A.D. 2016: un anno di UBAG

Anche quest'anno il primo post dell'anno nuovo è dedicato ad un breve riassunto di quello che si è appena concluso: è il momento di tirare le somme divertendosi con i numeri. Ricordo che queste "classifiche" non sono una lista di buoni e di cattivi e non vogliono tanto meno essere una guida alle migliori o alle peggiori birre del mondo: è semplicemente un riassunto del 2016 di Unabirralgiorno.  Ho assegnato alle birre un "voto"  (cosa che non troverete mai nei post quotidiani) solo per poter redigere queste graduatorie e ricordarmi le migliori bevute dell'anno.  Questo non è un concorso nel quale giudico l'appartenenza allo stile: se una birra è fuori stile ma è buonissima, riceverà comunque un'elevata valutazione. Il "voto" dato riguarda esclusivamente la bottiglia in questione, della quale riporto sempre lotto e/o scadenza; superfluo ribadire che l'elenco comprende solo le birre bevute nel corso del 2016. I grandi assenti lo sono semplicemente perché non li ho bevuti nell'anno che ci ha appena salutato.Per vostra comodità ecco i link diretti alle statistiche degli anni 2015, 2014, 2013 e 2012.  Cominciamo come al solito dai dati generali: sono state 327 le birre ospitate su blog nel 2016. Viene quindi superato il record del 2014 (309 birre), mentre l'anno scorso erano state 301; il numero è in parte spiegato da diversi post nei quali ho messo a confronto più birre, a volte anche sei alla volta. Confronti che influiscono anche sui litri effettivi di birra bevuta: sarebbero 138,27 (37,8 cl. al giorno) ma ovviamente quasi tutte le bottiglie di birre industriali messe a confronto tra di loro non sono state bevute per intero. I litri sarebbero dunque in aumento rispetto allo scorso anno (132,12) ma non raggiungono la vetta del 2012 (148,48 litri) nel quale ho evidentemente esagerato con il formato 75 cl. Per darvi un termine di paragone, ricordo che il paese europeo con il più alto consumo pro capite di birra (dato 2015) è sempre la Repubblica Ceca con 143 litri a testa, seguita da Germania (106), Austria (105), Polonia (98) e Lituania (92) l'Italia è ferma all'ultimo posto assieme alla Francia, con solo 31 litri a testa. Datevi da fare per farci guadagnare posizioni in classifica, io il mio contributo lo sto già dando! La media della percentuale alcolica in volume delle birre bevute è stata 7.1%, dato pressoché immutato dal 2012. Stili e categorie: le più presenti sul blog sono state le IPA, che ritornano al primo posto dopo essere state scalzate dalle SAISON nel 2015; ne ho bevute 59 (sei in più del 2013, anno record). Al secondo posto ci sono IMPERIAL STOUT/PORTER (36 birre) seguite da SAISON (32) e STOUT/PORTER (30).  L'Italia si conferma ancora una volta la nazione più bevuta con 78 birre (erano state 89 nel 2015) seguita da Stati Uniti (59), Germania (51) e Belgio (44).Il costo medio al litro delle bevute 2016 è stato di Euro 12.09, dato praticamente invariato dal 2013: si tratta di un dato relativamente poco significativo in quanto generato da birre molto diverse tra di loro e acquistate in differenti luoghi e paesi. Ma moltiplicate 12,09 per 138 litri e avrete un'idea del conto finale per dodici mesi di una passione per nulla economica. Scendiamo al livello di singoli birrifici: Rittmayer è stato a sorpresa il più presente sul blog con otto birre, seguito da un manipolo di birrifici a quota cinque: Amarcord (e le numerose birre prodotte per i discount), Brasseria della Fonte, Buxton e Pöhjala. E veniamo ora alla parte più interessante: quali sono state le migliori birre bevute nel 2016? Eccole qui (cliccate sulle tabelle per una miglior visualizzazione):Due birrifici piazzano due birre all'interno della Top 10 (che per accorpamento di punteggio diventa una "Top 12"): De Dolle, con due vintage sublimi, e la sorpresa Stigbergets, birrificio svedese da poco arrivato anche in Italia con IPA freschissime e davvero degne di nota. L'unico italiano presente è Loverbeer, garanzia di qualità: per trovarne altri (Extraomnes e la sorpresa Ritual Lab) bisogna allargare alla Top 27.  Per quel che riguarda lo stile, tra le migliori 27 birre ci sono 6 "acide", 4 IPA, 3 saison e 2 imperial stout. 8% la gradazione alcolica media di queste birre, con un costo medio al litro di 19,69 Euro, decisamente superiore rispetto alla media e parzialmente giustificato dal passaggio in legno che molte di queste birre hanno effettuato. Se guardiamo esclusivamente all'interno dei nostri confini, ecco le 20 birre italiane bevute nel corso del 2016 che mi sono piaciute di più:Sono Hammer  ed Extraomnes i protagonisti, con due birre a testa tra le prime nove. Noto con piacere la presenza di ben tre birre al di sotto della soglia di "sessionabilità" (4.5% ABV), a dimostrazione che - contrariamente a quanto di solito esprimono i siti di beer rating - non è necessario alzare l'asticella dell'alcool per impressionare il bevitore.  Detto del meglio, passiamo anche rapidamente in rassegna quello che mi è piaciuto di meno: Come vedete è un monologo di birre industriali; i prodotti "artigianali" presenti (LX - Portogallo, Giesinger e Camba - Germania, Deb's e Gambolò - Italia) sono finiti tra i "cattivi" a causa di bottiglie infette o difettate. Ma visto che i soldi utilizzati per comprarle erano buoni, mi sembrava comunque doveroso includerle tra le cattive. Mi rivolgo sopratutto a Deb's: tutte e due le birre che ho bevuto sono finite nel lavandino: qui c'è da lavorare parecchio. Diamo un rapido sguardo anche alle birre più care bevute nel 2016: il dato va preso con le molle, visto che gli acquisti vengono fatti in luoghi e in paesi diversi, non sempre nella stessa tipologia di rivenditore (pensate alla differenza tra beershop, supermercato e bar):Sette birre su nove sono barricate, a giustifica parziale del prezzo premium. Sono escluse solo la collaborazione Buxton/Omnipollo, con la beerfirm svedese che non è affatto a buon mercato, e la massiccia Wee Heavy di AleSmith, importata dagli USA. Sono state comunque tutte ottime bevute, ad eccezione della deludente PX di Hopperbrau che ho trovato in una bottiglia con