L’artigianale al discount: NYC India Pale Ale vs Lucilla La IPA vs Target Postina IPA vs Italian Pale Ale

Sempre più di frequente è possibile trovare anche sugli scaffali dei discount, oltre a quelli dei supermercati, birre che vanno oltre la classica offerta industriale e che si collocano in quel cosiddetto settore "artigianale". Attenzione, l’aggettivo artigianale non è sinonimo di buono e la sfida del discount è proprio questa: è possibile offrire ai consumatori qualcosa da bere di qualità ad un prezzo nettamente inferiore al quello delle “esose birre artigianali”?Indiscusso protagonista di questa piccola invasione artigianale nei discount italici è il gruppo Target 2000 di Riccione (RN), da oltre quindici anni attivo come distributore presso i canali della GDO; le birre commercializzate da Target 2000 sono tutte prodotte presso gli stabilimenti Amarcord di Apecchio (PU). Il focus è soprattutto su quello stile che la "rivoluzione della birra artigianale" ha maggiormente portato sugli scudi: India Pale Ale. Ne vengono attualmente distribuite cinque: Italian Pale Ale, la prima nata, è stata di recente affiancata da NYC India Pale Ale, Postina IPA, Lucilla La IPA e la ultima nata Brewmaster's Choice IPA, che non sono riuscito a reperire.  Tutte vengono vendute in differenti catene di discount, evitando la convivenza sullo stesso scaffale, allo stesso prezzo (1,49 Euro per la 33 cl. netto di promozioni); fa eccezione solamente Lucilla la IPA, disponibile nel formato 50 e ad un prezzo leggermente più conveniente (3,38 Euro/litro anziché 4,52 Euro).La domanda che viene quasi spontaneo farsi è: si tratta della stessa birra alla quale viene solamente cambiata l’etichetta? In assenza di informazioni certe, ho provato ad assaggiare quattro di loro contemporaneamente e alla cieca. La prima che capita nel bicchiere è la Italian Pale Ale (6.1%), di colore dorato carico, leggermente velata, e con un cappello di schiuma biancastra cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. Leggero diacetile al naso, profumi floreali e di marmellata d’agrumi che cercano di farsi strada in un conteso di pulizia tutt’altro che eccellente, poco invitante e leggermente ossidato. Al palato il dolce del miele e della marmellata d’agrumi hanno il compito di bilanciare l’amaro, erbaceo e terroso, che conclude la bevuta in modo poco elegante: non resta che annotare un po’ di diacetile e di gomma bruciata in una IPA che si chiude amara, sgraziata e accompagnata da delicato tepore etilico. Meglio berla fredda, appena tirata fuori dal frigorifero, per limitare l’effetto di questi off-flavors e garantirsi un po’ di refrigerio.Nel secondo bicchiere scopro esserci Lucilla La IPA (5.7%); un marchio - Lucilla - che fu il primo a comparire nei discount con "La Rossa" e "La Bionda". Lucilla non è insensibile alle mode ed eccola in versione IPA: il suo dorato si sembra leggermente più carico rispetto all'Italian Pale Ale, mentre sull'aroma sarebbe meglio sorvolare. Ossidazioni, diacetile e nonostante la bottiglia di vetro scuro c'è anche qualche puzzetta da colpo di luce. Le cose non sono molto diverse in bocca, dove tra il diacetile e il dolce del miele si fa strada un amaro molto sgraziato, terroso ed erbaceo, che non si fa mancare un po' di plastica bruciata. Palato sempre avvolto da un patina dolciastra che ne annulla qualsiasi velleità rinfrescante: da bere rigorosamente ghiacciata, ma a terminare il bicchiere è un'impresa dalla quale desisto dopo un paio di sorsi.Il terzo assaggio è la NYC India Pale Ale (5.8%), per l'esattezza trattasi di una bottiglia dello stesso lotto già descritto lo scorso giugno. Il naso si muove sullo stesso canovaccio della Italian Pale Ale, ma risulta nel complesso più pulito e - finalmente! - privo di difetti: note floreali e marmellata d'agrumi formano un bouquet semplice ma tutto sommato accettabile. La bevuta, la cui intensità è modesta tanto quanto l'aroma, usa il dolce del miele, del caramello e della marmellata d'arancia per bilanciare un amaro che in verità non morde e, proprio per questo, risulta molto più tollerabile rispetto a quanto riscontrato negli altri bicchieri. Minore l'amaro, minori gli effetti collaterali che tuttavia a galla quando la birra s'avvicina alla temperatura ambiente; una filo di diacetile non manca neppure qui, seppur ampiamente tollerabile. Birra che mi sembra sostanzialmente identica a quella del primo bicchiere, ovvero la Italian Pale Ale.La breve "orizzontale" si chiude con la Postina IPA (5.7%), all'aspetto perfettamente uguale a quanto contenuto nel bicchiere numero uno e numero tre. Il naso, poco intenso, ripropone quasi fedelmente quello della NYC IPA che a sua volta assomigliava moltissimo a quello della Italian Pale Ale. Gli stessi elementi si trovano al palato: miele, un tocco caramellato, marmellata d'agrumi a contrastare un amaro terroso ed sempre sgraziato in un contesto dalla bassa intensità. Lieve diacetile e gomma bruciata, in piccola quantità, rispondono presenti all'appello.Si tratta dunque della stessa identica bevanda (cit.)