Barbanera La Bigiata

Debutta sul blog Birra Barbanera, beerfirm attiva dal 2014 a Cavallirio, provincia di Novara;  si tratta di una marchio dell’azienda Trematti Srl che si occupa di commercio all'ingrosso di bevande. Barbanera è la figura attorno alla quale si è scelto di costruire il marchio, ma non pensate al leggendario pirata Edward Teach (1679-1718); qui si parla invece di un fantomatico ed immaginario Dottor Barbanera (1883), avventuriero e commerciante poi divenuto famoso come alchimista (e truffatore) alla metà del secolo scorso quando affermò di aver “scoperto un modo per catturare, ricreare e racchiudere l’essenza delle cose in una bottiglia allo scopo di rivivere all’infinito ricordi, affetti e vissuti persi”. L'idea ricorda quella dietro all’omonimo lunario che raffigurava sul frontespizio un uomo dalla folta barba nera e che fu stampato per la prima volta a Foligno alla metà del diciottesimo secolo:  si fa riferimento ad un misterioso (ed immaginario) astronomo, astrologo e filosofo chiamato Barbanera e famoso  in tutt’Italia per i suoi “aneddoti, ricette empiriche e previsioni stravaganti”.  Il lunario ed almanacco si diffuse poi in tutt’Italia ed anche all’estero; nel ventesimo secolo i suoi diritti furono acquistati dell’Editoriale Campi che ancora oggi lo pubblica. Ma ritorniamo in tema; tre sono le birre che compongono la linea “standard” di Barbanera, affiancate da qualche produzione occasionale, e tutte e tre si rifanno alla tradizione belga:  La Biondina  (Belgian Ale, 5.5%), Irma (Dubbel 7%), La Bigiata (Saison 6%).  Il sito internet è molto curato ed incentrato sulla figura dell’occhialuto e baffuto alchimista; belle anche le etichette in stile retrò, quest’ultime peraltro sottoposte ad un recente restyling: meno apprezzabile, almeno per il mio punto di vista di consumatore, il fatto che l’etichetta non indichi dove la birra sia stata prodotta. Non ho niente contro le beer-firm, ma gradirei trasparenza; da quanto ho trovato in internet le birre dovrebbero essere prodotte nel vicino birrificio Diciottozerouno di Oleggio Castello (No).La birra."La bigiata" è uno dei tanti termini italiani che significano "marinare la scuola"; un'attività alla quale si è più propensi durante la bella stagione o nelle ultime settimane dell'anno scolastico, quando ormai le energie sono in riserva. Ben si abbina a questo periodo una Saison, stile brassicolo che identifica birre storicamente destinate al consumo nella tarda primavera/estate e al ristoro dei braccianti agricoli nel corso delle lunghe e faticose giornate di lavoro. La Bigiata di Barbanera è una Saison prodotta, se non erro, con scorza d'arancia, coriandolo e cardamomo. Si presenta di color dorato con diversi sconfinamenti nell'arancio, velato; la bianca e cremosa schiuma si rivela piuttosto generosa e compatta, con un'ottima persistenza nel bicchiere. L'aroma apre con profumi di scorza d'arancia e limone, polpa d'arancio, qualche nota di banana e una speziatura abbastanza decisa che richiama cardamomo, chiodi di garofano e coriandolo; in sottofondo anche sentori di erbe officinali, ma anche una deriva fenolica meno gradevole di plastica che va a sporcare quello che altrimenti sarebbe un bel biglietto da visita. Al palato la vivace carbonazione dona vitalità e piacevolezza al corpo medio: il gusto parte da una soffice base maltata di biscotto e miele alla quale s'affiancano le note dolci e fruttate della polpa d'arancia e della pesca. L'inizio zuccherino è ben bilanciato da una lieve nota acidula (avrei scommesso sul frumento, ma l'etichetta non lo riporta tra gli ingredienti) e soprattutto da un finale amaro di erbe officinali, corto ma di buona intensità. La bevuta risulta facile e scorrevole, con quel piacevole carattere ruvido e rustico che non dovrebbe mai mancare in una Saison: peccato per la parte fenolica un po' fuori controllo che, oltre l'aroma, sporca anche il gusto nel quale registro una lieve astringenza finale. Sistemato questo, ne rimarrebbe una buona Saison dalla buona intensità, dissetante e rinfrescante. Discorso a parte merita il capitolo spezie: mi era capitato d'assaggiare questa birra l'anno scorso alla spina e più che le spezie avevo notato una banana un po' troppo invadente. In questa bottiglia le spezie sono invece abbastanza in evidenza, anche al gusto: io da sempre sposo il motto di un noto birraio belga il quale sostiene che "quando si riescono a nominare le spezie usate nella birra, vuol dire che ne hai messe troppe", ma è  alla fine una questione di gusti.Oltre a piatti delicati, pesce e formaggi freschi, il birrificio la consiglia in abbinamento al brano Maple Leaf Rag di Scott Joplin, ai Diari di Paul Klee  ed al cortometraggio La lune à un mètre di Georges Méliès.Formato: 50 cl., alc. 6%, scad. 18/06/2016, 5.50 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Postino Brewery: Vino d’Orzo del Ciullo