molti problemi.All'estremo opposto (birre più economiche), dominano le birre industriali e quelle del discount; in alternativa c'è sempre la Germania, dove in loco potete trovare birre dall'ottimo rapporto qualità/prezzo:Per terminare eccovi una rapida carrellata dei "migliori" per le principali categorie bevute, la lista potrebbe esservi utile se dovete fare qualche acquisto. La classificazione di riferimento è sempre quella stabilita da Ratebeer:- miglior AMERICAN PALE ALE (su 19 bevute nel 2016) Toppling Goliath PseudoSue (45/50)- miglior BALTIC PORTER (5): Gigantic Saboteur Baltic Porter (39/50)- miglior BELGIAN ALE (5): Le Trou du Diable Albert 3 (43/50)- miglior BELGIAN STRONG ALE (19): De Dolle Stille Nacht Special Reserva 2005 (46/50)- miglior BLACK IPA (4): Pöhjala Pesakond Black Forest IPA  (41/50)- miglior DOPPELBOCK (3): Weissenoher Bonator (40/50)- miglior DOUBLE IPA (9): Hammer Killer Queen (42/50)- miglior IMPERIAL STOUT/PORTER (36): Deschutes The Abyss 2013 (46/50)- miglior INDIA PALE ALE (59): Amazing Haze IPA e West Coast IPA di Stigbergets (44/50)- miglior PILSNER (5): Birrificio Italiano Delia (42/50)- miglior QUADRUPEL (5):  Achel Extra Bruin  (41/50)- miglior SAISON (32): LoverBeer Saison De L'Ouvrier Cardosa 2015 (44/50)- miglior STOUT/PORTER (30): Anspach & Hobday The Porter (43/50)- miglior TRIPEL (5): Unibroue La Fin du Monde (43/50)- miglior SCOTCH ALE (5): AleSmith Wee Heavy Scotch Ale (42/50)- miglior SOUR/WILD/ACIDA (16): Russian River Consecration (48/50)- miglior WEIZENBOCK (5): Schneider Weisse Tap 5 Meine Hopfen-Weisse (41/50)Ecco tutto il 2016 in un comodo file PDF:-  ORDINATO PER PUNTEGGIO DECRESCENTE-  ORDINATO PER BIRRIFICIO-  ORDINATO PER STILE-  ORDINATO PER NAZIONEI miei consigli per gli acquisti? - oltre i 45 punti: capolavori, birre da bere almeno una volta nella vita- da 40 a 44 punti: grandi birre, da cercare e comprare assolutamente- da 35 a 39 punti: birre ottime/molto buone, comprare se vi capitano a tiro- meno di 35 punti: birre buone o discrete, ma non uscirei di casa a cercarle- meno di 24 punti: bottiglie che ho trovato con evidenti problemi o che proprio non mi sono piaciuteStanchi dei numeri? Non preoccupatevi, tra qualche giorno si riparte per un nuovo anno di birra!

Lagunitas Brewing Company: IPA, A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale & Lagunitas Sucks

"Vendere significa vendere il cuore dei tuoi migliori amici e quella parte della vita che i tuoi collaboratori hanno passato a lavorare per te": questo un tweet di Tony Magee datato 2013 con il quale criticava una delle tante acquisizioni di birrifici "craft" da parte di grandi multinazionali, dichiarando che lui mai lo avrebbe fatto.  Come commentare allora l'annuncio di settembre 2015 con il quale Lagunitas Brewing Company annunciava di aver stretto una partnership 50/50 con il colosso mondiale Heineken? E' Magee stesso, fondatore nel 1993 del birrificio a Petaluma (California), a spiegarne le motivazioni direttamente sul forum di BeerAdvocate, anticipando tutte le critiche. E mentre dall'altra parte dell'oceano Heineken non parlava di partnership ma di aver  acquistato il 50% di Lagunitas, Magee chiariva di avere ormai 55 anni e la necessità di guardare al futuro assicurandolo a se stesso, ai suoi dipendenti e ai suoi partner aziendali: "abbiamo ricevuto e rifiutato proposte da AB InBev e SABMiller, siamo stati noi a bussare alla porta di Heineken che inizialmente non aveva nessun interesse nei birrifici craft".  La partnership con Heineken gli consente infatti di accedere ad una catena distributiva mondiale e di guardare al di là dei confini nazionali: "questa non è la fine di Lagunitas, è forse solo la fine del suo percorso iniziale. Ora abbiamo davanti un'opportunità storica per esportare la passione che caratterizza la Craft Beer americana in tutto il mondo; anzi questo forse potrebbe diventare il giorno della vittoria della Craft Beer americana".  I dettagli economici della partnership operativa da fine 2015  non sono stati resi noti ma si dice che il birrificio di Petaluma, che nel biennio 2012-2014 è cresciuto del 58% con una produzione di un milione di ettolitri, sia stato valutato all'incirca un miliardo (!) di dollari. Oltre alla sede di Petaluma e a quella di Chicago sarà a breve operativa anche quella di Azusa, a quaranta chilometri da Los Angeles, città dove finalmente la craft beer sta prendendo piede e, soprattutto, luogo strategicamente conveniente per  l'esportazione verso i mercati del Sud America, Messico in primis. Una capacità iniziale di 400.000 barili/anno che, assieme a quelli prodotti a Petaluma e Chicago, porteranno Lagunitas alla pari di Sierra Nevada.Per il momento la partnership con Heineken sta iniziando a dare i suoi frutti in Europa, con le Lagunitas che, attraverso i partner distributivi del colosso olandese, sono arrivate sugli scaffali di qualche supermercato; se qualcuno me lo avesse predetto quattro anni fa, gli avrei sicuramente riso in faccia.Le birre.Tre le etichette che sono arrivate dalla California; non manca ovviamente la flagship IPA (6.2%), la IPA più venduta in tutta la California. Nel febbraio 2015 il 12 pack di Lagunitas IPA divenne addirittura il "pack" più venduto in tutta la Bay Area (San Francisco), capace di superare i grandi marchi industriali. Disponibile quasi ovunque, la IPA di Lagunitas è in molti locali l'unica alternativa alle multinazionali, capace di "salvarvi" la vita quando non trovate niente di decente da bere.La bottiglia in questione è "nata" lo scorso settembre 2016 e si presenta quasi limpida e di color oro antico, con qualche venatura ramata; la schiuma leggermente biancastra è compatta e cremosa ed ha un'ottima persistenza. Il naso non è di certo un elogio alla freschezza ed alla intensità ma è tutto sommato ancora accettabile: pompelmo e pino la fanno da padrone, accompagnati da profumi floreali e di biscotto; il fruttato più che di fresco ricorda però la marmellata. Il percorso continua in linea retta al palato senza grosse divagazioni; la base maltata, seppur non invadente, richiama biscotto e caramello e introduce il dolce della marmellata d'agrumi al quale risponde subito l'amaro, resinoso e vegetale, al quale spetta poi il compito di chiudere la bevuta. La secchezza potrebbe essere migliore, il finale amaro è lungo ed intenso ma ha perso un po' di vigore e non punge quanto potrebbe. Non c'è da fare salti di gioia ma se ci si accontenta si ha nel bicchiere una delle tante IPA americane che arrivano dopo tre mesi di viaggio e il fiato un po' corto ma ad un prezzo vantaggioso.  