MashUp Brewing: Indie Pop IPA, French Suite Saison & Fusion IGA

In ambito musicale con mashup s’intende la composizione di un brano utilizzando due o più spezzoni di altre canzoni, sovrapponendoli. Per quel che riguarda la birra, la parola MashUp ci porta invece a Roma dove da luglio 2015 è attiva l’omonima beerfirm fondata da Andrea Romani ed Emanuele Loffa, appassionati birrofili i cui nomi saranno probabilmente già noti a chi condivide la loro stessa passione. Mi riferisco soprattutto ad Andrea Romani, alias “Barone Birra”, homebrewer dal 2011 e fondatore del concorso Brassare Romano che dal 2012 si svolge in alcuni locali romani in quattro tappe ciascuna delle quali dedicata ad uno specifico stile di birra. Dopo l’esperienza come responsabile commerciale per il birrificio Free Lions, oggi Andrea utilizza il suo impianto casalingo da 50 litri per elaborare le ricette che realizza poi in grande scala su impianti altrui con il nome MashUp Brewing. Molto azzeccato il merchandising che accompagna le birre: sottobicchieri a forma di vinile, etichette e maniglie per le spine a forma di audiocassette: nostalgia e gioia per chi ascoltava musica prima che inventassero i cd e gli mp3. Per quel che riguarda la sostanza, MashUp debutta a luglio 2015 con la American IPA Indie Pop seguita a breve distanza dalla West Coast (Double) IPA Hip Hop (8.5%): per la produzione si appoggiano agli impianti di due birrifici vicini e amici: Hilltop  di Bassano Romano (Viterbo) e EastSide di Latina. La gamma è stata poi ampliata con una saison e una Italian Grape Ale, entrambe prodotte in Lombardia sugli impianti del Carrobiolo: l’ultima arrivata, lo scorso luglio, è l’American Pale Ale chiamata Loop. La beerfirm è spesso in giro per l’Italia a promuovere le proprie birre, proprio come se si trattasse di serate musicali, per continuare i parallelismi:  è attualmente in corso il “Tour of the Hops”  che coinvolge undici locali dislocati tra Lazio, Umbria, Campania, Lombardia e Sicilia.La birre. Devo innanzitutto ringraziare MashUp per avermi inviato tre birre da assaggiare. Partiamo dalla Indie Pop, una American IPA (5.5%) prodotta sugli impianti di Hilltop che utilizza luppoli Summit, Centennial, Cascade e Citra in aroma; il suo colore è un dorato carico, leggermente velato e sormontato da una testa di schiuma cremosa ma poco generosa. L’aroma è fresco a abbastanza pulito: mango, papaia e melone, passion fruit, pompelmo e arancia, con qualche nota che vira più sul vegetale che sul resinoso. Al palato è morbida e scorre bene, ma il gusto è meno convincente e soprattutto meno pulito. Su una delicata base maltata (pane, accenni biscottati) c’è un non ben definito frutto tropicale e un finale amaro che indugia sul binomio zesty-terroso, anziché puntare dritto al classico resinoso americano.  Annoto anche una lieve astringenza ed un ritorno di cereale nel retrogusto che – a mio parere – poteva essere evitato. Nel complesso è una IPA gradevole ma che necessita ancora di aggiustamenti se la si vuol far emergere in quel contesto molto competitivo che è la scena romana. Dall’ispirazione statunitense passiamo a quella belga, ovvero la saison chiamata French Suite: a guidare le danze è ovviamente il lievito (French Saison) con una generosa luppolatura di Hallertau Blanc; malto d’orzo, fiocchi di avena e di frumento completano il grist. Nel bicchiere è molto chiara, tra il paglierino e l’arancio pallido: la schiuma è impeccabilmente cremosa e compatta. Al naso c’è un buon equilibrio che permette sia al lievito che ai luppoli di esprimersi: una delicata speziatura (coriandolo, pepe, chiodo di garofano) accompagna banana e agrumi, c’è qualche lievissima nota fenolica che richiama a tratti la plastica e la necessaria componente rustica che fa pensare al fieno, alla paglia.  Le generose bollicine rendono la bevuta molto vivace:  pane e crackers, frutta a pasta gialla, banana e una delicata speziatura compongono un gusto che è inferiore all’aroma come intensità ma ne ripropone la buona pulizia. E’ una saison abbastanza secca e attraversata da una delicata acidità che ne garantisce l’effetto dissetante e rinfrescante: la chiusura è ruspante e moderatamente amara, con note terrose, erbacee e di scorza d’agrumi. E’ una saison di buon livello, facilissima da bere, alla quale manca forse ancora un po' di carattere ed di cuore; la strada da percorrere mi sembra tuttavia in discesa.  