CRAK Hop Series HS25 Neipa: Loral, Citra, Amarillo, Mosaic

Eccoci ad un nuovo appuntamento con la HS – Hop Series del birrificio CR/AK che ha da poco spento la sua prima candelina festeggiando il Woodscrak 2017 al parco Fenice di Padova: due giorni (26-27 maggio) che hanno visto alle 38 spine alternarsi le birre di case assieme a quelle di ospiti come Brewski, Cigar City, Fyne Ales, Magic Rock, Hammer, Nogne Ø, Põhjala, Mastino e Birrificio Italiano.  La settimana precedente CR/AK aveva anche inaugurato la propria Taproom, aperta dal mercoledì alla domenica a partire dalle ore 17,30. La Hop Series – ricordo -  racchiude birre prodotte occasionalmente con un diverso mix di luppoli selezionando “i migliori a disposizione”. Oltre a data d’imbottigliamento e shelf-life corta,  CR/AK s’impegna a garantire la catena del freddo, ovvero a far sì  che la birra  “sia sempre refrigerata, da quando lascia il nostro birrificio fino alla vostra pinta”; la  serie fu inaugurata a giugno 2015 con una Hoppy Saison ed è poi continuata anche per tutto il 2016 con svariate declinazioni dello stile IPA (Session, Double).  Dalle HS8, HS9 e HS11 dello scorso settembre/ottobre si è rapidamente arrivati alla HS25 imbottigliata ad inizio maggio: questa HS è anche la prima New England IPA della serie, un sotto-stile che CRAK aveva già proposto ad inizio anno collaborando assieme a Nogne Ø utilizzando Citra, Galaxy ed Ekuanot e ad aprile "in solitudine" con Citra, Mosaic e Motueka. Per la HS25 NEIPA, nata lo scorso 5 maggio e rapidamente esaurita, vengono selezionati Citra, Amarillo, Mosaic e Loral, quest’ultimo una nuova varietà lanciata commercialmente nel 2016 dalla Hop Breeding Company: precedentemente nota con il nome sperimentale HBC 291, viene definita come l’incontro tra “vecchio e nuovo mondo”, unendo alle  note speziate, floreali e terrose dei luppoli “nobili” europei quelle fruttate dei luppoli americani. L’avevamo già incontrato nella Duvel Tripel Hop 2016  e, ancora prima, nella Sierra Nevada Harvest Single Hop IPA Yakima #291.La birra.Il suo colore rientra perfettamente nel capitolato delle New England / Juicy IPA: arancio pallido, torbido, simile ad un succo di frutta e una testa di schiuma bianca un po’ scomposta e poco persistente. Il cocktail di frutta aromatico comprende ananas, arancia dolce e mandarino, mango e pesca gialla, qualche accenno di fragola e bubble gum: l’intensità non è esplosiva ma c’è pulizia ed anche un po’ di quell’eleganza che spesso latita in queste “birre succo di frutta”.  La sensazione palatale è ottima, morbida e leggermente cremosa, poche bollicine, corpo medio e nessun intoppo nella scorrevolezza.  Il gusto ripropone la frutta dell’aroma con una maggior enfasi su mango, ananas e pesca:  l’amaro è davvero ridotto ai minimi termini e, probabilmente per questo, non percepisco quel leggero “raschiare” finale presente nelle  precedenti NEIPA di CR/AK. La HS25  è un po’ meno secca di quelle che l’hanno preceduta, con la bevuta che risulta forse un po’ meno agile: anche stavolta mi sembra che si sia comunque fatto un ulteriore passo in avanti per migliorare pulizia ed eleganza, caratteristiche che sembrano non facili da ottenere in queste birre. Alcool come sempre molto ben nascosto, birra molto soddisfacente con le solite raccomandazioni per chi non conosce le New England /Juicy IPA:  il confine con un succo di frutta è molto labile.Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 05/05/2017, scad. 05/08/2017, prezzo indicativo 5.50/6.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Alefarm Funk Orchard Saison

In Danimarca continuano a nascere interessanti nuovi birrifici ed Alefarm Brewing è uno di questi. Andreas Skytt Larsen ammette di dover essere riconoscente a Mikkeller, le cui birre gli fecero scoprire un mondo diverso dalle anonime lager industriali: le imparò a conoscere all’Ørsted Ølbar di Copenhagen, nel 2010, e da quel momento tutto cambiò. Da avido consumatore Andreas iniziò a lavorare dietro ad un bancone ed a cimentarsi con l’homebrewing e nel 2014 vinse un concorso al Mikkeller Bar Viktoriagade che si tenne durante la  Copenhagen Beer Celebration. Le sue IPA racimolarono premi in altre competizioni e a febbraio 2015, ormai fiducioso delle proprie possibilità, fondò la beerfirm Alefarm appoggiandosi agli impianti del birrificio Det Våde Får di Helsinge. Nonostante le medaglie ai concorsi siano arrivate grazie alla IPA, Andreas confessa che l’Orval è la birra che si porterebbe su di un’isola deserta e la sua più grande influenza brassicola è Shaun Hill del birrificio Hill Farmstead. Alefarm non ha infatti ambizioni di diventare “grande” ma di concentrarsi nella produzione di piccoli lotti di saison/farmhouse ale l'utilizo di lieviti selvaggi e batteri, aggiungendo frutta, invecchiandole in botte, realizzando blend.  