Se cercate la fragranza e la freschezza dei luppoli guardate altrove, se invece vi accontentate di una discreta IPA, bilanciata e facile da bere ma lontana parente di quella che era in origine, non sarebbe affatto male trovare sempre questa Lagunitas sugli scaffali della grande distribuzione. Il prezzo è un po' più elevato delle IPA crafty (Poretti, Ceres, Tennents) ma è più contenuto di molte altre IPA "artigianali" (italiane e non) che occupano gli stessi scaffali dei supermercati con alterne fortune (per chi le compra).La seconda Lagunitas arrivata in Italia è la A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale (7.5%): realizzata per la prima volta nel 2009 come birra stagionale estiva è poi entrata di diritto in produzione regolare. Il mash prevede il 50% di frumento ed un generoso utilizzo di luppoli in dry-hopping: India Pale Ale o  American Wheat Ale? A voi la preferenza. Il bicchiere diventa dorato, leggermente velato e anche in questo caso la schiuma che si forma è impeccabile: cremosa, fine e compatta, ottima persistenza. Buona parte del (dichiarato) abbondante dry-hopping si è evidentemente perso nel viaggio attraverso l'oceano: l'aroma è pulito ma poco intenso e, anche in questo caso, poco fresco/fragrante. Ci si muove in territorio tropicale; mango e melone, con pompelmo e frutti di bosco ad agire in sottofondo. Molto più secca della sorella IPA, riaccompagna subito il bevitore in territorio  tropicale con il dolce del mango, del melone e della papaia. Anche questa birra è stata imbottigliata lo scorso settembre e la freschezza della frutta ne risente, virando di nuovo verso la marmellata ed il candito. I malti, leggermente caramellati, supportano la generosa luppolatura che sfocia in un finale amaro, lungo e intenso, nel quale la resina punge ancora un po'. Alcool ben nascosto, corpo medio ed una carbonazione contenuta le consentono di scorrere piuttosto pericolosamente: il rapporto qualità prezzo (2.65 € per 35 cl.) è buono, ma anche qui dovete accontentarvi e non essere alla ricerca della freschezza, che purtroppo è la caratteristica principale delle birre molto luppolate.Terminiamo questa rassegna con Sucks, una sorta di Double IPA prodotta con malto d'orzo, frumento, segale, avena ed un parterre di luppoli composto da Chinook, Simcoe, Apollo, Summit, HBC342 e Nugget.  L'avevo già incontrata un paio di anni fa in California nel formato criminale (per un ABV dell'8%) da 35 once, ovvero quasi un litro che viene venduto a cinque dollari. Quella bevuta non era purtroppo andata nel migliore dei modi e cerco di rimediare ora con una bottiglia nata - quasi come quella di allora - circa tre mesi fa. Il nome abbastanza curioso di questa birra significa “Lagunitas fa schifo” ed il perché ve lo avevo raccontato in quella occasione. Il suo colore è tipicamente West Coast, tra il dorato e l'arancio, appena velato; la schiuma biancastra è anche in questo caso perfettamente fine, cremosa, compatta e mostra una lunghissima persistenza. Nell'aroma convivono i profumi degli aghi di pino con quelli del pompelmo e della frutta tropicale (mango, melone, ananas): l'aroma non è esplosivo ma molto pulito, con un livello di freschezza tutto sommato ancora accettabile, se ci si accontenta. La sensazione palatale è ottima: birra morbida, corpo medio, bollicine contenute e ottima scorrevolezza. Il gusto ricalca l'aroma riproponendo la frutta tropicale che viene supportata dall'impalcatura per nulla invadente dei malti (biscotto, miele, caramello). Il fruttato ha perso un po' del suo splendore (canditi e marmellata) ma è ancora predominante e caratterizza una bevuta facile e gradevole. Il pompelmo chiude il percorso della frutta e introduce il finale amaro e resinoso, purtroppo non molto pungente, con il quale si conclude questa Double IPA. Alcool ben nascosto che riscalda con garbo solo a fine corsa, buona attenuazione, pulizia ed equilibrio: delle tre Lagunitas la Sucks è quella che è meglio sopravvissuta al viaggio oceanico. Una bevuta ancora godibile e dal buon rapporto qualità prezzo, soprattutto se dovete acquistarne più di una bottiglia per una cena tra amici o per una grigliata.Se volete provarle, fate in fretta: sono tutte e tre state imbottigliate lo scorso settembre e il tempo non è amico di questo tipo di birra. Tra qualche mese il loro decadimento sarà ancora più evidente: ed è forse questo il maggior problema che riguarda le birre "artigianali" (anche se Lagunitas non può più essere definita tale) nella grande distribuzione. Acquisti di grossi quantitativi che poi rimangono in giro per moltissimi mesi, sino ad esaurimento scorte, quando invece sarebbe assolutamente indispensabile far arrivare regolarmente sugli scaffali lotti produttivi sempre freschi. Per ora dalla California sono arrivate queste tre birre, della tipologia meno adatta a viaggiare: speriamo che prima o poi arrivino anche altre birre meno luppolate e quindi meno suscettibili al trascorrere del tempo. Con il buon livello di prezzi di Lagunitas (negli Stati Uniti era tra i produttori craft più a buon mercato) sarebbero davvero un'ottima risorsa sugli scaffali del supermercato.Nel dettaglio:IPA: 35.5 cl., alc. 6.2%, IBU 51.5, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.49 Euro (supermercato)A Little Sumpin’ Sumpin’ Ale: 35.5. cl., alc. 7.5%, scad. 07/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)Sucks: 35.5 cl., alc. 8%, IBU 63, lotto 1438 0424, scad. 09/09/2017, prezzo indicativo 2.65 Euro (supermercato)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: De Dolle Stille Nacht Special Reserva 2005

