Hoppin’ Frog TORIS The Tyrant Triple Oatmeal Stout

Agosto 2016: un mese da ricordare per il birrificio dell’Ohio Hoppin’ Frog guidato da Fred Karm. Ricorre il decimo anniversario della sua fondazione e il divieto di produrre e vendere birre con un ABV superiore al 12% all’interno dei confini dello stato viene finalmente rimosso. La House Bill 37 era in vigore dal 2002 ed aveva innalzato il limite massimo dal 6 al 12%, continuando tuttavia a favorire le grandi lobby a fronte dei piccoli birrifici: nel 2014, ad esempio, il rifiuto dell’Ohio di rimuovere quel limite aveva fatto fuggire il birrificio californiano Stone, alla ricerca di una location per la propria succursale ad est; un indotto stimato per decine di milioni di dollari era alla fine andato in Virginia.  Con l’aiuto della Ohio Craft Brewers Association e del senatore Keith Faber, il governatore John Kasich firma il 31 maggio 2016 alcune modifiche alla legge destinate ad entrare in vigore in agosto dello stesso anno. Per Hoppin’ Frog  c’è dunque l’opportunità di un doppio festeggiamento: il proprio decimo compleanno e l’abolizione del limite: il 26 agosto 2016 il senatore Faber consegna a Fred Karm il martelletto di legno usato dal giudice per approvare le modifiche alla legge e nello stesso giorno si svolge la festa per la messa in commercio di una versione barricata dell’American Barley Wine In-Ten-Sity, 12%. Il vero party è tuttavia quello che si tiene qualche giorno più tardi,  il 31 agosto, quando è possibile vendere la prima birra che supera il limite un tempo proibito: giusto che sia una versione potenziata di una delle birre che hanno contribuito al successo di Hoppin’ Frog, ovvero l’imperial stout BORIS The Crusher (9.4%). Lei e la sua sorella maggiore DORIS The Destroyer (10.5%) vengono affiancate dalla mastodontica TORIS (Triple Oatmeal Imperial Stout) The Tyrant  (13.8%). “Ci sono voluti tantissimi sforzi - dice Karm –  è da ventidue anni che faccio birra in Ohio ma sento che solo adesso possiamo davvero spiegare le ali. Avevamo già pronte almeno cinque ricette con ABV superiore al 12%, ma dovevamo sceglierne una e realizzare la sorella maggiore di BORIS è stata una scelta ovvia. Ma ne arriveranno presto altre. Ho sempre volute far birre speciali, non birre da bere tutti i giorni”.La birra.Inutile cercare informazioni sulla ricetta: come al solito Hoppin’ Frog è molto riservata e divulga pochissime notizie sugli ingredienti usati nelle proprie birre. Le promesse di TORIS “il tiranno” sono quelle raffigurate in etichetta: un potente carro armato, un inarrestabile panzer che spazza via i limiti imposti dal filo spinato o, nel caso specifico, dalla legislazione dell’Ohio. Nel bicchiere è splendida, completamente nera e sormontata da un cremoso cappello color cappuccino, cremoso e compatto, dalla buona persistenza. Il naso è ricco ed avvolgente, intenso, con l’opulenza che prende il sopravvento sull’eleganza: non facile controllare tutta questa potenza. Fruit cake, cioccolato fondente, caffè e orzo tostato, liquirizia, forse tabacco: il tutto è avvolto da una calda nota etilica. C’è tutto il necessario per una bevuta di grande livello, e il gusto non delude le aspettative: il corpo è pieno, ci sono poche bollicine a movimentare quello che di fatto è un viscoso olio da motore, morbido, quasi cremoso. Il palato è avvolto da una densa coltre ricca di melassa e fruit cake, liquirizia, frutta sotto spirito, biscotto inzuppato nel liquore:  il dolce viene progressivamente bilanciato dall’amaro del caffè e delle tostature, ma anche da una generosa luppolatura. L’alcool (13.8%) riscalda ogni istante della bevuta con vigore, senza tuttavia rendere troppo difficile il sorseggiare. E’ una birra che sembra non avere mai fine e lascia una lunghissima scia calda di alcool, caffè e cioccolato fondente. TORIS non è affatto un tiranno ma un’imperial stout massiccia e poderosa ma "bilanciata" nel suo essere estremo: non è ovviamente una birra da bere ma da sorseggiare con tutta calma, sarà lei la unica vostra compagna con la quale iniziare e finire una serata. Mettetevi comodi, lasciate che il bicchiere si riscaldi tra le vostre mani e godetevi lo spettacolo in santa pace. Il prezzo è di fascia alta ma  non lascia rimpianti, e se fate attenzione non è difficile trovarla on-line con qualche sconto; se amate le imperial stout e volete farvi un regalo, qui andate sul sicuro.Formato: 65 cl., alc. 13.8%, IBU 65, imbott. 2016, prezzo indicativo 20.00-22.00 euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Reissdorf Kölsch

