Brasseria della Fonte Caffè Doppio

Ultimi mesi ricchi di “oscure novità”, se mi passate il termine, per la Brasserie della Fonte guidata dal birraio Samuele Cesaroni: ve l’avevo presentata in questa occasione. Lo scorso novembre è arrivata l’imperial stout Raven & Demise (10%), a fine gennaio è stata presentata a Birraio dell’Anno la “sorella” Mezzanotte (9.5%)  e un mese fa è venuta alla luce la “più piccola” Caffè Doppio. Parliamo proprio di quest’ultima, “liberamente ispirata ad una birra che il birraio non ha mai bevuto ma che sogna di bere, ovvero la Good Morning! del birrificio Tree House”; per chi (me incluso) non la conosce, si tratta di una Imperial Coffee Stout  “delicata” (8.4%) prodotta con sciroppo d’acero. La ricetta della Caffè Doppio, disponibile sul sito del birrificio come quelle di tutte le altre birre, prevede malti Pale, Brown, Roasted, Special B, Chocolate, Crystal DRC e fiocchi d’avena, zucchero candito, luppolo Warrior e lievito Atecrem American Ale; estratto di caffè freddo viene aggiunto   post-fermentazione e pre-imbottigliamento, mentre per la rifermentazione viene usato lievito F2 e sciroppo d’acero (grado A). “La nostra idea  - racconta Samuele - è quella di creare un gusto che unisca la freschezza di una crema di caffè fredda, con la dolcezza dello sciroppo d’acero, che mescolandosi insieme creano un sapore di cioccolato al latte, melassa e cacao in polvere”. Gli abbinamenti (musicali) consigliati sono  Journey to the End dei Windir e Nattens Madrigal degli Ulver.La birra. Il suo aspetto è impeccabile: nera e adornata da un bel cappello di schiuma fine, cremosa e compatta dalla buona persistenza. Ad una birra che si chiama Caffè Doppio non puoi che chiedere caffè in abbondanza e questo ingrediente è assoluto protagonista dell’aroma, sia in forma liquida che macinata: con buona pulizia ed eleganza, viene affiancato da note terrose, di cuoio, di cioccolato fondente e una componente dolce formata da zucchero caramellato e sciroppo d’acero.  Ancora più in sottofondo si scorge anche un filo di fumo. La sensazione palatale è piuttosto gradevole: non ci sono densità ingombranti e l’avena le dona una morbidezza quasi vellutata senza interferire con la scorrevolezza. Un tocco di caramello brunito e di sciroppo d’acero sono a supportare l’amaro del caffè e del torrefatto, veri protagonisti di questa stout, con il primo dei due a fare da mattatore;  nei dettagli si annidano note terrose e di cuoio, cacao amaro. L’amaro s’intensifica ulteriormente nel finale grazie anche all’apporto di una generosa luppolatura, l’acidità di caffè e malti scuri aiutano ulteriormente a ripulire il palato prima di un retrogusto abbastanza lungo ma duro e un po’ ruvido, con fondi di caffè e intense tostature. E’ proprio qui che forse si potrebbe portare ancora più in alto il livello di una stout di per sé già piuttosto buona: una conclusione un po’ più elegante e accondiscendente secondo me non potrebbe che giovarle. Pulito e ben eseguito  il Caffè Doppio di Brasserie della Fonte tiene fede al suo nome: astenetevi se non vi piace il caffè perché qui ce n’è davvero tanto e potreste anche farci colazione. Per tutti gli altri sarà invece una bevuta ampiamente soddisfacente. Formato 33 cl., alc. 7.7%, IBU 45, lotto 07-18, scad. 05/02/2019, prezzo indicativo 6.00 euro (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

East London Nightwatchman

East London Brewery apre le porte a settembre 2011 nel Fairways Business Park di Leyton, periferia nord-orientale di Londra: per darvi qualche coordinata, siamo quattro chilometri a nord del beermile di Hackney (dove trovate Redchurch, London Fields, Pressure Drop, Howling Hops e Five Points) e cinque chilometri a sud dal quartier generale di Beavertown. La aprono la coppia di quarantenni Stuart Lascelles e Claire Ashbridge-Tomlinson, entrambi insoddisfatti della propria vita lavorativa: Stuart lascia il suo lavoro di chimico e decide di trasformare il proprio hobby dell’homebrewing in una professione.  