Cuvée De Ranke

Nasce nel 2005 la Cuvée di De Ranke, nello stesso anno in cui Nino Bacelle e  Guido Devos, homebrewers dagli anni ’80 e poi beerfirm a partire dal 1994 con gli impianti della Deca di Vleteren, decidono di aprire le porte della loro Brouwerij De Ranke a Dottignies. Il birrificio non si trova distante dalla regione di Poperinge, nota per la coltivazione del luppolo e il nome scelto (De Ranke) fa per l’appunto riferimento ai “filari” (rank) delle piante di luppolo. Nomen omen,  Nino e Guido sono stati tra i primi in Belgio a offrire birre “amare”, come ad esempio  la splendida XX Bitter, divenuta rapidamente la loro flagship beer: quasi la totalità dei luppoli utilizzati proviene da un coltivatore di Warneton, vicino a Poperinge.Attualmente vengono prodotti circa 5000 ettolitri l'anno, la cui metà viene  destinata all'export: sei i dipendenti che lavorano e piani di espansione  futura mirati a raddoppiare la capacità produttiva.La birra.Come il termine Cuvée indica, qui siamo al cospetto di un blend: per la precisione birra maturata in botte e lambic Girardin, in una proporzione di 70/30. Su alcuni siti (non su quello di De Ranke) viene riportato che la birra del blend è fermentata con lieviti Rodenbach, ma su questo punto sono piuttosto perplesso in quanto da quel che so Rodenbach ha smesso nel 1999 di vendere il proprio lievito ad altri birrifici dopo essere stato acquistato dalla Palm.Il suo colore è un ambrato scarico, opaco, con venature arancio: la schiuma ocra è un po' grossolana e svanisce abbastanza rapidamente. Al naso i classici descrittori da lambic: brettanomiceti e quindi note lattiche e "funky" di sudore, cantina, carta vecchia "polverosa", scorza di limone; c'è anche un leggero acetico (mela), di frutti rossi acerbi e un sottofondo di frutta dolce (albicocca, pesca?) che sebbene non bilanci l'asprezza dell'aroma ne costituisce indubbiamente una fondamentale sfaccettatura. Al palato rivela un corpo medio e una sensazione palatale morbida, con un'appropriata quantità di bollicine. Il gusto prosegue il percorso in linea retta, mettendo in scena una convivenza assolutamente  ben riuscita tra note lattiche e acetiche, tra l'asprezza di ribes e mela acerba ed il dolce della mela stessa, dell'albicocca e del caramello, quest'ultimo appena accennato; c'è una gran bella complessità nella quale emerge il "funky" del sudore e della cantina, del legno umido affiancato dalla scorza di limone e pompelmo, il cui amaro nel finale ben si lega a quello dell'acido lattico. E' una birra ruspante ma raffinata al tempo stesso, acida ma molto ben bilanciata tra le sue diverse componenti, complessa ma non difficile da leggere grazie ad un eccellente livello di pulizia. L'alcool è nascosto in maniera superba e la sua grande secchezza la rende una bevuta rinfrescante e dissetante. Una splendida birra che ha un rapporto qualità prezzo elevatissimo e che - pensate ai costi attuali di molte birre acide - probabilmente non ha eguali, soprattutto se riuscite ad acquistarne qualche bottiglia direttamente in Belgio.Formato: 75 cl., alc. 7%, imbottigliata 11/2014, scad. 21/11/2019, pagata 4.65 Euro (drink store, Belgio)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Borgo Duchessa

Non vi tedierò a lungo con l’ennesimo articolo sull’argomento più caldo delle ultime settimane nel mondo della cosiddetta “birra artigianale italiana”, l’acquisizione di Birra  del Borgo da parte della multinazionale AB-Inbev, proprietaria di marchi quali Budweiser, Corona, Stella Artois, Beck's, Hoegaarden, Leffe, Diebels, Franziskaner/Spaten, Labatt e Bass, solo per citare i più noti. Da qualche anno la strategia AB-Inbev prevede l’incorporazione nel proprio portfolio anche di birrifici “craft” e, l’uno dopo l’altro, sono caduti nella rete  Goose Island (USA, 2011),  10 Barrel  (USA, 2014), Blue Point Brewing Company  (USA, 2014, 24 M$),  Camden Town (UK, 2015, 85 M£), Elysian Brewing Company  (USA, 2015), Breckenridge Brewery  (USA, 2015), Four Peak (USA, 2015), Golden Road  (USA, 2015), Devil's Backbone  (USA, 2016) e forse ne ho dimenticata qualcuna. Inevitabile che prima o poi toccasse anche all’Italia ed ecco Birra del Borgo passare nelle mani della multinazionale che conferisce contemporaneamente la carica d’amministratore delegato al fondatore Leonardo Di Vincenzo. Le cifre non sono state divulgate, ma al di la delle solite motivazioni di facciata scritte sui comunicati stampa si vocifera che la cessione sia avvenuta soprattutto a causa della pericolante situazione finanziaria nella quale Birra del Borgo si era venuta a trovare. L’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti negli addetti ai lavori: chi è rimasto in rumoroso silenzio, chi ha invidiato Di Vincenzo ed il contante da lui incassato, chi ha gridato allo scandalo dell'artigiano che si vende all'industria  e chi ha addirittura giurato di boicottarlo, in quanto ora parte di una multinazionale: pieno rispetto per questa scelta ideologica, ma siamo sicuri che sia oggi possibile vivere una vita (telefono, automobile, etc..) depurata dalle multinazionali? Più comprensibili invece le scelte commerciali di alcuni operatori del settore che hanno scelto la coerenza  anche a discapito dell'amicizia con Di Vincenzo: al Ma Che Siete Venuti A Fa' e negli Open Baladin (giusto per citare i casi più emblematici di due soci in affari con Di Vincenzo) non saranno più servite le birre Del Borgo, così come al Moeder Lambic di Brussels. Jean Van Roy ha immediatamente escluso Birra dal Borgo dal Cantillon Quintessence 2016 mentre Sam Calagione ha annunciato che la birra realizzata in collaborazione