Opperbacco Eipiei

Ritorna sul blog dopo un’assenza di un paio d’anni il birrificio Opperbacco, fondato a Notaresco (Teramo) da Luigi Recchiuti, laurea in scienze agrarie e passato decennale da homebrewer. Il suo primo progetto di apertura birrificio è datato 2001 ma rimane incagliato tra gli scogli nel mare della burocrazia italiana; ci vorranno altri otto anni (febbraio 2009) per metterlo in pratica, ed in questo senso si rivela fondamentale l’aiuto di  Leonardo Di Vincenzo, quasi un vicino di casa visto che Birra del Borgo dista da Notaresco un centinaio di chilometri percorribili quasi tutti sulla A24. Nel frattempo Luigi si “consola” aprendo l’Agripub, una struttura agrituristica ancora operativa dove è possibile mangiare bevendo buona birra, soprattutto belga, che Recchiuti si occupa anche di distribuire per l’Italia con un’attività parallela. Ovviamente all’Agripub è ora possibile assaggiare soprattutto tutte le produzioni Opperbacco. Attualmente le birre sono divise in quattro categorie: “le origini” (4punto7, TriplIPA, Bianca piperita, 10 e Lode, L’Una e L’una Rossa – queste ultime disponibile anche sugli scaffali della grande distribuzione), “l’evoluzione” (6sonIPa, Eipiei e Tripping Flowers), “l’avanguardia” (Violent Shared, Deep Underground ed Overdose) e “le senza tempo”, dedicata agli invecchiamenti in botte: Re di Denari, 10 e Lode Barrique, Nr.1 Birra Cotta.La birra.Nasce nel 2011 l’American Pale Ale di Opperbacco, con il nome che ne italianizza lo spelling: Ei Pi Ei, riportato anche nella semplice ma non particolarmente attraente etichetta. I malti utilizzati sono pale, pilsner, monaco, crystal e frumento, mentre l’elenco dei luppoli annovera chinook, columbus, simcoe, centennial e  cascade, alcuno dei quali utilizzati anche per il dry-hopping. All'aspetto è di colore ramato con venature dorate, velata e sormontata da un cappello di schiuma biancastra, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Ignoro la data di nascita di questa bottiglia, anche se il lotto di produzione (0916) suggerisce nella peggiore delle ipotesi sei mesi di vita; precisazione non irrilevante visto che l'aroma, nonostante il dichiarao dry-hopping, è lungi dall'entusiasmare chi avvicina le narici al bicchiere. C'è pulizia, d'accordo, ma l'intensità è piuttosto modesta: emergono profumi poco fragranti di pompelmo e frutta tropicale (mango), caramello, in sottofondo aghi di pino e anche una leggera componente zuccherina. Bene invece la sensazione palatale: è una birra morbida, dal corpo medio e discretamente secca, che scorre molto bene grazie ad una carbonazione contenuta e che nasconde bene il suo contenuto alcolico (6.5%). Lontana dai cocktail di frutta che vanno tanto di moda in questo periodo (la ricetta è del 2011, ricordo) la EiPiEi di Opperbacco si basa su solide basi maltate (caramello e biscotto) che, fatta eccezione per un breve intermezzo di pompelmo, conducono direttamente la bevuta nel territorio amaro, resinoso e terroso, pulito e di una buona intensità che non scontenterà neppure chi avesse malinterpretato l'acronimo e cercasse nel bicchiere una IPA. Distante dalle mode ruffiane (e per quel che mi riguarda non è affatto un demerito, anzi), birra onesta e pulita, discretamente secca, eppure la bevuta risulta alla fine solo discreta. Il problema? La fragranza/freschezza è (quasi) tutto in queste birre luppolate e purtroppo non ne trovo molta in questa bottiglia; i profumi latitano e i cinque luppoli americani elencati non brillano neppure al palato. Da ritrovare in condizioni migliori.Formato: 33 cl., alc. 6.3%, IBU 48, lotto 0916, scad. 09/2017, 3.30 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Anspach & Hobday The Porter

Il birrificio londinese Anspach & Hobday lo avevamo "sfiorato" qualche mese fa in occasione della English IPA realizzata assieme agli italiani di Canediguerra. E' ora il momento di dedicare uno spazio tutto suo a questo nuovo protagonista della new-wave brassicola londinese fondato a marzo 2014 da Jack Hobday e Paul Anspach: compagni d'asilo, amici e poi coinquilini, oltre alla passione per suonare la musica hanno condiviso quella per la birra. Al tempo dell'università, Paul aveva un impiego part-time in un negozio di vini e birra mentre Jack fu spronato da un suo professore ad usare un kit da homebrewing per farsi in casa birra buona e risparmiare qualche soldo. La craft beer revolution inizialmente non li coinvolge particolarmente fin quando non riescono ad