Contrariamente ai tanti protagonisti della new-wave brassicola della capitale del Regno Unito, East London sceglie di portare avanti la tradizione anziché buttarsi sull’emulazione di quello che avviene in territorio statunitense.L’impianto originale da 16 hl è ancora in uso e la capacità produttiva è stata aumentata aggiungendo nel corso degli anni altri fermentatori in locali adiacenti: le birre sono principalmente distribuite in cask ma nel corso degli anni si sono aggiunti anche fusti, bottiglie e, di recente, anche le lattine. La settimana scorsa Lascelles ha annunciato di essere alla ricerca di finanziamenti per 500.000 sterline per poter raddoppiare la capacitò produttiva e costruire una taproom da affiancare al piccolo negozio dove attualmente potete fare acquisti. Il debutto di ELB è avvenuto con la Foundation Bitter seguite da altre quattro birre “sessionabili”:  le bitter Ear Blend e Nightwatchman, le Golden Ale Jamboree e Pale Ale. In seguito è arrivata Quadrant, una Oatmeal Stout. Tutte disponibili nel classico formato da mezzo litro che rimpiazza quello da trentatré abbracciato dalla craft beer revolution Britannica.La birra.Sembrerà paradossale ma non è facile trovare birre tradizionali inglesi prodotte da birrifici inglesi della nuova onda; ben venga quindi East London con questa Nightwatchman, una “dark bitter” che il birrificio definisce “ben luppolata ma più dolce della flagship bitter chiamata Foundation”. Nessuna informazione disponibile sugli ingredienti utilizzati: nel bicchiere è di un color ambrato molto carico, prossimo all’ebano e illuminato da intensi riflessi rosso rubino. Cremosa e compatta, la schiuma biancastra mostra un’ottima persistenza. L’aroma è pulito e abbastanza intenso per lo stile: frutti rossi, ciliegia e prugna sono poi incalzati da profumi terrosi e di frutta secca a guscio, biscotto. Il mouthfeel è morbido e scorrevole, anche se in qualche passaggio c’è una sensazione watery/annacquata un po’ troppo presente. E' comunque una session beer di discreta intensità il cui gusto segue con fedeltà l’aroma: biscotto, caramello, ciliegia e prugna, un finale amaro piuttosto intenso nel quale s’incontrano note terrose e di frutta secca, un po’ di tè, una lieve astringenza.  Il passaggio dolce-amaro è forse un po’ troppo brusco e potrebbe essere più armonioso; nel complesso molto pulita, ha ancora qualche spigolo da limare per farsi voler davvero bene. Il carattere “british” è un po’ irrequieto e una maggiore flemma soprattutto a fine corsa le gioverebbe sicuramente. Formato 50 cl., alc. 4.5%, imbott. 24/05/2017 (?), scad. 05/2020 (?).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mukkeller Beach Boys Pils

Ritorna sul blog il birrificio Mukkeller, attivo dal 2010 a Porto Sant'Elpidio (Marche): l’avevamo già incontrato con la Double IPA Hattori Hanzo e con la doppelbock Devastator.  Mukkeller è Marco Raffaeli: "mukka" è il suo soprannome sin da bambino al quale lui ha voluto affiancare lo stile brassicolo da lui prediletto: le Kellerbier tedesche.  Il suo è un percorso che accomuna quello di molti birrai c che parte dalle prime birre da kit fatte in casa per "evolversi" nelle produzioni all-grain, passando dalle pentole ad un mini impianto professionale. I genitori vanno in pensione e cessano l’attività di famiglia: per Marco è il momento di diventare imprenditore di se stesso e, dopo alcuni stage presso microbirrifici italiani parte l’avventura Mukkeller. Nel birrificio “familiare” fa quasi tutto da solo con l’aiuto del fratello e del padre, che assieme a lui imbottigliano le prime cotte: la tradizione tedesca è quella che guida i primi passi ma ben presto arrivano anche i luppoli americani, il Belgio e l’Inghilterra.  E Mukkeller ha svolto un bel percorso di crescita che gli ha portato numerosi riconoscimenti a Birra dell'Anno: poche settimane fa, nell’ultima edizione, ha conquistato il primo posto con la Mukkamannara nella categoria 28 (birre scure, alta fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione belga), il  terzo con la Devastator nella categoria 7 (birre chiare, ambrate e scure, bassa fermentazione, alto grado alcolico di ispirazione tedesca) e con la Hattori Hanzo nella 13 (birre chiare e ambrate, alta fermentazione, alto grado alcolico, luppolate, di ispirazione angloamericana  - Double IPA), la menzione d’onore con la Nonnukka in categoria 4 (birre chiare e ambrate, alta fermentazione, basso grado alcolico di ispirazione anglosassone).La birra.La Beach Boys Pils nasce nell’ottobre del 2016 da una collaborazione con l’Old Spirit Authentic Football Pub, un locale a San San Benedetto del Tronto nel quale potete dissetarvi scegliendo fra tredici spine di cui due a pompa inglese e un centinaio di bottiglie; Mukkeller è ovviamente una presenza fissa.  Se non erro per questa West Coast Pilsner sono stati utilizzati luppoli americani Amarillo e Citra. Il suo colore è un bel dorato, leggermente velato e movimentato da riflessi quasi verdognoli; la bianca schiuma, cremosa e compatta, ha un’ottima persistenza.  