Chiudiamo il cerchio delle bevute di Natale 2016 ritornando in un certo senso da dove eravamo partiti: birrificio De Dolle, Stille Nacht. Oggi non parliamo però della Stille "normale" ma della sua versione barricata, chiamata (Special) Reserva. Un'edizione purtroppo piuttosto discontinua e limitata, prodotta se non erro solamente tre volte: nel 2000, nel 2005 e nel 2010. Ci sarebbe anche l'edizione 2008, mai commercializzata ufficialmente, imbottigliata a mano utilizzando le normali etichette della Stille Nacht con un timbro sopra che reca la parola Reserva e destinata solo ad amici e famigliari. Qualche bottiglia è tuttavia "scappata" dalla cantina di Kris Herteleer ed ha preso la strada degli Stati Uniti o di qualche fortunato locale europeo. E c'è anche il millesimo 2013, apparso soltanto al Kerstbier Festival di Essen del 2014: anche questa edizione non è mai stata messa in vendita. L'unica possibilità che avete di assaggiare queste edizioni - e qualche altra direttamente dalle botti - è di recarvi in visita al birrificio e sperare nella benevolenza di Kris. La Stille Nacht Reserva nacque nel 2000 da un tragico errore. Come vi avevo già raccontato in questa occasione, a novembre del 1999 la Palm, che aveva da poco acquisito la Rodenbach, inviò una lettera a tutti i propri clienti (oltre a De Dolle, c’era anche il monastero di St. Sixtus/Westvleteren) comunicando la decisione d’interrompere dal primo dicembre la vendita del lievito proprietario. I tentativi di utilizzare dei lieviti differenti non soddisfarono molto Kris Herteleer, il quale decise di “riciclare” il ceppo di Rodenbach affidandosi ad un biologo. La "replica" tuttavia non andò come previsto: il "nuovo" ceppo risultò molto pulito ma privo di quelle caratteristiche batteriche (acetiche e lattiche) tipiche proprio del Rodenbach. La rifermentazione inoltre sembrava non finire mai e numerose bottiglie di una cotta, nonostante le temperature di dicembre, iniziarono ad esplodere. Per non perdere l'intera produzione Kris decise di travasare il contenuto delle bottiglie ancora intatte in botti (recuperate grazie all'aiuto di Cantillon) che avevano ospitato vino Bordeaux (Château Léoville-las-Case)  e di tornare ad imbottigliarle dopo dodici mesi (o diciotto, a seconda delle fonti). E' la nascita della Stille Nacht Reserva (2000), una birra che da un inizio disastroso diventerà uno dei capolavori della produzione De Dolle.La "leggenda" poi dice che la Stille Nacht "normale" sia rinata grazie al ritrovamento di alcuni vecchi fusti in Finlandia non completamente vuoti che permisero al microbiologo di fiducia di Kris di recuperare del lievito Rodenbach originale da coltivare. Ovviamente non bisogna mai fidarsi di quello che dichiara un birraio belga, così come non si devono nutrire grosse speranze sulla futura Stille Nacht Reserva 2015, che potrebbe uscire a Natale 2017 dopo aver riposato per quasi due anni in botti di vino. Il condizionale è d'obbligo, perché Kris non si pone limiti e lascia la birra in botte fin quando non ritiene che sia pronta per essere venduta; e non ha nessuna intenzione di ampliare né la propria produzione "standard" né il suo programma delle "Reserva". La birra.Purtroppo non sono riuscito a recuperare molte informazioni sulla Stille Nacht Reserva 2005; non so se sia stata utilizzata la stessa tipologia di botti dell'edizione 2000 e non so quanto tempo sia durato l'invecchiamento. All'aspetto è di colore arancio carico, con qualche sconfinamento nell'ambrato; la quantità di schiuma biancastra che si forma è ovviamente minima e alquanto rapida a scomparire dal bicchiere. Da una birra di dieci anni ti aspetteresti cedimenti e inevitabili difetti dovuti al trascorrere del tempo. Invece sin dall'aroma questa Stille Reserva mostra tutto il suo vigore; l'ossidazione è quella "buona", quella che porta in dote i profumi del vino liquoroso e del passito. Una punta di cartone bagnato c'è, ma bisogna proprio andarla a cercare; per il resto l'aroma regala uva passa, legno, zucchero caramellato, fichi e frutta disidratata come albicocca ed ananas. Al palato è ricchissima, calda, sensuale: quasi ci si dimentica di avere nel bicchiere una birra e la mente si sposta subito in territorio vinoso. Pensate a vini liquorosi ma anche fortificati, il Madeira non è troppo lontano: la bevuta è coerente con l'aroma e ripropone il dolce dell'uva passa, dei canditi (sempre albicocca ed ananas) e dello zucchero caramellato, il legno. L'alcool è evidente ma morbido: è straordinario come una "signora birra" di dieci anni riesca ad essere ancora così potente e riesca a mantenere un'acidità capace quasi di donarle freschezza, oltre a stemperare il dolce. Anche in bocca le ossidazioni "negative" (cartone bagnato, sangue) sono davvero lievi, con la birra che mostra di poter reggere ad un ulteriore invecchiamento. Chiude lunghissima, con un dolce e caldo abbraccio liquoroso di frutta sotto spirito che sembra non finire mai e che ti accompagna per il resto della serata.Bottiglia straordinaria, emozioni che si susseguono sorso dopo sorso. Stille Nacht, questa volta la notte è silenziosa perché le parole sono superflue.Formato: 33 cl., alc. 13%, lotto 04/2006. NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Kerst Reserva 2016

