di giornalisti americani a visitare le proprie fabbriche affinché potessero testimoniarne l’efficienza e l’assoluta pulizia. L’ufficio marketing della Modelo, per recuperare terreno, ebbe poi la brillante intuizione di associare la propria birra ad una ricorrenza messicana da celebrare in territorio statunitense. Tra i vari avvenimenti storici candidati, venne scelto il Cinco de Mayo (5 di Maggio): l’evento cadeva anche all’inizio della bella stagione e invitava la comunità messicana negli Stati Uniti a celebrarlo all’aria aperta, magari davanti al BBQ, con una Corona in mano. La pubblicità ebbe un grande successo e i festeggiamenti del 5 de Mayo si legarono indissolubilmente alla bottiglia di Corona: era solo questa la birra che milioni di americani e immigrati messicani volevano bere in quel giorno. Nel 1997 Corona sorpassa Heineken in cima alla classifica statunitense delle vendite tra le birre importate. Il resto della Corona-story è quello già visto tante altre volte, e passa per l’acquisizione di altri birrifici messicani per eliminarli e sopprimere i marchi concorrenti; attualmente quasi sette birre su dieci bevute in Messico vengono prodotte dal Grupo Modelo. Puntualmente arrivò anche il giorno in cui il pesce grande venne mangiato da un pesce ancora più grande, nello specifico gli americani della Anheuser Busch che a partire dal 1993 acquistano una quota societaria sempre maggiore del Grupo Modelo sino ad arrivare al 50%.  Per “soli” 20 miliardi di dollari nel 2013 Anheuser Busch (divenuto AB-InBev) si porta a casa l’altra metà restante. I numeri attuali dicono che oggi la Corona  non è tra le dieci birre più vendute al mondo,  ma in territorio statunitense si piazza saldamente al quinto posto rimanendo la birra d’importazione più venduta e doppiando per volumi l’eterna rivale Heineken. Lei rivendica il suo orgoglio messicano e continua ad essere prodotta esclusivamente nel suo paese d’origine, venendo poi esportata in 180 paesi. In Italia il primo importatore di Corona fu nel 1989 Pietro Biscaldi siglando con il Gruppo Modelo un esclusiva che oltre alla nostra penisola comprendeva anche il Principato di Monaco e Malta; nel 2008 la distribuzione passò nelle le mani di Carlsberg e, nel 2014, ovviamente di quelle di AB-InBev.  Resta da fare luce sul perché la Corona vada bevuta a collo con uno spicchio di lime (e non limone) conficcato nel lungo collo della bottiglia.  Tanti sono stati i giornalisti che hanno rivolto la domanda direttamente al Grupo Modelo, senza però ottenere nessuna risposta. Solitamente ci si rifà ad una non specificata “tradizione locale”: alcuni sostengono che i messicani infilavano l’agrume all’imboccatura del collo della bottiglia aperta per tenere lontano mosche ed insetti. Altri che il lime (inizialmente solo strofinato sul bordo del collo) aveva la funzione di non far avvertire il sapore della ruggine che i primi tappi metallici spesso rilasciavano; o, se preferite, l’agrume attenuava quel gusto “skunky” causato dall’utilizzo di una bottiglia trasparente che non protegge per nulla la birra dalla luce. Una spiegazione più fantasiosa cita un episodio del 1981, avvenuto in un locale della California, in cui un barista inventò questo modo di servire la Corona ai propri clienti nell’ambito di una scommessa con un proprio collega: volevano vedere se riuscivano a creare una “tendenza” e poi a diffonderla.  Il fatto venne inizialmente riportato nel libro Buy-ology (2008) di Martin Linsdrom e fu poi ripreso da numerose riviste e giornali, diventando così la versione più “accreditata”.  Ma come la moda abbia fatto a diffondersi così rapidamente da un piccolo bar della California a tutti gli Stati Uniti, è un altro enigma da svelare.  In verità pare che quasi nessun messicano la beva in questo modo (qualcuno può confermare?), e che i bar la servano con lo spicchio lime solo ai turisti stranieri. I più maligni (e io no?) sostengono invece che la fetta di lime abbia semplicemente la funzione di dare un po’ di gusto ad una birra praticamente insapore. Dopo le tante, forse troppe parole, passiamo alla pratica. Questa la lista degli ingredienti riportati sull’etichetta destinata all’Italia:  acqua, malto d'orzo, riso/granturco, luppolo, antiossidante E300 e  addensante E405. Se le sigle vi spaventano, sappiate che l’E300 (acido L-ascorbico)  viene utilizzato per la sua funzione antiossidante e per evitare l’imbrunimento del bel colore dorato esaltato dal vetro trasparente;  l’E405 (alginato di glicole propilenico) viene invece utilizzato per aumentare la consistenza e la durata delle bollicine. Niente