Chiudiamo con la Italian Grape Ale chiamata Fusion: ad una base saison viene aggiunto il mosto (20%) di Moscato Filari Corti dell'Azienda Agricola Carussin di San Marzano Oliveto. Di colore dorato, forma un generoso cappello di schiuma che è però molto rapido a dissolversi. Nell’aroma convivono arancia e scorza di limone, spezie, frutta candita, richiami alla pasticceria e soprattutto un’evidente nota vinosa. Il mouthfeel è leggero e vivace come quello della French Suite, mentre la bevuta ripropone abbastanza fedelmente quanto annunciato al naso: la componente vinosa è però molto evidente e i due mondi (birra e vino) cercano di far funzionare un matrimonio che in alcuni passaggi è piuttosto litigioso. La pulizia è davvero notevole, ma per il mio gusto è una birra troppo sbilanciata verso il vino e non una birra arricchita dall’utilizzo del mosto d’uva. La chiusura è secca, con un amaro di discreta intensità che chiama in causa note terrose, zesty e di mandorla: paradossalmente mi sembra la birra tecnicamente meglio riuscita di MashUp ma è quella che trovo più contraddittoria da bere. Evolverà probabilmente bene nel tempo, raggiungendo forse un maggior equilibrio tra le due componenti.Nel complesso un debutto sul blog in positivo per MashUp: bene Saison e IGA (anche se sub judice), un po' deludente la IPA che mi sembra ancora in cerca di un'identità precisa. Nel dettaglio:Indie Pop, formato 33 cl., alc. 5.5%, IBU 45, lotto 17041, imbott. 09/2017, scad. 01/08/2018.French Suite, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 20, lotto 1766, scad. 31/08/2018Fusion, format 33 cl., alc. 7%, IBU 30, lotto 7616, scad. 31/08/2018NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lambrate / Beavertown The Magic Tram

Viene annunciato a giugno 2017 il risultato della collaborazione tra il birrificio Lambrate e quello inglese di Beavertown: The Magic Tram, la prima New England IPA realizzata dal birrificio milanese. Per Beavertown collaborare è ormai all’ordine del giorno: in questa pagina trovate l'elenco delle ultime birre realizzate sui propri impianti, mentre qui ulteriori dettagli e fotografie. Le collaborazioni rispondono perfettamente alla continua richiesta di novità che proviene da una buona fetta di consumatori della birra artigianale, sempre desiderosi di provare qualcosa di nuovo anziché ritornare su quanto già di buono hanno provato. Metti in etichetta il nome di due birrifici “famosi” e buona parte della cotta sarà venduta ancora prima di averla distribuita: Trillium, Other Half e altri che hanno partecipato all’ultima edizione del festival Extravaganza.  La prima versione della Magic Tram, come detto, viene realizzata a giugno 2017 ed è disponibile solamente in fusto, qualcuno viene anche spedito in Inghilterra. Lo scorso novembre si è replicato e questa volta sono anche arrivate le bottiglie. Se non erro si tratta della prima collaborazione tra Beavertown ed un birrificio italiano, se si eccettua quella del 2016 realizzata in Australia con Nomad e Birra Del Borgo.La birra.Il suo aspetto è “hazy” ma non drammaticamente torbido come molte rappresentanti del New England-style: se ne avvantaggia la schiuma, spesso penalizzata in queste birre, che riesce a formare un dignitoso cappello biancastro abbastanza compatto e dalla discreta persistenza. L’aroma è fresco ed ha una buona intensità, un bouquet familiare per chi frequenta queste birre: agrumi e frutta tropicale, con i protagonisti che entrano ed escono di scena al variare della temperatura nel bicchiere. Qui ci sono pompelmo e arancia, ananas, papaya e mango, qualche nota più aspra che ricorda il frutto della passione. Anche l’eleganza, spesso corpo estraneo a molti tentativi di New England IPA, qui è presente in una buona quantità. La bevuta è però molto meno convincente dell’aroma: l’inizio sembrerebbe quasi reggere il confronto, un succo di frutta tropicale ed arancia. E’ l’amaro che rovina la festa, abbastanza intenso per lo stile ma poco elegante. Un vegetale-quasi-resinoso che gratta il palato e obbliga ad una pausa prima di tentare un nuovo sorso: ne deriva una IPA (6.7%) che si sorseggia anziché bere, e non è un complimento. La sensazione palatale (2.5% di avena nel mash) è gradevole e morbida anche se non arriva a quegli “estremi” che ci si aspetterebbe da una NEIPA. Il tram di Lambrate e Beavertown è “magico” solo a metà: ancora parecchie cose da sistemare, soprattutto al palato, prima di avere un’ottima NEIPA nel bicchiere.Formato: 33 cl., alc. 6.7%, lotto MT249/17-A, scad. 12/04/2018, prezzo indicativo  4.70-5.00 Euro NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Against the Grain 70K

Ritorna sul blog dopo un paio d’anni d’assenza il birrificio  Against the Grain di Louisville, Kentucky, fondato nel 2011 da Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott; la loro storia la trovate qui.  In questi due anni Against the Grain ha completato un piano di espansione da 1,7 milioni di dollari che ha portato all’apertura a febbraio 2015 del nuovo birrificio nel sobborgo di Portland, Louisville: 7000 ettolitri prodotti ogni anno nei 2000 metri quadrati di spazio. Con l’occasione sono anche arrivate (maggio 2015) le prime lattine. Rimane ancora operativa la  Against The Grain Brewery and Smokehouse che si trova nella suggestiva location dello stadio di baseball Slugger Field: 2100 ettolitri la capacità produttiva. Qualche settimana fa il birrificio ha annunciato l’acquisto di un edificio nella zona sud di Louisville con l’intenzione di ristrutturarlo e aprire un pub con beer-garden. Ma la novità più interessante per quel che riguarda l’Europa, dove Against The Grain esporta 1000 ettolitri ogni anno, è quella