Birrificio (La Granda) B-Side IPA

Eccoci ad un nuovo incontro tra birra e grande distribuzione; parliamo del Birrificio B-Side, che ho avvistato sullo scaffale di un supermercato. Il nome mi era assolutamente sconosciuto ma la cosa non mi ha sorpreso più di tanto visto che ci sono ormai quasi un migliaio di giocatori sul campo della cosiddetta "birra artigianale" italiana. Anni fa, quando il numero era ancora limitato, li conoscevo forse tutti; oggi no. Bene, acquisto una bottiglia del Birrificio B-Side con sede in via Manta 15 a Lagnasco (CN) per poi scoprire, a casa, che a quell'indirizzo non esiste nessun birrificio con tale nome ma vi ha sede il Birrificio La Granda. Googolando trovo qualcosa in più: dal sito di Target 2000, distributore Horeca  e parte del gruppo Amarcord, apprendo che "da marzo 2016 sono finalmente disponibili le birre del Birrificio B-SIDE, il progetto collaterale dedicato alla GDO del Birrificio della Granda". Sarebbe quindi una beerfirm di proprietà del birrificio stesso che produce le birre; o forse non si tratta neppure di una beerfirm, visto che gli impianti produttivi effettivamente ci sono... anche se a nome del Birrificio La Granda. Ad ogni modo, quattro sono le birre che B-Side/La Granda offre alla grande distribuzione: Golden Ale, Amber Ale, Blanche ed IPA: le etichette, che giocano sull'associazione birra-musica, sono opera di Fabio Garigliano ovviamente autore anche di quelle del birrificio La Granda.Il nome scelto per questo progetto parallelo non è tuttavia molto originale; con lo stesso nome nel 2014 il beershop Beertop di Bergamo aveva creato in collaborazione con alcuni birrifici italiani una linea di birre per il suo punto vendita.La birra.Al solito la fotografia rende la birra più scura di quanto non sia nella realtà: il suo colore si colloca tra il dorato carico ed il ramato, con una bella schiuma fine e compatta, cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è certamente un elogia alla freschezza e alla fragranza ma c'è perlomeno una discreta pulizia: note floreali e di marmellata d'agrumi (mandarino e arancio), caramello. Lo stesso canovaccio viene riproposto al palato assieme alla stessa mancanza di freschezza: biscotto e caramello supportano la luppolatura che vira subito nel  territorio della marmellata d'agrumi anziché in quello della frutta fresca. La chiusura amara, di modesta intensità, si svolge tra note terrose ed erbacee senza velleità di protagonismo; ne risulta una birra poco secca che lascia sempre il palato avvolto da una lieve patina dolciastra. Poche emozioni in una IPA piuttosto basica che non dimostra carattere e personalità; personalmente non ho nulla contro le birre "artigianali" nella grande distribuzione, ma bisogna ammettere che il rischio di trovarle maltrattate da pratiche di trasporto e stoccaggio  poco ortodosse è sempre dietro l'angolo. La freschezza è fondamentale in molti stili brassicoli, e in questo caso nel bicchiere ce n'è davvero poca nonostante la birra dovrebbe avere circa 5/6 mesi dalla messa in bottiglia; capisco le logiche della shelf-life nella grande distribuzione, ma che senso ha dare due anni di scadenza ad una birra che già dopo sei mesi ha più ragione di essere bevuta, se davvero si vuole soddisfare quella voglia di luppolo alla quale l'etichetta inneggia? Si beve, certo, ma il risultato poco soddisfacente è assolutamente equiparabile alle tante birre luppolate che si trovano sugli scaffali dei supermercati, al di là della  loro provenienza geografica.Formato: 33 cl., alc. 5.6%, lotto 5008/9, scad. 02/2018, 2.60 Euro (supermercato, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Essence of War

Non ho trovato molte informazioni sulla beerfirm belga De Relatiebrouwer,  da poco rinominatasi Het Brouwersatelier; attivi sin dal 2008, i componenti hanno realizzato una serie di birre chiamate Koddestamper (Belgian Ale, Strong Ale, Tripel) appoggiandosi ai birrifici De Graal e Sint Canarus. Più di recente (2015), poco prima del cambio nome, al birrificio Pirlot viene sviluppato un progetto parallelo chiamato 4 Horsemen, ovvero i Quattro Cavalieri (dell'Apocalisse); quattro birre (due ancora da realizzare) ispirate dalle tematiche di guerra, carestia, pestilenza e morte. Si parte con la saison "Essence of War" per continuare con la Oyster Stout "Black Cauldron Spit"; segue una Special Belge prodotta con segale e chili (Hellish Horseryeder) e una Quadrupel (anche se in etichetta c'è scritto IPA) chiamata "Meadcleaver Maiden".Il progetto prevede anche che le birre siano accompagnate dalla giusta colonna sonora; collegandovi a Spotify o a Playlists.net potete cercare il nome della birra "Essence of War" e berla mentre ascoltate le 41 canzoni che spaziano dai Rolling Stone a Amy Winehouse, dagli Iron Maiden ai Black Sabbath, da Marlene Dietrich a Bob Dylan, dai Megadeath a Glenn Miller.La ricetta di questa saison prevede malto pils (76%), monaco (16%) e cara20 (8%); i luppoli utilizzati sono Fuggles ed Amarillo con aggiunta di estratto di luppolo concentrato al momento dell'imbottigliamento.La birra.Si presenta di color oro antico, quasi limpido con una testa di schiuma molto compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Il bouquet aromatico non è purtroppo molto invitante: ci sono note maltate (biscotto) affiancate da quelle terrose e di erbe officinali. Ma c'è soprattutto una componente fenolica (plastica, gomma) abbastanza sgradevole.  