? Mi sembrerebbe di sì, ma in assenza di dati certi lungi da me affermarlo con sicurezza. Ci sono lievi differenze nel contenuto alcolico ed altre organolettiche dovute ai diversi lotti produttivi e, probabilmente, alle modalità di conservazione: benchè birre progettate per resistere ad eventuali maltrattamenti della grande distribuzione discount, non sono ovviamente indistruttibili. L'unica che è risultata davvero inferiore alle altre è stata Lucilla La IPA: lotto sfortunato o bottiglia mal conservata poco importa, la birra è risultata davvero compromessa. Per tutte vale la stessa considerazione: costano molto meno rispetto ad altre birre artigianali ma la sufficienza non la raggiungono, soprattuto se le bevete da sole, prestando attenzione a quanto c'è nel bicchiere. Se invece le abbinate ad una pizza in compagnia di amici o a una vivace grigliata possono risultare un'alternativa accettabile ad un'anonima lager industriale o a una delle tante birre crafty, a patto che vi ricordiate di berle ben fredde e a patto v'interessi più divertirvi e chiacchierare anziché discernere di quello che che state bevendo. Altrimenti è difficile che vi venga voglia di fare il bis.Nel dettaglio: Italian Pale Ale, 33 cl., alc. 6,1%, lotto LO491602, scad. 18/05/2017, 1.49 EuroNYC India Pale, 33 cl.,  alc.  5,8%, lotto LO501602, scad. 19/05/2017,  1.49 EuroLucilla La IPA, 50 cl., alc. 5,7%, lotto L175160, scad. 23/09/2017, 1.69 EuroPostina IPA, 33 cl., alc. 5,7%, lotto L1731602, scad. 21/09/2017,  1.49 EuroNOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dark Horse Reserve Special Black Ale

E’ sempre con piacere che mi accingo a stappare una bottiglia del birrificio di Marshall, Michigan, chiamato Dark Horse e fondato nel 1997 da Bob Morse e dal figlio Aaron come ristorante/brewpub ma, visto lo scarso successo, convertito poco tempo dopo in birrificio con piccola taproom annessa. La loro storia l'avevo riassunta qui. Alla Dark Horse non nascondono di amare le birre “scure”, probabilmente ispirati dalle produzioni del vicino di casa (50 km) Bell’s, che ogni anno organizza l’Annual All Stouts Day  celebrandolo con un’intera batteria di spine dedicate a quello stile. Aaron Morse assieme al birraio  "Noonie" Newsome ne propongono ben cinque: One Oatmeal Stout, Fore Smoked Stout, Too Cream Stout, Tres Blueberry Stout  e Plead The 5th. A queste si deve aggiungere la Reserve Special Black Ale, una birra particolarmente significativa in quanto è stata quella con la quale il birrificio da debuttato quasi venti anni fa. Come Morse spiega in questo video,  il nome  è curiosamente stato invertito rispetto a quello originale di Special Reserve Black Beer, a seguito di lamentele di un  birrificio che sosteneva di avere il diritto esclusivo di utilizzare il nome "Special Reserve". Dark Horse, a quel tempo un minuscolo e modesto brewpub di provincia, ha preferito non entrare nel contenzioso cambiando il nome con l'inversione dell'ordine delle parole; al misterioso birrificio che ha avanzato le pretese è stato dedicato l'asino protagonista dell'etichetta disegnata da Morse stesso. A voi decidere se si tratti di un semplice asino (donkey) o di un "coglione" (jack ass, termine inglese che identifica l'asino maschio ma anche, più informalmente, l'idiozia umana).La birra.Assolutamente nera, forma nel bicchiere un discreto cappello di cremosa schiuma nocciola che svanisce abbastanza rapidamente. Il naso, all’apparenza dominato dal caffè e dall’orzo tostato, cela invece più in secondo piano un’interessante complessità nella quale trovano posto note di pelle/cuoio, cioccolato, caramello, frutta secca e legno affumicato. Al palato c’è un perfetto compromesso che garantisce sia un’ottima scorrevolezza che una sensazione palatale morbida e gradevole per una birra dal discreto contenuto alcolico (7.5%); poche le bollicine. Notevole l’intensità del liquido nero, ricco di tostature e caffè, liquirizia e cioccolato, caramello bruciato:  gli elementi in gioco sono relativamente pochi ma disposti con grande pulizia ed equilibrio, a comporre una Black Ale amara che riscalda quanto basta e lascia il palato pulito ad ogni sorso grazie all’acidità dei malti scuri e alla generosa luppolatura, quest'ultima un po' ammorbidita dagli otto mesi passati dall'imbottigliamento.  Si congeda con caffè e tostature che vengono accompagnate da una carezza etilica e qualche suggestione di legno affumicato; il risultato è un’ottima birra, con quell'elevato rapporto intensità-facilità di bevuta che contraddistingue molte delle produzioni Dark Horse. Non ci sono effetti speciali o fuochi d’artificio, ma tanta sostanza in una birra apparentemente semplice che, se bevuta con la dovuta attenzione, regala piccole emozioni celate nei dettagli.Formato: 35.5 cl., alc. 7.5%, IBU 67, lotto BLK149, imbott. 25/02/2016, prezzo indicativo in Europa  4.00/5.00 Euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brasseria della Fonte: American Pale Ale, Summer Ale, Freshoops!

