Extraomnes Bloed

Arriva a fine 2013 la prima birra "alla frutta" di Extraomnes: Bloed, ovvero "sangue" in fiammingo, questo il nome scelto per una birra realizzata, tra l'altro, con malto di segale,  lievito saison  e l'aggiunta del 22% di ciliegie provenienti dalla Valpolicella. Una one-shot che non è stata più ripetuta, affinata per circa quattro mesi in barriques usate per un totale di circa 700 bottiglie prodotte. Il suo colore, molto bello, ricorda effettivamente il sangue o se preferite è rosso rubino, con sgargianti sfumature ambrate ed arancio; la schiuma bianca, leggermente macchiata di rosa, è un po' grossolana e svanisce piuttosto rapidamente. L'aroma, oltre alle ovvie ciliegie, è espressione dei lieviti selvaggi naturalmente presenti sulla buccia del frutto che, ad un anno e mezzo dall'imbottigliamento, si fanno più evidenti: il suo profilo "funky" regala note di cantina, di sudore, qualche sentore di formaggio e di acido lattico, accompagnate dall'asprezza di frutto rossi acerbi (ribes),  uva, legno bagnato e una leggerissima speziatura.  La bevuta inizia piuttosto aspra (frutti rossi, acido lattico) per poi essere rapidamente bilanciata dalle note zuccherine e dolci di ciliegia, fragola e frutti di bosco (more, lamponi), uva matura. Accanto alla frutta convivono le note funky/rustiche, legnose ed una lieve componente acetica, mai fastidiosa, che si avverte quando la birra si scalda; l'alcool (7.7%) è molto ben nascosto con un'ottima secchezza finale ed una lieve nota amaricante lattica che la fanno alla fine risultare dissetante e rinfrescante. Il corpo è medio con una carbonazione piuttosto contenuta, mentre la sensazione palatale è morbida con un'ottima scorrevolezza.  Il risultato, piuttosto interessante, conduce a tratti in territorio vinoso (pensate ad un rosé) e, con le dovute, proporzioni, nel mondo delle fermentazione spontanee  e dei lambic alla frutta (kriek).  La discreta complessità non preclude assolutamente la facilità di bevuta e, sebbene in bocca non ci sia l'eleganza e la pulizia di una (cito a caso) kriek di Cantillon o Drie Fonteinen, anche la Bloed si ritaglia il suo spazio con discrezione.   Probabile  che qualche bottiglia in giro si trovi ancora; non ho idea se verrà mai nuovamente prodotta, nel caso potrebbe anche valer la pena dimenticarne qualcuna in cantina per poter seguire nel corso del tempo il lavoro dei lieviti selvaggi portati in dote dalle ciliegie. Formato: 33 cl., alc. 7.7%, lotto 326 13, scad. 30/11/2016, pagata 7.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brussels Beer Project Dark Sister

Ricordate il Brussels Beer Project del quale vi avevo parlato all’incirca un anno fa ? Due giovani intraprendenti homebrewers, Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan , che hanno lanciato una beerfirm attraverso il crowfunding e che lasciano decidere ai social network quale birra mettere in produzione facendo assaggiare loro, nel corso di alcune degustazioni a Brussels, la migliore di quattro prototipi realizzati con le pentole in garage. La birra vincitrice (la IPA chiamata Delta) è stata poi commercializzata e prodotta presso gli impianti del birrificio Anders di Halen. A questa si sono poi aggiunte Grosse Bertha (una belgian hefeweizen), Dark Sister (Black IPA), Babylone (bitter), Cheeky Kamille (una Pale Ale aromatizzata alla camomilla),  Babeleir de Bretagne (Oyster Stout) e Babeleir de Saint-Jean (imperial porter al cioccolato). A fine 2014 è stata lanciata un’altra campagna di crowfunding che si è chiusa il 14 febbraio 2015: milleducento persone hanno versato 160 Euro a testa garantendosi in cambio 12 birre l’anno per il resto della loro vita. Le autorità della capitale belga hanno inoltre concesso le autorizzazioni necessarie alla costruzione del birrificio nei locali (500m²) in Rue Antoine Dansaert 188; siamo a circa 1,5 km distanza da Cantillon, tanto per darvi un’idea. Entro fine 2015 il centro di Brussels avrà dunque il suo terzo birrificio, dopo Cantillon e De la Senne. L’impianto sarà un Braukon dalla capacità di 10 ettolitri, con un l’obiettivo dichiarato di produrre 600.000 bottiglie l’anno effettuando circa duecento cotte. Per l’occasione Olivier da Brauwere e Sébastien Morvan hanno invitato a bordo del progetto anche  Antoine Dubois, birraio e biologo laureato all’Università di Lovanio. Parliamo ora di Dark Sister, la “sorella nera” della IPA Delta, la birra del debutto di Brussels Beer Project: le due condividono la stessa luppolatura  (Challenge, Smaragd e Citra) mentre per la versione scura vengono utilizzati malti Pale, Cara e Chocolate ed un lievito di tipo saison. Debutta ufficialmente il 6 febbraio 2014 al Via Via Cafè di Brussels; è anch'essa prodotta presso la Brouwerij Anders. All’aspetto è di color marrone scuro  con intensi riflessi bordeaux e una compatta testa di schiuma beige, fine e cremosa, molto persistente. Nonostante l’etichetta indichi che è stato utilizzato un lievito di tipo saison sono i luppoli a dominare in lungo ed in largo: il naso è pulito ed ancora fresco e regala la classica macedonia di frutta che si compone di lychee, ananas, melone retato, pompelmo e qualche sentore di fragola ed aghi di pino; per avvertire qualche cenno di “black” bisogna attendere che la birra si scaldi ed ecco in sottofondo la leggerissima presenza di tostature e di caffè.  