Il debutto come beerfirm avviene a giugno 2015 con Favorite Pastime, una American Pale Ale “rustica” prodotta con avena, frumento e un generoso dry-hopping di luppoli americani. A gennaio 2016  Alefarm diventa un birrificio vero e proprio con la messa in funzione di un piccolo impianto a Køge, un comune che si trova quaranta chilometri a sud di Copenhagen: si parte con una capacità iniziale di ducento litri a cotta che, se non erro, è stata poi successivamente incrementata a 1500. La birra.Funk Orchard è un’altra delle prime birre prodotte da Alefarm: fermentata con due diversi ceppi di lievito saison, brettanomiceti e batteri, dry-hopping di Citra.Si presenta di colore dorato leggermente velato ed una cremosa testa di bianca schiuma che tuttavia scompare abbastanza velocemente; funky e frutta convivono in un aroma molto pulito nel quale alla fine sembra predominare il carattere elegante su quello rustico. Sudore e cuoio, granaio, ananas e mango, qualche ricordo di agrumi. Al palato si sente molto la mancanza di bollicine, davvero troppo poche: la birra scorre bene ma le manca quella vitalità, quel carattere ruspante che una carbonazione più elevata avrebbe senz’altro fatto risaltare maggiormente. C’è molta frutta, al dolce del tropicale s’aggiunge l’asprezza della mela e dell’uva acerba, del limone, confinando però la componente rustica un po’ troppo in sottofondo mentre una moderata acidità rende la bevuta molto rinfrescante e dissetante. Il risultato è assolutamente godibile e l’alcool (7%) è molto ben nascosto anche se non c’è molta profondità in una birra che sbandiera l’utilizzo di diversi ceppi di lievito e batteri: alla fine questa Funk Orchard risulta più piaciona e “patinata” che autenticamente  funky/farmhouse/rustica. Una birra sicuramente interessante ma ancora un po’ incompiuta, comunque promettente. Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 52, scad. 01/05/2021, prezzo indiativo 17.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

O’so Night Train (Night Rain) Porter

O'so Brewing, il cui nome è l’abbreviazione di “oh so good”, è un birrificio che nasce nel luglio del 2008 a Plover, villaggio da 12000 abitanti nel bel mezzo del Wisconsin; lo fondano Marc Buttera assieme alla moglie Katina e al socio Bart Peterson. Marc viene introdotto all’homebrewing ai tempi del college da un vicino di casa; nello stesso periodo s’innamora della compagna di scuola Katina e i due diventano genitori a diciassette anni; dopo aver terminato il college si spostano per un breve periodo nel Tennessee dove Marc  sfrutta il suo diploma di disegnatore tecnico iniziando a lavorare per una fonderia ma la nostalgia di casa li riporta nel nativo Wisconsin. In aggiunta ai loro lavori, Marc e Katina aprono assieme a Bart Peterson un piccolo negozio per homebrewing chiamato Point Brew Supply: gli affari vanno piuttosto bene e dopo alcuni traslochi in locali sempre più grandi, al negozio viene affiancato il birrificio O’so che col suo impianto da 10 hl arriva a produrre circa 410 ettolitri  nel primo anno di vita per poi quadruplicarli nel 2009. Nel 2013 si rende necessario il trasloco dei locali più spaziosi nel Park Village di Plonder, dove il birrificio si trova tutt’ora; nel 2015 arriva anche la prima medaglia d’oro al Great American Beer Festival nella categoria 2 “American-Style Wheat Beer”  con la birra The Big O. Attualmente il birrificio sta continuando un piano d’espansione triennale che, grazie all’aggiunta di nuovi fermentatori, dovrebbe aumentare la produzione annuale sino a 9000 ettolitri. In sala cottura ci sono attualmente i birrai James Vokoun e Mark Spilker.La birra.Night Train è il nome scelto per una Robust Porter che O’so produce sin dal 2008; la bottiglia che vado a stappare è tuttavia una delle ultime rimaste con questo nome. A settembre 2015 il birrificio ha infatti annunciato di essere stato costretto a rinominarla Night Rain a causa delle minacce di azioni legali da parte di un produttore di vini californiano (la E&J Gallo Winery, pare) che vendeva un vino chiamato  Night Train Express. Il nuovo nome fu scelto tra quello proposti da un sondaggio on-line al quale parteciparono oltre 700 persone: Night Rain mostra un'assonanza quasi identica al nome originale della birra. Al birrificio fu concesso di poter utilizzare il vecchio nome sino ad esaurimento delle etichette che erano già state stampate. Non è quindi una bottiglia “fresca” quella che mi accingo a stampare: alle sue spalle almeno un anno abbondante di vita.Il suo colore nero ricorda, come annuncia il birrificio, il carbone che per anni ha alimentato le locomotive dei treni: la schiuma è abbastanza fine e cremosa, con una buona persistenza. L’aroma è piuttosto pulito e mette in mostra un buon livello d’intensità e complessità: pane tostato, caffè d’orzo, toffee, prugna e frutta secca, cioccolato al latte, accenni di fruit cake.  A dispetto di una discreta gradazione alcolica (7%) è una porter che in bocca scorre con grande facilità senza trascurare la sensazione palatale che evidenza qualche accenno morbido/cremoso: il gusto prosegue il percorso dell’aroma e delinea una bevuta molto bilanciata tra il dolce di caramello, liquirizia e prugna disidratata e l’amaro delle tostature, del cioccolato e del caffè. L’amaro aumenta leggermente d’intensità nel finale, grazie all’apporto terroso del luppolo, a cui fa seguito un retrogusto timidamente riscaldato da un po’ di frutta sotto spirito. Molto accessibile, pulita, bilanciata e intensa questa Night Train / Night Rain di O’so:  non ci sono fuochi d’artificio ma tanta concretezza. Una bella sorpresa.Formato: 35,5 cl., alc. 7%, IBU 49, lotto e scadenza non riportato, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Eastside Brewing: Route 148 & Spring Break

