DALLA CANTINA: J.W. Lees Harvest Ale (Sherry) 2005

La storia della Lees Brewery inizia nel 1828 quando “il pensionato” John Lees, dopo aver passato una vita a lavorare con il cotone, acquista un terreno a Middleton (Manchester) e fonda un birrificio. Nel 1876 l’azienda passa nella mani del nipote John William: è lui a rinominarla in JW Lees & Co. e soprattutto a progettare la nuova Greengate Brewery che ancora oggi, nella Middleton Junction, produce le birre JW Lees. La proprietà è ancora nella mani dei discendenti di sesto grado di John, ovvero Richard, Christopher, William, Simon, Michael e Christina Lees-Jones. L’azienda conta un migliaio di dipendenti, possiede anche 35 pub e ne controlla un altro centinaio; suoi anche due hotel (Alderley Edge e The Trearddur Bay), il distributore Willoughby’s Wine Merchants e l’importazione esclusiva nel Regno Unito della birra Bohemia Regent; nel 2015 JW Lees ha annunciato il fatturato record di 64 milioni di sterline, ottenuto principalmente proprio attraverso l’acquisizione e il rilancio di numerosi pub. Il piano industriale prevede il raggiungimento dei 100 milioni entro il 2020. Michael Lees-Jones è il birraio con il compito di continuare una tradizione che non guarda alle mode del momento: le flagship beers, disponibili in cask e bottiglia, sono la MPA – Manchester Pale Ale,  le bitter JW Lees e John Willies, la dark ale Moonraker e la strong ale  Manchester Star. Oggi voglio però parlare di un’altra “stella”, quella chiamata Harvest Ale. Si tratta di un barley wine (11.5%) che viene prodotto solamente una volta l’anno e messo in vendita a partire dal 1 dicembre. Il nome deriva dal fatto che per produrla viene utilizzato solamente il primo raccolto dell’anno di luppolo East Kent Goldings e anche – dicono – il primo "raccolto" di orzo/malto Maris Otter: ricetta semplice, monomalto e monoluppolo, che lascia al lievito inglese della casa il compito di farla fermentare nelle vasche aperte di rame costruite nel 1876.  Si dice che l’idea per la birra nacque nel corso di una lunga chiacchierata dopocena tra Richard Lees-Jones, a quel tempo presidente dell’azienda, ed il birraio Giles Dennis: entrambi si trovavano ad una riunione della Brewers Association a Blackpool. Non si porta dietro la fama della Thomas Hardys Ale ma la Harvest Ale di JW Lees è un barley wine capace di invecchiamenti altrettanto prolungati e, soprattutto, di regalare analoghe (se non superiori) soddisfazioni ed emozioni. Non è una birra moderna e non viene importata in Italia: la si può trovare nella madre patria o  (a volte con sorprendente facilità) negli Stati Uniti dove vengono destinate la maggior parte delle bottiglie, soprattutto nelle più rare versioni affinate in botte (Porto, Sherry, Lagavulin).La birra. Prodotta nel 2005, questa versione della Harvest Lee ha poi riposato per quattro mesi in cask di legno che avevano in precedenza ospitato Willoughby Rayoso Cream Sherry; queste sono le uniche informazioni che sono riuscito a reperire in internet. L’ho incrociata per  caso – assieme ad altre versioni - qualche anno fa in un supermercato americano a Las Vegas: un contrasto con la realtà circostante quasi stridente. Quando sei negli Stati Uniti pensi solamente alle birre locali, ma era per me impossibile non mettere nella valigia almeno una di quelle Harvest Ale prodotte ben nove anni prima, anche se consapevole dei rischi collegati al “vintage”. Ambrata, più che schiuma genera una disordinata serie di bolle biancastre e piuttosto rapide a scomparire. Caldo, dolce ed avvolgente, l’aroma apre con sensuali note di sherry, toffee ed uvetta, prugna: ma è un percorso tutto da scoprire che con il passare dei minuti fa emergere anche profumi di legno e ciliegia, miele, liquirizia, un filo di fumo. Le note ossidative (lieve cartone bagnato, sangue) sono sorprendentemente nascoste nel vino liquoroso e non intaccano per nulla la piacevolezza dello splendido aroma. Al palato è praticamente piatta  ed ha una consistenza media che sorprende (di nuovo!) per essere completamente priva di eccessi sciropposi nella sua dolcezza. La bevuta è straordinariamente morbida e calda, evoca sensazioni del tutto paragonabili a quelle di un grande vino fortificato che hai deciso di scegliere come compagno per chiudere una giornata: lunga, a tratti quasi infinita, questa bottiglia di Harvest Ale ammalia con il suo sherry e con un percorso gustativo assolutamente coerente con l’aroma e mostra in alcuni passaggi una freschezza (ovvero una lieve acidità) quasi incredibile per una birra di dodici anni.  Senza mai eccedere l’alcool riscalda e rincuora, sorso dopo sorso, mentre l’occhio osserva già con un velo di tristezza il bicchiere che lentamente inizia a svuotarsi. Bottiglia in stato di grazia, invecchiata miracolosamente bene e che sembra di poter andare ancora oltre; se nella birra ci sono poesia ed emozioni, questo è un piccolo scrigno dal quale attingere a piene mani. Una bevuta al di fuori dal tempo, indimenticabile, di quelle che ti lasciano con il cuore infranto ma felice: ogni sorso una piccola morte.Formato: 27,5 cl., alc. 11,5%, anno 2005, pagata 11,99 dollari (food store, USA)

