Beavertown Double Chin

Beavertown la presenta come la birra del proprio quarto compleanno e la lattina raffigura un teschio dal quale spuntano quattro candeline:  non si tratta tuttavia di un compleanno recente ma di quello avvenuto nel 2015. Il birrificio messo in piedi da Logan Plant (yes, figlio di *quel* Robert Plant) nacque infatti nel dicembre 2011 nella cucina del pub di proprietà chiamato Duke's Brew and Que, situato in una zona di Londra chiamata De Beauvoir Town, che in dialetto Cockney diventa Beavertown. Nel marzo 2013 avvenne il primo trasloco dalla poco funzionale cucina del pub ad un magazzino nel quartiere di Hackney, famoso “beermile” dove hanno trovato casa molti altri birrifici; gli affari andavano a gonfie vele e l’anno successivo era già il momento di levare le tende per trasferirsi (forse definitivamente) più a nord negli ampi locali del Lockwood Industrial Park, a Tottenham. Nel 2015 i festeggiamenti del quarto compleanno furono affidati ad una Double IPA chiamata Double Chin, ovvero la versione “imperializzata” della Session IPA Neck Oil che il birrificio descrive come “la prima birra da noi mai prodotta”.  Da quanto mi risulta la prima birra uscita dall’impianto “in cucina” di Beavertown nel 2011 era però la 8 Ball Rye IPA, a quel tempo disponibile solo in fusto. Le origini della Neck Oil risalirebbero ai tempi dell'homebrewing e il suo debutto commerciale avvenne qualche mese più tardi, nel 2012: inizialmente era una "best bitter", stile nobile ma poco modaiolo. Ragion per cui nel 2013 lo stesso nome fu utilizzato per la nuova ricetta di una più modaiola Session IPA. La birra. A tre anni di distanza dal compleanno la Double Chin viene riproposta in lattina in una produzione occasionale che farà felice chi non era riuscito a berla allora. Gli ingredienti sono effettivamente gli stessi della Neck Oil, ovvero malti Extra Pale e Carapils, luppoli Columbus, Centennial, Simcoe, Amarillo, Galaxy, Vic Secret e Mosaic, lievito US-05.  Il contenuto alcolico aumenta (ovviamente) da 4.3% a 8.5%.Il suo colore dorato è quasi limpido, mentre la schiuma leggermente biancastra, cremosa e compatta, ha un'ottima persistenza. Ad un mese e mezzo dalla messa in lattina l'aroma è ancora fresco e piuttosto pulito: una buona intensità nella quale la componente dank, piuttosto evidente, è affiancata da dolci profumi tropicali di ananas, mango e passion fruit, melone retato. Al palato non ci sono grossi stravolgimenti e la bevuta prosegue nella stessa direzione: la frutta tropicale è ben amalgamata con le note maltate di pane e di miele, il dolce è bilanciato da un amaro resinoso di buona intensità ma di breve durata, in modo che il palato non venga mai sovraccaricato. L'alcool si sente da inizio a fine bevuta e anche se non disturba la facilità di bevuta paga un po' dazio: peccato.  Nel complesso la Double Chin di Beavertown è  una Double IPA ben fatta e abbastanza pulita, ben equilibrata ma un po' scolastica e "ingessata", non esplosiva: non regala emozioni ma si beve comunque con piacere. Formato 33 cl., alc. 8.5%, IBU 66.5, imbott. 14/02/2018, scad. 14/05/2018.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Põhjala Bänger

E’ iniziato tutto nel febbraio del 2017 con l’arrivo della Bänger:  “bang!” un esplosivo colpo di fuoco del peperoncino Habanero che il birrificio estone  Põhjala (qui la storia) ha aggiunto in una massiccia imperial stout (12.5%). Qualche mese dopo (maggio) è arrivata quella Cocobänger che è rapidamente diventata una delle birre di maggior successo di Põhjala; il peperoncino è stato tolto dalla ricetta ma i “botti” sono rimasti grazie al caffè e ad uno degli ingredienti più amati dai beergeeks, il cocco. Lo scorso febbraio 2018 è poi arrivata la Italobänger, (inquietante) variazione della ricetta che include fichi, anice stellato, arance sanguinelle e mosto d’uva: e meno male che ci hanno risparmiato pomodoro e mozzarella. Imperial Stout e Porter rappresentano comunque uno dei punti di forza del birrificio di Tallin e anche il 30% delle circa cento etichette messe in commercio sino ad ora.Qualche settimana fa abbiamo parlato della Cocobänger e ora facciamo un salto indietro alla primogenita Bänger, la cui ricetta elenca malti Pale, Monaco, Special B, Crystal 300, Crystal 150, Crystal 200, Carafa type 2 special e Chocolate, avena e malto di segale Chocolate Rye, luppoli Magnum e Northern Brewer, prugne, baccelli di vaniglia e peperoncino Habanero. La birra.Il suo colore è abbastanza prossimo al nero ma qualche spiraglio di marrone si riesce ad intravedere in controluce; la schiuma è alquanto modesta e rapida a scomparire, sebbene appaia compatta e cremosa.Il "problema" (virgolette d'obbligo perché magari per qualcuno è un pregio) di molte imperial stout/porter di Pohjala è che sono dolci, terribilmente dolci: se non siete della partita, fate attenzione. Questa Bänger rispetta la tradizione a partire da un aroma piuttosto ricco di melassa, prugna, uvetta e ciliegia sciroppata, vaniglia e liquirizia, cioccolato, biscotto e pan di spagna; si avverte anche il peperoncino. La complessità è notevole, la pulizia è buona, l'intensità è discreta. Se la