assaggiare la birra "giusta": per Jack è la Titan IPA di Great Divide all'Euston Tap, mentre Paul rimane folgorato al The Cask Pub and Kitchen dalla Exotic Punch di Mikkeller. Jack inizia a lavorare all'Euston Tap e poi al Craft Beer Co in Brixton, mentre a casa si passa dai kit di estratti alle produzioni All Grain; la loro porter viene assaggiata dal giornalista ed esperto di vini Oz Clarke che ne rimane entusiasta: è la molla che fa scattare in loro la decisione di aprire un birrificio. Le prime birre, prodotte presso il brewpub Brew Wharf iniziano a circolare a Londra nell'estate del 2012 a nome Alements; a marzo 2013 Anspach e Hobday lanciano una campagna di finanziamento su Kickstarter che raccoglie da un centinaio di sottoscrittori cinquemila sterline rispetto alle tremila richieste. A marzo 2014, nel "beer mile" di Bermondsey dove a poca distanza l’uno dall’altro trovate Kernel, Partizan, Brew by Numbers, Fourpure (e sicuramente ne sto dimenticando qualcuno) apre ufficialmente le porte la Anspach & Hobday, dividendo in un primo periodo gli spazi con la Bullfinch Brewery che ha poi traslocato otto chilometri più a sud.Nonostante Anspach e Hobday si dicano affascinati dalla storia brassicola di Londra e desiderosi di recuperare parte di essa, la loro filosofia produttiva sembra per il momento seguire il classico canovaccio contemporaneo: in ventiquattro mesi di vita il database di Ratebeer elenca quasi centocinquanta diverse birre prodotte, la maggior parte delle quali sono solo leggere varianti della stessa ricetta/IPA seguendo la rotta tracciata da The Kernel.La birra.Per fortuna non c'è solo la volatile ed effimera rincorsa alla novità nel portfolio di Anspach & Hobday ma anche qualche solidissima colonna portante. E' il caso della The Porter, una birra che - dicono - ha mantenuto la stessa ricetta di quando veniva prodotta tra le mura domestiche; una birra che, nell'anno di debutto del birrificio, ottenne la medaglia d'argento all'International Beer Challenge 2013 nella rispettiva categoria.Il bicchiere si tinge di un ebano scurissimo ai confini del nero sul quale si forma un piccolo cappello di schiuma color nocciola chiaro, cremoso e compatto, dalla buona persistenza. L'aroma è pulito e mette in mostra un ricco e goloso bouquet nel quale domina la liquirizia, accompagnata dai profumi di cioccolato, toffee e, più in sottofondo, fruit cake, uvetta, vaniglia, cenere/tabacco. Non c'è però il tempo di soffermarsi sui profumi perchè il primo sorso rapisce i sensi  grazie ad una sensazione palatale incredibilmente morbida, con pochissime bollicine. Una carezza quasi setosa avvolge il palato con una sorprendente intensità fatta di liquirizia, tostature, caffè, cioccolato fondente, caramello bruciato e fruit cake; una buona secchezza e l'acidità donata dai malti scuri  mantengono la bevuta equilibrata ed il palato discretamente pulito dopo ogni sorso, consentendogli di assaporare in ogni sfumatura il lungo retrogusto amaro, torrefatto e terroso, dove una carezza etilica avvolge i dettagli di cioccolato amaro, liquirizia e cenere. Una porter a tratti splendida, dalla straordinaria intensità abbinata ad una grande facilità di bevuta: pulizia ed eleganza viaggiano ad alti livelli, non fatevela scappare se vi capita a tiro.Formato: 33 cl., alc. 6.7%, scad. 23/10/2016, 5.50 Euro (beershop, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Upright Flora (Barrel Aged) 2015

Del birrificio dell'Oregon Upright vi avevo parlato all'incirca un anno fa, in occasione della saison chiamata "Five". Viene fondato nel 2009 da Alex Ganum trasferitosi dal Michigan a Portland per studiare cucina al Western Culinary Institute ma rapidamente risucchiato dall’attivissima scena brassicola che caratterizza la città americana con la più alta densità di birrifici. La sua formazione va dall'homebrewing ad un periodo di praticantato al birrificio Ommegang, dove la tradizione belga è di casa, per finire poi al ruolo di birraio presso il brewpub BJ's Restaurant and Brewhouse di Portland. Il debutto di Upright (il nome si riferisce allo strumento utilizzato dal contrabbassista e compositore Charles Mingus) avviene con una Old Ale, la birra più venduta è la Engelberg Pilsener, disponibile solo in fusto in molti locali di Portland  (e, ovviamente, al pub  Grain and Gristle e al ristorante Old Salt Marketplace entrambi di proprietà di Ganum) ma è il Belgio a caratterizzare la maggior parte delle birre che nascono in quelle vasche