con Di Vincenzo, l'imperial pils My Antonia, non verrà più prodotta.Immagino che sia a forte rischio anche la sopravvivenza della Duchessic, realizzata con un blend della saison Duchessa e lambic Cantillon, a meno che Di Vincenzo non trovi qualche altro produttore di lambic disposto a vendere il proprio prodotto ad AB-Inbev. La birra.Una delle birre più versatili di Del Borgo, la Duchessa è una birra al farro (saison, dice il birrificio) che viene anche utilizzata come base per realizzare L'Equilibrista, Caos, Duchessic, Fragus e Rubus. Il suo nome è quello dei monti che circondano Borgorose, piccolo paese in provincia di Rieti al confine tra Lazio ed Abruzzo, 730 metri sul livello del mare nella riserva naturale dei monti della Duchessa. Se non erro le prime versioni di questa birra erano prodotte con una percentuale di farro superiore al 50% del totale dei cereali utilizzati, mentre attualmente l'etichetta indica il 23%.Nel bicchiere arriva al confine tra il dorato e l'arancio, opaca e con un modesto cappello di schiuma biancastra, abbastanza fine e dalla discreta persistenza. L'aroma non fa dell'intensità e della fragranza il suo punto di forza, pur evidenziando una discreta pulizia: cereali, banana, farro, una delicata speziatura e un'altrettanto lieve suggestione di agrumi. La carbonazione va a pari passo con l'intensità aromatica e questa Duchessa soffre della mancanza di vitalità al palato: è tuttavia molto scorrevole, con un corpo che si colloca tra il medio ed il leggero. L'intensità del gusto è perlomeno maggiore, ripassando in rassegna il pane e i cereali, la banana, un accenno di agrumi (marmellata), un tocco di miele e un finale terroso leggermente amaro che, assieme ad un'evidente nota acidula, riportano l'asticella dei sapori in perfetto equilibrio. La sua funzione dissetante e rinfrescante la svolge, con un discreto livello di pulizia ed un'ottima bevibilità e fruibilità: latitano invece fragranza ed emozioni. Le poche bollicine non l'aiutano e non la valorizzano, e in quanto Saison l'espressività del lievito è tutt'altro che entusiasmante, mettendo in evidenza fin troppa banana. La sufficienza la porta a casa, ma di quell'"emozioniamo la birra" che è lo slogan di Del Borgo in questa bottiglia ce n'è molto poco.Formato: 33 cl., alc. 5.8%, lotto LS191 15A, scad. 04/2017, 2.50 Euro (drink store, Italia).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bells Two Hearted Ale

Kalamazoo, città del Michigan con 75.000 abitanti equidistante (230 chilometri circa) da Detroit e Chicago: qui nel 1980 Larry Bell inizia a farsi la birra in casa e nel 1983 apre con i soldi del regalo di compleanno (200 dollari) un negozietto di materiale per l’homebrewing.  E’ aperto dieci ore alla settimana, ma contribuisce a creare un piccolo giro di clienti ai quali Bell inizia a vendere anche la sua birra fatta in casa, attività ovviamente illegale ma che riscuote successo. Ricorda Larry:  “una sera Rock Bartley, un musicista di Kalamazoo, bussò alla mia porta alle 10 di sera perché voleva comprare una cassa di birra. Mi spaventai a morte, avevo paura di finire in galera e il giorno successivo mi recai negli uffici governativi per chiedere che cosa dovevo fare per aprire legalmente un birrificio”. Bell prende in affitto da un idraulico una porzione del suo magazzino in disuso in Kalamazoo Avenue: “allora la zona era molto diversa, nei locali c’erano dei senzatetto e la strada era piena di prostitute, anche di giorno. I locali erano fatiscenti, pioveva dentro e temevamo che il tetto potesse crollare al passaggio di ogni treno sulla  ferrovia adiacente”. Nel settembre 1985 nasce la Kalamazoo Brewing Company, poco più di un negozio di homebrewing con un impianto da 15 HL posizionato sul retro che in un anno produce 158 ettolitri;  non è permesso il consumo della birra sul posto e Bell si occupa personalmente della distribuzione in tutto lo stato del Michigan. Nel 1992, stanco di bussare porta a porta, trasforma la licenza che consente l’autodistribuzione in quella di “brewpub”: l’undici giugno dell’anno successivo viene inaugurato l’Eccentric Cafè, ovvero la prima taproom del Michigan. Una primitiva cucina viene affiancata da uno spazio pubblico utilizzato per mostre d’arte e concerti. La crescita esponenziale di Bells va dai 9 impiegati e i 586 ettolitri prodotti nel 1989 ai 450 dipendenti e 364.000 HL del 2014;  nel mezzo ci sono l’inaugurazione (2003) del nuovo sito produttivo da 58 HL nella vicina cittadina di Comstock e, nel 2005 il cambiamento da Kalamazoo a Bell's Brewery, un nome che veniva ormai usato da quasi tutti i clienti. Nel 2008 l’acquisizione di una fattoria da 80 acri a Shepherd, Michigan, nella quale viene coltivato l’orzo; nel 2011 l’apertura del centro logistico di Galesburg, 2700 metri quadri dedicati allo stoccaggio e alla distribuzione di fusti e bottiglie, mentre a maggio 2014  l’inaugurazione del nuovo birrificio da 234 HL e 12000 metri quadrati di Comstock, con l'avvio della linea per la produzione di lattine e un potenziale annuo che si spinge sino a 590.000 ettolitri.La Birra.Two Hearted Ale, una delle birre più famose di Bell’s prende il nome dall’omonimo fiume che attraversa la penisola superiore dello stato del Michigan, una destinazione molto popolare per pescatori e turisti. Si tratta dell’evoluzione di una ricetta casalinga di Larry Bell che voleva realizzare una birra molto luppolata da bere nel corso di una giornata di pesca sul fiume:  la prima versione prevedeva malti inglesi e luppoli del Wisconsin, ma il risultato fu poco soddisfacente e subito abbandonato. Un secondo tentativo fu fatto dal birraio Robert Skalla, ma è solamente grazie agli aggiustamenti messi in atto da John Mallett (oggi Director of Operations per Bells) e dall’attuale head brewer Andy Farrell che la IPA di Bells è riuscita ad ottenere un grande successo nel Midwest statunitense.  