Toccalmatto Zona Cesarini

Non la bevevo da un po’ di tempo, in precedenza l’avevo ospitata sul blog nel 2011 e la recente svolta “trentatré centilitri” del birrificio Toccalmatto mi ha fatto venire voglia di ritrovarla; è in un certo senso un esercizio divertente, quello di confrontare le note gustative di quattro anni fa. E’ la Zona Cesarini,  flagship beer del birrificio di Bruno Carilli ed un pezzo importante della giovane storia della cosiddetta “birra artigianale italiana”. Una birra che ha da poco compiuto cinque anni, essendo stata presentata sabato 5 giugno 2010 presso il Domus Birrae di Roma dove oltre a Carilli era  presente anche Alessio Gatti, a quel tempo birraio presso Toccalmatto. Oggi siamo ormai abituati all’utilizzo di luppoli asiatici (o “pacifici” che dir si voglia), ma a quel tempo non erano ancora così diffusi, se si esclude la moda del Nelson Sauvin che proprio in quel periodo aveva iniziato a contagiare diversi birrai.  Viene quindi definita una “Pacific IPA”  ispirandosi al calciatore Renato Cesarini, mezzala juventina degli anni trenta che realizzò diversi gol nei minuti finali di partita;  il novantesimo minuto della Zona Cesarini riguarda gli ultimissimi momenti della bollitura, nei quali vene utilizzato il 90% dei luppoli.  L’etichetta omaggiava invece il Giappone, paese d’origine del luppolo-novità che viene utilizzato: è il Sorachi Ace, accompagnato dal neozelandese Pacific Gem e da una miscela di altri luppoli provenienti anche da Stati Uniti (Citra) ed Australia. E’ lo stesso  “Allo” Gatti a ricordarla dopo qualche anno sulle pagine de Il Barbiere della Birra salvo poi smentire quanto scritto (“naturalmente non è vero niente”) qualche riga dopo: “il nome Zona Cesarini l'avevo già in mente in quei due mesi che ho lavorato per Leonardo (Birra del Borgo, nda) e ne avevo parlato anche con lui.. poi evidentemente non c'era stata occasione di produrla  (…)  Io avevo in mente una ipa tendenzialmente chiara dove il 9 era numero ricorrente. 9 gradi, 90 ibu, 90 minuti di bollitura e 90% di luppolo in whirpool e in dry hop, o qualcosa del genere. Parlandone con Bruno lui si era dimostrato entusiasta ma ovviamente aveva messo mano alla ricetta per renderla più appetibile, con ottimi risultati direi. In quei giorni erano arrivati a Toccalmatto diversi luppoli giapponesi e neozelandesi, ancora abbastanza sconosciuti in Italia, et voilà, ecco la Zona.  L'etichetta mi ricordo che era stata concepita sul banco dello spaccio ed eravamo presenti io, Bruno e Marcello, adesso Retorto, e per questo era uscita l'idea di mettere i tre aerei. La mia intenzione iniziale era quella di un'etichetta che ricordasse la rovesciata di Parola sulle figurine Panini ma l'idea non era passata”. L’etichetta 2015 ha subito un leggero re-styling: il sol levante è stato rimpicciolito e spostato più ad ovest, i raggi ingranditi, gli aerei da guerra spostati; è scomparsa la pianta di luppolo sulla destra, mentre l’onda verde è diventata più imponente e “giapponese”, con un chiaro riferimento ai dipinti di Katsushika Hokusai. Il colore della Zona Cesarini si trova tra il dorato e l’arancio, velato: la schiuma è bianca e cremosa, compatta, dall'ottima persistenza. Freschi ed eleganti  sono i profumi di frutta tropicale, con l’ananas in primo piano al quale s’affiancano i sentori del cocco caratteristici del luppolo Sorachi Ace; completano il bouquet mango, mandarino, pompelmo e un tocco di lime. Il bouquet olfattivo è davvero molto invitante, ma in bocca questa bottiglia di Zona è molto meno piaciona e ruffiana rispetto all’aroma: bollicine un po’ sottotono, malti (crackers, pane) e frutta tropicale (mango e ananas) leggermente accennati in una bevuta dove l’amaro resinoso (intenso ed elegante) si ritaglia si da subito un ruolo da protagonista che rilega un po’ in secondo piano il dolce fruttato. Rispetto a cinque anni fa, quando fu presentata, i luppoli giapponesi e neozelandesi non sono più una novita nel nostro paese ma la Zona Cesarini rimane comunque un punto di riferimento col quale confrontarsi.  La sua bevibilità è ottima, con alcool (6.6%) ben nascosto, grande scorrevolezza, intensità, pulizia ed una chiusura piuttosto secca; personalmente non la ritengo una birra da bevuta seriale, quando l'incontro una pinta è sufficiente per soddisfarmi completamente. Brindiamo allora con un paio di mesi di ritardo al primo lustro di Zona Cesarini, birra "flagship" di Toccalmatto che anche all'estero dimostrano di apprezzare, e non poco. Formato: 33 cl., alc. 6.6%, lotto 15016, scad. 05/05/2016, pagata 4.80 Euro (birrificio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Oud Beersel Framboise 2012