Al palato c'è quella vivace carbonazione che ci deve essere in una saison ma la scorrevolezza (e la bevibilità) non è altrettanto elevata e il mouthfeel risulta un po' pesante. Qualche problema anche al gusto, con una leggera astinenza che accompagna tutta la bevuta: l'ingresso è di biscotto e miele, c'è un leggerissimo fruttato che tuttavia non riesco a descrivere e poi la bevuta si chiude con un finale amaro nel quale le erbe officinali affiancano le note terrose e la frutta secca. Quasi più malti che luppoli in una birra che faccio davvero fatica a descrivere e che mi lascia piuttosto perplesso; pulizia ed eleganza latitano, l'alcool è ben nascosto ma ciò non basta a rendere sufficiente una birra abbastanza confusa ed irrisolta.Formato: 33 cl., alc. 6.5%, IBU 30, lotto 20150035, scad. 31/07/2017,  1.75 Euro (drink store, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Evil Twin I Love You With My Stout

Divertendosi a spulciare Ratebeer si può calcolare che la beerfirm danese-americana Evil Twin ha prodotto dal 2010 ad oggi 219 birre, ovvero 30 birre nuove ogni anno; il numero sarebbe di molto maggiore se si prendessero in considerazione anche tutte le collaborazioni. Di queste 219 birre ce ne sono ben 48 che vengono classificate nella categoria Imperial Porter/Imperial Stout, ovvero una ogni 4,5.  Ma se si scava un po’ più a fondo si scopre che queste 48 birre non sono altro, per la maggior parte, che figliastre di quattro “birre madri”, se mi passate il termine:  Even More Jesus, Imperial Biscotti Break, Soft Dookie, Imperial Doughnut Break: quasi tutte le altre 44 altro non sono che varianti di queste, create con aggiunta di un qualche ingrediente più o meno strano o invecchiate in diverse botti. Prendiamo ad esempio il caso della Imperial Stout di oggi, chiamata I Love You With My Stout.  Jeppe Jarnit-Bjergsø,  “gemello cattivo” (Evil Twin) di Mikkel Borg Bjergsø (Mikkeller) ammette che è spesso sua moglie, che di professione fa il copywriter, a scegliere i nomi per le birre.  In questo caso il nome è curioso ma ancora più curiosa è la farraginosa descrizione sull’etichetta: “quanto ho copiato la famosa Even More Jesus mi sono chiesto, in quanto artista.. perché lo sto facendo? Non ne avevo idea, fu un istinto che riguardava la birra in quanto forma pura…. Nel senso che questa stout è una metafora di libertà. La somma di tutte le bellezze che mi circondano”. Qualcuno, perplesso da quelle parole, ha avuto la buona idea di chiedere a Jeppe che cosa significasse “copiare una propria birra” e, soprattutto, se  Even More Jesus e I Love You With My Stout fossero la stessa identica birra. Nessun problema per "il gemello cattivo" a rispondere subito all'email: “sono diverse, ma ispirate l’una all’altra. I Love You With My Stout è prodotta in un altro birrificio  in quantità maggiori. Abbiamo dovuto adattare la ricetta ai nuovi impianti, e siccome la birra non è esattamente la stessa, anche se molto simile, le abbiamo dato un nome nuovo”. Per ricapitolare, lasciando fuori l’aspetto artistico o poetico:  Even More Jesus (11,54% abv) è prodotta alla Westbrook in formato 65 cl.; I Love You With My Stout (12%) è prodotta alla Two Roads Brewing Company nel formato 35.5 cl. Sono uguali? Quasi. Magari bevetele una dopo l'altra per scoprire quali sono le differenze.La birra.Assolutamente nera, forma un generoso cappello di schiuma color cappuccino cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma non si mostra però all’altezza dell’aspetto sontuoso, facendo un grosso passo indietro: la componente etilica è predominante e sottomette i profumi di caffè, liquirizia, carne, fruit cake. L’intensità è scarsa, il bouquet non è di quelli “golosi” che ti fanno venir subito voglia di bere quello che c’è nel bicchiere. Fortunatamente il gusto è tutt’altra cosa, a partire dal mouthfeel molto soddisfacente: corpo pieno, una viscosità oleosa che tuttavia mantiene una discreta capacità di scorrimento senza arrivare alla soglia del “masticabile”; le bollicine sono poche e la birra risulta molto morbida ed avvolgente. La bevuta parte dolce, con melassa, caramello e liquirizia inzuppati nell'alcool, uvetta e fruit cake; le tostature dell’orzo ed il caffè fanno inizialmente un po’ fatica a tener testa al dolce, con l’amaro che riesce a conquistare il palcoscenico solo alla fine, grazie all’aiuto della generosa luppolatura. Si chiude con resina e anice che accompagnano il torrefatto, l’alcool riesce ad asciugare buona parte della componente zuccherina e diventa protagonista del lungo retrogusto, abbracciando uvetta, cioccolato e tostature. Imperial Stout possente che richiede un lento sorseggiare: i primi sorsi non conquistano del tutto ma lasciandola per gioco forza nel bicchiere la bevuta si apre e regala belle soddisfazioni per chi cerca di scaldarsi in una serata autunnale o invernale. La sua potenza ed opulenza non vanno di pari passo con pulizia ed eleganza, non c’è invero una grossa complessità a contorno dell’importante gradazione alcolica ma quello che c’è basta per dare forma ad una birra-dessert capace di tener compagnia per tutta la serata.Formato: 35,5 cl., alc. 12%, lotto 176:14, prezzo indicativo 4.80/5.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dupont L’Aubéole d’Estinnes