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la rubrica HOMEBREWED!, dedicata alle vostre produzioni casalinghe. Si tratta di un gradito ritorno, quello dell’homebrewer Giancarlo Maccini alias "Gianpostino”, di Solignano (Parma) che ha avuto l’onore e l’onere d’inaugurare proprio questo spazio dedicato all’homebrewing nell’ottobre 2014, partecipando poi con altre sei birre. Giancarlo si dedica all’homebrewing da ormai da sei anni, è socio MoBi e della London Amateurs Brewers per il periodo che si trova a trascorrere in Inghilterra. E proprio dalla collaborazione con un collega homebrewer inglese è nata la birra è “misteriosa” di oggi: non ho a disposizione dati tecnici ed ingredienti utilizzati, so solo che si tratta di un Barley Wine (9.5% ABV) chiamato “Vino d’Orzo del Ciullo”, quest’ultima una forma dialettale che se non erro significa “fanciullo, ragazzo”.  La primavera è iniziata e, prima che il caldo diventi un ostacolo, ho pensato di stappare questa birra che ho conservato in cantina per quasi diciotto mesi; ignoro però la data della sua messa in bottiglia.Il suo colore è un bell’ambrato molto carico con intensi riflessi rosso rubino; la schiuma color ocra/crema appare piuttosto generosa ed è molto compatta e cremosa, mantenendo un’ottima persistenza nel bicchiere. L’aroma non è particolarmente intenso ma, nella sua semplicità e pulizia, permette d’apprezzare i profumi di toffee, mela al forno, frutta secca, qualche reminescenza di miele di castagno.  Semplicità e rigore sembrano essere le parole d’ordine anche al palato con il gusto che ricalca – sebbene con maggior intensità – i passi dell’aroma.La dolcezza di caramello e biscotto è accompagnata da accenni di ciliegia sciroppata e albicocca disidratata, con un’ottima attenuazione che  contribuisce a rendere questo “vino d’orzo” dolce ma sostanzialmente bilanciato e mai stucchevole.  La chiusura indugia per un attimo sull’amaro terroso e di frutta secca per poi liberare un retrogusto dolce e caldo, dove l’alcool è lasciato un po’ da solo senza essere affiancato dalla presenza di frutta sotto spirito che avrebbe maggiormente valorizzato il finale, secondo la mia opinione. Non ci sono difetti, la birra è abbastanza pulita ma mi è sembrata un po’ scolastica e “fredda”, se mi passate il controsenso, pur nella sua importante gradazione alcolica. Il livello complessivo è buono ma personalmente sento la mancanza di complessità e personalità: i primi sorsi mi hanno riscaldato, un pezzetto di cioccolato fondente mi ha aiutato a proseguire un altro po’ ma poi la bevuta ha perso progressivamente interesse battendo sempre sugli stessi (pochi) tasti. Le basi ci sono, si tratta ora di lavorare per aggiungere un po’ di eleganza e soprattutto di personalità ad una birra che possa diventare un’emozionante compagna da dopocena. Lascio come al solito la valutazione secondo scala BJCP e ringrazio di nuovo Giancarlo per avermi fatto assaggiare la sua birra.Totale 33/50 (Aroma 6/12, Aspetto 3/3, Gusto 13/20, Mouthfeel 4/5, Impressione generale 7/10).

Rittmayer: Hallerndorfer Landbier Hell & Hallerndorfer Heller Bock

Ancora un doppio appuntamento con il birrificio Rittmayer di Hallendorf, venti chilometri a sud di Bamberga, Franconia, già incontrato in diverse occasioni.  Il birrificio guidato da George Rittmayer divide le sue produzioni in una linea "classica" e in una "kraft", ed eccone altri due esemplari a confronto.Partiamo dalla Hallerndorfer Landbier Hell, una Helles perfettamente limpida e dorata, sormontata da un impeccabile cappello di schiuma bianca e cremosa, compatta e dalla trama fine, dalla lunghissima persistenza. L'aroma è pulito e presenta i classici profumi di pane e miele millefiori, cereali, affiancati da lievi accenni erbacei e di fiori di campo. Il gusto non presenta sorprese mantenendo un'ottima corrispondenza con l'aroma: leggera e discretamente fragrante la parte maltata (pane, cereali), le bollicine sono contenute e favoriscono uno scorrimento veloce senza nessun impedimento. Il livello di pulizia è molto elevato, la bevuta è dolce e bilanciatissima: nel finale c'è persino un accenno d'amaro erbaceo, la cui presenza è maggiormente avvertibile rispetto agli standard di una qualsiasi Helles che potreste bere a Monaco: la Franconia dal punto di vista amministrativo non esiste ed è solo una parte della  Baviera, ma non gridatelo se andate a Bamberga. Potrebbero non essere molto felici del confronto, sopratutto quelli del Fränkischer Bund che dal 1990 reclamano l'indipendenza amministrativa e politica di quest'area dai confini geografici non esattamente definiti. La Landbier Hell di Rittmayer è un'ottima compagna da Biergarten o per le calde serate estive, quando magari non avete voglia d'immergervi negli scenari autunnali evocati da una classica "rauchbier" di Bamberga.Viene invece proposta nel formato 33 centilitri la Heller Bock, scelta forse dettata dal più elevato tenore alcolico (6.8%) che ne suggerisce un consumo più moderato. Per molti le Heller(s) Bock sono considerate un sinonimo delle Maibock: una birra per il periodo di transizione dall'inverno all'estate che conclude il tempo delle birre forti (Starkbierzeit) inaugurato con l'arrivo delle prime Bock ambrate di novembre. Le Maibock, ovvero le "Bock del mese di maggio", vengono invece prodotte con malti chiari e sono solitamente abbastanza luppolate, per un finale che intende quasi rinfrescare ed alleggerire una birra che ancora porta un po' di calore nelle fresche serata primaverili. La Heller Bock di Rittmayer è quindi dorata e limpida, anch'essa sormontata da una solida "testa" di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma parla di fiori, miele millefiori, pane e cerali ed un accenno biscottato; al palato il corpo risulta ovviamente più sostenuto rispetto alla Helles, con una sensazione complessivamente morbida facilitata da una carbonazione moderata. Gli stessi elementi (pane, biscotto e miele) ritornano al palato a costruire un profilo maltato abbastanza fragrante e fortificato da un diffuso e soffice tepore etilico. La bevuta è pulita e dolce ma perfettamente bilanciata come vuole la scuola tedesca da un finale corto e leggermente amaricante tra l'erbaceo ed il terroso. La bevibilità è ovviamente minore della Helles, il profilo maltato è intenso e molto gradevole, mentre convince meno la parte amara, un po' in debito d'eleganza.In entrambi i casi due birre ben fatte che, senza reclamare particolare attenzione, sono pronte ad accompagnarvi nel corso di una serata. Nel dettaglio:Hallerndorfer Landbier Hel, formato 50 cl., IBU 33, alc. 4.9%, lotto 11:21 P, scad. 17/05/2016.Hallerndorfer Heller Bock, formato 33 cl., alc. 6.8%, lotto 20:26 A, scad. 20/10/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jolly Pumpkin Luciernaga (The Firefly)

