Toccalmatto Re Hop Fresh Hop

Non so se si possa già parlare di “moda” ma da qualche anno, in questi mesi, arrivano dai birrifici italiani sempre più birre prodotte con il luppolo appena raccolto, le cosiddette “Fresh Hop”, che vengono anche alternativamente chiamate “Harvest Hop” o “Wet Hop”: i tre termini sono praticamente equivalenti. Giusto ieri Cronache di Birra ha presentato una piccola carrellata di quelle che stanno arrivando nei pub proprio in questi giorni; anche in Italia si è da qualche anno iniziato a coltivare luppolo e c’è disponibilità di materia prima sufficiente a realizzare questo tipo di birre. Non esiste ovviamente una definizione categorica di “Fresh/Harvest/Wet Hop”, se non che i luppoli devono essere utilizzati entro pochissimi giorni (24/48 ore) dalla loro raccolta; i birrifici che si trovano vicino ai luppoleti sono fortunati e possono a volte utilizzare luppolo raccolto solamente qualche ora prima o, nei casi più estremi, qualche minuto prima! Le distanze tra i paesi europei non rappresentano comunque un ostacolo insormontabile a realizzare queste birre, se non quello “economico”: è infatti sufficiente recarsi con un furgone nelle zone di raccolta del luppolo per rientrare poi in Italia in giornata con dei luppoli freschi da poter utilizzare. In alternativa si può sempre ricorrere a costosi trasporti aerei come nel caso (estremo) di Sierra Nevada che realizza ogni anno la propria Southern Hemisphere Harvest con luppoli appena raccolti sul continente oceanico. Pare che il primo esempio di “Fresh Hop Ale” risalga al 1992 quando in Inghilterra il birraio  Trevor Holmes della  Wadworth Brewery  (Devizes, Wiltshire) ebbe l’idea di provare ad utilizzare del luppolo appena raccolto anziché quello secco; da allora, tutti gli anni, un addetto del birrificio si reca in una vicina fattoria alle 6 del mattino a prelevare il luppolo appena raccolto che viene utilizzato nel bollitore qualche ora più tardi. Gli americani avrebbero iniziato qualche anno più tardi: la prima (1996) dovrebbe essere stata  la ora defunta Yakima Brewery (sfruttando la sua posizione privilegiata a soli 50 chilometri da un campo di luppolo) imitata nello stesso anno da Sierra Nevada, che dovette però ricorrere a una spedizione urgente via aerea.  Negli ultimi anni, soprattutto negli Stati Uniti, il fenomeno delle “fresh hop” beer è esploso, con festival ed eventi completamente dedicati alle birre prodotte con luppolo fresco.  Nella Yakima Valley si produce la maggior parte del luppolo statunitense; la raccolta avviene ogni anno all’inizio di settembre o dintorni, un periodo già estremamente frenetico nel quale vanno anche organizzate le spedizioni via aerea a quei birrifici che devono produrre le birre col luppolo fresco e devono riceverlo il giorno successivo alla raccolta. Per un birraio la sfida principale nel fare una birra utilizzando esclusivamente luppolo fresco consiste essenzialmente nelle scarse informazioni sulla materia prima, che arriva freschissima ma senza quelle precise indicazioni (alfa e beta-acidi,  olii essenziali,  etc)  necessarie per elaborare la ricetta. Ci si basa allora  sull’esperienza maturata con le birre realizzate gli anni precedenti, oppure testando i fiori di luppolo letteralmente “sulla pelle”, annusandoli, strofinandoli e cercando di capirne le caratteristiche tastandoli o "strizzandoli" con le dita. Non tutte le cosiddette “Fresh Hop” sono prodotte al 100% con luppolo fresco; spesso questi sono utilizzati solamente per il dry-hopping, abbassando notevolmente il rischio di fare una birra diversa da quanto voluta e sfruttando le proprietà aromatiche dei fiori raccolti da poche ore. Per "celebrare" la stagione della raccolta del luppolo 2015 ho scelto quest'anno la versione Fresh Hop della Re Hop di Toccalmatto, disponibile da qualche settimana e realizzata con Cascade fresco raccolto nell'Azienda Agricola Fre di Carrù (Cuneo). L'azienda (anche beerfirm) ha iniziato la coltivazione di luppolo cinque anni fa, rendendosi già protagonista della birra MeM, realizzata assieme a Baladin con il Cascade autoprodotto.Non bevevo la Re Hop da qualche anno e la prima cosa che mi colpisce (in positivo) è la differenza nel colore con la bottiglia stappata nel 2012. Fortunatamente molto più chiara la versione attuale (malto pils), opportunamente "aggiornata" per restare al passo coi tempi. Perfettamente dorata e leggermente velata, forma un bel cappello di schiuma bianchissima, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. Il mix di luppoli è stato modificato più volte nel corso degli anni; questa bottiglia viene prodotta con Cascade e Saaz. Siamo di fronte ad un'American Pale Ale e non ad bomba di luppolo; ci sta quindi che l'aroma non sia esplosivo, nonostante il luppolo fresco utilizzato, e che persegua piuttosto l'eleganza e la pulizia. In bell'evidenza c'è un bouquet che si compone di agrumi (cedro, mandarino, arancia, limone), frutta tropicale (ananas e mango), accenni di sentori vegetali e  "dank" che ricordano alla lontana la marijuana: birra in bottiglia da poche settimane, con fragranza e freschezza sugli scudi. Caratteristiche che si confermano anche al palato, in una birra delicata e molto bilanciata, che parte da una leggera base malata (crackers, miele) a supporto della generosa luppolatura che dispensa frutta tropicale (ananas) ma soprattutto