Ceres Norden Gylden IPA

La “birra artigianale” continua a guadagnare fettine di mercato anche in Italia e le grandi industrie non stanno certo a guardare; lo scorso mese la multinazionale AB-InBev ha annunciato l’acquisizione di Birra del Borgo; nel 2015 Carlsberg ha lanciato con il marchio Poretti una serie di cosiddette birre “crafty": non si parla più di doppio malto, di birra bionda o rossa, ma si fa riferimento a stili (e a materie prime) ben precisi, utilizzando termini che fino a poco tempo fa non interessavano molto all’industria;  anche Birra Moretti (gruppo Heineken) ha invaso le corsie dei supermercati con le sue varie “specialità regionali”, lanciate in concomitanza con la vetrina di Expo 2015. Risale invece allo scorso marzo l’annuncio da parte di Ceres (un marchio del gruppo Royal Unibrew, che possiede anche Faxe, Albani e Royal) di tre nuove birre che vanno ad inserirsi in questo segmento “crafty”:  è la gamma Nørden,  presentata con un comunicato stampa che cita come al solito la “ricerca e selezione delle migliori materie prime”,  “birre dal forte carattere e dal gusto inimitabile in grado di sorprendere e deliziare anche gli intenditori più esperti”,  “ricette (ovviamente) originali”.  Fynen Pilsner, Dark Mumme e Gylden IPA sono le prescelte: le prime due (una Pilsner e  - credo – una Dark Lager) non si discostano molto dagli stili molto normalmente battuti dalle industrie, mentre la IPA rappresenta senz’altro una novità nel portfolio di Ceres/ Royal Unibrew. Tutte e tre le birre sono disponibili nei supermercati nel formato mezzo litro mentre l’HoReCa, oltre ai fusti,  avrà in bottiglia da 33 solamente Dark Mumme e Gylden IPA.  Ma andando un po' in profondità ci si accorge che si tratta forse solo di una mezza novità; le birre debuttano sul mercato italiano, ma da un anno in Danimarca vengono già commercializzate quattro prodotti simili con il marchio Schiøtz,  prodotte dalla stessa Albani Bryggerierne di Odense. Si fa riferimento a Theodor Ludvig Schiøtz (1821-1900), farmacista, birraio e fondatore nel 1859 del birrificio Albani, del quale mantenne il controllo sino al 1889;  dopo numerosi cambi di proprietà, nel 2000 la Albani entrò sotto il controllo di Royal Unibrew. Quattro sono le Schiøtz disponibili in Danimarca: Bohemian Pils, Mørk Mumme, Gylden IPA e Vinter Bock; probabile che nel prossimo autunno/inverno quest’ultima faccia il suo debutto anche nel nostro paese. Non ho comunque a disposizione dati certi per poter affermare che Norden sia solamente un’operazione di rietichettatura di quelle birre che qui in Italia sfrutta la popolarità del marchio Ceres, e quindi mi guardo bene dall’affermarlo. Il dubbio (e non la Ceres) però c'è.La birra.La descrizione commerciale della Schiøtz Gylden IPA annovera tra gli ingredienti rosmarino, rosa canina e tre luppoli:  Simcoe, Citra e Pacific Gem. Quella della Ceres Norden Gylden IPA cita invece Simcoe, Cascade, Pacific Gem e Green Bullit: si tratta evidentemente di un errore ortografico del comunicato stampa italiano poi ribattuto da tutti gli operatori; il luppolo è ovviamente l’americano Green Bullet. Questi, assieme al rosmarino, “immergono sin dal primo sorso nell’universo selvaggio del Nord”: personalmente associo più il rosmarino al Mediterraneo che alla Scandinavia, ma tant’è. Gylden significa dorato: è un po’ anticato il colore di questa birra,  perfettamente limpido e movimentato da qualche venatura ramata; la schiuma è cremosa e fine, compatta, dall’ottima persistenza.  L’aroma mette in evidenza soprattutto gli agrumi ma l’eleganza è altrove: più che di frutta fresca i profumi mi riportano alla memoria alcuni detergenti al limone. In sottofondo c’è qualche nota floreale e di rosmarino; l’intensità è complessivamente discreta, lo stesso non posso dire della piacevolezza. Il mouthfeel non è male: carbonazione media, corpo tra il medio ed il leggero, velocità di scorrimento buona ma leggermente rallentata da una  consistenza palatale a tratti un po’ pesante. La bevuta ricalca in buona parte l’aroma: si parte con biscotto e cereali, il dolce di caramello e miele che viene incalzato dall’amaro (saponoso) agrumato ed erbaceo, soprattutto rosmarino. Il percorso non è però lineare, dolce ed amaro entrano ed escono di scena più volte nella stessa sorsata senza armonia, facendo un po’ a spallate; l’intensità e discreta, la pulizia non è eccelsa ma è soprattutto la piacevolezza a latitare e – almeno nel mio caso – a non far venirmi la voglia di ricomprarla. Mi riferisco soprattutto all’amaro, uno degli elementi fondamentali in una India Pale Ale, che qui risulta troppo saponoso e con qualche sconfinamento nella gomma/plastica: non