dolcezza aromatica può essere tollerabile anche a chi non ama le birre dolci, al palato la situazione è ovviamente differente. Il gusto segue piuttosto fedelmente l'aroma ed è dunque molto, molto dolce, anche se non completamente fuori controllo. L'alcool e il calore del peperoncino, che entra progressivamente in scena verso la fine della bevuta, aiutano a stemperare un po' la situazione e la chiusura è piuttosto "hot": a voi stabilire se una "melassa o un dessert piccante" siano qualcosa di desiderabile. Nel finale ci sono anche un po' di cioccolato e un accenno di caffè, con una sensazione di calore piccante che avvolge tutto il palato con buona intensità. Non è affatto una cattiva birra questa Bänger di Pohjala, tutt'altro: è ben fatta e si mantiene distante da quelle discutibili  birre-dessert che si trovano in giro. E' anzi piuttosto gradevole se presa in piccole dosi,  perché  la sua ostentata dolcezza stanca il mio palato abbastanza presto e la bevuta si trasforma in un lento sorseggiare che, dopo molte pause, occupa tutta la serata. Il mouthfeel non aiuta: corpo quasi pieno, birra viscosa e denso, senza nessuna morbidezza o cremosità. Il problema è comunque abbastanza semplice da risolvere: amate le birre molto dolci? Potrebbe fare per voi. Altrimenti passate oltre.Formato 33 cl., alc. 12.5%, IBU 60, lotto 392, scad. 21/02/2020, prezzo indicativo 6.00-7-00 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Cloudwater Brew Co.: Small Beer Citra Simcoe Pale & DIPA Citra Enigma

Rieccoci a parlare di Cloudwater (qui la storia), birrificio inglese sempre sulla cresta dell’onda fondato da Paul Jones e James Campbell ed operativo a Manchester da marzo 2015. Cloudwater si autodefinisce “specializzato in birre moderne e stagionali” e prosegue la sua attività a ritmo di one-shot senza praticamente mai replicare la stessa ricetta; ogni birra, benché simile ad altre, differisce sempre per qualche piccolo ingrediente.  Le ultime novità in casa Cloudwater parlano di un nuovo sistema di “datazione” delle lattine che è entrato in vigore da qualche settimana: oltre alla data di produzione e alla scadenza, è anche riportata una data di “freschezza” (FFB = Freshest Flavour Before) che vi consiglierà il  termine massimo entro il quale bere la birra per coglierla all’apice della freschezza. Un modo per accontentare anche i distributori/negozianti che hanno difficoltà a gestire birre a scadenza brevissima; loro potranno continuare a venderle per più tempo ma i consumatori sono avvisati che la “freschezza” potrebbe non essere più "al top", anche se la birra rimane comunque ottima.Le birre.Noi facciamo invece un passettino indietro alla fine di febbraio quando Cloudwater ha messo in vendita alcune novità. Partiamo dalla Small Beer Citra Simcoe Pale che rappresenta un sfida piuttosto interessante; realizzare una birra dal basso contenuto alcolico (2.9%) ma ricca di profumi e sapori.  La ricetta parla di malti Golden Promise, Destrosio, Heritage Crystal, Caramalt,  malto d’avena Golden Naked, maltodestrine e frumento, lievito New England Lallemand, dry-hopping (12 grammi/litro) di Citra e Simcoe, Ekuanot per amaro.  Il suo colore è quello di un succo di frutta sul quale si forma una scomposto cappello di schiuma biancastro dalla buona persistenza. L’aroma non ha nulla da invidiare a IPA/DIPA dal grado alcolico molto più sostenuto: intenso, fresco, discretamente pulito ed elegante, offre una macedonia di ananas mango, pompelmo, mandarino con una sorpresina che oscilla tra il bubblegum e le fragole alla panna. Ancora più sorprendente è forse il corpo: 2.9% ABV ma una sensazione palatale abbastanza “piena” e morbida, a tratti cremosa: ottima.  Dei malti non vi è ovviamente traccia e il gusto è un concentrato di frutta dolce: mango, pesca, arancia e ananas sono presenti con buona intensità e discreta pulizia. Le cose peggiorano un po’ quando arriva l’amaro, abbastanza intenso e lungo, nel quale s’intrecciano note vegetali, resinose e di scorza d’agrumi. Il passaggio dolce-amaro è abbastanza brusco e poco armonioso, ma soprattutto non c’è la struttura necessaria a reggerlo. Il finale è praticamente una spremuta di verde che affligge un po’ il palato richiedendogli tempo per riprendersi e di fatto rallentando il ritmo di bevuta di una session beer. Il risultato mi sembra interessante  con un rapporto alcool-intensità inversamente proporzionale: bisognerebbe solo trovare il modo di renderla più gentile ed educata, iniziando ad abbassare il livello di un amaro che personalmente reputo eccessivo in una birra così leggera.Dall’estremo inferiore passiamo a quello superiore della DIPA Citra Enigma (8.5%), uno degli ultimi episodi nella saga delle Imperial IPA prodotte da Cloudwater. Sono stati utilizzati malti Golden Promise, Barke Pils, Destrosio, malto d’avena Golden Naked, fiocchi d’avena, lievito New England Lallemand, luppoli Citra ed Enigma in dry-hopping (25 grammi/litro), Mosaic nel whirpool, estratto di luppolo Pilgrim Alpha in Co2 per l'amaro. Nel bicchiere è di color arancio, opaco ma non terribilmente opalescente, mentre la schiuma biancastra è al solito un po’ scomposta e non molto