agrumi, pian piano protagonisti della bevuta in un bel finale amaro e zesty (cedro, pompelmo, limone) con qualche breve sconfinamento in territorio resinoso e "dank". Grande pulizia al palato, birra ruffiana quanto basta che evapora dal bicchiere in tempi rapidissimi con l'aiuto di una carbonazione bassa (forse un po' troppo, per il mio gusto), un corpo leggero e un'ottima attenuazione a garantire un ottimo potere rinfrescante e dissetante. Formato da 33 decisamente insufficiente per questa "quasi" session beer che potreste tranquillamente bere serialmente senza mai stancarvi. Essendo una "fresh hop" va bevuta subito e non tra qualche mese: se volete assaggiarla cercatela prima che perda la sua stessa ragione di esistere.Formato: 33 cl., alc. 5%, lotto 15049, scad. 25/09/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Les 3 Fourquets Lupulus Brune

“Dallo gnomo al lupo cattivo”: con queste poche parole si potrebbe riassumere la storia della Brasserie Les 3 Fourquets, dietro la quale troviamo Chris Bauweraerts e il cognato Pierre Goubron, gli stessi che il 27 agosto del 1982 produssero i primi 50 litri (!) di “La Chouffe” birra d’esordio della  Brasserie d'Achouffe, il cui logo è rappresentato da uno gnomo.  Il birrificio raggiunse in un ventennio dimensioni importanti, arrivando a produrre più di 20.000 barili l’anno prima di essere ceduto nel settembre del 2006  alla  Duvel-Moortgat. Chiusa la parentesi Achouffe, Bauweraerts e Goubron, continuano comunque a produrre birra in un nuovo progetto che vuole essere di dimensioni più modeste e, soprattutto, dai ritmi produttivi meno frenetici di quelli richiesti dall’industria; negli edifici di proprietà a Gouvy (provincia del Lussemburgo belga), a soli 15 chilometri di distanza da Achouffe, aprono un ristorante affidandolo al talentuoso chef Gilles Poncin, proveniente dalla cucina del “La Pomme Cannelle" di  Houffalize.   Contestualmente nasce anche la Microbrasserie Les 3 Fourquets, inizialmente con lo scopo di produrre semplicemente i fusti di birra necessari per soddisfare il consumo della brasserie, per poi passare in un secondo tempo alle bottiglie. Ratebeer conta oggi circa una ventina di referenze, un numero abbastanza elevato per un birrificio guidato da due personaggi che – sin dai tempi dell’Achouffe - hanno sempre apertamente dichiarato di “odiare produrre birre nuove” preferendo invece continuare a perfezionare un numero ristretto di ricette. La gamma Lupulus è quella che sino ad oggi ha dato notorietà a Les 3 Fourquets:  birre dedicate al lupo che un tempo abitava la regione delle Ardenne, ma il riferimento è ovviamente anche al luppolo, ovvero Humulus Lupulus. Si va dalla flagship “Lupulus”  (una Tripel anche in versione biologica “Organicus”) all’invernale “Hibernatus”, passando per le più leggere ”Lupulus Fructus”, “Lupulus HopEra” e “Lupulus Printemps”. La scura della casa, una sostanziosa strong ale, vivne chiamata semplicemente “Lupulus Brune” ed arriva (2010) un paio di anni dopo rispetto alla Tripel. Il suo colore è il classico “tonaca di frate” arricchito da intensi riflessi rossastri; inappuntabile è anche la schiuma beige chiaro, cremosissima e abbastanza compatta, molto persistente. L’aroma, non particolarmente intenso o complesso, si compone di leggeri sentori di fiori e frutta secca, caramello, uvetta:  i profumi sono puliti ma non c’è quell’eleganza capace di trattenere le narici sul bordo del bicchiere per diversi minuti. Meglio, molto meglio al palato, a partire da un “mouthfeel” abbastanza scorrevole che trova un ottimo compromesso tra morbidezza e presenza di bollicine. La partenza è dolce di biscotto, caramello e uvetta, prugna, forse frutta secca, con una delicatissima – quasi impercettibile – speziatura a fare da “collante” tra i vari elementi; l’alcool (8.5%) è nascosto con la tipica subdolerìa belga  e la bevuta risulta agevolissima, con l’iniziale dolcezza bilanciata da un’elevata attenuazione. La chiusura è abboccata, con quella punta d’amaro strettamente necessaria a non renderla dolce. Devo però sottolineare che, almeno in questa bottiglia, la pulizia del gusto non è esente da pecche ed anche l’intensità è ben lontana dal soddisfare chi vorrebbe una calda compagna di fine serata con la quale magari rilassarsi in poltrona. Personalmente avverto un po’ la  mancanza di  calore etilico, avvertibile timidamente solamente quando la birra è a temperatura ambiente nel retrogusto, piuttosto corto, dove fa capolino un accenno di frutta sotto spirito. Complessivamente buona, ma mi aspettavo qualcosina di più. Formato: 75 cl., alc. 8.5%, lotto D6, scad. 12/2017, pagata 3.99 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Guineu Cocoa Imperial Stout