Cigar City 110K+OT Batch #9

110K+OT, ovvero 110.000 dollari l’anno più straordinari: è questo il nome piuttosto originale scelto dal birrificio di Tampa (Florida) Cigar City fondato nel 2009 da Joey Redner e guidato dal birraio Wayne Wambles. La storia l’avevo riassunta qui.  Il birrificio si limita a dare qualche informazione criptica sull’etichetta della birra: “è più di quanto ti meriti. Molto di più. E ancora un po’ di più. Se hai bisogno di altre informazioni su cosa significhi 100K+OT,  va' su ratebeer.com, creati un account e chiedi scrivendo in maiuscolo “CHE COS’E’ 100K+OT”? Il tutto sembra risalire a dicembre 2006 quando sul forum del popolare sito di beer-rating un utente chiamato Cobra apre una discussione intitolata “quanto guadagnate?” vantandosi di guadagnare 110.000 dollari l’anno straordinari esclusi. L’utente venne ovviamente subito sbeffeggiato dagli altri forumisti che iniziarono a prenderlo in giro sottolineandone ad ogni occasione la sua stupidità in molte altre conversazioni che sono poi state riunite in questa pagina.  A Wayne Wambles, birraio di Cigar City e frequentatore di Ratebeer, la cosa non sfuggì e decise addirittura di dedicare una birra al “lavoratore che ha gusto per le belle cose della vita e al suo stipendio che gli permette di ottenerle”.  La 110K+OT vede la luce per la prima volta nel 2009 come produzione “one shot”:  una potente smoked beer (11.4%) descritta come “non è adatta  per chi vomita al college o per le femminucce che non hanno ancora lavorato un solo giorno della loro vita. E non è neppure una birra per l’uomo comune. E’ una birra per l’uomo che lavora duro e che è arrivato. Se i tuoi stivali hanno la punta d’acciaio, torna quando ce l’avranno dorata”. Nel 2009 viene realizzato il Batch #2, un’imperial stout (11.4%) invecchiata su chips di cedro spagnolo, nel 2010 arriva una Double IPA (10%), nel 2011 una Imperial Amber Ale (10.1%) e nel 2012 una Double IPA (11%) con curacao.  Il Batch #6 del 2013 è una imperial stout (11%) ai lamponi ed invecchiata in botti di Porto, mentre nel 2014 tocca ad una Imperial Chocolate Porter (12%); il Batch #8 del 2015 ha visto il ritorno di una Double IPA (10%) mentre l’ultima edizione dello scorso anno, commercializzata in dicembre, è stata una Imperial Brown Ale, anzi per la precisione una Imperial Oatmeal Raisin Cookie Brown Ale.La birra.Avena, uvetta, vaniglia e cannella: questi gli ingredienti aggiunti alla base di una potente (9.8%) Brown Ale che dà forma al Batch #9 della 110K+OT di Cigar City. Il bicchiere si veste del colore della tonaca del frate, la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza.  Il naso è ricco e piuttosto complesso, ma l’eleganza potrebbe essere migliore: domina l’uvetta alla quale s’affiancano i profumi di vaniglia, pan di spagna, prugna e quel biscotto alla cannella (speculoos) che chiama in causa il Belgio e alcune Quadrupel. La sensazione palatale è davvero notevole, con l’avena che dona una morbidissima cremosità a questa Imperial Brown Ale: poche bollicine, corpo medio, la scorrevolezza è ottima, considerato l’elevato tenore alcolico. La bevuta prosegue dritta sulla strada del dolce ricalcando l’aroma con corrispondenza quasi perfetta, con il dominio di  uvetta e frutta sotto spirito; la manca forse un po’ d’amaro finale, ma in soccorso alle delicate tostature del pane arriva l’alcool a contrastare l’importante componente zuccherina di questa birra. Chiude piuttosto lunga, ricca di frutta sotto spirito impreziosita da un tocco di cioccolato e di vaniglia. Imperial Brown Ale molto intensa e potente, nella quale la componente alcolica è ben controllata e riscalda senza mai esagerare: tanta roba ma anche tanto dolce da prendere in piccole dosi. Almeno per me, un bicchiere è più che sufficiente a soddisfare e a sopprimere sul nascere la necessità di andare oltre.Formato: 65 cl., alc. 9.8%, IBU 59, imbott.  16/12/2016, prezzo indicativo 26,00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bevog Baja Oatmeal Stout