persistente. L’aroma è fresco e gradevole senza raggiungere grandi livelli di pulizia: pompelmo, mango e ananas guidano le danze, la modesta eleganza non aiuta a trovare il nome per le altre componenti che agiscono in secondo piano. Uno scenario che si ripete anche al palato: qualche accenno biscottato e caramellato e poi la bevuta si dirige verso il frutto, senza tuttavia raggiungere gli estremi del “succo”: c’è una generale sensazione dolce di ananas e mango maturi, non troppo precisa, che viene poi bilanciata da un amaro resinoso di breve durata e modesta intensità. La bevuta è piacevole anche se non esplosiva o emozionante: l’alcool si sente “quanto basta” e riscalda senza disturbare, il mouthfeel è invece eccellente. Morbido, a tratti cremoso e consistente senza ingolfare il palato: perfetto per una birra che si fa sorseggiare anziché bere. Il livello è buono ma i margini di miglioramento ci sono e non è difficile notarli.Nel dettaglio: Small Beer Citra Simcoe Pale, 44 cl., alc. 2,9%, imbott. 21/02/2018, scad. 21/05/2018DIPA Citra Enigma, 44 cl., alc. 8,5%, imbott. 26/02/2018, scad. 26/05/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Jolly Pumpkin Bamarillo

Bam Biere di Jolly Pumpkin, Michigan, Stati Uniti: ne avevamo parlato qui. E’ una delle birre di maggior successo del birrificio guidato da Ron Jeffries che la dedica al proprio cane, un Jack Russell che venne investito da un automobile mentre attraversava la strada; si tratta secondo Jeffries di una Farmhouse Ale “autentica”, ossia dalla gradazione alcolica molto contenuta (4.5%) in modo che potesse essere plausibilmente utilizzata dai contadini per dissetarsi durante il duro lavoro nei campi senza perdere “lucidità”.  Nel corso degli anni questa birra di successo si è trasformata in una piccola serie di birre con le varianti Weizen Bam (4.5%), che il birrificio descrive come un mix tra una tradiazione Weizen tedesca ed una classica Sour Ale di Jolly Pumpkin, la Turbo Bam (4.9%) prodotta con una percentuale di malto di segale, la Bam di Castagna con aggiunta dell’omonimo ingrediente. A giugno 2017 è arrivata la Bamarillo: Amarillo è ovviamente una varietà di luppolo ma è anche una città del Texas, stato in cui si trovano gli armadilli. “Dall’ incontro tra Bam il Jack Russell e Ben l’Armadillo”  nasce una Bam Biere leggermente più alcolica (5,1%) nella quale viene usata una quantità dimezzata di luppoli Crystal e Cascade in favore dell’Amarillo al fine di accentuarne il carattere fruttato-tropicale. Come tutte le Jolly Pumpkin, anche il mosto di questa viene poi trasferito in foudres di legno dove riceve il lievito della casa, pazientemente elaborato in quattro anni partendo dal Belgian Ale (WLP550) di White Labs. I  batteri ed i lieviti selvaggi vengono introdotti attraverso il sistema di areazione che di notte fa circolare l’aria fresca proveniente dall’esterno sui fermentatori aperti; la birra viene infine trasferita in botte per la maturazione che dura tre mesi: è qui avviene dry-hopping di Amarillo. Nell’ultimo mese di maturazione è stata anche aggiunta della purea di ananas.La birra.Ricapitoliamo il modo in cui il cane Bam intende cavalcare l’armadillo Ben:  malti Pilsner, Pale, Black e Crystal 75, fiocchi d’orzo, frumento maltato, luppoli Cascade, Amarillo e Crystal, purea di ananas. All’aspetto è di un bel e luminoso color dorato, leggermente velato: la candida schiuma è pannosa e un po’ scomposta, ma ha un’ottima persistenza. Al naso c’è il classico carattere funky e rustico di Jolly Pumpkin al quale s’affiancano profumi di legno e paglia, limone, uva bianca, ribes, mela verde, ananas e un delicato dolce tropicale. L’aroma è pulitissimo, fresco, pieno di vita come la sensazione palatale: vivaci bollicine rendono questa Saison scattante, la consistenza leggera la fa scorre come e forse meglio dell’acqua. Ananas, pesca gialla/mango sono il dolce al quale viene affidato il compito di far da contraltare all’asprezza di uva spina, mela acerca e agrumi; è una bevuta pulitissima ed estremamente secca, dall’enorme potere dissetante e rinfrescante, grazie ad una marcata acidità. Il suo percorso si chiude con un tocco di legno e un amaro delicato nel quale convivono scorza d’agrumi, terra ed erba:  è un viaggio velocissimo, di quelli che ti lasciano il  desiderio di ripartire anziché la felicità del ricordo dei bei momenti trascorsi.  Bamarillo, splendida (quasi) session beer che finisce troppo, troppo in fretta. Più intensa e più fruttata rispetto alla Bam Biere originale, fa un uso molto intelligente della purea di frutta: da bere senza tregua, soprattutto in estate.Formato 37,5 cl., alc. 5.1%, IBU 51, imbott. 06/2017, pagata 6,00 dollari (birrificio)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Lost+Found A.BL: R20 OA+S IPA & R21 64 Bit IPA