All'incirca sei mesi fa avevo ospitato nella rubrica dedicata alle produzioni casalinghe l'homebrewer Samuele Cesaroni da Pienza: solo un paio di anni di homebrewing ma tanta passione e voglia di fare, con la promessa di aprire entro l'anno il birrificio. Promessa mantenuta con la partenza lo scorso giugno della Brasseria della Fonte, impianto Spadoni da 6 hl con quattro fermentatori per un totale di 22 hl posizionato all'interno di un agriturismo con piscina e ristorante annessi che si trova a soli tre chilometri da Pienza, nella splendida cornice della Val d'Orcia, terra di grandi vini (Montalcino e Montepulciano, giusto per citarne alcuni) ma anche di luoghi interessanti per chi ama la birra (Birrificio L'Olmaia e TNT Pub di Buonconvento, ad esempio).Al momento la produzione della Brasseria della Fonte si suddivide tra quattro birre fisse, prodotte tutto l’anno (American Pale Ale, Porter, Scotch Ale e Rossa di Pienza) ed un paio di produzioni stagionali (Summer Ale e Freshoops!); le etichette sono disegnate dallo stesso Samuele, pulite e semplici ma comprensive di tutto quanto è necessario sapere, a partire dall'importantissima data d'imbottigliamento. Ma Brasseria della Fonte non è solo birrificio agricolo: nei campi circostanti vi è un luppoleto che oggi ospita oltre quattrocento piante di Cascade, Columbus, Centennial, Chinook e Nugget, i cui fiori vengono utilizzati per la produzione delle birre stagionali; in abbinamento a salumi e formaggi locali le birre si possono assaggiare presso la tap room adiacente agli impianti produttivi.Dopo avermi fatto assaggiare le sue produzioni casalinghe, Samuele ha voluto farmi provare anche le prime bottiglie uscite dall’impianto: tutte le ricette sono pubblicate sul sito del birrificio, per gli homebrewers interessati ai dettagli.  Dopo averlo nuovamente ringraziato, iniziamo ad assaggiare le prime tre. Partiamo dall’American Pale Ale, 6% ABV, lievito M44, malti Pale, Carapils e Cara Aroma, luppoli Warrior, Columbus, Centennial e Simcoe, con questi ultimi tre utilizzati anche in dry-hopping. Il suo colore velato si colloca tra il ramato e l’ambrato mentre la schiuma, appena biancastra, è fine e cremosa ed ha un’ottima persistenza nel bicchiere. Il naso si basa soprattutto su resina/aghi di pino, con qualche sentore dank, di pompelmo e caramello in sottofondo: non ci sono concessioni fruttate o tropicali, se non un po’ di ananas che affiora quando la birra si scalda.  Lo spettro aromatico risulta abbastanza ristretto, benché pulito e abbastanza elegante. Il gusto lo segue in fotocopia dando forma ad una birra robusta e poco ruffiana, anche per quel che riguarda la sensazione palatale, morbida e scorrevole ma un pochino pesante dal punto di vista “tattile”. La freschezza della bottiglia valorizza intensità e pulizia di una bevuta amara soprattutto di pino e resina (con qualche concessione di pompelmo) sostenuti dalla base maltata di biscotto e caramello:  in etichetta c’è scritto American Pale Ale, ma se nel bicchiere vi dicessero che c’è un’American IPA non avreste nulla da obiettare. Il finale amaro è lungo e intenso,  piacevolmente pungente e riscaldato da un lieve tepore etilico: birra oggettivamente solida e ben fatta, in un'interpretazione un po' old school che guarda alla East Coast americana tenendosi a distanza dalle lontana dalle mode ruffiane e fruttate.Imbottigliata un mese fa circa ma nata per dissetare per tutta l'estate è invece la Summer Ale, nata da malti Pale, Vienna e Carapils, lievito M36 e una generosa luppolatura di Mosaic e Cascade, anche in dry-hopping. Il suo colore è oro antico, la cremosa schiuma bianca è un po' scomposta ma ha una buona persistenza. Al naso, fresco e pulito, una bella macedonia  di frutta ricca di agrumi (cedro, pompelmo e limone, anche canditi)  affiancata da note erbacee. 3.5% l'ABV dichiarato per una bevuta leggera (pane e crackers) che si tuffa subito in territorio fruttato nel quale il dolce dell'ananas e del mandarino supporta il carattere "zesty",  dove l'amaro della scorza d'agrumi viene potenziatato da tocchi resinosi. Una bella session beer che non sacrifica affatto l'intensità, anzi impressiona in positivo: anche qui si potrebbe migliorare la sensazione palatale, un po' pesante dal punto di vista "tattile", ma la scorrevolezza non ne risente assolutamente. Secondo me l'amaro è forse un pelino oltre il limite di quella che dovrebbe essere la soglia di una birra da bere a oltranza, ma qui siamo nel territorio delle opinioni personali.L'ultima arrivata alla Brasseria dalla Fonte è la Freshoops!, che come il nome suggerisce viene realizzata con luppoli autocoltivati e colti in giornata nei campi circostanti il birrificio. Bottiglia freschissima con una paio di settimane di vita alle spalle, che a me è giunta ancora priva di etichetta: potete vederne la realizzazione in questo video chiamato "Dalla pianta alla pinta". La ricetta prevede lievito M44, malti Pale, Vienna e Melanoidinico, destrosio, luppoli freschi Cascade, Columbus, Centennial, Chinook e Nugget. Ammetto di essere sempre un po' prevenuto quando si parla di birre "fresh hop" o "harvest hop" in quanto non ne ho bevute di molte memorabili: non sono birre facili da fare se si utilizza solo luppolo fresco, in quanto il "comportamento" (se mi passate il termine) di questi luppoli freschi non è facile da controllare per chi fa la birra. Più semplice il compito di chi si accontenta di limitare il luppolo fresco solo ad alcuni fasi della produzione, come ad esempio il dry-hopping.La Freshoops! (7%) della Brasseria della Fonte si presenta all'aspetto piuttosto simile all'American Pale Ale; completamente diverso il profilo aromatico con frutta tropicale in evidenza (mango, papaia, melone) affiancata dall'arancia rossa, aghi di pino e un lieve carattere dank. La freschezza è ovviamente fuori discussione, buono il livello di pulizia ed intensità. In bocca ritroviamo una base (caramello e biscotto) simile a quella dell'APA ma che qui ha però solo la funzione d'introdurre il dolce della frutta tropicale, vero e proprio punto di bilanciamento dell'amaro, resinoso e vegetale, pungente ed intenso, che rimane il vero protagonista di questa IPA. La bevuta è pulita e piacevolmente bilanciata sino alla chiusura amara, c'è una buona secchezza che pulisce il palato per qualche istante prima di lasciare campo libero al lungo retrogusto nel quale i luppoli freschi esprimono tutto il loro potenziale resinoso e "verde" senza mai andare oltre le righe.  