Keesmann Bock

Fondata nel 1867 dall’ex-macellaio Georg, la Keesmann-Bräu  è oggi ancora nelle mani della famiglia Keesmann, guidata da Sabine e dal nipote Stefan. Inizialmente chiamata “Zum Sternla” (nome oggi affibbiato ad una delle birre prodotte), il birrificio è soprattutto famoso per la Bamberger Herren-Pils, prodotta per la prima volta nel 1979 e divenuta molto popolare a Bamberga e dintorni al punto di impegnare attualmente circa il 90% della capacità produttiva. Il birrificio si trova nel sobborgo chiamato Wunderburg, oggi completamente inglobato in Bamberga, a circa un chilometro e mezzo dalla stazione ferroviaria; non è ben chiaro il perché di questo nome (Wunderburg = “castello dei miracoli”), ma se pensate che in una strada lunga circa 50 metri ci sono  Keesmann al civico 5 e Mahr’s al civico 10, direi che il nome è assolutamente appropriato!  Il “brewpub” di Keesmann è aperto tutti i giorni dalle 9 (potete fare la classica “colazione” con il mezzo litro) alle 23, ma ricordate che il sabato chiude alle 15 e la domenica rimane chiuso. Quasi 150 storia e solo sei birre prodotte attualmente: la Hell, la già citata Herren-Pils, la Weissbier, la lager Sternla e due stagionali: Josephi Bock, disponibile nel periodo di Pasqua, e la Keesmann Bock, da ottobre a dicembre.La stagione è quella giusta proprio per quest'ultima, perfettamente dorata e limpida, sormontata da un perfetto "cappello" di schiuma bianchissima, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Nella sua semplicità e pulizia l'aroma offre un bouquet maltratto di mollica di pane e miele, cereali, sentori floreali e una lievissima punta di diacetile che emerge quando la birra si scalda, senza disturbare affatto. Poche bollicine al palato, corpo medio e presenza morbida caratterizzata dalla tipica scorrevolezza e facilità di bevuta della tradizione tedesca. Il gusto ricalca in fotocopia l'aroma sia nel bene che nella lievissima (e trascurabile) nota di diacetile; miele, pane, un accenno biscottato, un morbido tepore etilico che irrobustisce la (dolce) bevuta accompagnandola sino alla chiusura dove l'amaro (erbaceo) ha esclusivamente la funzione di bilanciare senza quasi farsi sentire. Il retrogusto è di nuovo maltato, dolce di miele e delicatamente etilico. Bock pulita, semplice, essenziale e fedele alla tradizione; chiudete gli occhi e collocatela idealmente in una fredda serata d'inverno in una Bierkeller di Bamberga accanto a rumorosi anziani che giocano a carte: la vita frenetica che spesso conduciamo vi sembrerà improvvisamente inutile e priva di ogni fondamento.Formato: 50 cl., alc. 6.9%, scad. 04/03/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Caulier 28 Brett 2013

Una storia tormentata e complicata, quella della Brasserie Caulier; ve ne avevo già parlato un paio di anni fa, senza riuscire a fare completamente chiarezza su di un nome “diviso” a metà. Ci riprovo. Effettivamente sembra che tutto sia iniziato nel 1842 con la fondazione di un birrificio da parte di Edmond Caulier che in seguito consolidò  il proprio business acquistandone almeno altri due per poi riunirli in un unico marchio: alla sua morte, nel 1893, i suoi figli fondarono la società Caulier Frères registrando due anni dopo il marchio Brasserie Caulier. Il ventesimo secolo vide altre “incorporazioni” che portarono alla formazione della  Brasserie de Ghlin, dichiarata fallita negli anni ’70. Il governo belga, per preservare i posti di lavoro, raggiunse un accordo con altri due produttori (Piedboeuf e Artois) per mantenere operativa la Ghlin ove rimase in produzione una sola birra a marchio Caulier e soprattutto la Jupiler di Piedboeuf. Nel 1993 il birrificio fu devinitivamente chiuso. Nello stesso anno Charles Caulier, discendente di Edmond, fonda la società di distribuzione bevande “Maison Caulier” commissionando una birra presso un altro birrificio, in attesa che dagli impianti di proprietà della nuova Brasserie Caulier a Péruwelz esca finalmente nel 1995 la prima  “Vieille Bon-Secours”.  Se ho composto bene i tasselli del puzzle, abbiamo quindi oggi un birrificio (Brasserie Caulier) di proprietà della famiglia Caulier che non detiene i diritti del marchio “Caulier” e che quindi produce birre con altri nomi  (Bon Secours, ad esempio); da quanto leggo la situazione finanziaria è di nuovo abbastanza traballante.  