“Anno 1882”, questa è la scritta che compare sul logo di Oud Beersel. E’ la data in cui Henri Vandervelden  inizia a costruire il proprio birrificio nel paese di  Beersel, situato alle porte meridionali di Bruxelles;  Henri sfruttò la sua esperienza maturata presso il birrificio De Kroon, a quel tempo specializzato nella produzione di lambic, dove lavorava nei mesi freddi; nei mesi caldi si occupava invece di raccogliere la frutta in campagna. Nel 1922 il testimone passa poi al figlio Egidius e, passati i tumulti della seconda guerra mondiale, a Henri Vandervelden II, figlio del prematuramente scomparso (1953) Egidius. Fortunatamente Henri si era già formato all’Institut National des Industries de Fermentation ed aveva già le idee molto chiare su come guidare il birrificio. Ne espande la capacità produttiva a 50 ettolitri (rimarrà così sino alla chiusura del 2002) e ne cambia il nome in Oud Beersel, con quell’aggettivo “vecchio” (oud)  scelto apposta per sottolineare il carattere tradizionale del suo birrificio e differenziarlo dal “nuovo” che arrivava dalla vicina Bruxelles.  Nel 1991 per Henri II arriva il momento di andare in pensione ma, a causa dello scarso interesse verso il lambic del figlio Hubert, il birrificio passa in mano al nipote Danny Draps: è il periodo più difficile per Oud Beersel. Non ci sono le risorse per fare gli investimenti e ammodernamenti necessari, ed il futuro dell’azienda è in grosso pericolo. Nel 1996 l'imbottigliatrice del 1938 si rompe e, in assenza di soldi per cambiarla, un primo aiuto viene da Frank Boon (Brouwerij Boon, altro storico produttore di lambic) che inizia ad imbottigliare le bottiglie per Oud Beersel. E’ sempre Boon a "prestare" le ciliegie necessarie alla produzione della Kriek e, nel 1997, a fornire il lambic necessario a “tagliare” quello di Oud Beersel che era divenuto troppo acido a causa di una stagione estiva particolarmente calda.Il 26 novembre 2002 Danny Draps decide di chiudere Oud Beersel e la taverna annessa 't Brasserie (al suo posto c’è oggi un fioraio), per dedicarsi ad un’altra occupazione. La notizia sorprende prima di tutti proprio Frank Boon, che si sfogherà a posteriori (il 23/10/2004) con una lettera pubblicata sulla Burgundian Babble Belt  verso chi gli rimproverava di non aver aiutato i colleghi: "Ho visitato Oud Beersel per la prima volta nel 1973, era un birrificio particolare, fatto in casa e datato 1968; il lambic di  Vandervelden è molto speciale, abbina l'acido lattico ad un carattere amaro che ricorda quasi quello del luppolo fresco. Era l’unico birrificio a produrlo così e la sua chiusura è una grossa perdita per tutto il mondo del lambic. Quando Vandervelden e Draps mi hanno chiesto un aiuto, io ho cercato di fare il possibile: ho fornito loro pezzi di ricambio, ciliegie, malti e luppoli, ho imbottigliato per loro, ho prodotto lambic per loro. La notizia della chiusura mi colse di sorpresa: avevo fatto per loro un blend di 240 ettolitri  da imbottigliare, e a Beersel ce n’erano altri 300 pronti. Drops mi chiese di acquistare il loro lambic ed usarlo per il mio Oude Geuze Boon, ma rifiutai. Acquistai il suo lambic e le sue etichette e imbottigliai a nome Oud Beersel; feci poi altre quattro produzioni di lambic per blendarlo con quello che era rimasto a Beersel. Il birrificio è ora in vendita per 575.000 Euro, qualcuno è interessato? Chi compra il birrificio avrà anche il marchio Oud Beersel in omaggio. Ancora oggi sto imbottigliando l’ultimo lambic di Oud Beersel, anche se questo rappresenta solo l’1.8% delle mie vendite.  Ho fatto il massimo per aiutarli a sopravvivere e se questo per qualcuno è “non aver fatto nulla”, allora è meglio che smetta completamente."Tocca all'allora settantasettenne Henri Vandervelden mettersi alla ricerca di un possibile acquirente; si moltiplicano gli appelli, l’associazione Zythos raccoglie 4000 firme su una petizione ma è solo grazie “al caso” che la fenice risorge dalla cenere.Gert Christiaens e Roland De Bus sono amici dai tempi della scuola superiore e s’incontrano regolarmente ai tavoli di Le Zageman di Brussels per bere la Oude Geuze di Beersel, la loro preferita; un giorno il proprietario del locale gli avvisa che le scorte di bottiglie stanno per finire e che il birrificio ha chiuso in attesa di trovare qualcuno disposto a rileverlo. Il progetto iniziale di Gert e Roland era soltanto di aiutare Vandervelden a riaprire, ma lo stato di conservazione degli impianti era deteriorato a tal punto che non sarebbe stato possibile fare altro che ricostruire tutto da capo. Alla fine del 2005 Christiaens e De Bus acquistano Oud Beersel, lanciando contemporaneamente la Bersalis Tripel prodotta da Huyge per raccogliere i finanziamenti necessari a rimettere in piedi il birrificio.  