Sono riuscito a trovare davvero pochissime informazioni sul birrificio inglese Lost+Found A.BL, operativo dal 2016 in un garage della vivace Brighton con un impiantino da 20 litri; lo scorso anno co-fondatori Chris Angelkov (anche designer) e John Checkley si sono trasferiti un po' più a nord, ma sempre nel Sussex, istallando il nuovo impianto da 15 barili e linea d'inlattinamento ad Horsham. Nessuna intervista pubblicata in internet, nessun informazione su chi sia il birraio: grafiche astratte, a volte psichedeliche e nomi delle birre che spesso corrispondono ad incomprensibili serie di numeri e lettere, non facili da ricordare. Poco importa perché il birrificio si dichiara "sempre in evoluzione e pronto a seguire le tendenze", il che ovviamente si traduce operativamente nello sfornare nuove birre in continuazione per assecondare la moda del "che cosa c'è di nuovo da bere"? Il significato di una sigla viene comunque svelato: è la "R seguita dai numeri" che tiene il conto del numero di birre prodotte. Forse. Quasi.Le birre.Passiamo alla sostanza con la "R20 OA+S IPA", ovvero la ventesima birra prodotta da Lost and Found: una IPA con una buona percentuale di avena, in questo caso "Oa+s". La ricetta elenca malti Pilsner, Maris Otter, Lager, frumento maltato e non maltato, avena maltata e non maltata, lievito WLP001, luppoli Simcoe, Idaho 7, Ekuanot e Azacca. Il suo colore è tra il dorato e l'arancio, la schiuma è candida e cremosa, abbastanza compatta. A poco più di due mesi dalla messa in lattina l'aroma è ancora fresco e pulito anche se l'intensità è abbastanza modesta: pompelmo, mandarino, arancia, ananas, un po' di bubblegum. Un bouquet gradevole anche se potrebbe essere un po' più variegato e definito. Al palato l'avena le dona una leggera morbidezza senza rallentare minimamente la velocità di scorrimento; pane e un tocco di miele, frutta tropicale e pompelmo danno forma ad una bevuta moderatamente dolce e fruttata che viene poi bilanciata da un amaro resinoso di buona intensità ma di breve durata. L'alcool (6.2%) si sente però più del dovuto ed è forse questo il tallone d'Achille di quella che sarebbe una IPA moderna ma non estrema (leggi succo di frutta), bilanciata e abbastanza pulita. C'è potenziale ma ci sono ancora delle cose da sistemare per poter arrivare al livello di altri birrifici inglesi "lattinari" che al momento sono sulla cresta dell'onda.R21 64 Bit è invece il nome scelto per una IPA prodotta con malti Maris Otter, Pilsner e CaraPils, frumento e avena, lievito WLP001, luppoli Mosaic, Ekuanot, Idaho 7  ed  El Dorado.Abbastanza simile alla R20 sia nell'aspetto (oro-arancio) che nella componente aromatica (pompelmo e arancia, ananas e mango), anche lei ha circa due mesi e mezzo di vita e profumi puliti, ancora freschi ma non particolarmente intensi. Anche nel gusto ripropone caratteristiche simili: il profilo fruttato tropicale non è particolarmente intenso, pane e biscotto rimangono in sottofondo, il finale amaro di resina è di modesta intensità e di breve durata.  C'è un buon livello di pulizia ed un ottimo equilibrio, ma anche qui l'alcool (6.4%) alza un po' troppo la testa e finisce per ridurre la velocità di bevuta. C'è tutto quello che ci dovrebbe essere in una buona IPA ma in tono minore:  s'intravede la buona mano del birraio e un bel potenziale ancora parzialmente inespresso.Lost+Found A.BL, un birrificio piuttosto giovane che non parla molto di sé ma che sembra valer la pena tenere d'occhio. Nel dettaglio: R20 OA+S IPA, formato 44 cl., alc. 6.2%, 58 IBU, scad. 08/08/2018R21 64 Bit IPA, formato 44 cl., alc. 6.4%, 55 IBU, scad. 14/07/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

New Holland Dragon’s Milk

Di New Holland Brewing Company vi avevo già raccontato in questa occasione. Il birrificio del Michigan fondato da Brett VanderKamp e Jason Spaulding ha annunciato a fine 2017 l’arrivo delle lattine, formato che sembra ormai irrinunciabile per competere nel sempre più affollato mercato della craft beer americana. New Holland. Anche loro saranno distribuite in 38 stati americani, grazie all’accordo raggiunto nel 2016 con la Pabst Brewing Company: Pabst non ha tuttavia acquistato nessun’azione di New Holland e l’accordo riguarda esclusivamente la distribuzione. E’ abbastanza singolare che la flagship beer di New Holland sia un’imperial stout invecchiata in botti di bourbon e non la solita IPA o APA: la Dragon’s Milk nel 2001 era probabilmente uno dei primi e dei pochi esempi disponibili e, a memoria, era anche circondata da un timido hype essendo prodotta in quantità limitate solamente una volta all’anno. "Ci ispirammo ad un produttore di sidro del Michigan che a quel tempo ne realizzava uno invecchiato in botti di bourbon - racconta VanderKamp – e mi chiedevo che risultati si potessero ottenere con la birra. Pensai ad una ricetta fatta apposta per finire in botte, un ibrido tra una stout, una porter e una dark ale". Oggi la Dragon’s Milk rappresenta il 35% della produzione e il 50% delle vendite del birrificio ed è disponibile tutto l’anno ad un prezzo contenuto e senza che sia necessario fare file fuori dai negozi o scambi per averla. New Holland ha investito fortemente su questo prodotto aumentandone anno dopo anno la produzione grazie anche al fatto che, essendo essa stessa anche una distilleria, oltre che birrificio, ha ampia disponibilità di botti: “è un ottimo prodotto e consente sia a noi che ai rivenditori finali un buon margini di profitto”, ammette VanderKamp.  