Il marchio Caulier  (e della Maison Caulier) è invece passato nelle mani della Caulier Developpement, che agisce oggi come beerfirm appoggiandosi al solito De Proef. E’ qui che infatti viene prodotta tutta la gamma moderna “Caulier 28” (Stout, White, Pale Ale, Tripel, Brett) e  la “Caulier Tradition“ (Brune, Blonde, 1842, Extra): da qualche anno la Caulier Developpement ha intensificato la promozione commerciale nel nostro paese, partecipando a diversi eventi e manifestazioni. E, last but not least, lo scorso 14 gennaio in via Flaminia a Roma è stata inaugurata la Brasserie 28 Caulier. Una delle ultime nate in casa “Caulier 28” è la “Brett”, birra che arriva sul mercato a fine 2013 e che non lascia molti dubbi sulla sua origine: il riferimento è ovviamente sua maestà Orval. Si veste d'ambrato piuttosto carico e limpido, con venature rossastre; la generosa schiuma ocra è abbastanza compatta, cremosa e molto persistente. Al naso è evidente il lattico, affiancato dalle note selvagge e "funky" terrose e di sudore; c'è l'aspro del limone e della mela acerba, una lieve nota di solvente e il dolce di toffee e caramello. Le bollicine sono ovviamente molto vivaci, il corpo è medio, la birra risulta un po' spigolosa ma comunque piacevole al palato. Il gusto si sposta maggiormente sul versante dolce, con caramello, biscotto, zucchero e frutta candita a predominare buona parte della bevuta, poi bilanciata dall'acidità lattica che si ritaglia il suo spazio senza manie di protagonismo. Chiude amara, terrosa e lattica, con un po' di solvente ed un lieve tepore etilico, unica manifestazione di un ABV abbastanza significativo (7.5%). A due anni dalla messa in bottiglia i brettanomiceti fanno sentire la loro presenza, soprattuto all'aroma; ci sono effettivamente ricordi di una Orval un po' "stagionata", c'è la struttura di base ma mancano cuore ed anima della trappista e, soprattutto, la sua bevibilità "killer", con un risultato è discreto ma un po' freddo ed avaro di emozioni.Formato: 33 cl., alc. 7.5%, IBU 30, lotto 2013, scad. 19/02/2016, 2.10 Euro (foodstore, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Brewski: Ananasfeber APA & Passionfeber IPA

S'affaccia sul panorama brassicolo svedese a ottobre 2014 e Ratebeer elenca già 59 (!) birre prodotte in quindici mesi circa; parliamo di Brewski, microbirrificio aperto a Helsingborg, nei locali di un ex-macello, da Marcus Hjalmarsson, Johan Britzén, Alfred Olsson e Robin Skoglund. Un investimento da cinque milioni di corone (530.000 Euro circa) che sta già dando dei buoni risultati visto che la capacità produttiva è insufficiente a soddisfare tutte le richieste del mercato, le Brewski stanno già spopolando nei bar di Copenhagen e di Stoccolma e sono importate in Spagna, Italia e Stati Uniti; Marcus è il birraio, aiutato dal giovane Fredrik Fölster che ha effettuato alcuni stage presso il birrificio Rådanäs e presso Brekeriet.Sebbene l'aggiunta di frutta nella birra sia una tradizione abbastanza consolidata (pensate ai Lambic alla frutta o alle Radler), pare che la prima IPA con aggiunta di frutta sia la Grapefruit Sculpin di Ballast Point che risale "solo" al 2013. Non ho avuto né tempo né voglia di passare in rassegna tutte e cinquantanove birre di Brewski, ma una buona parte di esse sono state realizzate proprio aggiungendo frutta, seguendo quella che è un po' l'ultima tendenza nel mondo delle "craft beer". In verità Marcus Hjalmarsson dichiara di aver fatto ricorso alla frutta in quanto non riusciva a trovare disponibili alcune varietà di luppolo necessarie per ottenere determinati profumi e sapori nelle sue birre; la frutta (purea o succo) presenta però un altro problema, quello delle variazioni qualitative legate alla stagionalità dei frutti stessi. Personalmente sono sempre stato un po' scettico nei confronti delle birre "alla frutta", soprattutto quando si parla di IPA e derivati, visto che (la maggioranza) di quelle caratteristiche fruttate sono ottenibili utilizzando lievito, malti e luppoli. Ma non bisogna mai lamentarsi prima di aver provato, e quindi ecco due Brewski alla frutta: l'American Pale Ale Ananasfeber e la India Pale Ale Passionfeber.Partiamo dalla prima, la cui ricetta include anche Amarillo, Centennial, Simcoe e Chinook. Di colore dorato pallido e velata non quanto la foto possa far pensare: la schiuma è bianchissima e compatta, fine, generosa, dall'ottima persistenza. L'aroma offre una buona freschezza e un'ottima pulizia; c'è ovviamente l'ananas in primo piano, circondato da sentori floreali, agrumati (pompelmo, cedro) e di frutta tropicale. Al palato è leggera e vivacemente carbonata, con la bevuta che risulta molto facile e veloce: sulla sottile base maltata (crackers) s'inseriscono l'ananas ed il melone bianco, il dolce della polpa d'agrume e della frutta tropicale per un passaggio "ruffiano" prima dell'amaro finale spiccatamente "zesty" con un tocco di resina. Una birra molto secca e dissetante, con la lieve acidità del frutto a renderla rinfrescante quanto basta per sparire dal bicchiere in pochissimo tempo. L'uso della frutta è convincente, nessuna sensazione di trovarsi nel bicchiere un succo o una spremuta: l'ananas è molto calibrato e ben inserito nel contesto della birra, con un risultato non troppo distante da quello che si otterrebbe con i luppoli "giusti". Birra pulita e bilanciata, intensa, ruffiana: difficile resisterle. Un paio di gradini più in alto (7%) si trova la Passionfeber IPA, nella quale viene ovviamene utilizzato il frutto della passione. Abbastanza simile il canovaccio di partenza: colore dorato, velato ma luminoso, schiuma generosa, cremosa e compatta, molto persistente. Il passion fruit è protagonista al naso, affiancato dal mango