di fermentazione aperte che Ganum aveva imparato a conoscere presso la Ommegang. Nel pieno rispetto della tradizione belga le saison prodotte da Upright tutto l'anno vengono chiamate utilizzando semplicemente il numero corrispondente alla gravità iniziale espressa mediante la scala belga, riservando un nome vero e proprio solo per le birre occasionali, speciali e maturate in botte.La birra.Flora Rustica, e la sua versione "barrel aged" semplicemente chiamata Flora sono tra le birre maggiormente apprezzate di Upright; almeno questo è il verdetto dei beer-raters, che eleggono Flora come la diciottesima migliore saison in mezzo alle tante Hill Farmstead; "solo" alla posizione numero 67 per Beer Advocate.Upright Flora dunque, ovvero Flora Rustica invecchiata un anno in botti di legno assieme a lactobacilli ed ai batteri naturalmente presenti nelle botti; la ricetta base prevede prevalentemente malto pils, un tocco di vienna, luppoli Santiam e Columbia e aggiunta di calendola e di achillea millefoglie. Debutta per la prima volta nel 2014 con un etichetta diversa rispetto a quella che andiamo ad aprire.Si presenta di un bel color arancio velato, luminoso ed impreziosito da riflessi dorati; la bianca schiuma non è particolarmente generosa, nonostante mostri compattezza, cremosità ed una buona persistenza. Il naso apre con un bel mix di "funky" e di frutta: le note lattiche, legnose, di sudore e di "granaio" sono accompagnate da quelle aspre del limone, della mela verde acerba e da un tocco dolce che richiama l'ananas. L'arrivo al palato è pressoché perfetto: corpo medio-leggero ed eccellente scorrevolezza per una birra che rimane comunque morbida grazie ad una carbonazione delicata, anche se per il mio gusto personale avrei gradito qualche bollicina in più. La bevuta parte decisa sul versante lattico, che domina trasversalmente tutto la sorsata accompagnata dalle note più gentili e pulitissime di frutta fresca: il dolce dell'ananas, quasi un accenno di mango fanno da contraltare all'aspro del lime,  del limone e del pompelmo giallo. L'amaro va in crescendo sino a sfociare in un bel finale nel quale la scorza degli agrumi e il lattico sono accompagnate da un lieve terroso. Non c'è molta complessità, le note floreali al naso e quelle legnose al palato sono davvero molti sottili e percepibili, sopratutto queste ultime, quanto la birra s'avvicina alla temperatura ambiente. Il livello di pulizia è eccellente, per una bevuta intensa me facilissima e molto secca, indi estremamente rinfrescante e dissetante: non c'è molta complessità, dicevo, ma quello che c'è è ampiamente sufficiente a garantire un'eccellente bevuta. Una di quelle bottiglie che apriresti ogni sera d'estate per trovare rifugio dal caldo e dalla sete: il conto per le bottiglie che arrivano in Europa è abbastanza salato, ma sono quei regali che una volta ogni tanto ci si può concedere.Formato: 75 cl., alc. 5.5%, vintage 2015, 22.00 Euro.

Bevog Who Cares Editions Lumberjack IPA

Secondo appuntamento con il birrificio austriaco Bevog, incontrato un po' di tempo fa con la koelsch luppolata chiamata Deetz. Bevog si trova in Austria ma "batte" bandiera slovena; stanco delle lungaggini burocratiche della madrepatria, il fondatore Vasja Golar ha attraversato il fiume Mura per lasciare la nativa Gornja Radgona e fondare il proprio birrificio in territorio austriaco a  Bad Radkersburg, a soli tre chilometri da casa. Bevog è stato fondato nel 2013 e nel 2014 il popolo di Ratebeer lo ha eletto tra i tre nuovi migliori birrifici al mondo confermandolo anche per il 2015 come miglior birrificio austriaco. Da qualche mese Bevog ha affiancato alle bottiglie anche le lattine; in questo formato che va ora tanto di moda è disponibile anche la linea sperimentale chiamata "Who Cares  Editions". Da quanto ho capito si tratterebbe di qualcosa simile ai prototipi di BrewDog: produzioni occasionali con le quali viene poi richiesto il feedback dei bevitori al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile. Sono già una dozzina le birre realizzate, incluse quattro single-hop IPA con luppoli sperimentali, IPA, Double IPA, una paio di Session IPA, una Smoked Pils e un paio di Stout.La birra.Debutta come esperimento nel 2015 "la IPA del taglialegna", Lumberjack IPA, ed è poi stata replicata in lattina anche quest'anno: non sono stati rivelati i luppoli utilizzati. Sulla lattina è stata poi applicata l'etichetta, un'ottima opzione per chi le colleziona.Il suo colore