che vi possa far male, ci mancherebbe. La Corona Extra rientra in quella categoria delle "Adjunct Lager": birre leggere, poco amare, frizzanti e dal basso contenuto alcolico che utilizzano succedanei dei cereali come ad esempio granoturco e riso.Evito il rituale della bevuta a canna e dello spicchio di lime, versando Corona Extra nel bicchiere, ovviamente appena prelevata dal frigorifero, freddissima come lei stessa richiede. E' dorata e perfettamente limpida, in modo da permettere di ammirare le vivaci colonie di bollicine che attraversano diligentemente tutto il bicchiere, dal basso verso l'alto: della schiuma posso testimoniare solamente il colore bianco, visto la velocità con la quale si dissolve senza lasciare traccia. L'aroma, se così si può chiamare, è di bassissima intensità: mais, riso, qualche remotissima suggestione di miele. Non serve dare la colpa alla bassa temperatura di servizio, anche a temperatura ambiente non cambia nulla. Al palato è il trionfo dell'acquosità, mediamente carbonata, condizione necessaria per una birra che deve scorrere veloce per permettere al bevitore di finirla il più rapidamente possibile per poi ordinarne un'altra. Il gusto? Ah sì, quasi non me ne ero accorto. Bevuta "ghiacciata" è praticamente acqua frizzante colorata di giallo, con una lieve presenza di mais. Lasciatela riscaldare un po' se volete un spruzzatina di miele ed un po' più di mais. La ricerca disperata di sapore mi porta ad avvertire anche una leggera parvenza di agrumi, ma forse è la mia suggestione che inconsciamente vorrebbe uno spicchio di lime all'interno del bicchiere. Il consiglio è comunque di berla molto fredda, in quanto l'alzarsi della temperatura ne aumenta un po' la dolcezza e ne riduce la discreta secchezza, facendo venire meno quelle che sono le sue uniche funzioni: dissetare e rinfrescare. Come l'acqua, appunto. Chiudo confermando che la bottiglia non ha assolutamente sofferto di "cattivi odori" dovuti al "colpo di luce": ho sentito dire che il vetro trasparente della Corona sarebbe dotato di appositi filtri protettivi, ma non ho trovato informazioni a riguardo.  Ho prelevato la bottiglia da un cartone semi-chiuso al supermercato, quindi poco esposta alla luce, ma non credo sia stato questo a preservarla: del resto il responsabile dello "skunk" da colpo di luce è il luppolo, e in questa birra credo che ne sia stato messo davvero molto, molto poco.Formato 35.5 cl., alc. 4.5%, lotto o26 05:39, scad. 17/02/2016, pagata 1,45 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton SPA

L’acronimo SPA è oggi utilizzato in tutto il mondo per indicare genericamente un centro termale o uno stabilimento che offre trattamenti per la salute del corpo e della mente: in una parola, benessere. Solitamente si pensa alle iniziali della locuzione latina Salus Per Aqua (Sanitas Per Aquam/Aquas), ossia “salute per mezzo dell’acqua”, ma pare che si tratti di un retroacronimo: in realtà il termine originerebbe semplicemente dall’omonima stazione termale belga,  nella provincia di Liegi, conosciuta in tutta europa dal XIV secolo per le sue benefiche acque minerali e termali. La sua fama portò ad utilizzare il termina Spa come sinonimo del termalismo, dapprima in inglese e poi in altre lingue. Ma la birra che c'entra? Beh, in giornate calde come queste anche una rinfrescante bottiglia è sinonimo di benessere e quindi di SPA. Il passaggio è un po’ forzato ma un po’ di verità c’è. SPA è il nome scelto dagli inglesi di Buxton per identificare la propria Special Pale Ale; è una delle prime birre realizzate dal birrificio fondato nel 2009 da  Geoff e Debbie Quinn. Da quanto leggo la ricetta è stata profondamente rivisitata nel 2011 dal birraio James  Kemp, nei suoi due anni di permanenza a Buxton prima del passaggio di consegne del 2013 con Coling Stronge, attuale head brewer. La versione attuale della Buxton SPA è, utilizzando le parole del birrificio, uno “showcase” del luppolo americano Citra, anche se non credo si tratti di una single-hop: la sua gradazione alcolica (4.1%) rimane all’interno della soglia di sessionabilità: peccato solo per il formato da 33 centilitri, decisamente insufficiente in giornate come queste. E dire che qualche anno fa le Buxton erano tutte prodotte nel classico mezzo litro anglosassone. Dorata, leggermente velata, la Special Pale Ale di Buxton forma un bianco cappello di schiuma compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Mandarino, arancio, limone ed in tono minore altri rappresentanti della famiglia degli agrumi (cedro, pompelmo) vanno a comporre il fresco e pulito bouquet olfattivo con qualche sentore più dolce di pesca.  