E’ sempre un piacere ospitare Bevog, birrificio in territorio austriaco (Bad Radkersburg) ma guidato dallo sloveno Vasja Golar che ha bypassato la lenta burocrazia del suo paese spostandosi a produrre a tre chilometri da casa (Gornja Radgona) in Austria.  Dal 2013 Bevog ha visto una crescita costante che lo ha portato nel 2016 a produrre circa 7000 ettolitri con il suo impianto da 15 hl. Negli ultimi mesi il birrificio ha fatto un restyling del proprio sito  per rendere più chiaro il modo in cui è suddivisa la gamma produttiva: la Monster Line comprende le birre disponibili tutto l’anno, ovvero Tak, Ond, Kramah, Baja, Deetz e Rudeen. Inutile chiedersi il significato di questi nomi, che secondo quanto dichiara Golar non significano assolutamente nulla ma corrispondono a quelli che avevo dato alle proprie birre nel corso degli esperimenti casalinghi; le etichette propongono invece delle strane creature a metà strada tra il mitologico, il fantastico ed il fumetto e sono realizzate dall’artista croato Filip Burburan, ispirato da alcuni scritti del nonno di  Golar, un poeta/scrittore abbastanza conosciuto a Gornja Radgona. Sotto l’ombrello della Who Cares Editions rientrano invece le birre che vengono realizzate di tanto in tanto: possono essere prodotti stagionali o prototipali, questi ultimi con lo scopo di valutare il feedback dei clienti e decidere se tornarli a riproporre in futuro.  I (pochi, fin’ora) invecchiamenti in botte sono invece stati raggruppati nella gamma Paper Bag, in quanto le bottiglie sono incartate. Alcune birre della Monster Line sono anche disponibili presso la Grande Distribuzione austriaca ma, devo purtroppo ammettere, le lattine che mi sono capitate tra le mani non erano certamente un elogio alla freschezza.La birra.E’ per ancora disponibile solo in bottiglia la Otameal Stout chiamata Baja, ovvero prodotta con una percentuale d’avena. Nera e impenetrabile alla luce, genera una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma predilige la semplicità e lo fa con grande pulizia ed anche eleganza: orzo tostato, pane tostato e caffè si dividono il palcoscenico, lasciando al naso il divertimento di scorgere in secondo piano accenni di cuoio, pelle, tabacco. Poche bollicine, corpo medio, una leggera carezza al palato grazie all’utilizzo di avena: quella di Bevog è una stout pulita e piuttosto bilanciata che scorre senza intoppi rivelando un’ottima intensità fatta di orzo tostato e caffè, qualche accenno di liquirizia e cioccolato, ben bilanciati dal dolce del caramello e da una lieve acidità donata dai malti scuri. Nel finale s’intensifica un po’ l’amaro del caffè e delle tostature a completare una stout davvero ben fatta e pulita, semplice ed essenziale, intensa e facile da bere al tempi stesso. Per essere soddisfatti a volte basta davvero poco e questo ne è un esempio. Nel dettaglio: formato 33 cl., alc. 5.8%, IBU 29, scad. 13/09/2017, prezzo indicativo 4.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mukkeller Devastator Doppelbock

Torniamo a parlare di Mukkeller, "birrificio familiare" che ha debuttato nell’agosto 2010 a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche e che avevamo incontrato sul blog un paio di mesi fa con la Double IPA Hattori Hanzo. Mukkeller è Marco Raffaeli: "mukka" è il suo soprannome sin da bambino al quale lui ha voluto affiancare lo stile brassicolo da lui prediletto: le Kellerbier tedesche. Il suo è un percorso che accomuna quello di molti birrai c che parte dalle prime birre da kit fatte in casa per "evolversi" nelle produzioni all-grain, passando dalle pentole ad un mini impianto professionale. I genitori vanno in pensione e cessano l’attività di famiglia: per Marco è il momento di diventare imprenditore di se stesso e, dopo alcuni stage presso microbirrifici italiani parte l’avventura Mukkeller. Nel birrificio “familiare” fa quasi tutto da solo con l’aiuto del fratello e del padre, che assieme a lui imbottigliano le prime cotte: la tradizione tedesca è quella che guida i primi passi ma ben presto arrivano anche i luppoli americani, il Belgio e l’Inghilterra. E Mukkeller ha svolto un bel percorso di crescita che gli ha portato numerosi riconoscimenti a Birra dell'Anno: nelle rispettive categorie d’appartenenza, nel 2015 ha ottenuto un secondo posto la Double IPA Hattori Hanzo, poi terza nell'edizione 2016. Lo scorso febbraio è invece arrivato il secondo posto della brown porter Corva Nera; l'unico oro è stato ottenuto nel 2016 dalla doppelbock Devastator nella categoria 4 "Alta e bassa fermentazione, alto grado alcolico, di ispirazione tedesca", che ha battuto la Pozzo 5 del Birrificio 4 Mori e la Amber Shock del Birrificio Italiano.La birra.Eccola qui la doppelbock di Mukkeller, nel classico formato tedesco da mezzo litro e con il nome che ha il tipico suffisso "-ator", omaggiando quella che è ritenuta la capostipite dello stile, ovvero la Salvator di Paulaner. Il suo colore è un ebano piuttosto scuro che viene alleggerito da venature rossastre: cremosa e compatta, la schiuma è piuttosto generosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso è dolce, ricco e pulito: caramello, pan di spagna, pane leggermente tostato, prugna e uvetta, frutta sotto spirito, accenni di ciliegia sciroppata. E' un anticipo di quello che si ritrova poi al palato, in una doppelbock intensa che tuttavia non riesce a nascondere l'alcool come fanno le sue sorelle tedesche: la scorrevolezza non è quindi esemplare e anche a livello tattile questa Devastator è un po' più "ingombrante". La bevuta dapprima ricalca fedelmente l'aroma per poi chiudere con una nota amaricante (terrosa, frutta secca) la cui intensità va forse un po' oltre le righe e non brilla per eleganza; il retrogusto è caldo di un alcool che in alcuni frangenti un po' brucia ma che regala un lunghissimo finale ricco di caramello e frutta sotto spirito. Una birra molto potente che, come detto, sacrifica un po' bevibilità, pulizia ed eleganza in favore dei muscoli: si sorseggia tuttavia con gusto e piacere anche se con una velocità molto più lenta rispetto agli standard della tradizione tedesca. Devastator di nome ed anche un po' di fatto.Formato: 50 cl., alc. 8.7%, lotto 16339, scad. 12/2017, prezzo indicativo 6.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Dry & Bitter Fat & Fruity

Fino a qualche tempo fa la Danimarca della craft beer era principalmente la terra delle beerfirm: Mikkeller e To Øl e Beer Here (ed Evil Twin, prima del trasferimento negli Stati Uniti) hanno per anni dominato una scena che vedeva attivi un centinaio di microbirrifici principalmente dediti a seguire la tradizione tedesca e le basse fermentazioni. Le uniche eccezioni erano rappresentate da Hornbeer, Fanø e soprattutto Amager: è allora bello veder spuntare della facce nuove, sopratutto se associate a prodotti qualitativamente validi. Tra questi devo citare i birrifici Alefarm e Dry & Bitter, quest'ultimo già incontrato in questa occasione.Tecnicamente anche Dry & Bitter sarebbe una beerfirm, visto che produce sugli impianti della Ølkollektivet: ma siccome i proprietari del birrificio sono gli stessi della beerfirm (nonché del Fermentoren, pub con 24 spine dedicate al craft a Copenhagen) direi che in questo caso si può anche chiudere un occhio e considerare Dry & Bitter un birrificio che ha debuttato nella primavera del 2015. Cinquanta birre realizzate nel primo anno di vita, al solito ritmo frenetico che soddisfa la ricerca di novità dei beer-raters. A queste se ne aggiungono altre sei prodotte nel 2017: l'American Pale Ale Body Pillow, le IPA Fat & Fruity e Disobedience, la sour Pale Blue Dot e le collaborazioni con i birrifici Cloudwater (UK) e Beer Garage (Spagna).La birra.La IPA Fat & Fruity viene presentata lo scorso marzo come la sorella "più leggera" di un'altra IPA chiamata Dank & Juicy: sono stati utilizzati avena e frumento per dare una sensazione palatale più cremosa e morbida. I luppoli che scendono in campo sono Mosaic, Simcoe, Eukanot e Citra.Il suo colore velato è dorato, sormontato da una cremosa e compatta testa di schiuma bianca dall'ottima persistenza. Il naso evidenzia fragranza, pulizia e quella freschezza derivante dalla messa in bottiglia avvenuta poco più di un mese fa; ananas, litchi e mango, cedro e lime, un tocco dank in sottofondo. La sensazione palatale è davvero ottima: l'avena la rende morbida, quasi cremosa, la scorrevolezza non è mai intralciata, le bollicine sono in quantità giusta. I malti (pane e miele) non reclamano un ruolo da protagonisti ma svolgono solamente la funzione di supportare una luppolatura che apporta inizialmente un bel fruttato tropicale (ananas e mango) per poi evolvere in un finale amaro che passa dal pompelmo alla resina. Molto pulita e caratterizzata da un buon livello di eleganza, la Fat & Fruity è una IPA che non regala molte emozioni ma che è sicuramente ben fatta. Secca, fruttata e succosa con criterio, ovvero senza avvicinarsi agli estremi del succo di frutta, regala una bella bevuta ricca di soddisfazioni. Se amate le IPA italiane di Hammer, vi sentirete abbastanza a vostro agio anche nello stappare questa di Dry & Bitter.Formato: 33 cl., alc. 6.2%, imbott. 16/03/2017, scad. 16/03/2018, prezzo indicativo 4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

