Witch’s Hat Night Fury

Nel 2010 Ryan Cottongim e la moglie Erin si trovarono improvvisamente senza lavoro e con un figlio appena nato: lei faceva la segretaria per una ditta di forniture idrauliche,  Ryan installava tubazioni del gas sottoterra e nel tempo libero si dilettava con l’homebrewing.  Ci raccontano che una sera, una delle tante in cui discutevano su come tirare avanti, un pipistrello entrò dalla finestra del loro salotto: lo considerarono un buon presagio e quell’evento fu la molla che fece  scattare in loro la decisione di rischiare e mettersi in proprio. Racimolarono tutti i loro risparmi e ottennero un prestito per aprire un brewpub nella città dove sono nati, South Lyon, Michigan, sessanta chilometri ad est di Detroit.Witch's Hat Brewing Company prende il suo nome da un bizzarro edificio dalla forma conica che ricorda appunto il lungo cappello di una strega: il Witch's Hat Depot fu costruito nel 1909 per sostituire la vecchia stazione ferroviaria, distrutta in un incendio, ed operò sino al 1955. Sia l’edificio che il pipistrello trovano posto nel logo del birrificio che viene inaugurato il giorno di Natale del 2011 all’interno di un piccolo complesso commerciale, dove una volta vi era un coffee shop: impianto da tre ettolitri, 160 metri quadri ed una taproom priva di cucina con una quarantina di posti a sedere. Nel 2014 avviene il trasloco nella vicina Lafayette Street, a pochi isolati di distanza dal Witch's Hat Depot: nei mille metri quadri a disposizione trova posto il nuovo impianto da 15 barili, una taproom con cento posti a sedere, una ventina di spine e una cucina informale che sforna hamburger, sandwich, fish & chips e tacos. La taproom diventa rapidamente il punto di forza di Witch's Hat, assorbendo l’80% della produzione soprattutto grazie agli operai che lavorano nei dintorni e che a fine turno vanno a bere un paio di pinte. La maggior parte di loro fa parte del Mug Club e i loro bicchieri, oggi 1700, sono appesi alle pareti della taproom. Per molti anni l’unica birra di Witch's Hat ad essere distribuita in bottiglia è stata la IPA Train Hopper, oggi affiancata dalle lattine della Three Kord Kolsch, della Defloured NEIPA, della Edward’s Portly American Brown Ale e dell’hard seltzer Bumble. La maggior parte delle altre etichette sono produzioni stagionali o occasionali.  Ma la birra che ha portato un po’ di notorietà è stata Night Fury, un’imperial stout usata come base di numerose varianti barricate. Sono loro le protagoniste dell’evento Fury for a Feast  che si tiene ogni anno in agosto: musica dal vivo,  stand gastronomici, raccolte fondi per beneficenza e una trentina di spine, la maggior parte delle quali dedicate a varianti della Night Fury. La vendita delle bottiglie è solitamente riservata ai membri del Mug Club.La birra.Come detto le varianti della Night Fury sono le birre più premiate dal beer-rating. In cima alla classifica ci sono la O.G. Bourbon Barrel Night Fury, la TraXXX Night Fury (invecchiata in botti di Bourbon con burro d’arachidi, fave di cacao, cocco e vaniglia), la S’mores Night Fury (Bourbon Barrel, marshmallow e vaniglia) e la Double Barrel Night Fury (Apple Brandy e Bourbon). Ne cito solo alcune, perché le varianti sono potenzialmente infinite. La Night Fury “base” (10.2%) viene prodotta con melassa e lattosio: nel bicchiere è quasi nera, la schiuma non è molto generosa e la sua persistenza è solo discreta. Orzo tostato, fruit cake, cioccolato al latte, caffè, accenni di tabacco e cenere: il suo aroma è  una piacevole introduzione ad una bevuta bilanciata e intensa, pulita e ben definita. Caramello, melassa, liquirizia, prugna disidratata, uvetta e cioccolato al latte danno il via ad un percorso dolce che viene progressivamente equilibrato da tostature che culminano in un finale piuttosto amaro nel quale i fondi di caffè incontrano note di tabacco e di cenere. Il mouthfeel è leggermente oleoso, il lattosio le dona un po’ di densità ma – fedele al suo nome -  non è una birra che indulge in carezze palatali.  L’alcool si fa sentire quel che basta per rendere la bevuta potente e per riscaldare chi decide di berla nei mesi più freddi dell’anno. La Night Fury di Witch's Hat è una Imperial Stout ben fatta che si sorseggia con grande piacere: l’interpretazione dello stile è nelle mie corde, senza inutili orpelli e con un uso molto razionale dei cosiddetti adjuncts. Non la vedo affatto sfigurare al confronto con le altre grandi Imperial Stout che vengono prodotte nello stato del Michigan. Formato 35.5 cl., alc. 10.2%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Witch’s Hat Night Fury