Una fresh-hop davvero convincente e compiuta, fatta con criterio e con un controllo davvero notevole della componente "luppolo fresco".Nel complesso il debutto della Basseria della Fonte mi sembra davvero degno di nota: pochi mesi di vita ma tre birre già di ottimo livello per quel che riguarda pulizia e carattere. Tutte gradevoli e ben attenuate, con la Summer Ale sugli scudi: ovviamente, lo spazio per migliorare c'è, sarebbe strano il contrario, ma è una nuova realità che sembra essere partita col piede giusto.Nel dettaglio:American Pale Ale, alc. 6%, IBU  38, imbott. 19/07/2016, lotto 18 2016, scad. 19/03/2017.Summer Ale, alc. 3.5%, IBU 26, imbott. 13/08/2016, lotto 24 2016, scad. 13/01/2017Freshoops!, alc 7%, IBU 70, imbott. 10/09/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

3 Fonteinen Intense Red Oude Kriek 2014

2016 ricco di novità per il birrificio 3 Fonteinen, la cui storia avevo cercato di riassumerla in questa occasione. A inizio settembre è infatti stata inaugurata la nuova sede di Molenstraat 47 a Lot, a quattro chilometri circa da Beersel, alle porte meridionali di Bruxelles, in un magazzino degli anni 60 che precedentemente ospitava una fabbrica di gelati e di prodotti caseari e che ha sicuramente meno fascino di quel 3 Fonteinen Café rilevato nel 1953 da Gaston Debelder.  La nuova location ospita la rinascita di quel Lambik-O-droom inaugurato nel 2008 e poi chiuso nel 2012: un locale adiacente al birrificio dove era possibile assaggiare Geuze in abbinamento a piatti della tradizione locale. Ma c‘è dell’altro: negli ampi spazi a disposizione (30.000 metri quadri) verranno pian piano posizionati tutti i foeders e tutte le botti che attualmente 3 Fonteinen conserva in altri tre diversi piccoli magazzini e la linea d’imbottigliamento;  oltre al cafè ci sarà un negozio per fare acquisti e alcune sale per conferenze e incontri. A Lot sono anche state anche portate circa 30.000 bottiglie di vari vintage che saranno tenute in una stanza a temperatura controllata visibile dall’interno del cafè: i clienti le potranno bere solamente in loco. Presto saranno inoltre organizzati dei tour guidati nella zona dei foeder, ad un prezzo di circa 15/20 Euro a persona che includerà l’assaggio di alcuni lambic giovani, invecchiati e alla frutta. La produzione del mosto rimane ancora a Beersel, ma a Lot è già stata installata una piccola vasca aperta per far inoculare spontaneamente il mosto di Beersel con i lieviti naturalmente presenti nell’aria di Lot, e valutarne le differenze. In ultimo, nel giardino circostante il magazzino sono stati trapiantati alcuni ciliegi Schaarbeek provenienti dal giardino del padre di Gaston Debelder, i cui frutti che saranno presumibilmente utilizzate per la produzione del sempre più ricercato  Schaerbeekse Kriek, anche se in questo caso le ciliegie non saranno esattamente quelle raccolte nella zona di Schaerbeek che si trova a nord della capitale. Il nuovo corso 3 Fonteinen approfitta quindi della domanda sempre più elevata di Lambic, soprattutto provenienti dagli Stati Uniti, per fare quel passo in avanti che era nell’aria da alcuni anni: richieste che superano di quasi sette volte la capacità produttiva annuale di 3-4000 ettolitri, bottiglie che purtroppo aumentano di prezzo anno dopo anno e vintage che raggiungono ormai il prezzo di vini importanti.  Ma Debelder preferisce continuare a vedere le cose con occhio romantico: “quello che c’è qui adesso è quello che sognavo da trent’anni. Ora posso dire che i miei sogni si sono avverati”. Ad aiutarlo c’è il fidato Werner van Obberghen ad occuparsi della parte commerciale ed amministrativa ed il discepolo birraio Michael Blancquaert che ha sostituito quasi in toto Armand nella produzione del mosto e nell'attività di blend tra le diverse annate dei Lambic. La nuova sede di  3 Fonteinen si trova a breve distanza dalla stazione dei treni di Lot, raggiungibile in circa 20 minuti dalla stazione centrale di Brussels con due treni che partono ogni ora;  per un itinerario più fiabesco noleggiate una bicicletta, passate a bere qualcosa da Cantillon e poi pedalate per una decina di chilometri sulla pista ciclabile che costeggia il canale della Senna: in una mezz’oretta potrete riposarvi ai tavoli del nuovo Lambik-O-droom.La birra.Parliamo di Kriek, ovvero lambic alla frutta. 3 Fonteinen ne produce attualmente tre varietà: il tradizionale Oude Kriek, prodotto sin dagli anni ’90 con le ciliegie (provenienza polacca) che vengono macerate assieme ai noccioli nel lambic giovane;  il più raro Schaerbeekse Kriek la cui produzione è limitata alla quantita di ciliegie (griotte) locali che si riescono a reperire da Schaerbeek di anno in anno; l’ultimo arrivato, il cui primo lotto è stato commercializzato in occasione della Toer de Geuze 2013, si chiama Intense Red Oude Kriek ed è prodotto aggiungendo (40%) ciliegie polacche intere; inizialmente disponibile solo nel formato 37,5 cl. e,  a partire dal 2015, anche in quello da 75. L’etichetta, che mette in primo piano una golosa ciliegia, si distingue nettamente dalle altre classiche 3 Fonteinen.Si presenta di un intenso color borgogna, con riflessi rosso rubino; la schiuma rosa che si forma è piuttosto modesta e grossolana, rapida a scomparire dal bicchiere. Il naso è ovviamente dominato dalle ciliegie: si va dal dolce di quella sciroppata ad un'asprezza che ricorda quasi l'amarena, mentre la cornice del quadro aromatico ci completa con note di legno e di cantina. A quasi due anni e mezzo dalla messa in bottiglia la pienezza del frutto (nessuna parvenza di sciroppi, qui) è ancora protagonista anche al palato: dolce ed aspro si scambiano il testimone più volte nel corso della bevuta attraversando ciliegia, amarena, frutti di bosco, mela rossa  e ribes. In sottofondo le note di legno, lievi spunti acetici e un ben finale secco caratterizzato da una lieve acidità lattica e suggestioni di limone. Facilissima da bere, con un elevatissima potere dissetante e rinfrescante e quindi perfetta per i giorni più caldi dell'anno: il carattere selvaggio e rustico del lambic è molto ben  contrapposto all'eleganza e alla fragranza del frutto, in questo caso la signora ciliegia.Formato: 37.5 cl., alc. 5%, imbott. 02/05/2014, scad. 21/05/2019, prezzo indicativo 13.00/17.00 Euro (beershop).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Hond.erd Adha 529