ritengo particolarmente felice neppure la scelta dell’aromatizzazione al rosmarino, ma qui si rientra nelle preferenze personali. I 4,50 Euro al litro (prezzo supermercato) sono tanti rispetto ad altre birre industriali  ma sono al tempo stesso pochi se confrontati al prezzo medio delle artigianali. Al di là dell’improponibile confronto con una “birra artigianale vera”, il paragone più calzante potrebbe essere con la 9 Luppoli IPA  di Poretti/Carlsberg  (circa 5,42 Euro/litro): la Ceres mi sembra meno peggio, ma dovete avere una buona soglia di tolleranza al rosmarino nella birra. Non è una gran motivazione all'acquisto, ma per lo meno io vi ho avvisati.Formato: 50 cl., alc. 5.9%, lotto Y4-V, scad. 25/04/2017, 2.29 Euro (supermercato, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Golem Dybuk Porter

La Polonia continua a sfornare nuovi attori, quasi tutte beefirm, che prendono parte ad una vibrante "craft beer revolution": tra gli ultimi arrivati c'è Browar Golem, fondata dai tre giovani homebrewers Michal Kamiński, Artur Karpiński e Sebastian Lęszczak, che ai loro lavori quotidiani hanno affiancato anche una beerfirm con sede operativa a Poznan. Dei tre quello che ha "maggiore" esperienza con le pentole è Sebastian, avendo iniziato nel 2012 con un kit di St Peter's IPA.  Dopo solo tre anni, a luglio 2015, viene fondata la beerfirm che debutta a dicembre 2015; tra le loro ispirazioni, oltre alle birre importate dall'estero ci sono anche le prime beerfirm della rivoluzione polacca, come AleBrowar e Pinta con quest'ultima che può vantarsi d'aver prodotto la prima American IPA in Polonia, chiamata Atak Chmielu. Era il 2012. Il nome scelto (Golem) rimanda ovviamente alla tradizione ebraica, un gigante di argilla ubbidiente al proprio padrone che lo usa come servo e come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. La più famosa leggenda sui golem ha come protagonista il rabbino di Praga Jehuda Löw ben Bezalel, nato proprio a Poznan, in Polonia. Alla tradizione ebraica si rifà anche la birra del debutto, la porter Dybuk, termine che indica "uno spirito maligno in grado di possedere gli esseri viventi. Si ritiene che sia lo spirito disincarnato di una persona morta, un'anima alla quale è stato vietato l'ingresso al mondo dei morti". La Porter del debutto è poi stata seguita dall'American Wheat chiamata Mazal Adar Dagim e dall'inevitabile American IPA Etz Chaim.La birra.Birrificio che debutta sul blog con la sua prima birra: è la porter Dybuk, presentata ufficialmente lo scorso 12 dicembre 2015 al pub Setka di Poznan e realizzata presso gli impianti del birrificio Kamionka Gontyniec di Poznan. La psichedelica etichetta è opera dell'artista polacco Novy; la ricetta prevede invece una buona percentuale di segale (30%), malti Pale Ale, Chocolate e Caramel, luppolo Magnum, sale, fave di cacao e chips di legno di quercia precedentemente immerse in Sherry Oloroso, lievito US-05.All'aspetto è completamente nera, con un discreto cappello di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente ma un po' lenta nel formarsi. L'aroma non è particolarmente intenso e caratterizzato da un discreto livello di pulizia che evidenzia i profumi di pane nero, cioccolato al latte, mirtillo, caffè e tostature. la lieve presenza di cenere. Le cose si fanno più interessanti in bocca, dove pulizia ed intensità sono migliori: caffè e tostature dominano la bevuta, con queste ultime che ogni tanto sconfinano un po' nel bruciato. La segale dona una leggera nota speziata, il cioccolato fondente fa ogni tanto capolino così come il sale, la cui percezione è sicuramente influenzata dal sapere che è stato utilizzato nelle ricetta: non l'avessi saputo, probabilmente neppure l'avrei notato. Per quanto mi sforzi non trovo invece traccia delle chips di legno imbevute nello sherry: non c'è praticamente dolce, tranne un tocco di caramello bruciato, e l'amaro delle tostature è parzialmente bilanciato solo dall'acidità dei malti scuri. La bevibilità risente un po' di questo eccesso di tostato amaro, risultando un po' limitata: la sensazione palatale è abbastanza morbida, il corpo è medio e la carbonazione piuttosto bassa. E' una porter dalla buona intensità, ma a mio parere troppo sbilanciata sull'amaro da tostature che non brillano per eleganza: nel complesso è un debutto comunque positivo, sicuramente un po' più di dolce e una maggiore cura nella finezza renderebbero questa birra più equilibrata e maggiormente scorrevole.Formato: 50 cl., alc. 6.5%, IBU 50, scad. 04/2016, 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Hond.erd Citra