Nel 2010 Ryan Cottongim e la moglie Erin si trovarono improvvisamente senza lavoro e con un figlio appena nato: lei faceva la segretaria per una ditta di forniture idrauliche,  Ryan installava tubazioni del gas sottoterra e nel tempo libero si dilettava con l’homebrewing.  Ci raccontano che una sera, una delle tante in cui discutevano su come tirare avanti, un pipistrello entrò dalla finestra del loro salotto: lo considerarono un buon presagio e quell’evento fu la molla che fece  scattare in loro la decisione di rischiare e mettersi in proprio. Racimolarono tutti i loro risparmi e ottennero un prestito per aprire un brewpub nella città dove sono nati, South Lyon, Michigan, sessanta chilometri ad est di Detroit.Witch's Hat Brewing Company prende il suo nome da un bizzarro edificio dalla forma conica che ricorda appunto il lungo cappello di una strega: il Witch's Hat Depot fu costruito nel 1909 per sostituire la vecchia stazione ferroviaria, distrutta in un incendio, ed operò sino al 1955. Sia l’edificio che il pipistrello trovano posto nel logo del birrificio che viene inaugurato il giorno di Natale del 2011 all’interno di un piccolo complesso commerciale, dove una volta vi era un coffee shop: impianto da tre ettolitri, 160 metri quadri ed una taproom priva di cucina con una quarantina di posti a sedere. Nel 2014 avviene il trasloco nella vicina Lafayette Street, a pochi isolati di distanza dal Witch's Hat Depot: nei mille metri quadri a disposizione trova posto il nuovo impianto da 15 barili, una taproom con cento posti a sedere, una ventina di spine e una cucina informale che sforna hamburger, sandwich, fish & chips e tacos. La taproom diventa rapidamente il punto di forza di Witch's Hat, assorbendo l’80% della produzione soprattutto grazie agli operai che lavorano nei dintorni e che a fine turno vanno a bere un paio di pinte. La maggior parte di loro fa parte del Mug Club e i loro bicchieri, oggi 1700, sono appesi alle pareti della taproom. Per molti anni l’unica birra di Witch's Hat ad essere distribuita in bottiglia è stata la IPA Train Hopper, oggi affiancata dalle lattine della Three Kord Kolsch, della Defloured NEIPA, della Edward’s Portly American Brown Ale e dell’hard seltzer Bumble. La maggior parte delle altre etichette sono produzioni stagionali o occasionali.  Ma la birra che ha portato un po’ di notorietà è stata Night Fury, un’imperial stout usata come base di numerose varianti barricate. Sono loro le protagoniste dell’evento Fury for a Feast  che si tiene ogni anno in agosto: musica dal vivo,  stand gastronomici, raccolte fondi per beneficenza e una trentina di spine, la maggior parte delle quali dedicate a varianti della Night Fury. La vendita delle bottiglie è solitamente riservata ai membri del Mug Club.La birra.Come detto le varianti della Night Fury sono le birre più premiate dal beer-rating. In cima alla classifica ci sono la O.G. Bourbon Barrel Night Fury, la TraXXX Night Fury (invecchiata in botti di Bourbon con burro d’arachidi, fave di cacao, cocco e vaniglia), la S’mores Night Fury (Bourbon Barrel, marshmallow e vaniglia) e la Double Barrel Night Fury (Apple Brandy e Bourbon). Ne cito solo alcune, perché le varianti sono potenzialmente infinite. La Night Fury “base” (10.2%) viene prodotta con melassa e lattosio: nel bicchiere è quasi nera, la schiuma non è molto generosa e la sua persistenza è solo discreta. Orzo tostato, fruit cake, cioccolato al latte, caffè, accenni di tabacco e cenere: il suo aroma è  una piacevole introduzione ad una bevuta bilanciata e intensa, pulita e ben definita. Caramello, melassa, liquirizia, prugna disidratata, uvetta e cioccolato al latte danno il via ad un percorso dolce che viene progressivamente equilibrato da tostature che culminano in un finale piuttosto amaro nel quale i fondi di caffè incontrano note di tabacco e di cenere. Il mouthfeel è leggermente oleoso, il lattosio le dona un po’ di densità ma – fedele al suo nome -  non è una birra che indulge in carezze palatali.  L’alcool si fa sentire quel che basta per rendere la bevuta potente e per riscaldare chi decide di berla nei mesi più freddi dell’anno. La Night Fury di Witch's Hat è una Imperial Stout ben fatta che si sorseggia con grande piacere: l’interpretazione dello stile è nelle mie corde, senza inutili orpelli e con un uso molto razionale dei cosiddetti adjuncts. Non la vedo affatto sfigurare al confronto con le altre grandi Imperial Stout che vengono prodotte nello stato del Michigan. Formato 35.5 cl., alc. 10.2%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Braumanufaktur Hertl Mutti’s Sonnenschein

Pensi alla Franconia e pensi subito alla tradizione: piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato e dove i cambiamenti sono lenti o rari. Ciò è vero anche per quel che riguarda la birra, ma ci sono sempre le dovute eccezioni e una di queste è rappresentata dalla Braumanufaktur Hertl.Quando aprì le porte nel 2012 a Schlüsselfeld, trenta chilometri a sud-ovest di Bamberga, Hertl si vantava di essere il più piccolo birrificio di tutta la Franconia e il ventiquattrenne David il più giovane birraio tedesco in attività. Lui ricorda di aver iniziato a produrre birra  quando aveva 15 anni nella cucina dei propri genitori: la birra neppure gli piaceva, del resto in famiglia erano dei viticultori. La sua prima cotta lasciò qualche segno indelebile sui mobili della cucina ma il solco era ormai stato tracciato: dopo cinque anni d’esperimenti con le pentole David decide che è il momento di fare sul serio. Fa pratica presso sette birrifici, tra i quali anche il brewpub Thirsty Bear a San Francisco, e ventidue anni è già diplomato birraio e in parallelo ottiene il titolo di Beer Sommelier: il porcile adiacente alla casa di famiglia (80 metri quadri) viene ristrutturato e riconvertito in uno spazio adatto ad ospitare l’impianto di produzione da…  40 litri! La prima espansione arriva con un impianto da cinque ettolitri sul quale lavorano due apprendisti e il padre Bernd – rubato ai vigneti - mentre la madre Vroni disegna ed incolla a mano le etichette sulle bottiglie. Un aiuto necessario perché David non conosce soste, tiene seminari, promuove il birrificio partecipando e fiere ed eventi, studia per diventare Sommelier (vino) e nel tempo libero gestisce anche la filiale di Bamberga del beershop Bierothek. Che Braumanufaktur Hertl non sia il tipico birrificio francone è evidente sin dalle prime produzioni, spesso one-shot che non vengono ripetute: IPA, Black IPA e Double IPA, la Whiskeydoppelbock, invecchiata sei mesi in whiskey scozzese, la imperial porter Motoröl e una Gose al cetriolo che viene prodotta in Repubblica Ceca in quanto l’Editto di Purezza bavarese non consente l’utilizzo dell’ortaggio coltivato e raccolto nei dintorni del birrificio.  