Della birra originale sono rimasti solamente il nome e l’etichetta raffigurante una trota: nel 2011 la American Homebrewers Association incoronò la Two Hearted Ale come seconda miglior IPA al mondo, mentre il popolo di Ratebeer la colloca attualmente all'ottavo posto. Si tratta di una IPA single hop, realizzata solamente con Centennial, il lievito di casa Bell’s e una varietà di malti non specificata; inserendo il numero di lotto riportato in etichetta sul sito di Bells è possibile risalire alla data esatta d’imbottigliamento, che è comunque riportata anche sulla bottiglia stessa. Il suo colore è dorato antico con riflessi arancio, velato, con una cremosa e compatta testa di schiuma biancastra dall’ottima persistenza; i due mesi passati dall’imbottigliamento si riflettono in un’aroma ancora fresco e pungente, molto pulito ed elegante, benché non esplosivo.  C’è una buona prevalenza floreale alla quale s’affiancano le note di aghi di pino e di agrumi (limone, lime, cedro, polpa d’arancio); in sottofondo un accenno molto leggero di mango e ananas. La sensazione palatale è perfetta, morbida e scorrevole, con un corpo medio ed il giusto ammontare di bollicine. Il gusto passa per una base maltata nella quale convivono pane/crackers e un lievi sfumature  biscottate/caramellate, un sottofondo necessario a sostenere la bevuta che si svolge principalmente in territorio agrumato con pompelmo, lime, cedro, polpa d'arancio; il carattere "zesty" è splendidamente amalgamato con le note resinose per un amaro intenso e molto elegante, raffinato, lontano da eccessi asfalta-palato. L'alcool è nascosto in maniera impressionante, ma c'à sopratutto una grande secchezza ad aumentare il ritmo dei sorsi con il palato che si ritrova puntualmente pulito ad ogni sorso. Non siamo in California  e quindi non cercate in lei quel carattere (ruffiano/piacione) tropicale tipico di una IPA West Coast. Non è forse al passo con le mode attuali, a partire dall'etichetta spartana e quasi "amatoriale", e per quanto sia sempre difficile farsi un'opinione veritiera su birre delicate che hanno attraversato l'oceano, se volete assaggiare una IPA assolutamente ben fatta, pulitissima, molto equilibrata tra i suoi elementi e dalla facilità di bevuta disarmante, ecco la Two Hearted Ale. Dopo un'assenza abbastanza lunga, diverse Bells sono arrivate di recente in Europa ed anche in Italia, non lasciatevi sfuggire l'occasione di assaggiarle. Formato: 35.5 cl., alc. 7%, IBU 55, lotto 15449, imbott. 01/03/2016, 5.00 Euro. NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Weißenoher Bonator Doppelbock

Dopo le impressioni piuttosto positive sulla Altfränkisch Klosterbier, ecco un'altra birra prodotta dalla Klosterbrauerei di Weißenohe, comune dove abitano un migliaio di abitanti situato ad una cinquantina di chilometri a sud di Bamberga. "Klosterbrauerei" significa ovviamente il "birrificio del monastero", precisamente l'abbazia benedettina di Weissenohe fondata nel 1052 e consacrata a San Bonifacio nella quale i monaci produssero birra sino al 1803, quando a causa della secolarizzazione il monastero fu definitivamente dissolto e venduto a privati. Nel 1827 il birraio Friedrich Kraus acquistò fattoria, taverna e birrificio, rimettendolo in funzione; oggi lo guida la quinta generazione di discendenti, Katharina ed Urban Winkler, con l'aiuto dal 2010 del birraio Martin Pelikan che produce circa 20.000 hl l'anno. Weißenohe significa "luogo del bianco ruscello", nome dato al vicino fiume Kalkack le cui acque hanno originato le profonde falde acquifere utilizzate dal birrificio attraverso i due pozzi di proprietà. La birra.Bonator è una Doppelbock dedicata a San Bonifacio, monaco inglese (673 DC) di nome Winfrid giunto a Roma e ordinato vescovo Bonifacio da papa San Gregorio II per poi essere inviato in Germania ad evangelizzare le popolazioni oltre il Reno; venne ucciso dalla spada dei pagani nel 754. Il suo colore è un limpido ambrato carico con intense venature rossastre, sormontato da una fine e compattissima testa di cremosa schiuma dalla lunghissima persistenza. L'aroma regala un bouquet  di discreta intensità, pulito e piuttosto dolce, composto da ciliegia e prugna sciroppata, toffee, pane nero/pumpernickel e una delicatissima speziatura. Si tratta di un anticipo del gusto, che segue quasi perfettamente la strada indicata dai profumi: pane nero, biscotto e caramello sono affiancati da note sciroppose di ciliegia e susina, uvetta, che compongono un percorso molto dolce e ricco. La lieve speziatura cerca di portare un po' di vivacità in assenza quasi totale di bollicine: la birra, dal corpo medio, risulta comunque morbida e avvolgente pur mantenendo la grande scorrevolezza tipica della tradizione tedesca. Nonostante la spiccata dolcezza questa Doppelbock riesce a non essere mai stucchevole grazie ad un tocco amaricante di pane tostato e terroso ma soprattutto grazie ad una buona attenuazione che regala un finale pulito e dagli strascichi zuccherini abbastanza contenuti. L'alcool è forse sin troppo nascosto, la facilità di bevuta ne risulta agevolata ma il bevitore potrebbe avvertire un po' la mancanza di un confortante calore etilico. Il profilo dei malti é molto pulito, ricco e fragrante, costituendo quella sorta di pasto liquido (in questo caso molto ben fatto e gustoso) che i monaci utilizzavano come forma di sostentamento quotidiano nel periodo di digiuno della Quaresima.Formato: 50 cl., alc. 8.2%, lotto 2102, scad. 10/08/2016, 1.58 Euro (beershop, Germania).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bibibir Vedo Doppio