e dal pompelmo, in un "cocktail" di frutta immagino pensato per bilanciare le note aspre del frutto della passione con quelle dolci del mango: il bouquet è fresco e pulito anche se personalmente il mix non mi fa impazzire. Un po' più robusto il corpo (siamo ai confini tra il medio ed il leggero), meno esuberanti le bollicine per una sensazione palatale morbida, benché molto scorrevole. Il contributo dei malti (crackers, un tocco di miele) è molto lieve al gusto domina il dolce/aspro del frutto della passione; mango e pompelmo restano un po' in disparte ed anche l'amaro (scorza agrumi, resina) fa un po' fatica ad uscire e ritagliarsi un ruolo da protagonista nel finale. Sarà che non amo particolarmente il frutto della passione, e quindi mi rendo conto che la mia opinione può essere poco obiettiva, ma questa Passionfeber mi convince molto meno della sua sorellina all'ananas. Rimane comunque elevato il livello di pulizia ed intensità, la birra è ancora piuttosto fragrante ma pende molto di più della precedente verso il succo di frutta. Nel dettaglio:Ananasfeber APA, formato 33 cl., alc. 5%, lotto 8, scadenza non riportata.Passionfeber IPA, formato 33 cl., alc. 7%, lotto 12, scad. 03/11/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Nomad Long Trip Saison

Galeotto fu l'incontro tra Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo) e  Kerrie Abba e Johnny Latta di Experience It Beverages, importatore di bevande con sede a Sidney; la coppia australiana viveva in Italia ed aveva iniziato un'attività di importazione di vini italiani nell'emisfero australe, venendo poi in contatto anche con l'attivissima scena brassicola italica. Birra del Borgo è uno dei primi marchi che gli australiani decidono di aggiungere alla propria gamma. Di Vincenzo viene invitato in Australia e a partecipare ad alcuni eventi  e alla Good Beer Week di Melbourne, finendo con l'innamorarsi della terra dei canguri. Tra una pinta e l'altra, tra Di Vincenzo ed i Latta nasce l'idea di mettere in piedi un microbirrificio a Brookvale, sobborgo di Sidney situato una quindicina di chilometri a nord. L'annuncio della nascita del progetto Nomad Brewing viene dato a febbraio del 2014; nello stesso periodo un impianto Spadoni da 25 hl parte via mare dall'Italia. La burocrazia australiana rallenta un po' i piani, e la prima birra viene ufficialmente spillata a fine luglio 2014.  Qualche mese dopo, in ottobre, al Salone del Gusto di Torino è già possibile assaggiare qualche bottiglia allo stand di Birra del Borgo; Di Vincenzo, che ammette di passare ormai quasi sei mesi l'anno in Australia, affida l'avviamento dell'impianto a Brooks Caretta - birraio nomade - ex di Birra del Borgo e responsabile anche della "partenza" delle Birreria a Eataly New York ed a Eataly Roma, progetti che vedono entrambi Di Vincenzo come socio.Nomad Brewing offre al momento quattro birre disponibili regolarmente (Pale Ale, Golden Ale, IPA e Saison) più un'ampia serie di produzione stagionali, occasionali e collaborazioni.Long Trip è il nome scelto per una Saison realizzata con malto Pale, frumento, chicchi di caffè, pepe della Tasmania e semi di Acacia Picnanta australiana.Il suo colore è l'arancio pallido, sormontato da un'esuberante schiuma biancastra e pannosa, dalla lunghissima persistenza. Gli agrumi (soprattutto cedro e limone) danno il benvenuto al naso, molto intenso e piuttosto pulito; sono affiancati da spezie (pepe bianco, cardamomo?), fiori e sentori di miele, erbe aromatiche (alloro?).  L'elevata carbonazione la rende in bocca molto vivace, mentre la consistenza watery abbinata ad un corpo medio garantisce un'ottima scorrevolezza. Il gusto è abbastanza complesso e parte con il dolce del miele e del biscotto, della frutta candita (albicocca), dello zucchero candito che formano una patina un po' appiccicosa che avvolge il palato senza mai abbandonarlo; a bilanciare c'è la nota acidula del frumento e l'amaro che si divide equamente tra il terroso e le erbe officinali. Nel retrogusto amaro fa ogni tanto capolino anche una suggestione di caffè. E' una Saison la cui lettura non è proprio immediata ma che mette in campo un'ottima intensità e un'eccellente pulizia; a mio parere indugia però un po' troppo sul dolce e si sente la necessità di una maggiore secchezza a ripulire il palato dopo ogni sorso. Viene un po' a mancare la raison d'être dello stile, quel potere dissetante e rinfrescante che costituiva il DNA di queste birre utilizzate dai contadini per rifocillarsi durante le lunghe giornate di lavoro estivo: priva di carattere rustico/ruspante, è una birra buona ed elegante che vedo più appropriata ad un comodo sorseggio a tavola in calice ed in abbinamento gastronomico, piuttosto che ad un'informale bevuta seduti per terra in mezzo all'erba di campagna. Formato: 33 cl., alc. 6.6%, IBU 39, lotto 35, scad. 07/2016, 3.90 Euro (foodstore, Italia).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Tiny Rebel The Full Nelson

