MC77 Velvet Suit

Il birrificio marchigiano MC77 aveva debuttato sul blog lo scorso gennaio in un periodo di particolare difficoltà: l’edificio nel quale si trovava era stato seriamente danneggiato dagli eventi sismici e la produzione si era dovuta fermare.  La solidarietà di distributori e rivenditori riuscì ad assorbire rapidamente tutte le scorte presenti in magazzino ma gli impianti furono smontati e trasferiti altrove per permettere l’esecuzione dei lavori di messa in sicurezza e consolidamento dell’edificio. Dopo quasi sei mesi d’incertezza a febbraio 2017  Matteo Pomposini e Cecilia Scisciani sono finalmente riusciti a far ripartire il birrificio a Caccamo di Serrapetrona (MC):  oltre a poter riassaggiare le “classiche” birre San Lorenzo,  Fleur Sofronia e White Passion dai fermentatori è arrivata anche una novità che cavalca quella che è l’ultima tendenza in campo birrario, ovvero le New England IPA. Velvet Suit è un nome che credo alluda alla sensazione palatale morbida e cremosa/vellutata che hanno le migliori interpretazioni di questo stile: i luppoli utilizzati per ottenerlo sono Galaxy, Mosaic e Citra, ovviamente utilizzati in abbondantissimo dry-hopping, mentre all'avena il compito di ammorbidire la bevuta. La birra viene presentata in anteprima al al Twenty di Roma sabato 22 aprile nel corso di un tap takeover.La birra.Nel bicchiere c'è il tipico haze delle New England IPA ma non siamo agli eccessi di certe brodaglie torbide e fangose: anche la schiuma, spesso la nota dolente di queste birre, è cremosa e abbastanza compatta e mostra una buona persistenza. L'aroma è fresco, pulito e non privo di una certa eleganza, caratteristica spesso estranea alle NEIPA: ananas e mango, pompelmo, arancia e in sottofondo qualche nota dank e vegetale. Più che opulenza c'è raziocinio e equilibrio tra le varie componenti, e lo stesso si può dire anche del gusto. MC77 sceglie un approccio più "soft" al fattore "juicy": il succo di frutta è predominante ma non sfacciato, in sottofondo si riesce ugualmente a percepire il contributo del malto (pane, crackers), grazie ad un ottimo livello di pulizia. Dal tropicale la bevuta vira leggermente verso il pompelmo, mentre l'amaro finale (vegetale e scorza d'agrumi) è educato e limita al massimo quel "grattare in gola" (o effetto pellet) che sovente affligge le New England IPA.  Si potrebbe invece migliorare la sensazione palatale: in questa bottiglia non ho percepito particolare morbidezza e la birra mi sembra un pochino pesante dal punto di vista tattile. La Velvet  Suit di MC77 può essere un'ottima introduzione alle NEIPA per chi non le ha mai bevute: non è sfacciata, è juicy ma non estrema, pulita e secca, disseta e rinfresca tenendo molto ben sotto controllo la componente etilica. Ma è anche un'ottima bevuta per chi le frequenta già da un può di tempo.Formato: 33 cl. alc. 6.5%, lotto 32, imbott. 07/08/2017, scad. 07/12/2017, prezzo indicativo 5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Surly Brewing Company: Xtra-Citra Pale Ale, Bender, Overrated West Coast Style IPA, Todd – The Axe Man, Furious