ricorda quello delle IPA West Coast: tra il dorato e l'arancio, velato ma brillante e luminoso, con un bel cappello di schiuma bianca, fine e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma risulta ancora abbastanza fresco e regala un bouquet elegante nel quale trovano posto pompelmo, ananas e mango, con aghi di pino in secondo piano; la pulizia è buona, anche se non è il cocktail di frutta più accattivante che mi sia mai capitato d'annusare. Decisamente più convincente il gusto, nel quale l'abbondante luppolatura è sorretta da una base maltata leggermente biscottata a supporto di un ricco fruttato che richiama di nuovo il mango, l'ananas e il pompelmo; l'amaro sale progressivamente di livello sino a divenire assoluto protagonista del finale, con pungenti note resinose ed una lieve speziatura. Bene la sensazione palatale, morbida e con poche bollicine, con l'alcool (6%) molto ben nascosto a consentire una notevole facilità di bevuta: una IPA davvero gradevole e molto ben fatta, secca e pulita, che si congeda con un lungo retrogusto amaro, intenso quanto basta da non saturare mai il palato e mantenere un ritmo di bevuta piuttosto elevato.Formato: 33 cl., alc. 6.03%, scad. 15/01/2017, 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Ritual LAB Tupamaros

Debutta oggi sul blog quello che definire birrificio sarebbe un po' riduttivo. Ritual Lab, questo il nome di una realtà che nasce nel 2014 prima di tutto come centro didattico di formazione per chi si vuole avvicinare alla produzione della birra. I corsi, che si svolgono sia a livello amatoriale che professionale, sono tenuti da Emilio Maddalozzo (birraio con 30 anni di esperienza tra Pedavena e accademia Doemens di Monaco di Baviera); oltre alla parte teorica vi è anche le possibilità di effettuare una cotta su di un impianto di produzione professionale seguendo l'intero processo, dalla macinatura del malto sino all’imbottigliamento.Ma Ritual Lab vuole anche essere sperimentazione, ovvero ricerca "di differenti metodi di produzione, maturazione e gestione" della birra nonché la coltivazione in proprio di luppolo.Nato nel 2013 a Formello (Roma), dal 2014 Ritual Lab ha iniziato a commercializzare le proprie birre dapprima come beerfirm e, dal 2015, con il proprio impianto da 12hl gestito da birraio Giovanni Faenza: American Pale Ale, Pils, Bock e Stout sono state le birre di partenza alle quali si è poi affiancata di recente una Double IPA. Impossibile infine non citare le splendide e metafisiche etichette realizzate dall'artista e tatuatore romano Robert Figlia.La birra.Tupamaros, citando quanto riportato sull'etichetta posteriore: "furono un'organizzazione di guerriglia urbana attiva in Uruguay tra gli anni '60 e '70. Partigiani d'oltreoceano in quegli anni attraverso furti, rapine e sequestri svelano al mondo le attività fraudolente della classe politica uruguaiana. Ad oggi passati oltre 30 anni alcuni leader Tupamaros ritenuti ai tempo criminale coprono le più alte cariche di Stato".Per quel che riguarda la birra, siamo nel territorio delle Double/Imperial IPA. Il suo colore è dorato e velato, con lievi riflessi arancio; forma un capello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza. Bottiglia con (suppongo) un mese di vita alle spalle circa che regala un aroma non molto intenso ma pulito e fragrante: domina l'asprezza degli agrumi (pompelmo, limone, cedro, mandarino) rilegando molto in sottofondo qualche suggestione di frutta tropicale. La sensazione palatale è ottima: corpo medio, carbonazione medio-bassa per un'ottima scorrevolezza ed una grande facilità di bevuta, sopratutto se si considera che stiamo parlando di una Imperial IPA dal contenuto alcolico rilevante (8%). Apprezzabilissima la scelta di non appesantire la base maltata con il caramello, lasciando spazio alla leggerezza ed alla fragranza dei crackers e ad un velo di miele, accompagnato dal dolce della frutta tropicale che rimarrà sempre in sottofondo: la bevuta ricalca in tutto e per tutto l'aroma nell'abbondanza di agrumi, soprattutto scorza. Ne risulta una birra piuttosto succosa ma comunque secca e con l'alcool sempre ben nascosto: chiude amara, con un profilo "zesty" che non tralascia qualche nota resinosa. La pulizia è piuttosto elevata, anche se ci sarebbe ancora spazio per migliorare: il livello di questa Double IPA di Ritual Lab rimane comunque piuttosto alto: viene un po' penalizzata da un aroma non esplosivo, ma si riscatta al palato regalando una bevuta molto facile, nella quale sono banditi gli estremismi a favore di un grande equilibrio e di un'ottima intensità.Formato: 33 cl., alc. 8%, lotto 9, scad. 05/2017, 5.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Poppels Russian Imperial Stout