Nuovo appuntamento con Eastside Brewing, birrificio laziale (Latina)  fondato nel 2013 da Luciano Landolfi, Tommaso Marchionne, Alessio Maurizi, Cristiano Lucarini e Fabio Muzio. La loro storia ve l’avevo raccontata dettagliatamente in questa occasione; il birraio è Luciano il quale riesce ancora a coniugare gli impegni in birrificio con il suo lavoro quotidiano altrove: nel concreto questo “stakanovismo” si traduce nel recarsi in birrificio alla sera e ogni weekend.  Dopo Sera Nera e Sunny Side, Soul Kiss e Sweet Earth, Bear Away e Bere Nice, tocca oggi a due birre particolarmente adatte ai mesi dell’anno in cui il caldo inizia a farsi sentire. Partiamo dalla Sun Stroke, una delle ultime entrate nella categoria delle “birre classiche” che Eastside produce tutto l’anno: Blonde/Golden Ale nella predomina il luppolo americano Citra affiancato dallo sloveno Styrian Cardinal. Non aspettatevi tuttavia una bevuta luppolocentrica perché nelle intenzioni del birrificio questa è una sorta di birra “entry level”, semplice e da poter proporre a chiunque, magari anche a chi sino ad ora ha sempre bevuto le lager che si trovano sugli scaffali dei supermercati. Il nome scelto è un omaggio alla strada regionale 148 Pontina che collega Roma a Latina, con il Colosseo e la palude pontina che in etichetta sono simbolicamente uniti dalla stretta di due mani. Nel bicchiere è dorata e velata e forma una buona testa di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza: l’aroma è pulito e elegante, con delicati profumi di agrumi, miele millefiori, floreali, pane. Delicatamente carbonata, scorre con la facilità che una birra di questo tipo dovrebbe sempre avere: alla delicatezza dei malti (crackers, pane, un tocco di miele) fanno seguito gli agrumi e la pesca, mentre il finale delicatamente amaro e erbaceo è corto e secco in modo da lasciare il palato sempre ben pulito e già desideroso di un nuovo sorso. Una birra che fa delle semplicità (attenzione a non confondere con banalità)  e della facilità di bevuta il suo punto di forza senza però rinunciare all’intensità dei sapori: pulizia, eleganza e fragranza, a mio parere caratteristiche fondamentali in queste birre, ci sono.  Una (quasi) session beer che vi può stare accanto per tutta la serata facendovi silenziosa compagnia senza mai stancarvi.Spring Break come il nome indica è invece una birra che arriva ogni anno assieme alla primavera: è un’American Wheat alla quale vengono aggiunti trenta chili di kumquat tagliati in pezzi e privati dei semi: dieci a fine bollitura e venti in dry hopping. Viene utilizzato un ceppo di lievito americano ma per rendere ben luppolata questa birra di frumento ci si avvale di luppoli continentali: Mandarina Bavaria, Hallertau Blanc e Huell Melon in uguali proporzioni sia in bollitura che in dry-hopping. In etichetta viene raffigurato il passaggio dal bianco e nero delle giornate invernali al verde della primavera.  Il suo colore è dorato e sormontato da una generosa testa di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Il naso non è particolarmente intenso ma evidenza un buon livello di pulizia nel quale spiccano ovviamente gli agrumi, con il kumquat (mandarino cinese, per i profani) in evidenza. L’accompagna qualche nota floreale, ma la scelta di un lievito neutro per valorizzare al massimo l’agrume secondo me penalizza un po’ la ricchezza e l’espressività dell’aroma. Vivaci bollicine accompagnano una birra che scorre senza nessun intoppo ricalcando il percorso aromatico: i malti non levano spazio a quegli agrumi che occupano la maggior parte della bevuta, mantenendo l’equilibrio che caratterizza tutte le produzioni del birrificio di Latina. Quella leggera acidità donata dal frumento che manca un po' al naso è invece fondamentale in bocca per aumentare il potere dissetante e rinfrescante di una birra che chiude con un amaro molto delicato e lievemente terroso. Pulita e ben fatta, Spring Break nasce con la primavera ma si adatta anche ai mesi successivi nei quali il caldo si fa maggiormente sentire: non a caso il birrificio la consiglia per accompagnare piatti di pesce, insalate estive e formaggi freschi come la mozzarella.Ringrazio il birrificio per avermi inviato le due bottiglie da assaggiare.Nel dettaglio:Route 148, 75 cl., alc. 5%, IBU 12, lotto 06 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop) Spring Break: 33 cl., alc. 5.2%, IBU 16, lotto 01 17, scad. 03/2018, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Meantime London Pale Ale

15 luglio 2015: è questa la data in cui viene dato l’annuncio dell’acquisto del birrificio londinese Meantime da parte della multinazionale SAB Miller. Le cifre dell’accordo non vengono inizialmente rivelate e le discussioni sul web sono come al solito animate dalle rassicurazioni da parte del birrificio che “nulla cambierà”, che “non si tratta di una vendita ma di una partnership”. Alcune voci parlavano di una cifra che oscillava tra i 30 e i 50 milioni di sterline, ma a luglio 2016 venne rivelato che in realtà SAB Miller pagò ben 120 milioni per acquistare un birrificio che nel 2014 aveva generato un utile di 1,5 milioni a fronte di un fatturato di circa 17 milioni. Congratulazioni ad Alastair Hook che nel 1999 aveva fondato la Meantime Brewing Company a Charlton (Londra) racimolando 500.000 sterline da famigliari ed amici; nel 2007 aveva raccolto un altro mezzo milione per installare una moderna linea d’imbottigliamento e nel 2010 con altri due milioni  200.000 sterline aveva inaugurato la nuova sede di Greenwich che avrebbe permesso di produrre sino a 100.000 ettolitri l’anno. Nel 2011 l’ex direttore generale della SAB Miller inglese Nick Miller aveva affiancato Hook nella gestione di una società che cresceva anno dopo anno arrivando a toccare gli 80.000 ettolitri del 2014. L’arrivo di Miller non è casuale e, come racconta Martyn Cornell, Meantime stava già da allora pensando “in grande”, si trattava solamente di scegliere il "come": crowd-funding, banche, investitori privati o grande multinazionale?  