Proseguiamo con le bevute di Natale 2016, ne mancano ancora due all'appello; il "gran finale" inizia con il ritorno della Kerst Reserva 2016, versione barricata della birra natalizia del birrificio di Marnate (Varese) che ha da qualche settimana inaugurato il suo locale Bier & Cibo a Castellanza dove poter mangiare ad assaggiare anche qualche birra disponibile solo in loco. Ho detto "ritorno" perché la Kerst Reserva mancava ufficialmente dal 2013; negli ultimi due anni infatti le botti utilizzate per l'invecchiamento non avevano reso quanto sperato ed il birrificio ha preferito non farla uscire: "lei è un po' il nostro "monfortino" e se non siamo certi che sia una grande annata, la blocchiamo". Questo quanto ha pubblicato sulla propria pagina Facebook il birrificio lo scorso 17 novembre, data in cui è stato dato l'annuncio dell'uscita dell'edizione 2016.Ricapitoliamo brevemente le precedenti: la Kerst Reserva 2011 (13%) ha riposato per nove mesi in botti che avevano contenuto la Barbera d’Alba di Elio Altare; la 2012 (10%) nove mesi in botti ex Barbera delle Langhe; la 2013 (12%) ha invece passato circa sette mesi in botti di Barolo di Dogliani. Per il millesimo 2016 (10.5%) sono state utilizzate botti di Chianti Classico provenienti dall’azienda Castello di Fonterutoli;  come sempre la ricetta prevede l'utilizzo in bollitura uno zucchero candito fatto con succo concentrato di mela biologica. Dopo l'interessante confronto tra 2011 e 2013 di tre anni fa, è il momento di assaggiare la Kerst Reserva 2016.La birra.Nonostante quello che appare dalle fotografie, nel bicchiere arriva di color arancio carico con venature che spaziano dal dorato all'ambrato; quel poco di schiuma biancastra che si forma è un po' scomposta e abbastanza rapida nel dissiparsi. Al naso il carattere vinoso è evidentissimo: l'asprezza dell'uva e dei frutti rossi viene bilanciata dal dolce dello zucchero caramellato, dell'uvetta e della mela caramellata, mentre il legno in sottofondo impreziosisce di tanto in tanto un bouquet olfattivo pulito ed elegante ma dall'intensità solo discreta. Il dialogo tra dolce ed aspro è il tema conduttore di una bevuta emozionante che sembra svelare nuovi particolari dopo ogni sorso: se con i primi il palato avverte sopratutto la presenza del vino e dell'asprezza dei frutti rossi, man mano che la birra si scalda e si apre è il dolce dei canditi e della mela caramellata a farsi notare sempre di più. Ma le sorprese non sono finite: l'alcool, molto ben dosato, evolve in un bel calore fruttato reminiscente di vini liquorosi: uvetta, prugna che si diffondono anche nel lungo retrogusto, caldo e morbido, di frutta sotto spirito. Rileggendo gli appunti di bevuta delle precedenti  Kerst Reserva mi sembra che nell'edizione 2016 il carattere vinoso sia molto più in evidenza; c'è indubbiamente qualche spigolo di gioventù da limare, ma le emozioni già non mancano e, quando ne trovi nel bicchiere, è sempre una festa. O un epifania, visto che siamo nel periodo appropriato.Formato: 33 cl., alc. 10.5%, lotto 299 16, scad. 10/2021, prezzo indicativo 6.50-8.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Bevog Who Cares Editions Brown Snowball Coconut Porter

La sesta birra di Natale 2016 ci porta all'estremità sud-orientale dell'Austria da Bevog, birrificio transitato sul blog già quattro volte, l'ultima delle quali pochi giorni fa. Il birrificio guidato dallo sloveno Vasja Golar non produce una classica birra natalizia ma quest'anno ha due proposte valide per tutta la stagione invernale. Entrambe le birre vengono vendute nell'ambito della Who Cares Editions, ovvero una serie di birre occasionali e/o prototipali con le quali si cerca di capire il feedback da parte di chi le beve, al fine di valutarne l'entrata in produzione stabile: il luppolo (session IPA, IPA e Double IPA) è di solito il protagonista di queste ricette ma per i mesi più freddi dell'anno il birrificio ha realizzato due "diverse palle di neve". Una gialla, chiamata Yellow Snowball Hopped Up Tripel, a quanto pare nata per "errore": un ceppo di lievito belga finì all'interno di una ricetta di una Double IPA invernale. Il risultato fu ugualmente soddisfacente e la birra messa in commercio: a voi scegliere se chiamarla Belgian Double IPA o Tripel luppolata. La seconda proposta è una robusta Porter al cocco, evoluzione di una ricetta casalinga di Vasja Golar: "volevo da tempo replicare quella birra che avevo fatto nel mio garage; ma il cocco non è facile da gestire e ho dovuto prima trovare le soluzioni tecniche per riuscire ad utilizzarlo in birrificio".La birra.In tutte le Who Cares Editions il protagonista dell'etichetta è un personaggio che ricorda molto il Jack Skeletron (Skellington) di Nightmare Before Christmas: in questo caso lo scheletro è alle prese con un pupazzo di neve e con un irriverente cane che deposita i suoi bisogni  "solidi/marroni" sulla neve. Nell'etichetta della tripel lo stesso cane si limita invece a fare pipì, coerentemente con il colore della birra.Non è nera ma quasi, e forma nel bicchiere un modesto cappello di schiuma nocciola, cremosa e compatta, dalla discreta persistenza. Il benvenuto al naso lo danno caffè ed orzo tostato, mettendo in secondo piano il cioccolato al latte ed il cocco; un contesto pulito ed elegante che prende le sembianze di una sorta di torta di cioccolato al caffè. Al palato la scorrevolezza viene privilegiata rispetto alla morbidezza: corpo medio, poche bollicine, consistenza leggermente oleosa. La bevuta è così molto agevole nonostante la robusta (8.1%) gradazione alcolica. Un velo di dolce di caramello e di liquirizia in sottofondo costituisce il supporto necessario ad un profilo che vira deciso e intenso sul torrefatto e sul caffè. Il cocco è davvero leggero, la suggestione di sapere che c'è fa la sua parte, mentre il finale viene snellito dall'acidità dei malti scuri; si chiude con un lungo e delicato warming etilico che abbraccia le ricche tostature, il caffè e il cioccolato amaro. Più elegante al naso ma più intensa in bocca, la "palla di neve marrone" di Bevog regala una bevuta facile e soddisfacente, sia che  vi capiti tra le mani in inverno che in qualsiasi altra delle stagioni dell'anno.Formato: 33 cl., alc. 8.1%, scad. 25/11/2017, prezzo indicativo 4.00/4.50 Euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Project Local Brewery – Winter Ale