L’aroma cerca di coniugare la delicatezza e la “nobiltà” di una Pils classica con l’esuberanza dei luppoli americani: il risultato è soddisfacente e non scade in eccessi cafoni,  anche se i luppoli dominano la scena oscurendo i malti:  pompelmo, cedro, limone e lime regalano freschezza e pulizia, un velo dolce di frutta tropicale passa in sottofondo.  La sensazione palatale è gradevole ma forse un pochino più ingombrante a livello tattile rispetto a quella che mi aspetterei di trovare in una Pils: la scorrevolezza non incontra problemi ma non è a livelli record.  Pane e crackers costituiscono il delicato supporto ad una generosa luppolatura che riporta subito il gusto sui binari dell’aroma: tanta scorza d’agrumi, bevuta molto secca e rinfrescante, un finale nel quale il livello d’amaro fa un ulteriore passo in avanti aggiungendo note vegetali, quasi resinose/balsamiche. La scia amaricante finale è piuttosto intensa e il palato ci mette un po’ a smaltirla: dopo tutto staremmo parlando di una variazione sul tema Pils e non di una cosiddetta IPL (India Pale Lager).  Pulizia e freschezza sono ad ottimi livelli e la birra è indubbiamente molto ben fatta: per il mio gusto personale abbasserei però un pochino il livello d’amaro, al fine di ottenere maggior equilibrio tra luppoli, malti e  - ultimo ma non meno importante - velocità di bevuta.Formato 50 cl., alc. 5.3%, lotto 1804, scad. 06/2018, prezzo indicativo 5.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Spencer Trappist Ale

Correva l’ottobre del 2013 e al mondo veniva annunciata la nascita del primo birrificio trappista al di fuori del continente europeo: l’abbazia di St. Joseph a Spencer (Massachusetts) fondata nel 1950 avrebbe iniziato a produrre birra. Lo sbarco di monaci trappisti sul suolo americano (Nuova Scozia) risale tuttavia all’inizio del diciannovesimo secolo, e per chi volesse saperne di più segnalo questa pagina. Padre Isaac Keeley, che oggi dirige il birrificio, ammette che l’idea nacque nell’anno 2000 quando i frati iniziarono a pensare a nuovi metodi di autofinanziamento; la produzione di prodotti caseari, marmellate e conserve (Trappist Preserves) non era infatti più sufficiente a garantire la sopravvivenza del monastero. Il birrificio tuttavia non convinceva molto l’abate e per fargli cambiare idea Isaac chiese a Dann e Martha Paquette della beerfirm Pretty Things Beer & Ale Project di realizzare un piccolo lotto di una birra d’ispirazione trappista da regalare all’abate per Natale. Evidentemente il regalo fu gradito e il progetto-birificio venne presentato alla città di Spencer nel 2011 e fu approvato nel 2013, anno in cui iniziarono i lavori di costruzione, 3500 metri quadrati di spazio e impianto Sabco. Nel frattempo due frati americani passarono sei mesi in in Belgio a visitare tutti i birrifici trappisti e fare una sorta di apprendistato. Ad avviare la nascente Spencer Brewery viene chiamato l’esperto ingegnere belga Hubert de Halleux: a lui il compito di elaborare la ricetta di una birra trappista “belga” con ingredienti americani.  Dopo ventiquattro tentativi, destinati al consumo interno, arriva finalmente la versione definitiva della Spencer Ale, una tradizionale patersbier quotidiana che debutta ufficialmente a gennaio 2014. A produrre le birre, ovviamente sotto la supervisione dei monaci, c’è oggi il birraio Larry Littlehale, un americano diplomatosi in Germania dove ha lavorato per venti anni; ad aiutarlo otto frati. 4500 gli ettolitri prodotti il primo anno con l’obiettivo di arrivare in fretta a 12000. Dopo l’approvazione qualitativa della birra da parte dell’Associazione Internazionale Trappista, Spencer viene autorizzato ad utilizzare il  logo "Authentic Trappist Product"; inizialmente sembra che ci fosse il vincolo di produrre una sola birra per i primi cinque anni, ma evidentemente non era così perché nel 2015 il birrificio ha realizzato la Spencer Holiday Ale, una strong ale “natalizia” (9%) seguita nel 2016 dalla prima India Pale Ale trappista (7.2%, luppoli Perle, Apollo, Cascade), dalla prima Imperial Stout trappista (8.7%) e dalla prima Pils trappista (Feierabendbier, 4.7%).  Nel 2017 sono poi arrivate la Trappist Festive Lager  (7.5%), la Monks' Reserve Ale (quadrupel, 10.2%) e le versioni barricate di IPA ed Imperial Stout. Qualche settimana  fa ha invece debuttato la Spencer Peach Saison (4.3%) che credo possa essere definita la prima “fruit beer” trappista.La birra. I frati non sono molto chiacchieroni sulla ricetta della propria Trappist Ale: si limitano a citare luppoli provenienti dalla Yakima Valley (Willamette e Nugget, ma non solo), un mix segreto di malti  a 2 e 6 righe  (Monaco del Wisconsin, ma non solo) e un ceppo di lievito proprietario.  