Nuovo episodio della saga Hond.erd di Extraomnes, birra nata nel 2012 per festeggiare  la centesima cotta del birrificio ma poi rimasta in produzione diventando di fatto un di terreno di gioco sul quale sperimentare ogni volta un nuovo diverso luppolo. Se la prima cotta celebrativa prevedeva  l’uso di Saaz e Cascade, la replica del 2013 ha visto protagonista il solo Hallertauer Mittelfrüh; sono poi arrivate le versioni a base di Chinook, Simcoe, Cascade, Mosaic, Brewer’s Gold, Mandarina Bavaria e Citra, bevuta non molto tempo fa. L’ultima arrivata vede come protagonista il luppolo americano chiamato Adha-529, una varietà ancora sperimentale prodotta dalla  American Dwarf Hop Association con sede a Moxee, Contea di Yakima, Stato di Washington: questo luppolo, reso disponibile all’inizio del 2014, ha come “genitori” femminili Nugget e Zeus.La birra. Ricetta semplicissima, perché “less is more”: se non erro lievito saison, malto 100% pils e ovviamente luppolo. Nel bicchiere è di color paglierino velato, sormontata da una generosa e bianchissima testa di schiuma cremosa ma un po’ scomposta, dalla discreta persistenza. Il naso non è l’esplosione di frutta di altre Hond.erd  (Citra, Brewers Gold) ma una grande pulizia ed eleganza permettono di scoprire un bouquet piuttosto  complesso nel quale si esprimono tutte le materie prime utilizzate: malti (crackers e cereali), lievito (esteri fruttati, una delicata nota rustica, paglia) e ovviamente luppolo. Interessante il profilo di questo Adha-529 che apporta agrumi (limone, lime) e più in secondo piano ricordi di menta e di tè verde. Vivace e scorrevolissima in bocca, la Hond.erd  stuzzica il palato con abbondanti bollicine e lo rinfresca con una secchezza esemplare; il gusto rispecchia in buona parte l’aroma nella delicata presenza del malto (crackers), seguito da un un velo dolce (miele, polpa d’agrumi) a  supportare la generosa luppolatura. Si chiude con una bella intensità amara composta da note zesty, erbacee (o tè verde?) e terrose, mentre nel retrogusto appare di nuovo una suggestione di menta che accentua ulteriormente il carattere rinfrescante di questa birra.  Ci sono meno agrumi che nelle altre versioni di Hond.erd, ma il risultato finale è abbastanza simile: massima  facilità di bevuta, rispettati gli elevati standard di pulizia Extraomnes, freschezza e fragranza ancora presenti a cinque mesi dall’imbottigliamento. Estate, sete ed Hond.erd vanno d’amore e d’accordo.Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 117 16, scad. 31/10/2017, prezzo indicativo 3.30/4.00 Euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Gigantic Saboteur Baltic Porter

Nel 2012 a Portland (Oregon)  Ben Love e  Van  Having inaugurano un birrificio dal nome “roboante”: Gigantic Brewing Company. In verità i due non hanno attualmente piani di espansione che vadano oltre l’attuale capacità annuale di 5500 ettolitri,  nonostante la loro dichiarazione del 01 Aprile 2015 (ma attenzione alla data!) nella quale affermavano di voler acquistare una percentuale dell’azionariato di AB-Inbev  Sia Love che Having sono due personaggi abbastanza noti a Portland, nonché membri della Oregon Brewer’s Guild:  il primo ha iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brau Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Havig, dopo aver abbandonato gli studi di economia (non prima di aver trascorso un anno a Londra presso la School of Economics ma soprattutto visitando pubs e bevendo cask ales), ha iniziato a fare il birraio nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per poi lavorare per sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. All’inizio del 2011 un diverbio con la proprietà lo spinse a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio. Inizialmente l’idea di Having era di allontanarsi da Portland, la città al mondo con il maggior numero di birrifici pro capite, ma l’incontro con Ben Love diede una svolta improvvisa a quel progetto che si è concretizzato piuttosto rapidamente grazie ai finanziamenti di amici. Nell’attesa che gli impianti nei due modesti capannoni all’incrocio tra la Southeast 26th Avenue e la Southeast Steele Avenue del quartiere di Reed fossero operativi (maggio 2012), Gigantic iniziò col produrre soprattutto collaborazioni presso altri birrifici. I due birrai decidono di rendere disponibili tutto l’anno solamente un paio di etichette per concentrarsi su birre stagionali, limitate ed occasionali; la maggior parte delle loro birre viene prodotta solamente una volta per sfruttare al massimo la quasi patologica continua ricerca di novità che caratterizza molti beergeeks. Il focus è soprattutto sulle bottiglie in quanto “guadagniamo di più rispetto ai fusti: Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA occupano attualmente il 70% della produzione, mentre ogni tre mesi facciamo uscire due birre stagionali, una a basso ed una ad alto costo. Queste birre non vengono mai ripetute”. Per gli homebrewers interessati, sul sito del birrificio sono disponibili la maggior pare delle ricette. Impossibile non citare infine le splendide etichette (o forse dovremmo parlare di copertine di fumetti) realizzate da diversi illustratori e ispirate da quei Robot / Action Figures giapponesi tanto cari a Van Having: a queste etichette, in versione poster, è anche stata dedicata una mostra lo scorso gennaio a San FranciscoLa birra.Numero 26 nel portfolio