Nel frattempo il lambic secondo la ricetta di Vandervelden viene prodotto da Frank Boon e portato poi a maturare nelle botti di legno a Beersel, per poi essere riportato da Boon per il blend finale e l'imbottigliamento. Il 16 marzo del 2007 vengono ufficialmente commercializzate le prime Oude Geuze e Oude Kriek di Beersel, mentre pochi mesi dopo Roland De Bus rassegna le dimissioni ma viene prontamente sostituito dal padre di Gert, Jos Christiaens, da poco in pensione. Negli ultimi anni i prodotti di Oud Beersel hanno riscosso un buon successo permettendo di reperire le risorse finanziare necessarie per continuare la ricostruzione; in attesa di avere un impianto produttivo proprio, il lambic continua ad essere prodotto da Boon per essere poi trasportato a Beersel con un autocisterna dove oggi avviene la fermentazione spontanea. La priorità al momento sembra essere quella di ristrutturare i locali dell’edificio per avere maggior spazio disponibile ove mettere nuove vasche e botti necessarie per la fermentazione, la maturazione e l’assemblaggio finale del lambic. Il ”birrificio” è visitabile tutti i sabati mattina, con la possibilità di fare acquisti in loco. Dalla produzione Oud Beersel stappo una bottiglia di Framboise, un lambic prodotto con lamponi e, in quantità minore, di ciliegie; è disponibile se non erro solamente nel formato da 37.5 cl.  Riempie il bicchiere di un intenso color rossastro, con sfumature che spaziano dall’ambrato  al dorato; l’effervescente schiuma cremosa è bianca appena macchiata di rosa e scompare piuttosto rapidamente. Il naso è completamente dominato dal profumo dei lamponi maturi, piuttosto dolce e zuccherino; in secondo piano sentori di ciliegia sciroppata e di marmellata di lamponi. Il percorso continua uniforme al palato, con tanto lampone e qualche suggestione di ribes nero; anche il gusto non risparmia dolcezza, ricordando frequentemente la marmellata e la gelatina di lamponi. L’acidità lattica non bilancia la bevuta, alleggerendo dal dolce il palato solo a fine bevuta, con una punta amaricante: il retrogusto è di nuovo di lampone dolce. Personalmente avverto anche la mancanza di una qualche bollicina in più che avrebbe forse aiutato a mitigare ulteriormente il dolce: rimane una birra leggera e molto scorrevole che andrebbe bevuta ad una temperatura bassa (il birrificio indica tra i 2 e gli 8 gradi) se la si vuole utilizzare per rinfrescarsi. E’ un lambic alla frutta piuttosto morbido, che tende però a diventare un po’ troppo dolce man mano che si scalda.Formato: 37.5 cl., alc. 5%, lotto 2132 12:17:44, scad. 11/05/2016, pagata 3.59 Euro (supermercato, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Lariano New Age

Arriva nel 2013 la prima birra dichiaratamente estiva del Birrificio Lariano, aperto nel 2008 dai due ex-homebrewer Fulvio Nessi ed Emanuele Longo a Dolzago (Lecco): viene chiamata New Age. Un birrificio che sta riscuotendo molti consensi in tutta ma che, per qualche strano motivo, ho sempre difficoltà ad incontrare. Fortunatamente  sono in via di ultimazione i lavori di costruzione della nuova sede nella vicina Sirone, dove troverà posto il nuovo impianto, più capiente, che presumibilmente permetterà anche una più facile reperibilità delle birre in tutta la penisola. Nel frattempo il luogo più sicuro dove potete trovarle è la birreria di proprietà del birrificio a Perego, chiamata Statale 52. Non sono invece riuscito a scoprire l'autore delle belle nuove etichette che hanno da qualche tempo rimpiazzato quelle del debutto.Torniamo alla New Age, descritta come un American Golden Ale nella quale spicca sopratutto il Citra; credo non si tratti di una single-hop, ma non ho trovato l'elenco degli altri eventuali luppoli utilizzati.Gradazione alcolica (4.2%) all'interno della soglia di "sessionabilità" e birra che arriva nel bicchiere con il colore di un sole pallido, velato e sormontato da un bel cappello di schiuma bianca, cremosa e compatta, dalla buona persistenza.Il naso apre con i profumi dell'ananas in primo piano, seguiti da quelli del mandarino, della pesca bianca e dell'arancio; c'è una bella pulizia, mentre la freschezza e la fragranza potrebbero essere migliori. Purtroppo è un'estate molto calda e il rischio di trovare delle bottiglie che abbiano un po' sofferto il caldo è concreto. Le mie impressioni vengono confermate in bocca, dove questa New Age paga un po' di "stanchezza" che comunque non le impedisce di essere una buona session beer dissetante e rinfrescante; peccato, perché mi sarebbe piaciuto incontrarla un po' più in forma. Il gusto offre leggere note maltate (crackers, miele) e soprattutto frutta, nella fattispecie agrumi (mandarino, arancio) ed ananas, prima della chiusura amara erbacea con qualche sfumatura zesty. Leggera e delicata, presenta la giusta quantità di bollicine e la necessaria consistenza acquosa per essere consumate nel formato (il secchio) che molti bevitori sembrano prediligere.Discretamente intensa, è una bottiglia un po' penalizzata da una fragranza un po' carente che la fa risultare meno efficace di quanto potrebbe essere. Le dò appuntamento alla prossima occasione, cercando di anticipare il caldo della prossima estate.Formato: 33 cl., alc. 4.2%, lotto 32 15, scad. 02/2016, pagata 4.00 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