Surly è un birrificio che nasce e prende il nome dalla frustrazione di non riuscire a trovare della buona birra da bere: “surly” (burbero, scontroso) era Omar Ansari che, tornato a Minneapolis dopo una vacanza in Oregon con la moglie Becca, faceva fatica a trovare qualcosa di buono da mettere nel bicchiere. La soluzione è l’homebrewing  che, in poco tempo, sfocia nella decisione di trasformare il business di famiglia (prodotti abrasivi) in un birrificio. Todd Haug è un chitarrista heavy metal che ha scoperto la buona birra all’età di diciannove anni mentre era in tour con il gruppo Powermad: a casa si esercitava anche nell’homebrewing e, una volta capito che la carriera musicale non gli avrebbe permesso di vivere, trova un lavoro come apprendista al birrificio Summit di St. Paul, la città “gemella” di Minneapolis. Non gli viene però concessa nessuna licenza creativa e allora si sposta al più piccolo brewpub Rock Bottom che invece gli lascia carta libera sulle ricette. Vi rimane per dieci anni, sino a quando non apprende tramite un amico comune che Omar Ansari – reduce da un tirocinio presso la New Holland Brewing Company  -  sta cercando un birraio per far partire il proprio birrificio. Nel 2005 Haug viene assunto e il primo febbraio 2016 Surly vende il suo primo fusto di birra: “quello che volevamo – racconta Ansari – era mettere in piedi un impresa con sette-otto dipendenti e arrivare a fare  7-8000 ettolitri l’anno, sperando che bastasse per vivere. Non volevamo convertire alla birra artigianale chi beveva Coors, volevamo fare delle birre potenti e aggressive, ovvero quelle che ancora mancavano nel mercato del Minnesota. Siamo rimasti tutti sorpresi del successo avuto nei primi anni di vita: considerando il prezzo e il gusto non riuscivamo a credere che la nostra birra potesse richiesta da così tanti locali”. Surly parte con una distribuzione limitatissima (grolwers da asporto al birrificio e fusti in alcuni locali di Minneapolis e St. Paul)  ma questo basta agli utenti di Beer Advocate , a sedici mesi dal debutto, per eleggerlo miglior birrificio americano; contemporaneamente Ratebeer incorona  la imperial stout Darkness come miglior birra americana al mondo, davanti alla Dark Lord di Three Floyds e alla Speedway Stout di Alesmith; nello stesso anno il beer-rating incorona nelle rispettiva categorie anche la brown ale Bender, ma è soprattutto la IPA chiamata Furious a saturare la capacità produttiva di Surly. Nel 2011 Ansari  vuole espandersi e vuole costruire un nuovo birrificio, ma per farlo funzionare reputa assolutamente fondamentale la presenza di una taproom; vi è tuttavia una legge dello stato del Minnesota che vieta a qualsiasi birrificio con una produzione superiore a 4000 ettolitri l’anno di vendere birra direttamente al pubblico. Grazie alla mobilitazione del “popolo Surly” sui social network e al coinvolgimento di alcuni deputati e senatori,  il 25 maggio del 2011 il governatore Mark Dayton approva quello che è stato chiamato “il progetto di legge Surly”, che alza l’asticella del divieto a 234.000 ettolitri.  Può così partire la costruzione del nuovo birrificio, capacità 110 hl e investimento da 20 milioni di dollari, che inizia nell’autunno del 2013 nel quartiere periferico Prospect Park di Minneapolis e  e termina alla fine del 2014: nel frattempo la produzione passa dai 25.000 ettolitri del 2012 ai 55.000 del 2015, anno in cui il nuovo birrificio arriva ad aiutare lo storico impianto da 35 ettolitri che si trova al Brooklyn Center.  Un complesso davvero molto bello che include taproom con beer garden, ristorante, negozio di merchandising e tour guidati: di recente il birrificio ha installato otto nuovi fermentatori per aumentare la propria capacità produttiva da 115 a 230.000 ettolitri l’anno. Nonostante questo, Surly mantiene una distribuzione ancora confinata nel Midwest: Minnesota, Wisconsin, South Dakota, Nebraska, Iowa e Illinois. Tutto bene quindi? Quasi, perché a ottobre del 2016 il birraio Todd Haug ha rassegnato le dimissioni per raggiungere il birrificio Three Floyds, in Indiana: pare che dopo anni di servizio alla Surly e dopo  aver creato numerose birre di successo si aspettasse che gli venisse offerto il passaggio da semplice dipendente a socio, cosa che non è invece avvenuta: Surly rimane nelle mani della famiglia Ansari. A guidare la produzione sono oggi rimasti Jerrod Johnson e Ben Smith, entrambi assistenti di Todd da molti anni. Le birre.La Xtra-Citra Pale Ale è un'aggiunta abbastanza recente alla gamma Surly e viene commercializzata a partire da inizio 2016. Il protagonista è ovviamente il luppolo Citra, utilizzato in un abbondante dry-hopping e affiancato dal Warrior in bollitura; i malti sono 2-Row, Acidulato, Gambrinus Honey e fiocchi d'avena. Viene utilizzato un ceppo di lievito inglese per una pale ale sessionabile (4.5%) dorata e dall'aroma fresco, intenso e pulito, valorizzato da una lattina che ha solo due settimane di vita; dominano gli agrumi (pompelmo, arancia e cedro) ma non manca neppure l'ananas. In bocca è leggera ma l'avena  e la bassa carbonazione le donano una morbidezza davvero notevole per una session beer.  Lieve presenza maltata (pane, crackers), ananas e poi la bevuta chiude con un amaro zesty ed erbaceo delicato, che non stanca mai; birra pulitissima e fragrante, ottimo livello d'intensità e ottima secchezza. Una di quelle birre che potresti bere dalla mattina alla sera senza mai stancartene.Bender è invece un'American Brown Ale (5.1%) prodotta con malti 2-row, Aromatic, Medium Crystal, Dark Crystal e Chocolate, avena, luppoli Columbus e Willamette, un ceppo di lievito inglese. Il suo colore è il mogano con intensi riflessi rubini: profumi di pane nero, orzo tostato e frutti di bosco danno il benvenuto e sono accompagnati, in secondo piano, da accenni di panna, quasi vaniglia. Il mouthfeel mi sembra invece privilegiare la scorrevolezza, senza indugiare sul morbido, nonostante le bollicine siano molto poche; la bevuta si dimostra consistente con l'aroma aggiungendo un po' di caffelatte al caramello e alle tostature dell'orzo e del pane. Anche qui c'è un ottimo livello di pulizia con l'amaro del torrefatto che aumenta d'intensità nel finale bilanciando perfettamente un piccolo dessert che a tratti chiama in causa anche panna e vaniglia. Personalmente l'ho trovata meglio della sua celebrata versione al caffè, quest'ultimo ingrediente molto predominante e non adeguatamente supportato da altri elementi.Overrated!, ovvero "sopravvalutata", è l'interpretazione di una West Coast IPA (7.2%) secondo il birraio Todd Haug; malti 2-Row e Crystal, quest'ultimo di origine belga, luppoli Columbus, Centennial, Cascade ed El Dorado, lievito English Ale. Il suo colore tra il dorato e l'arancio è effettivamente quello delle IPA californiane, mentre l'aroma di una lattina con un mese di vita sulle spalle non è esplosivo, anche se pulito e ancora fresco: spiccano mango, papaya e pompelmo zuccherato. Ottima la sensazione palate, davvero morbidissima, e gusto che continua in territorio tropicale, con i luppoli sostenuti da una base maltata di miele e biscotto. L'alcool non si nasconde affatto, e forse si manifesta per più di quanto dichiarato: la bevuta è potente e sfocia in un finale  amaro resinoso abbastanza aggressivo e pungente. IPA molto muscolosa ma altrettanto godibile, che si beve senza difficoltà: non è la livello delle migliori IPA prodotte in California ma non è assolutamente "sopravvalutata". Livello alto anche qui.Todd The Axe Man è una IPA realizzata assieme al birrificio danese Amager che avevamo già incontrato nella versione prodotta in Europa; quella americana utilizza gli stessi ingredienti (malto Golden Promise inglese, luppoli Citra e Mosaic) ma alza l'ABV da 6.5 a 7.2%, perché negli Stati Uniti the bigger the better. Si tratta di un'altra West Coast IPA e il colore (oro/arancio) non mente ma la schiuma è un po' scomposta e un po' troppo rapida nel dissiparsi. A tre settimane dalla messa in lattina il naso è ancora molto fresco e pungente, con la macedonia tropicale del Mosaic (mango, papaia, passion fruit e melone) a farla da padrone. La bevuta è ricca di frutta tropicale senza sconfinare nel cafone, sostenuta da fondamenta leggermente biscottate, con arancia e pompelmo che arrivano ad arricchire ulteriormente una macedonia fresca e fragrante; l'amaro resinoso è di modesta intensità e durata, necessario  a bilanciare una IPA molto elegante che nasconde benissimo l'alcool e che si beve con pericolosa velocità. Mouthfeel ancora una volta ottimo, come quasi tutte le Surly bevute: morbido ma scorrevole, carbonazione delicata.  Chiudo questa rassegna con la birra che ha contribuito maggiormente al successo del birrificio di Minneapolis: Furious,  in verità una Imperial Red Ale che oggi ospita la parola IPA sulla lattina. Haug la elabora pensando ad una delle sue birre preferite, la Hop Rod Rye dei californiani Bear Republic. Una birra ambrata, aggressivamente luppolata, estrema: quello che nel 2006 non esisteva in Minnesota, le cui birre equilibrate erano "figlie" della tradizione tedesca. Il 40% dei residenti in Minnesota oggi hanno infatti antenati nati in Germania. Malti Pale Ale, Golden Promise, Aromatic, Medium Crystal, orzo tostato; luppoli Warrior, Ahtanum, Simcoe, Amarillo e lievito English Ale. Nel bicchiere è ambrata, quasi limpida e colpisce subito le narici con pungenti e balsamiche note di resina e aghi di pino, caramello e biscotto, terriccio umido. Un aroma semplice ma molto intenso e pulito, preludio di quello che sarà poi la bevuta: l'amaro intenso, pungente e resinoso è supportato da una robusta ma fragrante base maltata di caramello e biscotto. Tutto l'opposto del "caramellone" che spesso troviamo in alcune IPA europee. Il gusto è vigoroso e aggressivo, rigoroso, quasi implacabile, con qualche concessione di pompelmo a movimentare un po' una birra semplice ma pulitissima, fragrante e sostenuta da un contenuto alcolico non particolarmente elevato (6.7%) che tuttavia si fa sentire. Non è facile fare una birra mettendo in gioco pochi elementi facendo sì che non diventi mai noiosa: Furious ne è uno splendido esempio. Lontana dalle mode fruttate, se avete voglia di un cazzotto amaro che vi colpisca in pieno volto questa è la birra che fa per voi. Furiosa di nome ma anche di fatto.Nel dettaglio:Xtra-Citra Pale Ale, 35.5 cl., alc. 4,5%, imbott. 02/08/2017, prezzo $ 1,99.Bender, 47.3 cl., alc. 5,1%, imbott.  27/04/2017, prezzo $ 2,99Overrated West Coast Style IPA,  47.3 cl., alc. 7,2%, imbott. 13/07/2017, prezzo $ 2,99Todd - The Axe Man, 47.3 cl., alc. 7,2%, imbott. 26/07/2017, prezzo $ 2,99Furious, 47.3 cl., alc. 6.7%, imbott. 16/07/2017 , prezzo $ 2,99