annunciata lo scorso luglio: è stato raggiunto un accordo con il birrificio tedesco Vormann (Düsseldorf) per produrre sui suoi impianti le birre luppolate. Il nuovo marchio è stato chiamato Against the Grain Europe, come racconta il birraio americano Jerry Gnagy: “ho provato in Europa alcune delle nostre IPA e, nonostante ci impegniamo a spedirle e  distribuirle fresche, non sono fresche come noi vorremmo che fossero. AtG Europe è quindi nata per concentrarsi sulla produzione di birre luppolate e far sì che arrivino ai consumatori più fresche e più economiche. Due buone cose. C’era perplessità da parte dei nostri importatori Europei, paura che i clienti confrontino le birre prodotte in Germania con quelle negli Stati Uniti: per questo abbiamo creato un brand separato che non vuole clonare le nostre birre americane ma solamente ispirarsi a loro”.La birraA novembre 2013 Against The Grain rilascia una versione potenziata della propria Milk Stout chiamata 35K. Il numero viene raddoppiato a 70, e questa nuova Imperial Milk Stout viene invecchiata in botti di bourbon. Angel’s Envy, prodotto dalla Louisville Distilling Company (dal 2015 di proprietà della Bacardi Limited) è una creazione del mastro distillatore Lincoln Henderson, artefice di altri nomi famosi come Woodford Reserve Bourbon, Gentleman Jack e Single Barrel Whiskey di Jack Daniel’s. Il bourbon Angel’s Envy (72% mais, 18% segale e 10% malto d’orzo) invecchia da sei a quattro anni in botti di rovere americano e successivamente per sei mesi in una dozzina di cask (227 litri ciascuno) che hanno ospitato Porto, importati dal Portogallo. Alla fine di questo secondo passaggio in botte avviene il blend finale che viene poi imbottigliato. La 70K di Against The Grain è uno splendore nel bicchiere: vestita di nero, mostra un generoso e compatto cappello di schiuma, cremoso e molto persistente. L'aroma è un elegante bouquet dolce nel quale le note di bourbon accompagnano orzo tostato e caramello, fruit cake, vaniglia, qualche accenno di caffè. Eleganza e delicatezza rimpiazzano cafoneria ed esuberanza. Un ottimo biglietto da visita che trova riscontro al palato: la bevuta è dolce e ricca di caramello e vaniglia/panna, cioccolato al latte, fruit cake, liquirizia, uvetta e prugna. Il bourbon fa una breve comparsa a centro bevuta per poi lasciare posto al moderato amaro del caffè e delle tostature: il suo ritorno, in grande stile, è nel finale: caldo ma morbidissimo, un dolce abbraccio che riscalda ogni sorso facendosi ascoltare senza mai dover alzare la voce.E' una Imperal (Milk) Stout ed è quindi parecchio dolce: personalmente trovo che una maggior presenza di caffè o tostature innalzerebbero ulteriormente il livello già piuttosto elevato di questa birra. Impressionante il contributo del bourbon passato in botti di porto, che in alcuni passaggi regala delle fugaci sensazioni fruttate (agrumi?) inaspettate. L'alcool (13%) è gestito in maniera perfetta, la sensazione tattile è morbida ma non particolarmente viscosa: in una birra così importante un pelo di corpo in più non avrebbe affatto stonato, anzi. Non è una birra economica (negli Stati Uniti siamo tra i 25-30$ + tasse) ma sono quei sacrifici che si fanno ogni tanto e che - in questo caso -  non lasciano con l'amaro in bocca, in tutti sensi.Formato: 75 cl., alc. 13%, IBU 48, anno di produzione 2016. NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Lost Abbey Box Set: Track #8 (Number of the Beast)

Dell’ambizioso ed esoso Box Set del birrificio Lost Abbey ne avevamo già parlato in questa occasione: dodici birre ispirate da canzoni rock che parlano di paradiso e inferno, al ritmo di una per ogni mese del 2012, disponibili a fine anno anche in un lussuosa confezione contenente – per restare in tema musicale – anche una “birra bonus-track” e un depliant informativo a forma di vinile.  Le dodici birre vennero suddivise in tre sezioni. La prima, chiamata “Re-masters”, include nuove versioni barricate di alcuni classici di Lost Abbey; la sezione “Re-mixes” raggruppa i blend creati con altre birre Lost Abbey, mentre  le nuove birre create appositamente per questo progetto fanno parte della “Fresh Tracks”.  Questo l’ordine delle birre uscite, a partire dal 21 gennaio 2012:  Track #01 – Runnin' With The Devil: parte della Frash Tracks e ispirata all’omonimo brani dei Van Halen) è una brown ale invecchiata tre mesi in botti di vino rosso con aggiunta di uve Cabernet Sauvignon e brettanomiceti.  Track #02 – Stairway to Heaven: ovviamente l’accompagnamento musicale sono i Led Zeppelin; la birra (Remixed Tracks) è un blend di Angel’s Share (60%), Cuvée de Tomme (20%) con aggiunta di pesche; per bilanciarne la dolcezza il blend si completa con  la Project X (20%), una birra a fermentazione selvaggia.  Track #03 – Hell's Bells: entrano in scena gli AC/DC per un blend acido (Remixed Tracks) di Mellow Yellow e Phunky Duck.  Track #04 – Sympathy for the Devil: Rolling Stones e blend (Remixed Tracks) di due botti di  Veritas 009 (sour ale) e due di Hot Rocks (stein/dunkel) invecchiata in botti di vino rosso con i brettanomiceti naturalmente presenti in esse.  