Hertl procede al ritmo di quasi 40 birre nuove all’anno, collabora con altri colleghi e sperimenta l’uso di diverse botti, con inevitabili alti e bassi:  la maggior parte non viene neppure censita sui siti di beer-rating.  E gli amanti della tradizione? Devono cancellare il nome Hertl dal loro taccuino? A far cambiare loro idea ci provano tre birre dedicate ai membri della famiglia: la Kellerbier Opa's Liebling  (“la preferita del nonno”, 2017), la Helles Mutti's Sonnenschein (2018) e l’ultima arrivata (2019) Papa's Weissheit, una weissbier per papà Bernd.La birra.La “luce del sole” che splende in birrificio: mamma Vroni è l’autrice delle etichette e a lei David dedica una Helles (non filtrata) chiamata Mutti's Sonnenschein. Il suo colore leggermente velato è effettivamente solare, la schiuma è candida, cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Mollica di pane, miele, accenni floreali ed erbacei, una delicata speziatura: un aroma pulito e piuttosto definito che trasporta idealmente in un assolato campo estivo. Al palato è sorprendentemente morbida,  piena e strutturata, per lo stile:  siamo lontani anni luce dalle scialbe Helles bavaresi che vengono servite più a sud, nei pressi di Monaco. La bevuta è meno definita dell’aroma ma si ha ugualmente l’impressione di avere in mano un bicchiere di pane liquido, arricchito di richiami a cereali, miele e con un finale che non t’aspetti,  una chiusura erbacea generosamente luppolata (parliamo di una Helles!).  Una birra che rinfresca e “nutre”, piacevolmente rustica al palato anche se ciò va un po’ a discapito della pulizia e della precisione: un piccolo sacrificio necessario nel determinare la vittoria del sentimento sulla ragione. Formato 50 cl., alc. 4.9%, lotto 21:11:5, scad. 19/05/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Braumanufaktur Hertl Mutti’s Sonnenschein

Pensi alla Franconia e pensi subito alla tradizione: piccoli paesi dove il tempo sembra essersi fermato e dove i cambiamenti sono lenti o rari. Ciò è vero anche per quel che riguarda la birra, ma ci sono sempre le dovute eccezioni e una di queste è rappresentata dalla Braumanufaktur Hertl.Quando aprì le porte nel 2012 a Schlüsselfeld, trenta chilometri a sud-ovest di Bamberga, Hertl si vantava di essere il più piccolo birrificio di tutta la Franconia e il ventiquattrenne David il più giovane birraio tedesco in attività. Lui ricorda di aver iniziato a produrre birra  quando aveva 15 anni nella cucina dei propri genitori: la birra neppure gli piaceva, del resto in famiglia erano dei viticultori. La sua prima cotta lasciò qualche segno indelebile sui mobili della cucina ma il solco era ormai stato tracciato: dopo cinque anni d’esperimenti con le pentole David decide che è il momento di fare sul serio. Fa pratica presso sette birrifici, tra i quali anche il brewpub Thirsty Bear a San Francisco, e ventidue anni è già diplomato birraio e in parallelo ottiene il titolo di Beer Sommelier: il porcile adiacente alla casa di famiglia (80 metri quadri) viene ristrutturato e riconvertito in uno spazio adatto ad ospitare l’impianto di produzione da…  40 litri! La prima espansione arriva con un impianto da cinque ettolitri sul quale lavorano due apprendisti e il padre Bernd – rubato ai vigneti - mentre la madre Vroni disegna ed incolla a mano le etichette sulle bottiglie. Un aiuto necessario perché David non conosce soste, tiene seminari, promuove il birrificio partecipando e fiere ed eventi, studia per diventare Sommelier (vino) e nel tempo libero gestisce anche la filiale di Bamberga del beershop Bierothek. Che Braumanufaktur Hertl non sia il tipico birrificio francone è evidente sin dalle prime produzioni, spesso one-shot che non vengono ripetute: IPA, Black IPA e Double IPA, la Whiskeydoppelbock, invecchiata sei mesi in whiskey scozzese, la imperial porter Motoröl e una Gose al cetriolo che viene prodotta in Repubblica Ceca in quanto l’Editto di Purezza bavarese non consente l’utilizzo dell’ortaggio coltivato e raccolto nei dintorni del birrificio.  Hertl procede al ritmo di quasi 40 birre nuove all’anno, collabora con altri colleghi e sperimenta l’uso di diverse botti, con inevitabili alti e bassi:  la maggior parte non viene neppure censita sui siti di beer-rating.  