Gigantic, la baltic porter Saboteur arriva a riscaldare i primi mesi del 2015: impossibile risalire al perché il nome parli di un “sabotatore”, meglio allora deliziarsi con i dettagli della sorprendente etichetta che utilizza un dipinto realizzato da  Robert Bowen. Molto bella nel bicchiere, nera con una cremosa e compatta testa di schiuma color nocciola dall'ottima persistenza. Al naso emergono sopratutto profumi di melassa, orzo tostato e miele, mentre più in secondo piano affiorano esteri fruttati (prugna, uvetta), note affumicate e di caffè: bene la pulizia, solo discreta l'intensità. L'ABV dichiarato è 8% e proprio per questo motivo avrei gradito una maggior presenza palatale: il corpo è medio, mentre la consistenza tende a privilegiare la scorrevolezza piuttosto che la morbidezza. C'è comunque una bella ricchezza di caffè e tostature accompagnate da liquirizia e dal dolce del caramello; più nascosto il cioccolato e nel retrogusto una nota di cenere/affumicato arricchisce un finale amaro nel quale tostature e caffè prendono definitivamente le redini della bevuta.  L'alcool è molto ben nascosto, direi persino troppo, in questa baltic porter intensa, bilanciata  e soddisfacente che tuttavia mi è parsa un po' esile in alcuni passaggi: bisogna lasciarla scaldare parecchio se si vuole che emerga un lieve tepore etilico. Pulizia, precisione ed eleganza ci sono, quel che manca per passare da una buona ad una grande bevuta sono le emozioni.Formato: 65 cl., alc. 8%. IBU 80, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo in Europa 11.00/14.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Crooked Stave Hop Savant (Citra)

Crooked Stave, il birrificio della "doga piegata" coincide con il nome di  Chad Yakobson: un nome scelto principalmente perché mettere la birra dentro le botti è quello che a Chad piace fare. La sua altra passione sono i brettanomiceti, al punto d'aver dedicato a questi lieviti selvaggi la sua tesi di laurea all'International Centre for Brewing and Distilling dell'Università di Edimburgo, in Scozia: Chad ha pubblicato il suo lavoro on-line per condividere le sue esperienze con altri appassionati, anche se ha dovuto poi abbandonare le discussioni per concentrarsi sul suo progetto Crooked Stave Artisan Beer.  Gli scritti di Chad ottennero subito l'attenzione e i premi della American Homebrewers Association, diventando una fonte d'informazione molto utile e molto popolare tra homebrewers e beergeeks. E dire che Yakobson ai tempi del college si era interessato alla vite e al mondo del vino, soprattutto alle maturazioni in legno: fu l'assaggio di un bicchiere di La Folie, la sour brown ale prodotta dalla New Belgium a fargli capire che anche la birra poteva diventare oggetto dei suoi appassionati studi.  Il debutto di Crooked Stave avviene come beerfirm a cavallo tra il 2010 ed il 2011; in attesa di riuscire a reperire i fondi necessari per installare i propri impianti, Yakobson si appoggia prima alla Funkwerks Brewery di Fort Collins e poi alla Prost di Denver; dal 2013 le birre vengono invece prodotte alla Epic Brewing, birrificio di Salt Lake City (Utah) che ha un sito produttivo anche a Denver, Colorado. Nella stessa città Crooked Stave porta la birra a maturare in botti e foeders situati in un magazzino nel quartiere industriale di Sunnyside, inaugurato a settembre 2012. L’anno successivo viene aperto il locale The Source, ovvero la “taproom ufficiale”, all’interno di una ex fabbrica di mattoni del 1880:  l’idea di Yakobson era di riuscire a installare il proprio impianto all’interno di questo complesso già entro la fine del 2013 ma qualcosa è andato storto e i suoi piani per passare da beerfirm a produttore hanno subito un forte rallentamento. E’ solo lo scorso gennaio 2016 che Crooked Stave  ha potuto tagliare il nastro del proprio impianto da 25 ettolitri;  Yakobson ha acquistato altri tre magazzini adiacenti al suo nel quartiere industriale di Sunnyside, riuscendo a disporre di circa 1200 metri quadrati nel quale ha piazzato 17 foeders, 283 botti e una coolship (vasca di raffreddamento aperta) che verrà utilizzata per le fermentazioni spontanee con lieviti e batteri naturalmente presenti nell’aria. Ad aiutare Chad ci sono il birraio Danny Oberle, suo compagno d’infanzia, il grafico Travis Olsen e il birraio Brian Grace, proveniente da un’interessante esperienza presso Jolly Pumpkin. Sono circa 3500 gli ettolitri prodotti ogni anno da Crooked Stave, la metà dei quali destinati al mercato del Colorado; in parallelo opera anche la Crooked Stave Artisans Beer Distributing, un’attività che si occupa di distribuire birra, cidri, vini ed alcolici in diversi stati americani. La birra.Hop Savant è l'interpretazione del tutto personale che Chad Yakobson fa di una India Pale Ale: la fermentazione è affidata (100%) a brettanomiceti mentre il luppolo, da quanto mi sembra di aver capito, viene utilizzato solamente negli ultimissimi minuti della bollitura. Hop Savant debutta nel 2013 con un mix che include Mosaic, Citra e Simcoe; dopo un paio d'anni d'assenza, ritorna a maggio 2015 come una produzione regolare che ad ogni lotto utilizza una diversa varietà di luppolo in dry-hopping; si parte con l'Amarillo seguito dal Citra; ed è proprio questa versione, commercializzata il 27 maggio 2015, che andiamo a stappare.Nel bicchiere si presenta di un pallido colore che oscilla tra l'arancio ed il dorato: la schiuma è ovviamente piuttosto generosa, bianchissima e pannosa, con un'ottima persistenza. Il naso è complesso ma la sua maniacale pulizia ne consente una facile lettura: vi convivono due anime, una meno convenzionale o "funky" che dir si voglia, composta da note lattiche, di formaggio e di sudore ed una predominante che regala rassicuranti profumi floreali, di agrumi (mandarino, lime) e di frutta tropicale, soprattutto ananas. La sensazione palatale è pressoché perfetta, con un corpo medio-leggero (nonostante il contento alcolico dichiarato del 7%) ed una vivace carbonazione a renderla vivace e pungente: un tocco di crackers e poi la bevuta, secchissima, vira subito nel