Honderd, ovvero "cento" in fiammingo ma anche "hond (cane) .erd", l'animale protagonista dell'identità visiva di Extraomnes. Birra che nasce come “one shot”  nel 2012 per festeggiare  la centesima cotta del birrificio, ma che è poi rimasta in produzione quasi permanente diventando di fatto un di terreno di gioco sul quale sperimentare diverse luppolature, spesso “single hop”. La prima cotta celebrativa vedeva l’uso di Saaz e Cascade, la replica del 2013 il solo Hallertauer Mittelfrüh; sono poi arrivate le versioni a base di Chinook, Simcoe, Cascade, Mosaic, Brewer’s Gold, Mandarina Bavaria e l’ultima nata realizzata con Citra, luppolo americano sviluppato dalla  Hop Breeding Company e rilasciato commercialmente nel 2007: i suoi “genitori” sono Hallertau Mittelfrüh, US Tettnang, Brewer's Gold e  East Kent Golding. Da notare come il Citra sia già assoluto protagonista di un’altra birra Extraomnes successo, ovvero la Zest.La birra.Ricetta semplicissima, perché “less is more”: lievito saison, malto 100% pils (se non erro) e Citra. Imbottigliata ad inizio ottobre 2015, si presenta nel bicchiere di colore paglierino piuttosto velato e genera una generosa testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla lunga persistenza. L’aroma, coerente con il nome del luppolo utilizzato, porta gli agrumi in trionfo: lime, cedro, mandarino e limone, avvolti da leggeri sentori floreali. Domina la scorza, ma c’è anche una leggera componente dolce che richiama la polpa o, se preferite, immaginate di mettere un po’ di zucchero sulla scorza stessa. Ineccepibile il livello di pulizia ed eleganza, nulla da dire neppure sulla sensazione palatale: birra leggera, che scorre a velocità pericolosa con una notevole vivacità che la sostenuta carbonazione le conferisce. Il malto è leggerissimo (crackers) e lascia che siano lievito e luppoli a dominare la scena: c'è un tocco dolce che richiama la polpa d'arancio e il mandarino, rapida introduzione ad una bevuta tutta giocata sulla scorza, a coprire quasi per intero l'intera famiglia dei Citrus: pompelmo, arancio, cedro, limone e lime. Il lievito saison le dona una leggera nota ruspante, ma bisogna volontariamente rallentare la velocità di bevuta per accorgersene: il finale è molto secco e lascia una scia amara intensa ed elegante nella quale, nel dominio "zesty", trovano spazio anche note erbacee e terrose. Session beer pulitissima, elegante e, soprattutto, dall'ottima intensità: questa variazione "Citra" della Hond.erd non si discosta molto dalle altre da me provate e non si allontana troppo neppure dalla sorella maggiore "Zest": poco male, perché è questo il terreno di gioco sul quale Extraomnes si esprime al meglio. Tanti agrumi, tanta secchezza, facilità di bevuta e un immenso potere rinfrescante e dissetante: una birra che tocca corde che mi stanno molto a cuore, e quindi non posso che soccombere.Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 279 15, scad. 30/04/2017, 3.30 Euro (foodstore, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Einstök Icelandic Toasted Porter

Ammetto di non conoscere affatto la scena brassicola islandese, ma immagino che qualcosa esista se nel 2015 Mikkeller ha deciso di aprire un bar nella capitale Reykjavík. Il database di Ratebeer, davvero utile in questi casi, indica undici realtà (birrifici, brewpub, beerfirm) operative in un isola dove vivono circa 300.000 persone. I californiani David Altshuler e  Jack Sichterman si recano nel 2010 in Islanda per un sopralluogo commerciale: desiderano lanciare un brand di lusso di acque minerali utilizzando il fascino dell’acqua islandese che proviene dai ghiacciai e scorre nei terreni lavici. Per l’operazione scelgono il partner Vífilfell, un importante distributore islandese nonché proprietario della Viking Olgerd, birrificio commerciale con sede ad Akureyri, un centinaio di chilometri a sud del circolo polare artico. A Sichterman, che ha alle spalle esperienze professionali con marchi come Miller e Tsingtao, viene l’idea di utilizzare l’acqua islandese anche per fare la birra; viene così creata la Einstök Ölgerð, una beerfirm che utilizza gli impianti della Viking. Creato il marchio, si tratta di reperire un birraio in grado di realizzare alcune ricette: il prescelto è Baldur Karason, islandese diplomato alla Heriot Watt University di Edimburgo. A ottobre 2011 debuttano sul mercato le prime tre Einstök:  una witbier (Icelandic White Ale), una Pale Ale e la Toasted Porter.Il marchio Einstök  (che in islandese significa “unico”)  è cresciuto sino ad arrivare ai 14.000 ettolitri prodotti nel 2015, il 64% dei quali destinati all’export: gli Stati Uniti la fanno da padrone, seguiti da Germania, Inghilterra e i paesi Baltici. Le statistiche dicono che Einstök è oggi il maggior esportatore