E' Heinrich Reissdorf nel 1859 a fondare a Colonia la Obergärige Brauerei Heinrich Reissdorf: proveniente da una famiglia di contadini, pare che lavorasse come sarto prima di dedicarsi alla produzione della birra. Alla sua morte, avvenuta nel 1901, la moglie Gertrud portò avanti l'azienda sino al 1908, anno in cui passò nelle mani dei cinque figli.  Nel 1923 il birrificio viene rinominato Privat-Brauerei Heinrich Reissdorf e, dopo la rinascita dalla macerie della seconda guerra mondiale, è ancora oggi gestito dai discendenti di Heinrich, alla quarta generazione: Hermann-Josef e Karl-Heinz.  Reissdorf produce una sola birra, un Kölsch, disponibile anche nella sua versione analcolica; Kölsch è la birra della città di Colonia e Reissdorf fu il primo produttore ad imbottigliarla. Fu in prima linea per l'eliminazione di un divieto che, dopo la seconda guerra mondiale, impediva di produrre birre ad alta fermentazione; e fu tra i promotori della Kölsch Konvention, un disciplinare redatto nel 1986 da una ventina di produttori con l'intento di proteggere le kölsch: possono essere prodotte solo nell'area metropolitana di Colonia, devono  avere OG tra 11 e 15.9, devono essere di colore chiaro, poco maltate, filtrate e ad alta fermentazione, servite nel classico bicchiere a cilindretto da 20 cl. chiamato Stange. Lo ricordo per chi non conosce lo stile: le kölsch sono fermentate con un lievito ad alta ma vengono poi "lagerizzate" a bassa temperatura come dovrebbe avvenire per le birre a bassa fermentazione. Non chiamatele tuttavia "ales", perché il loro profilo delicatamente fruttato non è paragonabile a quello delle birre anglosassone o belghe: Obergärige Lagerbier, questo il termine che sembra essere più appropriato. Il nome kölsch può dunque essere utilizzato solo per le birre prodotte nei dintorni di Colonia, e dovete quindi recarvi in loco per apprezzarle veramente; la produzione è quasi interamente destinata al consumo locale, con una piccola percentuale dedicata all'export. Ma non sono birre che amano viaggiare: per chi volesse approfondire, qui e qui segnalo due bei report su come e dove bere a Colonia. La birra.Le Kölsch non amano viaggiare, dicevo, e il problema diventa ancora più serio se chi le produce ha la scellerata idea di utilizzare una bottiglia di vetro trasparente. Perché lo fai, Reissdorf?Dorata e perfettamente limpida, forma un'altrettanto impeccabile testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'eccellente persistenza. L'aroma è il risultato della lungimirante scelta di esporre il luppolo alla luce: c'è un evidente "puzzola", accompagnata da un leggero sulfureo. Sotto le macerie si ritrovano profumi floreali, di cereali e crosta di pane. Peccato. Al palato è leggera e delicatamente carbonata, con una scorrevolezza ottima. Il gusto è fortunatamente meno problematico e regala un'esperienza tutto sommato soddisfacente: pane, un tocco di miele, una bella minerali ed un leggero e indefinibile (pera? agrumi?) fruttato, un finale erbaceo amaro di discreta intensità, delicatamente pepato/speziato, da luppolo "nobile". C'è però anche un lieve diacetile a rendere questa Kölsch meno secco di quanto potrebbe essere, ma il risultato è comunque dissetante e rinfrescante. Al di là del problema olfattivo, la Kölsch di Reissdorf fa il suo dovere con fredda precisione tedesca: poche emozioni nel bicchiere, ma per quelle bisogna probabilmente andare a dissetarsi direttamente alla fonte, a Colonia. Formato 33 cl., alc. 4.8%, scad. 24/04/2018.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Track Brewing / Wylam: Loose Morals Rye IPA

Ogni appassionato birrofilo conosce (o dovrebbe conoscere) il Bermondsey Beer Mile di Londra, quel chilometro di strada dove, sotto le arcate della linea ferroviaria, vi è un'altissima concentrazione di birrifici con relative taproom, beershop e pub. A Manchester, sempre sotto le arcate della ferrovia, alcuni birrifici si sono ispirati a Londra per dar vita al Piccadilly Beer Mile, situato nella zona a sud ovest della città, in prossimità della omonima stazione dei treni. Passeggiando passerete in rassegna i birrifici Track Brewing, Alphabet, Chorlton, Beer Nouveau e Squawk, Ubrew e il deposito del distributore Cave Direct/Beer Merchants. Con una piccola deviazione raggiungerete poi Cloudwater. Parliamo di Track Brewing, birrificio fondato alla fine del 2014 da Sam Dyson: ai tempi dell'università (2002) si era dilettato nell'homebrewing assieme ad alcuni amici, ma è un tour in bicicletta negli Stati Uniti, dall'Oregon al Colorado, passando per la California, a far scattare in lui la voglia di mettere in piedi un microbirrificio. Dyson lavorava a Londra e alloggiava proprio nella zona di Bermondsey, vive la new wave brassicola londinese e sogna di portarne un pezzo a Manchester: frequenta prima un corso sulla produzione della birra e passa un po' di tempo lavorando alla Camden Brewery per poi ritornare nella nativa Manchester e installare i propri impianti nei pressi della stazione ferroviaria di Piccadilly (5 Sheffield Street), sfruttando i prezzi contenuti e la temperatura costante nel corso dell'anno (15-18 gradi) che quei locali offrono.  