E gli amanti della tradizione? Devono cancellare il nome Hertl dal loro taccuino? A far cambiare loro idea ci provano tre birre dedicate ai membri della famiglia: la Kellerbier Opa's Liebling  (“la preferita del nonno”, 2017), la Helles Mutti's Sonnenschein (2018) e l’ultima arrivata (2019) Papa's Weissheit, una weissbier per papà Bernd.La birra.La “luce del sole” che splende in birrificio: mamma Vroni è l’autrice delle etichette e a lei David dedica una Helles (non filtrata) chiamata Mutti's Sonnenschein. Il suo colore leggermente velato è effettivamente solare, la schiuma è candida, cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Mollica di pane, miele, accenni floreali ed erbacei, una delicata speziatura: un aroma pulito e piuttosto definito che trasporta idealmente in un assolato campo estivo. Al palato è sorprendentemente morbida,  piena e strutturata, per lo stile:  siamo lontani anni luce dalle scialbe Helles bavaresi che vengono servite più a sud, nei pressi di Monaco. La bevuta è meno definita dell’aroma ma si ha ugualmente l’impressione di avere in mano un bicchiere di pane liquido, arricchito di richiami a cereali, miele e con un finale che non t’aspetti,  una chiusura erbacea generosamente luppolata (parliamo di una Helles!).  Una birra che rinfresca e “nutre”, piacevolmente rustica al palato anche se ciò va un po’ a discapito della pulizia e della precisione: un piccolo sacrificio necessario nel determinare la vittoria del sentimento sulla ragione. Formato 50 cl., alc. 4.9%, lotto 21:11:5, scad. 19/05/2021, prezzo indicativo 3,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Yonder Fiona

Raramente mi è capitato di trovare così poche notizie/interviste in internet su di un birrificio che è invece piuttosto attivo sui propri social network. Parliamo di Yonder Brewing & Blending, operativo dal 2018 nella campagna del Somerset inglese e  nelle vicinanze di Mendip Hills, area di eccezionale bellezza naturale nonché di interesse archeologico. Ad una ventina di chilometri di distanza c’è la Cheddar Gorge e la misteriosa Glastonbury Tor. I fondatori Stuart Winstone e Jasper Tupman si sono conosciuti mentre lavoravano per un altro birrificio che si trova in zona, Wild Beer Co.:  qui hanno imparato ad amare le birre acide prodotte con diversi ceppi di lievito, selvaggi e non,  con ingredienti (anche troppo, aggiungo io) inusuali.  Negli ultimi anni Wild Beer ha però ridotto la produzione di birre acide e sperimentali per concentrarsi maggiormente su quelle “normali” che assicurano un maggior successo commerciale.  Winstone e Tupman, insoddisfatti, decisero di lasciare il birrificio per fondare quella che definiscono una “Modern Farmhouse Brewery ispirata dal paesaggio circostante, dalla sua storia e dalle persone che ci vivono”.Senza nessun investitore esterno e senza ricorrere al crowfunding Winstone e Tupman  fanno tutto con le risorse economiche che hanno a disposizione: le conoscenze fatte nel corso degli anni passati a lavorare alla Wild si rivelano fondamentali nel reperire sul mercato vari componenti di seconda mano che vengono poi da loro stessi assemblati in un impianto da sette ettolitri. Il conto della  spesa? 75.000 sterline. Disegnano le grafiche e imbottigliano a mano da soli: alla fine del 2019 sono già cinquanta le etichette prodotte. E’ solo nel 2020 che arrivano ad aiutarli il birraio Dave Williams, proveniente dalla Dawkins Ales di Bristol e ed il commerciale Lee Calnan. La produzione Yonder si concentra su quello che  Winstone e Tupman non potevano più fare alla Wild Beer: Farmhouse Ales prodotte a fermentazione mista, anche maturate in botte, con utilizzo di lieviti selvaggi, batteri e ingredienti che – per quanto possibile -  vengono raccolti nella campagna circostante. Le birre del debutto sono la Bees & Things & Flowers (Wild Witbier con miele e fiori di campo) e la Dunstans Exile (Belgian Pale Ale con erbe di campo) affiancate dalla Yonder Pils, una birra “defaticante” con aggiunta di fieno di prato. In rapida successione arrivano la Fermhouse, una Table Beer prodotta con lievito proprietario della casa e lievito kveik, la Vat Beets (imperial stout con cioccolato, vaniglia e brownies alla barbabietola). Dallo scorso gennaio Yonder ha anche iniziato ad inlattinare: a debuttare sono state le Raspberry Gose e la Rosehip, una saison alla rosa canina.Per chi non ama “bere strano”  Yonder ha in serbo la  Subculture (Pale Ale a fermentazione mista), la Gander (Kveik IPA), la Coolbox (Session Helles, sic!), la Boogie (una bitter dalla luppolatura moderna) e la Acapella, una “heavyweight Pilsner” (5,5%) prodotta con luppoli inglesi che credo abbia sostituito la pilsner dell’esordio.La birra. Ammetto di aver avuto un rapporto abbastanza tormentato con le birre di Wild Ales: poca continuità e troppi alti e bassi nel loro vastissimo portfolio di etichette. Il fatto che in qualche modo Yonder voglia continuare quel percorso non mi rende molto tranquillo e quindi tento la sorte con una birra relativamente semplice: Fiona, farmhouse ale realizzata con il lievito proprietario della casa, luppoli e malti inglesi ed aggiunta di Matricaria Discoide, alias Camomilla Falsa. E' stata una produzione occasionale  nell’agosto del 2019. Nel bicchiere si presenta di color oro antico, leggermente velato: la schiuma è tanto copiosa quanto evanescente. Il naso è fresco, solare  e piuttosto ricco: ananas, pepe, coriandolo, camomilla e altri fiori, limone e lime, mela verde. Al palato è generosamente carbonata e scorre con facilità e vivacità. La bevuta è molto fruttata, ricca di ananas, limone e mela, con qualche vago ricordo di camomilla: oltre a questo non c’è invero una grande profondità e manca soprattutto quel carattere rustico che una farmhouse ale dovrebbe sempre avere. Nel finale appare qualche nota lattica e la bevuta si chiude con l’amaro corto e delicato della scorza  del limone. Il suo dovere lo fa comunque con successo: disseta e rinfresca grazie alla sua secchezza e alla sua acidità, con l’alcool (6.6%) che si fa timidamente sentire solo a fine corsa.  Non è l’olimpo del sour, se mi passate la semplificazione, è più ruffiana che ruspante ma Fiona di Yonder è una birra che si lascia bere con piacere e che trovo particolarmente adatta ai  mesi più caldi dell’anno. Rapporto qualità prezzo appropriato, visto i tempi che corrono.Formato 37,5 cl., alc. 6.6%, scad. 17/07/2021,  pagata 6,20 sterline (beershop)