CREW Republic Roundhouse Kick Imperial Stout

"Una tranquilla serata davanti al camino: il rumore della legna che brucia, le fiamme che danzano…" sono queste le evocative immagini utilizzate da CREW Republic per descrivere l'atmosfera adatta per stappare una bottiglia di Roundhouse Kick Imperial Stout. Ora siamo in agosto e l'estate 2015 è particolarmente calda: approfitto di una sera di pioggia per bere qualcosa di diverso dalle birre chiare e dissetanti che stanno un po' monopolizzando il blog da qualche settimana. La beerfirm CREW Republic l'avevo presentata in questa occasione, lo scorso anno: nel frattempo ho scoperto che le birre sono ufficialmente importate in Italia, buono a sapersi per chiunque le volesse assaggiare. Anche questa viene prodotta presso gli impianti della Hohenthanner Schlossbrauerei, novanta chilometri a nord-est di Monaco di Baviera, la città in cui la beerfirm ha sede.La sua ricetta prevede malti tostati, Pilsener, Chocolate e Crystal, provenienti da Belgio, Germania ed Inghilterra; i luppoli utilizzati sono invece Columbus e Hallertauer Tradition.Si presenta praticamente nera, con una bella testa di schiuma color cappuccino, compatta e cremosa, dall'ottima persistenza. Al naso emerge da subito una discreta componente etilica che accompagna i sentori di pane nero, di caffè e tostature, di fruit cake; intensità ed eleganza sono di buon livello, mentre quando la birra si scalda emerge una lievissima nota salmastra e di salsa di soia.L'arrivo in bocca è molto soddisfacente: il corpo è tra il medio ed il pieno, con una consistenza oleosa molto morbida ed avvolgente, caratterizzata da una carbonazione bassa.  Il gusto prosegue il percorso dell'aroma riproponendo con discreta pulizia pane nero tostato, liquirizia, lieve cioccolato amaro con qualche nota dolce di caramello. Più che di caffè c'è la presenza di orzo tostato, mentre l'alcool (9.2%) è molto ben controllato rendendo la bevuta non particolarmente impegnativa. L'intensità scende un po' nel finale e questa Roundhouse Kick anziché dare quel "calcio" raffigurato in etichetta e chiudere col botto, si ritira un po' in se stessa, nell'acidità dei malti tostati ed in una lieve astringenza, sedendosi un po' sugli allori. Lieve alcool warming nel retrogusto con note di liquirizia e tostatura: anche al palato c'è da annotare un punta salmastra e di salsa di soia. Un'imperial stout che si sorseggia senza difficoltà, con la scuola tedesca che vuole sempre la scorrevolezza e la facilità di bevuta come caratteristiche imprescindibili; bene l'equilibrio, migliorabile la pulizia. Il risultato è un po' freddo, e non mi sto ovviamente riferendo al potere rinfrescante di questa birra ma alla sua capacità di veicolare emozioni, caratteristica che ho riscontrato anche nelle altre Crew assaggiate. Ciò non toglie che si possa comunque bere con soddisfazione, soprattutto pensando al prezzo al quale viene venduta in Germania. Il birrificio la consiglia in abbinamento a carni affumicate e, ovviamente, a dessert a base di cioccolato. Formato: 33 cl., alc. 9.2%, IBU 71, scad. 21/01/2019, pagata 2.27 Euro (foodstore, Germania).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Extraomnes Yanqui

Estate ricca di novità in casa Extraomnes, come segnala il blog  Malto Gradimento: ben tre le proposte, a partire dalla Egocentrique, versione barricata della  Ciuski  (maturata per tre mesi in botti ex-whiskey Laphroaig) per proseguire con la Goud, una saison aromatizzata al mango. Ma la “sfida” più interessante è probabilmente vedere il birrificio di Marnate, da sempre legato alla tradizione belga, cimentarsi con una classica American Pale Ale; le viene affibbiato il nome “Yanqui”, un adattamento in lingua spagnola del termine inglese “Yankee”. Le origini della parola anglosassone sono incerte: le ipotesi più accreditate fanno riferimento alla vasta colonia olandese presente nel diciassettesimo secolo  in quella regione che oggi corrisponde al New England.  