Ad aiutarlo arriva il birraio Matt Dutton, fresco vincitore del National Homebrew Champion organizzato dal Brewdog bar di Manchester con la sua Coup D’Etat Brett Stout.  Una settantina le birre prodotte in un paio d'anni d'attività, con il luppolo (IPA e dintorni) protagonista della maggior parte dell'offerta.La birra.Loose Morals è una IPA alla segale prodotta assieme al birrificio Wylam che abbiamo incontrato pochi giorni fa. La ricette prevede luppoli Citra e Idaho 7 in grandi quantità, avena e segale ad affiancare i malti.Nel bicchiere si presenta di colore arancio pallido opalescente con un cappello di schiuma cremosa, un po' grossolana ma dalla buona persistenza. Sono gli agrumi i protagonisti dell'aroma: cedro, lime e pompelmo rilegano in sottofondo la frutta tropicale, in particolare l'ananas. Il bouquet è fresco e pulito, elegante, molto intenso e  convincente. Il gusto è leggermente inferiore come intensità ma ripropone gli stessi elementi con uguale eleganza e pulizia: il dolce della frutta tropicale rimane in secondo piano a sostenere un profilo ricco di agrumi, pulito, secco e molto rinfrescante. Nel finale un po' di resina affianca l'amaro della scorza d'agrumi e la nota leggermente terrosa e pepata della segale: il livello d'amaro è comunque abbastanza contenuto e le bevuta risulta molto bilanciata, succosa e fruttata pur senza arrivare agli eccessi del juicy. L'alcool è piuttosto ben nascosto, la bevuta è facile e, soprattutto, regala ottime soddisfazione: birra molto riuscita e ancora fresca, se l'avvistate non rinunciate a provarla.Formato 33 cl., alc. 5.9%, scad. 30/04/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Eastside Sleazy Way Imperial Stout

Ritorna sul blog Eastside, birrificio di Latina che abbiamo già incontrato in diverse occasioni. Fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio, Eastside si è lasciato alle spalle un 2017 molto attivo e piuttosto ricco di novità e collaborazioni, per cercare di stare al passo con le mode. Tra le ultime arrivate ricordo, in ordine casuale,  Fata Morgana  (scotch ale / wee heavy), Terzo Grado (una massiccia triple IPA), Fade Away (double witbier), The Truth (IPA prodotta con luppolina), Pineapple Chunk (collaborazione con Kees, una NEIPA con ananas), Overdrive (collaborazione con Birrificio Mezzavia), Castle Bravo (NEIPA realizzata in esclusiva per i locali Artisan, Scurreria e La Belle Alliance), Sempre Visa (Pilsner), alcune variazioni sul tema Sour Side (berliner weisse alla frutta) e un’edizione speciale “juicy” della Six Heaven. Ne avrò sicuramente dimenticata qualcuna.  Oggi facciamo però un passo indietro al 2016, quando Eastside realizza la sua prima imperial stout, uno stile del quale non ho mai trovato interpretazioni veramente soddisfacenti da parte di birrifici italiani, tranne poche eccezioni (qui e qui, ad esempio). Sleazy Way, termine che nello slang americano indica una modalità losca, sporca o poco corretta per raggiungere un risultato; nel nome è infatti racchiuso parte del processo produttivo di questa birra. L’intenzione è quella di simulare un passaggio in botte di whisky, utilizzando cubetti di rovere francese che sono stati lasciati a bagno nel distillato per qualche mese.  La scorrettezza è ovviamente segnalata in modo “ironico”, perché la pratica di utilizzare chips di legno è abbastanza frequente nel mondo della birra. Se pensiamo alle imperial stout, l’esempio più famoso è probabilmente quello della Yeti Oak Aged di Great Divide. Colgo l’occasione per aprire una parentesi e dare un avviso ai naviganti birrofili meno esperti: fate attenzione a quello che trovate scritto in etichetta! Oak Aged non significa Barrel Aged: pensateci bene prima di spendere cifre elevate per acquistare birre (americane) il cui prezzo non è sempre giustificato. Benché i cubi e le chips di legno “simulino” il passaggio in botte, per quanto ben realizzato il risultato finale non è assolutamente paragonabile a quello di un vero invecchiamento in botte. Le tempistiche e i costi di realizzazione, ovviamente inferiori, dovrebbero riflettersi sul costo finale del prodotto che dovrebbe essere minore rispetto a quello di una birra “barrel aged”.  