Il gusto ricalca in fotocopia quanto anticipato all’aroma: la bevuta è ricca di frutta tropicale ed inizia dolce per poi virare progressivamente in un amaro che si sviluppa tra note resinose e terrose, presenti anche nell’intenso retrogusto. Pulizia ed equilibrio non mancano, e la bevuta è agile ed agevole, grazie ad un mouthfeel morbido e scorrevole al tempo stesso; il corpo è medio.  Anche al palato  le tostature sono (correttamente) molto in secondo piano,  avvertendosi solamente con un po’ di concentrazione e quando la birra si scalda. Non c’è ovviamente traccia di tradizione belga in questa “Dark Sister” che rimane comunque una degnissima rappresentante della categoria Black IPA, ovvero una IPA colorata di nero, senza sconfinare nel tostato e nel territorio delle stout/porter molto luppolate. Personalmente non è certamente quello che andrei a cercare da bere in territorio belga, ma se te la trovi al supermercato a due euro che fai..  non la provi ?Formato: 33 cl., alc. 6.66%, IBU 45, scad. 23/06/2017, pagata 2.08 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Boulevard Smokestack Series – Tank 7 Farmhouse Ale

Homebrewer molto precoce, John McDonald inizia i primi esperimenti quando aveva appena dodici anni nel seminterrato a casa di un amico per poi vendere illegalmente la birra ai coetanei al drive-in. La gioventù la trascorre invece in modo più “tranquillo”   studiando arte al college del Kansas e iniziando poi a lavorare come carpentiere; lui e la moglie Anne vincono un viaggio in Europa che John utilizza per approfondire la propria conoscenza brassicola; l’epifania, secondo le sue stesse parole, avviene in un bar a Parigi, bevendo una Belgian Ale. Ritorna negli Stati Uniti determinato ad aprire un birrificio ma almeno una ventina di banche gli chiudono la porta in faccia, considerandolo un pazzo che voleva mettersi in competizione con Anheuser-Busch, da sempre dominatrice nel Missouri. Centomila dollari  gli vengono prestati dal padre (“ti anticipo l’eredità” disse) ed altrettanti provengono dalla vendita di una casa che John aveva acquistato dieci anni prima per 7.000 dollari e poi completamente ristrutturata. E’ il novembre del 1989 quando debutta la Boulevard Brewing Company con un impianto usato proveniente dalla Baviera; McDonald consegna personalmente con il proprio pick-up Isuzu un fusto di Unfiltered Wheat Beer alla Twin City Tavern di Kansas City. I primi tre clienti ai quali viene offerta non sembrano particolarmente entusiasti di quel liquido un po’ torbido dalla generosa schiuma bianca: “uno di loro si rifiutò di assaggiarla– racconta McDonald – e gli altri due, dopo averne bevuto un sorso, allontanarono il bicchiere e uno di loro mi disse che era la peggior birra che avesse mai bevuto”. La storia è poi continuata in maniera diversa e dai 6.000 barili che rappresentavano il primo Business Plan di Boulevard si è arrivati a  125 dipendenti, una capacità annua di 600.000 barili, e circa 190.000 prodotti (2014).  Boulevard è oggi il secondo maggior produttore del Missouri, dopo AB-InBev, e il più grande birrificio “craft” di tutto il mid-west americano. I risultati vengono ottenuti attraverso le espansioni del 1999, 2003 e soprattutto quella da venti milioni di dollari progettata nel 2005-2006;  ma il cambiamento più rilevante nella storia di Boulevard è indubbiamente quello annunciato il  17 ottobre 2013, quando McDonald  comunica di aver ceduto la proprietà ai belgi della Duvel-Moortgat per una cifra che non è mai stata resa pubblica ma che si stima essere superiore ai cento milioni di dollari. “I miei tre figli (nati negli anni ’90) sono ancora troppo giovani, io ho già 60 anni e  volevo togliermi dalle spalle il peso di dover prendere tutte le principali decisioni”; dopo aver meditato sull’opportunità di venderlo ai propri dipendenti, McDonald lo offre invece ai belgi di Duvel , birrificio che aveva già visitato diverse volte come “turista” e già proprietario di un altro pezzo di America, la Ommegang Brewery. Il timone passa quindi nelle mani di Simon Thorpe , CEO della Duvel Moortgat, mentre  McDonald mantiene comunque un ruolo direttivo e soprattutto di “ambasciatore” del marchio in tutto il mondo.  