Ichnusa Non Filtrata

Il 2017 celebra il cinquantesimo compleanno del birrificio di Assemini, Sardegna, inaugurato nel 1967: sino ad allora la birra Ichnusa era stata prodotta nello stabilimento di Cagliari costruito nel 1912 da Amsicora Capra. Ichnusa assunse una rilevanza al di fuori dei confini regionali solo dopo la seconda guerra mondiale, arrivando ai 400.000 ettolitri del 1981; cinque anni dopo fu acquistata da Heineken che qualche anno prima aveva messo le mani anche sulla Dreher di Trieste. La multinazionale si trovò proprietaria di due siti produttivi in Sardegna: ad Assemini quello Ichnusa, a Macomer quello Dreher: come purtroppo avviene in questi casi, il piano di razionalizzazione e di contenimento dei costi portò alla chiusura del secondo. Lo stabilimento di Assemini rimane oggi il più antico birrificio in Sardegna e si estende su un’area di circa 160.000 metri quadrati, nel quale lavorano un’ottantina di dipendenti. Seicentomila gli ettolitri prodotti ogni anno (al ritmo di 45.000 bottiglie ogni ora), il 10% dei quali viene esportato. Il cinquantesimo compleanno viene celebrato con l’arrivo di una nuova birra, la Ichnusa Non Filtrata, che viene presentata alla stampa lo scorso maggio; se non erro si tratta della prima birra “non filtrata” commercializzata in Italia nel portafoglio dei marchi Heineken, se si esclude la weiss Moretti La Bianca. Google mi informa che dal 2010 in Romania la multinazionale vende la Ciuc Premium Nefiltrat.  Ichnusa Non Filtrata viene descritta come “a bassa fermentazione, 100% puro malto d’orzo.  La ricetta utilizza malto d’orzo chiaro e malto d’orzo caramello (...). A renderla unica l’assenza del trattamento di filtrazione: a fine processo, invece di essere filtrata, viene lasciata decantare naturalmente nei tini di fermentazione. È una birra che raccoglie la migliore tradizione birraria. Sono i piccoli e sapienti gesti del mastro birraio a scandirne il processo produttivo, che termina con la gettata finale di luppolo, fatta a mano come un tempo e che regala a Ichnusa Non Filtrata quel suo aroma inconfondibile. L’esclusività di Ichnusa Non Filtrata è sottolineata anche dalla sua bottiglia: una forma unica che esprime la storia del marchio, lo spirito selvaggio e puro della sua terra di origine. Diversa nel gusto e nella forma rispetto a tutte le birre presenti sul mercato”.Per la cronaca, sul retro dell’etichetta c’è una foto di gruppo di tutti i dipendenti dello stabilimento. La birra.Un anno fa l’Ichnusa “normale” era risultata la peggiore nel corso di un confronto con altre birre industriali come Wührer, Dreher, Forst Premium, Poretti e Menabrea: a suo (parziale) discapito si trattava di una bottiglia purtroppo pesantemente condizionata dal cosiddetto “effetto luce”.  Ichnusa Non Filtrata è venduta ad un prezzo superiore rispetto alla versione normale: la differenza può ovviamente variare leggermente a seconda del luogo d’acquisto ma per quel che mi riguarda, nello stesso supermercato, la differenza al litro era del 27% (2,58 anziché 2,03 €). Il suo colore è dorato e inizialmente solo leggermente velato ma, se arrivate a vuotare tutta la bottiglia nel bicchiere, la birra risulta quasi opalescente: la schiuma è impeccabilmente bianca e cremosa, fine e compatta ed ha un’ottima persistenza. Al naso cereali e mollica di pane, qualche accenno di mela verde e di fiori, qualche lieve puzzetta da “colpo di luce” e anche un velo di diacetile, che ritornerà anche al palato, in quantità davvero minima. L’etichetta dichiara solamente l’utilizzo di malto d’orzo ma assaggiandola “senza saperl”, oltre al cereale e al dolce della mollica di pane e del miele, avrei scommesso anche sulla presenza di mais; l’intensità dei sapori è discreta e tutto sommato accettabile per un prodotto industriale, mentre nel finale c’è una breve nota amaricante abbastanza sgraziata che chiama in causa più la gomma bruciata che l’erbaceo. E' il luppolo gettato a mano? La bevuta non è particolarmente secca e lascia sempre una leggera patina dolciastra ad avvolgere il palato: si tratta di un prodotto pastorizzato, quindi “morto”, dal quale non è ovviamente lecito attendersi fragranza e freschezza. Devo tuttavia ammettere che in quanto industriale non l’ho trovata così sgradevole, soprattutto se affrontata quando ancora fredda di frigo: indubbiamente migliore della Ichnusa “normale” ma anche più intensa e meno terribile di altre lager industriali. Insomma, se non avete proprio voglia di bere acqua e neppure una spremuta di mais tipo Peroni, questa Ichnusa Non Filtrata potrebbe essere una opzione.  Ma il consiglio è ovviamente di aumentare di un po’ il budget a disposizione e cercare in qualche beershop una kellerbier tedesca, alternativa più economica alle artigianali italiane. Formato: 50 cl., alc. 5%, lotto 7146380V B, scad. 01/02/2018, pagata 1,29 Euro (supermercato) NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Toppling Goliath: ZeeLander, Sosus & King Sue