Molto bene la sensazione palatale, corpo leggero, la giusta quantità di bollicine ed una grande scorrevolezza senza nessun pericoloso scivolone nel “troppo acquoso”.  I malti regalano note di crackers e un leggerissimo mielato a supporto dell’abbondante carico di agrumi (soprattutto arancio, pompelmo e lime) che proseguono nella stesa direzione dell’aroma: molta scorza, lievissima presenza dolce di polpa, e finale spiccatamente zesty con delicate sfumatura erbacee.  Secca, pulitissima e ben profumata, ça va sans dire che questa SPA è una birra dall’elevatissimo potere rinfrescante e dissetante, perfettamente riuscita nella sua semplicità. Fa quello che deve fare andando dritto al sodo: è una di quelle birre che, quando la temperatura esterna si avvicina ai trenta gradi,  vorreste sempre avere nel bicchiere, con l’unico deplorevole inconveniente che vi toccherà andare a ripienarlo con elevata frequenza.Formato: 33 cl., alc. 4.1%, lotto G:B14, imbott. 13/04/2015, scad. 13/01/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

La Fucina Liberitutti & Cardiopalma

Tra i (non molti) birrifici italiani che sono partiti come Beer Firm per poi mettere in funzioni i propri impianti annoveriamo anche il molisano La Fucina, attivo dal 2012. Tre soci fondatori (Angelo Scacco, Dario di Pasquale e Gianluca Scarselli) un lustro circa di homebrewing alle spalle, ed un nome che richiama “il laboratorio del fabbro in cui venivano forgiati strumenti e utensili di ogni tipo. Col passare degli anni il termine la fucina è diventata nel linguaggio comune un vero e proprio laboratorio in cui operavano artigiani o addirittura alchimisti sempre intenti a sperimentare o a creare nuove leghe ed elementi. Proprio come le figure che popolavano le fucine medievali, noi nel nostro birrificio vogliamo cercare di rendere possibile ciò che sembra impossibile”. Si pare con quattro birre:  Mon Amour (Blanche), La Strana (al confine tra stout/porter/brown ale con aggiunta di caffè), Pellerossa (strong ale belga), Liberitutti (APA/IPA american style), alle quali si aggiunge la collaborativa Bside (APA), realizzata assieme ad altri due birrifici molisani,  Kashmir e Sannita.   Il passaggio da Beer Firm a birrificio vero e proprio avviene in soli due anni: nemmeno un anno fa, il 7 settembre 2014, vengono inaugurati gli impianti in quel di  Pescolanciano (Isernia). In loco rimane operativo anche il piccolo impianto pilota utilizzato per testare le ricette, che nell’idea dei soci dovrebbe diventare una sorta di “microbirrificio sociale” a disposizione di homebrewers o semplici curiosi che volessero tentare di produrre birra. Annesso al birrificio è anche stato realizzato un piccolo beershop dove poter acquistare non solo le birre de La Fucina ma anche di altri produttori, italiani ed esteri. Il sito internet è attualmente in manutenzione e non offre molte informazioni, mi viene in soccorso l’immancabile pagina Facebook. Altre quattro birre originali se ne sono progressivamente aggiunte altre, come ad esempio l’American Pale Ale dal singolare nome  “Bevi e Nun Rompe er Cxxxo”  la Cardiopalma e le ultime due nate Rostro IV e ComunAle, quest’ultima prodotta per i locali di Pescolanciano. Molto belle le etichette – anche se non sono riuscito a scoprire l’autore: surreali, fantasiose ed oniriche. Due sono le birre protagoniste del post di oggi col quale il birrificio debutta sul blog: un “doppio” appuntamento insolito ma non inusuale, dovuto alla necessità di aprire una seconda bottiglia per rimediare ad una prima piuttosto problematica. Iniziamo da Liberitutti (6%), che Ratebeer classifica tra le IPA: l’etichetta fornisce un breve indizio sulla presenza di Simcoe e Magnum come luppoli utilizzati. Si presenta di color ambrato con riflessi ramati, ma il bicchiere si riempie immediatamente di una schiuma biancastra e pannosa che si forma copiosa costringendo ad attendere diversi minuti prima di riuscire a vuotare completamente la bottiglia nel bicchiere. L’aroma è di scarsa intensità, ed è forse un bene perché i profumi non sono particolarmente invitanti: la pulizia latita parecchio, ed in mezzo a degli strani sentori di terriccio umido, muschio e cantina si avverte qualche nota di solvente, di caramello e forse di agrumi. L’elevatissima carbonazione non aiuta a decifrare il gusto, che risulta comunque piuttosto sporco e privo di un senso compiuto; si passa da una leggera presenza di biscotto e caramello ad un amaro vegetale e resinoso opprimente, molto poco elegante e gradevole. La bevuta risulta completamente