Yonder Fiona

Raramente mi è capitato di trovare così poche notizie/interviste in internet su di un birrificio che è invece piuttosto attivo sui propri social network. Parliamo di Yonder Brewing & Blending, operativo dal 2018 nella campagna del Somerset inglese e  nelle vicinanze di Mendip Hills, area di eccezionale bellezza naturale nonché di interesse archeologico. Ad una ventina di chilometri di distanza c’è la Cheddar Gorge e la misteriosa Glastonbury Tor. I fondatori Stuart Winstone e Jasper Tupman si sono conosciuti mentre lavoravano per un altro birrificio che si trova in zona, Wild Beer Co.:  qui hanno imparato ad amare le birre acide prodotte con diversi ceppi di lievito, selvaggi e non,  con ingredienti (anche troppo, aggiungo io) inusuali.  Negli ultimi anni Wild Beer ha però ridotto la produzione di birre acide e sperimentali per concentrarsi maggiormente su quelle “normali” che assicurano un maggior successo commerciale.  Winstone e Tupman, insoddisfatti, decisero di lasciare il birrificio per fondare quella che definiscono una “Modern Farmhouse Brewery ispirata dal paesaggio circostante, dalla sua storia e dalle persone che ci vivono”.Senza nessun investitore esterno e senza ricorrere al crowfunding Winstone e Tupman  fanno tutto con le risorse economiche che hanno a disposizione: le conoscenze fatte nel corso degli anni passati a lavorare alla Wild si rivelano fondamentali nel reperire sul mercato vari componenti di seconda mano che vengono poi da loro stessi assemblati in un impianto da sette ettolitri. Il conto della  spesa? 75.000 sterline. Disegnano le grafiche e imbottigliano a mano da soli: alla fine del 2019 sono già cinquanta le etichette prodotte. E’ solo nel 2020 che arrivano ad aiutarli il birraio Dave Williams, proveniente dalla Dawkins Ales di Bristol e ed il commerciale Lee Calnan. La produzione Yonder si concentra su quello che  Winstone e Tupman non potevano più fare alla Wild Beer: Farmhouse Ales prodotte a fermentazione mista, anche maturate in botte, con utilizzo di lieviti selvaggi, batteri e ingredienti che – per quanto possibile -  vengono raccolti nella campagna circostante. Le birre del debutto sono la Bees & Things & Flowers (Wild Witbier con miele e fiori di campo) e la Dunstans Exile (Belgian Pale Ale con erbe di campo) affiancate dalla Yonder Pils, una birra “defaticante” con aggiunta di fieno di prato. In rapida successione arrivano la Fermhouse, una Table Beer prodotta con lievito proprietario della casa e lievito kveik, la Vat Beets (imperial stout con cioccolato, vaniglia e brownies alla barbabietola). Dallo scorso gennaio Yonder ha anche iniziato ad inlattinare: a debuttare sono state le Raspberry Gose e la Rosehip, una saison alla rosa canina.Per chi non ama “bere strano”  Yonder ha in serbo la  Subculture (Pale Ale a fermentazione mista), la Gander (Kveik IPA), la Coolbox (Session Helles, sic!), la Boogie (una bitter dalla luppolatura moderna) e la Acapella, una “heavyweight Pilsner” (5,5%) prodotta con luppoli inglesi che credo abbia sostituito la pilsner dell’esordio.La birra. Ammetto di aver avuto un rapporto abbastanza tormentato con le birre di Wild Ales: poca continuità e troppi alti e bassi nel loro vastissimo portfolio di etichette. Il fatto che in qualche modo Yonder voglia continuare quel percorso non mi rende molto tranquillo e quindi tento la sorte con una birra relativamente semplice: Fiona, farmhouse ale realizzata con il lievito proprietario della casa, luppoli e malti inglesi ed aggiunta di Matricaria Discoide, alias Camomilla Falsa. E' stata una produzione occasionale  nell’agosto del 2019. Nel bicchiere si presenta di color oro antico, leggermente velato: la schiuma è tanto copiosa quanto evanescente. Il naso è fresco, solare  e piuttosto ricco: ananas, pepe, coriandolo, camomilla e altri fiori, limone e lime, mela verde. Al palato è generosamente carbonata e scorre con facilità e vivacità. La bevuta è molto fruttata, ricca di ananas, limone e mela, con qualche vago ricordo di camomilla: oltre a questo non c’è invero una grande profondità e manca soprattutto quel carattere rustico che una farmhouse ale dovrebbe sempre avere. Nel finale appare qualche nota lattica e la bevuta si chiude con l’amaro corto e delicato della scorza  del limone. Il suo dovere lo fa comunque con successo: disseta e rinfresca grazie alla sua secchezza e alla sua acidità, con l’alcool (6.6%) che si fa timidamente sentire solo a fine corsa.  Non è l’olimpo del sour, se mi passate la semplificazione, è più ruffiana che ruspante ma Fiona di Yonder è una birra che si lascia bere con piacere e che trovo particolarmente adatta ai  mesi più caldi dell’anno. Rapporto qualità prezzo appropriato, visto i tempi che corrono.Formato 37,5 cl., alc. 6.6%, scad. 17/07/2021,  pagata 6,20 sterline (beershop)