Miller non ci ha messo molto a riallacciare i ponti con il suo vecchio datore di lavoro rendendo così economicamente felice quella sessantina d’azionisti che la Meantime l’avevano vista nascere dal nulla. Si fa tuttavia presto a dire “niente cambierà” e “partnership”: quando qualcuno spende centinaia di milioni per acquistarti e il tuo birrificio diventa semplicemente un marchio in un vasto portafoglio. Non c’è romanticismo, è solo business e chi ti ha comprato dispone di te come meglio crede: due mesi dopo la cessione alla Meantime furono costretti ad ammettere che “occasionalmente” alcuni lotti della London Lager erano stati mescolati con altri lotti prodotti presso gli impianti del birrificio Grolsch in Olanda, di proprietà di SAB Miller. Non proprio il massimo per una birra chiamata "London". Un’operazione necessaria per soddisfare le richieste del mercato e svoltasi – assicurano alla Meantime  - rispettando esattamente le ricetta originale e le sue caratteristiche organolettiche nei minimi dettagli. 10 ottobre 2016: dopo alcune settimane di trattative viene finalmente ufficializzato l’acquisto da parte di AB-InBev della maggioranza azionaria del rivale SAB Miller  per la modica cifra di 78 miliardi di sterline. Il risultato è un megagruppo dal fatturato annuo di 55 miliardi di dollari e capace di controllare il 30% del mercato della birra mondiale attraverso quattrocento marchi; per avere tuttavia l’approvazione dell’antitrust britannico la neonata società ha dovuto “sacrificare” alcuni marchi posseduti da SAB Miller: Peroni, Grolsch e Meantime sono stati ceduti alla giapponese Asahi per una cifra che si aggirerebbe intorno ai 400 miliardi di yen (ovvero circa tre miliardi di euro).La birraMeantime London Pale Ale: la ritrovo dopo quasi sei anni in un formato ridotto a trentatrè centilitri, quello che hanno ormai adottato quasi tutti i birrifici “craft” inglesi. Meantime non è oggi più craft ma in un certo senso la promessa del “niente cambierà” è stata mantenuta: la trovavo abbastanza anonima sei anni fa, la trovo uguale - forse un po' peggiorata - oggi. I luppoli utilizzati per questa American Pale Ale sono Cascade, Centennial ed il britannico East Kent Goldings.Il suo colore è limpido e si colloca tra l'oro carico ed il ramato e nel bicchiere forma una testa di schiuma leggermente "sporca" e abbastanza compatta ma non molto persistente. Nonostante il lotto produttivo mi faccia pensare ad una bottiglia nata lo scorso marzo, la fragranza non è la caratteristica principale di un naso che presenta profumi terrosi, biscottati e caramellati, di marmellata d'arancia e una lieve presenza metallica e di cartone bagnato. Il gusto lo ricalca quasi fedelmente riducendo ai minimi termini la componente fruttata: da biscotto e caramello si passa direttamente ad un amaro terroso ed erbaceo di discreta intensità che tuttavia pecca gravemente di eleganza. Una lieve astringenza conclude una birra piuttosto modesta che  scivola rapidamente nell'oblio: monocorde, piatta, poco profumata e poco elegante.Formato 33 cl., alc. 4.3%, lotto 170673, scad. 08/03/2018, prezzo indicativo 2.50 euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

O/O Narangi

Stigbergets è uno dei nomi caldi sulle taplist dei locali e sugli scaffali dei beershop di tutta Europa: l’avevamo conosciuto in questa occasione. Il birrificio Svedese è tra quelli che meglio hanno interpretato l’hype per le New England / Juicy IPA guadagnandosi grande popolarità tra i beergeeks ed i beer-raters con Amazing Haze, Gbg Beer Week 2016 e l’ultima nata Muddle. La mano è quella del birraio Olle Andersson, recultato nel 2013 a guidare un impianto acquistato dai proprietari del teatro Hagabion di Göteborg e destinato inizialmente a servirne principalmente il ristorante.  Gli affari sono andati poi meglio del previsto e nel 2016 è stato necessario passare ad un nuovo impianto da 20 hl che ha consentito nel 2016 di produrre 400.000 litri; Nils Hultkrantz, uno dei proprietari, ha già annunciato che presto il birrificio si sposterà nel sobborgo di Ringön dove avrà a disposizione spazio per altri fermentatori e una nuova linea d’imbottigliamento per raggiungere l’obiettivo di  800.000 litri entro le fine del 2018. Ma la novità più interessante che arriva da Göteborg riguarda proprio il birraio Olle Andersson, titolare anche della beerfirm O/O Brewing assieme all’amico d’infanzia  Olof Andersson:  O/O produce dal 2011 sugli impianti di Stigbergets ma, come annunciato alla fine di aprile, diventerà un birrificio.  L’apertura è prevista per l’autunno ad Hisingen, vicino all’aeroporto, e in quel periodo Andersson si congederà da Stigbergets lasciando il posto ai birrai Lucas Monryd e Andreas Görts, attualmente titolari della beerfirm All In Brewing che si appoggia a vari produttori svedesi.  Nei progetti dei due soci Andersson (Olof risiede e lavora nel marketing nella vicina Copenhagen e farà il pendolare) c’è l’obiettivo di produrre circa 100-150.000 litri entro la fine del 2018 con l’impianto da 20 hl.La birra.Narangi, ovvero arancia in hindi:  la minimale etichetta è opera dello studio Lundgren+Lindqvist di Göteborg che da sempre cura l’identità visiva di O/O. L’opera si chiama “Orange Bindi” ma la ricetta non prevede l’utilizzo di nessuna arancia: l’effetto frutta proviene dalla generosa luppolatura di Mosaic supportato da Citra e Columbus. Non è dichiaratamente una New England/Juicy IPA ma il suo colore arancio pallido è ugualmente opalescente; la schiuma bianca, generosa, cremosa e compatta, mostra un’ottima persistenza. L’aroma predilige pulizia ed eleganza a livelli d’intensità esplosivi che a volte sconfinano nella cafoneria. Coerentemente con il nome scelto, il palcoscenico è tutto per gli agrumi senza concessioni tropicali: arancia, mandarino, cedro e pompelmo con un tocco “dank” in sottofondo. La frutta è prevalentemente “fresca” ma c’è anche una dolce allusione ai canditi. Un velo di tropicale (ananas) si ritrova invece in bocca ad accompagnare l’altrettanto leggera base maltata (pane, crackers): brevi divagazioni di una bevuta che procede poi ad alta velocità in territorio agrumato sfociando in un finale amaro, per nulla invasivo e quasi delicato, dove s’intrecciano note erbacce, resinose e zesty.  