Estinnes, comuna belga di 7500 abitanti circa nella provincia vallona dell’Hainaut, a 15 chilometri da Mons. Non ci sono alberghi e ostelli ma potete tuttavia visitare il Museo della Vita Rurale che vi permette di fare un salto a ritroso in un tempo che ormai non esiste più:  ritmi scanditi dai rumori delle pale dei mulini ad acqua, dal lavoro nei campi, da nicchie scavate nei muri sui quali sono spesso dipinte immagini della Vergine. Un sentiero lastricato vi conduce nel cortile del Grand Moulin costruito nel 1814 dalla famiglia Wanderpepen e oggi ancora di proprietà di René: accanto al mulino i resti di quel birrificio che a partire dal 1988 produceva la Vieille Des Estinnes, una birra rimasta nella memoria degli abitanti del luogo anche ad anni di distanza dalla sua scomparsa, presumibilmente dopo la seconda guerra mondiale. A Estinnes-au-Mont si tiene a settembre di ogni anno la Fête Médiévale e tra i partecipanti si discuteva di quanto sarebbe stato bello accompagnare i festeggiamenti con quella che era un tempo la birra del paese; gli abitanti volevano che la sua rinascita fosse affidata ad un produttore locale, e lo sguardo si rivolse cinquanta chilometri a nord in direzione Tourpes, dove ha sede la Brasserie Dupont. Non fu affatto semplice convincere Dupont a produrre la Vieille Des Estinnes; i primi approcci terminarono con delle porte chiuse in faccia, ma grazie alla perseveranza e ai fondi raccolti da Danny Merlevede  e Jeanne-Marie Nolf ecco che alla Festa Medievale del 2008 fu finalmente possibile presentare la Vieille Des Estinnes. Le prime versioni recano un’etichetta raffigurante il Grand Moulin e la (ingannevole) scritta Brasserie Wanderpepen: inutile per gli appassionati cercare di reperire informazioni su questo birrificio che in realtà non esiste più. A partire dal 2011, se non erro, la Vieille Des Estinnes cambia nome e diventa L’Aubéole d’Estinnes:  la nuova etichetta verde realizzata da Maud Desnos include lo stemma della famiglia Merlevede (risalente al 1560) e due elementi che rappresentano di fatto un passaggio temporale, dalla ruota del mulino ad acqua alle pale del parco eolico di Estinnes.  Purtroppo Danny Merlevede è deceduto nel 2013, ma la moglie Jeanne-Marie Nolf continua a portare avanti l’ “Aubéole”,  neologismo che racchiude in sé la fusione tra la ruota ad acqua (Aubé) e il dio del vento Eolo.La birra.Nonostante l’etichetta la presenti come bière ambrée,  L’Aubéole d’Estinnes si presenta nel bicchiere velata e di colore dorato, sormontato da un cappello di bianca schiuma un po' scomposta che ha comunque una buona persistenza. Al naso si riconosce subito l'apporto del lievito Dupont, con quel suo carattere rustico che accompagna la delicatissima speziatura (pepe, coriandolo), le note erbacee, di polpa d'arancia e di banana. Fresco, gradevolmente acidulo e pulito, preludio ad un mouthfeel perfetto, con una sostenuta carbonazione a rendere la bevuta scorrevole e vivace. I malti sono lievi, con un delicato tappeto di pane e miele ad introdurre un gusto che ha buona corrispondenza con l'aroma: arancia, accenni di frutta gialla e una delicata nota pepata che introduce il finale che brilla di un'amaro rustico, terroso, erbaceo. E' qui che l'alcool (7.5%) mette per la prima volta la testa fuori dal guscio. Volendola incasellare nella categoria delle Saison, si mostra un po' meno attenuata della Dupont e mette in evidenza un amaro un po' più pronunciato: ne mantiene quasi la stessa incredibile bevibilità e gli stessi elevati standard di pulizia ed equilibrio.  E' questa la sincerità - scevra di artifici o ruffianerie - che vorresti sempre trovarti nel bicchiere quando ordini una saison: non aggiunge probabilmente nulla a quanto già conosciamo di Dupont, ma più che un problema in questo caso si tratta di un'opportunità.Formato:  75 cl., alc. 7.5%, lotto 15384A, scad. 01/12/2018, prezzo indicativo 4.50-6.00 Euro (Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bi-Du SuperanAle

SuperanAle del Birrificio Bi-Du, una birra che nel 2010, anno di debutto, fece discutere per nome ed etichette scelti da  Beppe Vento. Si tratta di una versione “potenziata” dell’ArtigianAle, la birra più famosa del birrificio di Olgiate Comasco nonché un importante pezzo di storia del movimento “artigianale” italiano. Sull’argomento vi rimando a questa accesa discussione su Cronache di Birra di qualche anno fa, nella quale si dibatteva quale fosse stata la prima birra italiana prodotta con luppoli americani (il Cascade nella fattispecie) capace di influenzare quelle venute negli anni successivi (Birra del Borgo, Orso Verde, Lambrate e Birrificio del Ducato, per fare qualche nome).  A Roma sostengono che si tratti della Pioneer Pale Ale del brewpub romano Starbess a quel tempo guidato da Mike Murphy, oggi timoniere di Lervig in Norvegia; in Lombardia si punta invece sull’ArtigianAle  (Perle, Styrian Goldings e Cascade, se non erro) di Bi-Du, nata nel 2002 . Ma torniamo alla SuperAnale, il cui nome ad effetto (abbreviazione di SuperArtigianAle) è stato scelto da Beppe Vento come provocazione verso il mercato: “è per far capire che buttando in una cotta (di artigianAle) un sacco di luppolo americano in più un po’ per il culo i clienti li pigli…” dichiarerà nel 2010.  Affermazione che ancora oggi, con il proliferare di collaboration, one-shot, special edition e birrifici che ogni anno buttano fuori dieci varianti della stessa birra base è ancora assolutamente attuale ed appropriata. La birra.Nel bicchiere è ambrata ed opaca, con un cremoso e compatto cappello di schiuma ocra dall’ottima persistenza. L’aroma sviluppa un bel percorso pulito e di buona intensità che tuttavia potrebbe essere un po’ più elegante: note floreali, di pompelmo e di melone retato si mescolano a quelle del tè e del caramello.  