Il viaggio che dalle rive del fiume Mississippi porta a Decorah, cittadina dell’Iowa nord-orientale che si trova a venti chilometri dal confine con il Minnesota, è un incessante susseguirsi di dolci colline coltivate a mais e soia; le desolate esconfinate “grandi pianure” di Oklahoma e Nebraska sono ancora lontane e i terreni agricoli dell’Iowa appaiono non troppo dissimili da quelli europei: ogni poche centinaia di metri appare una fattoria, spesso dipinta di rosso, circondata da enormi silos per lo stoccaggio delle granaglie.   Decorah conta circa 8000 abitanti e, sebbene il suo nome sia già comparso più di una volta tra quello delle “piccole città più belle di tutti gli Stati Uniti” non offre onestamente nulla che valga la pena il viaggio per un turista europeo; è sufficiente una passeggiata di mezz’ora downtown per prendere nota di alcuni edifici risalenti alla fine del diciannovesimo secolo, quando un cospicuo gruppo di immigrati dalla Norvegia vi si stabilì per costruire una diga e alcuni mulini lungo il corso dell’Upper River.  Per chi invece ama la birra Decorah è una destinazione di rilievo in quanto è qui che nel 2009 ha aperto le porte Toppling Goliath, uno dei birrifici più amati e ricercati dai beergeeks, del quale vi avevo già parlato in questa occasione. Un birrificio che ha anche dato adito a diverse polemiche, prima di tutto quella sulle lattine che vengono appaltate presso il birrificio Brew Hub in Florida senza che ciò venga chiaramente specificato sulla confezione: una soluzione temporanea per aumentare la produzione in attesa dell’inaugurazione, prevista entro la fine dell’anno, del nuovo stabilimento nel Decorah Business Park costato, pare, quasi dieci milioni di dollari.  Ma le polemiche riguardano anche i prezzi di alcune delle loro bottiglie più ricercate, come le imperial stout Assassin, Morning Delight e KBBS -  Kentucky Brunch Brand Stout che vengono vendute solamente al birrificio nel giorno della presentazione ai fortunati vincitori di una lotteria on-line. Nel 2016 mille persone hanno potuto acquistare, per la modica cifra di 200 dollari, una confezione contenente due bicchieri, due bottiglie di Assassin e una di KBBS; qualche settimana fa, duemila persone hanno speso cento dollari per quattro bottiglie (35,5 cl.) e due bicchieri di Morning Delight. La spesa per le birre - e quella per il viaggio - potrebbe non essere comunque priva di senso visto che le bottiglie raggiungono sul "mercato nero" cifre molto più importanti.In un lunedì pomeriggio di inizio agosto la taproom di Toppling Goliath, che si trova a circa sette chilometri dal luogo di produzione, è piuttosto tranquilla: i pochi clienti seduti nel piccolo beer garden sono soprattutto persone che, a giudicare dall'abbigliamento, hanno appena terminato la loro attività sportiva, corsa o ciclismo. Sono disponibili alla spina sei Toppling Goliath più qualche birra ospite: in vendita anche magliette, felpe, maglie da ciclista, bicchieri, bottiglie e lattine da asporto.“Hop Patrol” è la serie che racchiude tutte le Toppling Goliath  “single hop”, ovvero birre prodotte con solamente una varietà di luppolo; non so se sia effettivamente così, ma le tre bottiglie assaggiate, tutte prodotte nello stabilimento di Decorah, mi hanno davvero impressionato per quello che il birraio Mike Saboe è riuscito ad ottenere.Partiamo dalla ZeeLander, una IPA dall’ABV abbastanza contenuto (5.8%) per gli standard americani che, come il nome può far intuire, utilizza un solo luppolo neozelandese: trattasi del Nelson Sauvin. Il suo colore oscilla tra il dorato e l’arancio e il suo aroma è una fresca e fragrante macedonia di frutta tropicale: ai profumi di mango, papaia, ananas e melone si affianca quello dell’uva bianca, tipico del Nelson. In sottofondo note “dank” e vegetali. La sensazione palatale è perfettamente morbida con una carbonazione molto delicata e il gusto segue passo dopo passo il percorso aromatico con un’intensità davvero impressionante. Il dolce della frutta tropicale è quello delicato ed elegante di molte produzioni di Toppling Goliath, mai sfacciato o cafone; la chiusura è secca e seguita da un amaro di discreta intensità nel quale il “dank” si mescola alle note vegetali caratteristiche del Nelson Sauvin. La base maltata (pane, un tocco di biscotto) è leggera e non intende assolutamente rubare la scena al luppolo, assoluto protagonista di una bevuta pulitissima, facilissima e di livello davvero alto.  Una birra eseguita con grande maestria da bere a oltranza e che regala anche belle emozioni.King Sue è una Double IPA che rappresenta la versione “potenziata” della splendida Pale Ale chiamata Pseudo Sue. Il nome della birra è solo vagamente ispirato a quello di Sue, ad oggi il più grande e completo scheletro di tirannosauro che sia mai stato ritrovato, alto quattro metri e lungo dodici. Miracolosamente ritrovato nel 1990 da Sue Hendickson durante alcuni scavi in South Dakota, lo scheletro è ospitato nel Field Museum di Chicago che lo acquistò all’asta per nove milioni di dollari.Nel bicchiere è dorata e leggermente velata e, unica nota un po’ “dolente”, presenta un aroma pulito e molto elegante ma dalla bassa intensità: papaia, mango, passion fruit, litchi formano un bouquet dolce e zuccherino al quale s’affiancano note erbacee. Anche in questo caso la sensazione palatale è ineccepibile e il gusto fortunatamente rimedia alla parsimonia aromatica:  il lieve biscottato dei malti sostiene adeguatamente la ricchezza della frutta tropicale che abbastanza sorprendentemente, in una birra prodotta solamente con luppolo Citra, eclissa quasi completamente gli agrumi. L’alcool (8%) si sente quanto basta per giustificare il titolo di “Double” IPA e la bevuta procede senza intoppi con un finale amaro resinoso molto pulito con intensità e lunghezza adeguate a non stancare mai il palato. Anche qui il livello è altissimo con un fruttato tropicale intenso e molto elegante che non è facile incontrare: se devo però dirla tutta, credo di preferirle ancora la sua sorella “minore” Pseudo Sue.Sosus è invece una Double IPA, prodotta solamente con luppolo Mosaic e “mosaicata” in etichetta, che prende il suo nome dal mosaicista Sosos di Pergano, autore del celebre mosaico che raffigura alcune colombe che bevono da un vaso metallico, oggi conservato nei Musei Capitolini a Roma. Anche lei è dorata e inebria le narici con intensi profumi tropicali di ananas, mango, melone e passion fruit appena “sporcati”, se vogliamo essere pignoli, da un lieve ricordo di cipolla.  Sosus non si discosta molto da quanto offre la sua compagna King Sue: un velo biscottato sorregge un carico di frutta tropicale davvero notevole, intenso, pulitissimo e molto elegante, che non stanca mai. Il suo dolce zuccherino è ben attenuato ed asciugato dall’alcool (8%) che non risulta mai d’intralcio alla bevuta. Il finale amaro (dank e resina) è invece meno lungo e intenso della King Sue, con un elegante dolcezza tropicale che ritorna anche nel retrogusto a conclusione di una bevuta – tocca ripeterlo – di livello davvero elevato.Al di là del divertimento delle classifiche di beer-rating (King Sue quinta miglior Double IPA al mondo per Ratebeer, Sosus al numero 37) queste due Toppling Goliath sorprendono per pulizia, eleganza, equilibrio e facilità di bevuta: né succhi di frutta né spremute d’amaro, c'è l'equilibrio e la facilità di bevuta tipica delle IPA del Midwest abbinata ad un carattere fruttato molto più accentuato rispetto alle tipiche IPA di questa regione degli Stati Uniti. Al di là della simpatia che si può nutrire per questo birrificio, quello che arriva nel bicchiere è davvero eccellente.  Nel dettaglio:ZeeLander, formato 65 cl., alc. 5.5%, IBU 80, lotto non riportato, prezzo 9.00 $ King Sue, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $Sosus, formato 65 cl., alc. 8%, IBU 100+, lotto non riportato, prezzo 10.00 $