Sarò stato sfortunato, ma per il momento non posso definire positivo il mio bilancio con la "craft beer revolution" spagnola. Non sono tante le birre che ho assaggiato ma per ora vedo molte ombre e solo qualche spiraglio di luce per una scena brassicola giovane che in un certo senso ricorda quella italiana di una decina d'anni fa o dintorni.Faccio un altro tentativo con Ca L’Arenys, azienda di Valls de Torroella (Barcellona) produttrice di impianti per fare la birra nonché importatore e distributore in Spagna di materie prime. Quasi normale, avendo tutto già "pronto" in casa, lanciare anche il proprio birrificio/marchio: ecco allora Cervezas Guineu (ovvero "Volpe"), attiva dal 2008 ed affidata al birraio Guzmán Fernández. Le Guineu vengono importate in Italia da DaPian di Ponzano Veneto (Treviso) e ecco che tra i due partner commerciali nasce l'idea di realizzare assieme una birra. Si tratta di un'imperial stout chiamata Cocoa e prodotta con malti Extra Pale Ale Maris Otter, Munich, Crystal 150, Chocolate, Black, Carawheat e frumento in fiocchi; i luppoli utilizzati sono Magnum, Pacific Gem e (Hallertauer) Mittelfrüh. La birra riceve infine quello che in etichetta viene definito un "dry hopping di estratto di cacao".Il suo vestito è di color ebano scurissimo, quasi nero, e forma un piccolo cappello di schiuma beige, abbastanza fine e cremosa ma poco persistente. L'aroma rispetta fedelmente il nome della birra: il cacao qui è ovunque, intensissimo ma alquanto artificiale e ben lontano da una qualsiasi forma di eleganza. Sfacciato e alquanto cafone, diventa ben presto stucchevole obbligando - al meno per quel che mi riguarda - ad allontanare le narici dal bordo del bicchiere; ala cieca, più che una birra si avrebbe l'impressione di avere davanti una sorta di liquore aromatizzato al cacao, piuttosto dolce.Le cose vanno un po' meglio in bocca, dove per lo meno c'è un po' più di varietà: il cioccolato è sempre in primo piano, con quella sensazione "artificiale" che proprio non se ne vuole andare, ma per lo meno è affiancato dall'orzo tostato, dalla liquirizia e da qualche ricordo di caffè. La bevuta è un po' slegata, l'alcool si sente ma viaggia parallelamente agli altri elementi senza mai integrarsi con loro; la pulizia è tutt'altro che esemplare, benino il retrogusto che, anticipato da una lieve acidità ripulente, ripropone stavolta in maniera più convincente e amalgamata il caffè, le tostature, il cioccolato e l'alcool, anche se ogni tanto fa capolino una qualche leggera bruciatura. Il corpo è medio ma la sensazione complessiva palatale è un po' troppo leggera se si considera il contenuto alcolico (10%): se proprio si voleva realizzare una fantasiosa birra-dessert (cfr. le imperial stout di Omnipollo o le Beer Geek di Mikkeller) ci voleva maggior consistenza e cremosità. Ma oltre ad essere un'imperial stout troppo "cioccolatosa", questa Cocoa risulta purtroppo molto artificiosa nel suo cioccolato, risultando alla fine col sembrare uno stucchevole liquore al cioccolato: un paio di sorsi e viene già voglia di passare oltre.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 80, lotto 510, scad, 10/2019, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Wild Beer Modus Operandi

La storia di Wild Beer Co. che avevo riassunto qui un paio di anni fa inizia a giugno del 2012, quando gli impianti del birrificio non erano ancora pronti e Brett Ellis ed Andrew Cooper fanno la loro prima cotta presso la Arbor Ales. L'idea di questa birra era venuta loro dopo aver assaggiato, al Great British Beer Festival, La Roja degli americani di Jolly Pumpkin, e qualche giorno dopo una bottiglia di Gales Prize Old Ale. Per un birrificio che sceglie di chiamarsi "Wild", la birra di debutto chiamata "Modus Operandi" simboleggia quello che sarà il loro principale processo produttivo: lieviti selvaggi, affinamenti in botte, blend di birra invecchiata e birra fresca.Nello specifico, per realizzare questa Modus Operandi viene prodotta una Old Ale che inizialmente viene messa ad invecchiare in botti di bourbon. Il risultato finale non soddisfa completamente i birrai, che decidono allora di utilizzare anche botti ex-vino. Al momento della messa in bottiglia viene realizzato il blend che comprende birra fresca, birra invecchiata in botti ex-bourbon e birra affinata per 90 giorni in botti ex-vino, in compagnia dei batteri naturalmente presenti nel legno. Si presenta piuttosto torbida e di colore ambrato con qualche venatura rossastra; la schiuma è fine e cremosa ma la sua persistenza non è molto prolungata nel tempo. L'aroma è piuttosto invitante e molto ben assortito, ed è proprio la schiuma ad emanare i profumi migliori. Ci sono sentori di ciliegie, fragole e lamponi, frutti di bosco maturi, legno, vaniglia ed aceto balsamico, che vengono affiancati da quelli più aspri di visciole, aceto di mela e mela rossa. L'aroma è elegante e pulito, ma purtroppo svanisce quasi completamente assieme alla schiuma.  Le aspettative (alte) si sono comunque ormai create ma il primo sorso di questa bottiglia mi riporta subito con i piedi per terra; il gusto è molto meno ricco ed intenso dell'aroma, rivelandosi piuttosto confuso ed incomprensibile. Mi riesce persino difficile descriverlo, e quando chi beve non riesce a parlare facilmente di quello che ha nel bicchiere le cose non vanno molto bene. C'è una sottile base dolce (caramello, ciliegia?) ma soprattutto una componente più aspra (aceto di mela) con qualche sconfinamento nel lattico. La bevuta si trascina in assenza d'intensità e di pulizia, in un qualcosa indefinito e slavato, quasi evanescente, fin troppo leggero per l'alcool dichiarato (7%); per una volta mi trovo davvero in difficoltà a parlare di quello che sto bevendo e che mi lascia molto deluso. Facendo il conto alla sesta bottiglia di Wild bevuta il risultato è perfettamente in parità: luci ed ombre, tre a tre. Un bilancio assolutamente non soddisfacente, non sono birre economiche e le possibilità che una bottiglia su due non sia proprio memorabile è troppo elevata. Molto bene Ninkasi ed Evolver IPA,  bene Epic Saison, da dimenticare tutto il resto che trovate qui; nell'attesa che il birrificio trovi quella fondamentale costanza produttiva, soprattutto per quel che riguarda i "blend" di birra giovane e barricata, andateci cauti e incrociate le dita, se proprio vi decidete ad acquistare.Formato: 33 cl., alc. 7%, scaf. 16/05/2016, pagata 4.52 Euro (beeershop, Inghilterra).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Préaris Quadrocinno