islandese di bevande alcoliche, totalizzando il 64% del fatturato in quel segmento di mercato.La birra.Malti Lager, Monaco, Chocolate, luppoli bavaresi e aggiunta di una piccola quantità di caffè islandese sono gli ingredienti della ricetta di questa porter che arriva nel bicchiere vestita quasi di nero (ebano scurissimo) e indossa un compatto cappello di schiuma fine e cremosa, color cappuccino, dall'ottima persistenza. Il naso non è molto intenso ma pulito, con un'efficace semplicità fatta di tostature, caffè, mirtillo/ribes nero e un lieve tocco di cenere. Il percorso continua in linea retta al palato, in una porter dal corpo medio, poche bollicine e con una consistenza che, nel dilemma tra l'essere morbida o scorrevole, predilige questo secondo aspetto. Il gusto ha almeno un paio di marce in più dell'aroma per quel che riguarda l'intensità: il profilo è ricco di caffè e tostature, pane nero, con un sottofondo dolce di caramello. Molto in secondo piano cioccolato e mirtillo/frutti di bosco, ed un finale dominato dal caffè, con l'amaro intenso delle tostature che mantiene sempre una certa eleganza.  Nulla da eccepire sulla pulizia di questa porter costruita sul rigore e sulla semplicità, a dimostrazione che non sono necessari fuochi d'artificio o effetti speciali per realizzare una buona birra.Formato:  33 cl., alc. 6%, imbott. 25/06/2015, scad. 25/06/2017, 3.24 Euro (beershop, Germania)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton Rain Shadow

Arriva a marzo 2014 la massiccia imperial stout Rain Shadow di Buxton, birrificio del Derbyshire, alle porte del Peak District National Park,  fondato da Geoff Quinn nel 2009 e che vede attualmente in sala cottura il birraio  Colin Stronge,  ex Marble di Manchester e Black Isle (Scozia). La Rain Shadow ha avuto una gestazione di circa otto mesi nel 2013 sino ad arrivare alla sua versione definitiva; si tratta di una delle birre più alcoliche di Buxton e probabilmente una versione potenziata della Stronge Extra Stout (7.4%) la prima birra realizzata dal birraio Colin Stronge al suo arrivo a Buxton.  La sua prima versione toccava un ABV di 11.8%, superato solo dalla Sede Vacante (12%), un’altra imperial stout di Buxton; l’ABV è stato poi abbassato  al 10% per l’edizione 2015.La birra.La sua imponenza si manifesta già al momento di versarla nel bicchiere: splendidamente nera, densa come olio motore, con una bella testa di schiuma color cappuccino fine, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza.  A posteriori posso dire che non è l’aroma la caratteristica principale di questa birra: i profumi sono intensi  ma non c’è quella complessità e quella profondità che t’aspetteresti di trovare in una birra così importante. Un po’ di caffè e di tostature,  un tocco di cioccolato e di fruit cake: il tutto viene avvolto ed annaffiato da una decisa componente etilica che si fa sentire anche a diversi centimetri di distanza dal bicchiere. La sensazione palatale corrisponde invece perfettamente al suo aspetto: il corpo è pieno, la consistenza oleosa con una patina morbida e quasi setosa in superficie; poche bollicine per una bevuta avvolgente che accarezza l’intera cavità orale riscaldandola a più riprese.  Il gusto ripropone un percorso liquoroso nel quale trovano posto di nuovo caffè, tostature, cioccolato e fruit cake, con un velo di caramello dolce in sottofondo: la birra è potente, l’alcool è sempre presente a riscaldare obbligando ad un tranquillo sorseggiare che tuttavia non richiede particolari sforzi. Il finale regala qualche attimo di pausa per il palato grazie all’acidità dei malti scuri e alla luppolatura che aggiunge qualche nota amara resinosa prima dell’inevitabile retrogusto etilico, morbido, lungo e caldo che viene di nuovo accompagnato da caffè, cioccolato e tostature. Tanta roba in una birra che fa da sola serata, un'intensa compagna da dopocena capace di riscaldarvi in ogni centimetro del corpo: il livello di pulizia è molto buono, l’eleganza potrebbe essere migliore e viene un po’ messa in disparte dall’opulenza. Imperial Stout molto buona ma - almeno questa bottiglia 2014 - non al punto da risultare memorabile e non al livello delle migliori grandi Imperial Stout europee. Si fa invece ricordare, ahimè,  per il prezzo.Formato: 33 cl., alc. 11.8%, imbott. 09/03/2014, scad. 09/03/2024, 8.00 Euro (beershop, Italia)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Beerbliotek Session IPA Citra Motueka