Oltre che in 20 stati americani, Boulevard è oggi distribuita anche in Inghilterra, Belgio, Olanda e nei paesi scandinavi. Facciamo adesso un passo indietro al 2007, quando l’aumento della capacità produttiva permette a Boulevard di espandere il proprio portfolio.  Nasce la Smokestack Series, una serie di birre inizialmente stagionali, disponibili prevalentemente nel formato 75 cl., solitamente dall’elevato contenuto alcolico e in alcuni casi affinate in botte. Oltre a queste vi sono anche alcune “Limited Release”  messe in vendita una volta l’anno, come ad esempio la Saison-Brett  e la Bourbon Barrel Quad. Dal 1999 Head Brewer di Boulevard è il belga Steven Pauwels; dopo alcuni lavoretti estivi nel birrificio della propria città, Steven ha lavorato al Domus Brewpub di Lovanio ed alla Riva di Dentergem (oggi di proprietà Duvel) prima di rispondere ad un annuncio di lavoro e volare negli Stati Uniti. Tra le tante ricette elaborate da Steven a Kansas City c’è anche quella della Tank 7 una Saison ben luppolata e credo  ispirata alla Dupont. Prende il suo nome da una vasca un po’ “birichina” (la numero 7)  nella quale si trovava a fermentare; inizialmente questa saison veniva prodotta solamente per realizzare la Saison-Brett (2008), ma visto che si trattava di un'ottima birra anche senza i brettanomiceti, perché non commercializzarla? La sua ricetta è poi stata leggermente variata per differenziarla un po’ dalla sorella brettata; debutta nel 2009 con una ricetta piuttosto semplice che prevede, oltre al lievito belga della casa, malto Pale, frumento maltato, fiocchi di mais, luppoli Magnum, Bravo ed Amarillo.Il suo colore è arancio velato impreziosito da qualche venatura dorata; impeccabile la schiuma, bianca, compatta, cremosa e "croccante", dall'ottima persistenza. Aroma pulitissimo e piuttosto elegante che si compone di polpa e scorza d'arancia, pepe bianco, mandarino, ananas, albicocca e passion fruit; in sottofondo sentori floreali (geranio) e lievemente aspri di frutta acerba. Le ottime premesse "olfattive" trovano pieno riscontro in bocca in una birra morbida e dal corpo medio che ha solo la pecca di una carbonazione un po' sottotono per lo stile. I malti regalano fragranti note di pane, fetta biscottata  qualche accenno di miele, seguite da quelle fruttate di albicocca, arancia e qualche accenno di banana. Esemplare la pulizia ed esemplare anche il bilanciamento, nel finale amaro terroso e leggermente zesty nel quale ritorna il pepe bianco dell'aroma ed una delicata speziatura che chiama in causa anche il coriandolo. La bevuta è ruspante e rustica quanto basta per non perdere mai una certa eleganza, e nonostante un contenuto alcolico considerevole (8.5%) risulta alla fine rinfrescante e dissetante grazie anche ad una lieve acidità e ad un'ottima secchezza. Lievito e luppoli lavorano in perfetta sintonia senza che nessuno prevarichi l'altro, consentendosi vicendevolmente di esprimere le proprie caratteristiche; e quando s'incontrano birre così, c'è solo da levarsi il cappello e da berne con enorme soddisfazione. Formato: 35.5 cl., alc. 8.5%, IBU 38, lotto 010115 0751 A, scad. 01/2016, pagata 2.20 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tartaruga Super Fresca

L’indirizzo indica la cittadina di Soignies, Belgio (provincia dell'Hainaut) ma basta afferrare la bottiglia per incontrare molta Italia. Nome del produttore (Tartaruga Fine Brewing) e della birra (Super Fresca) parlano infatti la nostra lingua e dietro a questa beerfirm di recente apertura ci sono Patrizio e Matteo Stefanelli, padre e figlio separati da una trentina d’anni d’età ma accomunati dalla reciproca passione per la birra.  Di origine italiana ma (credo) da anni residenti in Belgio, hanno lavorato nei ritagli di tempo (Matteo è ingegnere alla centrale nucleare di Tihange) per un paio d’anni prima  ad arrivare alla realizzazione della loro prima birra, chiamata  Super Fresca. La beerfirm non nasconde il proprio amore per il luppolo e non a caso il primo lotto di questa birra è stato prodotto presso gli impianti di De Ranke, una garanzia quando si parla di “belgio luppolato”.  Tremilaseicento litri imbottigliati lo scorso febbraio e presentati per la prima volta al pubblico nel corso dell’evento  Maître de l’Orge organizzato da Comptoirs de Boissons.  