Secca, pulitissima, elegante e molto ben bilanciata: Narangi è una IPA che nasconde bene il suo contenuto alcolico scomparendo dal bicchiere molto in fretta. Lontana da qualsiasi estremismo, regala una bevuta semplice e piacevolmente fruttata, moderatamene piaciona, dalla grande intensità. Livello molto alto.Formato; 33 cl., alc. 6.8%, lotto non indicato, scadenza 19/08/2017, prezzo indicativo 6.50/7.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Cloudwater DIPA V13

Cloudwater è indubbiamente uno dei nomi più chiacchierati tra i beergeeks del Regno Unito e non solo.  A fondare questo birrificio che si trova ad Ancoats, quartiere periferico di Manchester non lontano dal centro e raggiungibile con una camminata di un quarto d’ora dalla stazione dei treni di Piccadilly, sono Paul Jones e James Campbell. Jones non ha nessuna esperienza con la birra, a parte qualche trascorso nel campo della ristorazione, si è sempre occupato di musica e stava per aprire uno studio di registrazione prima di incontrare James Campbell. James è stato per molti anni il birraio della Marble di Manchester, lasciata nel 2013 con  il desiderio di mettersi in proprio: coinvolto inizialmente da Jones come consulente esterno, un ruolo che già svolgeva per altri birrifici, viene poi convinto a  diventare socio. I due si siedono ad un tavolo per elaborare un dettagliato business plan la cui realizzazione impiegherà quasi un anno, dalla scelta della location a quella dell’impianto da 24 ettolitri fornito dalla Premier Stainless di San Diego.  Seguendo il consiglio di altri birrai inglesi, che si sono trovati dopo pochi mesi con un impianto incapace di soddisfare tutta la richiesta dei clienti, Jones e Campbell decidono di partire da subito “abbastanza in grande” sistemandosi in locali la cui capienza potrebbe un giorno consentire di raddoppiare le dimensioni dell’impianto, di ospitare una bella taproom e una cantina con quasi cinquecento botti. A loro si aggiungono altri amici: Al Wall, ex-homebrewer e una lunga esperienza nella gestione di cantine e di bar (Port Street Beer House, Brew Dog Manchester, The Salutation, Deaf Institute e  Sand Bar), Will France anche lui ex-manager dei locali The Beagle e Port Street Beer House e una esperienza di un anno come birraio al birrificio Summer Wine. In un secondo momento viene assunta anche Emma Cole, ex-responsabile commerciale di BrewDog per il Regno Unito settentrionale. Cloudwater, ovvero “To drift like clouds and flow like water”: “volevo qualcosa che non fosse legato a Manchester, nessuno di noi è nato qui. Il nome proviene da un antico poema che parla della vita e della filosofia degli unsui, i giovani monaci buddisti che viaggiano di monastero in monastero alla ricerca del maestro giusto col quale studiare. Vagano come le nuvole, cercano la loro strada come fa l’acqua. E‘ una filosofia di vita che rappresenta anche il nostro approccio alla birra - dice Jones – non abbiamo un range di birre fisse, facciamo soltanto birre stagionali e in questo senso anche noi viaggiamo e vaghiamo per imparare. Nel 2016 abbiamo fatto le birre del 2016 ma finito l’anno si ricomincia da capo: le rifaremo in modo diverso per migliorarle o non le rifaremo più; vogliamo guardare avanti, non indietro. La stagionalità ci entusiasma e ci permette di meglio gestire la diversa qualità delle materie prime  a disposizione, anche se spesso ci complica la vita. Ogni volta una nuova ricetta, una nuova etichetta realizzata da un nuovo artista”. Cloudwater vende la sua prima birra a marzo 2015 e a inizio 2016 il popolo di Ratebeer già lo incorona come miglior “nuovo” birrificio inglese, nonostante Jones ammette che “alle nostre prime birre davamo un voto medio di 5/10; alcune erano migliori, altre peggiori”. Ma è solo un piccolo anticipo di quello che i beer-raters proclamano lo scorso gennaio, in relazione al 2016: Cloudwater è tra i dieci miglior birrifici al mondo. Nello stesso mese il birrificio annuncia la sostituzione delle bottiglie con le lattine grazie alla messa in funzione della nuova ABE Lincan 60. Tra le birre che hanno contribuito al successo ci sono ovviamente le IPA: "le nostre birre luppolate all’inizio erano molto amare, il gusto era molto diverso dall’aroma; a partire dall’ottobre 2015 abbiamo cominciato a ridurre l’amaro e iniziato a lavorare con diversi ceppi di lievito anziché usare i lieviti neutri che non impartiscono nessun sapore alla birra. E’ quello che abbiamo apprezzato nelle birre dei birrifici del Vermont come Hill Farmstead, The Alchemist, Lawson's.  