Ritorna sul blog a sole poche settimane di distanza la beerfirm belga  del cavallo volante "Vliegende Paars", presentatavi in questa occasione. La birra di oggi si chiama Quadrocinno: anche non sapendo nulla non è difficile indovinare che si tratta di una Quadrupel con aggiunta di caffè, nello specifico del Costa Rica. Se l'etichetta è abbastanza esplicativa nella grafica, non lo è altrettanto nell'indicare il luogo di produzione di questa birra, che viene omesso: é comunque realizzata dal "solito" De Proef.Questa variante della Préaris Quadrupel biene inizialmente pensata come una produzione stagionale (invernale), ma il successo riscontrato allo Zythos Festival del 2014 l'ha fatta entrare in produzione tutto l'anno: i partecipanti del festival la elessero tra le tre migliori birre sulle oltre cinquecento presenti. Ai Global Craft Beer Awards di Berlino dello stesso anno la Quadrocinno si porta a casa una medaglia di bronzo.Millesimo 2014 stampato in etichetta, e nel bicchiere si mostra in tutta la sua statuaria bellezza: colore tonaca di frate movimentato da venatura rossastre, schiuma cremosissima e compatta, color ocra, molto persistente. Le belle notizie purtroppo si fermano qui, perché la quasi assenza di aroma non fa presagire nulla di buono: impressionante come sia difficile "tirare fuori" dei profumi da una birra che di gradi alcolici ne ha 10. La schiuma suggerisce una leggera asprezza di frutti di bosco rossi, mentre è solo agitando vigorosamente il bicchiere che emerge qualche sentore di zucchero candito, caramello, uvetta. Non che al palato ci sia molto di più: il gusto è poco intenso e piuttosto confuso, poco pulito; quello che ti aspetteresti di trovare in una Quadrupel (uvetta, caramello, zucchero candito) rimane molto in sottofondo, mentre la birra colpisce per il suo carattere estremamente secco,  che asciuga qualsiasi velleità dolce sul nascere ma, così facendo, attenua quasi del tutto i sapori. La bevuta è attraversata da una leggera acidità, anche se non c'è la evidente presenza di lattico, e termina con una nota amaricante poco gradevole ma quasi impossibile da descrivere. Il corpo è medio, con il giusto ammontare di bollicine e una ottima scorrevolezza, forse addirittura eccessiva per la sua "stazza": l'alcool è praticamente impercettibile. Per chiudere il cerchio ritorniamo all'inizio: la birra si chiama "Quadrocinno", ma di caffè non c'è la minima ombra, aroma o gusto che sia. Bottiglia davvero difficile da giudicare e, soprattutto, molto poco buona. Dimenticare e passare oltre, non resta altro da fare.Formato: 33 cl., alc. 10%, scad. 30/09/2016, pagata 2.05 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

L’Artigianale del discount: Cask 65 Bruna & Arcana Red Ale

Di tanto in tanto mi piace ritornare sull’argomento “la birra artigianale al discount”, due concetti teoricamente contrapposti;  “birra artigianale” è stata infatti "inventata" con in mente target ambiziosi: ristorazione, esperienze gourmet, enoteche, eleganti bottiglie da 75 cl. che inizialmente ricordavano quelle del vino o dello champagne, prezzi elevati (anche per) caratterizzare e posizionare un prodotto in fascia “premium”. Solo in tempi più recenti, dopo lo scarso successo nell’ambito della ristorazione, la “birra artigianale” ha preferito rivolgersi ai suoi canali “tradizionali”, ovvero la birreria, il pub, il bar e il beershop, rimpiazzando o almeno affiancando il formato 75 con quello da 33. I prezzi non sono diminuiti, ma questa è un’altra storia. E’ curioso come un prodotto come la  “birra artigianale”  sia pian piano entrato anche nelle cerchie dei supermercati “discount”, dove difficilmente i prodotti “premium” trovano collocazione e dove la gente si reca soprattutto per comprare “quello che costa poco”. Ma è allora possibile trovare una “birra artigianale italiana”  (e sottolineo “italiana”, perché in altri paesi il problema non si pone) che sia buona e che costi poco?  Al momento la risposta sembrerebbe essere più no che sì: queste sono almeno state le mie impressioni derivanti da questo e questo assaggio.   Facciamo oggi un terzo tentativo con due birre che ho di recente avvistato per la prima volta sugli scaffali del discount. La prima è la Arcana Red Ale, commissionata dalla Target 2000 di Riccione e, sebbene non sia indicato in etichetta, prodotta dal birrificio Amarcord di Apecchio (PU): una “rossa” che va ad accompagnare la già esistente “bionda” Golden Ale, assaggiata lo scorso anno. Piuttosto bella nel bicchiere, ambrata, velata con venature ramate; la schiuma ocra è compatta e cremosa, con un’ottima persistenza. L’ idillio dura però poco: al naso un discreto diacetile e qualche sentore metallico mettono un po’ in ombra i sentori di toffee e di frutta secca (o “nutty", per dirla all’anglosassone). C’è quasi una suggestione di ciliegia e, quando la birra si scalda, di mela.  