La facilità di bevuta che contraddistingue tutte le birre del Bi-Du non manca neppure in questa interpretazione di American Pale Ale: corpo medio, ottima scorrevolezza e una sensazione palatale morbida, gradevole.  Il gusto ruota su una base maltata (caramello, biscotto) che rimane discreta per permettere ai luppoli di esprimersi senza troppe interferenze: c’è qualche accenno tropicale, ma c’è soprattutto il pompelmo a condurre lentamente la bevuta nel territorio dell’amaro, con una chiusura nella quale convivono note resinose e terrose.  L’intensità e la pulizia non le mancano, mentre l’alcool si nasconde molto bene portando un lieve tepore solo a fine corsa: se proprio le si vuole muovere un appunto mi sembra che eleganza e finezza potrebbero essere migliori. Al di là del nome “spavaldo”, la SuperAnale di Bi-Du porta invero nel bicchiere molta sostanza restando volutamente ben lontana dalle mode e da quelle ruffianerie che troppo spesso affliggono le pinte: bevuta sincera, soddisfazione assicurata.Formato: 37,5 cl., alc. 6.2%, lotto 16002, scad. 31/08/2017, prezzo indicativo 4,80/6.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pizza Port Swami’s India Pale Ale (ovvero breve guida all’acquisto di IPA Americane in Italia)

Il post di oggi sarà un po’ diverso dal solito e magari non dirà molto a chi da anni è appassionato di birra “buona” o che si definisce “beergeek”; consideratela quindi come una “guida agli  acquisti” per i meno esperti o per chi si è avvicinato da poco a questo mondo.L’occasione mi è stata data da una lattina di Swami’s, un capostipite delle West Coast  IPA prodotta da Pizza Port, storico/mitico brewpub della contea di San Diego aperto nel 1987 (nel 1992 la prima birra autoprodotta) a Solana Beach da Vince Marsaglia e sua sorella Gina. La loro storia ve l’avevo già racconta qui, fresco di visita ad una delle loro location. Le loro birre sono state disponibili solo in fusto sino a gennaio 2014 quando hanno debuttato le lattine di Swami’s IPA, Ponto Pale Ale e Chronic Amber Ale, realizzate su una linea fornita dagli italiani Parma) del CFT Group.Che Pizza Port faccia delle West Coast IPA fantastiche è fuori discussione, un dato di fatto oggettivo. Il fatto che sino al 2014 fosse possibile berle solamente prendendo un aereo e recandosi in California, era al tempo stesso un grosso vincolo ma anche una garanzia di qualità, di trovarle quasi sempre perfette. Qualche fortunato era riuscito ad assaggiarle a Roma a dicembre 2012 e a gennaio 2014 nel corso di due Tap Takeover  alla Brasserie 4:20, grazie alla “lucida follia” di Alex Liberati che aveva fatto pervenire via aerea i fusti da San Diego.Le lattine di Pizza Port, inizialmente distribuite solo nella California del sud, hanno lentamente raggiunto altri stati americani e successivamente anche l’Europa. E qui nasce la  domanda che un  bevitore “consapevole” si dovrebbe porre, e non solo nei confronti di Pizza Port: ha senso acquistare queste birre che dovrebbero essere bevute il più presto possibile?  Sarebbe semplice rispondere “no” e i birrifici stessi dovrebbero rifiutarsi (come qualcuno fa) di mandare le loro birre in giro per il mondo invece di vantarsi “di aver scelto l’importatore giusto” che garantisce il trasporto refrigerato.  Al di là del container refrigerato che attraversa l’oceano, sappiamo bene che non è possibile garantire la refrigerazione per tutti i passaggi di mano della filiera che va dal birrificio al consumatore finale.  D’altro canto, il mercato europeo è avido di birre americane, soprattutto di IPA e Imperial IPA, nonostante ci sarebbero molti altri stili meno delicati e meno luppolati che meglio si presterebbero ad attraversare l’oceano. E ovviamente andare a berle negli Stati Uniti rappresenta un impegno in termini di tempo e di costo che non si può sempre affrontare.  Lo stesso discorso si potrebbe applicare anche ad altre birre la cui spedizione al di fuori dal luogo di nascita crea problemi più o meno seri (cfr. la Franconia, tanto per fare un esempio), ma restiamo sul pezzo “IPA”.E’ allora possibile bere una buona IPA/IIPA americana anche a migliaia di chilometri di distanza? Non voglio tirarmela, ma prima di essere stato negli Stati Uniti (2012) pensavo proprio di sì, anche se il banchetto dell'American Brewers Association al Salone del Gusto 2010 aveva iniziato a solleticare il mio palato con delle IPA freschissime che erano arrivate via aerea. Nei beershop acquistavo IPA americane e  mi piacevano quasi tutte, tranne casi davvero eclatanti come ad esempio questo;  commettevo errori madornali, come bere in aprile (!) una “fresh hop” americana: che senso ha bere una birra prodotta con il luppolo fresco appena raccolto, sei o sette mesi dopo?  Ma soprattutto, che senso ha importarla in Europa?  Il discorso è prettamente commerciale: qualsiasi IPA americana si vende, soprattutto a chi (come me, a quel tempo) non era consapevole di cosa ti sarebbe arrivato nel bicchiere perché non aveva molti altri termini di paragone.Quindi, se siete stati negli USA e le volete bere quasi come quelle che avete bevuto in loco la risposta è ovviamente no, ve lo potete scordare. Se invece non ci siete mai andati, e non avete ricordi che vi rendono difficile la vita, la risposta è “si”, virgolette d'obbligo in quanto vanno fatte alcune considerazioni: nella migliore delle ipotesi si tratta di birre che hanno almeno due/tre mesi di vita alle spalle; questi sono i tempi tecnici per l’importazione dagli USA; di birre più fresche io non ne ho mai trovate. I tre mesi, benché situazione non ideale, non sarebbero in verità neppure un problema così drammatico: è come hanno passato quei tre mesi che fa la differenza.