HOMEBREWED! Birrificio del Molino: Flamethrower – Chili Red IPA

Ritorna dopo una pausa di un semestre HOMEBREWED!,  lo spazio dedicato alle vostre produzioni casalinghe. Assenza dovuta esclusivamente alla mancanza di materia prima, ovvero birra: rinnovo quindi l’invito a chiunque abbia voglia di partecipare e spedire qualche bottiglia prima del caldo estivo. Oggi ringrazio il “Birrificio” del Molino per aver riportato in vita la rubrica ed avermi inviato qualche bottiglia da assaggiare. Prima di bere, un po’ di storia. Il birrificio casalingo nasce a novembre 2013  in un piccolo paesino in provincia di Ascoli Piceno. Mi confessa Leonardo Tufoni, promotore dell’homebrewing assieme a quattro alcuni amici, di aver iniziato in casa con i kit quasi nello stesso momento in cui si appassionava di birra “artigianale”, senza aver quindi grossa esperienza a riguardo: ad introdurlo in questo mondo è stato l’amaro trovato in una una bottiglia di  Nøgne Ø #100 bevuta ad un festival locale. I primi tentativi con i kit non vanno molto bene,  le birre sono quasi imbevibili (“la prima sapeva di vino, la seconda di morte”) e la maggior parte dei compagni di homebrewing decidono d'abbandonare la nave;  ma Leonardo e l’amico Matteo Catalini non si perdono d’animo e decidono di perseverare documentandosi su libri, forum e Youtube. Le produzioni in kit iniziano a migliorare e allora si passa all’E+G e poi rapidamente all’All Grain, metodo BIAB:  per mettere assieme il budget necessario all’acquisto delle attrezzature e delle materie prime arriva ad aiutarli l’amico Matteo Pulcini. Nei tre anni d’attività il birrificio casalingo realizza oltre 60 cotte cimentandosi su moltissimi stili,  alternando agli inevitabili insuccessi anche le soddisfazioni che arrivano dai riconoscimenti nei  concorsi per homebrewers ai quali iscrivono le birre: 2° posto a Brassare romano 2015, 1° posto a Brassare romano 2016, 2° posto al concorso 2016 organizzato da Birrando S’Impara,  2° posto alla Guerra dei cloni 2016 di Mobi (con il clone della Fleur Sofronia di MC-77), 2° posto alla prima tappa del campionato nazionale Mobi 2017 (con la Red IPA Flamethrower). Ed è proprio questa birra che vado a stappare.La birra.Malti  Pilsner, Carared, Carafa III special, luppolo Chinook e lievito Fermentis US-05: quiesti gli ingredienti utilizzati per una Red IPA che vede però come vero protagonista il peperoncino jalapeño. La fotografia la rende molto più scura di quanto non sia nella realtà: il suo colore è ambrato carico con riflessi ramati e rossastri, mentre la schiuma ocra, cremosa, fine e compatta, rivela un'ottima persistenza. I tre mesi e mezzo passati dall'imbottigliamento hanno forse un po' ridotto l'intensità dell'aroma che è comunque pulito: al piccante del peperoncino risponde il dolce della frutta tropicale con papaia, passion fruit, pompelmo e, in sottofondo, bubblegum alla fragola/lampone. Al palato è piuttosto gradevole: corpo medio, il giusto livello di bollicine, scorrevolezza  che non sacrifica del tutto la morbidezza. Nel bicchiere c'è una "Chili Red Ipa" di nome e di fatto: il "rosso" oltre al piccante parla del caramello che, assieme al dolce della frutta tropicale, costituisce l'antagonista ad un peperoncino che entra in scena a metà bevuta senza farsi pregare. La birra diventa subito calda e piccante, mentre in sottofondo si fa strada l'amaro resinoso del luppolo e delle delicate tostature (pane). Ammetto di non amare il piccante e di non mangiare quasi mai piccante: nella birra tuttavia non mi dispiace, e questa Flamethrower prende dei rischi ma funziona proprio bene. Il dolce della frutta tropicale è un azzeccato contrasto al piccante del jalapeño, l''amaro rimane in sottofondo senza rubare la scena al peperoncino ed il finale è una lunga scia calda e piccante che riscalda bocca, esofago e stomaco.Nessun difetto e buon livello di pulizia in una birra davvero ben fatta: per il mio gusto il piccante va un po' oltre il limite, ma ovviamente la mia percezione dell'intensità è influenzata dal fatto di non frequentarlo quasi mai. I miei complimenti a Leonardo ed amici per una birra molto buona ed i miei ringraziamenti per avermela fatta assaggiare.Questa la  valutazione su scala BJCP:  38/50 (Aroma 8/12, Aspetto 3/3, Gusto 15/20, Mouthfeel 4/5, impressione generale 8/10). Formato: 33 cl., alc. 7%, imbottigliata 15/01/2017.