Track #05 – Shout at the Devil: arrivano i Motley Crüe ad accompagnare la bevuta di un altro blend acido (Remixed Tracks) di Poppy e Framboise de Amorosa con ulteriore aggiunta di frutta e successiva maturazione in botti di quercia.  Track #06 – Highway to Hell: ritornano gli AC/DC per una birra nuova (Fresh Tracks) che consiste però in un blend di Serpent's Stout invecchiata in botti di brandy e di Angel’s Share (vintage 2009, botti di bourbon).  Track #07 – The Devil Inside: dal rock si passa a qualcosa di più leggero (INXS) per una versione (Remixed Track) di Veritas 006 prodotta con aggiunta di lamponi, ciliegie e scorza di mandarino. Track #08 – Number of the Beast: alla festa potevano mancare gli Iron Maiden? Tra le Fresh Tracks, ecco la Judgment Day che viene invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di cannella e pepperoncino.  Track #09 – Knockin' on Heaven's Door: in teoria si dovrebbe chiamare in causa Bob Dylan, ma Tomme Arthur afferma di amare la cover dei Guns N'Roses. La Remixed Track è una versione “potenziata” della Cuvée de Tomme con aggiunta di ribes e brettanomiceti.  Track #10 – Bat out of Hell: arrivano i Meatloaf  ed una (Fresh Track) Serpent's Stout invecchiata in botti di bourbon con aggiunta di caffè e cacao poco prima della messa in bottiglia.  Track #11 – The Devil Went Down to Georgia: la (a me sconosciuta) Charlie Daniels Band suona una Remixed Track che consiste nella Angel’s Share invecchiata nove mesi in botti di Heaven Hill whiskey con aggiunta di pesche fresche e brettanomiceti.  Track #12 – Heaven and Hell: la chiusura è affidata ai Black Sabbath e ad una birra acida realizzata con un blend della Avant Garde, di una nuova Sour Brown Ale e della Gift ofthe Magi invecchiata in botti di rovere.  La bonus Track #13 (Message in a Bottle) che chiude la serie a dicembre 2012 vede scendere in campo i Police: si tratta di un barley wine invecchiato in botti di cognac con aggiunta di amarene e scorza d’arancia. La birra.Number of the Beast, terzo album in studio per gli Iron Maiden, pubblicato nel 1982. E’ lui ad ispirare la Track numero 8 di Lost Abbey che, dopo la prima ed “esclusiva” edizione dell’agosto 2012, viene replicata anche a gennaio 2015. In concreto si tratta della quadrupel Judgement Day invecchiata in botti di ex-bourbon con aggiunta di cannella e peperoncino chili. La ricetta della Judgment Day dovrebbe includere malti Two Row, Medium e Dark English Crystal, Special B, Chocolate e  frumento; luppoli sono Challenger ed E.K. Golding.  Completano la ricetta il lievito proprietario e l'aggiunta nel mosto di destrosio ed uvetta. Nel bicchiere si presenta di un color ambrato carico e piuttosto torbido sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma abbastanza grossolana e rapida nel dissolversi. L’aroma è intenso, caldo e avvolgente, ricco di bourbon e uvetta, prugna e ciliegia, frutti di bosco, vino fortificato; in sottofondo il peperoncino e qualche remota nota di cannella. Che si tratti di una “Quadrupel/Belgian Strong Dark Ale on steroids” è evidente dal primo sorso: siamo ben lontani dal mouthfeel di una Rochefort 10, per intenderci. La Track 8 è molto più viscosa e morbida, il suo passaggio accarezza e riscalda il palato con caramello e tanta uvetta, prugna e datteri, porto, bourbon: l’alcool è sempre ben presente ma non arriva mai a dare fastidio, asciuga il dolce e regala un lunghissimo retrogusto di bourbon e uvetta sotto spirito al termine del quale si manifesta anche il calore del peperoncino. Non è un mostro di complessità e di eleganza  ma è comunque una gran bella bevuta questa versione barricata della Judgment Day: potente, appagante, un po’ monotematica ma comunque una piacevolissima compagna che vi riscalderà sorso dopo sorso dal freddo dell’inverno. Il prezzo dello spettacolo è però piuttosto elevato e non del tutto giustificato.Formato: 37,5 cl.,  alc. 13.7%, lotto 2015, prezzo indicativo 18.00-20.00 Euro (beershop).NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Zure van Tildonk 2013 No.1

Il birrificio  Hof Ten Dormaal  si trova a Tildonk, nella municipalità di Haacht (Fiandre Orientali): una fattoria che è gestita da tre generazioni dalla famiglia Janssen che ospita anche un agriturismo.  Andre Janssen, ex-commercialista, era stato costretto ad abbandonare la sua attività a causa di un infarto e decide quindi di dedicarsi all’azienda di famiglia:  ai trenta ettari coltivati, principalmente cicoria e cereali, decide di affiancare la produzione di birra, una delle sue passioni.  