Eccoci ad un nuovo appuntamento con Jolly Pumpkin, birrificio del Michigan presentatovi in questa occasione. Ricapitolando per i pigri: viene fondato da Ron Jeffries e dalla moglie Laurie ad Ann Arbor, a coronamento di un lungo percorso quasi tutto autodidattico che ha portato Ron dall'homebrewing all'impiego in alcuni brewpubs, prima di mettersi in proprio. Il "piratesco" Jeffries - che ama le leggende dei pirati e ne copia un po' il look - è altrettanto innamorato della traduzione belga delle rustiche Farmhouse Ales, Red Flanders, Oud Bruin e le fermentazioni spontanee.  La produzione di tutte le Jolly Pumpkin inizia con il mosto che viene trasferito in foudres di legno dove riceve il lievito della casa, pazientemente elaborato in quattro anni partendo dal Belgian Ale (WLP550) di White Labs. I  batteri ed i lieviti selvaggi vengono introdotti attraverso il sistema di areazione che di notte fa circolare l’aria fresca proveniente dall’esterno sui fermentatori aperti; la birra viene poi trasferita in botte per la maturazione che può durare, a seconda dei casi,  da alcune settimane a diversi anni.Una buona parte delle botti utilizzate da Ron Jeffries proviene da Firestone Walker, uno dei birrifici americani maggiormente specializzati nel barrel-aging. Le botti esauste di Firestone sono l'ideale per lo scopo di Jeffries che non intende caratterizzare le proprie birre con quello (bourbon, vino, etc. etc.) precedentemente contenuto nei barili ma cerca un profilo pulito e, soprattutto, una "casa" per la propagazione dei lieviti selvaggi; e, fattore da non sottovalutare, ad un costo piuttosto inferiore rispetto a barili nuovi.La birra.Luciernaga, ovvero The Firefly ovvero "la lucciola" è una produzione stagionale di Jolly Pumpkin disponibile solitamente a partire da giugno di ogni anno; si tratta di un blend di due diverse Farmhouse/Belgian Ales invecchiate per alcuni mesi in botti di legno. Inevitabile citazione di merito anche per la splendida etichetta realizzata dall'illustratore Adam B. Forman, nella quale la lucciola prende le sembianze di una lanterna a forma di fiore di luppolo. Nel bicchiere è di un opaco color arancio accompagnato da un esuberante cappello di schiuma bianca e pannosa, un po' scomposta ma dalla lunghissima persistenza. Il naso apre con sentori floreali e un'esuberante nota pepata accompagnata dal coriandolo e dal legno; i due anni passati dall'imbottigliamento hanno fatto "crescere" i lieviti selvaggi che apportano un netto carattere lattico ad affiancare l'asprezza della scorza di agrumi, soprattutto limone, mentre in sottofondo rimane un dolce velo di polpa d'arancio. Grande vivacità al palato, con vibranti bollicine ed un corpo medio: ne risulta una birra ruspante che pungola il palato ad ogni sorso mantenendo sempre una grande facilità di bevuta. Al gusto sono evidenti le note lattiche dei lieviti selvaggi e quelle aspre degli agrumi gialli, accompagnate da un sottofondo dolce di polpa d'arancio e suggestioni di pesca. Impressionante la sua secchezza ed il potere dissetante e rinfrescante che ne deriva, aiutato dalla chiusura amara nella quale convivono le note lattiche e quelle terrose e leggermente zesty dell'abbondante luppolatura, ancora presente nonostante i due anni d'età.Piacevolmente complessa ma semplice da bere, molto pulita, la "lucciola" di Jolly Pumpkin riesce ad essere rustica senza mai perdere una certa eleganza: l'acidità è ben in evidenza ma c'è una spina dorsale dolce a supporto che la rende sopportabile anche a chi non ha grossa familiarità con le "sour ales". Trova nel caldo dell'estate la sua stagione ideale, ma è un'ottima birra che personalmente berrei in qualsiasi periodo dell'anno.Formato: 75 cl., alc. 6.5%, lotto 335/337, imbott. 01/04/2014, 13.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lervig / Way: 3 Bean Stout

Sono quasi venti le ore di volo che separano Pinhais, comune dell'area metropolitana di Curitiba (Paraná, Brasile) e Stavanger, cittadina norvegese dove si trova il birrificio Lervig. Nel 2015 Alessandro Oliveira e Alejandro Winocur, fondatori nel 2010 del birrificio Way Beer, si recano in Norvegia per realizzare assieme a Mike Murphy, birraio di Lervig, una birra collaborativa. Il birrificio brasiliano mi è completamente sconosciuto ma ha già all'attivo collaborazioni anche con gli americani di Stillwater e di Arizona Wilderness; una quarantina le birre prodotte in sei anni di vita, la migliore della quale secondo gli utenti di Ratebeer è la Berliner Weisse Sour Me Not Caju, che si posiziona al quindicesimo posto tra le migliori birre prodotte in Brasile.Mike Murphy e Alessandro Oliveira decidono di produrre una massiccia (13%) Imperial Stout utilizzando tre diverse "fave": cacao, vaniglia e tonka. Quest'ultima è il seme del frutto della Dipteris Odorata, una gigantesca pianta capace di superare i trenta metri in altezza ed i due metri di diametro al tronco; i frutti vengono raccolti e fatti essiccare per un anno, quando vengono poi estratti i semi contenuti all'interno. I maggiori produttori sono Venezuela, Guyana, Brasile e Nigeria; la fava di tonka è frequentemente usata in profumeria per il caratteristico odore di vaniglia e mandorla.La birra.L'etichetta non risulta particolarmente ispirata, limitandosi a raffigurare i loghi dei due birrifici; la ricetta della 3 Bean Stout, oltre alle fave citate, prevede malti Pale, Caramel e Roasted, mentre