Ironfire Vicious Disposition

San Diego è una delle capitali mondiali della birra “di qualità” ma è anche un luogo piuttosto saturo e competitivo per chi vuole aprire un birrificio: meglio spostarsi un po’ lontano, magari un centinaio di chilometri a nord. E’ quello che hanno deciso John Maino e Greg Webb quando hanno elaborato il business plan per il loro birrificio, Ironfire Brewing Company.  Maino, nativo della contea di San Diego, dopo aver terminato il college sceglie d’intraprendere la carriera del birraio trovando posto presso Ballast Point; sei anni passati a lavorare nel team dei birrai di uno dei protagonisti della Craft Beer Revolution.  Webb, nato invece sulla costa ad est, arriva a San Diego nel 2004 iniziando a fare il barista presso un brewpub: dal servire la birra al provare a farla – anche tra le mura domestiche - il passo è breve. Anche lui viene assunto da Ballast Point e in sei anni fa un percorso analogo a quello di John: inizia come lavafusti per poi passare in sala cottura. I due diventano amici e nel 2011 ritengono di aver maturato l’esperienza necessaria per mettersi in proprio. Da San Diego quindi un pezzo di Ballast Point si sposta a Temecula, una città che non è ancora affollata di birrifici e che si trova comunque sempre nella Contea di San Diego: a quel tempo era presente solamente Black Market, attiva dal 2009. Aiutati dal birraio Alec Clifton aprono nella primavera del 2012 le porte della Ironfire Brewing che dispone di un impianto Premier Stainless da circa 20 ettolitri:  nel giro di dodici mesi a Temecula arrivano anche Refuge Brewing, Aftershock, Wiens, Garage Brewing, Relentless e una succursale-brewpub  di Karl Strauss.  Il nome scelto deriva dal modo di dire “iron in the fire”, che equivale al nostro “molta carne al fuoco”: un riferimento agli anni passati da Maino e Webb ad elaborare il loro business plan.  In quattro anni d’attività il birrificio realizza un’ottantina di etichette delle quali solo cinque vengono prodotte regolarmente tutto l’anno: oltre alla flagship 51/50 IPA ci sono la 6 Killer Stout, la Gunslinger Gold, la Synner Pale Ale e la Vicious Disposition porter che andiamo a stappare.La birra.Ironfire ha scelto il “western” per la propria identità visiva, decorando a tema la propria taproom e scegliendo uno scheletro travestito da cowboy come protagonista di tutte le etichette stampate al laser sulle bottiglie: ogni immagine raffigura diversi momenti della vita di questo cowboy “morto”. Vicious Disposition è una imperial porter (9%) che viene prodotta con aggiunta di miele d’avocado. Nera, forma nel bicchiere una bella testa di schiuma cremosa e compatta, dall’ottima persistenza. L’aroma è ricco, dolce e goloso: nocciola, frutta secca, cioccolato al latte, orzo tostato, caffèlatte, miele e melassa, accenni di vaniglia; intensità e pulizia ci sono, l’eleganza non è la sua caratteristica principale ma è comunque una birra molto gradevole da “annusare”.  Al palato viene privilegiata la scorrevolezza senza cercare un mouthfeel particolarmente morbido o cremoso: corpo medio, poche bollicine, consistenza leggermente oleosa che è forse un po' troppo debole in un birra dal contenuto alcolico importante. Il gusto è un po’ meno ricco rispetto all’aroma e, soprattutto, indugia molto meno sul dolce: rimangono in sottofondo caramello e cioccolato al latte a supportare caffè e tostature la cui intensità cresce rapidamente sino a farle diventare protagoniste della bevuta.  Il finale è lungo e amaro, ricco del torrefatto dei malti e del terroso dei luppoli e riscaldato da un delicato tepore etilico.  Convince di più al naso che al palato, anche per quel che riguarda la pulizia, ma la Vicious Disposition di Ironfire è comunque una imperial porter facile da bere, bilanciata e piuttosto soddisfacente, anche se avara nel dispensare emozioni.Formato:  65 cl., alc. 9%. lotto e scadenza non riportati, prezzo indicativo 13,00-15,00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio WAR: Babau & Zelda

WAR, non “guerra” ma acronimo di We Are Rising ovvero “ci ribelliamo”: questo il nome scelto dal birrificio che apre le porte negli ultimi mesi del 2016 a  Cassina de’ Pecchi, una ventina di chilometri ad est di Milano. WAR viene fondato da Francesco Radaelli all’interno dell’azienda agricola che la famiglia gestisce da sei generazioni, la Cascina San Moro. I lavori di ristrutturazione dei fabbricati rurali iniziati nel 2005 hanno dapprima visto la nascita dell’agriturismo San Moro che offre in affitto camere ed appartamenti in un contesto tranquillo dotato di ampi spazi comuni all’aperto, inclusa una bella piscina. Quello che un tempo era il capanno degli attrezzi è l’edificio scelto per ospitare il microbirrificio  con impianto Eco Brew Tech di Conegliano Veneto:  sala cottura di 5 