Debutto sul blog del birrificio marchigiano Bibibir con sede a Castellalto (Teramo), comune peraltro noto agli appassionati birrofili per il Festival delle Birre Artigianali che si tiene ormai da undici anni. Bibibir è guidato dal birraio Flaviano Brandi assieme ad altri tre soci ed è il punto d'arrivo di una passione decennale per l'homebrewing.Con impianto produttivo da 20 HL, il birrificio debutta a giugno 2014 con tre birre  (l'American Pale Ale Granapa, la Witbier Witaly e la Golden Ale Birrantonio) alle quali s'aggiungono progressivamente la Black IPA Zero Tabù, la Double IPA 23 Zero Sei e, soprattutto, un bel trittico belga Vedo Doppio, Triplo e Quadruplo, con le loro etichette realizzate da Alessandro Cioci. All'ultima edizione di Birra dell'Anno dello scorso febbraio 2016 il Bibibir ha anche ottenuto la sua prima medaglia, con la Witaly che si è piazzata al terzo posto nella categoria 15 "birre chiare alta fermentazione, basso grado alcolico, di ispirazione belga".La birra.Vedo Doppio è il nome scelto per questa Dubbel di color ambrato carico, velato, che forma un modesto cappello di schiuma ocra abbastanza fine e persistente. Al naso emergono frutta secca, caramello, biscotto, pera: in sottofondo una suggestione di amaretto ma anche un lieve fenolico (plastica) che sporca un po' la pulizia  e la gradevolezza dei profumi.La sensazione palatale è complessivamente gradevole, con un corpo medio ed una consistenza morbida e scorrevole, mentre la carbonazione un po' bassa e "poco belga" le  toglie un po' di quella vitalità necessaria. Il gusto ricalca abbastanza fedelmente l'aroma con biscotto e caramello, un lieve fruttato dolce che richiama l'uvetta e la pera; il livello di pulizia al palato è senz'altro superiore rispetto al naso, in una bevuta dolce che risulta complessivamente bilanciata da un tocco d'amaro finale (frutta secca) e da una buona attenuazione, anche se mi tocca rilevare una leggera astringenza. L'alcool (7%) è molto ben nascosto alla maniera belga e dà un tiepido segno di presenza solamente nel retrogusto; nel complesso Vedo Doppio mette in evidenza un bel profilo maltato che compensa un espressività del lievito abbastanza avara nel suscitare emozioni. La strada che porta in Belgio è quindi ancora un po' lunga ma, anche restando in Italia, c'è il "problema" della concorrenza di birre come Maredsous 8, St. Bernardus Pater 6 e Rochefort 6, giusto per citare le prime che mi vengono in mente: etichette che si trovano anche al supermercato alla  metà o quasi del prezzo rispetto alle  italiane. Formato: 33 cl., alc. 7%, IBU 25, lotto 2815, scad. 04/2017, 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

AleSmith Wee Heavy Scotch Ale

Non capita molto spesso di bere AleSmith, ma quando succede è sempre un’occasione da non lasciarsi sfuggire; oltretutto da qualche mese le bottiglie del birrificio californiano sono diventate più facili da reperire anche nel nostro paese/continente: tralasciando le birre luppolate, la cui importazione presenta sempre notevoli rischi,  la gamma AleSmith  propone alcuni stili dalla robusta gradazione alcolica che meglio si prestano al trasporto. Il birrificio californiano viene fondato nel 1995 dall’ex-homebrewer Skip Virgilio e Ted Newcomb, e poi acquistato nel 2002 da Peter Zien, altro ex-homebrewer ed appassionatissimo beer-hunter.  Dal 1995, anno in cui a San Diego esisteva solamente un altro produttore, Karl Strauss, AleSmith ha lentamente raddoppiato i volumi prodotti arrivando lentamente ai 15000 HL che rappresentavano il limite massimo consentito dagli impianti. Racconta Zien: “per 13 anni, dal 1995 a 2008, non abbiamo messo da parte un solo centesimo e io ho dovuto immettere 900.000 dollari per permettere al birrificio di sopravvivere; potevamo continuare per sempre a produrre 15000 HL fatturando quei 6 milioni di dollari l’anno che avrebbero garantito un sereno futuro per me e mia moglie, ma io voglio dare di più a tutte le 51 persone che lavorano per AleSmith che ci hanno permesso di arrivare dove siamo arrivati, e per  fare ciò era indispensabile crescere. Voglio essere in grado di aumentare il loro salario, garantire loro benefit e quote societarie in modo che, quando deciderò di ritirarmi,  possano diventare loro i proprietari”.  Il birrificio ha appena completato un piano di espansione da 15 milioni di dollari con la realizzazione del nuovo stabilimento da 10.000 metri quadri in Empire Road (poi rinominata AleSmith Court dalla città di San Diego) a pochi isolati di distanza dallo storico capannone di Cabot Drive, dove è stato installato il nuovo impianto da 80HL con annessa tasting room; un elemento fondamentale per il birrificio che, ammette Zien “contribuisce all’incirca al 20% del nostro fatturato”. Con i nuovi impianti e un potenziale da 250.000 HL/anno arriveranno anche molte più birre nel formato da 35.5 cl., oltre alla già esistente .394 Pale Ale. Il vecchio stabilimento con impianto da 15hl è stato ceduto alla Stella Polly, una società fondata dallo stesso Zien: Stella e Polly sono i nomi dei figli di Mikkel Borg Bjergsø alias Mikkeller, alla quale Zien ha offerto la partnership per la gestione del vecchio birrificio, dal quale non voleva completamente separarsi e nel quale ha comunque mantenuto il suo ufficio. Nei prossimi mesi Zien cederà a Mikkeller altre quote della società sino ad arrivare al 50/50: con questa operazione la beerfirm danese ha finalmente