Avevo incontrato il birrificio gallese Tiny Rebel  un paio di anni fa:  nel frattempo la “creatura” di Gareth “Gazz” Williams (31 anni) e Bradley Cummings ha continuato a correre veloce, raccogliendo premi e consensi.  Tre birre ai primi  tre posti del podio del Champion Beer of Wales 2013, bis della Pale Ale FUBAR all’edizione 2014 e, soprattutto, la Red Ale Cwtch che viene proclamata Champion Beer of Britain al Great British Beer Festival di Londra dello scorso agosto 2015. Il birrificio ha anche inaugurato il pub Urban Tap House, di fatto il primo  locale a Cardiff completamente dedicato alla “craft beer”, replicando poi nel 2015 con l’Urban Pop Up bar nella propria città di Newport. Il 2016 è iniziato con un annuncio sul blog nel quale il birrificio dichiara di voler realizzare trenta nuove birre, tre delle quali  (SNAFU, Dubbel Dragon e Stay Puft) sono arrivate già in gennaio; a voi stabilire se questa continua necessità di sfornare novità sia un bene o un male. Non è invece una novità la birra di oggi, che ha debuttato a maggio 2012: The Full Nelson, ovvero una “Maori Pale Ale”  nella quale, su una base di malto Monaco, viene dato ovviamente campo libero al luppolo neozelandese Nelson Sauvin. Ammetto subito il mio amore per questo tipo di luppolo, peraltro apprezzatissimo in un’altra riuscita “single hop” come la Merica di Prairie. Dorata con sconfinamenti nell’arancio, velata, forma una persistente “testa” di schiuma bianca, compatta e cremosa. L’aroma non è molto complesso ma porta in dote eleganza, intensità, pulizia ed ancora una buona freschezza: tanto basta per convincere. Dominano uva bianca, uva spina e litchi, in un’asprezza completata dalle note di cedro, pompelmo e lime.  In bocca le leggerissime note di biscotto e pane fanno da introduzione ad un tocco dolce di frutta tropicale prima che il gusto intraprenda il suo percorso in territorio amaro (zesty ed erbaceo). Leggera, vivacemente carbonata e scorrevolissima, ribalta al palato quanto espresso nell'aroma: qui dominano gli agrumi mentre l'uva e l'uva spina, marchi di fabbrica del Nelson, restano in sottofondo ma hanno un'importanza fondamentale nel contribuire a rendere questa Pale Ale  molto secca e quindi molto rinfrescante e dissetante. La componente ruffiana non è sfacciata, i profumi sono invitanti, la relativa semplicità ne permette la bevuta spensierata e quasi seriale; l'inappuntabile pulizia permette di realizzare una sorta di parata/tributo del luppolo neozelandese in una birra che risulta molto fruttata ma piuttosto quadrata e, soprattutto, sensata. Se come me amate questa varietà di luppolo, questa è una birra che dovreste regalarvi.Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto 818 819, scad. 10/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Statale Nove John G Evo 3

Di tanto in tanto fa sempre capolino sul blog il birrificio bolognese Statale Nove guidato dal 2008 dal birraio Filippo Bitelli; non abito molto lontano e l'occasione è ghiotta per bere sempre birra fresca. Il birrificio offre una gamma ampia che attraversa la tradizione tedesca, anglosassone e belga, ma è la Germania a farla da padrone, con interpretazioni stilistiche sempre ben fatte che convincono senza necessariamente dover sempre rincorrere la moda del momento. Non è dunque un caso che l'anglosassone Stout di Statale Nove, chiamata John G, venga ogni tanto trasfigurata in una bassa fermentazione tedesca altrimenti detta Schwarzbier e rinominata John G Evo 3. Gli elementi in gioco sono quelli preferiti dal birrificio bolognese: la musica, visto che John G è il titolo di un brano dell'album d'esordio degli Atomic Ants a sua volta "dedicato" a John Joseph Gotti, il boss "elegante" dal 1985 al 2002 a capo della famiglia dei Gambino una delle più potenti famiglie mafiose di New York. Ma oltre alla musica nel nome (Evo 3) ci sono anche i potenti motori americani ai quali erano già state dedicate questa e questa birra. John G Evo 3 dunque, nel nuovo formato 33 che finalmente anche Statale Nove s'è decisa ad adottare, accompagnato dalle nuove etichette. Schwarzbier che arriva nel bicchiere di color ebano scuro con intense venature rosso rubino; la schiuma è beige chiaro e, benchè non troppo generosa, è fine e cremosa ed ha una buona persistenza.  Al naso i profumi di caramello e pane nero (Pumpernickel), tracce di ciliegia  e di caffè (liquido) che, man mano che la birra si scalda, assume il ruolo di assoluto protagonista; bene sia l'intensità che la pulizia. Al palato la carbonzione è davvero molto bassa; la birra ne guadagna in scorrevolezza, anche se non ne avrebbe bisogno, ma perde un po' di vivacità: leggera e "watery" quanto basta, rivela invece una bella intensità che ricalca in fotocopia l'aroma. Pane nero, cereali con il dolce del caramello in sottofondo sono la base sulla quale recitano un ruolo da protagonista tostature e caffè, sopratutto quando la temperatura aumenta. E' l'acidità dei malti scuri a stemperarle un po', prima del loro ritorno nel retrogusto abbastanza amaro di caffè e tostature.  Un interpretazione piuttosto personale di una Schwarzbier, con il caffè molto in evidenza a portarla al di fuori dei parametri stilistici, se si vuole essere puntigliosi; superando la teoria, la pratica mostra una quasi "session beer" molto pulita che fa ben coesistere intensità e facilità di bevuta, un pregio che non dev'essere dato per scontato. Sfavorevole - come tutte le cosiddette "artigianali" italiane - è invece il rapporto qualità prezzo se paragonato alle sorelle tedesche: d'accordo, parliamo di due nazioni diverse ma "sessionare" a dodici euro al litro diventa impegnativo.Formato: 33 cl., alc.  4.7%, lotto 370 imbott. 29/10/2015, scad. 29/10/2016, pagata 4.00 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Val-Dieu Grand Cru