Nel corso di un viaggio negli Stati Uniti acquista nel Montana un impianto da 16 ettolitri che viene trasportato in Belgio e messo in funziona con l’aiuto del consulente Peter Kindts. E’ lui a guidare i primi passi di Hof Ten Dormaal  che debutta nel 2009 con la Dormaal Amber, seguita l’anno successivo dalla Blond e, nel 2011, dalla Dormaal Wit Goud, la prima birra belga prodotta con cicoria; in attesa di avere una linea d’imbottigliamento, Janssen si rivolge a Frank Boon. L’orzo prodotto sui propri terreni viene fatto maltare e nel 2010 l’azienda agricola inizia anche a coltivare il luppolo, con lo scopo di arrivare ad essere completamente autosufficiente. Nel 2012 ecco i primi esperimenti con i lieviti selvaggi, le fermentazioni spontanee e gli invecchiamenti in botte: nel gennaio del 2015 un incendio colpisce il birrificio danneggiando parte degli impianti produttivi, distruggendo la linea d’imbottigliamento e rovinando quasi tutta la birra in magazzino. La ricostruzione, affidata ancora a Peter Kindts è l’occasione per sostituire l’impianto con uno più grande da 25 hl; quello usato viene venduto in Vietnam: a Tildonk la produzione riparte a settembre 2016.  Il birrificio – e la fattoria – sono visitabili tutti i sabati dalle 14 alle 18.La birra. Zure van Tildonk, ovvero “l’acida di Tildonk”: se non erro si trattava del primo esperimento acido di Hof Ten Dormaal, datato 2013. Il mosto fu versato in una ventina di secchi che vennero poi disseminati sul terreno della fattoria per l’inoculo dei lieviti e dei batteri naturalmente presenti nell’aria. Le migliori colture di lievito vennero poi utilizzate per creare il ceppo usato per la realizzazione della Zure van Tildonk. Se non erro la birra è poi stata fermentata in botti di legno presso le cantine del monastero di Engelburch, sul quale non sono riuscito a trovare nessuna notizia. Esisterà? Dorata e leggermente velata, forma un discreto cappello di schiuma biancastra dall'ottima persistenza. La componente funky/rustica dà subito il benvenuto trasportando idealmente chi ha il bicchiere in mano in una polverosa cantina nella quale ci sono profumi di legno e di muffa. Aprendo gli occhi arrivano profumi di arancia e pesca zuccherata, chiudendoli di nuovo c'è una surreale visione di fragola. Al palato ha una consistenza morbida e abbastanza sostenuta, se la si confronta con la tradizione belga: corpo medio, la giusta quantità di bollicine. La bevuta non brilla di pulito e risulta nel complesso un po' sgraziata e poco definita: ma quella che normalmente sarebbe una critica in questo caso diventa un elogio. Ne risulta una farmhouse ale ruspante, con l'acidità bilanciata da un dolce fruttato non ben identificabile che sembra suggerire pesca e arancia. La chiusura è secca, con un finale amaro molto leggero nel quale s'intravede qualche nota di scorza di limone e terrosa. L'alcool (6%) è quasi inavvertibile e la Zure van Tildonk rinfresca e disseta con grande efficacia.Non c'è grande profondità ma il risultato è comunque autentico e sincero: una birra rustica, piacevole, che parla di campagna e di un tempo andato che è ancora possibile ritrovare in alcuni villaggi del Belgio.Formato: 37.5 cl., alc. 6%. lotto 2013, scad. 12/2017, pagata 3,15 € (drink store, Belgio)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Paul-Bricius & C ‘Mpardist Ale 2010

Secondo i dati riportati da Microbirrifici.org Paul Bricius è uno dei più longevi birrifici artigianali siciliani, un primato condiviso assieme al brewpub La Caverna Del Mastro Birraio di Acireale. Correva l’anno 2004 quando Fabrizio Traina,  Paolo Trainito decisero di trasformare l’hobby dell’homebrewing in qualcosa di più grande e professionale: a Fabrizio l’onore e l’onere di ricoprire il ruolo di birraio, iniziato quasi per caso nel garage di casa quando nel 1995 acquistò per curiosità un kit da birra. Dopo un paio d’anni gli estratti furono abbandonati a favore dell’All Grain: fondamentale il coinvolgimento dell’amico Paolo che, titolare di un pastificio, disponeva di un macchinario che poteva servire a macinare il malto. Paul Bricius (ovvero Paolo e Fabrizio) apre le proprie porte nel 2004 a Vittoria (Ragusa) con un impianto progettato e costruito da soli, grazie l’aiuto di un fabbro: oltre ai due compagni di homebrewing c’è il socio Luigi Carrubba.  Da cinque anni il birrificio ha anche iniziato a coltivare il proprio orzo che viene poi fatto maltare altrove;  in oltre dieci anni d’attività l’offerta brassicola ha subito pochissimi cambiamenti e si compone di una “Special Ale” una Strong Dark Ale, una Strong Red Ale, una IGA prodotta con mosto di Nero d’Avola, un barley wine chiamato 'Mpardist Ale e una Belgian Strong Dark Ale prodotta in collaborazione con l’Abbazia di Monreale.La birra. Malto Maris Otter e luppoli inglesi sono le materie prima utilizzate per realizzare un potente (11%) barley wine chiamato 'Mpardist Ale. La bottiglia che andiamo a stappare fa parte di un lotto di 4554 esemplari prodotto nel 2010 e che ha dormito per qualche anno in cantina: immagino che ne siano stati poi realizzati altri lotti più recenti. A sette anni d’età la 'Mpardist di Paul Bricius si presente di torbido colore ambrato, piuttosto carico; la schiuma di modeste dimensioni e piuttosto grossolana, svanisce piuttosto rapidamente. Il naso, al di là delle inevitabili ossidazioni, è una piacevole sorpresa: caldo e intenso, con mela caramellata e pera a guidare le danze accompagnate da toffee, uvetta e datteri, marzapane, vino marsalato. In sottofondo cartone bagnato e qualche nota ematica non disturbano un bouquet aromatico comunque interessante anche se un po’ sbilanciato sull’asse mela-pera. La sensazione palatale è ancora solida: corpo medio, poche bollicine, bevuta potente sostenuta da una robusta gradazione alcolica che riscalda ogni sorso, a tratti bruciando un po’. Purtroppo il gusto non è interessante e ricco quanto l’aroma: caramello, uvetta e datteri sono a tratti soffocati dalla componente etilica, c’è qualche nota ematica e nel finale un pochino di cartone bagnato porta una lieve astringenza.  