Nonostante la birra occupi (patologicamente) una buona percentuale dei miei pensieri quotidiani e cerchi di restare sempre aggiornato su quello che accade nel mondo, ammetto di non riuscire tenere il passo della scena italiana e delle sue quasi mille entità (birrifici, brewpub, beerfirm) che operano sul mercato. Devo quindi confessare di non aver mai sentito parlare di PLB - Project Local Brewery sino al momento in cui mi sono ritrovato ad acquistare una bottiglia. Da quanto capisco si tratta di un ramo dell'azienda agricola  Podere La Berta, fondata a Brisighella (Ravenna) agli inizi degli anni settanta da Marcello Giovannini e rilevata nel 2009 dalla famiglia Poggiali. Oltre a vino e grappa, tra i prodotti offerti dal podere dal 2015 vi è anche la birra: cito testualmente "Project Local Brewery nasce in seno al Podere La Berta e al progetto di valorizzazione dell’identità romagnola, dei suoi prodotti e della sua cultura".Mi aspetterei quindi una birra prodotta in quel di Brisighella ma in realtà la Project Local Brewery si trova a Castelnuovo Berardenga (Siena), in pieno Chiantishire e a 220 chilometri dal Podere La Berta. Per trovare un nesso logico bisogna googolare un po' e scoprire che il birrificio è situato all'interno della Fèlsina S.p.A. Società Agricola, azienda che produce vino ed olio di proprietà dal 1966 della stessa famiglia Poggiali; a guidarlo il birraio Davide Calfa, studi alla VLB di Berlino e una breve esperienza presso il birrificio Karma. Sei le etichette prodotte sino ad oggi: American Pale Ale, India Pale Ale, Golden Ale, Irish Red Ale, Porter e una Strong Ale invernale che andiamo ad assaggiare.La birra.Nel bicchiere si presenta di colore arancio opaco, con un compatto cappello di schiuma biancastra, "croccante", fine e  cremosa, dall'ottima persistenza. L'aroma affianca profumi floreali a quelli di miele, canditi (albicocca e arancia), marmellata d'agrumi, zucchero candito; in sottofondo un delicata speziatura nella quella intravedo ricordi di coriandolo. Il gusto prosegue il percorso in linea retta senza nessuna divagazione: si parte dal biscottato e dal miele per continuare con il dolce di canditi, pesca e albicocca. La componente zuccherina è notevole e l'alcool, la vivace carbonazione e l'amaro finale (curaçao, terroso) appena accennato non riescono mai a contrastarla completamente: ne risulta un dolcione natalizio, pulito e gradevole nei primi sorsi ma che alla lunga stanca un po' il palato. Sicuramente una maggiore attenuazione e un'acidità più pronunciata l'avrebbero snellita e resa molto più fruibile alla distanza. Il lievito belga non risulta particolarmente espressivo, l'alcool è comunque sotto controllo, riscaldando quanto basta con un calore che aumenta d'intensità solo nel finale, ovviamente dolce, di frutta sotto spirito. Formato: 33 cl., alc. 8.5%, IBU 22, lotto WA01/15, scad. 11/2017, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De la Senne Winter Mess

Il birrificio di Brussels non poteva che dedicare la propria birra natalizia alla propria città ed al fiume che, prima di essere ricoperto, l’attraversava. La Senna, ovvero Zinne, già protagonista di una delle birre con le quali la Brasserie de La Senne debuttò alla fine del 2010 nei locali di Chaussée de Gand 565, proprio dietro al cimitero di Molenbeek.  Nel diciannovesimo secolo la capitale belga contava più di 100 birrifici attivi dei quali l’unico sopravvissuto è Cantillon:  Bernard Leboucq (già proprietario di un birrificio a Sint-Pieters) e Yvan De Baets si mettono insieme nel 2005 con il progetto di inaugurare l’anno successivo un nuovo birrificio a Brussels. La burocrazia e qualche disavventura ne hanno ritardato l’apertura di quattro anni, ma nel frattempo De la Senne ha operato come beerfirm producendo presso gli impianti di De Ranke, dove De Baets ha fatto apprendistato, e della Brasserie Thiriez in Francia. Torniamo al fiume Zinne, dal quale deriva la parola “zinneke” con la quale si indicavano tutti quei cani meticci che popolavano un tempo le rive del fiume; agli “zinneke” è anche dedicata una statua, a simboleggiare il carattere multiculturale di Brussels. Oggi invece con “zinneke” vengono definiti quei giovani che hanno un genitore di lingua fiamminga ed uno di lingua francese. Da Zinne e da Zinneke naque così la birra Zinnebir, una Belgian Ale dedicata ai giovani di Brussels alla quale dopo qualche anno s’è affiancata nel periodo delle feste la Zinnebir X-Mas; una birra invernale dal tenore alcolico inizialmente contenuto (6.5%)  e vicino a quello della sorella bionda che è progressivamente aumentato ad ogni inverno per arrivare agli 8.5% attuali. Una scelta che mi trova sinceramente d’accordo: in una birra natalizia ci voglio sentire calore, e le Zinnebir X-Mas bevute qualche anno fa mi avevano sempre lasciato piuttosto freddino.La birra.Per il Natale 2016 la Brasserie de La Senne cambia il nome della Zinnebir X-Mas in Winter Mess; ma, garantiscono da Brussels, la ricetta è rimasta identica. Il suo colore è un ambrato opaco, con intense venature rossastre ed un cremoso e compatto cappello di schiuma color crema dalla buona persistenza. Al naso troviamo frutta secca, zucchero candito, biscotto, prugna ed una delicatissima speziatura donata dal lievito in un contesto pulito e dalla buona eleganza. La scorrevolezza e la facilità di bevuta che sono un po' il marchio di fabbrica De la Senne si applicano con le dovute proporzioni anche alla loro robusta Strong Ale invernale: con biscotto, caramello, frutta secca e una delicata speziatura il gusto ripercorre i passi dell'aroma. Uvetta e prugna contribuiscono al suo profilo dolce che è tuttavia ben bilanciato da una grande attenuazione che si porta dietro anche un pelino d'astringenza; nel finale si vira in territorio amaro, con frutta secca ed un bel terroso che relegano in un angolo accenni di tostatura. L'alcool, morbido ed educato, riscalda sopratutto il retrogusto dolce districandosi tra la frutta sotto spirito ed il caramello. Pulita, ben fatta, con quella relativa semplicità e fruibilità che caratterizzano quasi tutte le produzioni del birrificio di Brussels. Le emozioni non abbondano in una birra un po' scolastica che tuttavia si lascia bere con buona soddisfazione.Formato: 3 cl., alc. 8.5%, imbott. 31/08/2016, scad. 31/08/2017, prezzo indicativo 4.00 - 4.50 Eur (beershop)NOTA:  la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio della bottiglia in questione e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

La Buttiga Bon Nadal