Barbaforte Quadro

Folgaria è una località turistica del Trentino Alto-Adige ben nota agli amanti dello sci e del trekking estivo: è qui, a 1168 metri di altitudine ai piedi del monte Cornetto, che il folgaretano Matteo Mincone ha aperto le porte del birrificio Barbaforte. Il suo percorso è quello che hanno fatto tanti homebrewers poi divenuti professionisti: dall’amore per la bevanda all’hobby di farla tra le mura domestiche, in questo caso iniziato nel 2006.  Nel 2013 Barbaforte iniziava la propria avventura come beerfirm appoggiandosi per un brevissimo periodo agli impianti di Valcavallina e successivamente a quelli di Manerba, dove nella formazione di Mincone fu di grande aiuto l’esperienza del birraio Alfredo Riva.  Lo status di beerfirm sarebbe dovuto essere solo temporaneo ma a causa di varie vicissitudini la messa in funzione dell’impianto proprio, un automatico della Socis da 10 ettolitri, slittò sino al 23 giugno 2018,  data in cui si tenne l’inaugurazione in uno scenario che offre una splendida vista sui monti Finonchio e Stivo che dominano la Vallagarina.Barbaforte deve il suo nome alla piante del rafano, la cui radice è molto usata nella gastronomico del Nord Europa: le birre del debutto sono la Golden Ale San Lorenzo (patrono di Folgaria e intestatario della piazza in centro al paese dove la famiglia di Mincone gestisce un bar), la IPA Obice, la ESB Abete e la Saison Quadro, seguite dalla American Pale Ale Mosaico e la stout Trifoglio, tutte prodotte con l’acqua proveniente dalla vicina sorgente del Chior. A queste si aggiungono altre etichette stagionali come l’Amber Ale Aura, la IGA  Intrigata, la Strong Ale Fiocco per l’inverno e Trirum, versione barricata in botti di rum della stout Trifoglio. Barbaforte ha un’identità visiva molto chiara, basata su rigorose forme geometriche e uso esclusivo dei colori bianco e nero, gli stessi che caratterizzano anche la zona d’ingresso del birrificio dove vi è un piccolo spazio per la vendita e gli assaggi.La birra. Quadro è la saison della casa: l’etichetta raffigura quattro quadrati uno nell’altro (ah.. bei ricordi di Gestaltpsychologie, nda) che potrebbero rappresentare la quattro stagioni (saison). Il suo colore è un bel doratol leggermente velato, la generosa schiuma è pannosa e molto compatta, secondo i dettami dello stile. L’aroma è pulito e intenso: zucchero a velo, scorza d’arancia, fiori, banana, profumi di erbe aromatiche , coriandolo e pepe bianco. Non è tutto merito del lievito: l’etichetta indica l’utilizzo d’imprecisate spezie. L’aroma è fresco e  il mouthfeel è vivace e generosamente carbonato: tutto bene in una saison la cui bevuta offre malti (pane miele), frutta candita (arancia) spezie e un finale caratterizzato da un amaro nel quale convivono note terrose, di radici ed erbe aromatiche. L’alcool (6.4%) è ben nascosto, la bevuta è ben equilibrata e di buona intensità, pur non riuscendo a replicare l’ampiezza dell’aroma. Una saison secca, dissetante, rinfrescante e versatile per potenziali abbinamenti gastronomici. Tutto bene o quasi: avrebbe solo bisogno di essere un po’ più rustica e ruspante, caratteristica che ogni saison dovrebbe possedere e che per alcuni è una mancanza imperdonabile. In questo caso direi che il contenuto del bicchiere riesce a far chiudere un occhio volentieri. Formato 33 cl., alc. 6.4%, lotto 200307, scad. 28/10/2021, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Barbaforte Quadro

Folgaria è una località turistica del Trentino Alto-Adige ben nota agli amanti dello sci e del trekking estivo: è qui, a 1168 metri di altitudine ai piedi del monte Cornetto, che il folgaretano Matteo Mincone ha aperto le porte del birrificio Barbaforte. Il suo percorso è quello che hanno fatto tanti homebrewers poi divenuti professionisti: dall’amore per la bevanda all’hobby di farla tra le mura domestiche, in questo caso iniziato nel 2006.  Nel 2013 Barbaforte iniziava la propria avventura come beerfirm appoggiandosi per un brevissimo periodo agli impianti di Valcavallina e successivamente a quelli di Manerba, dove nella formazione di Mincone fu di grande aiuto l’esperienza del birraio Alfredo Riva.  Lo status di beerfirm sarebbe dovuto essere solo temporaneo ma a causa di varie vicissitudini la messa in funzione dell’impianto proprio, un automatico della Socis da 10 ettolitri, slittò sino al 23 giugno 2018,  data in cui si tenne l’inaugurazione in uno scenario che offre una splendida vista sui monti Finonchio e Stivo che dominano la Vallagarina.Barbaforte deve il suo nome alla piante del rafano, la cui radice è molto usata nella gastronomico del Nord Europa: le birre del debutto sono la Golden Ale San Lorenzo (patrono di Folgaria e intestatario della piazza in centro al paese dove la famiglia di Mincone gestisce un bar), la IPA Obice, la ESB Abete e la Saison Quadro, seguite dalla American Pale Ale Mosaico e la stout Trifoglio, tutte prodotte con l’acqua proveniente dalla vicina sorgente del Chior. A queste si aggiungono altre etichette stagionali come l’Amber Ale Aura, la IGA  Intrigata, la Strong Ale Fiocco per l’inverno e