Tra i nomi propri più in voga a quel tempo tra gli olandesi vi erano Jan (Giovanni) e Kees (Cornelio), spesso usatoi contemporaneamente; Yankee non sarebbe altro che la “storpiatura” del nome Jan Kees. Nei paesi del Sud America la parola Yanqui viene anche utilizzata con accezione dispregiativa nelle manifestazioni di anti-americanismo e di ribellione all’imperialismo americano: la troverete con discreta frequenza nei discorsi ufficiali dell’ex-presidente venezuelano Hugo Chávez, del boliviano Evo Morales, del nicaraguense Daniel Ortega, dell’ecuadoriano Rafael Correa e ovviamente di Fidel Castro.  La birra in questione viene invece semplicemente annunciata da Luigi “Schigi” D’Amelio con “con grande modestia”:  “volevamo solo dimostrare che possiamo fare la migliore APA italiana”. Ricetta molto semplice, malto 100% Pilsner, lievito American Ale e una luppolatura che, almeno per l’aroma, mescola un classico come il Simcoe con i più “moderni” Citra ed Equinox. Il suo colore ė dorato con riflessi arancio, opalescente: nel bicchiere si forma un cremoso cappello di schiuma bianca, compatta e molto persistente. Tanta frutta al naso, sono in evidenza soprattutto gli agrumi (cedro, mandarino, lime) affiancati da frutta tropicale (ananas, melone), qualche suggestione di fragola ed un tocco di aghi di pino; bene l'intensità, ottima pulizia e freschezza che riflette i nemmeno due mesi passati dall'imbottigliamento. Il gusto ripropone in buona parte l'aroma: in principio c'è il dolce della frutta tropicale ma sono soprattutto gli agrumi (pompelmo e lime) a caratterizzare una bevuta il cui amaro s'intensifica progressivamente sfociando in un finale "zesty", leggermente resinoso e pepato. Il corpo leggero e la consistenza watery facilitano la grande scorrevolezza, mentre il DNA Extraomnes (birre snelle, secche e agrumate) garantisce un ottimo potere dissetante e rinfrescante; le note meno positive riguardano invece una carbonazione troppo elevata che necsssita di essere fatta stemperare con un po' di pazienza. E riguardo alla provocatoria affermazione di Extraomnes, ė questa la miglior APA italiana? Rispondere di no implicherebbe anche fare i nomi di quelle birre che sarebbero "migliori".   Yanqui è un' American Pale Ale intensa e molto ben fatta, pulita ma forse non ancora completamente definita in bocca: un po' più di tropicale in evidenza e la scalata alla mia personale classifica di gradimento potrebbe cominciare.Format: 33 cl., alc. 5.5%, lotto 159 15, scad. 31/12/2016, pagata 4.00€ (beershop, Italia). NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Against the Grain Fruitis The Farmer Beescake

Ritorna Against the Grain, il birrificio del Kentucky incontrato qualche mese fa e fondato a Louisville nell’ottobre 2011 da quattro soci: Sam Cruz, Jerry Gnagy, Adam Watson e Andrew Ott. Il birrificio con annesso ristorante viene inaugurato nella suggestiva location all’interno del Slugger Field, uno stadio di Baseball (Minor League). I piani di espansione sono già in corso, con la costruzione di un nuovo birrificio in uno spazio di 2300 metri quadrati, con annesso magazzino e tasting room a Lousville, per aumentare del 400% la capacità produttiva. Ad ottobre 2013 il birrificio annuncia la nascita della “Funked Up Series”, ovvero una linea dedicata alle fermentazioni con lieviti selvaggi. La inaugurano una Saison brettata chiamata “We brett it wrong”, una Saison brettata ai lamponi  (Chris Framboise) e Scorched Monk, una sour ale affumicata ed invecchiata in botti di rovere francesi realizzata assieme a De Struise.  La serie viene poi allargata con molte altre produzioni, spesso one-shot o collaborazioni che non fanno altro che espandere ulteriormente il già vasto portfolio di Against the Grain. Alla lista aggiungiamo la birra di oggi: Fruitis The Farmer Beescake. Si tratta di una saison prodotta con malti Pilsner, Vienna e Monaco, farro e miele; la fermentazione avviene con un lievito tipo saison  e poi la birra viene messa a maturare per sei mesi in tini d’acciaio, dove vengono aggiunti succo di meloni cantalupo e verdi (poponi) ed inoculati i Brettanomyces Bruxenellenis. Al momento dell'imbottigliamento viene poi aggiunto nuovo lievito, altro miele e succo di melone.Leggero gushing all'apertura, ma nulla di incontrollabile, e birra che nel bicchiere si presenta di color arancio velato, con qualche venatura dorata; la pannosa schiuma biancastra si forma con generosità ed ha un'ottima persistenza. L'aroma non è particolarmente complesso ma offre una ancora una buona freschezza ed una bella intensità; accanto ai sentori floreali e fruttati (melone, arancio e pesca) c'è la discreta componente zuccherina e, last but not least, quella brettata di acido lattico. La sensazione in bocca è pressoché perfetta: corpo medio, carbonazione elevata per una bevuta vivace e scorrevole, che