Il suo colore è un arancio velato piuttosto carico: la schiuma biancastra è vivace, pannosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Frutta secca a guscio, biscotto e zucchero candito formano un aroma “belga” che s’arricchisce di profumi floreali, di pasticceria e di una delicata speziatura.  La bevuta è abbastanza agile, vivacemente sospinta dalle bollicine, il corpo è medio.  La scuola belga si ritrova anche al palato, con una bella base maltata di caramello, il biscotto che ricorda quasi gli speculoos, lo zucchero candito e qualche indizio di panettone; c’è la marmellata d’albicocca, una delicata speziatura e un finale delicatamente amaro di mandorla e nocciola. C’è equilibrio, la giusta attenuazione, l’alcool è ben nascosto e nel complesso questa trappista americana è una birra tecnicamente ben fatta, alla quale forse manca ancora un pochino di cuore o d’anima, quelli per intenderci che riscaldano altre patersbier come ad esempio Westvleteren 6, Chimay Dorée e Westmalle Extra.Formato 33 cl., alc. 6.5%, lotto F27, scad. 17/03/2019, prezzo indicativo 4.50 -5.00 euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Westbrook Siberian Black Magic Panther

Westbrook Brewing viene fondata nel dicembre 2010 da Edward e Morgan Westbrook, marito e moglie che grazie ad una campagna di equity funding riescono a racimolare gli investimenti necessari per acquistare un terreno nel sobborgo Charleston di Mount Pleasant, Carolina del Sud; ne avevamo già parlato in questa occasione.  La birra di oggi è l’imperial stout Siberian Black Magic Panther e non è certamente la birra più famosa di Westbrook, nota soprattutto per la Mexican Cake Imperial Stout e – per quel che riguarda il beergeekismo -  le sue versioni Barrel Aged. Birre che circolano ovviamente sul mercato nero a prezzi abbastanza elevati e Westbrook sembra essersi allineata alle speculazioni. Presso la taproom potrete infatti acquistare (solo per consuno in loco) alcune bottiglie da 66 cl. d’annata per qualche centinaia di dollari l’una, come ad esempio Mexican Cake invecchiata in botti di Pappy Van Winkle (2015) o in botti di Bourbon che hanno ospitato più di recente sciroppo d’acero (2016). Lo scorso novembre le quattro varianti Barrel Aged 2017 della Mexican Cake erano acquistabili solamente in un set da dieci bottiglie miste per un valore totale di 300 dollari, ovvero 30 cadauna. Quasi un favore a chi volesse poi rivenderle sul mercato nero: una volta fatto l’investimento iniziale di 300 dollari, potevate poi cercare di rivendere alcune bottiglie sul mercato secondario per rientrare della spesa e bere le vostre “gratis”, se non guadagnandoci qualcosa. Inutile dire che le prenotazioni dei set sono andate subito esaurite.La Siberian Black Magic Panther non ha lo stesso fascino della Mexican Cake tra i beergeeks ma anche lei dispone di tre varianti barricate: Apple Brandy (2013), Bourbon Barrel (2014) e Rum Barrel (2017).La birra. Montagne di malti tostati e zucchero candito scuro: queste le uniche informazioni rivelate da Westbrook sulla ricetta di una birra che viene definita (sic) “pelosa come un siberiano… o come una pantera”. Il suo aspetto è inappuntabile: nera, bella testa di schiuma cremosa e compatta dall’ottima persistenza. L’aroma è dolce, caffè e orzo tostato sono avvolti da zucchero candito, caramello e cioccolato, biscotti leggermente bagnati nell’alcool; l’intensità è discreta, e sebbene l’aroma sia nel complesso gradevole, pulizia ed eleganza mostrano ampi margini di miglioramento.  Lo zucchero candito scuro  fa pensare subito alla scuola belga ed il mouthfeel sembra adeguarsi: nessuna viscosità, la sensazione palatale è quasi vellutata e molto morbida, le bollicine un po’ più presenti di quello che vi aspettereste in una imperial stout da 12%. Per il mio gusto personale manca un po’ di “ciccia.  Il gusto ripropone l’aroma disegnando una birra inizialmente dolce di caramello e zucchero candito, biscotti e melassa, poi bilanciata dall’amaro del torrefatto e del caffè. L’alcool è forse sin troppo timido ed esce solamente a fine corsa quando la frutta sotto spirito accompagna il cioccolato il caramello e le delicate tostature. La “pantera nera siberiano” di Westbrook risulta in verità abbastanza docile: bilanciata ma orientata al dolce, piuttosto facile da bere grazie ad un mouthfeel poco impegnativo che non asfalta il palato. Il livello è buono ma pulizia e finezza potrebbero essere migliori: il risultato è un "amalgama" gradevole nel quale i singoli elementi non riescono ad emergere con la necessaria chiarezza.Formato 65 cl., alc. 12%, imbott. 20/02/2017, prezzo indicativo 16.00-19.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Beavertown / Verdant: Shut Up And Play The Hits Double IPA