territorio zesty della scorza di mandarino, lime, limone e probabilmente quasi qualsiasi altro agrume che vi possa venire in mente. Un velo dolce (ananas, polpa di mandarino) accompagna in sottofondo verso il finale amaro nel quale convivono note lattiche, erbacee, terrose e di scorza d'agrumi; è qui forse l'unico momento in cui la bevuta va un po' fuori controllo con un'intensità d'amaro eccessiva che perdura a lungo nel retrogusto vanificando un po' quell'effetto rinfrescante e dissetante che l'acidità e la secchezza avevano invece promosso. La pulizia è a livelli davvero elevatissimi, andando a braccetto con un eleganza che non cancella del tutto una leggera componente rustica; ottima birra che convince più al naso che in bocca ma il livello è piuttosto elevato e sicuramente migliore di tutte quelle "Brett IPA" che mi è capitato di provare. Lo "stile" che prevede il connubio acido-luppolatura spinta continua a non convincermi ma, nel caso di birre come questa (fermentata esclusivamente con brettanomiceti, ricordo), assume un senso più compiuto. Il prezzo è in fascia alta anche nella terra d'origine, ma sono sacrifici che una volta ogni tanto si fanno senza troppi rimpianti.Formato: 37.5 cl., alc. 7%, imbott. 05/2015, scad. non riportata, prezzo indicativo in Europa 9.50/12.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hilltop Gallagher Stout

Debutta oggi sul blog il birrificio Hilltop con sede a Bassano Romano (Viterbo),  a pochi chilometri dal lago di Bracciano; il suo impianto s'accende nell'agosto 2014 ma in precedenza, nell'attesa della messa in funzione, le birre erano stato prodotte per un breve periodo presso impianti terzi.Il birrificio è gestito interamente dalla famiglia irlandese/inglese Gallagher-Deeks, residente in Italia da trent'anni: i genitori  Barry  ed Eithne si occupano della parte gestionale ed amministrativa lasciando libero in sala cottura il figlio Conor, la cui formazione passa dall'homebrewing al diploma all'Institute of Brewing & Distilling per terminare con un praticantato di quasi tre anni presso Birra del Borgo. Alle operazioni (grafica e critica, dicono) partecipano anche le sorelle Tess ed Aisling.E' su di un impianto da sei barili proveniente da Manchester che ha preso vita la Barry's Bitter, birra dell'esordio che viene realizzata con malti e luppoli inglesi; la seguono la American IPA chiamata Hop Hill, la Belgian Strong Ale ZenZero e la Golden Ale Bella Blonde. Considerate le radici irlandesi non poteva ovviamente mancare una (dry) stout: debutta a dicembre 2014 la Gallagher Stout, con un doppio vernissage in contemporanea al Pork'n'Roll di Roma e al Pigs Ear Beer and Cider Festival di Londra. All'ultima edizione di Birra dell'Anno la stout ottiene la medaglia d'argento nella propria categoria, posizionandosi dietro alla Blackdoll del birrificio Mostodolce.La birra.Si potrebbe quasi dire ricetta classica, non fosse per l'utilizzo di alghe affumicate irlandesi; l'etichetta non è certamente la massima espressione della grafica, ma quello che conta è la sostanza e in questo la Gallagher Stout non delude.  Nera, cremoso cappello di schiuma nocciola compatta e dalla buona persistenza: si presenta bene e continua in modo positivo il suo percorso con un aroma pulito nel quale convivono caffè e tostature, liquirizia e caramello bruciato, una delicata affumicatura. Al palato si punta alla scorrevolezza senza scivoloni in territori troppo watery: poche bollicine, corpo medio e un gusto che segue fedelmente l'aroma riproponendo caramello, caffè ed orzo tostato. C'è una delicata presenza di esteri fruttati (accenni di prugna, mirtillo) e un bel finale nel quale acidità dei malti scuri e secchezza lasciano il palato pulito: il retrogusto s'arricchisce di una nota di cioccolato e una delicata affumicatura. In una nazione che con quasi 1000 birrifici/beerfirm/brewpub non offre un numero particolarmente elevato di stout degne di essere ricordate, la proposta di Hilltop si distingue per pulizia, equilibrio e facilità di bevuta che non compromette affatto l'intensità: facile non significa semplice e nel bicchiere c'è invero una discreta complessità a rendere la bevuta interessante  e pienamente soddisfacente.Formato: 33 cl., alc. 5.5%, IBU 40, lotto 16008, scad. 03/2017, prezzo indicativo 4.00NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Oud Beersel Bersalis Tripel

Bersalis Tripel, ovvero una birra che va oltre le sue semplici caratteristiche organolettiche ed una bevuta densa di significati. La storia ve l'avevo giù raccontata in questa occasione: si parte dal 1882, anno in cui Henri Vandervelden apre un birrificio nel paese di Beersel, alle porte di Brussels, e si finisce nel 2002 quando Danny Draps, pronipote del fondatore, decide di sospendere un'attività ormai poco redditizia e che necessitava di grossi investimenti per poter continuare. Mentre il mondo del lambic non si capacita per la scomparsa di un altro degli storici produttori, un appassionato decide di darsi da fare. Gert Christians non può credere che presto dovrà rinunciare alla sua abitudine quasi quotidiana di bere una Beersel Oude Geuze ai tavoli del Le Zageman di Brussels e, assieme all'amico Roland De Bus, decide di acquistare il marchio nel 2003.In assenza dei fondi necessari per far ripartire il birrificio Gert decide che la cosa più importante e far sapere al mondo che Oud Beersel è rinato dalle proprie ceneri. Per questo scopo nel 2005 realizza la Bersalis Tripel presso gli impianti della Brouwerij Huyghe, con una ricetta che volutamente include il frumento, quasi un ponte immaginario che potesse traghettare il passato (lambic) verso il futuro. In questa bella intervista Christians dice anche di utilizzare lieviti selvaggi, ma credo si riferisca alla versione Oak Aged della Tripel. I fondi ricavati dalla vendita della birra costituirono il supporto finanziario necessario al rilancio di Oud Beersel: la produzione non è ancora ripartita, Gert ha preferito investire nelle vasche di fermentazione e nelle botti necessarie per l'invecchiamento del lambic che viene attualmente