i luppoli utilizzati sono Aurora e  Hersbrucker.Nel bicchiere è nera, impenetrabile alla luce e forma un modesto cappello di schiuma color cappuccino, cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. L'aroma è molto intenso, anche nella componente etilica, e disegna una scenario dolce di cioccolato al latte, vaniglia e toffee al quale s'affiancano profumi di cannella e di biscotto allo zenzero, liquirizia e una lieve presenza di salsa di soia. L'opulenza è tanta ma l'eleganza e la finezza di vari elementi lasciano un po' a desiderare. D'impatto il mouthfeel, che rispetta la tradizione scandinava: si tratta di un liquido oleoso molto denso e morbido, quasi masticabile, dal corpo pieno e dalla bassa carbonazione. Anche qui c'è una grande ricchezza dolce di melassa, liquirizia, cioccolato al latte e gianduia, vaniglia: in sottofondo rimangono le spezie (cannella e zenzero) mentre l'alcool fa sentire la sua presenza per tutta la bevuta, senza arrivare mai a bruciare ma aiutando piuttosto a mitigare un po' il dolce. Nel finale emergono le tostature, il caffè ed il cacao amaro, ma il retrogusto ritorna nel territorio del dessert liquido sostenuto da un intenso calore etilico. Anche il gusto presenta gli stessi "vizi" dell'aroma: grande intensità ma pulizia ed eleganza ampiamente migliorabili; è un'imperial stout ricca ma piuttosto impegnativa anche solo  da sorseggiare. Il risultato è sicuramente positivo, anche se da cogliere in piccole dosi.Formato: 33 cl., alc. 13%, IBU 30, lotto e scadenza non riportati.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toppling Goliath Golden Nugget IPA

A solo qualche giorno di distanza dalla PseudoSue ripropongo un’altra birra di Toppling Goliath, interessantissimo birrificio di Decorah, Iowa, presentatovi in questa occasione; le birre luppolate vanno bevute fresche, freschissime e quindi non c'è tempo da perdere.  Dopo una delle Pale Ale più apprezzate sul continente a stelle e strisce è la volta di una India Pale Ale chiamata Golden Nugget. Il nome fa riferimento a due degli ingredienti utilizzati: il malto Golden Promise, che da quanto ho capito sarebbe la versione scozzese del Maris Otter, ed il luppolo Nugget. Quest’ultimo fu sviluppato dalla USDA (il Dipartimento dell'Agricoltura americano)  negli anni ’70 e commercializzato nel 1982:  venne ottenuto incrociando altre due varietà sperimentali, la USDA 65009 e la USDA 63015M, che nel proprio pedigree annoverano Brewers Gold, Early Green, Canterbury Golding  ed alcune varietà tedesche. Il Nugget, utilizzato principalmente per l’amaro, è una delle varietà più coltivate in Oregon e, negli anni ’90, costitutiva ben il 14% di tutta la produzione americana. Nonostante il nome scelto, non si comunque tratta di una IPA “single malt” e “single hop”: il Nugget dovrebbe essere affiancato da Warrior, Simcoe, Amarillo e Cascade, ma il condizionale è d’obbligo visto che non sono riuscito a verificare la veridicità della fonte. La Golden Nugget viene lanciata nel 2011 e, secondo le parole del proprietario Clark Lewey, è la birra che ha fatto scoprire l’amaro alla gente dell’Iowa. Nacque quasi per caso, quando un cliente del birrificio aveva acquistato una casa nel cui giardino crescevano delle piante di luppolo; i fiori vennero portati al birrificio ed utilizzati per realizzare una IPA molto amara che fu poi rielaborata dal birraio  Mike Saboe nella versione attuale.La birra.L’etichetta della bottiglia e la lattina quasi “scoppiano” di verde anticipando quanto arriverà poi nel bicchiere; anche questa lattina, come quella di PseudoSuse, non viene prodotta in Iowa ma presso gli impianti della Brew Hub in Florida. Il suo colore si colloca tra l’arancio ed il dorato carico, leggermente velato; la schiuma leggermente biancastra non è impeccabile, è un po’ grossolana ma ha comunque una buona persistenza.  Quattro i mesi passati dalla messa in lattina e l’aroma tiene ancora abbastanza bene anche se l’intensità non è esplosiva: pulito ed elegante, mette soprattutto in mostra le note resinose e di aghi di pino, il lieve carattere “dank” accompagnato in sottofondo da scorza d’agrumi e da note più dolci di polpa d’arancio, pompelmo rosa, passion fruit e papaia. Il gusto parte da queste fondamenta, da un sottofondo biscottato che sfuma subito nel leggero dolce della frutta tropicale: la loro è una presenza necessaria quanto basta per supportare l’amaro che è il vero protagonista di questa Golden Nugget. La bevuta si tinge subito delle verdi note dell’etichetta che non l’abbandonano più: resina e  “dank”, sfumature vegetali, un accenno zesty per un amaro intenso e muscoloso che mantiene sempre una bella eleganza senza raschiare o risultare troppo noioso. La chiusura è secca, solo un breve attimo di tregua prima di un lungo retrogusto che continua a diffondere amaro in modo intenso ad appagare qualsiasi “malato di luppolo”.IPA pulitissima, dalla freschezza ancora accettabile, che sceglie di privilegiare la strada dell’amaro anziché quella più ruffiana della frutta: almeno questo è quanto osservo dalla lattina in questione, impossibile per me sapere come fosse la birra quattro mesi fa. Il livello non è sicuramente quello della PseudoSue, ma il confronto ha poco senso in quanto questa è una birra progettata con altri intenti, più bellicosi: ha un fardello considerevole di luppolo da portare a destinazione e lo fa con classe. Anche qui, siamo molto in alto. Formato: 47.3 cl., alc. 6.8%, IBU 56, imbott. 04/12/2015 10:45.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Schneider Weisse Tap 5 Meine Hopfen-Weisse