Mi riferisco proprio al caso della Yeti Oak Aged, che non fa botte ma che mi capita spesso di vedere in vendita agli stessi prezzi, se non addirittura superiori, di birre invecchiate in botte.La birra. Torniamo in Italia con una bottiglia di Sleazy Way prodotta all’inizio del 2016. Il suo colore è un ebano piuttosto scuro che s'avvicina al nero, mentre la schiuma, cremosa e abbastanza compatta, rivela una buona persistenza. Al naso orzo tostato e caffè dominano la scena, in secondo piano accenni di legno affumicato e whisky, frutta sciroppata, carne. L'intensità, dopo due anni passati in bottiglia, è ancora buona mentre pulizia ed eleganza sono ampiamente migliorabili. Lo stesso si potrebbe dire del gusto: ci sono tutti gli elementi giusti ma non sono definiti con la dovuta precisione. Caramello, liquirizia, frutta sotto spirito e whisky danno il via ad una bevuta abbastanza dolce che vira poi, con un passaggio un po'  po' troppo brusco, verso un amaro intenso nel quale oltre al caffè e alle tostature c'è ancora il contributo dei luppoli. E' una imperial stout "dura" e tosta, maschia, sostenuta da un vigoroso ma non eccessivo tenore etilico che riscalda ogni sorso: più che il legno, è presente il distillato in cui l'elemento è stato immerso. Il risultato è nel complesso gradevole ma ancora lontano - problema endemico - dai migliori esempi che arrivano dagli Stati Uniti o dal nord Europa: mi riferisco a pulizia ed eleganza ma anche a quel mouthfeel che, sebbene morbido e leggermente oleoso, non riesce a regalare quella sensazione di pienezza, di cremosità e di "lussuria" che personalmente vorrei trovare quando decido di stappare una imperial stout dal contenuto alcolico (quasi)  in doppia cifra.Formato 33 cl., alc. 9.5%, lotto 20 15, scad. 12/2021, prezzo indicativo 5.00-6.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Northern Monk Heathen IPA

Tra le più belle sorprese del 2017 c’è stata senz’altro Northern Monk, birrificio attivo a Leeds dal 2013 e, dal 2016, importato anche in Italia almeno per quel che riguarda le birre “basiche”, quelle prodotte tutto l’anno. Nel periodo 2014-2016 la produzione Northern Monk è aumentata dal 750%, grazie all’aggiunta di nuovi fermentatori e un bollitore da 11 ettolitri in funzione sei giorni su sette: è già operativo un piano di espansione che prevede la messa in funzione di un nuovo impianto da 35 ettolitri ed altri fermentatori da posizionare in un secondo magazzino a pochi metri di distanza dallo splendido edificio in mattoni chiamato The Old Flax Store dove attualmente si trovano birrificio, taproom e spazio eventi. Le quattro lattine prodotte regolarmente (Eternal Session IPA,  New World IPA, Mocha Porter, Bombay Dazzler Indian Wit) sono affiancate da altrettante produzioni stagionali (Heathen IPA, Neopolitan Ice Cream Pale Ale, 822™ Double IPA, Strannik™ Russian Imperial Stout) e da varianti sul genere (Double Heathen IPA, Mango Lassi Heathen IPA, Black Forest Strannik Imperial Stout, Festive Star Christmas Mocha Porter). La gamma si completa poi con le molte collaborazioni realizzate sotto il nome di Patrons Project.La birra. Il sito internet di Northern Monk la include tra le produzioni stagionali ma sulla lattina viene riportata la scritta “core”, ossia prodotta tutto l’anno. E’ probabile che il suo successo abbia convinto il birrificio a produrla non soltanto nei mesi estivi: ha debuttato nel giugno 2016. Parliamo della Heathen IPA, definita una “Citra India Pale Ale” ma questo luppolo americano è utilizzato solamente in dry-hopping (16 kg utilizzati in tre diversi momenti); in verità nella fase di bollitura vengono anche impiegate piccole quantità di altre varietà non specificate di luppoli inglesi e americani. Il risultato non è dichiaratamente New England ma la birra si presenta nel bicchiere di un color oro/arancio piuttosto opalescente; la schiuma biancastra è cremosa e abbastanza compatta, con una buona persistenza. Al naso c’è una bella macedonia tropicale composta dai soliti elementi: pompelmo e arancia, mango e ananas, un po’ di passion fruit. L’intensità è buona,  il bouquet è gradevole ma pulizia e finezza potrebbero essere migliori.  Ottima invece la sensazione palatale, morbidissima, vellutata, a tratti quasi impalpabile, senz’altro memorabile: merito dell’avena. La bevuta è ovviamente dominata dal dolce della frutta tropicale che quasi eclissa la componente maltata (pane): mango e ananas guidano le danze, in sottofondo c’è una ulteriore patina dolce che alla cieca mi farebbe scommettere sull’utilizzo di lattosio che non è tuttavia specificato tra gli ingredienti.  