Jolly Pumpkin Clementina

Sono attualmente cinque le location, tutte nello stato del Michigan, dove potete bere le birre prodotte dal birrificio Jolly Pumpkin direttamente "alla fonte": innanzitutto la tasting room della nuova sede del birrificio a Dexter inaugurata nel 2016, dove però non troverete nulla da mangiare. Poi il cafè della sede originale di Ann Arbor, la pizzeria-brewpub di Detroit, il ristorante-brewpub di Royal Oak, località che si trova venti chilometri a nord di Detroit, e il brewpub-ristorante-distilleria che si trova nei dintorni di Traverse City, sulla suggestiva Old Mission Peninsula, area ricca di vigneti. Ricordo brevemente che Jolly Pumpkin Artisan Ales venne fondata nel luglio 2004 da Ron Jeffries e dalla moglie Laurie; oggi Jolly Pumpkin fa parte della Northern United Brewing Company, compagnia fondata da Jeffries assieme a Jon Carlson e Greg Lobdell del birrificio Grizzly Peak, dove aveva lavorato come birraio prima di mettersi in proprio. Nei locali sopracitati trovate quindi disponibili alla spina le birre di tutti e due i marchi in aggiunta a quello di North Peak, che Jeffries utilizza per produrre birre "non acide". Prevista per il prossimo ottobre 2017 è invece l’inaugurazione della sesta location, un brewpub a Chicago che aprirà i battenti a sud, nella zona di Hyde Park, il quartiere universitario della città. La birra.Clementina è una saison prodotta con malto Pilsner, frumento maltato, fiocchi d'avena, luppoli Celia, Hallertau (USA), Willamette e che vede l’aggiunta di succo di clementina, scorza di yuzu e di lime, sale rosa dell’Himalaya e coriandolo; il suo debutto avviene a marzo 2016 con distribuzione in bottiglia solamente presso le varie location di Jolly Pumpkin.  Ognuna di queste bottiglie è stata poi numerata e firmata da Ron Jeffries. La birra ha ottenuto un ottimo successo e Jolly Pumpkin ha deciso quindi di riproporla in più vasta scala, commercializzando altre bottiglie lo scorso febbraio e lo scorso agosto; queste sarebbero il risultato di tre cotte da dodici ettolitri effettuate a inizio 2016 che sono state poi invecchiate per sette mesi in un foeder di rovere da 24 ettolitri barili e in altri barili più piccoli di rovere tostato. A completare l’opera c’è la solita splendida etichetta realizzata da un ispiratissimo Adam Forman che attinge a piene mani nel repertorio Art Nouveau: Georges de Feure, Aubrey Beardsley, Théophile Steinlen, Henri Privat-Livemont, Eugène Grasset, Ivan Bilibin. Il suo colore arancio pallido leggermente velato richiama effettivamente quello dell’agrume che le presta il nome, mentre la schiuma cremosa e abbastanza compatta mostra una discreta persistenza. Al naso appare il sole estivo che riscalda una passeggiata in un agrumeto: profumi di mandarino e/o clementina, lime, arancia, fiori e paglia, un tocco salino/minerale, coriandolo e pepe. In secondo piano note lattiche e di mela acerba, crosta di pane: aroma che riesce ad essere rustico ed elegante al tempo stesso, molto intenso e fresco di una bottiglia che ha poche settimane di vita.  Qualche bollicina in più avrebbe reso la bevuta ancora più vivace ma è un vezzo che le si perdona facilmente: Clementina è una saison che anche al palato spruzza agrumi da ogni dove, bilanciando il dolce con l’aspro, il rustico con l'eleganza del frutto che appare pulitissimo, pieno e fragrante, accompagnato in secondo piano da pepe e da coriandolo, da leggere note funky, legnose e lattiche: il finale è secchissimo e l’amaro (scorza d’agrumi, erbaceo) è delicato per non stancare mai il palato. Il risultato è una delle migliori birre di Jolly Pumpkin che mi sia capitato di bere: saison pulita e profumatissima, intensa, moderatamente acida: il  contenuto di una bottiglia da 75 centilitri che evapora con una velocità impressionante.Formato: 75 cl., alc. 5.5%, IBU 11, lotto B1246, imbott. 14/07/2017, prezzo 15.00 $.

Wisconsin: Pearl Street Me, Myself & IPA, Lakefront IPA, Central Waters Rift IPA & Satin Solitude Imperial Stout