Nel 2007 Garrett Oliver, birraio dell’americana Brooklyn Brewery e Hans-Peter Drexler, birraio alla G. Schneider & Sohn,  si trovano in Baviera per realizzare assieme una birra. Drexler, diplomato a Weihenstephan dove ha anche lavorato per un paio d’anni sull’impianto “sperimentale dell’Università, è arrivato alla Schneider nel 1982 come assistente birraio per poi diventarne "mastro" nel 1990. A Kelheim, dove ha sede la Scheider, Drexler non si è accontentato di perpetuare la tradizione risalente al 1928, anno di fondazione della Weisse Hofbräuhaus, ma ha anche introdotto delle piccole ma interessanti innovazioni. Galeotta fu una trasferta negli Stati Uniti nel 1998 nel corso della quale Drexler era stato inviato come giudice ad un concorso; gli aromi ed i sapori dei luppoli americani gli spalancarono le porte di un nuovo mondo. L'anno successivo realizzò la Tap 4 Mein Grünes, aggiungendo una generosa (per i parametri dello stile e gli standard della Baviera) luppolatura di Cascade  ad una ricetta del 1916 (la Festweisse) che veniva prodotta nel periodo dell’Oktoberfest; è lui a lanciare la gamma delle “Tap X” sotto la quale ogni anno viene realizzata qualche birra sperimentale o barricata, e spesso proposta nel formato “gourmet” da 75 centilitri ad un prezzo molto poco tedesco. Qui  ne trovate un esempio. Ma ritorniamo al 2007: Oliver e Drexler desiderano realizzare con il lievito di casa Schneider una birra di frumento che celebri i luppoli dei rispettivi continenti;  a maggio in Germania viene realizzata una robusta (8.2%) Weizenbock che utilizza Hallertauer Tradition  e  Saphir mentre a Brooklyn, in luglio,  si cerca di ottenere un risultato simile scegliendo Amarillo e Palisade. La versione americana esce nella serie Brewmaster's Reserve di Brooklyn in formato 75 centilitri con il nome Brooklyner-Schneider Hopfen-Weiss; la versione tedesca viene inizialmente chiamata Hopfen-Weisse e poi, una volta entrata in produzione stabile, rinominata Tap5 Meine Hopfenweisse.La birra.Realizzata con il 50% di frumento maltato e 50% di orzo maltato e, come detto, Hallertauer Tradition ed  Hallertauer  Saphir, anche in dry-hopping: è una Weizenbock che si presenta opalescente e di color arancio con qualche riflesso dorato; la schiuma è bianca e compatta, molto cremosa ma non particolarmente esuberante nonostante la lunghissima persistenza. Al naso, molto pulito ed intenso spicca subito la frutta tropicale: molto ananas, fiancheggiato da mango e un po' di melone retato. La speziatura donata dal lievito (chiodi di garofano, coriandolo) è molto delicata, così come la banana che rimane sempre in sottofondo. Il gusto ricalca le orme dell'aroma presentando un bell'equilibrio tra frutta tropicale, banana e un tocco di caramello: la speziatura (noce moscata, chiodi di garofano) è molto, molto delicata e il dolce è ben bilanciato dall'acidità del frumento. L'alcool (8.2%) si fa progressivamente sentire irrobustendo la bevuta e riscaldando il palato contribuendo ad asciugare il dolce assieme ad un velocissimo passaggio amaro erbaceo, anticamera di un retrogusto molto bilanciato nel dolce della banana matura e del frutto tropicale.Impressionante - e pericolosa - la bevibilità di questa robusta Weizenbock che riesce ad essere rinfrescante e riscaldante al tempo stesso, sopratutto quando la temperatura nel bicchiere si alza; magistralmente eseguita, pulitissima, tiene a bada gli elementi tanto detestati da chi non ama la Hefeweizen: banana e fenoli, qui molto ben integrati e a tratti quasi celati dietro al profilo tropicaleggiante. Se penso ad un'interpretazione moderna di una Hefeweizen, con tutte le restrizioni imposte dallo stile,   il primo nome che mi viene in mente è proprio la Meine Hopfen-Weisse di Schneider. Ammetto di avere un debole per questa birra che bevo puntualmente ogni anno alla Weisses Bräuhaus di Schneider in centro (Tal 7) a Monaco di Baviera:  mezzo litro di Hopfenweisse per aprire le danze, mezzo litro di Aventinus per accompagnare la sostanziosa portata principale e, volendo concludere in bellezza, un bicchiere di Aventinus Eisbock assieme al dessert prima di dirigersi verso il letto.Formato: 50 cl., alc. 8.2%, imbott. 28/09/2015 16:32, scad. 28/09/2016, 1.68 Euro (food store, Germania).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Marstons Pedigree (Matured in Oak Barrels)

Ha ufficialmente compiuto sessant’anni nel 2012, ma probabilmente la sua età anagrafica è ancora maggiore:  parliamo della Pedigree del birrificio Marston, fondato nel 1834  da John Marston.  La Pale Ale di Marston apparve con questo nome per la prima volta nel 1952 ma veniva in realtà prodotta sin dal diciannovesimo secolo a Burton-Upon-Trent  uno dei luoghi fondamentali della storia brassicola inglese, dove un tempo operavano, oltre a Marston, anche Bass, Ind Coope, Allsopp e Worthington. Sino ad allora le Marston erano semplicemente identificate da alcune lettere scritte sui cask in legno:  P, PX, PXX e PXXX. Negli anni 50 del secolo scorso il birraio George Peard decise di istituire un concorso tra gli impiegati alla Marston per trovare un nome alla birra più venduta, che secondo lui non poteva continuare ad essere chiamata con una semplice “P”;  a vincere fu la collega Marjorie Newbold, che ebbe l’intuizione di suggerire il nome “Pedigree”  a sottolinearne la discendenza diretta una lunga tradizione di birre iniziata nel 1834. Nei suoi 182 anni di storia la Marston è passata attraverso diverse incorporazioni fino ad essere acquisita nel 1999 dalla Wolverhampton & Dudley Breweries, che nel 2007 mutò il proprio nome in Marston’s Plc. Oggi sotto all’ombrello di Marston operano ben cinque birrifici: la Park Brewery di  Wolverhampton che produce i marchi Banks, Mansfield e Thwaites;  la storica Marston di Burton upon Trent che realizza le Marston e (su licenza AB-InBev) le Bass;  la Jennings Brewery a Cockermouth;  la Wychwood Brewery di Witney  e  la Ringwood Brewery di Ringwood. Ci sarebbero moltissime altre cose da raccontare, ma il tempo e lo spazio non me lo permettono. Vi accenno solo, invitandovi ad approfondire gli argomenti su numerosi testi disponibili anche in lingua italiana, all’importanza che la cittadina di Burton-Upon-Trent  ha avuto nella storia brassicola inglese.  