Oltre a Super Fresca sono già in fase di elaborazione altre birre che, da quanto leggo, saranno prodotte negli impianti di De Ranke e di NovaBirra. La ricetta di questa “hoppy blonde ale”  prevede malti Pilsner, Pale Ale, frumento maltato ed una luppolatura di Galaxy e Citra. Nel bicchiere si presenta velata e dorata con sfumature arancio ed un cappello di schiuma bianca, abbastanza fine e cremosa, dalla buona persistenza. Al naso si nota un’ottima pulizia mentre, al di là del nome, la freschezza a sette mesi dall’imbottigliamento non è ovviamente al top pur mantenendosi su livelli ancora accettabili; c’è un elegante bouquet fruttato che ospita mandarino, arancio e pompelmo, ananas, mango, lychee e passion fruit.  In bocca c’è una bella intensità che richiama le note agrumate e tropicali dell’aroma, su una base di pane, biscotto e lievissimo caramello; bene anche la sensazione palatale, anche se volendo si potrebbe alleggerirla di un pelo a livello “tattile” per renderla ancora più scorrevole. La bevuta poi vira progressivamente in territorio amaro, senza mai perdere di vista l’eleganza, sino ad un finale erbaceo e resinoso con qualche presenza zesty.  Devo dire che leggendo “hoppy blonde ale” in etichetta mi aspettavo nel bicchiere una sorta di Belgian Ale generosamente luppolata ispirata proprio a quelle di De Ranke o di Brasserie De la Senne. Il lievito neutro utilizzato in questo caso lascia i luppoli in bella evidenza senza caratterizzare la birra: il risultato finale si colloca quindi a metà strada tra una APA ed una IPA, peraltro molto pulita e ben fatta. Se tutto ciò rappresenta in effetti una ventata novità da parte di un produttore belga, lo stesso non si può certo dire per il resto del mondo della cosiddetta "birra artigianale", dove questi due stili spopolano in lungo ed in largo. Una produzione quindi "utile" soprattutto al mercato domestico,  in quanto è ovviamente meglio una IPA fresca fatta vicino casa di una che attraversa l’oceano arrivando nella migliore delle ipotesi dopo 3-4 mesi dall’imbottigliamento. Chi invece non risiede in Belgio ma ama le birre belghe non vi troverà in essa nessun legame con quella straordinaria tradizione brassicola; non si tratta di una rivisitazione in chiave moderna di una Belgian Ale ma, come detto, di una APA/IPA molto godibile nella sua apolidia. Bene l’avvertenza in etichetta di “berla fresca senza invecchiarla" che però contraddice la data di scadenza posta a due anni dall’imbottigliamento.Formato: 75 cl., alc. 6%, IBU 35, lotto 2T16FEB15, scad. 09/02/2017, pagata 5.30 Euro (food store,  Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Weyerbacher Old Heathen Imperial Stout

E’ Dan Weirback  a fondare la Weyerbacher Brewing Company nel 1995 nella città di Easton, Pennsylvania: il nome è ovviamente la leggera storpiatura del suo cognome di origine tedesca avvenuta nel corso del tempo dall’altra parte dell’oceano atlantico. Operoso homebrewer dalla metà degli anni ‘80 ed appassionato beer hunter, Daniel ha alle sue spalle un passato da co-titolare di un’azienda che si occupava di fare manutenzione alle piscine e un’altra che distribuiva snacks e patatine fritte in sacchetto.  Nel 1993 è alla ricerca di un nuovo business da intraprendere ed è una vacanza in Vermont assieme alla moglie Sue (e una sosta alla Long Trail Brewery) ad aiutarlo nella decisione: tempo due anni (e trecentomila dollari di finanziamenti) ed è già operativo ad Easton il birrificio Weyerbacher, con l’aiuto del partner Joseph T. Nanovic, oggi ancora tra gli azionisti di minoranza. La produzione – grazie ad un impianto di seconda mano -  parte già ad  agosto 1995 con due birre – ora abbandonate – che per quel tempo volevano volutamente rappresentare una novità nel panorama “craft” americano: una Pale Ale ed una ESB tipicamente inglesi che tuttavia non riscuotono alla lunga grande successo e che mettono un po’ in crisi gli affari. Nel 1997, per “cercare di farci notare in mezzo a tutti quei  birrifici che facevano American Pale Ale cercando di imitare Sierra Nevada”, Weirback decide di alzare l’asticella concentrandosi sulla produzione di birre più alcoliche; si parte con una Raspberry Imperial Stout  - idea elaborata nel passato da homebrewer - seguita dall’(english) barley wine “Blithering Idiot” che diventerà in seguito una della birre più apprezzate del birrificio. Dal 1998 assieme al birrificio è anche operativo un brewpub, rendendo la vita di Dan piuttosto intensa:  in birrificio dal mattino presto sino a mezzogiorno, in cucina al brewpub dal pomeriggio a tarda sera; nel 2001 Weyerbacher trasloca in una nuova location di dimensioni pressoché identiche ma con una disposizione degli spazi molto più funzionale alla produzione di birra. Viene installato un impianto