inaugurato qualche settimana fa il suo primo birrificio Mikkeller San Diego, la cui produzione è supervisionata da Bill Batten, da dieci anni head brewer presso AleSmith.La birra.L’interpretazione piuttosto muscolosa di una Wee Heavy di AleSmith ha collezionato diverse medaglie d’oro al Great American Beer Festival, alla World Beer Cup e alla  San Diego International Beer Competition; se dal medagliere ci spostiamo al beer rating il popolo di Ratebeer la elegge come seconda miglior Scotch Ale al mondo, superata solo dalla sua versione invecchiata in botti di Bourbon. Lasciando da parte le mostrine, si presenta ugualmente splendida ed elegante nel bicchiere con la sua livrea ebano scuro vivacizzata da intense venature borgogna; forma due dita abbondanti di schiuma cremosa e abbastanza compatta, dalla buona persistenza. Il naso è ricco e avvolgente nella sua dolcezza di prugna disidratata, uvetta, fico, toffee, ciliegia sciroppata, frutta secca; la componente etilica è ben presente e regala un gradevole calore ad anticipare le sensazioni palatali. Un opulente profilo maltato è presente anche al palato, sorretto da un corpo quasi pieno abbinato a poche bollicine e ad una consistenza oleosa abbastanza scorrevole, considerata la gradazione alcolica. Non c'è in verità molta complessità in questa bottiglia, ma quel che c'è basta per rendere comunque la bevuta memorabile: prugna, uvetta e caramello/toffee costituiscono un carattere molto dolce al quale rispondono un accenno di cioccolato e di tostato, ma è soprattutto l'alcool ad asciugare la birra facendo così convivere potenza ed equilibrio. Il formato della bottiglia è generoso ma non ci vuole molto a sorseggiarla dopocena in solitudine, magari abbinandola a del cioccolato fondente: si congeda con un lungo e caldo retrogusto etilico di frutta e caramello, avvolto da un filo appena percepibile di fumo. Pulita, ricca e potente, molto ben eseguita: difficile chiedere di più da una Wee Heavy. Formato: 75 cl, alc. 10%, IBU 26, lotto non riportato, 22.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Buxton / Omnipollo: Yellow Belly Sundae

La birra di oggi è legata a quella presentatavi qualche mese fa, la collaborazione tra il birrificio inglese Buxton e la beerfirm svedese Omnipollo chiamata Yellow Belly. "Yellow Belly" è un termine  che in inglese indica una persona priva di coraggio, un codardo; la birra nasce a settembre 2014, nell'ambito del progetto Rainbow Collaboration promosso da Ryan Witter-Merithew di Siren Craft Brewery: coivolgere quattordici birrifici per produrre sette birre collaborative a rappresentare i sette colori dell'arcobaleno. Colin Stronge di Buxton e Henok Fentie di Omnipollo scelgono il giallo, un colore che attribuiscono immediatamente alla codardia. L'ispirazione viene forse da Henok, il proprietario (di colore) della beerfirm svedese che rimane scioccato dal risultato di alcuni sondaggi politici effettuati nella sua nazione, secondo i quali il partito fascista Sverigedemokraterna potrebbe ottenere il 40% di consensi. Realizzata la birra, eccone la quasi inevitabile versione barricata che, per l’occasione, prende il nome di Yellow Belly Sundae:  per chi non lo sapesse, un sundae altro non è che un dessert composto da una base di gelato ricoperta da una guarnizione che spesso si compone di panna montata e altri ingredienti come sciroppo, granella di arachidi, ciliegie. Sono molte le cittadine americane che rivendicano l’invenzione di questo dolce avvenuta alla fine del diciannovesimo secolo: tra le varie storie, l’unica ad essere davvero documentate sembra essere quella di Itaca, città nello stato di New York, dove “John M. Scott, un ministro della Chiesa Unitaria, e Chester Platt, co-proprietario della Platt & Colt Pharmacy, crearono il primo sundae storicamente documentato. Platt ricoprì per un mero capriccio un piatto di gelato con sciroppo di ciliegie e ciliegie candite, e chiamò il piatto "Cherry Sunday"  in onore del giorno in cui era stato creato. La più antica prova scritta di un sundae è una inserzione per la "Cherry Sunday" della Platt e Colt's, pubblicato sull'Ithaca Daily Journalil 5 aprile 1892. Nel maggio dello stesso anno la Platt&Colt vendeva già "Strawberry Sundays" e, successivamente, "Chocolate Sundays". I "Sundays" della Platt&Colt arrivarono a divenire così popolari che, nel 1894, Chester Platt tentò di registrare il termine Sunday”. La birra.La già ricca Yellow Belly, una massiccia (11%)  imperial stout  prodotta con "aromi" di arachidi e biscotti, lattosio e con aggiunta di vaniglia e fave di cacao in maturazione, viene invecchiata in botti di Bourbon, con l’ABV che sale a 12%; l’etichetta è affidata al solito collaboratore fidato di Omnipollo, Karl Grandin.  Completamente nera, genera un dito di cremosa schiuma color nocciola, abbastanza fine e dalla buona persistenza. Il naso non può essere altro che dolce e reminiscente di un vero dessert: la sua ricchezza è comunque ben congeniata e riesce a mantenere un ottimo livello di pulizia e di eleganza, senza risultare artificioso. Biscotto al burro, caffelatte, gianduia, arachidi, vaniglia, cioccolato al latte, caramello e melassa sono alcuni dei descrittori che mi vengono in mente, ma ogni volta che il naso si avvicina al bicchiere nascono altre potenziali declinazioni di dessert; a completare l’effetto “sundae” c’è il lattosio che, unito alla vaniglia, rende davvero l’effetto panna montata (o yogurt alla vaniglia, se preferite). Il mouthfeel è quello atteso e, direi, indispensabile per una birra-dessert: corpo pieno, poche bollicine, una densità morbida e cremosa che comunque scorre senza grandi intoppi.  