E’ nella seconda metà del diciannovesimo secolo, quando a Londra e poi nel resto dell’Inghilterra si diffondono la Pale Ale chiare e luppolate, che Burton diventa la capitale birraia dell’Inghilterra con ben 31 birrifici attivi (1888) che sfruttavano le caratteristiche dell’acqua di Burton, ricca di solfati di calcio, perfetta per esaltare la generosa luppolatura di queste birre. Le Pale Ale fatte a Burton (da non confondersi con le Pale Ale di Burton, scure e dolci, che venivano esportate nel diciottesimo secolo) divennero un esempio da imitare e numerosi birrifici inglesi iniziarono ad aggiungere gesso e sali di Epson alla propria acqua per renderla simile a quella di Burton-Upon-Trent: il fenomeno prese il nome di “burtonizzazione”. E’ sempre qui che venne inventato il sistema “Burton Union”, realizzato nel 1838 da Peter Walker ed ancora oggi utilizzato solamente da Marston: un labirinto formato da un centinaio di botti di quercia da 150 galloni l'una e disposte a file di 20-24 unità collegate tra di loro con tubazioni, sopra le quali è posizionata una lunga vasca aperta e poco profonda. La fermentazione inizia però in  altre vasche d'acciaio aperte e, dopo una paio di giorni, la birra viene pompata all'interno delle botti; qui, spinta dalla naturale forza della fermentazione, la "schiuma" risale attraverso dei tubi di rame ricurvi (a collo di cigno) per depositarsi all'interno delle vasche posizionate al di sopra delle botti. L'inclinazione dei tubi fa sì che parte del mosto in fermentazione ritorni in basso verso le botti per un processo fatto di continui spostamenti che dura per tre o quattro giorni, assicurando la corretta quantità d'ossigeno al lievito. Ma anche la storia è fatta di alti e bassi e per la Pedigree è stato necessario rinnovarsi o re-inventarsi: più volte, come ad esempio cambiando nome da "Bitter" a "Pale Ale"; di recente la versione in bottiglia ha subito un calo di vendite dell’11% in un settore che è invece in crescita, risultando essere solo al numero 16 tra le bottiglie più vendute nel Regno Unito. Ad inizio 2015 Marston annuncia una nuova etichetta quadrata che sostituisce quella ovale del sessantesimo anniversario del 2012; con il re-styling si vuole anche sottolineare il fatto che Marston sia l’unico birrificio al mondo che ancora utilizza il Burton Union System, ed ecco comparire la scritta “matured in oak barrels” in etichetta. La Birra.La ricetta prevede malto Maris Otter (di Cassata/Limagrain UK) e luppoli inglesi Fuggles e Goldings; la versione in bottiglia è se non erro pastorizzata. All’apertura mi sorprende un leggero gushing che si riesce a controllare senza troppi problemi: nel bicchiere è ramata e leggermente velata, forma un piccolo cappello di schiuma biancastra, cremoso e dalla buona persistenza.  Per quanti mi sforzi al naso non riesco ad incontrare la minima traccia di "Burton Snatch" (sulfureo): c’è invece un profilo non molto fragrante di biscotto e frutta secca, caramello, marmellata d’agrumi, mela e una leggera ma fastidiosa presenza di cartone bagnato. In bocca è abbastanza leggera, senza nessuna deriva acquosa e con poche bollicine: c'è tutto quello che serve per scorrere veloce e accompagnare il bevitore, pinta dopo pinta, per tutta la serata. Biscotto, caramello e toffee segnano la bevuta, con qualche accenno di mela e un lieve metallico che si alternano prima di arrivare al finale delicatamente amaro e abbastanza corto: ci sono note erbacee e di frutta secca. La componente maltata, benché poco fragrante, è senz'altro quella che si fa meglio apprezzare: la chiusura amaro non risulta elegante e, di nuovo, ripropone quel cartone bagnato che era presente anche nell'aroma. La birra non è particolarmente memorabile, benché piacevolmente intrisa di sapori tradizionali che le new-wave brassicole (non solo quella inglese) hanno volutamente scelto d'ignorare e che arrivano sempre più di rado nel nostro paese. La grande distribuzione l'ha forse un po' maltrattata, regalandole al tempo stesso un po' di quelle imperfezioni che non è raro incontrare nella maggioranza dei pub inglesi, dove la pulizia lascia un po' a desiderare:  anche questo è un pezzo di storia d'Inghilterra, come la Pedigree di Marston's.Formato: 50 cl. alc. 4.5%, lotto A5252 12:29, scad. 09/10/2016.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Rodenbach Caractère Rouge

Gli chef amano la birra e i birrai amano il buon cibo: si può utilizzare questa semplice equazione per giustificare tutte le numerose birre che vengono realizzate con la collaborazione di chef più o meno stellati?  