L'abbazia cistercense di Val Dieu venne fondata nel 1216 ad Aubel (Pays de Herve, Belgio) da monaci provenienti dall’abbazia di Hocht, vicino a Maastricht; secondo la leggenda questa zona un tempo inabitata che oggi si trova a soli 25 chilometri a nord-est di Liegi era così ostile da essersi guadagnata il soprannome di “vallata del diavolo”. I monaci vi si stabilirono e, probabilmente per sfatare i cattivi presagi, la rinominarono Val-Dieu, ovvero “la valle di Dio”, nome che fu poi attribuito anche all’abbazia. La storia del monastero attraverso i secoli nella tumultuosa Europa centrale è la solita fatta di ampliamenti e distruzioni (1287, 1574 e 1683): nel diciottesimo secolo il suo massimo periodo di splendore terminato poi con la Rivoluzione Francese che lo “espropriò” obbligando i monaci all’esilio: Val-Dieu può comunque vantarsi di essere l’unico monastero belga sopravvissuto fisicamente alla Rivoluzione Francese. Fu l’abate Jacques Uls a riottenere il possesso del monastero che alla sua morte fu convertito in una fabbrica di lino ed in un convitto: nel 1840 gli edifici ormai in pessimo stato di conservazione furono acquistati dall’abate Burgers che vi si stabilì assieme ad altri tre monaci provenienti dall’abbazia di Bornem. I monaci sono rimasti a Val-Dieu sino alla fine del 2001, mentre dal primo gennaio 2012 negli ambienti del monastero abita  “una piccola comunità laica, guidata del rettore Schenkelaars Jean-Pierre, sotto la supervisione delle autorità ecclesiastiche regionali e in collaborazione con l’Ordine Cistercense”.  Per quel che riguarda la produzione di birra, non si hanno notizie molto precise se non che la cessò con la Rivoluzione Francese e che i vecchi impianti di Val-Dieu furono definitivamente rottamati nel 1940 durante i lavori di restauro del monastero; dal 1975 al 1980 i monaci permisero (ingenuamente) al commerciante di bevande Corman di Battice l’utilizzo del proprio nome per realizzare la Tripel presso gli impianti della Brouwerij Van Honsebrouck, senza chiedere nulla in cambio. Secondo alcune fonti non si trattò altro che una rietichettatura della Brigand. Nel 1993 il distributore Joseph Piron di Aubel (dove si trova il monastero) firmò con i monaci un contratto per la realizzazione di una serie di birre a nome Val-Dieu impegnandosi a corrispondere una commissione; il problema era che nel frattempo Corman aveva ad insaputa dei monaci registrato il nome “Val-Dieu” e  Piron fu quindi costretto ad acquistarlo da lui. Le “nuove” Val-Dieu vennero inizialmente appaltate alla Brouwerii Van Steenberge fino a quando non entrò in funzione il nuovo birrificio di Piron, la  Brasserie d'Aubel , situato a pochi chilometri dall’abbazia. Sembra tuttavia che la Blond e la Brune fossero di qualità molto bassa, con una serie d’infezioni e di problemi che portarono il giovane birrificio al fallimento nel 1995. L’ultimo (e definitivo) tentativo di portare avanti il nome Val-Dieu è quello fatto nel 1997 dal commerciante di bevande Alain Pinckaers e dal socio Benoit Humblet, birraio proveniente dalla Kronenbourg; ai due venne l’intuizione di realizzare il birrificio in uno degli edifici del complesso cistercense. La produzione – che afferma di basarsi su ricette tramandate dall’ultimo abate di Val-Dieu – parte con Blond e Brune seguite nel 1998 dalla Tripel; se escludiamo i birrifici trappisti, Val-Dieu è di fatto a tutt’oggi l’unica abbazia in Belgio all’interno della quale viene ancora prodotta birra.  Dopo quasi vent’anni, Val-Dieu è ancora nelle mani di Alain Pinckaers e del nipote Michaël Pelsser;  il birraio Benoit Humblet se n'è invece andato ad aprire il microbirrificio  Bertinchamps a Gembloux e al monastero è arrivata la birraia Virginie Harzé assistita da Jonathan Petrenko. La produzione si attesta attorno ai 900.000 litri/anno, con Tripel e Grand-Cru a tirare le fila dell’export (30%).Nel 2016 ricorrono gli ottocento anni dalla fondazione di Val-Dieu ed è giusto “celebrarli” con quella che è l’ammiraglia del monastero,  una robusta (10.5%) Belgian Strong Ale chiamata Grand Cru. Si veste con la “tonaca del frate” che in contro luce evidenzia intensi riflessi rosso rubino e ambrati; la schiuma è di un bianco appena sporcato di beige, abbastanza compatta e cremosa ed ha un’ottima persistenza.  