produttivo più capiente (da 10 a 25 bbl) proveniente dalla Victory Brewing Co., una nuova linea per l’imbottigliamento e, visto che le vendite iniziano a prendere piede anche al di fuori della Pennsylvania, viene chiuso il brewpub per meglio concentrarsi su fusti e bottiglie, mercato che ormai occupa i due terzi della capacità produttiva. Sulla decisione di produrre soprattutto birre “importanti e dall’alto contenuto alcolico” non si torna più indietro: Dan si reca spesso in Belgio a “studiare” le Strong Ales e le grandi birre trappiste per poi ritornare negli Stati Uniti a realizzare una Tripel chiamata Merry Monks e soprattutto la strong ale “Quad”,  che leggo essere stata la prima “Quadrupel” americana a finire in una bottiglia. Sarà vero? Degna di nota anche la popolarissima Double Simcoe IPA, bevuta quattro anni fa, che dovrebbe essere stata la prima Double IPA Single Hop “mai prodotta al mondo”. La restante storia di Weyerbacher è fatta di ulteriori espansioni (2007, impianto da 40 bbl) e dell’inizio dei programmi di invecchiamento in botte al quale sono state sottoposte molte birre; la produzione nel 2013 ha superato i 17.000 barili, anno nel quale è avvenuto anche un radicale re-styling di tutte le etichette. Vicepresidente di Weyerbacher è Barbara Lampe mentre Head Brewer, dal 2006, è Chris Wilson. Sorprende  invece un po’ il fatto che l’imperial stout di un birrificio che dichiara apertamente di voler produrre “big beers” abbia una gradazione alcolica (8%) tutto sommato contenuta e comunque lontana dal livello delle sue compagne di categoria proposte da molti altri birrifici “craft” americani; il tutto va ovviamente a favore della fruibilità e della facilità di bevuta. "Old Heathen”, ovvero “il vecchio pagano”: questo il nome scelto per una birra prodotta per la prima volta nel 2001 con sette varietà di malti e due di luppolo;  attualmente il sito del birrificio la elenca fra le birre “retired”, ovvero non più in produzione. La sua versione barricata in botti ex-Bourbon si chiama Heresy. Nel bicchiere è praticamente nera e impenetrabile alla luce, con una densa e cremosa testa di schiuma color nocciola dall’ottima persistenza.  Allo splendido aspetto fanno seguito i profumi di vaniglia, fruit cake, caramello “bruciato”, orzo tostato e frutti di bosco ma la loro intensità crolla drammaticamente una volta che la schiuma si è dissipata. In bocca c’è un buon equilibrio tra il dolce (caramello, melassa, qualche accenno di uvetta) e l’amaro delle tostature e del caffè. La sua natura di Imperial Stout mansueta si rivela in una consistenza palatale che sacrifica la morbidezza per privilegiare la scorrevolezza: ma in presenza di così poche bollicine forse un po’ più di oleosità avrebbe giovato. La componente etilica è piuttosto discreta e ben dosata, ma la chiusura lievemente salmastra ed astringente non è purtroppo impeccabile e “guasta” un po’ la bevuta interrompendo di fatto la continuità tra gusto e retrogusto: il finale risulta così piuttosto corto e lascia un pochino insoddisfatti. Nonostante l’aroma un po’ sottotono e la pulizia del gusto tutt’altro che esemplare, questa Old Heathen risulta essere un’imperial stout molto accessibile e ben bilanciata e quindi potrebbe rappresentare una buona porta d’ingresso a chi si vuole avvicinare per la prima volta allo stile senza necessariamente impegnarsi da subito in bevute troppo alcoliche o asfaltature di catrame nero.  Il birrificio la consiglia abbinata a stufati di carne, ostriche, caviale, arrosti di carne e, ovviamente, dolci a base di cioccolato, dichiarandola  anche adatta ad invecchiamenti e capace di migliorare con il tempo; il salmastro che s’inizia ad avvertire in questa bottiglia non mi fa però rimpiangere di averla bevuta dopo solo un anno dall’imbottigliamento, prima che fosse troppo tardi.Formato: 35.5 cl., alc. 8%, imbott. 30/04/2014, scad. non leggibile, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dochter van de Korenaar Embrasse