Il gusto ripropone quasi in toto l’aroma, passando per biscotto, fudge al caramello, cioccolato al latte, vaniglia, arachidi, caffelatte: l’alcool/bourbon dà un contributo  imprescindibile irrobustendo la bevuta e aiutando, in presenza di pochissimo amaro, ad asciugare un po’ il dolce del dessert. Immaginate di versare un goccio di bourbon in un dessert liquido, metteteci anche un cucchiaino di caffè a concludere il pasto ed il quadro è completato. Sundae, versione barricata indubbiamente molto più compiuta della Yellow Belly “normale”, che non mi aveva molto convinto: l’aroma risulta meno artificioso, e soprattutto al palato c’è il caldo del bourbon a contrastare maggiormente il dolce e a dare solide fondamenta all’impalcatura necessaria per sostenere l’opulenza di tutti gli elementi in gioco. E’ una birra-dessert che risulta convincente, nella sua tipologia: la differenza di prezzo tra Yellow Belly e Sundae non è particolarmente significativa, sono entrambe in fascia alta  e  se potete scegliere il mio consiglio è di optare senza dubbio per la versione barricata.Formato: 33 cl., alc. 12%, lotto e scadenza non riportati.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Alpine Beer Company Pure Hoppiness

La storia della Alpine Beer Company è quella di Pat McIlhenney, un pompiere che nel 1983 inizia con l'homebrewing nel tentativo di replicare quelle birre importate dall'Europa così piene di gusto rispetto alle blande lager americane. Il lavoro lo porta nei paraggi di uno dei primi brewpub "artigianali", la Mendocino Brewing Company nella California settentrionale, che inizia a frequentare assiduamente: nasce in Pat l'idea di poter fare un giorno qualcosa di simile, trasformando la sua passione per l'homebrewing in una professione. Inizia ad iscrivere le proprie birre ai concorsi facendo tesoro delle critiche ricevute per poi iniziare a collezionare premi: nel suo tempo libero dà una mano al negozio di homebrewing dove si rifornisce e frequenta qualche corso di produzione alla Università della California di Davis.Trasferitosi nella California del sud, Pat  trascorre per anni buona parte delle sue ore libere alla AleSmith di San Diego per imparare il mestiere, e  nel 1999 gli viene concesso di realizzare come "beerfirm" la sua prima birra, la McIlhenney’s Irish Red Ale, seguita dalla Mandarin Nectar. E' solamente nel 2002 che Pat è pronto a partire con il proprio birrificio, un impianto da 12 HL che lui stesso progetta ed installa nei minuscoli locali di un edificio in legno posizionato ai bordi della strada che attraversa Alpine, cittadina da 14.000 anime sulle colline dell'entroterra ad una cinquantina di chilometri da San Diego. Arrivano subito le medaglie conseguite al GABF, il nome Alpine inizia a circolare sul taccuino di molti appassionati diventando una sorta di "culto". La produzione è piccola e per bere le birre bisogna recarsi sul posto o in quei pochissimi locali di San Diego che ricevono i fusti; le poche bottiglie che arrivano nei beershop, sopratutto quando scoppia la febbre delle IPA, vengono esaurite in pochissime ore. Nel 2008 Pat cede il ruolo di birraio al figlio Shawn  e nel 2009 sta per stringere una accordo con la Cold Spring Brewing (Minnesota) per produrre le birre anche nei loro impianti e aumentare la capacità produttiva: sembra tutto pronto ma all'ultimo minuto qualcosa va storto ed il progetto viene cancellato o, oggi possiamo dirlo, solo rimandato. Per soddisfare i "pellegrini" che si recano sempre più numerosi ad Alpine viene inaugurato nel 2010 un rudimentale brewpub nei locali adiacenti agli impianti: quaranta posti a sedere, perennemente occupati, si mangia alla buona, sui fazzoletti di carta.Il problema della capacità produttiva è sempre all'ordine del giorno e viene risolto nel 2013 quando Pat McIlhenney stringe un (primo) accordo con Mike Hinkley di Green Flash, apparentemente con una semplice stretta di mano: il birrificio di San Diego produrrà e distribuirà sei Alpine: Hoppy Birthday, Duet, Nelson, Alpine Ale, McIlhenney's Irish Red e Captain Stout.  Shawn fa la spola tra Alpine e San Diego per adattare le ricette e poterle replicare su una scala molto più grande, ma il problema principale è che a San Diego amano filtrare, cosa che McIlhenney reputa assolutamente inaccettabile: il conto della spesa finale per Green Flash (incluso l'acquisto di centrifuga ed "Hopback") è di circa un milione di dollari. L'accordo nasce con lo scopo di aiutare Alpine a racimolare i fondi necessari per il proprio ampliamento attraverso la vendita di molta più birra; tutti o quasi sono contenti di vedere la produzione Alpine raddoppiare del 200% ma tutti (o quasi) sono molto meno contenti di leggere la notizia che appare il 10 novembre del 2014, a solo dodici mesi dalla nascita della partnership. Il comunicato stampa parla di una "partnership e di una unione di forze", ma la sostanza è che un birrificio craft (Alpine) è stato di fatto acquistato da un altro birrificio craft venti volte più grande di lui. Molti beergeeks californiani, sempre uniti nel boicottare birrifici craft acquistati da multinazionali, si trovano questa volta spiazzati: che fare?  A parlare è comunque la birra, soprattutto la sua qualità: chi inizia a mettere a confronto le Alpine originali con quelle prodotte a  Green Flash vi nota delle profonde differenze, anche nel colore.  