Trirum, versione barricata in botti di rum della stout Trifoglio. Barbaforte ha un’identità visiva molto chiara, basata su rigorose forme geometriche e uso esclusivo dei colori bianco e nero, gli stessi che caratterizzano anche la zona d’ingresso del birrificio dove vi è un piccolo spazio per la vendita e gli assaggi.La birra. Quadro è la saison della casa: l’etichetta raffigura quattro quadrati uno nell’altro (ah.. bei ricordi di Gestaltpsychologie, nda) che potrebbero rappresentare la quattro stagioni (saison). Il suo colore è un bel doratol leggermente velato, la generosa schiuma è pannosa e molto compatta, secondo i dettami dello stile. L’aroma è pulito e intenso: zucchero a velo, scorza d’arancia, fiori, banana, profumi di erbe aromatiche , coriandolo e pepe bianco. Non è tutto merito del lievito: l’etichetta indica l’utilizzo d’imprecisate spezie. L’aroma è fresco e  il mouthfeel è vivace e generosamente carbonato: tutto bene in una saison la cui bevuta offre malti (pane miele), frutta candita (arancia) spezie e un finale caratterizzato da un amaro nel quale convivono note terrose, di radici ed erbe aromatiche. L’alcool (6.4%) è ben nascosto, la bevuta è ben equilibrata e di buona intensità, pur non riuscendo a replicare l’ampiezza dell’aroma. Una saison secca, dissetante, rinfrescante e versatile per potenziali abbinamenti gastronomici. Tutto bene o quasi: avrebbe solo bisogno di essere un po’ più rustica e ruspante, caratteristica che ogni saison dovrebbe possedere e che per alcuni è una mancanza imperdonabile. In questo caso direi che il contenuto del bicchiere riesce a far chiudere un occhio volentieri. Formato 33 cl., alc. 6.4%, lotto 200307, scad. 28/10/2021, prezzo indicativo 4.50-5.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Odd Side Ales Deleterious

Di Odd Side Ales, birrificio “affacciato” sul lago Michigan, vi avevo già parlato qui. Grand Haven è una popolare destinazione turistica per molti abitanti che abitano nelle aree più interne dello stato americano; il suo porto turistico e la sua grande spiaggia sabbiosa fanno si che il numero di abitanti (10.000 circa) aumenti esponenzialmente nei mesi estivi per godere di un lago che per dimensioni (e onde!) assomiglia ad un mare.   E’ in questa località che nel 2010 Chris Michner, assieme alla moglie Alyson e al socio Kyle Miller hanno aperto il birrificio Odd Side Ales.  Michner e Miller si dilettavano con l’homebrewing nel proprio appartamento ai tempi della Michigan State University:  terminati gli studi Michner iniziò a lavorare nel campo delle revisioni contabili ma dopo due anni si trovò disoccupato a causa della crisi finanziaria del 2008.  Non contento del precedente lavoro decise  d’investire 40.000 dollari che era riuscito a mettere da parte, ne chiese altri 40.000 in prestito, e ristrutturò un vecchio edificio in centro a Grand Haven, dove sino al 1984 venivano prodotti dei pianoforti: la cittadina  del Michigan era ancora sprovvista di brewpub. Sistemato l’impiantino da 75 litri (!) e, con l’aiuto di alcuni familiari, anche gli arredamenti della taproom, il 17 marzo 2010 Odd Side Ales serve le prime pinte ai propri clienti: nel locale non viene installato nessun televisore e non si serve cibo  in quanto il focus è volutamente orientato sulla birra.  In poco tempo la capacità dell’impianto viene raddoppiata ma gli spazi del brewpub di Grand Haven – che ancora oggi vi accoglie con 50 (!) spine, hard seltzers, cocktails, vino, sidri e finalmente una cucina -  non consentono grandi manovre; nel 2012 un nuovo impianto da 17 ettolitri trova spazio in un fabbricato a sei chilometri di distanza. Nel 2015 è tempo di un nuovo trasloco in un capannone da 4000 metri quadri poco più a sud al 1811 di Hayes Street, in prossimità del Grand Haven Memorial Airport.  Qui è operativo il nuovo impianto da 500 ettolitri con il quale, tenendo fede al suo nome, Odd Side produce birre utilizzando sovente frutta, spezie e altri ingredienti bizzarri; ed è proprio questo il principale “problema” di Odd Side Ales, la cui produzione annovera oltre 400 etichette. Farlo strano non significa sempre farlo bene e se devo essere onesto la maggior parte delle loro birre che ho bevuto non mi ha mai entusiasmato.La birra.Quanto appena detto riguarda anche le imperial stout barricate: sono al terzo tentativo con Odd Side Ales e, pur avendo evitato le varianti più bizzarre, non ho ricordi particolarmente positivi della Big Kahuna  (botti di bourbon con aggiunta di cocco tostato) e della The Nightman Leaveth (imperial milk stout invecchiata in barili ex-Rye whiskey con aggiunta di vaniglia), quest’ultima un vero dolcione molto difficile da ingurgitare.  Ritento la sorte con una bottiglia di Deleterious, una ”semplice” imperial stout invecchiata in botti di bourbon senza nessun altro ingrediente.  Si presenta con un’oscura e minacciosa etichetta raffigurante un teschio. Sorvolando sul cliché, nel bicchiere è quasi nera e, come già accaduto per altre imperial stout di Odd Side, la schiuma è molto modesta ed evanescente. Le mie iniziali perplessità vengono spazzate via da un naso caldo e “dolce”, ricco di vaniglia, fudge, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, melassa, bourbon e legno. Nel complesso l’aroma non è molto fine e risulta un po’ grossolano ma è comunque un buon biglietto da visita. Al palato è piena, oleosa e abbastanza viscosa: le sottili bollicine sono però un  po’ fastidiose.  