Collaborazioni, collaborazioni, collaborazioni: la craft beer sembra non poter far a meno di domandarsi "che cosa c'è di nuovo?" (anziché "che cosa c'è di buono?") e i birrifici, sopratutto quelli "alla moda", devono  sottostare a queste regole. Lo ha capito benissimo Beavertown, che prosegue senza sosta a sfornare novità, one shot e collaborazioni: questa ultime hanno un peso particolarmente rilevante nella gamma del birrificio di Londra, tanto che sono state inventariate in questa pagina. Tra le ultime birre realizzate a quattro mani c'è la Double IPA "Shut Up And Play The Hits", nome credo ispirato all'omonimo documentario sul gruppo musicale LCD Soundsystem, peraltro protagonista di un'altra birra prodotta da Wylam, la 45:33. Il partner scelto da Beavertown è il birrificio Verdant (Falmouth, Cornovaglia), un altro nome caldo sulla lista dei beergeeks inglesi e non solo: avremo modo di conoscerlo meglio nelle prossime settimane. L'etichetta non lo elenca tra gli ingredienti ma ci dovrebbe essere la purea di mango in questa Double IPA (8.8%) realizzata lo scorso gennaio la cui ricetta prevede malti Golden Promise e acidulo, avena maltata, frumento maltato e malto d'avena decorticato Golden Naked Oats; il lievito è Lallemand New England, i luppoli Columbus, Simcoe, Bru-1, Eureka e Galaxy.La birra.I talebani della freschezza diranno che due mesi dalla messa in lattina sono troppi ma il mio pensiero è che se in otto settimane la birra ha perso vigore e vitalità c'è qualcosa da rivedere a monte, non a valle. Ad ogni modo, la Shut Up di Beavertown/Verdant rispetta il "protocollo hazy" con un (bel?) color arancio opalescente e una testa di schiuma biancastra un po' scomposta ma dalla buona persistenza, per lo stile. Passi che le New England IPA non siano famose per l'eleganza, ma per lo meno l'aroma dovrebbe essere una bella macedonia di frutta tropicale: in questo caso l'intensità è solo discreta, il mango è accompagnato da un po' di passion fruit, forse anche melone retato. Non c'è molta freschezza, non c'è quella sensazione di frutta appena tagliata e il gusto prosegue in questa direzione. Il mango è protagonista, affiancato da ananas e qualche nota di arancia e pompelmo; l'alcool sostiene la bevuta con vigore facendosi sentire soprattutto nel finale, quando arriva anche un lieve bruciore "vegetale", o effetto pellet che dir si voglia. E' l'unica debole avvisaglia di amaro in una birra che ne è praticamente scevra; la sensazione palatale, morbida e leggermente chewy, fa il suo dovere. Ma nel complesso questa Shut Up mi pare una birra poco pulita, sgraziata, benché bevibile: fallisce anche nel suo intento di voler essere un succo di frutta. Una birra inutile e noiosa, da due birrifici di questo calibro c'era d'aspettarsi ben altro. Non per fare il nazionalista, ma quest'altra Double IPA al mango italiana la guarda dall'alto in basso.Formato 33 cl., alc. 8.8%, lotto 10/01/2018, scad. 10/04/2018, prezzo indicativo 6.00-7.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Retorto Malalingua 2013

Malalingua è il barley wine che il birrificio piacentino Retorto, guidato dai fratelli Marcello, Monica e Davide Ceresa, presenta per la prima volta nel 2013; uno stile abbastanza di nicchia per i consumi del mercato italiano (e non solo) che tuttavia ottiene subito un bel risultato piazzandosi al primo posto del CIBA (Campionato Italiano delle Birre Artigianali), concorso organizzato dall'Associazione Degustatori Birra e celebrato all’interno dell’IBF – Italian Beer Festival. In quell’edizione (anno 2014) Malalingua risultò non solo il miglior barley wine in concorso, davanti alla Draco di Montegioco e alla BB Evò di Barley, ma anche la miglior birra dell’intera manifestazione, precedendo la Verdi Imperial Stout del Ducato e la B Space Invaders di Toccalmatto. Retorto bissò così il successo ottenuto l’anno precedento con la strong ale Black Lullaby. Malalingua è anche l’apripista per gli esperimenti in botte di Retorto: la sua versione invecchiata dodici mesi in un caratello di Vin Santo diventa Malanima. Qualche tempo dopo arriveranno la Marsellus W. (ovvero la tripel Vincent Vega invecchiata in sei botti di rum, non rifermentata) e la Mia W. (tripel invecchiata in quattro botti di whisky, due delle quali torbato, anch’essa non riferimentata).La birra.Il birrificio definisce Malalingua come “raffinata, mondana, da meditazione”. Personalmente preferisco sempre far fare ai barley wine qualche anno di cantina; in questo caso sono stati quasi cinque. Troppo? Vediamolo aprendo una Malalingua 2013 nella bottiglia allungata da mezzo litro tipica dei vini liquorosi o passiti. Nel bicchiere si presenta piuttosto torbida e di color ambrato; le poche bolle grossolane che si formano in superfice si dissipano alquanto velocemente.  