Proseguiamo con le bevute natalizie 2016 rientrando in Italia e precisamente in quel di Montale, frazione piacentina che ha visto la nascita nel 2008 del Birrificio La Buttiga (la bottega, in dialetto locale) in una vecchia stalla ristrutturata all’interno di una corte cinquecentesca. Lo fondò il birraio Matteo Bocedi assieme alla moglie Isabella Pattarini a coronamento di  una lunga esperienza di homebrewing. Nell’estate del 2011 Bocedi ha ceduto la proprietà ad un gruppo di amici-soci nonché affezionati clienti: Stefano Pozzi, Luca Basellini, Nicola Maggi e Isacco Mezzadri.  A loro il compito di dar continuità alla gestione precedente e di intraprendere un graduale percorso di crescita;  per quel che riguarda il primo punto vengono tutt’ora prodotte tre delle quattro birre con le quali il birrificio aveva debuttato otto anni fa: Polka (Blonde Ale),  Borgata (Bitter, e Sophia (Sweet Stout), quest’ultima una dedica alla figlia del fondatore Bocedi, alle quali vanno aggiunte anche SognoDoro (American Pale Ale) e Bon Nadal (Stong Ale). Il debutto della “nuova Buttiga” avviene nel novembre del 2011: c’è il restyling delle etichette ma viene mantenuto il logo del toro, a testimonianza del fatto che il birrificio si trova dove un tempo vi era una stalla. Alle birre storiche ne vengono progressivamente affiancate altre come la Psycho IPA (terza classificata nella propria categoria a Birra dell’Anno 2014), la Pils In Love, la Always Standing (Blanche), la Truffa (aromatizzata al tartufo) e il barley wine invecchiato in botti ex-porto La Poderosa. La nuova proprietà ha spinto l’acceleratore sul marketing promuovendo le birre con eventi e serate, aumentandone la distribuzione; l’impianto originale da 2,5 ettolitri si è rivelato presto insufficiente ed è stato sostituito con uno da 12, il cui “pensionamento” dovrebbe essere ormai imminente con l’inaugurazione già annunciata della nuova sede produttiva:  il futuro parla anche di birre acide e di ulteriori invecchiamenti in botte.La birra.Restiamo in atmosfera natalizia con una bottiglia di Bon Nadal, definita dal birrificio una “Italian Winter Ale che rievoca l'atmosfera delle serate invernali; da sorseggiare davanti al fuoco in compagnia, prima di fare l'amore tutti insieme”. L’etichetta elenca una ricca speziatura che include cannella, zenzero, coriandolo, noce moscata, chiodi di garofano e buccia d’arancia, mentre il suo aspetto è di colore ambrato con riflessi ramati, leggermente velato;  perfetta la schiuma, fine è compatta, molto cremosa, dall’ottima persistenza. Le spezie non si nascondono e caratterizzano l’aroma in toto: la freschezza dello zenzero viene accompagnata da noce moscata, cannella e chiodo di garofano. In un contesto molto pulito, si fa appena in tempo a scorgere qualche ricordo di arancia candita: il resto è spezie. Al palato arriva vivace, spinta da una sostenuta carbonazione e da un corpo medio che le permette di scorrere senza impedimenti nonostante un contenuto alcolico (9%) di tutto rispetto che viene tenuto sotto controllo.  Il gusto parla di biscotto speziato (Speculoos) e pan d'epices al miele mentre le spezie sono meno dominanti rispetto all’aroma ma comunque protagoniste; la bevuta, dolce di miele e di canditi, risulta abbastanza attenuata con l’effetto leggermente rinfrescante di zenzero e noce moscata. E’ un attimo di pausa che precede la conclusione, lunga e dolce, morbidamente calda, di frutta sotto spirito. La Bon Nadal porta nel bicchiere un Natale molto speziato, che di fatto mette in ombra l’espressività del lievito: la birra è pulita e ben fatta ma – in una bottiglia di qualche mese -  le spezie sono protagoniste in lungo e in largo. Tenetelo a mente se la volete mettere nella vostra lista della spesa natalizia.Formato: 33 cl., alc. 9%. IBU 26, lotto 18 61 ?, scad, 10/04/2019, prezzo indicativo 4.50/5.00 Euro (beershop).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Great Divide Hibernation Ale

La seconda birra del Natale 2016 ci fa attraversare l’oceano Atlantico portandoci in Colorado; Great Divide Brewing Company, birrificio che da qualche anno mancava nel nostro paese (le mie ultime bevute risalgono a fine 2010) e che proprio in queste settimane ha fatto ritorno con cinque-sei referenze imbottigliate da un paio di mesi. Great Divide viene fondato nel 1994 da Brian Dunn; dopo alcuni anni passati all’estero avviando aziende agricole in paesi in via di sviluppo Dunn fece ritorno negli Stati Uniti iniziando con l’homebrewing nel tentativo di replicare quelle birre piene di gusto che aveva conosciuto ed apprezzato viaggiando. Dall’hobby passò gli studi diplomandosi birraio e, con il supporto finanziario di famiglia, amici e della città di Denver fondò la Great Divide negli edifici in disuso di un vecchio caseificio. Dai primi mesi di vita, in cui Dunn era da solo e si occupava di ogni cosa (produzione, imbottigliamento e consegne ai clienti) Great Divide ha fatto un graduale percorso di crescita diventando uno dei protagonisti non solo della craft beer del Colorado ma anche di tutti gli Stati Uniti. Nel 2001 Dunn acquistò il vecchio caseificio in cui già operava riuscendo a pianificare un decennale piano di graduale espansione che lo ha portato sino al 2011, quanto è divenuto necessario spostarsi altrove se si voleva continuare ad aumentare i volumi. Nel 2013 vennero acquistati due ettari di terreno nel River North Art District  (RiNo) di Denver e nel 2014 furono annunciati i nuovi piani di espansione che contemplano un edificio di 6000 metri quadri nel quale trovano posto una nuova linea per le lattine, taproom, il Barrel Bar e soprattutto lo spazio ove poter collocare 1500 botti destinate agli invecchiamenti. Questa prima fase si concluse a luglio 2015 con l’inaugurazione del bar e la commercializzazione delle prime lattine;  la seconda fase d’espansione, attualmente in corso, prevede nuovi impianti produttivi e nuovi fermentatori per raggiungere un potenziale annuo di circa 94.000 ettolitri che, secondo Dunn, dovrebbe essere sufficiente per il prossimo ventennio.La birra.Hibernation Ale non è strettamente una birra natalizia ma allieta i mesi più freddi dell’anno a partire dal 1995. Da quanto leggo viene prodotta in estate per poi maturare fino a metà ottobre, quando viene commercializzata; l’etichetta e la lattina dichiarano che