Wisconsin, ventitreesimo stato americano per superficie e ventesimo per popolazione: uno stato dalla grande tradizione agricola, i cui confini occidentali ed orientali sono rappresentati dal Grande Fiume, il Mississippi, e dal lago Michigan: è soprannominato America's Dairyland, ovvero "la terra dei caseifici".  Per quel che riguarda la birra a Milwaukee, la più grande città dello stato, ha sede la Miller Brewing Company, il secondo più grande produttore americano la cui proprietà è passata nelle mani di gruppi come Philip Morris e SAB Miller. Nell'ottobre 2016 quest'ultimo è stato acquistato da AB-InBev e il marchio Miller è stato uno di quelli "sacrificati" sull'altare dell'antitrust: il gruppo Molson Coors lo ha rilevato per 12 miliardi di dollari. Fortunatamente in Wisconsin ci sono anche 138 birrifici artigianali (quattordicesimo stato americano) per una produzione totale di circa 1.150.000 ettolitri: non sono molti quelli che vengono importati in Europa (a memoria ricordo solo O'so) e la maggior parte di essi ha una distribuzione soprattutto locale o opera solamente come brewpub. Emblematico il caso di New Glarus, uno dei birrifici del Wisconsin più apprezzati dai beergeeks, che distribuisce solamente all'interno del proprio stato. Il beer hunting in uno stato grande poco più della metà (169.639 km²) del territorio italiano nel quale vivono solamente sei milioni di persone è quindi tanto affascinante quanto carente d'informazioni. Prima di avventurarsi è sempre doveroso informarsi sulle leggi relative alla vendita e al consumo di alcool, diverse in ogni stato americano: il Wisconsin non annovera nessuna "dry county" ma la vendita di birra (da asporto) è consentita solamente dalle sei del mattino alle nove di sera, mentre i bar hanno l'obbligo di chiudere entro le due di notte e, nel weekend, entro le due e mezza. Partiamo dalla Pearl Street Brewery, birrificio che si trova a La Crosse, una piccola ma graziosa (per gli standard americani) cittadina adagiata sulle rive del Mississippi e quindi sul confine con il Minnesota. Viene fondato nel 1999 da padre e figlio, Tony e Joe Katchever, aiutati oggi dall’head brewer Jordan e da un team che comprende una decina di persone; l’attività parte in un seminterrato delle centralissima Pearl Street per poi continuare oggi nei più periferici ma ampi locali di St Andrew Street. In quasi vent’anni di attività il birrificio ha realizzato una cinquantina di birre e distribuisce solamente nel proprio stato; difficile resistere alla tentazione di bere finalmente IPA americane fresche, addirittura nella loro città d’origine, e quindi dalla loro gamma scelgo una freschissima Me, Myself & IPA. Siamo nel Midwest, quindi ben lontani dalle bombe luppolate della West Coast e dai succhi di frutta del New England; riesce difficile elaborare una definizione precisa di Midwest IPA ma direi che di solito potete aspettarvi una birra nella quale i luppoli guidano la bevuta ma anche la componente maltata è ben presente, con il risultato che spesso coincide con una IPA molto bilanciata che non tende a saturare il palato con tonnellate di amaro.  La Me, Myself And IPA di Pearl Street (non confondetelo con l’omonimo birrificio di Buffalo) è di colore dorato carico e presenta un aroma pulito anche se poco intenso: aghi di pino e note terrose, quasi di muschio, accompagnano il caramello anticipando quello che sarà poi la bevuta. Al palato appare anche qualche nota biscottata e di pompelmo, prima di un finale amaro, di buona intensità, nella quale le note pungenti di resina affiancano quelle terrose. Bottiglia con meno di un mese di vita sulle spalle, fresca e pulita, che regala buone soddisfazioni: IPA piuttosto muscolosa per il contenuto alcolico effettivo (6.5%) che, come accade quasi sempre per le birre del Wisconsin, non viene dichiarato in etichetta. Dalle rive del Mississippi spostiamoci ora quelle del lago Michigan, a Milwaukee, dove dal 1987 ha sede Lakefront Brewery, uno dei microbirrifici più longevi del Wisconsin fondato dai fratelli Russ e Jim Klisch. Per dodici anni 2000 il birrificio ha operato all’interno di un ex-panificio utilizzando un impianto, incluso la linea d’imbottigliamento, assemblato personalmente da Russ utilizzando componenti di seconda mano; nel 2000 è avvenuto il trasloco, con conseguente cambio d’impianto produttivo, all’interno di un dismesso edificio del 1908  che un tempo ospitava la centrale elettrica, alimentata a carbone, della Milwaukee Electric Railway Company. Oltre che in tutto il Midwest, Lakefront distribuisce anche sulle coste degli Stati Uniti, dalla Florida alla California. La IPA di  Lakefront viene prodotta con Cascade e Chinook  e si presenta di colore oro antico con riflessi ramati; il naso non brilla né per pulizia né per intensità ma permette comunque d’individuare i profumi terriccio umido, di biscotto e pane tostato. La sensazione palatale è un po’ debole per una IPA dal buon contenuto alcolico (6.6%) che propone un percorso gustativo coerente con l’aroma: biscotto e caramello, accenni di tostato, marmellata d’agrumi prima di un finale amaro abbastanza corto nel quale convivono note vegetali, terrose e una delicata tostatura. IPA prodotta con luppoli americani che ricorda molto l’Inghilterra, quella "tradizionale", nel risultato finale: intensità e pulizia non sono tuttavia encomiabili e alla fine la bevuta lascia un po’ insoddisfatti. Altro birrificio con vent’anni di storia alle spalle è Central Waters, aperto nel 1997 a Junction City, duecento chilometri a nord ovest di Milwaukee: lo fondano gli amici Mike McElwain e Jerome Ebel  adattando un vecchio impianto di un caseificio in uno stabile che nel 1920 ospitava un concessionario di automobili Ford. Dopo tre anni il birrificio fu rilevato dal birraio e dipendente Paul Graham che ancora oggi lo guida assieme ad Anello Mollica; nel 2007 è avvenuto il trasloco nella location attuale di Amherst dove è in funzione un impianto dalla capacità di 15 barili. Impossibile reperire alcune delle imperial stout invecchiate in botti di bourbon che rappresentano, almeno secondo i beer-raters, il meglio di Central Waters: sono birre stagionali per i mesi più freddi dell’anno che spariscono ovviamente subito dagli scaffali. Eccone invece due prodotte tutto l’anno. La IPA della casa si chiama Rift, in omaggio alla Grande Fossa Tettonica del Kenia (Great Rift Valley) nella quale vivono almeno cinque specie diverse di aironi, animale presente su tutte le etichette del birrificio; i luppoli utilizzati sono Simcoe, Citra ed Amarillo.  Il bicchiere si veste di color dorato carico e l’aroma regala profumi di aghi di pino, mango, papaia e melone, pompelmo; l’intensità non è molto elevata ma la pulizia è quella giusta. La sensazione palatale è morbida e molto gradevole a supporto di una bevuta molto bilanciata nella quale convivono note biscottate e di frutta tropicale prima di un finale amaro, di media intensità, caratterizzato da note prevalentemente resinose. Una IPA che manca forse un po’ di carattere ma che evidenzia fragranza e ottima pulizia, risultando facilissima da bere. Le cose vanno un pochino meno bene quando nel bicchiere si versa l'imperial stout chiamata Satin Solitude. Dal contenuto alcolico “moderato” (7.5%) e di colore ebano scurissimo,  si presenta con un ottimo aspetto e con un naso altrettanto invitante e pulitissimo: pane nero, orzo tostato, caffè e mirtillo, una spolverata di cenere. L’inizio è promettente ma in bocca questa imperial stout risulta un po’ troppo leggera e sfuggente, anche se capisco le intenzioni del birrificio di realizzare una birra intensa ma non impegnativa da bere. I sapori sono molto meno puliti e definiti degli aromi, con una generale sensazione di torrefatto supportata dal dolce del caramello; nel finale le tostature s’intensificano ma la birra perde ulteriormente eleganza, concludendo il suo percorso con un immaginario tuffo in una tazza di caffelatte ben zuccherato. Nel complesso discreta, si perde un po’ per strada dopo un inizio (aroma) molto convincente: peccato.Nel dettaglioPearl Street Brewery Me Myself & IPA, 35.5 cl., alc. 6.5%, imbott. 07/2017, prezzo 1,58 $Lakefront Brewery IPA, 35.5 cl., alc. 6.6%, scad. 18/11/2017, prezzo 1,58 $Central Waters Rift, 35.5 cl., alc. 6.5%, lotto 413113?, scad 4/12/2017?, prezzo 1,58 $Central Waters Satin Solitude, 35.5 cl., alc. 7.5%, lotto e scadenza non riportati, prezzo 1,58 $

Grassroots Arctic Saison

L’ultima bevuta prima della pausa estiva del blog avviene in compagnia di due birrifici americani:  Anchorage Brewing, Alaska e Grassroots Brewing,  beerfirm/marchio di proprietà di Hill Farmstead. Riassumo brevemente: Grassroots nasce in Danimarca quando Shaun Hill lavora presso il birrificio Norrebro. Il suo partner d’affari è l’amico e birraio americano Ryan Witter-Merithew, occupato presso il birrificio danese Fanø dove a quel tempo venivano prodotte birre per altre beerfirm famose come Mikkeller, Evil Twin e Stillwater.  Nell’ottobre 2009 lanciano la loro beerfirm chiamandola con il nome che Shaun aveva pensato per il suo primo birrificio: Grassroots Brewing, marchio da lui registrato nel 2001. Un progetto che per Shaun ha fondamentalmente lo scopo di fargli guadagnare i fondi necessari per ritornare in Vermont, nei pressi della casa di famiglia, ed aprire finalmente Hill Farmstead. Da allora il marchio Grassroots è stato di tanto in tanto riesumato per occasionali collaborazioni, soprattutto europee: qui una con Mikkeller e una con Amager. Negli Stati Uniti Grassroots debutta nel 2013 quando di Shaun Hill viene invitato in Alaska da Gabe Fletcher, birraio e fondatore di Anchorage, per partecipare al festival Culmination: entrambi condividono lo stesso amore per la tradizione belga, per le saison e per le birre acide prodotte con lieviti selvaggi. Il desiderio di fare assieme una birra va oltre i settemila chilometri che separano i due birrifici; da quel lungo viaggio nasce la Arctic Saison, desiderio di Shaun di portare un pezzo della propria terra  in Alaska. La ricetta si basa infatti a grandi linee sulla saison Arthur di Hill Farmstead che utilizza malti americani, luppoli europei e americani; dopo la fermentazione nei grandi tini di legno di Alaskan, con aggiunta di brettanomiceti, nasce la Arctic Saison. Al primo lotto prodotto a giugno 2013 ne sono seguiti almeno altri quattro, l’ultimo dei quali imbottigliato ad ottobre 2015: andiamo ad assaggiarlo.La birra.All’aspetto è velata e di colore dorato e forma un buon cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Il naso, molto pulito, è un incontro molto ben riuscito tra note rustiche/funky (cantina, umido), fiori e frutta, legno, una delicata speziatura (pepe): mandarino e arancia, uva, ananas. Al palato le mancano forse un po’ di bollicine ma è un dettaglio abbastanza trascurabile perché il gusto è pulitissimo, elegante e rustico al tempo stesso: al dolce della crosta di pane, dell’ananas, della frutta a pasta gialla e della polpa dell’arancia risponde l’asprezza dell’uvaspina e degli agrumi. L’alcool è ben nascosto e la bevuta procede a velocità sostenuta impreziosita da dettagli che chiamano in causa il legno, il vino bianco; il finale vira con delicatezza in territorio amaro e tra le note terrose mi sembra anche avvertire una leggera nota lattica. Splendida saison, molto fruttata, con un grande potere dissetante e rinfrescante donatole da asprezza e acidità:  una bevuta che regala soddisfazioni ed emozioni, all’altezza della fama dei due birrifici coinvolti.Formato: 75 cl., alc. 6%, lotto #5, imbottigliata 15/10/2015, prezzo indicativo 15.00-20.00 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Speciaal