E’ un barley wine che si sorseggia senza particolari difficoltà e che riesce comunque a riscaldare e a coccolare in una fredda serata d’inverno; una componente aromatica molto interessante non trova adeguati riscontri in bocca dove la birra ha sicuramente già superato il suo picco e ha iniziato la sua inevitabile parabola discendente. Formato: 33 cl., alc. 11%, bottiglia 4216, imbott. 27/08/2010, scad. 01/08/2040.NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Pipeworks S’More Money, S’More Problems

La storia di Pipeworks, birrificio di Chicago, l’avevo già raccontata qualche mese fa. Beejay Oslon e Gerrit Lewis, entrambi devoti homebrewers e beergeeks, si conoscono mentre lavorano in un negozio di liquori e abbozzano l’idea di fondare un birrificio. Per raccogliere parte dei fondi necessari ad ottobre 2010 Oslon e Lewis lanciano un crowfunding su Kickstarter con l’obiettivo di racimolare i 30.000 dollari necessari per il trasferimento in locali commerciali e la messa in funzione dell’impianto che già possedevano. Pipeworks debutterà a marzo 2012 e nel 2015 si trasferirà poi in un nuovo capannone dove troverà posto il nuovo impianto da 35 ettolitri, frutto di un ambizioso piano di espansione finanziato con un mutuo ventennale da 1 milione di dollari circa. Ma torniamo alla campagna Kickstarter del 2010 che termina a gennaio 2011 raccogliendo  da 492 persone ben 10.000 dollari in più di quanto richiesto; a giugno Pipeworks annuncia di aver finalmente individuato la location giusti dove portare gli impianti: 1675 N Western Ave, Chicago. Tra le varie modalità di finanziamento (dai 5 ai 10.000 dollari) vi era un pacchetto  da 2.500 dollari che, tra vari benefit, includeva l’opportunità di creare la ricetta di una birra assieme ai birrai  e vedere il proprio nome pubblicato sulla etichetta. Quattro persone l’hanno sottoscritta, tra questi Keith Lonergan: a gennaio 2014 gli impegni vengono mantenuti con la messa in commercio della imperial stout chiamata S'more Money S'more Problems. Una “pastry stout” la cui ricetta prevede l’utilizzo di graham crackers, fave di cacao e vaniglia per tentare di ricreare nel bicchiere uno “s'more” (un marshmallow arrostito su di un falò e poi infilato dentro due graham crackers con un pezzetto di cioccolata). Un dolce ma – dicono i personaggi coinvolti nella realizzazione della birra – anche un ricordo delle serate passate in campeggio con gli Scouts a bere imperial stout davanti al fuoco. Da allora la imperial stout S'more Money S'more Problems è stata occasionalmente prodotta altre volte; difficile dire quando visto che Pipeworks non mette nessuna data sulle proprie bottiglie.La birra.Nel bicchiere è nera ma il suo aspetto  è un po’ penalizzato dalla pochezza della schiuma che si dissolve molto rapidamente. Nemmeno l’aroma è particolarmente goloso: c’è la vaniglia, ci sono i graham crackers, il “fumo del falò“ sconfina un po’ nella plastica bruciata, in sottofondo appare qualche nota di carne. Il mouthfeel è invece solidissimo: imperial stout potente e viscosa, poche bollicine, morbida anche senza dispensare particolare cremosità. Il gusto è un crescendo dolce di cioccolato e caramello, vaniglia e liquirizia, graham crackers: all’alcool (10%) il compito di riscaldare il bevitore e di attenuare un po’ la dolcezza, funzione alla quale contribuisce in chiusura l’amaro delle tostature e del cioccolato fondente. Liquirizia, frutta sotto spirito e cioccolato danno poi forma ad un lungo retrogusto delicatamente etilico che soddisfa e accompagna per molti minuti. La S'more Money S'more Problems è una birra-dessert (o pastry stout, se preferite usare una terminologia ora molto in voga) che pecca un po’ di pulizia e di eleganza, e che appare un po’ confusa in alcuni passaggi: nel complesso è comunque godibile, se vi piace il genere. Mettetevi comodi e sorseggiatela con calma al posto del dolce.Formato 65 cl., alc. 10%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicative 12 $  (food store, USA) NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Moor: Nor’Hop & Raw