Ci sono un australiano, un neozelandese, uno svedese ed un sudafricano: può sembrare l'inizio della solita barzelletta, ma qui si fa invece sul serio: Adam Norman, Richard Bull, Anders Hedlund e Darryl de Necker (seguendo l'ordine di nazionalità) fondano a Göteborg nel 2013 il microbirrificio Beerbliotek. Il nome scelto rimanda alla biblioteca ed è esplicativo della filosofia operativa del birrificio: in biblioteca si va per prendere libri a prestito, e solitamente si prende ogni volta un libro diverso, senza tornare su quelli già letti. Questo concetto viene applicato alla produzione delle birre: se non erro solamente una birra viene prodotta tutto l'anno,  la Pale Ale Bobek Citra, a soddisfare i requisiti per essere venduta tramite il  Systembolaget, monopolio di stato svedese.  Tutta la restante produzione è fatta di birre stagionali, occasionali e leggere varianti di altre birre prodotte, destinate all'export: i 410 ettolitri prodotti nel 2013, primo anno di vita del birrificio, sono stati fatti realizzando ben 36 birre diverse tra le quali dodici IPA in dieci mesi. Questa continua e assurda ricerca di novità asseconda i beergeeks ma anche il comportamento del birraio Adam Norman, il quale ammette di bere raramente la stessa birra più di una volta nei bar, perché ce ne sono sempre di nuove da provare. Lui e Richard Bull sono i proprietari del Café Doppio di Göteborg, dove due clienti abituali (Anders Hedlund e Darryl de Necker) si trovavano quasi tutte le mattine a bere il caffè e a parlare di birra: dalle appassionate conversazioni si passa all'acquisto di un Braumeister per fare la birra a casa e poi a quello di un impianto Brewfab che inaugura i birrificio di Sockerbruket 11 a Göteborg. Dal debutto di marzo 2013 con la Black Ale Chilli si è arrivati ai 1800 ettolitri del 2015, anno in cui si è concretizzata l'espansione in un secondo sito produttivo ad un solo chilometro di distanza, in Fotögatan 2. Chissà che in futuro uno dei due non venga destinato alla produzione di birre acide; in cantiere c'è anche l'apertura di un bar/pub dove i clienti potranno soddisfare la loro sete di novità.La birra.Dalla già vasta libreria di Beerbliotek ecco una Session IPA che debutta a fine 2014, in pieno inverno, per poi essere disponibile in lattina anche a partire dallo scorso marzo 2016: il suo nome, seguendo la prassi introdotta da The Kernel, altro birrificio inglese che ama sfornare novità, è dato semplicemente dai due luppoli utilizzati: l'americano Citra ed il neozelandese Motueka.Il suo colore opaco si colloca tra il dorato carico e l'arancio, con un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. L'aroma offre un bouquet goloso di frutta tropicale (soprattutto mango e passion fruit) al quale s'affianca la marmellata d'agrumi: una semplicità fatta di opulenza più che di finezza, ma se i mesi passati dalla messa in lattina sono effettivamente tre mi sarei aspettato una maggior fragranza/freschezza. In bocca la bevuta inizia senza sorprese: il corpo è ovviamente leggero, la carbonazione delicata a favorire il massimo della scorrevolezza con una consistenza acquosa che non scivola mai "nell'annacquato".  La base maltata (crackers) è quella strettamente necessaria a sostenere la generosa luppolatura che prima regala frutta dolce tropicale a richiamare in toto l'aroma e poi dispensa amaro (resina, vegetale, pompelmo) con generosità ma anche con giudizio, evitando di trasformare una birra molto leggere in una tisana verde o in un succo di frutta. L'intensità è senz'altro ottima per la modesta gradazione alcolica, e la chiusura è secca e abile nel rinfrescare il palato e renderlo subito bisognoso di un altro sorso; lasciano invece un po' a desiderare pulizia ed eleganza, che alla fine rendono questa Session IPA un po' grezza e con ampi margini di miglioramento.Formato: 33 cl., alc. 3.5%, scad. 24/11/2016, 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery – Modesta

L’appuntamento di maggio con HOMEBREWED!, lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe, vede il ritorno di Giacomo Savattieri da Caltagirone (CT) ed il suo birrificio casalingo chiamato, in onore del proprio cagnolino, Cavalier King Brewery. In chiusura di 2015 aveva assaggiato la sua stout Sweet Black Lady. In una zona della Sicilia dove purtroppo non ci sono molte opportunità di reperire birre di qualità, una possibile ""salvezza"" dalle birre industriali è stata per Giacomo iniziare a farsela da solo; la sua passione è nata cinque anni fa, dapprima con i soliti kit rapidamente rimpiazzati da produzioni All Grain. Negli ultimi anni anche la Sicilia, con un po' di ritardo rispetto ad altre regioni settentrionali, ha visto nascere molti nuovi microbirrifici e beerfirm che stanno portando una ventata di novità: speriamo che sia davvero l'inizio di una rivoluzione e che sempre più persone abbiano accesso alla birra di qualità. E, perché no, a sempre più persone venga voglia di provare l'avventura dell'homebrewing. “Modesta” è il nome dato alla primo tentativo di produrre un’American Pale Ale; Giacomo mi confessa la sua passione per le birre belghe e di non avere troppa dimestichezza con gli stili, e mi sembra che questa sua ammissione si sia poi concretizzata nella birra.  