sbilanciata in questa direzione, con astringenza finale e con un ritorno di quella sensazione di cantina umida, quasi di muffa; bottiglia con evidentissimi problemi, meglio fermarsi qui.Fa molto caldo e, insoddisfatto, decido di tentare di dissetarmi stappando la seconda bottiglia di La Fucina in frigorifero, Cardiopalma (5%): il suo vestito si colloca tra il dorato e l’arancio, sormontato da un bel cappello compatto di schiuma biancastra, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. Al naso sentori di pera e floreali, di amaretto, qualche accenno di miele: l’intensità è discreta mentre sull’equilibrio, sulla pulizia e sulla finezza (vedi soprattutto gli esteri da lievito) c’è parecchio da lavorare. Anche questa birra è afflitta da un’esagerata quantità di bollicine che rendono davvero difficile la percezione dei sapori: ma dopo aver fatto stemperare un po’ la frizzantezza il gusto non migliora a causa della poca pulizia. Per un ABV del 5% la sensazione tattile è piuttosto pesante, nonostante il corpo medio-leggero: indovino quasi delle note di biscotto e di miele, di arancio (forse curacao?) ed una chiusura amara erbacea, astringente. Dovrebbe trattarsi di una Belgian Ale (fonte da prendere con le pinze, Untappd), io onestamente non sono riuscito a decifrarla.  Dispiace sempre dare impressioni negative (sopratutto per i soldi spesi) su un birrificio del quale avevo peraltro sentito anche parlare bene in giro: va bene la bottiglia sfortunata che comunque non dovrebbe esserci e che ogni tanto può capitare, ma qui sono due su due.Costanza produttiva cercasi, disperatamente.Nel dettaglio:Liberitutti, formato 33 cl., alc. 6%, lotto 14-15/15, scad. 30/03/2016, pagata 3.40 Euro (foodstore, Italia)Cardiopalma, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 05/15, scad. 02/2016, pagata 3.40 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Doctor Brew Cascade IPA & Azacca IPA

Altro appuntamento ravvicinato con la beerfirm polacca Doctor Brew, presentatavi qualche settimana fa. Ancora due IPA, una tipologia particolarmente amata e richiesta dai nuovi beer geek polacchi e quindi prodotta nel maggior numero di varianti possibili dai protagonisti dell’avanguardia polacca: in questo senso non potevano assolutamente mancare le Single Hop IPA. Eccone due esempi che in un certo senso si collocano ad opposte estremità temporali:  una IPA che utilizza solo Cascade, un luppolo che si potrebbe considerare il “simbolo” della craft beer revolution americana, da quando nel lontano 1980 fu utilizzato nella Sierra Nevada Pale Ale, e un’altra che utilizza una varietà sperimentale abbastanza recente (2014) chiamata Azacca. La Cascade IPA di Doctor Brew, oltre all’omonimo luppolo (suppongo sia stata utilizzata la varietà americana) prevede malti Pale Ale, Monaco, Caramello,  Melanoidin e frumento maltato, per un ABV del 5.6% e 56 IBU: venne presentata ad aprile 2014 a Breslavia nel locale  Browar Mieszczański.  Il suo colore si colloca tra il dorato antico ed il ramato, velato, e forma una generosissima schiuma biancastra e compatta, cremosa, dalla lunga persistenza. Oltre al marchio di fabbrica del Cascade, il pompelmo, l’aroma regala profumi floreali, di mango e di pesca, caramello: in sottofondo ci sono le note erbacee ed alcuni ricordi di tè verde. La freschezza è discreta, di pari passo con l’intensità: bene la pulizia. Al palato c’è una corrispondenza pressoché perfetta con il naso: sulla base maltata di biscotto e caramello si sviluppa un intenso percorso gustativo che include pompelmo, mango e pesca. C’è pulizia, eleganza ed un bell’equilibrio tra dolce ed amaro, con quest’ultimo che diventa protagonista solo nel finale, in un bel mix di sentori vegetali, di terriccio umido e di tè verde. Una IPA ben riuscita, che scompare dal bicchiere molto rapidamente grazie anche ad una sensazione palatale quasi cremosa e dalle poche bollicine. Nella seconda Single Hop è protagonista il luppolo Azacca, rilasciato commercialmente negli ultimissimi mesi del 2013 e precedentemente comparso in alcune birre con il nome ancora sperimentale di  ADHA 483. E’ “opera” della American Dwarf Hop Association e deve il suo nome all’omonimo dio Haitiano dell’agricoltura. Da quanto leggo in giro viene descritto come un luppolo dalle grandi caratteristiche aromatiche (agrumi, tropicale) che dovrebbe quindi essere principalmente utilizzato in late e dry-hopping. Tra le birre single-hop americane di birrifici  a me noti che lo hanno  già utilizzano segnalo quelle di Alpine (California), Cigar City (Florida) e Ninkasi (Oregon).Doctor Brew sceglie una base di malto molto semplice (100% Pale Ale) per una IPA di colore dorato con qualche riflesso arancio: bene la schiuma, bianca, fine, cremosa, dalla buona persistenza. L’aroma – ed è un vero peccato visto che è qui dove il luppolo in questione dovrebbe dare il meglio – è però poco intenso e non brilla neppure in eleganza: avverto sentori di miele e vegetali, con una leggera presenza di frutta tropicale (melone, ananas e papaya). In bocca la birra risulta un po’ troppo pesante a livello tattile, con corpo medio-leggero e poche bollicine.  