è vero che non ci sono birrifici italiani (europei) capaci di fare un IPA allo stesso livello dei migliori esemplari americani, ma è altrettanto vero che sette/otto volte su dieci è migliore una IPA italiana fatta da poche settimane di una “blasonata” IPA che ha già quattro o sei  mesi di vita e che ha subito diversi sballottamenti e sbalzi climatici. Prima di pensare alle “Born in  the USA”,  guardatevi attorno: se avete un birrificio a pochi chilometri di distanza, approfittatene per provare com’è una IPA davvero fresca e poi fate il confronto. Se il confronto non regge - passatemi la battuta - cambiate il birrificio. Io stesso cerco di evitare l’acquisto di IPA americane, ma ogni tanto cado in tentazione e la maggior parte delle volte me ne pento. Ecco ad esempio una serie di birre che avrei dovuto lasciare sullo scaffale, risparmiando i soldi: Smuttynose Rhye IPA, Redhook Long Hammer IPA, Sierra Nevada Torpedo Extra IPA, Southern Tier 2xIPA. Intendiamoci, il mio malcontento non è verso le birre ma sul modo in cui sono arrivate nel mio bicchiere.Il canovaccio è sempre quello, potrei quasi descriverle con il copia ed incolla: birre pesanti e stanche che hanno perso il loro equilibrio. Gli effetti del dry-hopping, i profumi pungenti di frutta fresca e le note fruttate (anche se non necessariamente succose/"juicy") che fungono una funzione fondamentale per reggere il peso dell'amaro sono i primi ad andarsene. Nella migliore delle ipotesi vi rimane la dolcezza e la pesantezza della marmellata che sostituisce la frutta fresca; nella peggiore, si passa direttamente dai malti (caramellone o miele, a seconda della scelta del birraio) ad un amaro nel quale le pungenti e quasi pepate note resinose si sono tramutate in una pesante sensazione vegetale che magari  soddisfa la vostra voglia d'amaro ma non rappresenta la birra in modo veritiero.  E' proprio questo il punto principale: in molti le trovano buone perché molto amare; ma una IPA non è solo amaro, è una birra che certamente si basa sui luppoli e il luppoli devono brillare, di fresco e di pulito: se ciò non avviene non state bevendo una ottima IPA, anche se vi piace quello che bevete. E chissenefrega, direte voi, finché mi piace.Ma ci sono state anche delle IPA americane che mi sono davvero goduto, accettando quel piccolo “compromesso sulla freschezza” di cui parlavo prima: Founders Dark Penance, Toppling Goliath Golden Nugget IPA e PseudoSue, Bells Two Hearted Ale, 18th Street Cone Crusher, Sixpoint PuffChe fare allora?Questi i consigli che mi sento di dare ai meno “esperti” che vogliono acquistare le “IPA americane”: per tutti gli altri, si tratta di ovvietà già note.Prestate attenzione alla data d’imbottigliamento che spesso è riportata in etichetta o stampata al laser da qualche parte sulla bottiglia. Risale a più di quattro mesi fa? Lasciate perdere. Non è riportata?  Non rischiate.  Trovate un codice numerico incomprensibile? Date un’occhiata a questo sito, potrebbe darvi indicazioni molto utili.Prestate attenzione al periodo dell’anno; le birre attraverseranno anche l’oceano in un container refrigerato, ma cosa accade quando arrivano nelle mani dei corrieri, dei distributori e rivenditori? Per ovvie ragioni di costo nessuno di loro può permettersi lo stoccaggio refrigerato; nei mesi più caldi dell’anno, i cartoni di birra rischiano di restare per ore o giorni a 30 gradi nei magazzini di chi le movimenta. Evitate l’acquisto in estate e concentrateli da novembre a giugno: in questi mesi, tenendo conto dei 2-3 mesi di viaggio e di burocrazia necessari, scongiurerete qualsiasi rischio di cottura delle birre. Sarà un caso ma le birre “ancora in forma” citate sopra le ho acquistate proprio in quella finestra temporale (novembre-giugno).Ne va da sé, come conseguenza del punto 2, che gli acquisti per corrispondenza nei mesi più caldi dell’anno sono da evitare a prescindere dal tipo di birra che volete acquistare. Anche italiana.Se acquistate on-line e non potete vedere l’etichetta della birra, prima di comprare contattate il venditore per avere informazioni sulla freschezza delle birreSe poi volete diventare (o se già lo siete) davvero dei beergeeks o dei malati di birra, potete anche-Monitorare i siti e gli account (facebook, instagram, twitter) dei beershop e degli importatori che poi vendono ai beershop:  una delle (poche) cose utili dei social network è quella di darvi forse un’idea di quando queste birre sono arrivate in Italia. Non è la certezza sulla loro età anagrafica, ma è già una buona indicazione.Monitorare i siti e i social dei birrifici: spesso in Italia arrivano delle birre che vengono prodotte stagionalmente o solo una volta l’anno. I birrifici americani sono di solito molto precisi nell’annunciare al mondo la data di uscita delle proprie birre: avrete informazioni utili sull’età della birra che è arrivata in Italia.Per i consigli qui sopra mi sto ovviamente riferendo agli acquisti di lattine e bottiglie; per il fusto al pub non vi resta che chiedere informazioni al publican o, ancora meglio, chiedere di darvi un piccolo assaggio.Sperando che questi consigli abbastanza banali vi siano