hl, tre fermentatori dalla capacità di 10 hl, una sala di rifermentazione ed una cella frigo per lo stoccaggio. Il ruolo di birraio è stato affidato a Davide Galliussi, udinese classe 1988 che, dopo il diploma alla VLB di Berlino ha lavora come birraio in un brewpub inglese. L’azienda Cascina San Moro produce anche l’orzo che viene poi maltato ed utilizzato per la produzione della birre, e sono al momento sei quelle disponibili:  Fuji (American Amber Ale), Amen (IPA), Miami82 (Golden Ale), Zelda (Bitter), Babau (Porter) e Helleboro (Blanche). Le grafiche semplici ma ben curate sono state realizzate da Elisa Previtali.Le birre.Partiamo dalla Babau, una porter che colora il bicchiere di ebano scurissimo impreziosendolo con lucenti riflessi rossastri; la schiuma è cremosa e compatta ed ha una buona persistenza. Al naso orzo tostato  e caffè, in secondo piano gli esteri fruttati (mirtillo) e qualche accenno “fumoso” di cenere:  il tutto viene realizzato con pulizia ed un buon livello d’intensità.  Il gusto segue abbastanza fedelmente l’aroma, riproponendo generose tostature e caffè sostenute da una base dolce caramellata; in secondo piano liquirizia e cioccolato fondente compongono una bevuta intensa a fronte di un contenuto alcolico contenuto (5%). Abbastanza bene la pulizia, un pochino sottotono il finale nel quale la birra perde un po’ di vigore e evidenzia una leggerissima astringenza: una porter comunque di buon livello, con intense tostature e un’ottima bevibilità. Da affinare ulteriormente pulizia ed eleganza, ma credo sia un fatto quasi inevitabile considerando che il birrificio è partito da pochi mesi.Mi convince invece di meno la bitter chiamata Zelda, uno stile che (purtroppo) in Italia non è molto frequentato dai birrai:  ben vengano le classiche bitter inglesi! Ambrata con venature più chiare ramate, forma una discreta testa di schiuma color ocra, cremosa e compatta.  Accanto ai tradizionali profumi di biscotto e frutta secca, al naso c’è una marcata nota di cereale (immaginate di mettere il naso dentro ad un sacchetto di muesli) e, in sottofondo, un filo di gomma bruciata. Il cereale è piuttosto invadente anche in bocca, accompagnando sempre caramello, biscotto, marmellata d’agrumi e qualche accenno di frutta tropicale; anche qui c’è una leggera astringenza nel finale amaro caratterizzato da note terrose e di frutta secca. Nel retrogusto, manco a dirlo, ritorna il cereale.  Il profilo aromatico è abbastanza sporco e di bassa intensità, meglio il gusto dove in mezzo al cereale s’intravede una buona idea di bitter. Per quello che ho assaggiato in questa bottiglia ci sono però ancora molte cose da rivedere per dare forma compiuta ad una session beer da pub che ti può tenere compagnia per tutta la serata, pinta dopo pinta, senza mai stancarti.  Nel dettaglio:Babau, formato 33 cl., alc. 5%, IBU 25, lotto 217, scad. 31/12/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop).Zelda, formato 33 cl., alc. 4.2%, IBU 40, lotto 316,  scad. 31/12/2017, prezzo indicativo 4.00-4.50 euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Nomad Choc-Wort Orange

Il birrificio australiano Nomad Brewing l'avevamo incontrato per la prima volta giusto un anno fa. Un progetto nato dall’incontro tra Leonardo Di Vincenzo (Birra del Borgo), Kerrie Abba e Johnny Latta di Experience It Beverages, importatore di bevande con sede a Sidney; la coppia australiana viveva in Italia ed aveva iniziato un'attività di importazione di vini italiani nell'emisfero australe, venendo poi in contatto anche con la nostra scena brassicola. Birra del Borgo è uno dei primi marchi che gli australiani decidono di aggiungere alla propria gamma. Di Vincenzo venne invitato in Australia a partecipare ad alcuni eventi tra i quali la Good Beer Week di Melbourne, finendo con l'innamorarsi della terra dei canguri.  Tra una pinta e l'altra, tra Di Vincenzo ed i Latta nasce l'idea di mettere in piedi un microbirrificio a Brookvale, sobborgo che si trova quindici chilometri a nord di Sidney. L'annuncio della nascita del progetto Nomad Brewing viene dato a febbraio del 2014 e la prima birra viene ufficialmente spillata a fine luglio 2014. Alla guida dell'impianto c'è il birraio Brooks Caretta - birraio nomade - ex di Birra del Borgo e responsabile anche della "partenza" delle birrerie a Eataly New York ed a Eataly Roma, progetti che vedono entrambi Di Vincenzo come socio. Per chi di voi se lo stesso domandando, il birrificio Nomad è rimasto estraneo alle vicende commerciali che hanno visto protagonista Birra del Borgo nell'aprile dello scorso anno, ovvero la vendita alla multinazionale Ab-Inbev: da quanto ne so Di Vincenzo continua ad esserne socio per ricoprendo contemporaneamente la carica di amministratore delegato di Birra del Borgo.La birra.A Clockwork