solletica costantemente il palato. La bevuta parte piuttosto dolce, con note di miele e fette biscottate, pesca, melone e polpa d'arancio, qualche accenno di canditi; a riportare l'asticella in equilibrio ci sono l'acidità lattica dei brettanomiceti (ma avverto anche una lievissima punta di aceto di mela) e una chiusura amara rusticamente terrosa e lievemente pepata. L'alcool (8%) è davvero molto ben celato con il risultato di una birra che inizia (forse un po' troppo) dolce e zuccherina per poi diventare - sorprendentemente - quasi rinfrescante: le manca solamente un po' più di secchezza per chiudere il cerchio in maniera perfetta, ma è un vizio perdonabile. Saison molto gustosa e pulita, intensa, che si fa ricordare.Formato: 75 cl., alc. 8%, IBU 25.3, lotto e scadenza non riportati, pagata 15.47 Euro (beershop, Belgio).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birra del Carrobiolo American Pale Ale (O.G. 1047)

Il  2014 si è chiuso con parecchie novità per il “Piccolo Opificio Brassicolo del Carrobiolo – Fermentum”, fondato da alcuni soci nel 2008 e guidato dal birraio Pietro Fontana. Lo scorso novembre, non lontano dalla propria sede nei locali all’interno del convento dei Padri Barnabiti di Monza, in Piazza Carrobiolo,  è stato inaugurato il nuovo brewpub con cucina annessa; nella bella e centrale piazza Indipendenza potrete quindi pranzare e cenare accompagnando le pietanze con la buone birre del Carrobiolo che vengono prodotte al piano interrato. Gli impianti originali all’interno del Convento resteranno comunque in funzione e verranno presumibilmente utilizzati per collaborazioni, produzioni sperimentali e  one-shot. Per l’occasione è stato anche effettuato un completo re-styling delle etichette che, personalmente, non mi rende molto contento: le trovo piuttosto  fredde ed asettiche ed auspico un ritorno a quelle precedenti. Se qualcuno ha voglia di fare una petizione on-line, io firmo..  :)  L’ultima novità, datata 26 novembre 2014, riguarda la  presentazione del libro “Birra Sommelier”, un racconto sulla storia e la cultura della birra narrata proprio da Pietro Fontana ed illustrato dalle foto di Fabio Petroni; la sezione relativa agli abbinamenti gastronomici e alle ricette di cucina è stata curata dallo chef Giovanni Ruggieri. Ancora a corto di novità è invece il sito internet del birrificio, che riporta ancora oggi le birre nelle vecchie etichette e, soprattutto, non comprende le ultime novità. Tra queste credo si trovi l'American Pale Ale  (O.G. 1047) della quale non ho praticamente trovato nessuna informazione in rete, se non che sarebbe prodotta utilizzando (anche) il classico luppolo Cascade. Di colore dorato carico, velato, dispensa con troppa generosità  - la foto illustra piuttosto bene - una schiuma pannosa e biancastra che riempie subito il bicchiere ed obbliga ad un lunga attesa prima di poter vuotare i trentatré centilitri nel bicchiere. L'aroma, benché pulito, è d'intensità piuttosto bassa: avverto soprattutto sentori floreali e, una volta che la schiuma si è fatta da parte, quelli della scorza d'arancio, del pompelmo e del mandarino. L'eccesso di schiuma è preludio, al palato, di una carbonazione elevatissima che inizialmente quasi inibisce la percezione dei sapori: anche qui ci vuole una buona dose di pazienza per attendere che le bollicine escano un po' di scena e scoprire una bella intensità per un'American Pale Ale dall'ottima intensità per un ABV di 4.8%. Le lievi note di polpa d'arancia e di miele danno il giusto dolce a supporto dell'amaro (pompelmo, scorza d'arancia), presente sin da subito e protagonista della chiusura, con qualche accenno resinoso. Una discreta APA, semplice, pulita e secca, lontana da pericolose derive caramellose ma purtroppo in una bottiglia penalizzata  dai pochi profumi e afflitta da una carbonazione davvero esagerata.Formato: 33 cl., alc. 4.8%, lotto i1507, scad. 12/2015, pagata 3.90 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

AleBrowar Smoky Joe Fan Edition

Secondo appuntamento con la beefirm polacca AleBrowar, presentatavi in questa occasione. Attiva da maggio 2012,  sede operativa a Lebork, ottanta chilometri da Danzica e  produzione a Sztum (150 chilometri  di distanza) presso  la il birrificio Gosciszewo. I titolari sono  Bartek Napieraj,  Michał Saks e Arkadiusz ‘Arek’ Wenta. Per quel che valgono le classifiche di Ratebeer, la beerfirm parte molto bene: nell’anno del debutto  (2012) viene eletta miglior nuovo "birrificio" polacco e in seguito miglior "birrificio" (le virgolette sono mie, visto che non ha impianti) polacco in assoluto del 2014.  