utili, concludo stappando la lattina di Swami's IPA.La birra.Ha venticinque anni ma non li dimostra, si potrebbe dire: nasce nel 1992 ed è ancora un punto di riferimento (o un "sovrano", se preferite) dello stile (West Coast) American IPA. Il mix di luppoli è ovviamente stato modificato nel corso degli anni, per renderla più "attuale": la sua realizzazione è affidata al team di birrai di Pizza Port Bressi Ranch guidati da Sean Farrell e James Holloway.Nel bicchiere la Swami's IPA si presenta perfettamente dorata con qualche riflesso arancio, leggermente velata e sormontata da una testa di schiuma bianca abbastanza compatta e cremosa. Al naso purtroppo non c'è molta freschezza, in particolare mancano quasi del tutto quelle note fruttate (pompelmo, lieve tropicale) caratteristiche di questa birra; rimane la componente "dank", che richiama anche la resina e gli aghi di pino. Il mouthfeel è invece perfetto, giusto equilibrio tra presenza palatale e scorrevolezza, con la giusta quantità di bollicine. Figliastro dell'aroma, anche il gusto purtroppo mette in mostra i suoi affanni dovuti all'attraversamento dell'oceano: avverto il dolce del miele, c'è quasi un accenno biscottato che accompagna (senza passare dal via, ovvero dalla frutta) al finale amaro nel cui le note pungenti di resina vanno via via scemando in una sensazione vegetale, amara e intensa ma un po' priva di vigore. Nel vuoto lasciato dalla frutta s'insinua l'alcool che anziché celarsi si fa sentire più del dovuto, ovvero esattamente quanto dichiarato in etichetta; la birra si beve, ci mancherebbe, non sto affatto affermando che sia cattiva: ma ha avuto un viaggio non troppo felice durato neppure tre mesi. Senza troppi giri di parole, è una IPA Californiana con pochissimi raggi di sole: e se voi riuscite a pensare ad una California del Sud senza sole, io non ci riesco.Formato: 50 cl., alc. 6.8%, imbott. 16/06/2016, prezzo indicativo 6.00/7.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Cavalier King Brewery – White Moon

Terminate le vacanze ritorna HOMEBREWED!, l'appuntamento dedicato alle birre fatte in casa; la ripartenza è assieme a Giacomo Savatteri, homebrewer da Caltagirone (CT) del quale ho già avuto il piacere d'assaggiare una Saison, un American (Belgo) Pale Ale e una Stout. Ma il primo amore brassicolo di Giacomo è il Belgio ed ecco che per i mesi più caldi dell'anno ho una generosa bottiglia (75 cl.) di Witbier; White Moon, questo il nome scelto per una birra prodotta con malto pilsner, fiocchi di frumento e di avena, coriandolo e buccia fresca di arancia amara; Hallertauer Hersbrucker è il luppolo utilizzato in amaro, mentre il lievito è stato recuperato dal fondo di una Hoegaarden, birra-capostipite delle interpretazioni moderne di uno stile che nel 1957 era praticamente estinto con la chiusura di Tomsin, l'ultimo produttore ancora attivo.Fu Pierre Celis, un lattaio che aveva per qualche tempo lavorato alla Tomsin, a riportarlo in vita nel 1966. Il nuovo birrificio inaugurato da Celis a Hoegaarden ebbe un buon successo sino al 1985, anno in cui andò distrutto da un incendio; la vicina Stella Artois di Lovanio aiutò Celis nella ricostruzione mettendo il capitale in cambio del 45% delle quote societarie. Ma nel 1988 Stella Artois e Brasserie Piedboeuf formarono il colosso belga Interbrew che iniziò a far pressioni per ridurre i costi di produzione: dopo un breve resistenza, nel 1990 il sessantacinquenne Celis cedette la proprietà a quella che oggi è la AB-Inbev ed emigrò in Texas per aprire un nuovo microbirrificio.Quello che purtroppo rimane oggi della Hoegaarden, quasi completamente priva di acidità, è davvero un triste ricordo della witbier fatta rinascere da Celis.La birra.La Wit di Giacomo rispetta perfettamente i parametri dello stile: giallo paglierino, opalescente e sormontato da un generoso cappello di schiuma bianca, dannosa e abbastanza compatta, dall'ottima persistenza. Altrettanto classici i profumi di scorza d'arancia ed i frumento, la delicata speziatura di coriandolo, gli accenni floreali e di banana; buoni il livello di pulizia e l'intensità. In bocca scorre velocissima  e vivace, anche se volendo essere pignoli c'è forse un leggero eccesso di bollicine. La sua leggerezza non sacrifica comunque l'intensità del gusto, che mantiene una corrispondenza pressoché perfetta con l'aroma: c'è la banana e la scorza d'arancia, l'acidità rinfrescante del frumento e la delicata speziatura del coriandolo che ben interagisce con le bollicine e anticipa la chiusura leggermente amaricante  di scorza d'arancio/curaçao. Personalmente avrei gradito un pelino di secchezza in più, ma il livello complessivo è davvero buono e, sebbene non sia un gran bevitore di Witbier, devo ammettere che quella di Giacomo è davvero ben fatta ed è una delle migliori birre fatte in casa che mi sia capitato d'assaggiare. Certo, si potrebbe lavorare per migliorare ancora un po' la pulizia, ma siamo davvero ai dettagli.Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 9/12, Aspetto 3/3, Gusto 14/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10). Ringrazio Giacomo per avermi spedito e fatto assaggiare la sua birra, e vi do appuntamento alla prossima "puntata" di Homebrewed! Il caldo sta per finire, tra qualche settimana le spedizioni di birra non saranno più impraticabili e quindi vi ricordo che la rubrica è sempre aperta  a tutti i volenterosi homebrewers!Formato: 75 cl., OG 1067, alc. 5%, imbottigliata 05/2016.