La pulizia non brilla neppure al gusto, ma nel complesso l’inizio della bevuta è accettabile, riproponendo biscotto, toffee, frutta secca e anche un lieve diacetile; abbastanza sgraziata è invece la chiusura, con un amaro tra il terroso e l’erbaceo poco elegante, leggermente astringente e lievemente bruciacchiato (gomma).  Indubbiamente un po’ migliore della sua sorella “bionda” , è un’ambrata dal vago carattere inglese non certo memorabile ma neppure imbevibile; l’avessi trovata al bancone del bar/pub a 5 Euro mi sarei probabilmente inca**ato,  ma la bottiglia di mezzo litro a  1,79 Euro  fa socchiudere gli occhi sui difetti e può essere un’opzione per bere qualcosa che ha un po’ più gusto di una blanda industriale senza dover arrivare ai soliti prezzi della “birra artigianale” italiana. In due parole, “quasi sufficiente”.Più arduo il compito che deve affrontare la birra Cask 65 Bruna, prodotta dal birrificio cuneese Della Granda  per la linea “Mastri Birrai Italiani”  de “La Cantinetta” di un altro noto discount italiano: qui si entra in territorio Belga, dove il lievito è più che mai protagonista. Sorvolerei sulle trionfanti note descrittive del volantino pubblicitario (“Viaggio fra sapori autentici, tra tradizione ed innovazione, alla scoperta delle birre dei migliori Mastri Birrai Italiani” con “l’obiettivo di presentare una birra genuina e di altissima qualità, ad un costo contenuto rispetto ad altre dalle medesime caratteristiche”) per passare subito alla sostanza , non prima di ricordare i luppoli utilizzati: Spalter Select, Saaz, Magnum.  Anche per questa birra il meglio arriva dagli occhi: ambrata e velata, bei riflessi rossastri e ramati, schiuma ocra, cremosa e compatta ma poco persistente. L'aroma è quasi inesistente, ma quel poco che c'è è dominato dall'acetaldeide (mela verde) e, impegnandosi, si può scorgere qualche sentore zuccherino e di caramello. Le cose vanno solo un pochino meglio al palato, ma non c'è nulla di cui essere contenti: biscotto, caramello, mela e pera vanno a comporre un gusto poco pulito, poco intenso che si rivela essere una sorta di amalgama di elementi privi di qualsiasi eleganza e fragranza. La chiusura di mandorla amara e nocciolo di pesca è piuttosto leggera, la birra slegata e un po' tropo watery, un pelino astringente, dove anche nel gusto c'è un po' troppa mela a far capolino; il retrogusto è piuttosto corto e la Cask 65 si congeda molto rapidamente con caramello e un lieve tepore etilico. Birra alquanto modesta che, onestamente, ho fatto piuttosto fatica a finire; alla fondamentale domanda "la ricompreresti?" la mia risposta sarebbe senz'altro di no. E questo a prescindere dal prezzo che, solo lui, mi riporta idealmente in un qualche supermercato belga. Si conclude anche questa terza puntata del "viaggio" tra le artigianali dei discount senza grosse lodi e con tanta mediocrità che sembra voler dire: volete bere bene? Lasciate perdere il discount.Nel dettaglio:Arcana Red Ale, formato 50 cl., alc. 6.7%, lotto 2091501, scad. 28/10/2016, pagata 1.79 Euro (3.58/litro)Cask 65 Bruna, formato 75 cl., alc. 6.5%, lotto 4153/4, scad. 08/2017, pagata 3.49 Euro (4.65/litro)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Zundert Trappist

L’estate del 2013 vedeva l’annuncio della nascita del nono birrificio trappista al mondo, il secondo in territorio olandese: si  tratta dei monaci dell’Abbazia Maria Toevlucht (ovvero “il rifugio di Maria”), nella località  Klein-Zundert, poco lontano dal confine con il Belgio. Il monastero sorse all’interno della fattoria De Kievit, acquisita dal signor Van Dongen dallo stato olandese per poi darla in affitto al fattore Bart Nouws. Nel 1899, alla morte di Van Dongen, gli eredi decisero di donare il terreno e gli edifici all’abbazia di Koningshoeven (La Trappe): da qui arrivarono due monaci e, il 24 Maggio del 1900, fu inaugurata la cappella del nuovo monastero nel quale una dozzina di monaci iniziarono a dedicarsi all’agricoltura, all’allevamento e alla vendita di prodotti caseari. Gli edifici attuali, che rimpiazzano la vecchia fattoria, risalgono al 1950 ma ci sono stati ulteriori ammodernamenti nel periodo 2002-2005.  Negli ultimi venti anni il monaci si sono visti costretti a modificare le proprie attività, alcune di esse non più redditizie, e trovare nuovi metodi di autosostentamento: dalla fine degli anni ’60 è possibile pernottare all’interno del monastero e partecipare ai rituali di preghiera;  nel 1996 fu sospesa la produzione di caseari, nel 2009 terminò quella agricola e tutto il bestiame fu venduto. I terreni di proprietà del monastero furono affidati in gestione alla Natuurmonumenten, società olandese che si occupa di preservare siti naturalistici; nello stesso anno i monaci deliberarono che un nuovo potenziale mezzo di autofinanziamento era la costruzione di un birrificio. Dopotutto, a soli trenta chilometri di distanza ci sono i fratelli "belgi" trappisti di Westmalle, poco più in la quelli di Achel e, per restare in territorio olandese, La Trappe/ Koningshoeven: ed è proprio qui che due monaci di Zundert vengono inviati per imparare a fare la birra. Nel frattempo il sindaco di Zendert dà il suo benestare all’avvio dei lavori della costruzione del birrificio; allo studio d’architettura Oomen Architecten spetta il compito di studiarne la collocazione all’interno dei locali che un tempo ospitavano la fattoria; gli impianti sono invece forniti dai tedeschi di JBT.  