L’aroma è ancora piuttosto intenso: profumi di pera e vino liquoroso/marsalato, uvetta, ciliegia, un pochino di cartone bagnato in sottofondo. Nonostante la ricchezza non c’è molta eleganza e gli aromi sono un po’ troppo “sparati” e disarmonici. Al palato è quasi piatta e l’età si fa sentire in un mouthfeel un po’ scarico e slegato in alcuni passaggi. Il gusto ripropone pregi e difetti dell’aroma: intensità (uvetta, prugna), note di vino marsalato e un rinfrancante tepore etilico che viene fuori soprattutto nel finale e che accompagna per diversi minuti chi ha il bicchiere in mano. Ma l’ossidazione porta anche qualche inconveniente (cartone, ematico) che, pur non rendendo questo barley wine troppo problematico, riduce indiscutibilmente il piacere di sorseggiarlo.  Una bottiglia che ha già passato il suo periodo migliore e che è ben avviata verso il tramonto:  del resto affidare le birre alla cantina è spesso un’incognita e in questo caso sarebbe stato meglio stapparla prima. Formato 50 cl., alc. 12%, IBU 58, lotto 13057, scad. non riportata, prezzo indicativo 12,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Vibrant Forest: Summerlands Session IPA & Black Forest Porter

La nonna faceva il vino in casa e lui ha scelto di proseguire le buone usanze di famiglia con la birra: Kevin Robinson inizia con l’homebrewing nel 2007 e dopo quattro anni, quando ancora lavora come ingegnere informatico presso la IBM, installa un microimpianto di seconda mano da 100 litri nel garage di casa un nanobirrificio ed entra nel mondo dei professionisti. Le sue birre ottengono buon successo nei pub della zona e molti riconoscimenti in concorsi locali (Hampshire, Winchester e  Southampton): nel 2014 Robinson lascia il suo lavoro per dedicarsi alla produzione di birra a tempo pieno, acquistando un nuovo impianto da 14 ettolitri. Dal garage della periferia di Southampton si sposta a Lymington, paese da 14.000 abitanti alle porte del New Forest National Park. E’ qui che nasce il microbirrificio Vibrant Forest, oggi distribuito anche in Italia; la produzione ruota attorno a sette birre stabili più alcune stagionali e occasionali, disponibili in bottiglie, lattine, cask e fusti; di venerdì (12-18) e di sabato (11-15)  il bar e il negozio del birrificio aprono le porte per permettervi di fare acquisti e di dissetarvi.Le birre.Iniziamo dalla Summerlands, una Session IPA con generoso dry-hopping di Mosaic che è oggi la birra di maggior successo/vendite di Vibrant Forest. Il suo colore è un dorato piuttosto carico e leggermente velato, nel bicchiere si forma una testa di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. L’aroma non è esattamente un inno alla freschezza ma il bouquet è pulito e ancora molto gradevole: arancia e pompelmo affiancano i profumi più dolci di mango e passion fruit.  Al palato è leggera e scorrevole come una session beer (3.5%) dovrebbe sempre essere e non c’è nessun cedimento acquoso: i malti (pane e crackers) compongono la delicata struttura necessaria a sorreggere una generosa luppolatura che, seguendo l’aroma, apporta dolci note di frutta tropicale subito incalzate da un amaro di discreta intensità nel quale s’intrecciano note di scorza d’agrumi, terrose ed erbacee. Intensità e pulizia non mancano, il finale ha quella secchezza necessaria a dissetare e a far venir subito voglia di un altro sorso: una birra semplice e ben fatta che non richiede attenzioni ma che potrebbe farvi compagnia per una giornata intera. Capisco il marketing e il fatto che il termine “Session IPA” faccia vendere meglio di un generico “Golden Ale”:  al di là dei luppoli americani utilizzati, nel bicchiere c’è una birra che mantiene quell’equilibrio e quella flemma tipiche delle Golden Ale inglesi con un “twist” moderno e ben luppolato, per le quali ammetto di avere un debole. Pensate alla Hophead (3.8%) di Dark Star o anche alla Manchester (4.2%) di Marble, giusto per citare le prime due che mi vengono in mente.  Non pensate invece alla Summerlands come a una di quelle Session IPA nelle quali i malti sono inesistenti e nel bicchiere trovate solamente una vagonata di luppolo priva di qualsiasi sostegno.