La chiusura amara, resinosa, è di modesta intensità e breve durata, l’alcool (7.2%) è abbastanza ben nascosto e scorrevolezza è piuttosto buona. La Heathen di Northern Monk è una IPA che guarda da vicino la tendenza del “juicy” senza tuttavia restarne schiava: il succo di frutta c’è ma è accompagnato anche da un po’ d’amaro. La bevuta è intensa e piuttosto godibile ma non troppo pulita e definita, con ampi margini di miglioramento per quel che riguarda finezza ed eleganza. Anche sul versante della freschezza c’è già qualche segno di cedimento, non credo che la lattina possa arrivare alla data di scadenza indicata di agosto 2018.  Formato 44 cl., alc. 7.2%, IBU 30, lotto SYD046, scad. 25/08/2018.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Põhjala Öö Cassis

Põhjala, birrificio estone attivo dal nel 2011 come beerfirm e  dal 2014 come birrificio, sta ottenendo sempre più successo e il mezzo milione di ettolitri attualmente prodotto sarà presto incrementato dalla messa in funzione del nuovo impianto di Kalamaja, quartiere periferico di Tallinn: un ambizioso piano d’espansione da quattro milioni di euro lanciato dai fondatori Enn Parel e Peter Keek, assieme ad altri soci. “Põhjala  no solo IPA”, potremmo dire: sono le birre “scure”, che nel nostro paese non hanno una grande diffusione, ad aver maggiormente contribuito all’affermazione del birrificio guidato in sala cottura da Chris Pilkington ed il suo team di birrai;  il mercato del nord europa, nel quale Põhjala è molto attivo, ama stout e porter, meglio se in versione “imperial” o affinate in botte e,  ça va sans dire, le baltic porter delle quali i paesi affacciati sul mar Baltico ne sono stati la culla. Sono quattro le (imperial) baltic porter prodotte da Põhjala e note con il nome di Öö: la versione base (10.5%) l’avevamo assaggiata in questa occasione, all’appello mancano la sua versione invecchiata in botti di Cognac (Öö XO, 13.9%), la più “leggera” Talveöö (9%, con aggiunta di cocco, vaniglia e cardamomo) e la sua variazione al riber nero chiamata Öö Cassis (10.5%): vediamola.La birra.La sua ricetta è identica alla Öö base, fatta eccezione per l’aggiunta delle bacche; quindi malti Pale ale, Monaco, Carafa II Special, Special B, Chocolate, Crystal 300 e zucchero  Demerara, luppoli Magnum e  Northern Brewer. All’aspetto si presenta quasi nera e forma un discreto cappello di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è dolce e, sebbene pulizia ed eleganza non siano le sue caratteristiche principali, regala comunque un gradevole bouquet composto da pane nero, ribes nero, pane tostato, prugna e uvetta. Al palato è morbida e leggermente viscosa: poche bollicine e corpo tra il medio ed il pieno avvolgono il palato senza ricoprirlo di quella guaina catramosa che spesso caratterizza la produzioni del nord Europa. Il primo sorso è davvero soddisfacente: una baltic porter “on steroids” nella quale al dolce quasi sciropposo di ribes, prugna, uvetta, caramello e melassa, cerca di contrapporsi un finale leggermente amaro di pane tostato e ricordi di caffè. Sottolineo il primo sorso perché è quello di cui conservo il miglior ricordo: continuando la bevuta, la componente dolce sciropposa tende inevitabilmente a saturare il palato sino al (mio) punto di non ritorno.  Non è una birra fatta male, ma deve piacervi (e molto) il dolce: l’alcool riscalda in maniera educata e cerca, per quanto può, di mitigarlo e “asciugarlo”. E la bevuta non sarebbe neppure troppo difficile se paragonata alla gradazione alcolica (10.5%) ma il sorseggiare è inevitabilmente rallentato dal dolce. Finezza e pulizia non sono certo le sue caratteristiche principali, il risultato è una baltic porter molto ricca ma grossolana, per me da prendere in piccole dosi. O almeno affiancateci una tavoletta di cioccolato fondente e soddisfate il vostro fabbisogno calorico quotidiano. Formato 33 cl., alc. 10.5%, IBU 60, lotto 357, scad. 13/12/2017, prezzo indicativo 4.00-5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brew Age Alpha Tier New England IPA