Ritorna il birrificio guidato De Dochter van de Korenaar guidato dall’olandese Ronald Mengerink ma situato in territorio belga, ovvero in quel surreale paese chiamato Baarle-Hertog, un’exclave belga in territorio olandese che a sua volta comprende alcuni mini-exclavi olandesi; si tratta in pratica di un “paesino-puzzle”, composto da diversi tasselli che appartengono al Belgio o all’Olanda. Vi potreste trovare seduti al tavolino all’esterno di un bar in Belgio, mentre il vostro collega del tavolo a fianco dello stesso bar si trova invece in Olanda. Al di là dell’amenità geografica, è ovvio che la scelta di trovarsi in Belgio piuttosto che in Olanda è strategica, per sfruttare la più favorevole legislazione belga nei confronti di un birrificio artigianale e il maggior appeal per l’export derivante dall’essere un produttore belga. Il birrificio inizia a farsi conoscere raccogliendo qualche premio nel 2009 in Olanda e poi in Belgio allo Zythos Beer Festival del 2011 quando la versione “peated” e barricata della strong ale Embrasse  risulta tra le quattro birre più gradite. E non è certo il Belgio “classico” quello che Roland Mengerink intende proporre: le sue birre guardano maggiormente nella direzione di birrifici più “moderni” e sperimentali come De Struise ed Alvinne, pur non spingendosi agli estremi spesso toccati da questi due. Così ecco che la  Strong Dark Ale chiamata “Embrasse” (abbraccio) viene da Roland definita un ibrido tra una stout/porter e una “birra d’abbazia/trappista scura”.  Trecentottanta chili di malti utilizzati ogni dieci ettolitri prodotti,  luppolatura di Magnum, Aurora e Saaz.  Il suo colore ricorda infatti quello della tonaca del frate, impreziosito da riflessi rosso rubino; la schiuma color crema è molto compatta, cremosa e ha ottima persistenza. Il naso non nasconde le sue velleità dolci, con un intensità quasi opulenta di toffee e caramello, uvetta, zucchero candito; la schiuma offre ricordi di ciliegia e frutti di bosco rossi, mentre quando la birra si scalda emergono in sottofondo sentori di gianduia e di croccante, frutta secca e la delicata speziatura del lievito.  Fortunatamente in bocca c’è un maggior equilibrio ed il dolce (caramello, melassa, uvetta) viene bilanciato dall’amaro delle tostature, della frutta secca e da un accenno di cioccolato. Morbida e gradevole al palato, con un corpo tra il medio e il pieno e poche bollicine: la lieve acidità e la buona secchezza finale aiutano a ripulire un po’ il palato prima del retrogusto di frutta sotto spirito e frutta secca. Embrasse è una strong ale pulita e ben fatta, intensa e solida senza richiedere grossi sforzi da parte di chi s'avvicina al bicchiere; la sfacciata dolcezza dell'aroma potrebbe un po' preoccupare chi si accosta al bicchiere, ma in bocca la situazione è ben sotto controllo e la bevuta procede regalando un soddisfacente abbraccio.Formato: 33 cl., alc. 9%, IBU 46, scad. 12/2016, pagata 3.80 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Giesinger Craftiges Doppel-Alt

Terzo appuntamento con il microbirrificio di Monaco di Baviera Giesinger Bräu, presentatovi in questa occasione; nato nel 2006 nel garage di un condominio del quartiere di Giesing, il birrificio fondato dagli ex-homebrewers Steffen Marx e Tobias Weber si è trasferito da qualche mese in un nuovo edificio in Martin-Luther-Straße dove oltre ai nuovi e più capienti impianti ha trovato posto una vera e propria "stube" con Biergarten annesso dove poter mangiare e bere. Se capitate a Monaco, vale senz'altro la pena fare una piccola deviazione in periferia per bere qualcosa di migliore rispetto alla classica offerta  industriale delle sei sorelle (Augustiner, Hacker Pschorr, Hofbräu, Lowenbräu, Paulaner e Spaten-Franziskaner) che controllano quasi ogni locale.Dopo due classici della tradizione bavarese, una maibock ed una helles, vediamo come se la cava oggi Giesinger con uno stile che, pur essendo tedesco, non è certamente tipico della loro regione. Si tratta di una Altbier, una birra che potete normalmente bere molto più a nord, a Düsseldorf, ma che troverete con difficoltà altrove. Per chi non la conosce, ricordo brevemente che si tratta di un'alta fermentazione  scura precedente all'invenzione delle Lager; sino a quel momento, a Düsseldorf era semplicemente chiamata "birra" La popolarità delle lager a bassa fermentazione ha reso in seguito necessario darle un nome che potesse distinguerla, ed ecco che a partire dal diciannovesimo secolo la birra di Düsseldorf diventa "Altbier", dove il suffisso "alt" significa "vecchio", in questo caso precedente all'invenzione delle Lager. Giesinger ne realizza una versione "pompata" (Doppel), raggiungendo un ABV del 7% e trasformando di fatto l'Altbier in una Doppelsticke; la  ricetta prevede malti Pilsner, Caramel e tostati ed una luppolatura di Hallertauer Tradition.Si presenta di color tonaca di frate con riflessi ramati ed una finissima testa di schiuma beige chiaro, compatta, cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma è pulito ed ha una buona intensità che regala i profumi della mollica del pane nero, del pane tostato, dei cereali e del caramello, con qualche lieve sentore di prugna. La bevuta inizia con la giusta morbidezza fatta di poche bollicine e un corpo medio, con la tipica scorrevolezza tedesca che viene perfettamente