I lavori iniziano il 24 ottobre 2012 e a fine giugno 2013 il birrificio è pronto ad entrare in funzione: si parte con una sola birra  che viene chiamata Zundert Trappist e le cui prime bottiglie arrivano sugli scaffali in dicembre.  E’ ambrata, leggermente velata, e forma un bel cappello di schiuma ocra, cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. Al naso una buona pulizia ed una discreta fragranza che si compone di profumi floreali, spezie (coriandolo?), suggestioni dolci di fragola e ciliegia, miele, pane e croissant, zucchero a velo.  Una “golosità” che si ripropone anche in bocca, con un gusto piuttosto dolce di biscotto e miele, pasticceria, zucchero candito e caramello, accenni di marzapane: sono le vivaci bollicine a stemperare un po’ la dolcezza, bilanciata poi da un finale lievemente amaricante (mandorla, erbaceo) e abbastanza asciutto. Il mouthfeel è ottimo, nonostante l’alta carbonazione questa Zundert non risulta affatto spigolosa ma è quasi morbida al palato. L’alcool (8%) mette fuori la testa dal nascondiglio solamente nel retrogusto, riscaldando un po’ il corpo (e l’animo) del bevitore con note  di frutta sotto spirito a concludere una bevuta soddisfacente che lascia un buon ricordo di sé. Un esordio già di buon livello quello dei frati trappisti di Zundert, con una Tripel intensa ma di facile bevuta  che, nonostante la giovane età, non sfigura affatto al confronto con le "storiche" trappiste. Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 02BO 08:21, scad. 02/02/2017, pagata 2.29 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

SchuppenAas

Hobbybrouwerij Het Nest, ovvero “la culla”, beerfirm nata quasi per scherzo e diventata ora una cosa seria.  La fondano un gruppo di amici residenti a Turnhout e dintorni,  compagni sin dalle scuole superiori, inizialmente come un “circolo di degustazione” che li tenesse occupati nelle serate in cui mogli e fidanzate si riunivano nel loro “circolo di cucina”; in breve le donne imparavano a cucinare, gli uomini a bere. Gli incontri quindicinali fanno nascere in cinque di loro la voglia di seguire un corso per fare la birra e, soprattutto, la convinzione di poterla fare meglio della maggior parte di quelle che assaggiavano. E’ Bart Cuypers, oggi “presidente”  di Het Nest, a recuperare un po’ di attrezzatura per homebrewing di seconda mano e gli esperimenti con le pentole hanno inizio nel 2006; dopo qualche anno di pratica e d ifeedback positivo da parte di amici decidono di iscrivere la propria Tripel ad un concorso olandese, ottenendo il terzo posto tra le 92 partecipanti. E’ il trampolino di lancio per la nascita “ufficiale” della beerfirm, che produce i suoi primi 500 litri di  Schuppenboer Tripel presso il birrificio Boelens:  in seguito si appoggeranno agli impianti della Brouwerij Pirlot per le birre che vengono poi affinate in legno e alla Brouwerij Anders per tutte le altre. Alla Tripel, oggi chiamata Jack of Spades, si aggiungono le  blonde ale Queen of Diamonds (luppolata con Cascade) e King of Hearts (luppoli europei), le saison Turnhoutse Patriot e KoekeDam e la strong ale KlevereTien, prima tra le loro birre a finire in botte, seguita poi a breve distanza dalla Imperial Stout  Dead Man's Hand. Nel 2012 un centinaio di cartoni vengono importate per la prima volta  da Shelton Brothers negli Stati Uniti, e nello stesso anno Het Nest inizia a pianificare il suo futuro birrificio proprio, sul quale sono state effettuate le prime cotte alla fine dello scorso agosto. L’inaugurazione ufficiale – con apertura al pubblico – si è svolta lo scorso weekend del 24/25 Ottobre. Het Nest produce circa 700 ettolitri di birra, dei quali 600 in Belgio ed i restanti esportati verso USA, Olanda, Svezia, Danimarca, Spagna, Italia, Taiwan e Japan. Caratteristica di tutte o quasi le birre Het Nest è il legame con il mondo delle carte di gioco; la città belga di Turnhout è infatti centro mondiale di produzione di carte (grazie alla presenza dell’azienda Cartamundi): ecco ad esempio la SchuppenAas, ovvero l’Asso di Picche. Leggo in internet che si tratterebbe di un omaggio all’Orval;  in verità sul sito di Het Nest non c’è nessun riferimento a questo, e quindi potrebbe essere che il legame con la birra trappista sia solo un'operazione di marketing dei distributori o degli importatori. Di certo vi è che la SchuppenAas viene rifermentata in bottiglia con aggiunta di Brettanomiceti e riceve una luppolatura di Tomahawk e Simcoe. I lieviti “selvaggi” le donano una certa irruenza che si manifesta sin dal momento in cui la si versa nel bicchiere: bisogna avere un po’ di cautela per domare la schiuma color ocra, cremosa, compatta e molto persistente: il corpo è invece di colore ambrato chiaro e leggermente velato.  