Ad ogni modo, qui non siamo ad un concorso e non si tratta di valutare l’aderenza allo stile; per chi si fa la birra in casa per uso personale conta soprattutto che sia buona da bere, e su questo punto non posso che essere d’accordo. La cosa che mi ha sorpreso, nella mia pressoché completa ignoranza sulle tecniche di produzione, è come Giacomo sia riuscito a tirare fuori una birra dal profilo belga utilizzando un lievito neutro come l’US-05: il resto della ricetta include malti Maris Otter, Vienna e Biscuit, luppoli Hallertau (immagino Hallertauer Mittelfrüh) e Cascade, quest’ultimo utilizzato anche per un modesto dry-hopping. All’aspetto è di colore arancio opaco, con qualche riflesso dorato: la schiuma biancastra è piuttosto esuberante, cremosa e abbastanza compatta, dalla lunghissima persistenza e rapidissima nel rigenerarsi agitando il bicchiere. L’aroma si sposta da subito in territorio europeo, evidenziando la speziatura del luppolo “nobile” e una lieve terrosità che accompagnano gli agrumi (polpa d’arancio, scorza di mandarino): non pensate però al classico pompelmo del Cascade, qui il profilo agrumato è continentale con il contributo degli esteri ad affiancare quello del luppolo. In sottofondo c'è anche qualche lieve sentore di erbe officinali. Dovrei definire la carbonazione troppo elevata per un'APA, ma spostandoci in territorio belga le bollicine sono quelle giuste per rendere vivacità e vitalità ad una birra dal corpo medio che scorre bene e solletica il palato ad ogni sorso. Al palato le note di biscotto e miele fungono da supporto a quanto anticipato dall'aroma: delicata spaziatura, polpa d'arancia per il dolce, abbondanza di scorza di limone, lime e pompelmo accompagnano verso l'amaro erbaceo e leggermente terroso del finale. La birra è molto secca, con un buon potere dissetante e rinfrescante e, considerando la gradazione alcolica, una notevole facilità di bevuta. Il risultato è una buona birra che a me ha richiamato senza dubbio la tradizione belga, in quel territorio di Farmhouse/Belgian Ale generosamente luppolate: l'intensità e pulizia sono ad un buon livello, mentre sull'eleganza devo fare alcune considerazioni. Nel caso di un'APA dovrei dire "migliorabile", mentre se penso ad una Farmhouse Ale trovo che la mancanza di una "precisione chirurgica" contribuisca a formare quel carattere ruspante e rustico che è uno degli aspetti fondamentali di quelle birre, e quindi in questo caso qualche leggera imperfezione è quasi un valore aggiunto.  Questa la  valutazione su scala BJCP:  36/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 7/10).  Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! E ricordate che la rubrica è aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!  Formato: 50 cl., alc. 6%, imbottigliata 01/2016.

Unibroue La Fin du Monde

André Dion e Serge Racine acquistano nel 1990 il 75% della Brasserie Massawippi di Lennoxville, Canada, che si trovava in difficoltà finanziarie arrivando poi al 100% l'anno successivo e creando contemporaneamente la società Unibroue. L'idea di Dion è di realizzare in Quebec quelle birre delle quali si era innamorato in Belgio: ad aiutarlo chiama come consulente il birraio fiammingo Gino Vantieghem per creare una linea di birre rifermentate in bottiglia. La prima nata è la Blanche de Chambly, una witbier che diventerà col tempo anche la Unibroue più popolare e venduta; il cantante e attore canadese Robert Charlebois se ne innamora e fa un'offerta per rilevare il birrificio, ma ottiene solamente un'importante quota societaria. Il suo investimento permette al birrificio di spostarsi nella nuova sede di Chambly, dove tutt'ora si  trova, e di iniziare un progressivo ma regolare piano di espansione. Nel 1999 al posto di Vantieghem arriva come consulente Paul Arnott, precedente collaboratore dei trappisti di Chimay. Nel 2003 viene assunto anche Jerry Vietz per iniziare la produzione di distillati, ma l'anno successivo la Unibroue viene acquistata dal birrificio canadese Sleeman, che si trova in Ontario. I birrofili francofoni del Quebec non sono entusiasti di sapere che il loro amato birrificio è ora di proprietà degli "odiati inglesi" dell'Ontario, ma la loro preoccupazione dura solo 24 mesi perché nell'ottobre del 2006 i giapponesi di Sapporo acquistano Sleeman per 400 milioni di dollari e quindi anche Unibroue. Nel