prodotto presso gli impianti di Frank Boon, da sempre "angelo custode" di Beersel. Christians ci tiene però a specificare che "non compriamo lambic da altri, semplicemente produciamo il mosto presso un altro birrificio, ovviamente seguendone la ricetta e la preparazione. Attualmente ci collochiamo a metà tra produttori e assemblatori". La birra.All'aspetto è di colore oro antico, leggermente velato con una bella festa di schiuma bianca cremosa e compatta, "croccante", dall'ottima persistenza. L'aroma, pulito e di discreta intensità si compone di miele, canditi (arancia e albicocca), una leggerissima speziatura (pepe, coriandolo) e profumi di zucchero candito, biscotto al burro. I parametri dello stile sono rispettati anche in bocca con una vivace carbonazione, un corpo medio e l'alcool nascosto in quel modo subdolo in cui i belgi eccellono: ne risulta una tripel facile da bere, quasi scorrevole che presenta il conto a fine serata. Perfettamente coerente col naso, al palato è ovviamente il dolce a guidare con zucchero e canditi, biscotto e miele, ben bilanciati dalle vivaci bollicine e da una perfetta attenuazione. Bisogna attendere che la birra si scaldi per avvistare una parvenza amaricante terrosa a fine corsa, dettaglio irrilevante: il palato si à già messo comodo ad assaporare il retrogusto dolce e morbido di frutta sotto spirito. Una Tripel pulita, precisa e scolastica che si lascia comunque bere bene senza sforzo alcuno: l'intensità dei sapori potrebbe essere maggiore, non ci sono troppe emozioni nel bicchiere, non c'è molta personalità ma accontentandosi, anche in questo contesto, se se ne ricava una discreta soddisfazione.Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 21 (?), lotto 03 14300, scad. 10/2017.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie Coffee Okie

A poche settimane di distanza dalle Eliza5beth ritorna sul blog Prairie Artisan Ales, questa volta con una birra non esattamente adatta ai mesi più caldi dell’anno. Ricordo brevemente che Prairie nasce nel 2012 come beerfirm fondata dai fratelli Chase e Colin Healey, entrambi con un lungo passato da homebrewers; il primo dei due ha anche lavorato come birraio presso la COOP Ale Works ela Redbud.  E' proprio qui che Chase si fa conoscere, sperimentando con i lieviti da vino, da champagne e quelli "selvaggi"; la Redbud oggi non esiste più, ma è con una birra chiamata Cuvee Three che Chase Healey attira l'attenzione dell'importante distributore Shelton Brothers.  Una volta nato il marchio Prairie Artisan Ales, i fratelli Healey firmano subito un contratto per la distribuzione in molti stati americani e per l'esportazione all'estero. Il successo garantisce i fondi necessari per la pianificazione del proprio birrificio, e l'inaugurazione avviene a dicembre 2013, alla porta di Tulsa; il focus è quello degli affinamenti e degli invecchiamenti in botte. Al tempo stesso, una parte delle birre viene ancora prodotta all'esterno per poter soddisfare le richieste del mercato; è ad esempio il caso della birra di oggi, chiamata Coffee Okie e prodotta presso gli impianti della Krebs Brewing Company (Oklahoma). Si tratta sostanzialmente di una variante della Prairie Okie, un’Imperial Brown Ale (o American Strong Ale, se preferite)  che viene invecchiata per sei mesi in botti ex-Whiskey provenienti dalla Balcones Distillery di Waco, Texas. Per la Coffee Okie nelle botti vengono anche aggiunti chicchi di caffè Nordaggios, lo stesso utilizzato per realizzare la famosa imperial stout Bomb! La Coffee Okie, che i geeks di Ratebeer eleggono tra le 50 migliori American Strong Ales al mondo, debutta nel dicembre del 2015 giusto in tempo per portare un po’ di conforto nei mesi più caldi dell’anno. L’etichetta é al solito opera di Colin Healey che include alcuni elementi tipici dello stato dell'Oklahoma: stivali da cowboy e sigarette, il ritratto di Garth Brooks (cantante country nato a Tulsa) sullo schermo di un mini televisore, un coltello che fa riferimento al film I ragazzi della 56ª strada, diretto da Francis Ford Coppola e basato sull'omonimo libro (titolo originale The Outsiders) ambientato a Tulsa. In verità Colin ammette di essersi ispirato dalla successiva serie televisiva e non dal film di Coppola. La birra.Riempie il bicchiere di un colore un po' torbido che richiama la tonaca del frate con venature ambrate e rossicce; la schiuma che si forma è grossolana, di dimensioni piuttosto modeste e scompare abbastanza rapidamente. Il naso rimedia subito ad un aspetto un po' bruttino con eleganti profumi di caffè: si va dai chicchi all'espresso, passando per il macinato. Il bouquet è un po' monotematico ma impreziosito dalle note di whiskey, di legno, caramello e vaniglia.  L'asticella sale ulteriormente al palato, dove la Coffee Okie esplode in tutta la sua potenza (13% ABV): obbligatorio sorseggiarla ed abbandonarsi al calore del whiskey che accompagna il dolce del caramello e della melassa, della frutta sotto spirito (uvetta, prugna), della vaniglia. A bilanciare, oltre alla componente etilica, una lievissima asprezza di frutti rossi e l'acidità del caffè, elemento molto meno presente rispetto all'aroma. Non c'è di fatto amaro, la pulizia è ottima in una birra dal corpo che si colloca tra il medio ed il pieno e, ovviamente, ha poche bollicine: ne risulta una sensazione palatale morbida e oleosa che le permette di scorrere lentamente ma senza intoppi. Chiude con un lunghissimo retrogusto dolce ricco di uvetta e caramello bilanciato da whisky e caffè, nel quale la componente etilica, benché protagonista, riscalda e rincuora senza mai bruciare. L'eleganza non è probabilmente ai livelli delle migliori produzioni Prairie, ma Coffee Okie è una birra capace di accompagnarvi per tutta la serata: ai primi sorsi può sembrare ostica, ma basta lasciare che il palato si abitui per godere con grande soddisfazione di una bevuta avvolgente, calda ed etilica sino al meritato congedo. Formato: 35.5 cl., alc. 13%, IBU 50, imbott. 2015, prezzo indicativo in Europa tra gli 11.00 ed i 13.00 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.