preservata. Al palato c'è una sostanziale corrispondenza con l'aroma: l'inizio è dolce, al pane nero s'affiancano caramello e prugna sciroppata che vengono poi molto ben bilanciati dalle tostature del pane e dell'orzo. L'ottimo livello di pulizia permette di apprezzare il delicato tepore etilico che accompagna ogni sorso, mentre dopo la chiusura amaricante di frutta secca il palato rimane piacevolmente avvolto dalla frutta sotto spirito (uvetta, prugna). Un'altra bella prova di questo microbirrificio di Monaco di Baviera, un pelino meno convincente di quelle (Maibock ed Helles) assaggiate qualche tempo fa ma sempre di livello qualitativo abbastanza elevato. Stona invece un po' il prezzo, decisamente elevato rispetto alla media tedesca.Formato: 33 cl., alc. 7%, lotto 1, scad. 01/2016, pagata 3.07 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller / Grassroots Wheat is the New Hops IPA

“Il frumento è il nuovo luppolo”, questo il nome scelto per la birra collaborativa realizzata dall’instancabile Mikkeller e dall’americano Shaun Hill, meglio noto come Hill Farmstead, uno dei birrifici attualmente più in voga e ricercati dai beer geeks. Il suo incontro con Mikkeller risale a quasi una decina d'anni fa, quando lavorava come birraio in Danimarca presso la Norrebro Bryghus di Copenhagen e aveva creato la propria beer firm "Grassroots" assieme al collega americano Ryan Witter-Merithew, impegnato alla Fanø Bryghus a realizzare, oltre alle proprie, anche le birre di Mikkeller.Nel 2010 Shaun Hill è ritornato negli Stati Uniti per dare vita a Hill Farmstead, resuscitando di tanto in tanto il proprio marchio Grassroots per qualche birra collaborativa, e nel 2012 è arrivata anche quella con Mikkeller; il primo lotto viene prodotto proprio nel Vermont, mentre quello successivo (2014) viene invece replicato in Belgio da De Proef, dove il danese produce una buona parte delle sue birre.Nonostante il nome , non è certamente il frumento l'elemento d'interesse in questa IPA, ma piuttosto la presenza dei tanto modaioli brettanomiceti che affiancano Citra e Centennial. Il suo colore è  tra il dorato e l'arancio pallido, quasi limpido; la generosa schiuma che si forma è molto compatta, cremosa e molto persistente. Il tempo trascorso dall'imbottigliamento regala un naso nel quale i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza: acido lattico, sudore, legno con qualche reminiscenza -  e giuro che è molto meno sgradevole di quello che può sembrare - di stallatico.  Il tutto viene ingentilito dai sentori di fiori bianchi, cereali ed agrumi. Decisamente più "convenzionale" il gusto, nel quale la generosa luppolatura prende rapidamente il comando delle operazioni lasciando in secondo piano le note di pane e di cereali, di miele e di frutta tropicale (ananas): la bevuta è piuttosto amara, con toni vegetali ed erbacei intensi ma non particolarmente eleganti che saturano abbastanza in fretta il palato. L'alcool (6%) accompagna la bevuta con un discreto calore che viene comunque stemperato dalla lievissima acidità (lattica) e dalla buona secchezza finale di questa IPA. La sensazione tattile è invece un po' pesante e rallenta un po' la scorrevolezza di una birra vivacemente carbonata, dal corpo medio e dalla consistenza abbastanza watery. Bene la pulizia, evidente la "brettatura" al naso che non trova però una corrispondenza in bocca dove viene evidentemente sopraffatta dalla generosa luppolatura. Devo dire che queste "Brett-IPA" continuano a non convincermi pienamente, forse per la loro stessa natura contraddittoria: una IPA andrebbe bevuta freschissima, mentre i brettanomiceti hanno bisogno di un po' di tempo per farsi sentire. Berla fresca significa rinunciare al carattere brettato, berla dopo un anno equivale a compromettere la freschezza dei luppoli con il risultato di una birra molto sbilanciata sull'amaro e sul vegetale. Difficile indovinare il momento giusto per berla e ancora più difficile progettare a tavolino una ricetta che mantenga in equilibrio le due "anime" nel corso dei mesi che passano.Formato: 33 cl., alc. 6%, scad, 13/11/2016, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toccalmatto/Dugges Sweet Insanity