Non solo: dopo aver ospitato per tre mesi la Dragon’s Milk, le botti di bourbon vengono riutilizzate dalla New Holland Artisan Spirits per produrre il proprio Beer Barrel Bourbon. Di Dragon’s Milk ne esistono puoi svariate varianti che il birrificio fa uscire occasionalmente ogni anno: si differenziano per l’aggiunta di ingredienti o per l’invecchiamento in botti di altri distillati.La birra.Malti 2 row, Monaco, Caramello, Black e Chocolate, fiocchi d’orzo, luppoli Glacier e Nugget, lievito American Ale. Questa imperial stout è in realtà un blend di due birre invecchiate con diverse modalità:  una tre mesi in botti appena svuotate dal bourbon, dove l’imperial stout assorbe soprattutto le caratteristiche del distillato, e una tre mesi in botti ex-bourbon già utilizzate per la birra, in modo da assorbire maggiormente le caratteristiche del legno.   Il suo colore è ebano scuro, la schiuma poco generosa è cremosa e compatta ed ha una discreta persistenza. Il naso è dolce e piuttosto pulito, anche se non molto intenso: bourbon, legno, fruit cake, prugna disidratata e uvetta, cioccolato, vaniglia e qualche suggestione di cocco in sottofondo.  Al palato non c’è nessuna velleità cremosa o oleosa: la scorrevolezza ne trae beneficio e l’alcool (11%) si affronta senza particolari asperità: il gusto è un po’ meno complesso e intrigante dell’aroma ma è comunque un’imperial stout  che si  sorseggia lentamente con buona soddisfazione. La bevuta è tutta basata sull’asse “dark fruits” (prugna, uvetta, mirtilli/more) e bourbon: si aggiungono altri elementi dolci come melassa e vaniglia, mentre le tostature sono praticamente inesistenti. E’ dolce ma ben bilanciata, con l’alcool che asciuga bene il palato e regala un lunghissimo finale caldo e morbido, ricco di bourbon, frutta sotto spirito, legno e un tocco di fumo/tabacco.  Convince più al naso che in bocca (dove manca anche un po' di "ciccia") ma, pur non essendo un mostro di complessità, la Dragon’s Milk di New Holland si difende con onore: negli Stati Uniti si trova all’equivalente costo di poco più di 3 euro, una vera manna se consideriamo che si tratta di una imperial stout passata in botte. E' reperibile tutto l’anno senza problemi negli stati americani in cui viene distribuita e quindi non ha molto fascino da vendere: meglio così. Per affrontare i freddi inverni del Michigan, averne una scorta in casa è  praticamente un obbligo. Per salire di livello, anche per quel che riguarda la difficoltà d'approvvigionamento, ci sono le altre grandi Barrel Aged Imperial Stout che vengono tutte prodotte nel raggio di 150 chilometri: KBS di Founders, Black Note di Bell's e Bourbon Barrel Plead the 5th di Dark Horse.Formato 35,5 cl., alc. 11%, IBU 31, imbott. 07/06/2017, pagata 3.79 dollari (supermercato, USA)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Northern Monk / Verdant / Deya / YCH Hops Hop City DIPA

Per il secondo anno consecutivo nei giorni che precedono il weekend di Pasqua, a Leeds si tiene il festival Hop City organizzato dal birrificio Northern Monk ed ospitato nei propri locali. Da giovedì 29 a sabato 31 marzo trenta birrifici provenienti da tutto il mondo faranno felici appassionati beergeeks e semplici bevitori. Il biglietto d’ingresso, che vi dà diritto solamente ad un bicchiere per la degustazione, è fissato a 16.79 sterline: due le sessioni previste per ogni giornata del festival, una mattiniera  (11:30-16) e una serale (18-22:30). Il festival è ovviamente dedicato al luppolo: se volete bere altro è meglio che attendiate l'evento Dark City che si tiene in autunno.Duemilacinquecento i tagliandi disponibili per poter accedere ad un’offerta di 88 birre prodotte trentatré birrifici dislocati in tutto il mondo: oltre alle birre di casa di Northern Monk saranno presenti  Foam Brewers, Other Half, Bissell Brothers, Fuerst Wiacek, Mikkeller, Stigbergets, Dry & Bitter, Omnipollo, Seven Island Brewery, Equilibrium, Zapato, Burning Sky,  Brew By Numbers, Cloudwater, Magic Rock, Siren, Verdant, Track, Wylam, Beavertown, Buxton, Stone, Five Points, Fourpure, Burn Mill, Whiplash, Left Handed Giant, DEYA, Legitimate Industries, Wilde Child, Ridgeside  e Saltaire.  L’Italia è ancora una volta assente. Anche nel 2018 Northern Monk ha prodotto la birra “ufficiale” del festival, ovviamente chiamata Hop City; non sono riuscito a capire se si tratti di una riedizione di quella fatta per l’edizione 2017 o se i tratti di una nuova ricetta. La lattina è rivestita dalla bella “doppia etichetta apribile” realizzata dalla Jon Simmons Design & Illustration: sul lato esterno un enorme sole a forma di cono di luppolo irradia Leeds, sollevandolo troverete una seconda etichetta che riporta tutte le informazioni sul festival:  birrifici presente, mappa e date.La birra.I birrifici Northern Monk, Verdant, Deya e la Yakima Chief – Hopunion, noto fornitore amercano di luppolo, hanno collaborato per realizzare una Double IPA (8.4%) prodotta con Citra, Amarillo, Mosaic (cryo pellets) e una varietà sperimentale nominata HBC 438; oltre al malto sono stati utilizzati frumento maltato e avena. Ha iniziato ad essere distribuita alla metà di febbraio.  