L’aroma è pulitissimo e apre con quei profumi di fiori bianchi che effettivamente mi ricordano l’Orval “giovane”; in secondo piano gli agrumi (polpa e scorza d’arancia, limone), il biscotto, qualche suggestione di fragola e forse lampone, di zucchero vanigliato. Il naso è molto elegante e pulitissimo, permettendo di cogliere anche la leggerissima presenza di acido lattico. Le vivaci bollicine segnano l'inizio di una bevuta piuttosto facile, ruspante e scattante, watery quanto basta: si parte tuttavia un po' troppo sul dolce, con le note di biscotto, di pane "zuccherato", canditi, mango e papaya molto in evidenza, ma fortunatamente l'asticella viene posta abbastanza rapidamente in equilibrio da una leggera acidità lattica e soprattutto dalla chiusura amaricante finale caratterizzata da tonalità terrose e vegetali, che ricorda in qualche modo l'Orval un po' più adulta pur non replicandone la stessa eleganza. Interessante questa SchuppenAas, anche se a mio parere ancora un po' incompleta; personalmente ho trovato troppo contrasto/antagonismo tra l'elevata dolcezza dell'inizio, frutta tropicale inclusa, che va un po' a scontrarsi con l'intensità dell'amaro terroso: i due elementi in alcuni passaggi sembrano quasi respingersi, anziché amalgamarsi. Splendidamente nascosto l'alcool (6.5%), è una birra un po' rustica e molto rinfrescante dall'evidente carattere belga che potrebbe tranquillamente rientrare in quella categoria di Farmhouse Ales che vanno molto di moda oggi. Il potenziale è molto buono ma ancora in parte inespresso, ora che Het Nest ha un impianto di proprietà sarà interessante vedere in quale direzione le birre potranno crescere.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 44, scad. 04/11/2016, pagata 1.70 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Founders Imperial Stout

Le “scure” alla Founders Brewing Co. (Grand Rapids, Michigan)  le sanno fare, non c’è che dire:  Porter, Breakfast Stout, KBS (e anche CBS)  sono tutte grandi birre che si sono guadagnate un’eccellente reputazione, e non solo sui siti di beer-rating. E, per quel che mi riguarda, poco importa che lo scorso anno Founders abbia ceduto il 30% delle proprie azioni al birrificio spagnolo Mahou San Miguel, del quale non posso parlare con altrettanto entusiasmo: finché Founders continuerà a mantenere i suoi elevati standard qualitativi, non mi scandalizzo di certo  per   l’accordo con un “nemico” industriale (benché ancora di proprietà della famiglia Mahou)  che ha consentito di racimolare le risorse finanziarie necessarie per completare il previsto piano di espansione da 40 milioni di dollari e rendere così maggiormente reperibili le proprie birre, anche al di fuori degli Stati Uniti. Assaggiate le tre “scure” citate in precedenza, all’appello mancava l’ Imperial Stout, birra la cui “fama” è probabilmente un po’ oscurata dall’hype che circonda le altre due “sorelle” (Breakfast e KBS) prodotte aggiunta di caffè. Per questa vengono invece utilizzate “solamente“ dieci varietà diverse di malto, che il birrificio ha però scelto di non rivelare; in etichetta regna sovrana l’aquila bicipite, simbolo araldico usato per la prima volta dall’imperatore romano Costantino I e, in seguito, anche dai Romanov... visto che parliamo di una  “Russian Imperial Stout”. Fu il matrimonio tra il primo imperatore russo  Ivan III e Zoe, nipote di Costantino XI, ultimo imperatore di Bisanzio, a consentire al primo di appropriarsi dei simboli bizantini. L’aquila bicipite, oltre a rappresentare il potete spirituale e temporale riuniti nelle disponibilità di una unica persona, simboleggiava anche le due parti del continente (Europa ed Asia) sulle quali si sviluppava la Russia; lo scudo sul petto dell’aquila  raffigurante il cavaliere che uccide il grado è l’antico stemma di Mosca di cui Ivan III era Granduca.La Imperial Stout venne inizialmente prodotta da Founders solo occasionalmente ed in modeste quantità, in quanto la capacità del birrificio era tutta impegnata a soddisfare l’enorme richiesta di Centennal IPA e Dirty Bastard.  E’ soltanto a Novembre del 2007, quando viene inaugurata la nuova e più capiente sede produttiva che questa ed altre birre, come ad esempio la Porter, riescono a trovare maggior spazio, soprattutto per soddisfare le richieste provenienti dal New England e da alcuni stati della costa ad Est.  L’Imperial Stout di Founders diviene così un appuntamento fisso stagionale di ogni anno, solitamente disponibile nel periodo tra gennaio e marzo. Nel bicchiere è assolutamente nera ed impenetrabile alla luce, formando un compattissimo cappello di schiuma cremosa e color beige scuro, molto persistente. L’aspetto è “goloso” e il naso non si tira indietro, con un’intensità che si sprigiona non appena la bottiglia viene stappata:  i profumi sono quelli del fruit cake, del cioccolato amaro, del rum e del caffè, con in sottofondo delle lievi sfumature di cenere e di carne. Al palato il suo percorso inizia con una specie di carezza, ovvero la sensazione tattile: birra molto morbida, cremosa poche bollicine, corpo tra il medio e il pieno, buona scorrevolezza. Quella che inizialmente sembra una birra "mansueta" non impiega troppo tempo per tirare fuori muscoli ed artigli; Imperial Stout, molto, davvero molto intensa nelle tostature, nelle note di caffè amaro e di liquirizia, con solamente una leggera presenza di caramello bruciato a sostenerle. E le cose si fanno ancora più serie man mano che si arriva a fine corsa, dove all'intenso (ma elegante) amaro delle tostature si aggiungono le note resinose dei luppoli, a pulire un po' il palato e preparare il terreno al lungo ed intenso retrogusto che si snoda tra note etiliche, tostate, di caffè e cioccolato amaro. Una birra relativamente semplice, pulitissima e straordinariamente "solida", potente: zero fronzoli, zero merletti, gli elementi in gioco sono pochi ma giocano davvero bene. L'alcool si sente ma non disturba affatto quello che risulta essere un tranquillo sorseggiare in un dopocena da poltrona; dicono che invecchi anche piuttosto bene, e allora perché non affidare una bottiglia al tempo della cantina?Formato: 35.5 cl., alc. 10.5%, IBU 90, scad. 05/10/2015, pagata 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Struise Pannepot 2009