Ritorna sul blog Brew Age, beerfirm austriaca che avevamo incontrato qualche tempo da con due birre non molto convincenti ma probabilmente penalizzate dall’assenza di freschezza. La craft beer revolution si sta espandendo in Austria e alcuni birrifici cercano già di stare al passo con le tendenze internazionali: quella attualmente più in voga è ovviamente quella delle New England IPA. Un sottostile molto discusso la cui realizzazione non è così semplice e i risultati possono essere disastrosi, soprattutto per chi le beve.  Brew Age, i cui uffici di Vienna in Mittelgasse 4 dispongono anche di un piccolo beershop nel quale potete acquistare a buoni prezzi le bottiglie, ha deciso di correre il rischio. La beerfirm fondata  da Johannes Kugler (birraio),  Michael  e Thomas Mauer (commerciali) e Raphael Schröer (amministrazione) si cimenta con il “juicy” per la prima volta nel giugno del 2017, quando realizza la Juicebumps assieme al birrificio Bierol. Non so se si tratti in assoluto della prima NEIPA austriaca, ma a quanto leggo la birra ottiene un buon successo e va subito esaurita: ciò basta a convincere Brew Age, poche settimane dopo, a propone la propria NEIPA, credo realizzata come al solito sugli impianti  del birrificio Gusswerk. L’Alpha Tier, questo il nome scelto, debutta in fusto  a fine giugno all'Home Café di Vienna, locale che ora mostra nel proprio logo lo stesso animale dell'etichetta della birra, ed è seguita a breve distanza dalle bottiglie.La birra.Malti Pilsner, Vienna e Monaco, avena, luppoli Amarillo, Centennial, Citra, Mosaic. Il protocollo NEIPA viene perfettamente rispettato per quel che riguarda l’aspetto: arancio opalescente, schiuma biancastra abbastanza compatta e dalla buona persistenza. L’aroma non è l’esplosione tropicale che spesso caratterizza le Juicy IPA ma c’è comunque quel dolce cocktail di frutta che vi dev’essere: nello specifico abbiamo arancio, pompelmo, mango e ananas. C’è pulizia, c’è ancora freschezza e l’aroma è gradevole anche se non incolla le narici al bicchiere. Lo stesso si può dire del gusto, che lo ricalca quasi fedelmente: è una NEIPA che si beve bene, senza picchi ma anche senza quelle spigolature che a volte danno un po’ fastidio. Il dolce di mango e ananas guida le danze, fa capolino un po’ di pompelmo, l’amaro resinoso finale è delicatissimo e di breve durata, quasi inavvertibile: l’alcool (5.6%) non è pervenuto. La sensazione palatale è morbida, gradevole e non particolarmente ingombrante: la scorrevolezza ne trae giovamento, la pressoché assenza d’amaro la rende quasi levigata e priva di qualsiasi “effetto pellet”. Il risultato è senz’altro positivo: è una NEIPA succosa, pulita ed educata, ma un po’ ingessata e che procede con il freno a mano un po' tirato. Una caratteristica tuttavia che ritrovo anche in molte IPA (senza scomodare il juicy) realizzate da birrifici tedeschi o austriaci: non ci sono estremismi, non ci sono spunti espressivi o emotivi, tutto è un po’ ovattato ma nel complesso gradevole. Anche in assenza di fuochi artificiali si può quindi bere con gusto: a voi scegliere se adagiarvi in questa sicurezza o se ricercare itinerari più arditi, anche a costo d’affrontare qualche asperità.Formato: 33 cl., alc. 5.6%, IBU 45, lotto 73017050, scad. 24/08/2018, prezzo indicativo 2.80 Euro (beershop, Austria) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pipeworks Coffee Break Abduction Imperial Stout

Abduction, "rapimento": questo  il nome di una serie di imperial stout  che ha contribuito al successo del birrificio Pipework, Chicago: qui la sua storia.  Il rapimento avviene ad opera di alieni e ogni etichetta ne rappresenta diverse scene: l'imperial stout viene realizzata da Beejay Oslon e Gerrit Lewis quando ancora erano homebrewers ma le loro birre ottenevano già grossi consensi tra gli appassionati di Chicago.  Si tratta di un'imperial stout prodotta con scorze d'arancia che è stata poi riproposta nel corso degli anni nelle solite molteplici varianti per la gioia dei beergeeks e di chi è sempre in cerca della novità. Tra fusti e bottiglie ne sono state realizzate ad oggi una dozzina di diverse versioni; all'appello mancano quelle "barrel aged", visto che Pipeworks ha iniziato ad accumulare e ad usare le botti solamente da poco tempo. Qualche fusto è già circolato nei bar di Chicago, le bottiglie non dovrebbero tardare ad arrivare.Ecco le diverse Abduction realizzate sino ad ora in una rapida carrellata: Raspberry Truffle Abduction (con lamponi, vaniglia e cacao), Coffee Break Abduction (caffè e vaniglia), Cherry Truffle Abduction (ciliegia, vaniglia e cacao), Mocha Abduction (caffè, vaniglia e cacao), Orange Truffle Abduction (scorza d'arancia e cacao), Pistachio Abduction (pistacchi, vaniglia, cacao e sale), Vanilla Abduction (vaniglia e cacao), Mint Truffle Abduction (vaniglia, cacao e foglie di menta), Cinnamon Abduction (cannella, cacao e