La pulizia del gusto è tutt’altro che esemplare: ci sono miele ed una generica sensazione di frutta tropicale che la scarsa finezza non permette di descrivere con maggior precisione; la bevuta è tuttavia facile, complice anche il caldo di questi giorni, e chiude con un discreto amaro tra il vegetale ed il resinoso, pungente.  La sufficienza la raggiunge, peccato per la mancanza di pulizia che non permette di cogliere con maggior accuratezza le caratteristiche di un nuovo luppolo che invece mi incuriosiva.Molto bene la prima (Cascade), solo benino la seconda (Azacca) IPA. Ringrazio di nuovo il birrificio per avermi inviato le bottiglie da assaggiare.Nel dettaglio:Cascade IPA, formato 50 cl., alc. 5.6%, IBU 56, scad. 30/06/2015.Azacca Single Hop IPA, formato 50 cl., alc. 6.2%, IBU 71, scad. 13/07/2015NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto Maciste Heroic Double IPA

Prende il nome dal personaggio del film italiano Cabiria (1914), l'ultima Double IPA di Toccalmatto: un uomo mitologico di straordinaria forza, del quale però non vi è nessuna traccia nella mitologia greca o romana.  Pare che l'invenzione del nome Maciste sia da attribuire a Gabriele D'Annunzio, ma non c'è accordo su questo punto; certo è che questo eroe forzuto ed atletico fu poi protagonista di moltissimi film italiani e  anche stranieri. Viene presentata in anteprima a Londra al Great British Beer Festival dell'agosto 2014 e il 31 dello stesso mese in contemporanea nei locali King Arthur di Ciampino e Birra+ di Roma. Il perché è presto spiegato: pare che l'idea di questa birra sia stata concepita in occasione del compleanno  di Bruno Carilli, patron di Toccalmatto, e Gianluca Spuntarelli, publican del King Arthur, con la collaborazione di Valerio Munzi del Birra+.La ricetta prevede malti Pils e Carapils, ma soprattutto luppoli Simcoe, Chinook, Warrior, Amarillo e Centennial, quattro di questi utilizzati anche in dry hopping.Nel bicchiere si presenta di colore dorato, velato, con una testa di schiuma bianca non troppo generosa ma cremosa e compatta, molto persistente. L'aroma è fresco e pulito, anche se il bouquet fruttato non è particolarmente intenso: passano in rassegna pompelmo, arancio e mandarino, con una leggera presenza di dolce tropicale, soprattutto ananas.Le cose si fanno decisamente più coinvolgenti e intense al palato: ingresso di crosta di pane, il dolce del miele e della frutta tropicale (ananas, mango) danno un bell'equilibrio ad una bevuta nella quale l'intenso amaro resinoso diviene lentamente il protagonista. L'alcool non si nasconde, mostrando tutto il contenuto alcolico (8.5%) dichiarato in etichetta: è una Double IPA molto pulita e robusta che si beve con discreta facilità e che, soprattutto, si mantiene sempre bilanciata senza mai scivolare in derive troppo amare. Ottima la sensazione palatale, con il giusto livello di bollicine, un corpo medio, ed una discreta morbidezza. Chiude con una bella secchezza, lasciando una lunga scia amara nella quale le note leggermente pepate della resina s'incontrano con il calore etilico.Penalizzata da un'aroma tutt'altro che esplosivo per una Double IPA che vanta "quattro dry hopping di luppoli americani in quantità incoscienti", Maciste prova la sua scalata all'olimpo delle migliori interpretazioni italiane senza tuttavia arrivarci, regalando comunque un'ottima bevuta, con l'alcool forse un po' troppo in evidenza, soddisfacente ma - almeno per quel che mi riguarda - piuttosto avara di emozioni.Formato: 33 cl., alc. 8.5%, lotto 15017, scad. 19/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cantillon Vigneronne 2013