Le IPA della West Coast cercano di annullare il lievito e bilanciano i luppoli con i malti: noi volevamo invece una struttura maltata semplicissima, non ci piacciono i malti caramellati. Abbiamo cercato progressivamente di rendere le nostre birre sempre più fruttate e meno amare, ed è un cambiamento ancora in corso". La serie della DIPA (Double IPA) che ha permesso a Cloudwater di scalare le classifiche del beer-rating inizia a gennaio 2016 con l’arrivo della DIPA V1.0: nella filosofia del birrificio, che non intende avere birre in produzione fissa, la “versione 1.0” è solamente il primo capitolo di una “saga” che e si conclude lo scorso marzo 2017 con la DIPA V13. Tredici birre diverse, con cadenza quasi mensile, che sperimentano l’utilizzo di diversi ceppi di lievito e di luppoli e le loro differenti combinazioni: la V13 conclude questa serie ma non quella delle DIPA; Cloudwater ne ha infatti da poco annunciato la “riorganizzazione” in tre grandi famiglie che si alterneranno nel corso dei mesi. Le  NW DIPA saranno prodotte con il lievito WLP4000 fornito dai vicini di casa della JW Lees; le IIPA utilizzeranno invece il WLP001, più neutro e “pulito”, mentre le NE DIPA saranno ovviamente la variante più “juicy/fruttata” grazie anche agli esteri prodotti dai lieviti WLP4000 e 095.La birra.L'ultima DIPA di Cloudwater porta il numero V13 ed è una rielaborazione di quella Birthday IPA che il birrificio realizzò lo scorso febbraio per i festeggiamenti del proprio secondo compleanno. La ricetta prevede malto Golden Promise e avena (14%), destrosio monodirato, estratto di luppolo Pilgrim per l’amaro ed un massiccio dry-hopping  (25 grammi/litro) di Citra (BBC) e Mosaic; i llievito è un mix (50/50) di due ceppi, ovvero WSP4000 e 4786 di JW Lees. Chi segue il beer-rating/Ratebeer sappia che questa DIPA V13 si trova attualmente al 7 posto tra le migliori Double IPA al mondo grazie al significativo giudizio di ben 116 utenti… ma è già incalzata dalla sua nuova versione chiamata NW DIPA Citra, uscita a inizio maggio e spinta da 80 votanti sino alla posizione numero 9. Il suo colore rispetto il protocollo New England/Cloudy/Juicy: nel bicchiere è un torbido succo di frutta arancione ma la schiuma biancastra, anche se un po’ scomposta, mostra una persistenza piuttosto buona per questo tipo di birre. Questa lattina è nata lo scorso 28 marzo e il birrificio la fa scadere a fine maggio: appena due mesi di vita per un tipo di birre che – per stessa ammissione di chi la produce – hanno un rapido decadimento anche se tenute sempre in frigorifero e andrebbero consumate entro le prime quattro settimane. A voler essere rompiscatole in effetti l’aroma non è già più un trionfo di freschezza ma regala comunque un bouquet gradevolissimo, succoso ed intenso anche se non particolarmente complesso: mango e ananas in primo piano, arancia e bubblegum nelle retrovie con un buon livello di eleganza per lo stile. La sensazione palatale è gradevolissima: è una DIPA da 9 gradi poco carbonata che scorre morbida e veloce, nascondendo il suo tenore alcolico in modo mostruoso. Il gusto non prevede malti (c’è giusto un velo di pane in sottofondo) e si rivela di fatto un succo di frutta basato sull’accoppiata mango-ananas e lasciando al bevitore la fantasia d’indovinare altre divagazioni del tema tropicale. L’amaro è a livelli davvero molto bassi, compare solo un tocco erbaceo/resinoso a fine corsa che, probabilmente grazie alla sua modesta intensità, non provoca quel “raschiamento” che ho riscontrato in altre New England IPA europee.  Secchissima, si beve quasi come una session beer e garantendone lo stesso effetto dissetante e rinfrescante. Ha perso già un po’ di smalto ma la DIPA V13 di Cloudwater è probabilmente la miglior esponente di questo sottostile che mi sia capitato di bere sino ad ora: non priva di una certa eleganza, è una birra/ succo tropicale che si beve quasi con la facilità di un succo tropicale. Formato: 44 cl., alc. 9%, imbott. 28/03/2017, scad. 05/2017, prezzo indicative 10.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Foglie d’Erba Hot Night at the Village (Breakfast Edition)

Le “notti calde” sono quelle del Villaggio della Birra 2013, classico appuntamento di inizio settembre al quale ogni appassionato di birra non dovrebbe mancare; la cornice a quel tempo era ancora lo spazio interno ed esterno del TNT Pub di Bibbiano (Buonconvento, Siena) mentre le ultime edizioni del festival si sono tenute in un ben più suggestivo antico fienile con casale annesso. Nel 2013 andava in onda l’edizione numero otto iniziata come di consueto con il Pre-Villagio del venerdì e conclusasi domenica 8 settembre; un’edizione da ricordare in quanto per la prima volta il villaggio aprì le sue porte anche a birrifici di altre nazioni, anziché restare ancorato allo storico binomio Italia-Belgio. La nostra nazione fu rappresentata da Birrificio del Ducato, Birrificio Olmaia, Loverbeer, Extraomnes, Foglie d’Erba, Barley e Toccalmatto; dal Belgio arrivarono Boelens, Den Hopperd, Het Sas, Cazeau, De Ranke, Janus, Dochter Van de Korenaar, Rulles, De la Senne, Glazen Toren, Hof Ten Dormaal, Kerkom, Hofbrouwerijke, De Leite,  e Den Triest;  gli ospiti dal “nord Europa” furono Emelisse (Olanda), Nøgne Ø e Haandbryggeriet (Norvegia), Magic Rock (Inghilterra). Il birrificio Foglie d’Erba realizzò per l’occasione una birra celebrativa chiamandola Hot Night at the Village, una brown porter  (5%) destinata a “scaldare” ulteriormente le già roventi notti del Villaggio della Birra. Da quella birra, che ottenne anche la medaglia d’oro al Brussels Beer Challenge dello stesso anno, ne derivò nel 2015 una versione più ricca ed alcolica (7.5%) chiamata Breakfast Edition. Cacao puro e bacche di vaniglia del Madagascar vennero aggiunte alla stessa ricetta composta da malti Pale, Brown, Chocolate e Crystal, luppoli Tettnanger, Mandarina Bavaria, Styrian Golding e Centennial. Nell'edizione 2015 di Birra dell'Anno ottenne la medaglia d'argento nella