“Piquant” in inglese è qualcosa “d’interessante, d’eccitante” e questa  Black Forest (Piquant Porter) tinge il bicchiere con un bellissimo (quasi) nero ed un perfetto cappello di schiuma, cremosissimo e compatto. Il naso è semplice ma pulito, un’essenzialità che parla di caffè e cioccolato fondente, orzo tostato, profumi terrosi e di mirtillo. Al palato c’è una corrispondenza pressoché perfetta e un’intensità notevole a fronte di un ABV piuttosto tranquillo (4.9%). Un velo di caramello dolce supporta le intense tostature, l’amaro del caffè e del cioccolato, la bevuta procede spedita senza nessun intoppo. Tabacco e cenere affiancano terroso e torrefatto in un finale amaro nel quale l’intensità perde qualche colpo, l’acidità dei malti scuri è forse un po' eccessiva, c’è un pelino d’astringenza ma questi spigoli da limare non  mettono comunque in discussione il livello di una bella (e buona!) porter. Anche qui c’è un bel DNA inglese a dare anima e corpo a una birra pulita e semplice, di quelle che non dovremmo mai dimenticarci, ormai troppo spesso impegnati alla ricerca dei fuochi d’artificio. Nel dettaglio:Summerlands, formato 44 cl., alc.  3,5%, IBU 35, scad. 04/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)Black Forest, format 50 cl., alc. 4.9%, scad. 09/2018, prezzo indicativo 5.00-6.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Edelweiss Gamsbock

Kaltenhausen sarebbe il birrificio più antico di Salisburgo, con una data di nascita che risale al 1475 quando fu fondato da Johann Elsenhaimer. Alla sua morte l’azienda venne acquisita (1489) dal principe-arcivescovo Leonhard von Keutschach per poi passare, con la fine del Sacro Romano Impero, sotto il diretto controllo dell’imperatore Francesco I; Kaltenhausen continuò ad essere il maggior produttore di birra del salisburghese. Nel 1815 fu acquistato dalla famiglia nobile bavarese Arco-Zinneberg che ne controllò la proprietà sino al 1901, quando la Gräflich Arco-Zinneberg'sche Brauhaus Kaltenhausen fu ceduta alla Deutsche Bank che la rinominò Aktiengesellschaft Brauerei Kaltenhausen. Il declino economico della società era tuttavia in atto e la prima guerra mondiale non fece che peggiorare le cose; nel 1921 ci fu la fusione con altri tre birrifici della regione (Brauerei Gmunden, Linzer Aktienbrauerei, Poschacher Brauerei e Wieselburger Aktienbrauerei) e la nuova nata Brau AG cercò inutilmente di arrestare la crescita del birrificio Stiegl, ormai diventato il maggior produttore del salisburghese.  Il secondo dopoguerra vede una serie infinita di acquisizioni di altri birrifici minori e operatori del beverage (succhi di frutta, acque minerali), nonché di hotel e ristoranti: come sempre i birrifici incorporati vengono poi chiusi e la produzione dei marchi sopravvissuti trasferita altrove. Facciamo ora un salto al 1998 quando la Brau AG, a seguito di ulteriori incorporazioni con birrifici della Stiria, diventa la Brau Union Österreich AG, ad oggi maggior produttore di birra austriaco: nel 2003 il gruppo viene acquistato  dalla Heineken. Sino al 2010 alcuni marchi storici del vecchio birrificio Kaltenhausen, come  Kaiser ed Edelweiss, sono stati ancora realizzati sui vecchi impianti di  Kaltenhausen: nel 2011 Heineken ha licenziato una decina di dipendenti ed ha trasferito la produzione sugli impianti dei birrifici Zipf e Wieselburg. Il sito di Kaltenhausen  è oggi utilizzato solamente per imbottigliare; all’interno dell’ex-birrificio è tuttavia ancora in funzione un microimpianto automatizzato (12 hl) che rifornisce il ristorante Braugasthof Hofbräu Kaltenhausen e produce alcune bottiglie destinate al mercato “craft”.La birra.Non vi racconterò delle varie medaglie d’oro la Edelweiss Gamsbock ha raccolto nel corso degli anni in vari concorsi europei; è forse più interessante sapere che con una quota di mercato del 44% il marchio  Edelweiss è da anni la birra di frumento più venduta sul territorio austriaco, disponibile come Weissbier classica, non filtrata (Kristallklar), Dunkel, analcolica e la più sostanziosa Weizenbock (7.1%) che viene solitamente prodotta nei mesi di ottobre-novembre. All’aspetto è di colore dorato, piuttosto velato: la generosa schiuma pannosa è cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. Tutto ok al naso, con i tipici profumi dello stile: banana, chiodo di garofano, bubblegum e in sottofondo anche qualche nota di crosta di pane.  