Ovviamente no: ci sono collaborazioni ben riuscite (qui e qui due a caso ospitate sul blog) ed altre francamente incomprensibili motivate solo dal denaro, soprattutto quando entrano in gioco le multinazionali: pensate alla Estrella Damm Inedit realizzata con lo chef Ferran Adrià o alle regionali di Moretti per le quali è stato scomodato lo stellato Claudio Sadler. La collaborazione di oggi è invece tra quelle da portare ad esempio: nel 2011 la Brouwerij Rodenbach  (fondata nel 1821 e dal 1998 di proprietà della Palm) annuncia una birra realizzata assieme allo chef stellato Viki Geunes del ristorante 't Zilte di Anversa. La Rodenbach Vintage che matura per due anni nei grandi “foeders” di legno viene sottoposta ad un’ulteriore fermentazione e maturazione di sei mesi in compagnia di lamponi, ciliegie e mirtilli rossi: nasce così la Caractère Rouge, che subisce anche la rifermentazione in bottiglia. La nuova nata in casa Rodenbach si aggiunge alle altre che, ricapitolando, sono:  la Rodenbach "base", ovvero un blend del 75% di birra fresca e 25% blend di birra invecchiata nei diversi tini di legno; la Grand Cru, formata dal 34% di birra giovane e dal 66%  blend di birra invecchiata nei 294 foeders che il birrificio possiede; la  Rodenbach Vintage, birra 100% invecchiata sino a due anni in un unico foeder, senza che avvenga nessun blend. Nel 2011 vengono prodotte circa 900 bottiglie da 75 centilitri di Caractère Rouge, disponibili nel ristorante stellato di Viki Geunes che si trova al nono piano del museo MAS di Anversa; la birra ottiene grandi apprezzamenti e nel 2012 le bottiglie prodotte salgono a 10.000,  metà delle quali destinate all’esportazione, con una percentuale predominante verso gli Stati Uniti dove le birre acide hanno una richiesta di mercato sempre più crescente. Al di là di quello che è arrivato da quando la Palm ha preso il controllo di Rodenbach, e parliamo di pastorizzazioni, colorazioni e addolcimenti con caramello, quello che conta alla fine è sempre il risultato di quanto c’è nel bicchiere, e in questo caso è assolutamente eccezionale. La birra.La bottiglia in mio possesso, che credo sia l’edizione 2013, ha una bel foglietto pieghevole dall’effetto “vintage” legato al collo con uno spago; sopra la carta, un adesivo in rilievo con il logo Rodenbach a simulare l’effetto visivo di un sigillo di ceralacca. L’aspetto della confezione-bottiglia è suggestivo ma lo stesso non si può dire della birra nel bicchiere: ambrato piuttosto torbido, riflessi rossastri abbastanza spenti, un dito di schiuma biancastra, un po’ grossolana e rapida nello svanire.  Niente paura, basta chiudere gli occhi ed avvicinare le narici al bicchiere per essere immediatamente trasportati in un mondo di intensi profumi dove convivono legno, ciliegia e lamponi, vaniglia e richiami lontani ad una torta di panna/yogurt e frutti di bosco rossi. In sottofondo sentori floreali di violetta, il dolce dell’aceto balsamico e l’aspro dell’aceto di mela, una punta lattica. Al palato c’è una splendida alternanza tra le note dolci di caramello, ciliegia, aceto balsamico e quelle aspre di frutta acerba, subito incalzate da un dolce che ricorda di nuovo una pasticceria ai lamponi  ai quali risponde un nuovo passaggio aspro di amarene; le note vinose di ciliegia si confrontano con quelle acetiche e lattiche, a comporre un finale molto finale secco e rinfrescante, impreziosito da richiami al legno. L’equilibrio e la pulizia sono impeccabili, così come la pienezza e la fragranza della frutta, nonostante siano passati alcuni anni dalla messa in bottiglia. Impossibile indovinarne il contenuto alcolico (7%): la Caractère Rouge di Rodenbach scorre con una facilità  impressionante, nonostante questa bottiglia avrebbe probabilmente tratto beneficio da qualche bollicina in più. Ci vuole senz’altro più tempo a descriverla che a berla, perché dietro alla semplicità di bevuta si cela un’emozionante complessità non difficile da decifrare. Mi soffermo sul termine “emozione”: spesso sul blog mi è capitato di scrivere di birre “buone ma poco emozionanti”, ben conscio di quanto quest’affermazione possa essere soggettiva o anche solo dettata dal mio stato d’animo al momento della bevuta. Ci sono però dei rari casi in cui l’emozione diventa oggettiva, esempi in cui la birra non può altro che essere definita come “un’emozione in un bicchiere”: ecco, parole più appropriate non trovo per descrivere la  Rodenbach Caractère Rouge, il cui biglietto vale assolutamente ogni centesimo del prezzo.Formato: 75 cl., alc. 7%, scad. 17/04/2016, 14.50 Euro (food store, Francia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toppling Goliath PseudoSue

Decorah, cittadina con ottomila abitanti circa, stato di Iowa, non lontano dal confine con Mississippi: Minneapolis si trova a 250 km mentre Des Moines, capitale dell'Iowa, è a 330. In questo angolo  poco conosciuto degli Stati Uniti opera da maggio del 2009 uno dei microbirrifici americani più promettenti e più ricercati dai beergeeks: Toppling Goliath. Sono Clark Lewey e la moglie Barb a fondarlo per sopperire alla  propria frustrazione di vivere in uno stato nel quale era difficile procurarsi qualcosa di decente da bere: "nel 2009 in questa zona era impossibile trovare un'IPA alla spina; era tutto controllato da Bud, Miller e Coors". L'avvio del piccolo birrificio "che rovescia Golia"(la multinazionale) è facilitato dal fatto che la famiglia Lewey opera da anni nel settore del Beverage con una grossa industria fornitrice di attrezzature, espositori e merchandising. Inizialmente Clark Lewey voleva produrre vino, nonostante il clima dell'Iowa rendesse impossibile coltivare la vite: la sua idea di importare uva dalla California e dall'Italia si rivela però poco praticabile. Scartato il progetto brewpub, che avrebbe significato anche gestire un ristorante, dopo alcuni anni di tentennamenti si opta per un microbirrificio: Clark passa sei mesi ad esercitarsi assieme alla moglie nel proprio garage con l'homebrewing, prima di autofinanziarsi vendendo una casa in Wyoming ed aprire le porte della Toppling Goliath che ha inizialmente a disposizione un impianto da soli 58 litri.Il passaggio dal garage alla professione non è tuttavia così semplice e dopo otto mesi le chiavi della sala cottura vengono consegnate al birraio Mike Saboe, un promettente homebrewer di Iowa City. Ricorda Clark: "gli