L’ultima classifica dei migliori 100 birrifici al mondo secondo Ratebeer ospita anche tre "birrifici" polacchi, ed uno di questi è AleBrowar. Il loro slogan (Hop Heads) la dice lunga sulle birre che vengono prodotte, ma tra le varie declinazioni di IPA c’è spazio anche per qualcosa di diverso. Nel 2013 la beerfirm chiama a raccolta i propri “fan” per un sondaggio on-line: viene chiesto loro quale “variante” di una delle birre prodotte vorrebbero veder realizzata. La vincitrice è la (extra) stout della casa chiamata Smoky Joe:  i “fan” ne vorrebbero una versione “torbata” anziché affumicata. Ad inizio 2014 la precedente Smoky Joe, che nel gioco del beer-rating si beccava un 97/100 su Ratebeer, viene mandata in pensione e viene sostituita dalla AleBrowar Smoky Joe Fan Edition, attualmente posizionata a 98/100. La nuova ricetta contempla frumento maltato, avena, orzo tostato, malti Carapils, Chocolate e torbato (45 ppm); il lievito è Safale S-04 mentre i luppoli utilizzati sono Challenger e Fuggles; se Google ha tradotto correttamente dal polacco, in sostanza è avvenuta la sostituzione del malto affumicato (legno di faggio) con quello torbato. Il suo colore è un marrone molto scuro, ai confini del nero; nel bicchiere si forma una cremosa e compatta schiuma beige, dalla buona persistenza. L’aroma – di buona intensità - è dominato da profumi che ricordano la pancetta affumicata,  c’è solo una lieve componente salmastra in sottofondo. Il gusto non brilla particolarmente di pulito: s’avverte una generale sensazione di torrefatto, poco elegante, alla quale s’affiancano le note di carne affumicata. La bevuta non presenta particolari difficoltà anche perché la consistenza di questa stout è piuttosto (troppo) acquosa, risultando un po’ slegata e poco morbida. Le bollicine sono poche, la chiusura è leggermente astringente con una suggestione di caffè, tostature ed un timido warming etilico. Definitivamente più interessante in bocca che al naso, questa Smoky Joe ha una buona intensità ma, a mio vedere, pecca profondamente nell'eleganza. I sapori ci sono, ma la bottiglia da me bevuta risulta piuttosto grezza e rozza, con tanto lavoro da fare per pulire, raffinare e smussare le asperità: da sistemare anche il mouthfeel, che in questa occasione si è dimostrato un po' troppo acquoso e slegato.In conclusione mi diverto a gettare un sassolino nella divertente mare del beer-rating: se questa birra è un 98/100, che cosa dovremmo dare (affumicato o no) a questa, questa oppure a questa? Formato: 50 cl., alc. 6.2%, IBU 45, scad. 06/07/2015, pagata 4.50 Euro (beershop, Italia).NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Birrificio Rurale Hop Art 2015

Più o meno un anno fa ero a parlarvi dell'edizione 2014 della Hop Art del Birrificio Rurale. Copio&incollo quanto già detto a suo tempo: si tratta di una birra pensata appositamente per la stagione estiva, “dedicata di anno in anno al miglior luppolo trovato durante le selezioni dei nuovi raccolti che fatte presso i produttori;  non è riferita ad uno stile fisso ma varia in funzione del luppolo scelto, il suo profilo rimane sempre quella di una birra rinfrescante e beverina, mai eccessiva e caratterizzata dalla parte più nobile del luppolo scelto". La prima Hop Art prodotta nel 2011 era un Golden Ale luppolata con Ahtanum e Sorachi Ace;  nel 2013 fu la volta del Mosaic, protagonista di una single-hop, mentre lo scorso anno furono utilizzati Mosaic ed Equinox a dare forma a quello che è stato lo stile-novità del 2014 in Italia, le Session IPA: la birra risultò anche essere una delle migliori bevute italiane sul blog.Lo scorso maggio viene annunciata la Hop Art 2015: squadra vincente non si cambia?  Quasi, visto che il risultato è ancora una Session IPA, (la moda non è ancora passata) e oltre al ritorno dell'Equinox c'è il classico Simcoe ad accompagnare un altro luppolo americano, sviluppato nel 1974 dalla Ministero dell'Agricoltura statunitense, chiamato Comet.Leggera modifica in etichetta, che quest'anno riporta chiaramente la scritta "Session India Pale Ale" al posto della generica parola "birra". Nel bicchiere arriva dorata, leggermente velata, formando un bianco cappello di schiuma cremoso, molto compatto e molto persistente.Il bouquet aromatico è molto ben assemblato, bilanciando i profumi dolci di frutta tropicale (ananas, mango, papaya) con quelli degli agrumi (cedro, limone, mandarino); sono le variazioni di temperatura a far sì che predomini una componente rispetto all'altra. Ottima la pulizia, e benissimo anche intensità e freschezza. Praticamente perfetta la sensazione palatale, con il giusto livello di bollicine e la necessaria leggerezza e vivacità per potersi candidare al ruolo di session beer estiva. Ed il gusto è piacione e ruffiano al punto giusto, senza mai sconfinare nella cafoneria, dispensando