Birrificio Italiano Delia

Dopo qualche mese d’assenza ritorna sul blog il Birrificio Italiano, uno dei “pionieri” della birra artigianale in Italia con il suo brewpub aperto a nel 1996 a Lurago Marinone (Como) da Agostino Arioli ed altri undici soci: qui trovate un breve riassunto.Il “birri”, come viene comunemente chiamato da chi lo frequenta abitualmente, non sta mai fermo e lo scorso febbraio, a Beer Attraction,  ha annunciato l’inaugurazione del progetto Barbarrique (fermentazioni): "una nuova realtà situata al crocevia tra birra e vino; una terra di confine in cui i mondi si fondono per dare vita a bevande sfacciate, strafottenti, egotiste. La ventennale esperienza birraria di Agostino si unisce alla perizia degli enologi Matteo Marzari e Andrea Moser in birre che rubano alle vigne lo spirito selvatico, e alle cantine processi produttivi che spaziano dalla champagnizzazione agli invecchiamenti in legno, dalle creazioni con mosti ibridi alle fermentazioni spontanee". Barbarrique si trova a Trambileno (TN) molto più lontano da quella "stanza" attigua ma separata (per evitare contaminazioni) dagli impianti di Limido Comasco dove sino ad ora il Birrificio Italiano ha realizzato la propria linea di birre fermentate con brettanomiceti e gli invecchiamenti in botte.  Noi facciamo invece un salto indietro al 2012, anno di debutto di Delia, una delle variazioni allo stile “Pils” che vede nella Tipopils la “bandiera” del Birrificio Italiano; una birra, leggo, che Agostino dedica a sua moglie e che ha persino svolto la funzione di bomboniera al suo matrimonio.Per l'occasione viene utilizzata quella che a suo tempo era una varietà di luppolo tedesco ancora sperimentale  ad elevato contenuto di amaro (24% di alfa acidi). Nome in codice: 728, rinominato poi Polaris per la commercializzazione su grossa scala. Invece di utilizzare un luppolo dall’elevato potere amaricante per fare una IPA, Arioli sceglie la sfida meno ovvia e lo utilizza soprattutto per il dry-shopping di una birra a bassa fermentazione alla quale, avverte il birrificio, "non dovete cercare di appiopparle lo stile Pils". La birra.Il suo colore è un dorato piuttosto pallido, o giallo paglierino se preferite, velato: la schiuma è cremosa e bianchissima, molto compatta e dalla lunga persistenza. All’aspetto impeccabile corrisponde un naso molto fresco (la bottiglia dovrebbe avere un mese di vita circa) ed elegante: in apertura c’è in verità una leggera nota sulfurea che tuttavia dopo qualche minuto non si fa più sentire lasciando campo libero a profumi floreali (camomilla) e di pane, una leggerissima speziatura “da luppolo nobile”, delicate note erbacee e agrumate (cedro, limone), con suggestioni di lemongrass.  Il bouquet è molto ben bilanciato tra le varie componenti. Al palato ci trovo qualche bollicina in eccesso, ma per il resto il mouthfeel è molto gradevole per una session beer che ha il dovere di scorrere come se fosse acqua mostrando un'intensità davvero degna di nota. Pane e crackers, un tocco di miele, qualche accenno di ananas prima che la bevuta s'incanali in territorio agrumato, passando in rassegna limone, lime, cedro e pompelmo; nel finale s'intrecciano note zesty ed erbacee, dando forma ad una ottima session beer, indubbiamente più elegante che ruffiana e valorizzata dalla sua freschezza. Secchissima,  molto pulita, dall'elevatissimo potere rinfrescante e dissetante: c'è tutto quello di cui avete bisogno nei giorni più caldi dell'anno. Se cercate una birra estiva, Delia fa al caso vostro.Formato: 33 cl., alc. 4.3%, lotto 916, scad. 22/12/2016, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fantôme Été

Dopo l’inverno (Fantôme Hiver) e la primavera (Fantôme Printemps), eccoci arrivati all’estate secondo Dany Prignon, ovvero Brasserie Fantôme. Queste quattro “Saison d'Erezée”, in onore dell’omonimo paese nei pressi di Soy, dove ha sede il birrificio, vengono realizzate di volta in volta secondo la fantasia di Dany che aggiunge spezie/ingredienti diversi o, dicono i bene informati, semplicemente con quello che trova nei campi vicino a casa. Su un impianto da 20 ettolitri, assemblato con pezzi di seconda mano provenienti da altri birrifici belgi (La Chouffe e Du Bocq, ad esempio) Dany si propone di fare una cotta a settimana, intervallando la produzione della birra con il restauro di auto d'epoca, quella che dice essere la sua vera passione. Nemo propheta in patria, come molti "artisti" controversi il signor Fantôme manda lontano dal Belgio il 90% di quello che produce: i beergeeks americani lo adorano, ma non mancano seguaci in Scandinavia o in Brasile. Non ama bere birra: l'assaggia, ma preferisce di gran lunga i drink analcolici.La birra.Ne viene quasi da sé che le quattro Saison stagionali pensate da Prignon non hanno  necessariamente una stretta correlazione con il periodo dell’anno a cui sono dedicate, per quel che riguarda gli