McIlhenney e Hinkley s’affrettano a rassicurare che si tratta di un normale periodo di transizione dovuto all’adattamento delle ricette agli impianti di Green Flash, una cosa attraverso la quale sono passati quasi tutti i  birrifici che si sono ingranditi; resta il fatto che a diciotto mesi di distanza dall’acquisizione le cose non sono ancora state sistemate. Per il cliente non c’è modo di sapere con certezza dove sono prodotte le birre: in un primo periodo le Alpine prodotte a San Diego venivano vendute in bottiglie serigrafate Green Flash, al contrario di quelle “originali” che mantenevano ancora la serigrafia originale. Da qualche tempo tutte le bottiglie sono serigrafate Alpine, mentre sulle etichette si legge un emblematico “brewed and bottled by Alpine Beer Company, San Diego”.Nel frattempo la distribuzione Green Flash inizia a dare i suoi frutti: le birre di Alpine, da sempre piuttosto difficili da reperire anche nella California del sud, iniziano ad apparire sugli scaffali dei negozi e nei bar di diversi stati americani, suscitando opinioni contraddittorie che iniziano a scalfire l’immagine di un marchio molto amato e ambito dai beergeeks. Ma neppure nel nuovo brewpub da 200 posti che viene inaugurato ad Alpine nell’estate del 2015 sarete sicuri di bere un’Alpine prodotta ad Alpine: per soddisfare tutta la richiesta, molti fusti arrivano direttamente a San Diego.Personalmente nelle due volte in cui sono stato in California – prima dell’acquisizione di Green Flash - non sono mai riuscito ad avvistare nessuna Alpine:  alla mia richiesta il venditore di un beershop di San Diego mi raccontava che  le poche bottiglie che arrivavano venivano spazzate via in poche ore.  Ma dall’anno scorso le cose sono (tristemente, direbbe qualcuno) cambiate e ora qualche bottiglia di Alpine (prodotta a San Diego, ovviamente) è anche arrivata in alcuni beershop europei. La birra.Pure Hoppiness, nomen omen: è una Double/Imperial IPA nata nel 2000, anno in cui lo stile era ancora una nicchia all’interno della nicchia e aveva il suo unico momento di gloria nel mese di febbraio quando il The Bistro di Hayward (California)  organizzava il Double IPA Festival: un evento per pochi per il quale Vinnie Cilurzo/Russian River aveva realizzato nel 1999 la sua prima Double IPA chiamata Pliny The Elder.  La Pure Hoppiness realizzata da  Pat McIlhenney nasce tra le mura domestiche  come “una sfida per soddisfare mia moglie Val; tutti gli esperimenti che le avevo fatto assaggiare avevano ricevuto gli stessi commenti: è buona, ma potresti farla meno amara, anche se più luppolata? Ecco come ebbi l’idea di spingere sul dry-hopping aggiungendo anche un hop-back: a quel tempo l’ultima moda in fatto di luppolo era il Columbus e i suoi sostituti come Tomahawk e Zeus.  A questo aggiunsi i classici Cascade e Centennial, con un po’ di Nugget per bilanciare aroma e gusto”. Pure Hoppiness era un tempo una produzione stagionale disponibile da novembre sino ad esaurimento: non so se lo sia ancora oggi che viene prodotta presso Green Flash.Nel bicchiere c’è il classico colore West Coast:  oro con sconfinamenti nell’arancio, una discreta velatura e un cremoso e compatto cappello di schiuma biancastra. La messa in bottiglia risale a metà dicembre 2015, certamente non il massimo per uno stile che richiede freschezza assoluta: l’aroma tuttavia non è affatto male, rivelando un profilo ancora discretamente fresco e soprattutto pulito . Resina e “dank”, pompelmo, polpa d’arancia, lievi profumi tropicali di ananas e forse mango:  non siamo al “climax dell’hoppiness” ma è comunque un bouquet piuttosto gradevole che non si incontra tutte le volte che si stappa una IPA, per dirla tutta. Le cose vanno meno bene in bocca, se si esclude l’ottima sensazione palatale:  la componente fruttata è quasi assente, bisogna davvero cercarla con la lanterna per trovare un po’ di marmellata piuttosto che frutta fresca e fragrante. Il gusto si regge sul malto (pane, un tocco biscottato) e sull’amaro resinoso e vegetale, di buona intensità ed eleganza, con un’ottima attenuazione finale;  l’alcool dichiarato (8%) si sente tutto, con una bevibilità buona ma che potrebbe essere ancora migliore. Intendiamoci, la birra è pulita e godibile ma mettiamoci di mezzo il viaggio oceanico, i quattro mesi dalla messa in bottiglia ed  il fatto che ora viene prodotta da Green Flash a San Diego ed il risultato finale benché soddisfacente non è quello che ti aspetteresti da uno dei produttori più famosi/di culto, la Alpine Beer Company. Del resto, se prima si faceva fatica a trovare Alpine in California e adesso qualche bottiglia arriva anche in Europa, a qualche compromesso si sarà pur dovuti scendere.Formato: 35,5 cl., alc. 8%, lotto F15348, scad. 10/05/2016.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Préaris Quadrupel

Di Vliegende Paard, il “il cavallo volante” di Andy Dewilde vi avevo già parlato in questa occasione: la beerfirm debutta nel 2011, dopo che la Prearis Quadrupel realizzata ai fornelli delle mura domestiche ottiene il primo posto al concorso nazionale per homebrewers “Brouwland Biercompetitie” la cui finale, alla quale partecipano un centinaio di birre, si tiene a Ghent. Sulle ali del successo, Dewilde commissiona il suo primo lotto all'immancabile De Proef, iniziandone la commercializzazione. Allo Zythos festival del 2012 Andy Dewilde incontra Christine Celis, figlia del celebre Pierre (Hoegaarden) e residente da una ventina d’anni in Texas; Christine rimane favorevolmente impressionata dalle Prearis e porta qualche bottiglia negli Stati Uniti, convincendo un importatore ad ordinare i primi 7 hl destinati al mercato statunitense. Nel 2013 Vliegende Paard viene proclamato da Ratebeer come il miglior nuovo “birrificio” belga, mentre nel 2014  la Prearis Quadrocinno  (la Quadrupel con aggiunta di caffè del Costa Rica) viene eletta dai 17.000 