Il suo colore è arancio pallido, opaco: la schiuma biancastra è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma, valorizzato dalla gioventù anagrafica della lattina, è intenso e pulito: ananas, mango, cedro, pompelmo e mandarino sono accompagnati da quel “dank” che ricorda tanto la cannabis.  Sebbene molto gradevole, il bouquet non è tuttavia un manifesto d’eleganza e i vari elementi potrebbero essere più definiti. La sensazione palatale è ottima e molto gradevole: c’è una leggera cremosità che non sconfina in quegli eccessi  che riducono la velocità di bevuta. Aspetto e mouthfeel guardano al New England ma nel bicchiere io ci trovo un bel pezzo di West Coast: un tocco maltato in sottofondo (pane, biscotto)  e un bel profilo fruttato nel quale trovano posto ananas, pompelmo, mandarino, forse mango. L’alcool è piuttosto ben nascosto e questa Double IPA scorre con pericolosa facilità; chiude con una bella secchezza e un amaro resinoso/dank abbastanza intenso ma di breve durata, pronto a lasciare subito spazio ad un retrogusto “piacione” di frutta tropicale e  ad un lieve alcool warming. Non è esplosiva e potrebbe essere più definita in alcuni passaggi ma questa Hop City viaggia su alti livelli: pulita e fresca, intensa ma ben equilibrata, non scade in inutili manierismi ed estremismi privilegiando la facilità di bevuta.Che l’Hop City 2018 abbia inizio, per chi ha la fortuna d’andarci. Formato 44 cl., alc. 8.4%, IBU 25, lotto SYD090/091, scad. 30/06/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Uiltje RE:RE:CC Porter

Debutta sul blog il birrificio olandese Het Ultje, attivo dal 2013 come beerfirm e dal 2016 dotatosi di impianti propri.  Het Ultje significa “piccolo gufo” ed è un richiamo al cognome del fondatore Robbert Uyleman: siamo ad Haarlem, venti chilometri ad ovest di Amsterdam. Uyleman, che in precedenza si occupava di produzione audiovisivi, ha iniziato la sua carriera nel mondo della birra come homebrewer assieme ad alcuni amici ed ha poi lavorato occasionalmente come barista e birraio presso il brewpub Jopen. Proprio su questi impianti è nata nel 2013 la beerfirm Het Ultje, che Robbert gestisce a 360 gradi: sua la realizzazione del sito internet, sue le grafiche delle etichette, sue le ricette delle birre nelle quali sono spesso protagonisti i luppoli americani. Ottenuti i finanziamenti necessari da una banca, a settembre 2016 il birrificio ha inaugurato i propri impianti (40 ettolitri) e una taproom con dodici spine aperta dal giovedì alla domenica; in centro ad Haarlem c’è invece l’Uiltje Bar, aperto a febbraio 2015 assieme al socio Tjebbe Kuijper: 30 spine e un centinaio di bottiglie vi aspettano tutti i giorni della settimana dal primo pomeriggio sino a notte inoltrata. In sala cottura ci sono attualmente i due birrai  Gido Koop e Roel Wagemans.  Sono già oltre 200 le etichette realizzate in cinque anni scarsi d’attività: quasi una birra nuova ogni settimana, ovviamente per la maggior parte collaborazioni, one shot e produzioni occasionali.La birra.L'etichetta della RE:RE:CC Porter raffigura una email scritta dalla mamma di Robbert; nome e grafica sono a mio parere scelte abbastanza infelici, ma la sostanza parla di una porter "robusta" prodotta con "CC", ovvero cocco e caffè. La sua prima versione, chiamata semplicemente CC Porter, risale al 2015 (7.7%); oltre a luppoli Magnum, East Kent Golding e Chinook, era stato utilizzato caffè del Guatemala e (pezzi interi?) di cocco. Nel 2016 è arrivata la sua seconda versione chiamata BCC Porter, leggermente più alcolica (8.2%) e con una diversa varietà di caffè. Entrambe erano state prodotte sugli impianti di Jopen, mentre lo scorso anno è arrivata la versione numero tre (7.7%) chiamata appunto RE:RE.CC Porter ("RE" sono ovviamente le lettere che appaiono nell'oggetto di una email ogni volta che rispondete ad un messaggio). Non ho trovato informazioni sulla ricetta ma è stata prodotta sui nuovi impianti di Uiltje.All'aspetto è quasi nera e forma un modesto cappello di schiuma cremosa compatta dalla buona persistenza. L'aroma non è pulito e neppure particolarmente elegante ma racconta di orzo tostato, cioccolato al latte, un accenno di cocco (pensate al Bounty) e un tocco di fumo. L'intensità è bassa e nel complesso i profumi non fanno davvero nulla per ingolosire o attirare l'attenzione di chi avvicina le narici al bicchiere. Al palato è invece gradevole e l'avena le dona una discreta morbidezza leggermente cremosa. Il gusto ripropone tuttavia le approssimazioni e la poca pulizia dell'aroma; i sapori sono poco definiti e il risultato è un agglomerato bevibile e comunque gradevole di orzo tostato, caramello, liquirizia, caffè e cacao. L'alcool alza la testa solamente a fine bevuta apportando un piacevole tepore, mentre nel retrogusto ai fondi di caffè s'aggiunge anche l'amaro terroso del luppolo. Non è (fortunatamente) una pacchiana birra-dessert ma ci sono troppe imprecisioni per renderla davvero buona: una porter discreta, bevibile ma con tanta strada da fare per migliorare. Formato 33 cl., alc. 7.8%, lotto Y17B077, scad, 09/08/2022, pagata 3.90 euro. NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Verdant Brewing: Light Bulb & Pulp!