La novità Extraomnes dell'estate 2017 è stata presentata a fine maggio con poche parole che non dicono nulla su quello che c'è all'interno del fusto o della bottiglia: "l'estate porta sempre con se grandi aspettative e dolori da lenire. Una birra per chi si strugge ascoltando Bruno Martino di Odio l'estate, per chi vuole staccare il cervello dal resto del corpo per qualche minuto o per una stagione. Ingredienti, stile e tutto il resto sono accessori".  Qualche indizio lo si può trovare sulla pagina Facebook del birrificio, sulla quale qualche mese prima erano state postate alcune fotografie di cartoni di luppoli appena arrivati dagli Stati Uniti: Nugget, Crystal e Azacca. E proprio quest’ultimo sarebbe stato utilizzato per un abbondante dry-hopping di questa nuova birra chiamata Speciaal che utilizza anche, se non erro, lievito Vermont Ale. Azacca, precedentemente conosciuto con il nome sperimentale di  ADHA 483 è un luppolo che è stato commercializzato nel 2013 ad opera della American Dwarf Hop Association; deve il suo nome al dio haitiano dell’agricoltura e discende direttamente dalla varietà di luppolo Toyomidori. Tra i suoi “progenitori” ci sarebbero anche il Summit e il Northern Brewer. E’ noto per le sue ottime qualità aromatiche che richiamano gli agrumi e i frutti tropicali, e quindi particolarmente adatto per l’utilizzo in late e/o dry-hopping.La birra.Il suo colore è un bell’arancio pallido, velato, sul quale si genera una generosa testa di schiuma bianca, compatta e cremosa, dall’ottima persistenza. Bottiglia con circa un mese e mezzo di vita sulle spalle e naso molto fresco e molto pulito che regala pompelmo, cedro e mandarino, qualche sensazione tropicale di ananas, una delicata speziatura (zenzero?), erbe officinali e persino suggestioni “dank”. Corpo snello (crackers, pane) e vivaci bollicine a solleticare il palato con una bevuta che ripropone molti agrumi con eleganti orpelli tropicali, uno “schema” Extraomnes ben consolidato e di successo (Blond, Zest); il finale ha invece intensità molto maggiore rispetto alle due birre appena citate, nella quale al pompelmo s’affiancano note terrose e vegetali, di erbe officinali. Secca e molto scorrevole, la Speciaal  è una vigorosa session beer molto ben fatta e un ottimo antidoto al caldo estivo: per il mio gusto personale trovo l’amaro un pelino eccessivo, con il ritmo di sorsata che, benchè sempre elevato, risulta inferiore a quello di Blond e Zest. Formato 33 cl., alc. 4.5%, lotto 165 17, scad. 12/2018, prezzo indicativo 4.00-4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