Ritorna sul blog il birrificio inglese Moor, fondato nel 1996 da Freddy Walker, chiuso nel 2005 e poi rilevato nel 2007 dall’attuale proprietario Justin Hawke, un californiano la cui formazione brassicola è passata attraverso quattro anni in Germania nell’esercito americano, viaggi in Inghilterra assieme al padre a bere Real Ales e l’homebrewing a San Francisco. Hawke ha lentamente sostituito le birre della precedente gestione con ricette più moderne che utilizzano spesso luppoli extra-europei.  Sino al 2014 il birrificio ha operato negli edifici di un ex caseificio sperduto nella campagna del Somerset: in quell’anno è avvenuto finalmente il trasloco a Bristol, nel sobborgo industriale di St. Phillips, dove ha trovato posto il nuovo impianto da 20 barili, la nuova linea per la produzione di lattine e anche la “Brewery Tap”, aperta dal mercoledì alla domenica. Partiamo da una delle tre birre che il birrificio definisce “Ultra Pale Ales”, ovvero birre chiare, leggere, prodotte tutto l’anno e caratterizzata dall’utilizzo di diverse varietà di luppolo. La Union’Hop, come il nome può far intuire, è prodotta con materie prime inglesi; la So’Hop, precedentemente disponibile solo in autunno e nota con il nome Southern Star, utilizza luppoli provenienti dell’emisfero australe. La sua controparte che impiega un non specificato luppolo americano, anch’essa prodotta occasionalmente, era invece chiamata Northern Star. Nel 2012 cambia il nome in Nor’Hop e viene prodotta tutto l’anno.  Il suo colore è un bel dorato, leggermente velato e sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma dall’ottima persistenza. Al naso profumi floreali, di arancia e pompelmo, lemon grass, crackers, qualche lieve suggestione tropicale. Freschezza e pulizia non mancano ed è subito voglia di portare il bicchiere alle labbra: la bevuta è snella e leggera, scorrevolissima, senza nessuna debolezza acquosa. Una session beer (4.1%) “delicatamente intensa”, se mi passate il gioco di parole, dal carattere prevalentemente agrumato: la controparte è una lieve base maltata (crackers) e qualche nota dolce di frutta a pasta gialla e polpa d’arancia. Il finale è secco, l’amaro (zesty, erbaceo) è della giusta e moderata intensità per non stancare mai il palato e renderlo subito desideroso di un altro sorso. Molto pulita, fragrante ed elegante, la Nor’Hop può tenervi compagnia per tutta la giornata senza mai annoiarvi: utilizza luppoli americani con grande creanza e nel risultato finale troverete anche qualcosa che vi farà pensare alle Golden Ales inglesi. Raw è invece una bitter che fu in origine realizzata per essere una delle “house beers” dei pub Real Ale Weston e Royal Artillery Arms, ora purtroppo chiusi. I loro clienti già apprezzavano Merlin’s Magic, la bitter prodotta da Moor, e ne volevano una più luppolata: furono realizzate tre diverse birre sperimentali con da un diverso dry-hopping, la migliore delle quali venne poi chiamata Raw.Nel bicchiere si presenta abbastanza velata e di colore ambrato: la schiuma biancastra è perfetta, a trama fine, cremosa, compatta e molto persistente. Al naso, fresco e pulito, i delicati profumi di biscotto e caramello convivono con quelli di frutta secca e arancia: anteprima di un gusto che prosegue nella stessa direzione ma con maggior intensità.  Rispetto alla Nor’Hop la presenza dei malti è più evidente e c’è una maggior presenza a livello di sensazione palatale, pur mantenendo la stessa elevata facilità di bevuta. Biscotto e caramello sono perfettamente integrati al dolce della marmellata d’arancia, presente in maniera assolutamente delicata (non pensate al “marmellatone” delle IPA Americane “defunte”).  La chiusura è moderatamente amara, con note terrose e di frutta secca mentre nel retrogusto appare quel “nutty”  tipicamente britannico. Ottima intensità per una session beer (4.3%) che rispetta la tradizione “aggiornandola” con qualche nota fruttata in più. Aroma e gusto viaggiano in sintonia, ogni cosa è al posto giusto, ottima bevuta.Nel dettaglio: Nor'Hop, formato 33 cl., alc. 4.1%, lotto 845NH125, scad. 08/2018Raw, formato 33 cl., alc. 4.3%, lotto 838RAW114, scad. 08/2018NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Jolly Pumpkin Fuego del Otono 2016

Tra le cinque le succursali  del birrificio Jolly Pumpkin (Ann Arbor, Dexter,  Royal Oak, Detroit e Old Mission Peninsula) quest’ultima è indubbiamente quella che dovreste visitare in autunno: si tratta di una stretta striscia di terra che si addentra nel lago Michigan per una trentina di chilometri. A partire dalla fine di settembre, quando le temperature iniziano a diventare più rigide, i terreni ricchi di frutteti, vigneti, foreste e minuscoli villaggi regalano uno splendido panorama dipinto di giallo, arancio e rosso. Oltre che visitare i numerosi produttori di vino, non dimenticate di fare una sosta al brewpub di Jolly Pumpkin per assaggiare la loro birra stagionale chiamata  Fuego del Otoño, “fuoco dell’autunno”. Ron Jeffries, fondatore di Jolly Pumpkin, la definisce una “sour saison” che viene prodotta con un bouquet di spezie autunnali come castagne, anice stellato, zenzero cristallizzato, cannella; la ricetta si completa con malti Pilsner, Pale, Vienna, Crystal 75, Chocolate e frumento maltato, luppoli Perle e Willamette.  