Orange, Arancia Meccanica: libro (1962) di Anthony Burgess e film (1971) di Stanley Kubrick. Mettete in una imperial stout della scorza d'arancia ed otterrete una Choc-Wort Orange, almeno secondo le intenzioni di Nomad: è la prima imperial stout prodotta dal birrificio australiano ed è una produzione occasionale, ossia non disponibile tutto l'anno. D'impatto è l'etichetta disegnata da Alex Latham, giovane artista emergente di Sidney: le teste dei quattro drughi di Arancia Meccanica qui sono state sostituite da arance.Il suo colore è pressoché nero e forma una generosa testa di schiuma compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è tuttavia altrettanto "goloso" quanto l'aspetto: l'intensità è molto modesta, la pulizia è poca e si fa davvero fatica a trovare quello che il nome della birra promette, ovvero  cioccolato ed arancia. Ci sono tostature, qualche traccia di caffè, cenere, forse liquirizia: siamo davvero ai minimi termini. Al palato le cose vanno un pochino meglio, ma anche qui la pulizia è tutt'altro che eccellente: un po' di caramello ed un accenno d'arancia supportano le decise tostature che caratterizzano la spina dorsale di una imperial stout per nulla ingombrante e che scorre piuttosto bene. Se cercate però una sensazione palatale morbida, cremosa e avvolgente non è la birra che fa per voi: considerata la gradazione alcolica (9.5%) avrei gradito un po' più di presenza a livello tattile. L'amaro è protagonista assoluto del finale: alle tostature s'aggiungono caffè, cioccolato fondente ed il terroso del luppolo. La notevole intensità non va tuttavia a pari passo con l'eleganza e il sorseggiare di questa imperial stout è, almeno nella mia esperienza, rallentato più che dall'alcool (ben nascosto) dalla scarsa pulizia e dalla monotonia di una birra che regala molti sbadigli: quella noia che i drughi di Burgess combattevano con l'ultraviolenza.Formato: 50 cl., alc. 9.5%, lotto B163, scad. 06/2019, prezzo indicativo 8.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Modern Times Haunted Stars

Torniamo a parlare del birrificio Modern Times, fondato da Jacob McKean nel quartiere Point Loma di San Diego e che avevamo ospitato proprio un anno fa con un paio di ottime produzioni. Blazing World (Amber Ale), Fortunate Island (American Wheat), Black House (Coffee Stout) e Lomaland (Saison) sono le quattro birre che vengono prodotte in lattina durante tutto l’anno; a queste s’affiancano le bottiglie (65 cl) della IPA Orderville, della Gose all’albicocca Fruitlands, e della Stout City of the Dead.  Oltre a queste vi è un ampio numero di produzioni stagionali ed occasionali che hanno contribuito a far lievitare a quasi 200 il numero delle etichette prodotte da maggio 2013 ad oggi. Modern Times presenta ogni anno un calendario con il quale viene annunciata la nuova birra speciale che sarà messa in vendita per ogni mese. La novità di novembre 2016 era rappresentata da una imperial porter (8%) alla segale chiamata  Haunted Stars. Una ricetta che prevede un solo luppolo (Northern Brewer) e un ricco parterre di malti che include Optic, Munich, Crystal 20, Crystal 60 e Midnight Wheat; per quel che riguarda la segale vengono utilizzati Flaked Rye e Chocolate Rye.La birra.Nel bicchiere è splendida, quasi nera e sormontata da un’abbondante e cremosa testa di schiuma nocciola che mostra una buona persistenza. La ricetta non prevede utilizzo del caffè (una della specialità del birrificio di San Diego) ma i suoi profumi sono ugualmente dominano l’aroma. Non c’è molto altro, a dire il vero: tostature, una delicata speziatura donata dalla segale, qualche accenno di carne. Il naso è onestamente un po’ deludente ma è una birra che si riscatta al primo sorso. La sensazione palatale è perfetta: poche bollicine, corpo medio, una cremosità ed una morbidezza davvero notevoli se si considera l’utilizzo della segale e, secondo quanto dichiara l’etichetta, l’assenza di avena.  La scorrevolezza è altrettanto sorprendente: le tostature sono molto intense, s’intrecciano alle note di caffè e a quelle terrose apportate dai luppolo. Il dolce è davvero ridotto ai minimi termini, c’è giusto quel velo di caramello necessario in sottofondo ma la bevuta procede dritta e spedita nel territorio del torrefatto regalando solo qualche suggestione di cioccolato fondente. Nessun fronzolo, quasi un trionfo del “less is more”: la grande pulizia e l'eleganza dei pochissimi elementi in gioca fanno sì che la bevuta non diventi mai noiosa. L’alcool è ben dosato  e riscalda quanto basta senza mai rallentare il ritmo dei sorsi: una imperial porter che non fa gridare al miracolo me che è davvero ben fatta e si beve con grande soddisfazione, rispettando gli standard elevati tipici del birrificio di San Diego.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.