Negli anni 70 Jean-Pierre Van Roy (sposo di Claude Cantillon) rileva il birrificio dagli altri membri della famiglia Cantillon, poco propensi a continuare un'attività (produrre lambic) che secondo loro non aveva nessun futuro. Tra le prime novità da lui introdotte c’è il ritorno dei lambic “alla frutta”, che erano prodotti regolarmente da Cantillon sino agli anni 30 del secolo scorso prima di essere abbandonati.  Nel 1973 c’è il ritorno in produzione di una Framboise (lambic ai lamponi),  ora chiamata Rosé de Gambrinus. Ai lamponi fa poi seguito l’uva bianca, riprendendo una tradizione della vallata dell’Yssche, un piccolo corso d’acqua che nasceva nella Foresta di Soignes a sud di Brusseles e attraversava i paesi di Hoeilaart, Overijse e Huldenberg:  in quest’area vi erano molti produttori di quello che era chiamato “druivenlambik”, ovvero un blend di lambic e uva che veniva coltivata in loco. Nello stesso anno della Framboise viene prodotto anche il primo Druivenlambik di Cantillon, poi rinominato Vigneronne a partire dal 1987 per sottolineare maggiormente la sua parentela con il vino: l’attuale etichetta, realizzata da Raymond Goffin, è del 1989.  La stella a sei punte è un simbolo alchemico che contiene quattro elementi, rappresentati da triangoli: il fuoco (il bollitore), la terra (i cereali), l’aria (i lieviti spontanei) e l’acqua. Nonostante la grande richiesta, la Vigneronne rappresenta attualmente solo il 5% della produzione Cantillon:  ogni anno, tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, una tonnellata di uva bianca matura (moscato, solitamente) viene fatta arrivare dall’Italia. Tutti grappoli vengono “lavorati” a mano, per prelevare gli acini che devono essere pronti per la fine di ottobre, quando inizia la stagione utile (= fresca) per poter produrre il lambic. Il “lambic all’uva” viene poi fatto invecchiare in botti fino al momento dell’imbottigliamento: nelle bottiglie viene messa una piccola quantità di sciroppo ad elevato contenuto zuccherino (analogo al liqueur d'expedition) che sarà responsabile della seconda fermentazione. Bevetela entro i primi dodici mesi dalla produzione se volete sentire soprattutto la frutta (uva): in alternativa potete lasciarla in cantina per un numero potenzialmente infinito di anni ed aprirla quando ne avete voglia.La fotografia inganna un po', ma Vigneronne è di colore dorato leggermente pallido e velato: in superficie si forma un dito di schiuma bianca che però svanisce molto rapidamente. Il bouquet olfattivo si compone di note lattiche, legnose, di sudore e di cantina che sono bilanciate da quelle più gentili di uva e fiori. Man mano che la temperatura si alza emergono note dolci che ricordano l'albicocca e quasi il marzapane. Il percorso continua in linea retta al palato, riprendendo sopratutto le caratteristiche meno "ostiche" del lambic: evidente il suo carattere vinoso, con l'uva (aspra e dolce) affiancata dalla mela verde. L'acidità (lattica e leggermente acetica) è molto ben controllata, con una pulizia impeccabile ed una secchezza tannica che la rende molto dissetante e rinfrescante, soprattutto se bevuta fresca. Ma la soddisfazione è grande anche lasciandola riscaldare, per far meglio far risaltare la componente vinosa con il leggero ma sorprendente dolce dell'uva matura e dell'albicocca. Leggera e scorrevole, poche bollicine, chiude con una punta amara lattica e qualche suggestione di scorza di limone; una bellissima bevuta, ricca di piacere e di emozioni, elegante senza compromettere il proprio carattere rustico e contadino. Suggerirei di provarla anche a chi non ha grossa familiarità con le birre acide: potrebbe essere una introduzione non troppo impegnativa ad un mondo tutto da scoprire. E se vi state domandano qual è l'ispirazione dietro alle birre italiane che ammiccano al mondo del vino, ad alcune grandi birre di Montegioco o Loverbeer, qui avete una probabile risposta, o una possibile certezza.Formato: 75 cl., alc. 5%, lotto C123, prodotta il 23/10/2013, scad. 12/2023, pagata 13.50 Euro (beershop, Italia). NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra Cervisia Mozzo

La scena brassicola italiana è sempre più affollata e per chi beve è sempre più difficile orientarsi? Sembra una banalità ma qualcosa di vero c'è. I contatore di Microbirrifici.org si avvicina al numero 1000  (produttori e beerfirm, anche non più in attività), le grandi multinazionali iniziano anche in Italia a proporre le cosiddette “birre crafty” che ammiccano al mondo “artigianale”, aggettivo che peraltro non è assolutamente garanzia di qualità di quello che poi arriva nel bicchiere. Ci sono poi le birre che vengono commissionate da distributori di bevande: non è una novità, da anni sugli scaffali dei supermercati ci sono delle birre provenienti dal Belgio (un tempo anche nelle lussuose? bottiglie di ceramica)  prodotte apposta per chi importa e sulle quali non si riuscivano a reperire informazioni chiare.Prendiamo oggi  il caso di Birra/Birrificio Cervisia. Esiste (o esisteva) effettivamente un microbirrificio italiano con questo nome e con sede a Caserta. Ma Fabbrica Birra Cervisia era anche uno storico birrificio genovese, fondato presumibilmente nel 1907 e passato poi attraverso diversi cambi di proprietà sino a convergere nel gruppo Dreher di Trieste, che negli anni 70 venne acquisito da Heineken: nel solito processo di razionalizzazione di marchi, nel 1985 il marchio Birra Cervisia cessò di esistere.  