Il naso è pulito è piuttosto ricco di “dark fruits” come prugna e uvetta, frutti di bosco, poi zucchero candito, mela rossa ed arancia candita; in sottofondo qualche nota vinosa e terrosa. Al palato è piuttosto corposa (medio-pieno) con una consistenza morbida, viscosa ed oleosa che è tuttavia mitigata da una carbonazione abbastanza sostenuta. E’ una birra che sin dai profumi non fa certo mistero di voler essere dolce, ed in bocca c’è tanta frutta sotto spirito a continuare il percorso intrapreso: uvetta, prugna, e frutti di bosco vengono affiancati da note di biscotto, forse liquirizia, zucchero candito e caramello ed una delicata speziatura.  E’ l’alcool, assieme ad una  leggera asprezza finale (uva, mela rossa) e ad un accenno amaro (terroso)  a bilanciare almeno in parte il (tanto) dolce, mentre i primi sorsi regalano anche una suggestione di tostato e di cioccolato. Complessivamente si sorseggia lentamente ma con buona frequenza, mentre l’alcool regala un morbido e diffuso calore che permette d’affrontare anche le più fredde serate dell’anno: spiccatamente dolce (tocca ripetermi) ma  non fuori controllo, molto appagante soprattutto se amate questa tipologia di birre. Mettetevi a sedere e prendetevela comoda, magari con una tavoletta di cioccolato fondente a portata di mano.Formato: 75 cl., alc. 10.5%, scad. 04/2017, pagata 4.15 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mahrs Bräu Pilsner

Risalgono al 1670 le prime notizie documentate sull’esistenza di un birrificio in quello che allora era Wunderburg, un piccolo subborgo di Bamberga. L’area ad est del fiume Regnitz, che giusto per darvi un punto di riferimento  dista un paio di chilometri dalla centrale Dominikanerstraße dove potete bere la famosa Schlenkerla, è oggi a tutti gli effetti parte di Bamberga; nel 1895 Johann Michel acquista la proprietà che si trova al numero 10 di Wunderburg e la corrispettiva “cantina” scavata nella roccia della vicina collina di Stephansberg. Il birrificio esistente, chiamato “Zum Brenner”, viene demolito nel 1908 per far posto alla costruzione in mattoni che potete vedere ancora oggi;  dopo gli inevitabili disagi provocati dalla seconda guerra mondiale, nel 1949 la produzione riparte. Nel 1957 Albert e William Michel ricevono il testimone da Johann e fondano la Mahr's Brau, che nel 1971 passa nelle mani Ingmar Michel, nipote di Johann e  promotore dell’opera di ammodernamento ed ampliamento del 1985. Se vi capita di visitare Bamberga, opzioni ovviamente consigliata dal sottoscritto, potete bere le Mahr’s direttamente alla Gaststube del birrificio, sempre in  Wunderburg 10, dove ovviamente troverete anche l’immancabile Biergarten ad attendervi, dalle 9 di mattina alle 23.30.  In alternativa, avete la Mahr’s Keller al 36 di Obere Stephansberg, all’interno di una delle caratteristiche case a graticcio.  E mentre la più nota tra le produzioni di Mahr’s rimane ancora la Ungespundet Hefetrüb, una kellerbier non filtrata, oggi versiamo nel bicchiere la Pils della casa: 100% malto Pilsner, luppolatura di Hallertauer Tradition e Hallertauer Hersbrucker. Il primo è un luppolo creato dall’Hopfenforschungszentrum di Hüll e commercializzato per la prima volta nel 1991; fu ottenuto incrociando  Hallertau Mittelfruh , Saaz ed Hallertauer Gold allo scopo di creare una varietà più resistente ai parassiti e ai funghi (Verticillium) che affliggono i campi di luppolo. Il secondo prende invece il nome dall’omonimo distretto (Hersbruck) dell’Hallertau e si diffuse con successo a partire dagli anni ’70, anch’esso grazie alla sua maggior resistenza alle malattie. La German Pilsner di Mahr’s si presenta dorata e perfettamente limpida con un compatto cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma è molto pulito, con una buona finezza che permette d’apprezzare i profumi di camomilla, miele millefiori, mollica di pane ed una delicata presenza erbacea. Parametri stilistici rispettati anche al gusto, che riprende in fotocopia l’aroma:  lo stile  - e lo ricordo per i meno esperti - è di quelli che non permettono distrazioni, non ci sono “smodate” quantità di luppolo a coprire eventuali imperfezioni o errori. Le note maltate (crackers, miele, pane e cereali) sono bilanciate dall’amaro erbaceo e leggermente speziato del luppolo "nobile", in un finale abbastanza secco che rinfresca e disseta. Il corpo leggero e un discreto livello di bollicine la rendono scorrevole senza mai essere sfuggente: non ci vogliono molti minuti a terminare questo mezzo litro di Pilsner che svolge il suo compito (dissetare e rinfrescare) con precisione e pulizia, equilibrio e, soprattutto, con un’ottima intensità di gusto ed una discreta fragranza. Il formato in bottiglia – si sa – non è quello ideale e neppure gli spostamenti giovano a queste delicatissime birre ma, in questo caso, anche accontentandosi si riesce ugualmente a godere. Formato: 50 cl., alc. 4.9%, scad. 24/03/2016.NOTA: la descrizione della birre è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglie, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale dei birrifici.