vaniglia), Passion Abduction (frutto della passione, cacao e vaniglia), Coconut Almond Abduction (cocco tostato, mandorle, cacao e vaniglia). A voi scegliere la combinazione d'ingredienti che più vi gusta.La birra.Arriva nel 2013, ad un'anno dall'apertura del birrificio, la variante Coffee Break della Abduction; alla base imperial stout vengono aggiunti vaniglia e caffè prodotto dalla Dark Matter di Chicago che si trova a qualche chilometro di distanza dal birrificio. Il suo colore è prossimo al nero ma nel bicchiere non si forma praticamente schiuma: questa bottiglia dovrebbe essere del 2016 e l'anno che è trascorso non è certo il massimo per apprezzare il caffè. L'aroma tuttavia mostra ancora una buona intensità, anche se eleganza e finezza non sono le sue caratteristiche principali. C'è il caffè "americano" affiancato da dolci note ci vaniglia e caramello, in secondo piano orzo tostato, cuoio, alcool. L'aroma non è esattamente quello di una birra dessert e anche il mouthfeel non indulge in eccessi particolarmente cremosi: corpo medio, bollicine contenute, una leggera oleosità a garantire una buona scorrevolezza. Il gusto segue con rigore l'aroma, mostrandone gli stessi limiti per quel che riguarda pulizia ed eleganza. Nel complesso è un'imperial stout godibile che non scivola nel baratro del pastry (birra dessert) ma che non regala particolari emozioni o spunti d'eccellenza: la bevuta è prevalentemente dolce con caramello e vaniglia guidare le danze, affiancate da qualche note di cioccolato al latte. A bilanciare arriva l'amaro del caffè e del tostato, che non reclama un ruolo da protagonista, e nel finale emerge finalmente una rinfrancante nota etilica che riscalda e si porta dietro un po' di frutta sotto spirito. Il bilancio è positivo ma  ci sono ampi margini di miglioramento in questa imperial stout che si lascia bere con facilità ma dimenticare quasi con altrettanta disinvoltura; una bevuta gradevole che tuttavia lascia un po' per strada pulizia ed eleganza, sopratutto per quel che riguarda l'ingrediente che dovrebbe maggiormente caratterizzarla, il caffè.Formato: 65 cl., alc. 10.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 15.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Whiplash Body Riddle

Da Kildare, venti chilometri ad ovest di Dublino, arriva la giovane beerfirm  Whiplash. A fondarla sono Alex Lawes e Alan Wolfe, entrambi fuoriusciti dalla Rye River Brewing Company, uno dei più grandi birrifici indipendenti irlandesi.  Lawes, un homebrewer,  vi arriva nel 2014 come assistente birrario: la sua permanenza doveva durare solamente un anno, tempo necessario per “imparare” il mestiere e mettersi poi in proprio. L’apprendimento passa anche dall’osservazione dell’attività di Alan Wolfe, attivo nella parte commerciale. Nel 2015 la Rye River si trova tuttavia improvvisamente senza birraio e, dopo alcuni infruttuosi colloqui, Wolfe offre a Lawes il ruolo di head brewer. Colui che era diventato ormai un amico e compagno di frequentazioni di festival birrari inizialmente rifiuta, per poi farsi convincere dalle sue promesse: “scegli tu le materie prime, riparti da zero, modifica le ricette esistenti, creane nuove, smetti di fare le birre che non ti piacciono, divertiti”.A Lewes viene anche concesso di iniziare a produrre sugli stessi impianti le birre della sua nuova beerfirm, inizialmente chiamata White Label, non fosse che il nome era già utilizzato da un'altra azienda operante nel settore beverage; onde evitare problemi legali, decide di modificarlo in Whiplash e chiede a  Wolfe di aiutarlo nella parte commerciale. L’amico accetta, mettendo però in chiaro che lo farà nel tempo libero dai suoi impegni con la Rye River. Dopo due anni la Rye River arriva a produrre 2,3 milioni di litri all’anno al ritmo di 6-8 cotte al giorni su di un impianto da 2500 litri: Lawes vuole però concentrarsi sul suo progetto e, alla fine dello scorso dicembre, lui e Wolfe hanno lasciato la Rye per dedicarsi completamente alla Whiplash. La beerfirm aveva debuttato nell’aprile 2016 con due birre: la Scaldy Porter, una delle birre avevano ottenuto il maggior successo tra gli amici di Lewes quando ancora la produceva in casa, e la Double IPA Surrender to the Void. Oggi il portfolio ne annovera quasi una ventina.La birra.Body Riddle è secondo le intenzioni di Whiplash un’American Pale Ale moderna prodotta con malti Pale, Carapils e frumento maltato; la luppolatura include  Lemondrop, Galaxy, Simcoe e  Ekuanot, l’etichetta è opera della grafica Sophie De Vere. La sua presentazione avviene a giugno 2017 nel corso di un tap takeover alla Taphouse Ranelagh di Dublino.  