Si conoscono al Porter Festival del 2011 di Göteborg, Daniel Granath, Tomas Kaudern e Thomas Fihlman: tra una birra e l'altra abbozzano l'idea di fondare un birrificio, e dalla teoria ai fatti non passa molto tempo. Nel 2012 apre a Mölnlycke, una quindicina di chilometri a sud-est di  Göteborg, la Poppels Bryiggeri: è Daniel,  avido lettore di libri sulla produzione di birre e con alle spalle anni di homebrewing, ad occupare il ruolo di birraio mentre altri dodici soci reclutati tra amici e parenti contribuiscono a fornire il capitale necessario per partire con un impianto proveniente dallo stesso fornitore cinese di un altro birrificio svedese, Dugges: e proprio Mikael Dugge Engström  pare abbia dato un aiuto fondamentale ai ragazzi di Poppels durante l'installazione e l'avvio dell'impianto.Inizialmente il birrificio fu chiamato Poppelmans in onore di Johan Casparsson Poppelman, un tedesco arrivato a Göteborg per fondare, nel 1638 il primo birrificio commerciale della città, Poppelmans Bryggeri, operativo sino al 1835: a causa di alcune questioni legali fu poi cambiato in quello attuale.La Poppels Bryggeri debutta con una Brown Ale e realizza il 60% del proprio fatturato attraverso il monopolio svedese Systembolaget; lo scorso aprile 2016 è avvenuto il trasloco nella più ampia sede di Jonsered, quindici chilometri ad est di Göteborg. L'impianto dismesso è stato acquistato dal pub inglese Old Beefeater Inn di Göteborg.La birra.La Russian Imperial Stout di Poppels è un'evoluzione della Poppels Project 002, una imperial stout prodotta in soli 1600 litri che nel Porter Festival di Göteborg del 2013 vinse il primo premio nella propria categoria stilistica. Rispetto alla birra originale, l'ABV passa da 8.5 a 9.5%; non vengono dichiarati gli ingredienti usati.Assolutamente nera, forma uno splendido cappello di schiuma beige compatta, "croccante" e cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma non è tuttavia all'altezza dell'opulenza visiva di questa birra: intensità piuttosto scarsa, il benvenuto sembra arrivare dai luppoli (agrumi) anziché dalla ricchezza dei malti. In sottofondo liquirizia, un accenno di fruit cake bagnato nell'alcool. La sensazione palatale si discosta dalla tradizione scandinava delle Imperial Stout: non è affatto una birra masticabile, ma una che privilegia la scorrevolezza: il corpo è medio, la consistenza oleosa e la facilità di bevuta ne trae beneficio sacrificando un po' morbidezza e "lussuria", se mi passate il termine. Il gusto s'indirizza subito deciso verso l'amaro del caffè e delle tostature, accompagnate da una patina dolce di caramello bruciato e liquirizia che rappresentano però solo una rapida deviazione da quello che sarà il leitmotiv ricorrente di questa Imperial Stout: amaro torrefatto, dall'eleganza discutibile, accompagnato da quello resinoso e terroso dei luppoli, con una nota quasi rinfrescante di anice. L'intensità non è particolarmente elevata, non ci sono difetti ma in verità neppure pregi o passaggi che la rendano così memorabile. Svolge il suo compito senza regalare emozioni, lasciando giusto un remoto ricordo di cioccolato fondente. Formato: 33 cl., alc. 9.5%, IBU 60, lotto 286, scad. 27/08/2017, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

L’artigianale del discount: NYC India Pale Ale

Di tanto in tanto torno ad occuparmi della “birra artigianale” che si trova sempre più di frequenta anche sugli scaffali dei discount, a dei prezzi finalmente interessanti e lontani da quelli esosi ai quali siamo purtroppo abituati quando si parla di “birra artigianale”. La domanda però è sempre la stessa: si può bere bene spendendo il giusto? Una possibile risposta cerca di darla Target 2000, società per azioni con sede a Riccione che dal 2000 fornisce birre e altre bevande analcoliche alla grande distribuzione;  della società fa anche parte Amarcord, birrificio  “artigianale” con sede operativa ad Apecchio (PU), che produce molti dei marchi distribuiti. Se non erro Target 2000 è stata la prima a proporre birre artigianali anche presso i discount: da molti anni sono disponibili in alcuni discount le birre Lucilla (Bionda, Bianca e Rossa) mentre più di recente sono arrivate (in altri discount) le Arcana (Golden