frattempo il programma di distillati era stato soppresso e Jerry Vietz era stato nominato "head brewer", ruolo che ricopre ancora oggi. Sapporo è il più antico birrificio commerciale giapponese ancora attivo ed operante dal 1876, con oltre seicentomila ettolitri prodotti ogni anno; attualmente Unibroue ne produce invece 180.000.La birra.E' datato febbraio 1994 il debutto de La Fin du Monde: da allora  la tripel di Unibroue ha portato a casa una cinquantina di medaglie in svariati concorsi. Al di là del valore che questi premi hanno, si tratta della birra canadese più medaglietta in assoluto; secondo quanto dichiara il birraio Jerry Vietz viene prodotta utilizzando coriandolo e scorza d'arancia. Il nome fa riferimento al tempo in cui le Americhe erano ancora un territorio inesplorato dagli europei, i quali pensavano che il mondo finisse in mezzo all'oceano Atlantico.Nel bicchiere è perfettamente dorata, leggermente velata e forma un generoso e compatto cappello di schiuma bianchissima e cremosa, dall'ottima persistenza. L'ottimo aspetto trova immediata corrispondenza nell'aroma, pulitissimo e di buona intensità: c'è una delicata speziatura (coriandolo, forse chiodo di garofano) che avvolge i canditi, la polpa d'arancia, le note di pane e di miele, il curaçao, la frutta secca ed un accenno di banana. I profumi sono vivaci e queste sensazioni si travasano immediatamente al palato, con una carbonazione sostenuta che caratterizza tutta la bevuta, rendendola vitale e scattante; il corpo è medio. Il gusto riparte del dolce del miele e dello zucchero candito, per poi attraversare la frutta sciroppata (pesca, albicocca) e quella candita, il tutto avvolto da una leggerissima speziatura che richiama l'aroma. Non c'è di fatto amaro, ma c'è un'impressionante attenuazione che asciuga il palato lasciandolo quasi fresco: sembra quasi un controsenso, ma è una birra dal tenore alcolico elevato (9%) nascosto in modo surreale, con il risultato di una facilità di bevuta quasi paragonabile ad una "session beer"; c'è solamente un velo di tepore etilico nel retrogusto  di frutta sotto spirito e candita. Grandissimo equilibrio, eleganza e pulizia ineccepibili, una tripel sorprendente dove ogni cosa è al posto giusto. Una pericolosa arma a disposizione di chi vuole farvi ubriacare: fatevi qualche bicchiere senza che ve ne sia rivelata la gradazione alcolica e arriverete davvero "alla fine del mondo".Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 19, lotto F23150904Q B, imbott. 06/2015.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brouwerij Kees Export Porter 1750

Kees! Se questa parola non vi è nuova, avete ragione: Kees Bubberman, homebrewer dal 1996  e poi birraio per sette anni (2007-2014) presso il birrificio olandese Emelisse. Nell’autunno del 2014 ha presentato le sue dimissioni per mettersi in proprio, e non ci ha messo molto a partire. Acquistato il vecchio impianto da 25 hl dagli inglesi di Magic Rock e aggiunto sei fermentatori, a febbraio 2015 ha prodotto il primo lotto di East India Porter alla nuova Brouwerij Kees!, che si trova ad una ventina di chilometri di distanza da Emelisse ed ha un potenziale annuo di circa 1800 hl.In poco più di un anno d'attività Kees ha già alle spalle una trentina di etichette che includono un'inevitabile collaborazione con Magic Rock ed anche i primi invecchiamenti in botte. Al di là di questo, la gamma si compone di otto birre prodotte regolarmente: Double Rye IPA, Export Porter 1750, Peated Imperial Stout, East India Porter, Pale Ale Citra, Barley Wine, Just Another IPA, Session IPA, Mosaic Hop Explosion.La birra.Kees dichiara di essersi ispirato ad una ricetta inglese del 1750, un'interpretazione piuttosto personale visto che i luppoli utilizzati sono Fuggles e Sorachi Ace, quest'ultimo disponibile solo a partire dal 1984; l'elenco dei malti include invece Pale Ale, Caramel, Carafa 1 e Carafa 2.Nera, forma un dito circa di schiuma nocciola un po' scomposta e grossolana, poco persistente. Al naso, di scarsa intensità, annoto tostature, carne e pelle/cuoio, un lieve salmastro e, in sottofondo, cioccolato, vaniglia e un tocco di cenere: il bouquet è tutt'altro che goloso, anche se abbastanza pulito. La sua consistenza è piuttosto densa, quasi masticabile, con poche bollicine ed un corpo tra il medio ed il pieno: la scorrevolezza ne risente e sin dall'ingresso appare chiaro che questa è una birra che va sorseggiata lentamente. Il gusto picchia duro, monotono, con tostature intense circondate da caffè, liquirizia ed una discreta componente etilica; il dolce (caramello, uvetta) è ridotto ai minimi termini, mentre all'opposto l'acidità portata dai malti scuri è invece piuttosto marcata. Non c'è molto movimento, non ci sono emozioni: una Imperial Porter che martella dall'inizio alla fine battendo sugli stessi tasti, senza particolare eleganza e con un livello di pulizia ampiamente migliorabile. Rilevo anche una lieve nota salmastra che richiama quella dell'aroma. In internet leggo descrizioni molto diverse di questa birra e opinioni molto positive: in verità questa bottiglia è stata da me acquistata nel 2015 appena Kees ha aperto i battenti, e dovrebbe quindi trattarsi del primo lotto prodotto. Evidentemente il birraio ha successivamente corretto il tiro sistemando il necessario: mi ripropongo quindi di tornarla ad assaggiare alla prima occasione.