In una porzione dei locali che un tempo ospitavano la produzione c’è oggi il microbirrificio Maltus Faber. A fine 2014 l’importatore/distributore Dibevit  decide di riesumarlo, rivisitandone in chiave moderna il logo del cavalluccio marino e ammodernando anche la linea di birra. In mancanza di impianti produttivi, ci si rivolge ad Apecchio, nelle Marche, dove si trova il Birrificio Amarcord. Tre sono le nuove birre che vengono lanciate, citando dal comunicato stampa, “per soddisfare un consumatore amante di prodotti di qualità ricercati e caratterizzanti. Cervisia oggi conserva l’impronta dei suoi inizi e la combina con una delle più moderne tecniche di brassaggio, il dry hopping, proponendo tre differenti referenze. Ognuna ha un nome che prende ispirazione dalla vita marinara genovese e si caratterizza per un gusto inconfondibile:  Mozzo è una amber ale con aromi di frutta e erba, Ciurma è una lager dagli aromi freschi e intensi di malto, Camallo è una indian pale ale dalle dolci note iniziali di miele contrapposte a un finale fresco e asciutto. Cervisia si presenta oggi al grande pubblico con tre referenze, tre stili, tre caratteri differenti, per soddisfare anche i palati più esigenti e ricercati di chi ama birre dalla forte personalità”. Ma il comunicato stampa fornisce anche qualche informazione utile sulla ricetta:  la Pale Ale Camallo (6.4%), ad esempio, utilizza invece malti Pilsner, Vienna e Caramel Dark, luppoli in bollitura Magnum, Chinook, Centennial ed Ahtanum, con dry-hopping di Galaxy e Cascade. Sensazione di deja-vu? Sì, la ricetta “base” è la stessa usata qui e qui dallo stesso birrificio con, suppongo, qualche leggero aggiustamento. L’Amber Ale Mozzo è invece  prodotta con malti Pilsner, Caramel Dark, Aromatic e Chocolate, luppoli Magnum, Willamette, Centennial in bollitura, Galaxy e Cascade i dry-hopping, proprio come questa Amber Ale. Specifico subito che l'utilizzo degli stessi ingredienti non indica necessariamente che si tratti della stessa birra rietichettata: con gli stessi malti e luppoli si possono produrre birre molto diverse tra di loro. Passiamo quindi alla sostanza: limpidamente ambrata con riflessi ramati, Cervisia Mozzo forma una bella testa di schiuma ocra, compatta, fine e cremosa, dalla buona persistenza. L'aroma è praticamente assente (alla faccia del "dry hop" annunciato in etichetta) ed è una bottiglia che ha circa 7 mesi di vita sulle spalle: a fatica avverto caramello, toffee, qualche ricordo di biscotto ma anche una leggera nota metallica. Purtroppo in bocca non c'è un gran miglioramento: intensità molto scarsa, caramello e biscotto ai limiti della soglia di percezione, di nuovo una leggera presenza metallica ed un finale timidissimo nel quale s'intravede appena una puntina d'amaro terroso. Si può in un certo senso parlare di "equilibrio" perché in presenza di un'intensità così dimessa sarebbe davvero difficile provocare squilibri. Devo lamentarmi anche sulla sensazione palatale, con una spiccata acquosità che viene drammaticamente accentuata dalle pochissime bollicine: la bevuta è poco vivace, slegata, stanca. Faccio davvero fatica a finire i trentatré centilitri, e provo ad invocare l'uscita di sicurezza della "bottiglia sfortunata".Formato: 33 cl., alc. 5.4%, scad. 27/11/2015.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Stillwater Cellar Door

Con la Cellar Door  si  concludono gli assaggi degli esordi di Stillwater Artisanal, beerfirm statunitense fondata da Brian Strumke nel 2010: il riassunto della sua storia lo trovate qui.  Dopo la Stateside Saison, la birra del debutto, arriva Celllar Door che verrà poi seguita a breve dalla Existent. E’ a maggio (2010) che Strumke annuncia sul proprio blog di aver terminato la sua seconda birra, disponibile inizialmente solo in casks e kegs a partire da giugno. Una birra volutamente pensata per i mesi più caldi dell’anno che viene prodotta con frumento e malti chiari tedeschi, lievito saison, luppoli Citra e Sterling e l’aggiunta di salvia bianca.  