e Red)  e le due Italian  (Pale Ale e Amber). Dedicata ai supermercati (no discount)  è invece la linea Bad Brewer, che con un lieve sovrapprezzo offre sicuramente una migliore qualità, almeno per quello che sono riuscito a provare. Ma l’offerta di Target è molto più ampia: ci sono le Tosca e le Contessa (nomi non proprio originali, vedi birrifici San Michele e Amiata) a altre tre IPA, visto che la moda del luppolo non è affatto tramontata: Lucilla La IPA, Postina IPA, NYC India Pale Ale. Non ho ancora avvistato le prime due, mentre grazie alla segnalazione un lettore del blog, Angelo, sono riuscito a recuperare una bottiglia di NYC India Pale Ale, distribuita presso una catena di discount ancora diversa rispetto a quella di Lucilla e Arcana/Italian. Molto carina l’etichetta, sebbene non riveli  dove (Amarcord) la birra viene prodotta, ma il contenuto? Se poi vi chiedete perché New York City, ecco quanto afferma il distributore: "lo stile cosmopolita per eccellenza,  l' INDIA PALE ALE, dalla città cosmopolita per eccellenza: NYC. Da qui un giallissimo taxi, e il motto "On radio call: Beer": una birra italiana da gustare quando la sete chiama."La birra.Bella nel bicchiere, di colore oro carico con venature arancio e una compatta testa di schiuma bianca e cremosa, dall’ottima persistenza. L’aroma non brilla per intensità e freschezza/fragranza, ma è sostanzialmente pulito e privo di difetti: sentori floreali, una leggera presenza di agrumi che richiama più la marmellata che il frutto fresco. Neppure il gusto è un manifesto d'intensità, ricalcando in buona parte l'aroma: miele e un tocco di caramello introducono il dolce-ma-non-troppo della marmellata d'arancia per poi arrivare abbastanza rapidamente alla conclusione amara. Il livello anche qui è medio-basso, giusto un "colpetto" resinoso, vegetale e terroso e poi riemerge il dolce: intendiamoci, in sé non è di certo una birra dolce, ma non ha neppure quel livello d'amaro che t'aspetteresti in una IPA. La sua secchezza è ben lontano dall'essere esemplare, con il palato avvolto dopo ogni sorso da una patina dolce che riduce di molto il potere rinfrescante di questa IPA: tutto sommato bene la sensazione palatale, con un corpo tra il medio ed il leggero e una carbonazione delicata, e tutto sommato non è neppure un male che l'intensità sei sapori sia modesta. Finezza e grazia non sono di casa, basta farla scaldare un po' per aumentare il tasso d'amaro e veder apparire le prime poco gradevoli avvisaglie di gomma bruciacchiata. Una birra che si beve ma che - se devo esprimere un giudizio - si ferma al di sotto della sufficienza, sopratutto se la bevete da sola e fuori pasto: costa relativamente poco, intorno ai 4 euro/litro, ma non offre particolari soddisfazioni pur restando ampiamente preferibile ad una qualsiasi lager industriale presente sugli scaffali della grande distribuzione, o alla IPA "crafty" di Poretti.Mi sembrerebbe leggermente meglio della Italian Pale Ale prodotta dallo stesso birrificio per lo stesso distributore, anche se le ultime bottiglie di quest'ultima le ho trovate migliori rispetto a quelle assaggiate un paio di anni fa. Il livello è comunque più o meno quello: valutatene l'acquisto se volete qualcosa da bere ad una grigliata tra le chiacchiere degli amici senza fare troppa attenzione a quello che vi mettono nel bicchiere: con meno di venti euro ve ne portate via una dozzina. Formato: 33 cl., alc. 5.8%, IBU 40, lotto 501602, scad. 19/05/2017, prezzo 1,48 EuroNOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Verhaeghe Vichtenaar

Verhaeghe, birrificio attivo sin dal 1885 a Vichte, una quindicina di chilometri ad est di Kortrijk/Courtrai, fu fondato da Paul Verhaeghe ed in seguito (1928) guidato dai figli Leon e Victor, quindi (1944) dai nipoti Pierre e Jacques e (1991) dai figli di quest’ultimo Karl e Peter. Dei due, Peter è il birraio, mentre Karl si occupa della parte commerciale  ed amministrativa. Nel 1919 il birrificio era stato completamente ricostruito dalle macerie della Prima Guerra Mondiale: tutte le attrezzature (malteria e bollitori in rame) furono asportate dai tedeschi in seguito al rifiuto da parte di Paul Verhaeghe di produrre birra per l’invasore nemico.  Per i successivi 5-6 anni la produzione si fermò e ovviamente tutta l'abituale clientela si rivolse altrove. Al momento della ripartenza non ci fu solamente da recuperare l'intero parco clienti; le classiche Flemish Red Ales che Verhaeghe aveva sempre prodotto erano state spodestate, nel gradimento popolare, dalle Lager e dalle Pils. Il birrificio fu costretto ad un nuovo investimento economico per produrre basse fermentazioni creando la Verhaeghe Pils, che oggi occupa all’incirca il 10% della produzione.   