visitatori dello Zythos 2014 tra le tre migliori birre del festival. Purtroppo la bottiglia da me assaggiata qualche mese fa non ha confermato quelle impressioni positive; facciamo quindi un passo indietro e ritorniamo alle origini di Vliegende Paard, ovvero la Quadrupel del debutto. La birra.Si presente del classico color tonaca di frate con belle venature rossastre; la schiuma ocra è fine e cremosa, compatta ed ha un'ottima persistenza. L'aroma abbastanza pulito e discretamente intenso, presenta profumi di frutta secca, caramello, ciliegia sciroppata e zucchero a velo; accanto al dolce c'è una lieve asprezza di ribes rosso e di prugna acerba. Al palato troviamo note di biscotto, zucchero candito e una lieve presenza di uvetta: l'alcool diventa quasi da subito il protagonista della bevuta, facendola procedere piuttosto lentamente. Il gusto è piuttosto semplice e la birra, benché ben attenuata, si trascina sorso dopo sorso avvolta da un patina di noia, nonostante l'alto numero di bollicine che le donano una discreta vivacità. Di positivo c'è un'ottima attenuazione, capace di asciugare il palato assieme ad una breve ma percepibile nota amaricante terrosa finale. E' una Quadrupel da sorseggiare che riscalda il corpo nelle fredde serate invernali: sicuramente meglio al naso che al palato, dove il lievito manca d'espressività e l'alcool, senza compagni di strada, rende la bevuta monotona e poco memorabile.Formato: 33 cl., alc. 10%, IBU 50, lotto L1, scad. 10/07/2016, 1.95 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Hanscraft & Co. Saison Julie

Nel 2010 il quasi quarantenne Christian Hans Müller lascia il suo lavoro da dentista per inaugurare la propria beerfirm  Sommelierbier - Hanscraft & Co. nella sua città natale Aschaffenburg, uno degli ultimi avamposti della Baviera meridionale prima del confine con l’Assia, ad una quarantina di chilometri da Francoforte. Nel progetto ci sono anche l’assistente Martina Vojtechova, Dirk Borkowski, il disegner Heiko Roßmeißl e soprattutto l’esperto Dieter Körner, diplomato Biersommelier alla Doemens Academy; il titolo di Biersommelier arriverà per Christian Hans Müller qualche anno dopo al Siebel Institute di Chicago. I continui riferimenti alla sommellerie fanno sì che il target iniziale della beerfirm siano ovviamente i tavoli dei ristoranti, a quali proporre una valida alternativa ai vini: il debutto avviene con la Müller Dreistern, una Heller Bock/Marzen affinata in botti di Brandy che rappresenta anche un legame con la famiglia di Müller, il cui bisnonno produceva distillati. La birra viene prodotta presso gli impianti della Alpirsbacher Klosterbräu sfruttando alcune amicizie; le ricette successive verranno realizzate soprattutto alla  Bürgerliches Brauhaus Wiesen  e alla Eder & Heylands Brauerei di Grossostheim; è qui che nasce la più “democratica” Nizza, una birra al frumento con luppolatura americana che ha come target bar e locali meno informali rispetto alle tavole dei ristoranti. La gamma Hanscraft & Co si è poi ampliata includendo l’IPA Backbone Splitter, la Imperial Stout Black Nizza, la Saison Julie e, più di recente, una Single Hop Keller Pils oltre ad alcune birre stagionali ed occasionali; per il futuro Müller dichiara di voler esplorare anche il mondo delle birre acide e, soprattutto, di essere pronto a passare da beerfirm a produttore per poter soddisfare tutte le richieste dei clienti. Nel 2014 il popolo di Ratebeer ha eletto la beerfirm come “new best brewer” in Baviera per l’anno 2013.La birra.Primo tentativo di Hanscraft con uno stile belga, la Saison Julie viene realizzata presso la  Bürgerliches Brauhaus Wiesen; la ricetta prevede frumento maltato,  malti Monaco, Pils e CaraAmber, mentre i luppoli scelti sono Chinook e Sorachi Ace. Lo stappo della bottiglia è abbastanza frustrante, con un gushing lento ma inesorabile di una pannosa schiuma biancastra dalla lunghissima persistenza  che obbliga ad una lunga attesa prima di poter comporre un bicchiere di birra decente; le particelle di lievito sospinte dall’esplosività della birra rendono il colore arancio piuttosto torbido per un risultato finale non troppo bello da vedere. L’aroma disegna comunque un bel campo di fiori nel quale trovano spazio anche i profumi di agrumi (polpa d’arancia, scorza di limone/lime), di mela e qualche accenno di tropicale: l’intensità è buona mentre pulizia ed eleganza mostrano ampi margini di miglioramento. La bevuta è da subito vivacissima grazie anche ad una carbonazione molto sostenuta (qualcuno potrebbe anche dire troppo) che dona a questa birra un carattere un po’ ruvido. Al palato crackers e miele anticipano la frutta tropicale (mango) e gli agrumi per un inizio di bevuta dolce che viene poi ben bilanciato dalla lieve acidità del frumento e da un profilo "zesty" piuttosto evidente, protagonista del gradevole finale amaro in compagnia di note terrose. L'intensità è buona, lo stesso non si può dire della pulizia, penalizzata anche dal gushing che ha portato il fondo del lievito a disperdersi completamente nella birra: in una Saison alla perfetta eleganza preferisco sempre qualche "imperfezione rustica" ma qui un po' si esagera. La Saison di Hanscraft mostra comunque  personalità e carattere, elemento che non sempre ho trovato nelle interpretazioni tedesche di stili belgi o anglosassoni; la base c'è e una volta sistemate le problematiche evidenziate, soprattutto quelle legate all'esuberanza del lievito saison, potrebbe davvero venir fuori una birra interessante.Formato: 33 cl., alc. 6%, scad. 06/05/2016, 3.47 Euro (beershop, Germania)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.