Si potrebbe dire “novità” Toccalmatto non fosse che le birre collaborative sono ormai all’ordine del giorno per il birrificio guidato da Bruno Carilli. Quella di oggi nasce dall’incontro con gli svedesi della Dugges Ale & Porterbryggeri, che abbiamo già incontrato in un paio di occasioni, qui e qui. Lo scorso febbraio 2015 (ma il lotto in etichetta fa pensare ad una produzione di dicembre 2014) Toccalmatto annuncia che gli svedesi si trovano in Italia la presentazione delle loro birre in alcuni locali italiani e per l’occasione si recano anche a Fidenza per realizzare una birra a quattro mani. Al già vasto portafoglio di Dugges s’aggiunge una nuova collaborazione a quelle già fatte con Stillwater, All In Brewing, Beerbibliotek, Crooked Moon, Kissmeyer, Nogne O, Amager e sicuramente ne avrò dimenticata qualcuna. La birra Toccalmatto/Dugges è destinata ad essere pronta per la tarda primavera e la scelta cade su una saison che viene arricchita da una generosa quantità di albicocche e chiamata Sweet Insanity; sulla provenienza delle albicocche ben al di fuori della loro stagione di raccolta, non ho informazioni. Sud America, probabilmente ? Nel bicchiere si presenta di color arancio opalescente con una modesta testa di schiuma biancastra, poco persistente.  Al naso c’è pulizia ed  una buona intensità composta per la maggior parte da frutta: oltre all’attesa albicocca avverto sentori di pesca gialla e di uva bianca, floreali, zuccherini e una leggera presenza nota lattica. Il percorso in bocca inizia con un buon equilibrio tra le note dolci (miele, pesca gialla, accenno di frutta tropicale) e quelle aspre di uva spina, albicocca acerba, limone; l’intensità di asprezza e acidità va poi aumentando nel corso della bevuta, rendendo questa saison secca  e particolarmente dissetante. Ne risulta una birra piuttosto "sour"  con un finale leggermente amaro e lattico che nel complesso mi ha un po’ ricordato diverse “farmhouse ales”  acide americane che vanno piuttosto di moda in questo periodo: Crooked Stave, Almanac, Prairie o Against the Grain, tanto per citare le prime che mi vengono in mente.  Qui non vi è però la stessa eleganza, ed anche la pulizia (da non confondere con il cosiddetto “carattere rustico”) al palato potrebbe essere migliore: abbonda invece la componente fruttata, l’alcool (7%) è nascosto davvero in maniera impressionante, la funzione “rinfrescante” è svolta in maniera eccellente. Una collaborazione interessante e abbastanza ben riuscita, benché forse non memorabile, che in un certo senso potrebbe costituire un'anteprima di un filone sul quale il birrificio emiliano ha dichiarato di volersi concentrare, destinando il suo vecchio birrificio proprio alle produzioni di "farmhouse ales" e agli affinamenti in botte.Formato: 75 cl., alc. 7%, lotto 14092, scad, 01/12/2016, pagata 10.00 Euro (birrificio).

Carlow O’Hara’s Irish Stout

Secondo appuntamento con il birrificio irlandese Carlow che ha sede nella omonima cittadina ad un’ottantina di chilometri a sud di Dublino; il riassunto della loro storia lo potete provate qua, quando abbiamo stappato la Irish Pale Ale.  Fondato nel  1996 da Seamus ed Eamonn O'Hara, ispirati dalla  Craft Beer Revolution Americana, Carlow può considerarsi uno dei precursori della piccola rivoluzione “brassicola” che anche in Irlanda sta facendo nascere nuovi microbirrifici. Curiosamente, o proprio come segno di “rottura” verso la tradizione, il birrificio debutta senza produrre nessuna “stout”: la prima, chiamata Celtic Stout, arriverà solamente nel 1999 e sarà poi rinominata O'Hara's Irish Stout. La ricetta prevede un mix di malti scuri ed una generosa luppolatura di Fuggle. Successivamente Carlow metterà in produzione una stout un po’ più robusta (6%) chiamata Leann Folláin che finirà anche ad invecchiare in qualche barile ex-whisky. Impeccabile nella pinta, con il suo color mogano scuro dai riflessi rossastri ed una cremosa schiuma beige dalla buona persistenza. L’aroma, pulito e dalla discreta intensità, mette in evidenza i profumi del caffè in grani, dell’orzo e del pane tostati, con qualche leggera concessione al caramello, ai frutti di bosco e alla cenere.  È una stout che in fusto viene spillata al carboazoto per aumentarne la cremosità: la versione in bottiglia trova invece un buon compromesso tra scorrevolezza e cremosità, con una carbonazione delicata. Molto bene l’intensità del gusto, se si considera  che si tratta di una session beer (4.3%): caffè e orzo tostato dominano, con qualche leggera nota di caramello a bilanciare. Non è invece impeccabile la chiusura amara, dove le tostature sfociano leggermente nella gomma bruciata guastando un po’ la piacevolezza della bevuta; rimane comunque una discreta session beer, piuttosto caratterizzata dal caffè (e dalla sua acidità) con una buona secchezza e facilità di bevuta. Sicuramente meglio al naso che al palato, si trova anche in diversi supermercati con tutto sommato un buon rapporto qualità prezzo per il suo mezzo litro.Formato: 50 cl., alc. 4.3%, IBU 40, lotto 5079 14:37, scad. 28/05/2016, pagata 3.22 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.