misi a disposizione un budget importante per ottenere le migliori varietà di luppolo, gli diedi carta bianca sulle ricette".La tecnica di Saboe abbinata ad un'accurata scelta di materie prime inizia a portare lo sconosciuto birrificio dell'Iowa sulla bocca di molti beergeeks: il passaparola corre rapido e per due anni il piccolo impianto è costretto a effettuare tre cotte al giorno prima dell'arrivo di un più capiente da 11 ettolitri che tuttavia si rivela anch'esso insufficiente a soddisfare tutta la domanda. L'ultimo upgrade è quello del 2014 con un impianto da 35 ettolitri ormai già superato dall'ambizioso progetto di espansione da 10 milioni di dollari che vedrà, ad inizio 2017, un nuovo birrificio con sala cottura da 115 ettolitri. L'attuale location dovrebbe essere destinata alla produzione di birre acide, cosa che Topplig Goliath non ha ancora voluto fare per evitare ogni possibile rischio di contaminazione derivante dall'utilizzo dei lieviti selvaggi.Nel 2015 Clark Lewey annuncia di aver raggiunto un accordo con la Brew Hub, Florida, una sorta di De Proef in terra statunitense, per la produzione in lattina di quattro birre: 17.000 gli ettolitri che arriveranno dalla Florida e che andranno a sommarsi ai 5000 prodotti annualmente dallo stabilimento in Iowa. Chissà se sia stato questo accordo con Brew Hub a far rassegnare improvvisamente le dimissioni al birraio Mike Saboe nel febbraio 2015: le due parti non hanno mai chiarito, parlando semplicemente di dissapori che sono stati tuttavia ricomposti a giugno dello stesso anno, quando Saboe è rientrato alla base.Divertiamoci un po' con il beer-rating che, amatelo o odiatelo, diviene comunque spesso fondamentale nel portare sotto al riflettore molti birrifici che altrimenti resterebbero confinati ad una dimensione molto locale. Ratebeer mette Toppling Goliath tra i cento miglior birrifici al mondo e due delle sue birre (la Double IPA King Sue e la imperial stout Mornin' Delight) tra le cento migliori birre al mondo. Tra le migliori 100 birre al mondo secondo BeerAdvocate ce ne sono invece sei di Topping Goliath due delle quali (KBBS - Kentucky Brunch Brand Stout e  Mornin' Delight) si posizionano sul podio.La birra.PseudoSue è un'American Pale Ale single hop, 100% Citra: continuiamo a divertirci ancora con il beer-rating, con BeerAdvocate che la colloca al numero 35 tra le migliori birre al mondo. Secondo Ratebeer questa è la terza miglior American Pale Ale al mondo, dietro alla Zombie Dust di Three Floyds e alla What Is Enlightenment? di Hill Farmstead.Di recente qualcuna delle lattine che escono dalla partnership con Brew Hub in Florida (i maligni negli Stati Uniti dicono che non siano assolutamente al livello delle bottiglie prodotte in Iowa) sono arrivate anche in Europa. La lattina non riporta il contenuto alcolico in percentuale: la PseudoSue nasce con un ABV del 5.8%, che dovrebbe essere stato elevato a 7% con il passaggio all'impianto da 30 barili. E' stata prodotta lo scorso gennaio, ed ha quindi sulle spalle quei due mesi e mezzo circa che sono il minimo da mettere in conto per le importazioni dagli Stati Uniti.All'aspetto è dorata, quasi limpida e forma un cremoso cappello di schiuma bianca abbastanza compatto, dalla buona persistenza.  L'aroma è ancora abbastanza fresco e d'intensità davvero notevole, pungente e, soprattutto, pulitissimo: il cocktail di frutta (pompelmo, ananas, arancia e mango) viene completato da una lieve presenza di aghi di pino, di quell'intraducibile "dank" e da un'accenno di miele, con un gran bell'equilibrio complessivo. Difficile chiedere di più, se non qualche mese in meno dalla messa in lattina. La sensazione palatale è pressoché perfetta: corpo medio, carbonazione media, ottima scorrevolezza che non preclude una presenza morbida. Il gusto ricalca quasi in toto le orme dell'aroma con un ingresso dolce di frutta tropicale fresca (soprattutto ananas e mango) ed un tocco di miele che vengono subito incalzati dall'amaro del pompelmo, della resina e da quel "dank" che ricorda vagamente la marijuana. Gli elementi sono quelli noti, quello che invece impressiona è l'esecuzione: birra intensa e pulitissima, la cui buona freschezza permette ancora di coglierne ogni dettaglio nonostante qualche lieve cedimento dovuto al trascorrere del tempo. Nessun "fruttone" dolce all'inizio ma tanta delicata fragranza alla quale risponde un amaro intenso ma elegantissimo;  è lui il protagonista della seconda parte della bevuta, ma non viene mai lasciato solo: in sottofondo c'è sempre una patina dolce di frutta fresca che ogni tanto s'infila tra gli spazi amari per portare ulteriore equilibrio. E' un'American Pale Ale ma se ordinate una IPA e vi trovate questa nel bicchiere non avrete nulla di che lamentarvi: profumatissima, si congeda con un finale amaro intenso ma non troppo lungo che, assieme ad una buon livello di secchezza, lascia il palato pulito e pronto a ricominciare.Indiscutibilmente una birra di gran classe o, se preferite, di "world class": mi dà un po' fastidio ammetterlo ma non se ne incontrano di questo livello in Europa ed in Italia. Il punto fondamentale è la materia prima, nella qualità delle varietà luppolo che gli americani riescono ad avere a disposizione; ci sono birrifici nostrani che si difendono molto bene anche con le "seconde scelte", ma è impossibile non notare la differenza quando ti capitano nel bicchiere birre come questa. Le APA/IPA sono uno degli stili più locali che ci siano, ma quando viaggiano ed arrivano in codeste condizioni è ancora possibile togliersi delle belle soddisfazioni.Formato: 47,3 cl., alc. 5.8 - 7% ?, IBU 50, lotto 05/01/2016 12:50.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.