Karl e Peter, gli attuali proprietari, si sono ritrovati nel 1991 con un birrificio piuttosto vecchio sul quale non venivano fatti investimenti da molti anni: la loro decisione fu di proseguire per la strada della tradizione, continuando a produrre soprattutto Flemish Red Ales anziché mettersi a seguire le mode imposte dal mercato. Le birre di maggior successo prodotte oggi da Verhaeghe continuano ad essere la Duchesse De Bourgogne, la Vichtenaar e la Echt Kriekenbier.La birra.Vichtenaar è la birra di Vichte, casa di Verhaege; questa Flanders Red matura per diversi mesi (almeno otto, leggo) in grandi botti di rovere (foeders) che vanno dai 5000 ai 25000 litri. All'aspetto è di un ambrato piuttosto carico, vicino alla tonaca del frate, con intensi riflessi rossastri; la schiuma ocra è cremosa e compatta ed ha un'ottima persistenza. Il naso apre con profumi di ciliegia e fragola, ricordando più lo sciroppo che la frutta fresca: s'affiancano il pane leggermente tostato, accenni di pasticceria, una speziatura che richiama alla lontana zenzero e cannella, legno; l'acetico è piuttosto rilegato in sottofondo, prendendo le dolci sembianze del balsamico quando la birra è ancora fresca per poi scivolare delicatamente verso l'aspro con l'innalzarsi della temperatura. E' uno scenario non troppo diverso quello che si presenta al palato: anche qui l'aceto rimane in secondo piano, rinunciando al ruolo di protagonista per andare a bilanciare il dolce sciropposo della ciliegia, dei frutti di bosco e del caramello. Il legno esce soprattutto nel finale di una birra "acida ma dolce", se mi passate il controsenso, e priva di amaro; la sensazione palatale è gradevole e morbida, libera da asprezze o asperità, con poche bollicine ed un corpo medio. Bevuta a temperatura fresca mette in evidenza un ottimo potere rinfrescante e dissetante, grazie ad un'ottima secchezza. Lasciatela riscaldare se desiderate una maggiore struttura, perderete l'aceto balsamico rimpiazzato da  una asprezza più evidente nella quale, oltre all'aceto di mela, apparirà anche una delicatissima nota lattica. Con una pulizia sempre elevata, la Vichtenaar è una Flanders Red versatile, molto ben fatta e piuttosto accessibile anche a chi non ha grande familiarità con lo stile o con le "birre acide": segnatevela se volete avventurarvi in questo affascinante mondo.Formato: 25 cl., alc. 5.1%, scad. 18/12/2016, 1.00 Euro (drink store, Belgio)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Mikkeller Porter

Nell’occasione dell’ultima Mikkeller bevuta mi ero divertito a fare il conto delle sue birre, secondo quanto contabilizzato nel database di Ratebeer:  784 in totale dal 2006 al 2015, una media di 87 birre diverse ogni anno, ovvero una nuova ogni 4 giorni lavorando 365 giorni o ogni 3 ipotizzando 250 giorni lavorativi in un anno; vero che una buona parte di queste sono delle leggere variazioni di altre birre, ma i numeri sono comunque inquietanti. In un elenco di quasi 800 birre prodotte in 9 anni è facile perdersi e il sito ufficiale di Mikkeller elimina il problema alla radice, non elencandole: c’è la sezione birrificio con le foto di San Diego, c’è la sezione dedicata ai numerosi Mikkeller Bar aperti nel mondo e c’è quella relativa al webshop/merchandising. Delle singole birre non si parla. In un portfolio così sterminato e disseminato di “birre disneyland”, di “birre pupazze”, di birre estreme fatte solo per stupire (ricordate la 1000 IBU?) fa quasi impressione parlare di una “semplice” Porter (ovviamente poi replicata in versione barricata e natalizia) che nella sua semplicità quasi passa sotto traccia, eclissata dall’hype di altre decine (forse centinaia) di  (imperial)stout/porter prodotte dalla beerfirm danese ad uso e consumo dei beergeeks. E poco importa se proprio su questo stile Mikkeller o qualcuno a nome suo abbia commesso qualche errore storico nella compilazione del suo libro “Mikkeller's Book Of Beer.La birra.La Porter di Mikkeller è in verità una “Robust Porter” (8%) che arriva assieme all’etichetta disegnata da Keith Shore. Prodotta in Belgio da De Proef, nel bicchiere è praticamente nera, sormontata da una cremossissima testa di schiuma color cappuccino, fine e compatta, dall’ottima