si tratta di una “English Style Old Ale”, anche se l’interpretazione di Great Divide non è certamente classica. La ricettea dovrebbe includere malti Northwest 2-Row, Brown, Dark Caramel e Chocolate, luppoli Centennial e Cascade, anche in dry-hopping. La ritrovo con piacere nel bicchiere dopo sette anni. Si presenta di color mogano con intense venature rossastre; la schiuma biege è fine, cremosa e compatta ed ha un’ottima persistenza. L’aroma si rivela piuttosto interessante, con una ricca componente maltata nella quale il fragrante profumo del biscotto "appena sfornato” quasi suggerisce la pasta frolla; c’è un indiscutibile carattere inglese, quel “nutty” che chiama in causa la frutta secca, nocciola in primis. Lasciandola scaldare si manifestano accenni di Graham crackers, orzo tostato, caffè  e c’è persino spazio per una delicata speziatura. La gradazione alcolica sfiora il 9% ma lei scorre morbida e senza grossa difficoltà grazie al corpo medio, alla carbonazione contenuta e ad una consistenza leggermente oleosa. Passano in rassegna caramello brunito, biscotto e miele, il dolce dell’uvetta e della prugna disidratata, qualche suggestione di caffè che emerge quando la birra si scalda e che anticipa di qualche attimo il finale amaro, piuttosto intenso, nel quale oltre al tostato e al terroso c’è l’inconfondibile marchio di fabbrica resinoso dei luppoli americani. Il palato è ben pulito e quasi rinfrescato, l’alcool si mantiene sotto controllo per tutta la bevuta accelerando solamente nel retrogusto con un bel calore di frutta sotto spirito che ben contrasta l’amaro: a temperatura ambiente chiudete gli occhi e forse avvertirete anche una suggestione di cioccolato e di chinotto. Molto pulita e “fragrante”,  la Hibernation Ale si beve davvero con grossa soddisfazione: il birrificio la dichiara anche adatta all’invecchiamento, mettetela quindi da parte se la desiderate più morbida e maltata: attualmente (a due mesi dalla messa in lattina) l’amaro è ancora molto evidente.Formato: 35.5 cl., alc. 8.7%, imbotto 07/10/2016, prezzo indicativo 4.00/5.00 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

De Dolle Stille Nacht 2016

Apriamo le danze della stagione natalizia 2016 con la birra il cui arrivo autorizza ogni birrofilo ad esclamare: “adesso è Natale!". Parliamo della Stille Nacht del birrificio belga De Dolle guidato dal dio (o dal pazzo, a seconda dei punti di vista) Kris Herteleer che, per chi ancora non la conoscesse, cerco di ospitare sul blog quasi tutti gli anni per rispettare la tradizione. L’anno scorso l’ho mancata, ma qui trovate l’edizione 2009 (bevuta nel 2013), quella 2013 e quella 2014; un tentativo di ricostruire la sua storia l’avevo fatto in una di quelle occasioni. Ai novizi devo anche ricordare che questa è una delle (poche) birre che vale la pena mettere in cantina e aprire nel corso degli anni a venire; ma se decidete di percorrere questa affascinante strada, sappiate che ci sono pochissime certezze: è una birra imprevedibile, che rispecchia il suo creatore. Impossibile non citare Kuaska: "ogni millesimo di questa birra ha un qualcosa di magico ed un percorso diverso, e nonostante tutti gli sforzi dettati dall'esperienza, difficilmente classificabile. Può capitare un'annata che, giovanissima, appaia francamente deludente, facendoci dubitare sul lavoro di De Dolle e che, dopo pochi mesi o qualche anno, si schiude come una bellissima farfalla dalla sua crisalide. E viceversa, Stille Nacht battezzate dagli esperti come capolavori assoluti che durante la maturazione perdano verve senza confermare le promesse di lunghissima vita e di gemma assoluta”. Il consiglio è sempre quello di acquistarne sempre più di una bottiglia; consumate il rito di berne una fresca, per celebrare l'arrivo del Natale e prendete qualche appunto. Mettete le altre in cantina e di tanto in tanto stappatene una confrontando quello che avete nel bicchiere con i vostri appunti di mesi o anni prima. Sarà un'esperienza molto divertente e ricompensante.La birra.Anche quest’anno il millesimo è impresso sul tappo e non in etichetta, cambiamento se non erro introdotto nel 2010. Bottiglia di uno dei vari lotti 2016 che desta qualche preoccupazione all’apertura. Quasi nessun rumore al momento dello stappo, schiuma biancastra che fatica a formarsi: ne appaiono circa due dita, un po’ grossolana  e dalla scarsa persistenza.  Anche l’aroma non è quello che ti fa apparire il sorriso sulle labbra (confrontatelo con una delle annate precedenti citate sopra): intensità piuttosto bassa nella quale si scorgono il dolce dei canditi e dello zucchero, l’aspro della mela e dell’uva acerba, c’è addirittura una lieve punta acetica, leggerissima ma innegabile. Ma la Stille è una birra che ama stupirti, e dopo qualche minuto di presenza nel bicchiere ecco emergere una sorprendente  freschezza di pesca, forse ananas, che ti riporta alla mente una Dulle Teve in formissima. Le poche bollicine le tolgono un po' di vitalità e le asperità della sua giovinezza sono evidenti anche al palato; biscotto appena speziato, miele, canditi e poi ecco l'asprezza della mela acerba o "immatura", se preferite. La piccola meraviglia dell'aroma ritorna anche in bocca: ti trovi di fronte ad una birra molto alcolica (12%) che presenta un'inattesa freschezza data da una lieve acidità e da un frutto fragrante che suggerisce quasi il tropicale, ananas in primis. Un punta terrosa d'amaro in fondo, quasi sul confine del fenolico-medicinale e poi finalmente un'esplosione di calda frutta sotto spirito e canditi nel retrogusto. Asperità e dolcezze, carezze e scaramucce, imprecisioni e piccole epifanie: la giovane Stille Nacht 2016 trova la sue contraddittorie ragioni d'essere anche nelle imperfezioni di una bottiglia attualmente non molto in forma. Al solito, non resta che metterla in cantina e affidarla al tempo: solo lui saprà dirci, nel corso degli anni, se da questa crisalide uscirà lentamente una splendida farfallaFormato: 33 cl., alc. 12%, lotto 2016, scadenza non riportata, prezzo indicativo 5.00/6.50 Euro (beershop Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.