Le bottiglie non tardano ad arrivare, prima nel formato 75 e più tardi in quello da 35,5: l’etichetta è al solito opera del fidato amico, grafico e tatuatore Lee Verzosa, che per l’occasione realizza un fumante foro di proiettile su quella che potrebbe essere una porta di legno. L’etichetta riporta anche che si tratta di una “Wheat Ale”, e Ratebeer l’incasella tra le birre di frumento (Blanche/Wit); non sapendo la percentuale effettiva di frumento utilizzato, per BeerAdvocate rimane una saison. La sostanza parla di una birra dorata e dalla limpidezza un po’ inquietante per quella che vuole essere una “Farmhouse Ale”: da manuale invece la schiuma, bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è pulito ed elegante, con una discreta intensità composta da banana, miele, zucchero candito, pera, sentori floreali, salvia ed una delicatissima speziatura che richiama il pepe bianco ed il coriandolo. La piacevolezza del bouquet olfattivo è invece lasciata alla soggettività del bevitore: personalmente non impazzisco di gioia quando la banana incontra la salvia.  Detto questo, Cellar Door è una birra ben fatta e pulitissima anche al palato, con un corpo medio ed una discreta carbonazione a renderla vivace senza compromettere una generale sensazione di morbidezza e rotondità. Il gusto corrisponde quasi in pieno all’aroma ed è molto ben bilanciato tra le note di pane e di miele, la banana e la pera, lo zucchero e la frutta candita: l’inizio è dolce ma la chiusura è abbastanza secca con un amaro di buona intensità nel quale sono protagonisti salvia, erbe officinali e qualche leggera nota terrosa.  Birra ben fatta e che si beve con grande facilità, nella quale troverete un carattere elegante e molto poco rustico, nonostante l'utilizzo del termine "farmhouse ale" che tanto va di moda adesso negli Stati Uniti.Formato: 35.5 cl., alc. 6.6%, lotto 267:14, scad. non riportata, pagata 5.40 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Gambolò Little Storm

Arriva nella primavera del 2013 la novità del Birrificio Gambolò  (qui il breve profilo) chiamata Little Storm.  Si  tratta di una interpretazione moderna (= luppolata) di una Mild Ale inglese. Le Mild erano birre molto popolari dal diciannovesimo secolo sino alla metà del ventesimo: secondo lo storico Ron Pattinson fu la scarsa diffusione al di fuori del Regno Unito la principale causa del declino di questo tipo di birre. Contrariamente alle Porter (alle quali le Mild  "rubarono" la popolarità) e alle Pale Ale, che invece le rimpiazzarono nelle preferenze dei bevitori, le Mild non furono mai esportate in grandi quantità e non furono mai replicate all'infuori dei confini della madre patria. Una volta che l'interesse degli inglesi verso queste birre scese, i birrifici smisero di produrle in quanto non c'era neppure richiesta dall'estero.I nuovi microbirrifici ed il CAMRA hanno prolungato l'agonia dello stile evitandone l'estinzione, ma è vero che anche all'interno della cosiddetta "craft beer" le Mild Ale che vengono prodotte sono una percentuale davvero molto piccola. L'interpretazione di Gambolò sposta il focus dai malti (come vorrebbero le linee guida) ai luppoli, nella fattispecie Mosaic ed Amarillo. Nel bicchiere è di colore ambrato, con qualche riflesso tendente all'arancio; la birra è velata e forma una bella e compatta testa di schiuma biancastra dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito anche se non particolarmente intenso: s'apprezzano i profumi dolci della frutta tropicale matura (mango, papaya, ananas) con qualche lieve ricordo di toffee e di tè verde. In bocca è molto leggera, con una carbonazione medio-bassa ed una discreta morbidezza che tuttavia non riesce a trasmettere quelle emozioni di uno stile nato per essere somministrato dal cask. Al palato è però meno pulita dell'aroma: la scelta della ricetta di privilegiare i luppoli ai malti porta ad una base maltata (caramello) leggerissima, ma se la luppolatura non brilla o inzia a sentire il passare del tempo allora la bevuta ha qualche passaggio a vuoto e sfocia nel (troppo) acquoso. C'è una generale presenza dolce di frutta tropicale (mango, melone), una chiusura abbastanza secca ed un amaro di discreta intensità che si dibatte tra il terroso ed il vegetale. La bevibilità è ottima (ma con un ABV di 3.8% sarebbe inconcepibile il contrario) mentre l'intensità e la pulizia solo discrete: l'interpretazione dello stile mi sembra interessante, con la costruzione di un delicatissimo equilibrio di luppoli anziché di malti che però risulta particolarmente soggetto al deterioramento temporale. Mi piacerebbe riprovarla freschissima, appena imbottigliata. Formato: 33 cl., alc. 3.8%, lotto 0415, scad. 12/02/2016, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.