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, IBU 108, lotto e scadenza non riportati, 5.19 Euro (beershop, Germania).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hop Valley Citrus Mistress

Contea di Lane, Oregon: verso la fine del diciannovesimo secolo in questa zona veniva prodotta la maggior parte di luppolo di tutto gli Stati Uniti. Il proibizionismo, alcuni parassiti e la concorrenza dei produttori dello stato di Washington ridussero il potere di questa regione che tuttavia oggi continua a produrre il 17% del totale dei luppoli statunitensi, ovvero il 5% del totale della produzione mondiale. Su questi terreni trova oggi sede la Hop Valley Brewery, aperta il 12 febbraio del 2009 a Springfield, un agglomerato urbano adiacente ad Eugene, capitale della Contea di Lane. Il birrificio è partito con un impianto da 17 ettolitri ed è rapidamente passato dai 1000 barili prodotti nel primo anno ai 4000 del 2012 che hanno reso necessario il trasloco nella nuova sede di Eugene, dove ha trovato posto un impianto da 70 hl che nel 2015 ha prodotto 12.000 barili: questo quartiere periferico chiamato Whitaker è stato rinominato il “Fermentation District” in quanto a poca distanza l’uno dall’altro si trovano birrifici (Ninkasi, Oakshire e Hop Valley) e diversi produttori di vino e distillati. Hop Valley Brewery  viene fondata  Trevor Howard, nativo di Eugene, assieme ad altri quattro soci: il padre Ron Howard, Charles Hare e  Jonas Kungys  (co-fondatori nel 2004 della Oregon Taxi, una delle maggiori compagnie dell’Oregon) e Jim Henslee. Il birraio Trevor, dopo l’homebrewing e gli studi di “Fermentation Science” alla  Oregon State University, ha lavorato alla  Pelican, alla Rogue (2004-2008) e alla Eugene City Brewery, collezionando con le proprie ricette una quarantina di premi in vari concorsi.La birra.Citrus Mistress è una IPA stagionale, suppongo disponibile solamente nei primi mesi dell'anno, prodotta con quattro diverse varietà di luppolo non dichiarate e scorza di pompelmo; l'utilizzo di agrumi o frutta in generale nella birra non è di certo una novità ma una tradizione piuttosto consolidata; più complicato risalire a chi abbia realizzato la prima IPA al pompelmo. Probabilmente nata da un'idea di alcuni homebrewers, ma il primo vero successo commerciale è quello della Ballast Point di San Diego che realizzò la versione Grapefruit della propria Sculpin IPA. Nel bicchiere si presenta tra il dorato e l'arancio, velato ma luminoso, con un bel cappello di schiuma leggermente biancastra cremosa e compatta, dall'ottima persistenza. La sua data di nascita risale al 10 gennaio scorso e i quattro mesi passati in bottiglia non sono di certo il massimo per uno stile che andrebbe bevuto il più fresco possibile. L'aroma in effetti non brilla di fresco, pur mantenendo una discreta intensità ed una buona pulizia: fedele al proprio nome, troviamo arancio, pompelmo, mandarino accompagnati da sentori floreali e da un accenno di frutta tropicale (ananas, mango).  Uno scenario simile dove la freschezza non è la caratteristica principale si ripropone anche al palato: i quattro mesi in bottiglia sono tanti ma non tantissimi, eppure non c'è quell'esplosione di frutta (agrumi) che t'aspetteresti. Dall'ingresso maltato di pane, biscotto e lieve caramello si passa subito ad un'amaro resinoso e vegetale, intenso ma privo di quella fragranza necessaria a renderlo leggero e pungente piuttosto che pesante e monotono; di agrumi rimane solo un lieve passaggio che richiama la marmellata, mentre dell'aromatizzazione al pompelmo si ha una debole traccia solo nel retrogusto. La sensazione palatale è gradevole, morbida e mediamente carbonata, ma è difficile esprimere un'opinione su una bottiglia invecchiata abbastanza precocemente:  si beve,  ci mancherebbe, con il piacere che cerca però di farsi strada tra la monotonia e la noia.Formato: 35.5 cl., alc. 6.5%, IBU 80, imbott. 10/01/2016, 4.50 Euro.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.