Il suo colore è un dorato piuttosto pallido e alquanto velato, la schiuma biancastra non è particolarmente generosa ed ha una discreta persistenza. L’aroma non è intenso ma c’è una buona pulizia che permette di apprezzare i profumi di arancia e pompelmo con qualche nota tropicale in sottofondo: mango, ananas e passion fruit sono i soliti imputati.  E’ un’American Pale Ale che si trova sulla soglia della sessionabilità (4.5%) e la sensazione palatale le permette di scorrere senza intoppi. Corpo medio, delicate bollicine, dal punto di vista tattile potrebbe essere forse ancora più leggera: al palato non c’è molta personalità ma è comunque una birra che fa il suo dovere, ossia dissetare e rinfrescare piacevolmente, senza richiedere grosse attenzioni. Il dolce della pesca e della polpa d’arancia guidano i passi iniziali di una bevuta che poi vira verso la scorza degli agrumi, chiudendo con un finale secco e delicatamente amaro tra lo zesty e il terroso.  Non posso dire se si tratti dello stesso lotto prodotto a giugno 2017 ma indubbiamente la fragranza del contenuto di questa lattina potrebbe essere migliore e questo va un po’ a penalizzare quella che sarebbe una APA onesta e semplice, dalla buona intensità, che non provoca grossi sussulti ma che si beve con piacere.Formato: 33 cl., alc. 4.5%, IBU 26, lotto 17250, scad, 07/09/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Carrobiolo O.G. 1111 (2014)

Non l’ho inclusa tra le birre natalizie bevute nelle scorse settimane ma il suo posto poteva tranquillamente essere lì: parliamo della O.G. 1111, birra invernale o “winter warmer” prodotta dal birrificio del Carrobiolo, già ospitato sul blog in più di una occasione. Questa stessa birra il cui nome, lo ricordo, altro non è che l’indicazione della Original Gravity (ovvero la quantità di zuccheri presenti all'inizio della fermentazione misurata con il densimetro), era già apparsa sul blog nel 2013: rispetto a quell'edizione l'etichetta ha subito un leggero re-styling e mette ora in evidenza il fuoco, quello di un caminetto, ideale luogo dove potersi bere questa birra dalla importante gradazione alcolica (13%). Ricordo brevemente che il microbirrificio, fondato nel 2008 da alcuni soci tra cui il birraio Pietro Fontana all'interno delle "mura" del convento dei Padri Bernabiti di Piazza Carrobiolo, ha spostato nel 2014 la produzione nel brewpub con cucina della vicina Piazza Indipendenza a Monza; la sede storica è ora dedicata solo alla vendita d'asporto delle bottiglie. Ad aiutare Fontana in sala cottura nel 2013 è arrivato Matteo Bonfanti, laurea in Scienze e Tecnologie Alimentari, tirocinio in Scozia presso BrewDog e poi esperienza in Svizzera presso Birrificio Ticinese.La birra.La O.G. 1111 del Carrobiolo è una birra invernale, da "divano" o da invecchiamento, ma non è una birra affatto facile, meglio mettere la cose in chiaro da subito. L'aspetto non è certamente il suo punto di forza: un ambrato carico torbido sulla cui superficie si formano delle grossolane bolle biancastre che si dissolvono rapidamente. Il malto torbato caratterizza subito l'aroma, affiancato da note di carne e caramello, datteri e uvetta, alcool, qualche ricordo di vino fortificato. La sua consistenza è leggermente oleosa, di quel tanto necessario per costruire un mouthfeel appropriato a sorreggere l'alcool: il corpo è quasi pieno, le bollicine sono molto poche.  Il birrificio un tempo la definiva come un ipotetico incontro tra whisky torbato e barolo chinato e il gusto mantiene le promesse: caramello, qualche nota biscottata, tanta frutta sotto spirito (uvetta e datteri) e ricordi di vini fortificati costruiscono una bevuta sostenuta da una potente nota etilica che obbliga ad un lento ma soddisfacente sorseggiare ma che contribuisce in maniera decisiva ad asciugare la dolcezza. Il cerchio si chiude con il ritorno del torbato, sebbene in quantità minore rispetto all'aroma.A tre anni dalla messa in bottiglia questa OG 1111 è ancora potente e non mostra segni d'ossidazione: non è una birra per palati inesperti ma per chi non ha fretta di "studiarsela" o vuole godersela senza guardare le lancette dell'orologio, perché la sua bevibilità è giocoforza piuttosto limitata. Non è un mostro di complessità o profondità ma è comunque capace di regalare gran belle soddisfazioni e sembra poter affrontare ancora altro tempo in cantina. Formato: 37.5 cl, alc. 13%, IBU 75, lotto 1438, scadenza non riportata, prezzo indicativo 8.00-10.00 Euro. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.