ingredienti utilizzati. E così l’estate di Fantôme è di un colore che richiama in tutto e per tutto l’autunno: ambrato, con intensi riflessi rossastri; si forma una cremosa schiuma ocra che tuttavia svanisce abbastanza rapidamente senza lasciare nessun pizzo nel bicchiere. L’aroma è piuttosto intenso, con profumi floreali che s’intrecciano con quelli aspri di frutti rossi (ribes, amarena, mela); più in sottofondo la componente rustica (legno, terriccio umido) e una leggerissima nota acetica. Assolutamente favorevole alla stagione estiva è il fatto che gli 8 gradi di questa bottiglia siano assolutamente inavvertibili: le mancano solo un po' di bollicine, in quanto la bassa carbonazione le toglie un pochino di vitalità. L'imbocco leggermente biscottato e caramellato è subito incalzato dall'asprezza di frutti rossi, prugna e amarene che lentamente cresce d'intensità e prende il controllo della bevuta, rendendola molto secca e e rinfrescante. Spezie ed amaro non pervenuti, c'è qualche lieve accenno acetico che tuttavia non disturba affatto persino chi, come me, non lo ama. Non è dorata, non è solare ma svolge ugualmente il suo compito di portare refrigerio nella stagione più calda dell'anno per la quale è (forse) stata pensata. Non è neppure la Fantôme più riuscita che mi sia capitato d'assaggiare, e nemmeno quella più emozionante: una sorta di prezzo che stiamo forse pagando in cambio di quella costanza produttiva che, da sempre cruccio del birrificio belga, sembra ormai essere stata raggiunta.Formato: 75 cl., alc. 8%. lotto BJU14, scad. 12/2017, prezzo indicativo 10.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Expedition Stout

Nuovo appuntamento con il birrificio del Michigan Bell’s, fondato a Kalamazoo nel 1985 da Larry Bell con il nome di Kalamazoo Brewing Company e in seguito rinominato Bell's  - come ormai tutti la chiamavano - nel 2005. Per saperne di più vi rimando alle bevute della Two Hearted Ale e della Kalamazoo Stout di qualche mese fa. Oggi parliamo invece di una delle birre più famose di Bells, assieme alla Hopslam e alla Two Hearted Ale stessa; si tratta della Expedition Stout, ovvero “uno dei primi esempi di Russian Imperial Stout prodotti negli Stati Uniti”, secondo quanto dichiara il birrificio stesso.  Non sono tuttavia riuscito a risalire all’anno in cui è stata commercializzata per la prima volta. E’ disponibile solamente nei mesi invernali e affianca le altre cinque stout della casa:  Kalamazoo, Special Double Cream Stout, Java Stout e Cherry Stout; il birrificio la descrive come una birra nata per essere invecchiata e ne dichiara una shelf-life “senza limiti”,  capace di resistere a qualsiasi viaggio (o expedition che dir si voglia) nel tempo. La messa in cantina di più esemplari è senz’altro favorita dal costo piuttosto interessante, visto che negli Stati Uniti ne potete acquistare una bottiglia con circa 3 dollari. Nei siti di beer-rating, giusto per divertirci un po’, staziona da sempre tra le migliori Imperial Stout al mondo, nella top 100 di Beer Advocate e al decimo posto di quella di Ratebeer.La birra.Sontuosa nel bicchiere, nera con un compatto e cremoso cappello di schiuma color cappuccino, dalla buona persistenza. Al naso c’è un benvenuto etilico piuttosto importante che avvolge i profumi di caramello e melassa, di fruit cake e di caffè; in sottofondo la leggera presenza di salsa di soia e qualche suggestione di vaniglia chiudono il cerchio di un bouquet olfattivo molto intenso e potente che tuttavia non eccelle per quel che riguarda l'eleganza. L'alcool dichiarato in etichetta è 10.5% e devo dire che al palato i gradi si sentono tutti, e forse anche qualcosa in più: la bevuta è potente e massiccia, ricca di caffè e tostature alle quali si contrappone una controparte dolce altrettanto vigorosa di caramello e melassa, il tutto annaffiato da un sostenuto calore etilico. A calmare un po' le acque c'è una sensazione palatale morbida e cremosa, sostenuta da un corpo pieno e da poche bollicine. Lo scontro tra i pesi massimi (dolce e amaro) si conclude in favore di quest'ultimo, con un finale ricco di caffè e tostature al cui amaro viene a dar man forte anche una generosa luppolatura. Una Imperial Stout che è "tanta roba" ma nella quale la potenza non si esprime però attraverso livelli eccellenti di pulizia e di eleganza: non resta che sorseggiarla molto lentamente, coccolati dal suo lunghissimo retrogusto dove caffè, tostature ed un tocco di cioccolato amaro vengono - quasi inutile ribadirlo - annaffiati dall'alcool. Un mostro d'intensità ma, ad un anno circa dall'imbottigliamento, da affrontare con cautela: si sente ancora troppo alcool per il mio gusto personale, e allora prendo appuntamento a tra qualche anno con le bottiglie messe a riposare in cantina.Formato: 35.5. cl., alc. 10.5%, imbott. 06/11/2015, prezzo indicativo 6.50/7.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.