categoria 13 "scure, alta e bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione angloamericana. Birre liberamente ispirate ai seguenti stili: Robust/Baltic Porter, Imperial Porter, Russian Imperial Stout".La birra.Quasi nera, forma nel bicchiere una cremosa e compatta testa di schiuma leggermente “abbronzata” e dall’ottima persistenza. Al naso la fanno da padrone caffè e torrefatto, ma l’ottimo livello di pulizia consente d’apprezzare anche i profumi di vaniglia e cioccolato al latte; il bouquet è semplice ma piuttosto elegante. Poche bollicine, corpo medio, ottima scorrevolezza se si considera il contenuto alcolico: c'è anche una morbida carezza che coccola un po' il palato. La bevuta è davvero molto bilanciata con il dolce di biscotto, caramello e vaniglia a contrastare il caffè e le tostature, la liquirizia. Il gusto non è altrettanto pulito come l'aroma ma il livello è ugualmente alto, l'alcool è molto ben nascosto: si congeda nel miglior modo possibile, con una bella scia di cioccolato, caffè e tostature. La "colazione dopo la notte di eccessi al villaggio" è una (robust) porter molto ben fatta, precisa, intensa e facile al tempo stesso: qui c'è una solida birra impreziosita dai due ingredienti aggiunti, senza nessuna deriva artificiosa tipica di molte "birre dessert". Formato: 33 cl., alc. 7.5%, lotto 06-17, imbottigliata 11/02/2017, scad. 11/02/2018, prezzo indicativo 4.50-5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lervig SuperSonic

E’ arrivata un paio di mesi dopo la sorella minore Tasty Juice e in poco più di un mese è già annoverata tra le 50 migliori Double IPA al mondo grazie al giudizio di ben (!) cinquanta bevitori:  questo quanto elaborato dagli assurdi algoritmi di  Ratebeer, popolare sito di beer-rating. Meglio lasciare allora perdere le statistiche per passare alla sostanza: sto parlando della Supersonic, Double IPA (8.5%) prodotta da Lervig che continua il filone delle New England / Juicy IPA sul quale si muoveva la Tasty Juice alzando l’asticella dell’alcool da 6 ad 8.5%. Ecco come il birrificio di Stavanger guidato dal birraio Mike Murphy descriveva la nascita della sua prima New England IPA: “siamo tornati da un viaggio a Boston con l’ispirazione giusta per salire sul treno delle Juicy. La cosa divertente è la prima volta che ne abbiamo visto una abbiamo domandato se ci fossero stati dei problemi con il fusto…  ma poi: puro succo!  Il problema di queste birre è che devono essere bevute immediatamente, la freschezza è la loro essenza;  vi sentirete come se foste in un birrificio ad assaggiare una IPA direttamente dal fermentatore. Non compratela se non pensate di berla in fretta. L’abbiamo messa in lattina per meglio preservarne il carattere luppolato".  Il birrificio la definisce una “more than double-hopped double IPA”: tanto, tantissimo Citra (ma forse non solo) per ottenere un impressionante intensità di frutta tropicale. C’è tutto quello che serve per navigare sull’hype: lo stile più in voga del momento (New England IPA), il formato più in voga del momento (lattine) con un’etichetta a sostituire la serigrafia, proprio come fanno la maggior parte dei birrifici del New England più amati dai beer-geeks.La birra.Nel bicchiere c’è un torbido succo di frutta arancione sul quale si forma una discreta testa di schiuma biancastra; compattezza e persistenza sono abbastanza dignitose per questo "sotto stile” di IPA che non fa dell’apparenza il suo punto di forza.  L’aroma è una bomba tropicale, un succo di frutta zuccherato nel quale domina l’ananas con il mango alle calcagna; potete poi divertirvi a scorgere la papaia, il frutto della passione e altri frutti esotici  anche se l’eleganza non è la caratteristica principale di un naso molto intenso, potente, ruffiano e abbastanza pulito. Il gusto è un po' meno sfacciato e, sopratutto, meno pulito: la bevuta ricalca l'aroma insistendo su ananas e mango, regalando di fatto quel succo di frutta che ci si aspetta quando si stappa una New England IPA. Impressionante è piuttosto il modo in cui l'alcool è nascosto: i gradi (8.5%) sono davvero inavvertibili e la birra scorrerebbe pericolosamente se non avesse quel raschiare, quel pizzicare in gola dell'amaro vegetale che arriva dopo ogni sorso e che, di fatto, rallenta drasticamente il ritmo di sorsata.  La situazione non è drammatica, la birra è ugualmente molto godibile ma negare questo piccolo intoppo sarebbe mentire: l'amaro è perlomeno breve e il retrogusto è di nuovo un tuffo nel succo tropicale.Lattina con un mese scarso di vita alle spalle e birra molto fresca ma "supersonica" solo nell'aroma: quel pizzicore in gola è almeno per me un fattore di disturbo che fa restare la birra più del dovuto nel bicchiere e che, dopo la meraviglia dei primi sorsi, fa quasi venir voglia di bere qualcos'altro.Formato: 50 cl., alc. 8.5%, imbott. 18/04/2017, scad. 18/10/2017, prezzo indicativo 7.00-8.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Andrea Di Taranto: Mr. Peterson (Belgian IPA) e Real IPA