Uno dei birrifici inglese più chiacchierati e di moda tra i beergeeks è oggi Verdant con sede operativa a Falmouth, cittadina da 20.000 abitanti della Cornovaglia; la bella e selvaggia contea inglese non è certo nota per essere una “craft beer destination” essendo patria di due birrifici di grosse dimensioni come Sharp’s e St. Austell.E’ una vacanza in Nuova Zelanda nel 2010 a far scoprire a James Heffron la “birra artigianale” e a fargli venire voglia di farsela in casa: la passione per l’homebrewing contagia anche l’amico Adam Robertson e i due, dopo quattro anni di esperimenti tra le mura domestiche, mettono in funzione un impiantino da 200 litri posizionato all’interno di un container marittimo. Verdant nasce nell’autunno del 2014 e inizia producendo quasi esclusivamente delle Single-hop Pale Ale ispirate alle produzioni del New England, ovvero hazy; nella primavera avviene il primo trasloco in locali più ampi che permettono di installare altri fermentatori ed aumentare la capacità produttiva a 12 fusti a settimana. Nascono Lightbulb, HeadBand, Bloom e Pulp, birre che riscuotono grande successo e posizionano Verdanti sul radar dei beergeeks; alla fine del 2015 Adam e James lasciano i loro lavori per dedicarsi a tempo pieno a Verdant. Nel 2016 arriva ad aiutarli Richard White e, grazie ai fondi ottenuti da amici e parenti ai quali viene offerta una quota societaria, a ottobre Verdant è di nuovo in viaggio e si trasferisce nella sede attuale, la zona industriale di Tregoniggie a Falmouth: è qui che vengono installati il nuovo impianto da 1,6 ettolitri  (la capacità produttiva arriva a 4800 litri la settimana) e una linea per la messa in lattina. Il 2016 è l’anno della consacrazione per Verdant, ovviamente grazie al beer-rating: a gennaio 2017 il popolo di Ratebeer lo nomina “miglior nuovo birrificio inglese del 2016” e per  Untappd  Verdant è attualmente “il miglior birrifico inglese in assoluto”. Al successo contribuiscono anche le collaborazioni con altri birrifici di moda come Lost & Grounded, Left Handed Giant, Cloudwater e Northern Monk:  “al contrario di molti birrai – ammette Heffron – io presto molta attenzione a siti come Untappd e Ratebeer. Penso che sia importante”. La produzione di Verdant è quasi tutta dedicata al luppolo: le 44 birre elencate sul database di Ratebeer sono tutti APA/IPA/DIPA ad eccezione di due stout: “facciamo le birre che piace bere a noi – dice Heffron – e se qualcuno vuole bere quello che noi non facciamo, si rivolga altrove. Possiamo ancora migliorare le nostre IPA/DIPA ed è quello a cui penso prima di andare a letto la sera e la mattina quando mi alzo. Prima di fare altre stili, cerchiamo di rendere perfetto quello che stiamo già facendo”. Alla fine dello scorso anno Verdant ha ricevuto un finanziamento di 26.000 sterline dal distributore-rivenditore londiese HonestBrew che sarà ripagato con della birra: il denaro è stato destinato all’acquisto di nuovi fermentatori per portare la capacità produttiva a 8000 litri la settimana.Le birre.Andiamo ad assaggiare due delle birre che Verdant produce regolarmente quasi tutto l’anno: la (Extra) Pale Ale Light Bulb e la Double IPA Pulp: per entrambe il birrificio dichiara di essersi ispirato sia alla West Coast statunitense che al New England.  Light Bulb è una session beer”(4.5%) “chiara come la luce di una lampadina da 100 watt”;  la sua attuale ricetta prevede malti Extra Pale Ale, Vienna, Caragold e Carapils, avena, lievito LalBrew New England, luppoli Simcoe e Centennial. Il suo colore è un arancio piuttosto pallido e opalescente, la bianca schiuma cremosa è un po’ scomposta ma ha un’ottima persistenza. L’aroma è piuttosto pulito e fresco, ma l’intensità non è particolarmente elevata. La macedonia di frutta non è molto variegata ma è composta da ananas, mango, arancia e cedro: è una session beer, nessuno si aspetta fuochi d’artificio è c’è tutto quello che ci dev’essere. Il mouthfeel è invece davvero ottimo, con una presenza e una morbidezza che sembrerebbero suggerire una gradazione alcolica molto più elevata: la scorrevolezza non è tuttavia minimamente compromessa. Il gusto compensa la “parsimonia aromatica” con un’intensità notevole che privilegia l’eleganza agli eccessi cafoni: i malti (pane e crackers) non vengono sopraffatti da pesca, ananas, mandarino e la birra finisce con una grande secchezza che disseta il palato per poi riassetarlo. L’amaro erbaceo/zesty è piuttosto delicato e non stanca mai: pulizia, equilibrio ed eleganza portano il livello piuttosto in alto, la bevuta regala anche qualche emozione e se ci fosse un po’ più d’aroma saremmo vicino all’olimpo. Ottima. Con Pulp! entriamo nel territorio delle Double IPA (8%): la ricetta attuale dovrebbe prevedere malti Best Ale, Extra Pale, Caragold e frumento maltato, destrosio, lievito US-05, luppoli, Columbus, Eukanot e Citra, con quest’ultimo presente in larga percentuale. Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente e la schiuma biancastra, non impeccabile per compattezza, mostra comunque un’ottima persistenza.  Il naso è pulito e intenso, un cocktail fruttato che contiene ananas e mango, passion fruit, arancia: l’intensità è buona anche se non esplosiva, con un buon livello di eleganza. Anche in questa birra il mouthfeel è davvero eccellente: corpo medio, bollicine delicate, leggermente cremoso e quasi vellutato. Al palato c’è quel succo di frutta previsto dal protocollo New England: nessun spazio ai malti, ananas e mango guidano le danze lasciando un po’ di spazio al pompelmo. L’amaro (resina, zesty) è delicato e piuttosto corto, con un leggerissimo “grattino” da pellet che viene però subdolamente incorporato nella componente etilica: un bell'espediente per nasconderlo in un gradevole alcool warming. La bevibilità è buona ma non eccelsa (caratteristica che personalmente riscontro in quasi tutte le Double NEIPA) e sicuramente non ai livelli di una classica DIPA della West Coast. Anche la Pulp di Verdant ha il pregio di finire con un’ottima secchezza che fa aumentare la frequenza dei sorsi: il livello è sicuramente alto, le NEIPA in generale non sono la massima espressione dell’eleganza birraria e anche in questo senso ci sono ancora margini di miglioramento.  Da Verdant due birre di ottimo livello: non m’interessa molto determinare se l’hype (britannico) su questo birrificio sia giustificato o no: se Cloudwater viene incensato, queste due birre di Verdant non hanno nulla da invidiare. La Pulp è (ovviamente) quella che riscuote più successo tra i beer-raters ma personalmente ritengo molto più interessante la Light Bulb, una session beer davvero degna di nota.Nel dettaglio:Light Bulb, formato 44 cl., alc. 4,5%, imbott. 31/01/2018, scad.  30/04/2018Pulp! formato 44 cl., alc. 8,0%, imbott. 08/02/2018, scad.  08/05/2018NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Dieu du Ciel Solstice d’Hiver 2012

Un nuovo appuntamento con il vintage è l'occasione per ritrovare il birrificio canadese Dieu du Ciel, attivo dal 1988 a Montreal; lo fondarono Jean-François Gravel, Patricia Lirette e Stéphane Ostiguy, compagni di studi (microbiologia). "Dieu De Ciel!" sarebbe stata l’esclamazione di Jean-François dopo aver assaggiato la sua prima birra fatta in casa. Patricia Lirette lasciò la società nel 2006, rimpiazzata (anche nell’azionariato) dal birraio Luc Boivin, esperienza decennale alla Les Brasseurs du Nord.  Boivin e la moglie Isabelle Charbonneau formarono la Dieu Du Ciel Microbrewery Inc., un primo passo del necessario processo di espansione visto che la produzione nei modesti locali del  brewpub di Montreal non poteva più essere incrementata e non c'era neppure lo spazio per installare una linea d’imbottigliamento. Venne trovato un nuovo edificio (16.000 metri quadri) a St. Jerome, 60 chilometri a nord di Montreal, vicino a casa di Luc ed Isabelle,  inaugurato nel 2007 con un potenziale produttivo di 3500 hl. Nello stesso anno vennero finalmente distribuite le prime bottiglie, mentre nel 2008, attiguo al nuovo birrificio, fu inaugurato un brewpub-fotocopia di quello di Montreal; attualmente gli impianti di St. Jerome producono circa 13000 ettolitri. Nel 2010 Bouvin ha lasciato Dieu Du Ciel per fondare in Quebec la Microbrasserie des Beaux Prés. La birra.Nasce nel dicembre 1998 il barley wine Solstice d'Hiver ed ancora oggi viene commercializzato una volta all'anno in quello stesso mese, nell'ambito della Moumentum Series che racchiude le dodici birre stagionali di Dieu Du Ciel. La splendida etichetta è realizzata da Yannick Brosseau, da sempre collaboratore del birrificio.Vediamo come ha resistito nel tempo questa Solstice d'Hiver anno 2012 che si presenta di un bel color ambrato piuttosto carico ed arricchito da intense venture rossastre; la schiuma non è molto generosa ma rivela compattezza e persistenza. L'aroma è intenso ma mostra già tutti i segni del tempo; l'ossidazione (cartone) è evidente ma non pregiudica un naso gradevole e ricco di prugna cotta, uvetta, mela al forno, vino marsalato, melassa, forse ciliegia. Al palato la birra ha ancora una buona presenza e non mostra particolari cedimenti: il mouthfeel è ancora piacevole. L'aroma è tuttavia l'unica cosa che vale la pena di descrivere, perché non sono proprio riuscito a berlo questo barley wine. Il gusto è infatti praticamente assente, se se eccettua un remoto ricordo degli stessi elementi protagonisti dell'aroma: la bevuta è praticamente un bicchiere d'alcool che si conclude in modo sgradevole con note medicinali che s'affiancano all'amaro di ortaggi come indivia, cicoria, radicchio. Un paio di sorsi e non resta che versarla nel lavandino. Invecchiare la birra equivale a gioie e dolori e in questo caso avrei fatto meglio a stappare questa bottiglia qualche anno fa.Formato 34,1 cl., alc. 10.2%, lotto 10/2012, pagata 6.00 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.