persistenza. L'aroma mantiene le "golose" aspettative create dall'aspetto, regalando un bouquet pulito che apre con sensazioni di scorzette d'arancia ricoperte di cioccolato, caffè, orzo tostato, fruit cake, suggestioni di tiramisù; più in sottofondo qualche traccia di cenere e anche il luppolo fa sentire la sua presenza con un tocco di resina. Uno degli aspetti che secondo me non bisogna mai sottovalutare quando si parla di porter/stout dalla robusta gradazione alcolica è la sensazione palatale: la Porter di Mikkeller non lo fa, anzi, prende la cosa piuttosto seriamente. Il mouthfeel è splendido, setoso, vellutato, morbidissimo: poche bollicine, corpo medio, avrei scommesso ad occhi chiusi sull'utilizzo di avena ma l'etichetta non lo riporta. Il gusto parte deciso per la direzione amara, ricca di caffè e tostature, con il caramello bruciato e qualche accenno di zucchero candito a bilanciare; ogni tanto anche qualche agrume fa capolino, incastrandosi all'interno di un ipotetico fruit cake. Terminata la breve parentesi dolce centrale, il finale riporta caffè amaro e tostature a volontà, con uno strascico luppolo (terra, resina) a pulire il palato. Nulla da eccepire sulla pulizia, già detto della sontuosa sensazione palatale: la Porter di Mikkeller è robusta ma si beve con facilità, riscalda quanto basta, dispensa amaro e torrefatto senza mai perdere la ragione. Ottima birra, a dimostrazione che per stupire non è necessario sempre "farlo strano".Formato: 33 cl., alc. 8%, scad. 23/11/2019, 5.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Unibroue Don de Dieu

Secondo appuntamento con il birrificio canadese Unibroue che vi avevo presentato giusto un mesetto fa: è stato fondato nel 1990 da André Dion e Serge Racine che si sono poi avvalsi di alcuni consulenti belgi per la realizzazione delle ricette. Gino Vantieghem prima e Paul Arnott (un passato a Chimay) hanno contribuito a dare al birrificio quel DNA belga che il fondatore Dion voleva. Nel 2004 Unibroue venne acquistata dal birrificio canadese Sleeman il quale, due anni dopo, passò nelle mani giapponesi di Sapporo per 400 milioni di dollari. Il birraio è Jerry Vietz, in Unibroue dal 2003.La Fin du Monde del mese scorso era una birra dedicata alla credenza europea che il mondo finisse in mezzo all'oceano atlantico, quando le Americhe non erano ancora state scoperte. Il nome della birra di oggi ha un'ispirazione simile: Don de Dieu ("il dono di Dio") era il nome del vascello capitanato dall'esploratore Samuel de Champlain, considerato il padre fondatore della "nuova Francia" altresì nota come Canada. Nel 1599 per conto del Re di Spagna si era recato in America Meridionale, mentre nel 1603 questa volta inviato dal Re di Francia, raggiunse le coste del Canada, un immenso territorio raggiunto per la prima volta da Giovani Caboto nel giugno del 1497; Samuel de Champlain, fondò nel 1605 Port Royal, nel luglio 1608 da Quebec City e nel 1611 Montreal. A lui dobbiamo la prima mappa dettagliata delle coste canadesi.La birra.Il birrificio la definisce una Triple wheat ale, che corrisponde ad una Belgian Strong Ale prodotta dal 1998 con una buona percentuale di frumento. Il suo colore, leggermente velato, è tra il dorato e l'arancio; forma un compatto cappello di schiuma bianca, cremosa e dalla buona persistenza. L'aroma mette in primo piano le note speziate del lievito (pepe, coriandolo) che introducono il dolce dello zucchero e della frutta candita; in sottofondo pane, cereali e crackers ma anche un pochino di mais cotto (DMS). Una sostenuta carbonazione rende la bevuta vivace, accompagnata da un corpo medio e da un'ottima scorrevolezza, se si considera la gradazione alcolica (9%); il gusto ricalca nel bene e nel male l'aroma, con le note di pane e biscotto, miele e frutta candita (arancia e pesca), e di nuovo mais cotto in sottofondo. In assenza completa d'amaro, l'equilibrio viene dall'ottima attenuazione del lievito e dall'acidità del frumento, ma c'è po' d'astringenza a rovinare la festa. L'alcool è ben nascosto, con un morbido tepore che si fa notare solamente nel retrogusto di frutta sotto spirito. La pulizia ci sarebbe anche, ma qualche difettuccio di troppo rende questa bottiglia di Don de Dieu poco memorabile, contrariamente alla Fin du Monde, che mi aveva davvero impressionato in positivo. Si riesce a bere, certo, ma con un po' di delusione.Formato: 34,1 cl., alc. 9%, IBU 10.5, lotto J171510630.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.