Rieccoci ad HOMEBREWED! l'angolo dedicato alle birre fatte  tra le mure domestiche. Oggi tocca ad Andrea Di Taranto, homebrewer nato a Forlì ma oggi residente a Bologna; nella sua città natale è nel 2011 il  locale Barbeer a fargli scoprire la birra, bevanda che lo aveva lasciato piuttosto indifferente sino ad allora. E' la Sierra Nevada Pale Ale, birra che ha "convertito" migliaia di bevitori americani portandoli al craft, a colpire Andrea anche se non in maniera positiva. Troppo amara, una sensazione spiacevole che si  trasforma in una sfida: trovare una birra, in quel rinomato locale che ne aveva così tante, di suo gusto. E' la Blanche De Namur della Brasserie du Bocq la birra-chiave che apre le porte di un mondo fatto di sapori e di stili diversi che Andrea prima approfondisce su alcuni libri e poi, spronato dalla sorella, sui fornelli di casa. E' il 2013, e dopo le consuete letture di forum e siti dedicati all'homebrewing si parte con un kit di una Hefeweizen al quale - estro del birraio neofita - Andrea aggiunge un dry-hopping di Cascade: il risultato soddisfa i due giovani homebrewer che decidono di passare subito all'E+G e nel dicembre 2014 all'All Grain. I complimenti ricevuti da altri colleghi-birrai casalinghi li spronano a procedere al ritmo di una cotta al mese da venti litri: negli ultimi mesi fratello e sorella sono stati un po' lontani a causa dei rispettivi impegni e Andrea si è sobbarcato l'onere e l'onore di portare avanti la produzione di birra. Il Belgio è la nazione che lui "ama" bere con la preferenza, da me assolutamente condivisa, per le Saison: birre facili da bere ma dotate di carattere e, negli esempi meglio riusciti, di una complessità non indifferente. Sull'argomento Saison torneremo tuttavia con Andrea in un futuro prossimo.Le birre.Partiamo dalla Belgian IPA chiamata Mr. Peterson e ispirata al Belgio moderno, ovvero quello che non ha paura di spingere il pedale sull'acceleratore del luppolo. La ricetta prevede soprattutto malto pils, una piccola percentuale di Vienna e fiocchi di frumento; la luppolatura chiama in causa Challenger e Marynka per l'aroma ed il Saaz per l'amato. Lievito Wyeast 3522.Al solito la fotografia rende la birre più scura di quanto non sia realmente: il suo colore è ramato, piuttosto opalescente e poco luminoso, sormontato da una generosa e compatta testa di schiuma dall'ottima persistenza. L'aroma, se si eccettua una lieve punta fenolica (plastica) presenta un bouquet abbastanza pulito e dalla buona intensità: arancia sanguinella, qualche accenno di frutta tropicale, una lieve nota pepata. Il gusto lo segue senza grosse deviazioni ma con minor pulizia: i malti (miele, un accenno biscottato) supportano adeguatamente il dolce dell'arancia e la generosa luppolatura alla quale spetta il compito di chiudere la bevuta con un amaro piuttosto intenso nel quale trovano posto note zesty, erbacee e terrose. L'alcool (7%)è ben nascosto, facendosi sentire con un lieve tepore solo nel finale: è una IPA vivamente carbonata e ben attenuata il cui DNA è indiscutibilmente belga. L'idea è ben realizzata e la birra c'è: ritengo che ci sia da lavorare per migliorare ancora pulizia, eleganza e sopratutto il mouthfeel, ovvero la sensazione palatale. La trovo un po' pesante a livello tattile e, sopratutto, sento la birra un po' slegata: come se acqua e sapori viaggiassero su due binari paralleli. Da migliorare anche il colore: se fossimo ad un concorso la giudicherei un po' brutta e spenta, poco invitante.Come faccio sempre per le birre prodotte in casa, ecco la valutazione su scala BJCP:  35/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 3/5, impressione generale 7/10).Dal Belgio attraversiamo il Mare del Nord per spostarci in Inghilterra ad assaggiare finalmente una Real IPA inglese, ovvero non contaminata dall'uso di luppoli americani. Una tipologia di birre che arrivano col contagocce in Italia e che, anche in Inghilterra, dovrete andare a cercare con il lanternino, soprattutto se frequentate i locali di recente apertura. La ricetta prevede malti Maris Otter, Munich e Carared, luppoli EK Golding e Challenger usati sia in amaro che in aroma, lievito White Labs 013.Anche lei è piuttosto opalescente nel bicchiere e non esattamente attraente: ramata con riflessi dorati ed arancio, forma un piccolo ma cremoso e compatto cappello di schiuma color ocra. Il naso è pulito e caratterizzato da una buona fragranza dei malti (biscotto, caramello, frutta secca) accompagnati da profumi di marmellata d'arancia. I parametri dello stile sono rispettati anche al palato: corpo medio, poche bollicine, gusto che mostra piena coerenza con l'aroma: si parte con il dolce del caramello e del biscotto affiancati da quel "nutty" tipicamente inglese. L'amaro parte un po' in sordina ma diviene pian piano protagonista di una IPA (7%) intensa ma facile da bere che chiude con un amaro erbaceo e terroso di buona intensità che andrebbe forse "ingentilito" un po'. L'interpretazione dello stile mi sembra tuttavia convincente con un buon livello di pulizia ed eleganza: da migliorare anche qui la sensazione "tattile" della birra, che trovo un pochino pesante e da limitare (o meglio ancora eliminare) la presenza del sapore di cereale che ritorna anche nel retrolfatto. E' stato comunque davvero un piacere tornare a bere una IPA inglese dopo molto, troppo tempo, ma purtroppo sono birre che la moda non richiede e che quindi non catturano l'interesse degli importatori: l'unico rimedio è allora farsele in casa. Questa la valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 8/12, Aspetto 2/3, Gusto 16/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10).Due birre di buon livello che si mantengono molto fedeli allo stile dichiarato: due interpretazioni azzeccate e abbastanza convincenti che hanno solamente bisogno d'affinamento per ottenere maggior pulizia, eleganze e precisione. Ringrazio Andrea per avermi spedito e fatto assaggiare la sue birre e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed!Nel dettaglio: Mr. Peterson, 33 cl., alc. 7%. IBU 50, imbott. 18/03/2017.Real IPA, 33 cl., alc. 7%. IBU 58, imbott. 23/02/2017