Deschutes The Abyss 2013

Purtroppo non arrivano ancora in Europa le birre di Deschutes ed è un vero peccato perché il birrificio dell'Oregon ci sa davvero fare. Fondato come piccolo brewpub a Bend nel 1988 da Gary Fish, il birrificio che prende il nome dal fiume che attraversa la propria città è cresciuto sino a diventare (dati 2014)  il settimo maggior produttore "craft" statunitense ed il dodicesimo se alla classifica aggiungiamo anche i colossi industriali. Oggi però non è il momento di passare in rassegna la storia di Deschutes perché c'è molto da dire sulla birra. Nel 2005 Gary Fish "sfida" i propri birrai a creare una birra estrema, potente, quella che ancora mancava a Deschutes, la cui capacità produttiva era costantemente insufficiente a soddisfare la richiesta di tutte le birre "basiche". Da un informale "concorso" interno indetto tra i vari birrai ne escono vincitrici due Imperial Stout; una prodotta con l'aggiunta di liquirizia, l'altra con melassa nera (blackstrap): dal blend di queste due birre nasce la base per quella che sarà poi la definitiva imperial stout chiamata The Abyss: oltre a melassa e liquirizia, vengono aggiunti corteccia di ciliegio e baccelli di vaniglia. La sua preparazione è abbastanza laboriosa in quanto è necessario realizzare due mash separati che vengono poi portati nello stesso bollitore; ci sono poi 360 bastoncini di liquirizia da scartare a mano, uno ad uno. Potete seguire le fasi su questa interessante pagina-diario del birrificio; in alternativa, ecco un video in cui trovate Gary Fish e Ryan Schmiege, il cosiddetto "barrel master" di Deschutes. La ricetta completa prevede malti Pale, Black, Chocolate, Black Barley, Roasted Barley e frumento, mentre i luppoli utilizzati sono Millennium, Nugget, Styrian e  Northern Brewer. Al momento della messa in bottiglia, viene fatto un blend di birra fresca e di birra affinata per dodici mesi in diversi tipi di botti: rovere dell'Oregon, ex-Bourbon, ex-Pinot Nero. Nel 2006 alla Deschutes il marketing non era certamente una delle priorità è l'uscita della Abyss avvenne in sordina; il passaparola tra gli appassionati fu però velocissimo e già l'anno successivo le richieste superarono di gran lunga la disponibilità. Entrata nel circolo delle cosiddette "birre culto" americane, ogni anno viene commercializzata a novembre e sparisce rapidamente dagli scaffali dei negozi. E già che parliamo di hype, sia Ratebeer che Beer Advocate la elencano tra le 50 migliori birre al mondo: trentanovesima per il primo (e ventisettesima miglior Imperial Stout), quarantaseiesima per il secondo (ventesima miglior Imperial Stout).Il millesimo 2013 protagonista di oggi viene presentato il 14 novembre nei pub di Bend e di Portland: l'ABV (variabile ogni anno) è 11% ed il blend è assemblato con il 72% di imperial stout non barricata, il 6% affinata in botti ex-Bourbon, l'11% in botti di rovere e l'11% di Pinot Nero. Anziché una scadenza, il birrificio imprime sull'etichetta la data dopo la quale ne consiglia il consumo: in questo caso è il 16 agosto del 2014, ovvero siete invitati a tenerla in cantina per almeno nove mesi.L'abisso nel bicchiere è spaventosamente nero, anzi nerissimo: per fortuna c'è una rassicurante e sontuosa "montagna" di schiuma marrone molto fine e cremosa, dalla lunghissima persistenza. Stupenda. L'aroma è un percorso molto raffinato che si snoda attraverso i profumi del bourbon e della vaniglia, del fruit cake, dell'uvetta e della prugna,  della melassa; ci sono intermezzi legnosi e vinosi (porto), ogni tanto fa capolino una nota affumicata e di cenere.La discesa nell'abisso è molto meno minacciosa di quanto potrebbe pensare: i primi 3/4 della bevuta si mantengono nel territorio dolce delimitato dall'aroma, con melassa e caramello bruciato, fruit cake, vaniglia, uvetta e cioccolato al latte, liquirizia e suggestioni di porto. Il finale ha una repentina virata (forse qualcuno potrebbe trovarla un po' brusca) in territorio amaro con intensissime ma raffinate tostature, caffè e cioccolato