La Fuego del Otoño matura poi per sei mesi in botti di rovere. Quest’anno non credo sia stata ancora prodotta, quindi le ultime bottiglie in circolazione risalgono allo scorso ottobre, quando la vecchia etichetta era stata completamente rivisitata.La birra.Il suo color ambrato, impreziosito da riflessi ramati e dorati, ricorda effettivamente il foliage autunnale: la schiuma biancastra è cremosa e compatta e mostra un’ottima persistenza. Ad un anno dalla messa in bottiglia le spezie “autunnali” sembrano orami essere svanite e non vi è quasi più traccia della loro presenza (fortunatamente, aggiungerei): eccezione fatta per qualche nota di frutta secca, il bouquet non è diverso da quello di altre Jolly Pumpkin; funky, mela verde, limone, legno, una suggestione di Big Babol. Al palato l’acidità è abbastanza contenuta con un delicato tappeto caramellato che accompagna tutta la bevuta contrastando l’aspreza del limone e dell’uva; di spezie non vi è traccia, ci pensa il legno ad arricchire una birra che non scalda l’animo ma contibuisce a dissetarlo. Qualche spunto vinoso fa capolino più di una volta, il finale è delicatamente amaro distreggiandosi tra tannini, scorza di limone e note terrose.  Le delicate bollicine sembrano quasi accompagnare la contemplazione del paesaggio autunnale rinunciando alla vivacità delle giornate invernali trascorse sulle sponde del lago Michigan. Pulizia ed eleganza non mancano e questa Fuego del Otoño è una godibilissima saison, “sour ma con garbo”, che potete gustarvi in qualsiasi momento dell’anno. Formato: 75 cl., alc. 5.8%, IBU 22, imbottigliata 02/10/2016, prezzo indicativo 13.00-15.00 euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dunham Stout Impériale Russe

Ritorna sul blog il birrificio canadese Dunham che vi avevo presentato un anno e mezzo fa;  il brewpub-Brasserie nasce nel 2006 e viene poi rilevato nel 2010, sull’orlo del fallimento,  da una cordata d’imprenditori tra i quali Sébastien Gagnon, proprietario del Vice & Versa di Montreal, un bar che da anni offre una curata selezione di Craft Beer. La nuova proprietà investe per aumentare la capacità produttiva ma soprattutto la qualità,  portando in sala cottura il birraio Eloi Deit  e dandogli carta bianca nella realizzazione delle ricetta; in un paio d’anni Deit cancella le anonime birre che venivano prodotte e fa arrivare alla Brasserie Dunham le prime medaglie ai concorsi e i meno “ufficialI” apprezzamenti dai siti di beer-rating. Alla produzione di stili classici anglosassoni e belgi si è affiancata quella realizzata con lieviti selvaggi e quella degli affinamenti in botte: il distributore americano Shelton Brother non si è fatto sfuggire l’occasione di stringere un accordo commerciale soprattutto per quel che riguarda le Farmhouse Ales, che in negli Stati Uniti hanno una buona fetta di mercato disposto a pagare prezzi premium. Eloi Diet fa arrivare a Dunham centinaia di botti nelle quali mette a maturare o invecchiare diverse tipologie di birre inaugurando un ambizioso programma: le birre acide vengono anche mescolate con birre fresche dando il via ad una serie chiamata "Assemblage". Oltre ad un ulteriore espansione della capacità produttiva (sala cottura da 35 hl con un potenziale annuo di 3500 hl) Diet ha in mente di iniziare ad utilizzare foeders nei quali realizzare una serie di birre a fermentazione spontanea, sfruttando le caratteristiche microbiologiche dell'aria di Dunham, ricca di meleti.La birra.Debutta nel 2012 la prima imperial stout della Brasserie Dunham:  qualche anno dopo viene seguita dalla sua versione invecchiata in botti di whisky canadese, bourbon, tequila e da altre varianti che prevedono l’aggiunta dei soliti ingredienti che arricchiscono le imperial stout: caffè e vaniglia, per esempio. Impossibile risalire alla data di nascita di questa bottiglia che ha tuttavia passato un anno e mezzo nella mia cantina. Il suo colore è nero e quel “dito” di schiuma che si forma è veloce nel dissiparsi. Al naso coesistono intense tostature, caffè, caramello brunito, ricordi di cioccolato fondente e una nota di carne che tuttavia tende a scomparire con il passare di minuti: il tutto è avvolto da una percepibile componente etilica. L’aroma è pulito e abbastanza bilanciato nelle varie componenti. Al palato questa Stout Impériale Russe è gradevole e abbastanza morbida, leggermente oleosa in modo da scorrere senza particolari difficoltà: il corpo è medio.  La bevuta è potente, sospinta da un buon tenore alcolico (9%) che non intende nascondersi e da vigorose tostature: se si esclude la patina caramellata in sottofondo, il suo percorso è una progressione amara di torrefatto e caffè che trova il suo epilogo in un intenso finale potenziato dalla (ancora) generosa luppolatura. C’è anche spazio per qualche fugace suggestione di cioccolato fondente, poi il lungo viaggio nella buia notte si conclude con un caldo retrogusto etilico e torrefatto.Imperial Stout solida e dura, per palati tosti: anziché amicarsi chi ha il bicchiere il mano con inutili orpelli sembra quasi sfidarlo. In lei l’edonismo coincide con la sostanza.Formato: 34,1 cl., alc. 9%, lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.