frutta in abbondanza coscienziosamente distribuita tra agrumi (limone, cedro, pompelmo) e tropicale (ananas, mango/pesca). La base maltata (crackers, accenno di miele) fornisce il necessario supporto alla generosa luppolatura che trova il suo punto si sfogo nell'amaro finale, spiccatamente zesty ed intenso quanto basta per proseguire ad oltranza la bevuta. Una session beer molto pulita e profumata, rinfrescante e dissetante, impeccabile nella sua semplicità, che ha l'unico difetto, se così si può dire, di durare troppo poco nel bicchiere. L'edizione 2015 mi sembra un po' più equilibrata rispetto alla 2014, che mostrava invece un profilo agrumato molto più sfacciato e predominante. L'appuntamento - direi ormai un must estivo - è già fissato per l'edizione 2016. Formato: 33 cl., alc. 4.4%, lotto 258, scad. 19/03/2016, pagata 3,80 Euro (foodstore, Italia)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Mad Hatter Nightmare On Bold Street

Da Livepool ecco il debutto sul blog della Mad Hatter Brewing Company, aperta nel febbraio 2013 da Gareth "Gaz" Matthews and Sue Starling; l'esordio avviene con un impianto da 1,5 barili nel sobborgo di Toxteh, ben presto insufficiente a soddisfare la domanda e già sostituito da uno di 2.5 barili che viene installato non molto distante nei nuovi locali all'incrocio tra Jamaica e Watkinson Street; inizialmente viene anche aperta una piccola taproom, che però è stata già chiusa.Ma facciamo un passo indietro: per Gaz l'homebrewing è qualcosa di familiare visto che suo fratello maggiore produceva la birra in casa e riforniva feste, amici e conoscenti. Non passa molto tempo che anche Gaz inizia a birrificare in garage; i suoi primi sforzi sono orientati a replicare la Theakston's Old Peculier, quella che a quel tempo lui reputava essere la miglior birra al mondo. Ottiene una laurea in criminologia ma la mancanza di sbocchi professionali lo riportano alla birra, nel tentativo di ricavarci una professione. E' sua moglie Sue a fargli il regalo di compleanno perfetto: lo benda e lo porta nei locali vuoti che lei stessa ha preso in affitto per lui in Upper Parliament Street: qui poteva installarci il suo microbirrificio. La scena birraria di Liverpool è ancora lontana dai livelli di Londra o di Manchester, ma anche in questa città stanno aprendo diversi microbirrifici. Mad Hatter dichiara di voler mescolare la Craft Beer Revolution americana con la tradizione inglese delle Real Ales ed è forse proprio per questo che è stato scelto il nome de "Il Cappellaio Matto", oltre all'inevitabile riferimento al libro di Lewis Carroll (Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie): nelle intenzioni del birrificio c'è la volontà di usare una buona dose di pazzia nel mescolare innovazione e tradizione, coltivandosi in proprio i ceppi di lieviti, nella speranza di "tirare fuori dal cilindro" qualcosa di buono.Di bello ci sono senz'altro le etichette, realizzate dall'illustratrice Emily Warren (The Stealthy Rabbit): prendiamo la birra di oggi, una milk stout prodotta con lattosio e chicchi di caffè della Bold Street Coffee di Liverpool. Per l'occasione il Cappellaio Matto fa il verso al film  A Nightmare on Elm Street (in italiano Nightmare - Dal profondo della notte) ma dentro la maglietta a strisce orizzontali anziché il mitico Freddy Krueger c'è un inquietante coniglio. Nightmare on Bold St., dunque, non si presenta proprio nel migliore dei modi con un leggero gushing all'apertura che fortuitamente non provoca disastri;  è torbida, marrone scuro, con una testa di schiuma cremosa color nocciola, dall'ottima persistenza. Al naso impazzano gli esteri, con forti sentori di frutti rossi aspri e di mela che, assieme a quelli di cioccolato al latte e di caffè, formano un mix non particolarmente invitante, almeno per me. Il peggio purtroppo deve ancora venire: al palato è evidente l'infezione in una birra che apre aspra di frutti rossi e di aceto di mela. La bevuta prosegue brevemente (prima del lavandino) con un gusto (?) confuso e molto sporco nel quale emerge una generale sensazione di caffè. Annoto anche una discreta astringenza, moltissime bollicine che non aiutano certo a decifrare i sapori, ed un finale amaro di caffè e cicoria, molto poco gradevole.Debutto sfortunato, per un birrificio che in soli due anni di attività ha già sfornato più di cinquanta birre, tra one-shot e stagionali: piuttosto che continuare a sfornare novità, che non sia il caso di concentrarsi su poche etichette e lavorare soprattutto sulla costanza produttiva?Formato: 33 cl., alc. 5.3%, scad. 15/12/2015, pagata 4.00 Euro.NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia, e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.