fondente, cenere. La bevibilità per la gradazione alcolica è davvero notevole, nel blend c'è solo un 6% di birra affinata in botti ex-Bourbon ma il distillato fa sentire la sua morbidissima presenza ed il suo calore per tutta la bevuta. Impossibile non fare menzione del mouthfeel, dove a fronte di un corpo pieno c'è una patina superficiale morbidissima e setosa, ad accarezzare il palato mentre sulla lingua scorre un liquido ben più consistente ed oleoso; la carbonazione è ovviamente molto contenuta. Lunghissimo il retrogusto, punto d'incontro di Bourbon, caffè e cioccolato, caldo ed avvolgente, pulitissimo, degna chiusura di una Imperial Stout sontuosa e davvero ben fatta, dove potenza e finezza riescono a stabilire una convivenza pressoché perfetta.Una birra non facile da trovare in quanto esce una volta l'anno, ma se capitate negli Stati Uniti tra novembre e dicembre, quando viene commercializzata, cercate di portarvene a casa almeno un paio di bottiglie e non ve ne pentirete, una da bere dopo un anno e un'altra da lasciare a lungo in cantina.Formato: 65 cl., alc. 11%, IBU 86, anno 2013.

Het Kapittel Watou Prior

Ci sono fonti discordanti sulla data di nascita di quella che per lungo tempo è stata "l'ammiraglia" del birrificio Van Eecke, presentatovi in questa occasione; c'è chi sostiene sia nata nel 1962, chi nel 1948 per "competere" con le vicine birre di St. Sixtus/Westvleteren, che in quel periodo erano appena state "appaltate" alla vicina St. Bernardus. Il fatto che si tratta di una gamma di birre dedicate al "capitolo", il luogo del monastero in cui si riunivano l'abate ed il priore, fa forse propendere per quest'ultima ipotesi; l'unica certezza è che sia opera del birraio Jan Van Gysegem (1931-2003) a quel tempo alle dipendenze di Albert Van Eecke. Ci troviamo nelle Fiandre Occidentali del Belgio, vicino al confine francese, una regione famosa per la coltivazione del luppolo (Poperinge) e per le robuste Dark Strong Ales che vengono prodotte in un raggio di soli venti chilometri. E' qui che nascono alcune delle migliori rappresentanti (al mondo!) di questo stile, le Westvleteren 8 e 12,  le St. Bernardus, le Kapittel di Van Eecke e, in tempi più recenti, quelle di De Struise.  La Kapittel Prior (9%) è stata poi "sorpassata" dalla leggermente più alcolica Abt (10%): pare che in principio la Prior avesse un carattere particolarmente vivace ed "esplosivo" che si manifestava alla strappatura e che le fece guadagnare l'appellativo di "birra-champagne". Aveva anche una marcata acidità che la rendeva simile, per darvi un paragone più recente, alla Aardmonnik degli Struise. Con la classica livrea della "tonaca di frate", riempie il bicchiere con una generosa testa di schiuma beige abbastanza compatta e cremosa, dalla lunga persistenza. L'aroma non è molto intenso ma  grazie ad un'eccellente pulizia mette in mostra una bella complessità fatta da prugna e uvetta, toffee, frutta secca, fruit cake, marzapane, pan di spagna imbevuto d'alcool, ciliegia sotto spirito, una suggestione di porto e di speculoos, zucchero candito. Al palato nessuna sorpresa e tradizione rispettata: corpo medio, carbonazione abbastanza vivace e una consistenza oleosa abbinata ad un'ottima scorrevolezza. L'alcool è piuttosto ben nascosto, alla (subdola) maniera belga, ed il gusto ripropone uvetta e prugna, biscotto e caramello, zucchero candito, liquirizia e frutta secca; l'inizio dolce viene poi "assorbito" da un'attenuazione davvero sorprendente, mentre nel finale leggerissime tostature ed una lieve nota terrosa ne completano il bilanciamento. Si congeda con un morbido tepore etilico ricco di dolce uvetta sotto spirito. Dark Strong Ale solida, molto pulita, una sorta di "biscotto liquido" molto appagante che consente di terminare la serata con soddisfazione; dicono che invecchi anche molto bene, soprattutto nel formato da 75 centilitri e quindi le dò un appuntamento a tra qualche anno.Formato: 33 cl., alc. 9%, imbott. 15/07/2014, scad. 14/07/2017,  1.35 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.