The Order of Yoni Bottled Instinct

Yoni, termine sanscrito che indica l’organo genitale femminile ma che simboleggia più genericamente la nascita, l’origine e la creazione.  Che la donna, la sua sensualità e la sua carica erotica siano spesso usate per finalità commerciali non è certo una novità, anche per quel che riguarda la birra. Ma se non erro non era mai successo, sino ad ora, che un “pezzo” di donna finisse realmente in una birra: nello specifico parliamo dei lactobacilli della flora vaginale, microorganismi di origine batterica che popolano le pareti vaginali.  E visto che i lactobacilli sono una delle due famiglie di batteri (assieme ai Pediococcus)  più utilizzate nella fermentazione delle birre acide, i polacchi dell’Ordine di Yoni (nome che sembra quasi riferirsi ad una setta, fondata da Wojciech Mann) hanno avuto l’idea di farli prelevare da un ginecologo con uno stick; successivamente i batteri sono stati isolati in laboratorio e moltiplicati nella quantità sufficiente per far partire la fermentazione della birra. L’Ordine di Yoni assicura che attraverso l’esame del codice DNA e/o RNA sono stati eliminati tutti gli altri batteri e virus presenti e sono stati utilizzati solamente i lactobacilli.  Questo il modo in cui venne illustrato nel 2016 il progetto Order Of Yoni attraverso una campagna di crowfunding che ha tuttavia racimolato solamente 1.578 euro dei 150.000 richiesti: “immaginate la donna dei vostri sogni, l’oggetto del vostro desiderio. Il suo fascino, la sua sensualità, la sua passione…  Assaggiate il suo gusto, sentite il suo odore e la sua voce… immaginate che vi massaggi con passione e che vi sussurri in un orecchio tutto ciò che volete sentire. Ora liberate le vostre fantasie ed immaginate con una bacchetta magica ci poter racchiudere tutto ciò dentro ad una bottiglia di birra. Una bevanda dorata piena di grazia e istinto; immaginate che ogni sorso sia un incontro con la donna dei vostri sogni, che vi abbraccia e vi bacia con dolcezza, guardandovi negli occhi. Quanto dareste per una birra così?  Noi dell’Ordine di Yoni abbiamo reso possibile la creazione di quella birra, materializzando il carattere e la grazia di quella donna, dandovi la possibilità di trasformare la bevuta di una birra gustosa nell’incontro con una vera dea.  Il segreto di questa birra è nella vagina della donna: i suoi batteri trasferiscono le caratteristiche della donna, la sua grazia, il suo fascino e il suo istinto alla birra, così come i batteri vaginali nel momento della nascita si trasferiscono al bambino appena nato e diventano parte del suo sistema immunitario”. Alexandra Brendlova è la (sino ad allora?) sconosciuta ragazza ceca che viene selezionata dopo un lungo e rigoroso casting: “una donna che non fosse solo bella ma anche intelligente e affascinante, una musa ispiratrice, un volto fresco". Nessuna esperienza come modella, nessuna presenza sui social media e, ovviamente, nessuna esperienza come escort o attrice pornografica: l’Ordine assicura di averle fatto firmare un contratto con una penale molto alta da pagare nel caso spuntasse qualche scheletro dall’armadio. La campagna di crowfunding era destinata ad un progetto più ampio che prevedeva la realizzazione di molte altre birre, ognuna delle quali avrebbe avuto come protagonista una nuova ragazza. Tra gli esempi figurano una “BSDM Ale”, ovvero una birra acida prodotta con prugne affumicate e lactobacilli vaginali di una modella bruna o rossa (sic!),  e una Blond Ale con malto di frumento, zafferano e oro edibile, con batteri di una modella bionda o di una celebrità.Come detto, il crowfunding non è andato a buon fine ma l’Ordine di Yoni ha evidentemente racimolato i fondi per prelevare nel novembre 2015 i lactobacilli e annunciare, nella primavera del 2016, la nascita della prima “Bottled Instinct - Vagina Beer”: la notizia ha ovviamente fatto il giro del mondo trovando però attenzione più sulla stampa generalista che sulle riviste o sui siti degli amanti di birra.Personalmente sono alquanto perplesso da questa iniziativa commerciale. Il marketing punta sulla banale e abusata associazione donna/sesso/birra e si rivolge evidentemente al grande pubblico; la birra è però acida, caratteristica che risulterà alquanto sgradevole al palato di chi beve solitamente birre industriali.   Per i "birrofili navigati" la sola idea alla base della birra dovrebbe (forse) un buon motivo per starne alla larga.  Ad ogni modo, l’Ordine di Yoni mi ha contatto chiedendomi se ero interessato ad assaggiare la birra, e visto che una birra difficilmente si rifiuta ho accettato specificando – come faccio con chiunque mi mandi delle bottiglie in omaggio -  che ne avrei comunque parlato con onestà, nel bene e nel male.La birra.La ricetta, realizzata sugli impianti del birrificio Wasosz, prevede malti Pilsner, Monaco, Caramello e Roasted, luppoli Cascade (USA) e Junga (Polonia), chips di rovere “bagnati” nel cognac e ovviamente lactobacilli vaginali; non è filtrata ma è pastorizzata. Nel bicchiere è di un torbido color ambrato sormontato da un cremoso e compatto cappello di schiuma dalla buona persistenza. Al naso spiccano dolci, a tratti stucchevoli profumi di caramello, frutta sciroppata (prugna, uvetta), mosto d'uva cotto, pane nero e biscotto; c'è anche qualche accenno aspro di frutti rossi, sopratutto ribes. Pulizia e intensità ci sarebbero, quello che manca è la finezza. Caratteristiche che si ritrovano anche al palato, in una birra che oscilla tra due estremi che sembrano respingersi piuttosto che incontrarsi: si parte da un imbocco molto dolce ricco di caramello e frutta sciroppata al quale fa seguito l'asprezza dei frutti rossi e del limone, l'acidità lattica. In sottofondo si scorge qualche lieve nota di pane tostato, ma i passaggi dolce-aspro sono abbastanza bruschi e molto poco armoniosi. L'intensità ci sarebbe anche, ma è come se si fosse "esagerato" con il dolce per tenere a bada  parte acida; l'eleganza non è di casa, non c'è molta profondità e non avverto il contributo dei chips di legno. Detto questo, la sua funzione rinfrescante la svolge, ovviamente se vi piacciono le birre acide.  Il risultato è modesto ma bevibile anche se, come detto, mi sfugge il nesso commerciale dell'operazione: chi proviene dalle lager industriali la troverà terribilmente aspra/acida, quindi cattiva, mentre per gli amanti di lambic e sour ales direi che c’è molto altro di meglio da bere.Formato: 50 cl., alc. 6,1%, scad. 10/05/2018NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Prairie Brett C (2015)

Ritorna sul blog Prairie Artisan Ales, marchio ora di proprietà della Krebs Brewing  (Oklahoma) birrificio sui cui impianti aveva iniziato a produrre come beerfirm dal 2012; dopo aver inaugurato il proprio brewpub (2015) e quindi aver trasformato la beerfirm in un birrificio, il fondatore di Prairie Chase Healey ha ceduto alle lusinghe di  Zach Prichard, presidente di Krebs, vendendogli a giugno 2016 il marchio. Una scelta “di vita”: Healey non se la sentiva di affrontare gli investimenti necessari per aumentare la capacità produttiva di Prairie  e, soprattutto, non aveva intenzione di “gestire un azienda di grosse dimensioni. Volevo soltanto continuare a fare birra”.  Con parte del ricavato della vendita Healey ha messo in piedi un nuovo microbirrificio a Tulsa chiamato American Solera, concentrandosi sulla  produzione di birre acide e sull'utilizzo di lieviti selvaggi.Nel 2015 Prairie lancia sul mercato una nuova robusta (8.1%) Saison chiamata Brett C; il nome è ovviamente dovuto a quei Brettanomyces claussenii usati per la rifermentazione in bottiglia. Si tratta di una varietà di brettanomiceti più gentile dei "fratelli" Bruxellensis e Lambicus: secondo le descrizioni commerciali questo lievito dovrebbe infatti produrre soprattuto esteri fruttati anziché "puzzette" animalesche. La ricetta include anche una generosa luppolatura di Cascade, Citra ed un tocco di sale marino; la bottiglia che vado a stappare è nata nel 2015 e ha riposato per quasi un anno e mezzo in cantina. La birra.Accompagnata dalla solita bella e divertente etichetta realizzata da Colin Healey, la Brett C di Prairie si presenta nel bicchiere di colore dorato, quasi limpido; la schiuma è cremosa e compatta e mantiene un'ottima persistenza. L'aroma non è molto intenso ma evidenzia una grande pulizia: c'è un piacevole nota rustica e terrosa che tuttavia non ha ambizioni di protagonismo in un bouquet prevalentemente fruttato. Il tempo passato in cantina ha tuttavia trasformato in canditi e in marmellata quella che probabilmente  era in origine una fragrante macedonia di frutta: al dolce degli agrumi s'affianca anche qualche note mielosa. La sensazione palatale è invece perfetta: birra che scorre piuttosto bene, vivacizzata da una elevata carbonazione. L'alcool non è in evidenza ma si percepisce tuttavia che si tratta di una saison "robusta": il gusto non di discosta di molto rispetto all'aroma, con un carattere prevalentemente fruttato che chiama in causa arancia e albicocca candita, marmellata, sostenuto da una solida base maltata (pane e miele). Il dolce è ben bilanciato da una lieve acidità e sopratutto dall'amaro finale nel quale convivono note terrose, vegetali, di pelle/cuoio ed una lievissima presenza salina. In questa birre brettate e molto luppolate c'è un dilemma sempre difficile da risolvere: meglio berle fresche, rinunciando così al carattere "rustico" che i lieviti selvaggi dovrebbero sviluppare col tempo, o è meglio aspettare? Difficile rispondere con certezza: attendere diciotto mesi come nel caso di questa Prairie non mi è sembrata una buona scelta. Le generosa luppolatura si è portata dietro il peso dell'età (frutta candita, marmellata) che non ha sicuramente giovato alla gradevolezza della bevuta, appesantendola un po' troppo: al tempo stesso non si è neppure sviluppato un carattere "funky/brettato" così complesso da poter compensare quello che è andato "perduto". In breve: bevetela prima che potete. Formato: 50 cl., alc. 8.1%, lotto 17315, prezzo indicativo 13.00-15.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.