Al palato c’è la grande scorrevolezza tipica della tradizione tedesca; una weizenbock dalla robusta gradazione alcolica richiederebbe però anche un po’ di sostanza e morbidezza, e questa Gamsbock non delude. Il gusto segue fedelmente l’aroma riproponendo la banana matura, il pane e il chiodo di garofano, un accenno di caramello. A bilanciare il dolce non c’è amaro ma l’acidità del frumento, nel finale una delicata nota alcolica cerca di risollevare un po’ un’intensità in fase calante. Pulita e precisa,  questa Edelweiss Gamsbock non regala emozioni (o forse è lo stile a non regalarmele in generale) ma svolge il suo dignitosissimo lavoro. Nota di merito in quanto prodotto industriale: in questo caso si beve abbastanza bere spendendo poco. Formato 50 cl., alc. 7.1%, lotto 354 H7 18:55, scad. 01/05/2018, pagata 1,21 euro (supermercato, Austria) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie / Evil Twin Bible Belt – Barrel Aged

Con Bible Belt (“la cintura della Bibbia”) s’intende quella grande regioni degli Stati Uniti nella quale vive una grande percentuale di persone di religione Cristiana Protestante: l’area include gli stati di Alabama, Arkansas, Carolina del Nord, Carolina del Sud, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Missouri, Oklahoma, Tennessee e Texas, ma anche porzioni Florida, Illinois, Indiana, Ohio, Pennsylvania, Virginia e Virginia Occidentale. Il termine “Bible Belt” fu usato per la prima volta nel 1925 dallo scrittore americano H.L. Mencken per riferirsi al processo “Scopes Monkey” che si stava tenendo nella città di Dayton, Tennessee: il giovane professore John T. Scopes era stato accusato di aver insegnato ai suoi allievi che l’uomo derivava dalla scimmia. Il verdetto finale fu di colpevolezza e il professore fu multato per 100 dollari. Cosa c‘entra la “cintura della Bibbia” con la birra?  E’ proprio nella Bible Belt che si trovano il birrificio Prairie (Tulsa, Oklahoma) oggi “marchio” rilevato dalla  Krebs Brewing Company, e il birrificio Westbrook (Mt Pleasant, South Carolina) presso il quale la beerfirm newyorkese (ma di origini danesi) Evil Twin produce molte delle proprie birre. Dalla loro collaborazione (Prairie ed Evil Twin) a marzo 2014 nasce una imperial stout che vuole idealmente portare nello stesso bicchiere due delle birre di maggior successo dei birrifici appena citati. Si tratta della Bomb! (13%) di Prairie  (prodotta con chicchi di caffè, fave di cacao, baccelli di vaniglia e peperoncino Ancho) e della Even More Jesus di Evil Twin (11.5%). Ufficialmente la birra viene descritta come “basata sulla Even More Jesus alla quale vengono aggiunti gli stessi ingredienti della Bomb!”, e non si dovrebbe dunque trattare di un semplice blend delle due birre. Semplificando: Even More Jesus prodotta sugli impianti della Krebs normalmente usati da Prairie con etichetta è realizzata da Colin Healey di Prairie. Era poi inevitabile che questa collaborazione con Evil Twin finisse in botte (Heaven Hill whiskey) per dare origine dopo sette-nove mesi alla  Barrel Aged Bible Belt.La birra.Poca schiuma,  grossolana e di modesta persistenza, mentre il bicchiere si riempie di un denso liquido completamente nero. L’aroma di questa Bible Belt non è dei più coinvolgenti, devo ammettere:  whiskey, caffè, legno, tabacco e un filo di fumo/cenere, cacao amaro, liquirizia, un ricordo di fruit cake. Sembrerebbe tutto molto gradevole ma c’è un fastidioso sottofondo di carne e salsa di soia a rovinare un po’ la festa.  Ci pensa il mouthfeel a riaccendere il sorriso di chi si trova il bicchiere in mano: non è una birra eccessivamente densa e neppure particolarmente sexy/cremosa, ma il suo onesto lavoro lo fa e delizia il palato con morbidezza e un corpo quasi pieno. Sostenuto da una potente ma non fastidiosa nota etilica (whiskey), il sorseggiare s’arricchisce di melassa e liquirizia, un ricordo di fruit cake con il dolce che viene poi bilanciato dall’amaro del caffè, delle tostature e del cacao. Anche al palato c’è tuttavia una componente meno elegante che parla di carne e salsa di soia, legno e tabacco entrano in gioco a fine corsa ad accompagnare quella calda nota di whiskey con la quale questa Bible Belt si congeda. Bevuta nel complesso soddisfacente ma lontana “dall’olimpo” dello stile: la bottiglia credo risalga al 2016 e mi sembra già aver perso parecchio smalto. Un po’ slegata, non pulitissima, qualche imprecisione di troppo: tutte cose che secondo me non ci dovrebbero essere quando il prezzo del biglietto è vicino ai 40 euro al litro.Formato: 35.5 cl., alc. 13%, lotto 36516, prezzo indicativo 12.00-15.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.