Inauguro oggi un nuovo appuntamento, chiamato "dalla cantina" e dedicato al "vintage", a birre invecchiate che hanno passato qualche anno in cantina, a volte forse anche più del dovuto. Non è certo un segreto che la birra nove volte su dieci vada bevuta fresca, ma ci sono delle eccezioni ovvero birre che invece possono sopportare qualche o diversi anni d'invecchiamento, sviluppando gradevoli profumi e sapori. A voi scegliere se andare sul sicuro e mettere in cantina quelle birre già note per il loro potenziale "vintage", oppure rischiare con qualche altra bottiglia meno nota e sperare nella sorte.La prima birra ad essere riesumata dalla cantina è quasi una certezza, la Pannepot del birrificio De Struise, che era già apparsa sul blog nella sua versione Grand Reserva, e nella variante chiamata Pannepeut. Si tratta di una massiccia Strong Dark Ale la cui storia la trovate descritta in maniera impeccabile qui: prodotta da Carlo Grootaert  e Urbain Coutteau per la prima volta nel 2005, la Pannepot prende il suo nome dalla tipica barca che i pescatori di De Panne utilizzavano ogni giorno per navigare il freddo Mare del Nord nei primi anni del '900. A casa, le loro mogli, producevano una birra scura e la conservavano in cantina dentro a piccole botti, dalle quali veniva  "prelevata per essere versata in contenitori di acciaio fatti precedentemente arroventare sul fuoco.  Questa birra senza nome, piatta, arricchita a volte con tuorli d’uova e irrobustita dall’uso non morigerato di zucchero di canna, una volta che entrava in contatto con le pareti arroventate del contenitore di acciaio si caramellizava quasi all’istante, assumendo una caratterizzazione “spessa” e una consistenza altrettanto pronunciata. Perfetta per riscaldare i corpi e lo spirito dei marinai agghiacciati dall’inclemenza del Mare del Nord.". Con la Pannepot gli Struise omaggiano De Panne, quello che un tempo era un piccolo borgo di pescatori vicino al confine francese e oggi, dune escluse, è purtroppo soltanto una delle tante località balneari sulla costa belga caratterizzata da infinite schiere di anonimi condomini rivolti su di una grande spiaggia sabbiosa.Pannepot anno 2009, Strong Dark Ale che si dice essere speziata con coriandolo, timo, cannella, e buccia d’arancia dolce; a quel tempo gli Struise erano solo una beerfirm e veniva prodotta presso gli impianti della Deca di Woesten. Si veste di color marrone scurissimo, illuminato solamente da qualche riflesso ambrato; la schiuma beige non è particolarmente generosa ma rimane cremosa e compatta, anche se la sua persistenza è piuttosto limitata. L'aroma è ancora molto intenso e ricco di pane nero, prugna disidratata, uvetta e datteri, frutti di bosco, caramello, melassa e zucchero candito. I quasi 6 anni passati in cantina hanno provocato una lieve ossidazione che regala delle belle note di vino liquoroso, di porto; sono invece fortunatamente piuttosto lievi le caratteristiche negative, ovvero l'odore di cartone bagnato. La corrispondenza tra gusto e aroma è pressoché totale: la Pannepot restituisce anche al palato le note dolci di porto e di vino liquoroso, l'uvetta sotto spirito e la prugna disidratata, il caramello, i frutti di bosco. La presenza etilica è importante ma non va mai oltre il dovuto, consentendo di sorseggiare la birra in tutta tranquillità senza nessuno sforzo. Il corpo è ovviamente meno denso rispetto ad una bottiglia giovane, oscillando tra il medio ed il pieno, con poche bollicine; la sensazione palatale è comunque ottima, una birra molto morbida che scende avvolgendo il palato, ancora potente. Non c'è molta complessità (le spezie sono ovviamente già svanite) ma rimangono pulizia e tanta sostanza: pochi elementi sono sufficienti a garantire una bevuta ricca di soddisfazioni, impreziosita dalle note liquorose. Ancora lievi e del tutto "sopportabili" le conseguenza negative dell'ossidazione, come quella nota di cartone bagnato a fine bevuta che viene comunque subito assorbita dall'alcool, fondamentale anche nel bilanciare la dolcezza della birra. Mettetela nel bicchiere e gustatevela some se fosse un porto o un liquore per riscaldarvi in una serata d'autunno o d'inverno.Resta da rispondere alla domanda che bisognerebbe porsi dopo aver aperto ogni "vintage": vale la pena aspettare sei anni per berla?  La risposta è "ni": personalmente non amo le Strong Dark Ales belghe molto giovani, e preferisco sempre aspettare un po' prima di berle. La Pannepot è già ottima  e "perfetta" dopo 2-3 anni dall'imbottigliamento, avendo già smussato le irrequietezze della gioventù; mancano ancora le note liquorose dovute all'ossidazione, ma è una birra così intensa e così piena di sapori che non ne sentirete la mancanza. E' una birra che regge comunque bene il tempo, e che potrebbe restare in cantina tranquillamente per qualche altro anno senza che l'ossidazione le doni più difetti che pregi.Formato: 33 cl., alc. 10%, lotto D, scad. 30/09/2015.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.