Melassa, fruit cake, fudge e vaniglia sono protagonisti anche della bevuta, arricchita da accenni di cioccolato e frutta sotto spirito: ci pensano il bourbon e delicate tostature a scongiurare il pericolo del troppo dolce. Il distillato è molto più evidente rispetto all’aroma e regala un finale lungo e molto caldo nel quale si rivela tutta la gradazione alcolica di questa imperial stout ben fatta e piuttosto gradevole. Sicuramente la miglior Odd Side che mi sia capitato di bere. Mi rimane solo qualche dubbio sulla componente vaniglia, davvero molto in evidenza: sicuro sia tutto merito della botte e non ci sia stato qualche aiutino? Formato 35,5 cl., alc. 13%, imbott. 04/09/2018, prezzo indicativo 9,00 euro (beershop)   NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Odd Side Ales Deleterious

Di Odd Side Ales, birrificio “affacciato” sul lago Michigan, vi avevo già parlato qui. Grand Haven è una popolare destinazione turistica per molti abitanti che abitano nelle aree più interne dello stato americano; il suo porto turistico e la sua grande spiaggia sabbiosa fanno si che il numero di abitanti (10.000 circa) aumenti esponenzialmente nei mesi estivi per godere di un lago che per dimensioni (e onde!) assomiglia ad un mare.   E’ in questa località che nel 2010 Chris Michner, assieme alla moglie Alyson e al socio Kyle Miller hanno aperto il birrificio Odd Side Ales.  Michner e Miller si dilettavano con l’homebrewing nel proprio appartamento ai tempi della Michigan State University:  terminati gli studi Michner iniziò a lavorare nel campo delle revisioni contabili ma dopo due anni si trovò disoccupato a causa della crisi finanziaria del 2008.  Non contento del precedente lavoro decise  d’investire 40.000 dollari che era riuscito a mettere da parte, ne chiese altri 40.000 in prestito, e ristrutturò un vecchio edificio in centro a Grand Haven, dove sino al 1984 venivano prodotti dei pianoforti: la cittadina  del Michigan era ancora sprovvista di brewpub. Sistemato l’impiantino da 75 litri (!) e, con l’aiuto di alcuni familiari, anche gli arredamenti della taproom, il 17 marzo 2010 Odd Side Ales serve le prime pinte ai propri clienti: nel locale non viene installato nessun televisore e non si serve cibo  in quanto il focus è volutamente orientato sulla birra.  In poco tempo la capacità dell’impianto viene raddoppiata ma gli spazi del brewpub di Grand Haven – che ancora oggi vi accoglie con 50 (!) spine, hard seltzers, cocktails, vino, sidri e finalmente una cucina -  non consentono grandi manovre; nel 2012 un nuovo impianto da 17 ettolitri trova spazio in un fabbricato a sei chilometri di distanza. Nel 2015 è tempo di un nuovo trasloco in un capannone da 4000 metri quadri poco più a sud al 1811 di Hayes Street, in prossimità del Grand Haven Memorial Airport.  Qui è operativo il nuovo impianto da 500 ettolitri con il quale, tenendo fede al suo nome, Odd Side produce birre utilizzando sovente frutta, spezie e altri ingredienti bizzarri; ed è proprio questo il principale “problema” di Odd Side Ales, la cui produzione annovera oltre 400 etichette. Farlo strano non significa sempre farlo bene e se devo essere onesto la maggior parte delle loro birre che ho bevuto non mi ha mai entusiasmato.La birra.Quanto appena detto riguarda anche le imperial stout barricate: sono al terzo tentativo con Odd Side Ales e, pur avendo evitato le varianti più bizzarre, non ho ricordi particolarmente positivi della Big Kahuna  (botti di bourbon con aggiunta di cocco tostato) e della The Nightman Leaveth (imperial milk stout invecchiata in barili ex-Rye whiskey con aggiunta di vaniglia), quest’ultima un vero dolcione molto difficile da ingurgitare.  Ritento la sorte con una bottiglia di Deleterious, una ”semplice” imperial stout invecchiata in botti di bourbon senza nessun altro ingrediente.  Si presenta con un’oscura e minacciosa etichetta raffigurante un teschio. Sorvolando sul cliché, nel bicchiere è quasi nera e, come già accaduto per altre imperial stout di Odd Side, la schiuma è molto modesta ed evanescente. Le mie iniziali perplessità vengono spazzate via da un naso caldo e “dolce”, ricco di vaniglia, fudge, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, melassa, bourbon e legno. Nel complesso l’aroma non è molto fine e risulta un po’ grossolano ma è comunque un buon biglietto da visita. Al palato è piena, oleosa e abbastanza viscosa: le sottili bollicine sono però un  po’ fastidiose.  Melassa, fruit cake, fudge e vaniglia sono protagonisti anche della bevuta, arricchita da accenni di cioccolato e frutta sotto spirito: ci pensano il bourbon e delicate tostature a scongiurare il pericolo del troppo dolce. Il distillato è molto più evidente rispetto all’aroma e regala un finale lungo e molto caldo nel quale si rivela tutta la gradazione alcolica di questa imperial stout ben fatta e piuttosto gradevole. Sicuramente la miglior Odd Side che mi sia capitato di bere. Mi rimane solo qualche dubbio sulla componente vaniglia, davvero molto in evidenza: sicuro sia tutto merito della botte e non ci sia stato qualche aiutino? Formato 35,5 cl., alc. 13%, imbott. 04/09/2018, prezzo indicativo 9,00 euro (beershop)   NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio