Gigantic Most Most Premium Russian Imperial Stout – Bourbon Barrel Aged 2020

Del birrificio di Portland Gigantic vi avevo già parlato qualche anno fa: lo inaugurarono il 9 maggio 2012 nel distretto Reed di Portland, nelle vicinanze del Reed College, due birrai abbastanza noti in quella città dell’Oregon soprannominata Beervana per la sua alta concentrazione di birrifici e brewpub.  Ben Love aveva iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Van Having, fiero Alfista (!), aveva cominciato nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per trascorrere sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. Nel 2010 un diverbio con la proprietà spinse Having a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio; inizialmente la sua idea era di allontanarsi da Portland ma l’incontro con Ben Love gli fece cambiare idea dando vita al progetto Gigantic, con il supporto finanziario di alcuni amici.  Nonostante il nome scelto, Love e Having non avevano particolari ambizioni e partirono con un impianto da 15 barili costruito su misura dalla Metalcraft:  “vogliamo essere un birrificio di quartiere con una tasting room dall’atmosfera rilassata dove poter passare qualche ora, piena di clienti abituali e qualche occasionale visitatore. Non saremo mai un birrificio ‘gigante’, anche se ci sentiamo ‘giganti’.”    I birrai organizzano la propria produzione (circa 5500 ettolitri l’anno) su due birre fisse, Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA, affiancate da una grande quantità di birre stagionali, collaborazioni e one-shot; si focalizzarono soprattutto sulle bottiglie, in quanto offrono maggior margine  di guadagno rispetto ai fusti. Da subito Gigantic si è fatto notare per le belle etichette: “quando vedi le nostre birre riesci ad identificarle immediatamente - dice Love – Abbiamo uno schema fisso, che ricorda la copertina di un fumetto: non importa quale sia poi il soggetto raffigurato, appena la vedi riesci a capire subito che è una birra di Gigantic.  Non abbiamo budget per la pubblicità, preferiamo piuttosto dare quei soldi agli artisti che disegnano per noi”.  La prima etichetta, quella della Gigantic IPA, fu ad esempio realizzata da Rob Reger, art director e creatore del personaggio Emiliy The Strange. Il successo è immediato, le birre vengono vendute ancora prima di uscire dai fermentatori e a due mesi dall’apertura Love e Having ottengono 400.000 dollari di finanziamento per espandere la taproom e dare il via al programma di invecchiamenti in botte. Nell’agosto del 2019 Gigantic annunciava il progetto di una seconda taproom (Gigantic Satellite) nel distretto Montavilla di Portland, ad una decina di chilometri dal birrificio. I lavori di ristrutturazione del  Rocket Empire Machine, una ex autofficina che ospiterà anche quattro venditori di cibo rendendo così la taproom accessibile anche alle famiglie con bambini, hanno subito forti rallentamenti a causa dell’emergenza Covid-19 e sono attualmente ancora in corso. La birra. Per l’etichetta della Gigantic Most Premium Russian Imperial Stout fu reclutato Frank Kozik, grafico noto per i poster realizzati negli anni ’90 per i concerti di  gruppi musicali come Nirvana, White Stripes, Green Day, Beastie Boys, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers; Kozik possedeva anche la piccola etichetta musicale indipendente Man’s Ruin Records.  La ricetta prevede malti Pale, Vienna, Crystal 40, Crystal 80, Crystal 120, Chocolate, Black, zucchero Demerara, orzo tostato, luppoli Magnum e Cascade.  Le sue svariate edizioni Barrel Aged, disponibili ogni anno nei mesi invernali, diventano Most Most Premium Russian Imperial Stout: vediamo la prima della serie, ovvero quella invecchiata in botti ex Bourbon. Nera, quasi impenetrabile alla vista, schiuma cremosa e compatta dalla discreta persistenza: il suo aspetto è sontuoso e l’aroma non è da meno, pulito e intenso, complesso. In ordine sparso emergono profumi di vaniglia e cocco, legno, fruit cake, tabacco e caffè, prugna disidratata e uvetta: il distillato è ben presente ed amalgama il tutto, all’orizzonte si scorge anche un filo di fumo. Non è un’imperial stout particolarmente densa e oleosa: bollicine sottili ma vivaci ne compromettono inizialmente la morbidezza, ma il mouthfeel migliora dopo aver lasciato stazionare la birra nel bicchiere.  La bevuta segue l’aroma riproponendolo in buona parte: frutta sotto spirito, fruit cake, vaniglia, caramello, mentre il distillato è ben in evidenza e riscalda con vigore senza mai bruciare. Al  palato latita un po’ la componente caffè/torrefatto, appena percepibile,  la chiusura è calda e lunga, ricca di bourbon e un tocco di legno. Gran bel naso, emozionante e coinvolgente, mentre la bevuta è maggiormente segnata dal passaggio in botte e non ha lo stesso livello di complessità e di definizione: è comunque un’imperial stout di livello che si sorseggia senza difficoltà e con grande soddisfazione.Formato 50 cl.,  alc. 12%, IBU 60, lotto 2020, prezzo indicativo 18 euro (beershop)

Gigantic Most Most Premium Russian Imperial Stout – Bourbon Barrel Aged 2020

Del birrificio di Portland Gigantic vi avevo già parlato qualche anno fa: lo inaugurarono il 9 maggio 2012 nel distretto Reed di Portland, nelle vicinanze del Reed College, due birrai abbastanza noti in quella città dell’Oregon soprannominata Beervana per la sua alta concentrazione di birrifici e brewpub.  Ben Love aveva iniziato la sua carriera come birraio nel 2003 all’Adler Brewpub di Appleton (Winsconsin) per poi ritornare l’anno successivo in Oregon presso il birrificio Pelican; nel 2007 diventò infine headbrewer alla Hopworks Urban Brewery (HUB) di Portland. Van Having, fiero Alfista (!), aveva cominciato nel 1995 presso la Minnesota Brewing Company per trascorrere sedici anni come headbrewer nei brewpub della Rock Bottom, prima a Minneapolis e poi a Portland. Nel 2010 un diverbio con la proprietà spinse Having a lasciare la Rock Bottom per mettersi in proprio; inizialmente la sua idea era di allontanarsi da Portland ma l’incontro con Ben Love gli fece cambiare idea dando vita al progetto Gigantic, con il supporto finanziario di alcuni amici.  Nonostante il nome scelto, Love e Having non avevano particolari ambizioni e partirono con un impianto da 15 barili costruito su misura dalla Metalcraft:  “vogliamo essere un birrificio di quartiere con una tasting room dall’atmosfera rilassata dove poter passare qualche ora, piena di clienti abituali e qualche occasionale visitatore. Non saremo mai un birrificio ‘gigante’, anche se ci sentiamo ‘giganti’.”    I birrai organizzano la propria produzione (circa 5500 ettolitri l’anno) su due birre fisse, Gigantic IPA e Ginormous Imperial IPA, affiancate da una grande quantità di birre stagionali, collaborazioni e one-shot; si focalizzarono soprattutto sulle bottiglie, in quanto offrono maggior margine  di guadagno rispetto ai fusti. Da subito Gigantic si è fatto notare per le belle etichette: “quando vedi le nostre birre riesci ad identificarle immediatamente - dice Love – Abbiamo uno schema fisso, che ricorda la copertina di un fumetto: non importa quale sia poi il soggetto raffigurato, appena la vedi riesci a capire subito che è una birra di Gigantic.  Non abbiamo budget per la pubblicità, preferiamo piuttosto dare quei soldi agli artisti che disegnano per noi”.  La prima etichetta, quella della Gigantic IPA, fu ad esempio realizzata da Rob Reger, art director e creatore del personaggio Emiliy The Strange. Il successo è immediato, le birre vengono vendute ancora prima di uscire dai fermentatori e a due mesi dall’apertura Love e Having ottengono 400.000 dollari di finanziamento per espandere la taproom e dare il via al programma di invecchiamenti in botte. Nell’agosto del 2019 Gigantic annunciava il progetto di una seconda taproom (Gigantic Satellite) nel distretto Montavilla di Portland, ad una decina di chilometri dal birrificio. I lavori di ristrutturazione del  Rocket Empire Machine, una ex autofficina che ospiterà anche quattro venditori di cibo rendendo così la taproom accessibile anche alle famiglie con bambini, hanno subito forti rallentamenti a causa dell’emergenza Covid-19 e sono attualmente ancora in corso. La birra. Per l’etichetta della Gigantic Most Premium Russian Imperial Stout fu reclutato Frank Kozik, grafico noto per i poster realizzati negli anni ’90 per i concerti di  gruppi musicali come Nirvana, White Stripes, Green Day, Beastie Boys, Pearl Jam, Red Hot Chili Peppers; Kozik possedeva anche la piccola etichetta musicale indipendente Man’s Ruin Records.  La ricetta prevede malti Pale, Vienna, Crystal 40, Crystal 80, Crystal 120, Chocolate, Black, zucchero Demerara, orzo tostato, luppoli Magnum e Cascade.  Le sue svariate edizioni Barrel Aged, disponibili ogni anno nei mesi invernali, diventano Most Most Premium Russian Imperial Stout: vediamo la prima della serie, ovvero quella invecchiata in botti ex Bourbon. Nera, quasi impenetrabile alla vista, schiuma cremosa e compatta dalla discreta persistenza: il suo aspetto è sontuoso e l’aroma non è da meno, pulito e intenso, complesso. In ordine sparso emergono profumi di vaniglia e cocco, legno, fruit cake, tabacco e caffè, prugna disidratata e uvetta: il distillato è ben presente ed amalgama il tutto, all’orizzonte si scorge anche un filo di fumo. Non è un’imperial stout particolarmente densa e oleosa: bollicine sottili ma vivaci ne compromettono inizialmente la morbidezza, ma il mouthfeel migliora dopo aver lasciato stazionare la birra nel bicchiere.  La bevuta segue l’aroma riproponendolo in buona parte: frutta sotto spirito, fruit cake, vaniglia, caramello, mentre il distillato è ben in evidenza e riscalda con vigore senza mai bruciare. Al  palato latita un po’ la componente caffè/torrefatto, appena percepibile,  la chiusura è calda e lunga, ricca di bourbon e un tocco di legno. Gran bel naso, emozionante e coinvolgente, mentre la bevuta è maggiormente segnata dal passaggio in botte e non ha lo stesso livello di complessità e di definizione: è comunque un’imperial stout di livello che si sorseggia senza difficoltà e con grande soddisfazione.Formato 50 cl.,  alc. 12%, IBU 60, lotto 2020, prezzo indicativo 18 euro (beershop)

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. La birra.La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler:  “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”. Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito. In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

DALLA CANTINA: Sierra Nevada Bigfoot Barley Wine 2015

Sono passati giusto quarant’anni da quel 21 novembre del 1980 in cui Ken Grossman, assieme al compagno di home-brewing Paul Camusi, produsse il suo primo lotto di Sierra Nevada Pale Ale, una birra destinata ad entrare nella storia e probabilmente la birra che ha maggiormente influenzato tutti quei birrai che hanno dato il via, dieci anni dopo, all’American Craft Beer Revolution. In quell’anno vi erano solamente 43 birrifici indipendenti in tutti gli Stati Uniti. Quel primo lotto non fu però soddisfacente e i due novelli birrai furono costretti a buttare via altre dieci cotte prima di ottenere quello che volevano. Grossman e Camusi avevano preso in prestito dalle rispettive famiglie 100.000 dollari e con quei soldi avevano assemblato un impianto da 14 ettolitri usando componenti di seconda mano. Sino ad allora Grossman aveva riparato biciclette, un’altra delle sua passioni, e faceva birra in casa: nel 1976 aveva aperto a Chico il piccolo Home Brew Shop dando lezioni ai novizi e tra i suoi clienti vi era anche Camusi. Nel primo anno di vita il birrificio Sierra Nevada produsse un migliaio di  ettolitri guadagnandosi lentamente un buon seguito locale, soprattutto tra gli studenti della Chico University: per un paio di anni Grossman e Camusi fecero tutto da soli, cercando di inventare quello che per i microbirrifici ancora non esisteva: canali di distribuzione, potenziali clienti non abituati a bere birre così amare e intense, accesso diretto alle materie prime, soprattutto ai luppoli della Yakima Valley. I primi dipendenti furono assunti nel 1983: Steve Dresler, birraio andato poi in pensione nel 2017 dopo 34 anni di attività e Steve Harrison, marketing e vendite: a lui il compito di far conoscere Sierra Nevada ma ci volle un colpo di fortuna per spiccare il volo. La catena di supermercati Safeway aveva un migliaio di punti vendita in tutti gli Stati Uniti: un loro dipendente andava spesso a trovare la figlia che studiava a Chico, fermandosi per una birra. Amava la Pale Ale, divenne amico di Grossman e portò le birre sugli scaffali del supermercato: alla Sierra Nevada arrivarono richieste da altri distributori e improvvisamente il problema, per Grossman e Camusi, non era come vendere la birra ma come soddisfare tutte le richieste. I soldi per espandersi non c’erano e le banche non davano nessun finanziamento ad un microbirrificio: era un business plan nel quale nessuno credeva. I due birrai lavoravano 12 ore al giorno, sette giorni su sette: Grossman prese un aereo e volò in Germania dove riuscì ad acquistare per 15.000 dollari l’impianto da 117 ettolitri di un birrificio fallito e lo spedì in California. Peccato che per metterlo davvero in funzione fossero necessari altri investimenti che sfioravano il milione di dollari: l’impianto resterà per molti anni inutilizzato in un magazzino, mentre Grossman con la saldatrice si costruiva da solo i nuovi fermentatori necessari per aumentare la prodzione. Nel 1987 Sierra Nevada produceva 14.000 ettolitri all’anno e distribuiva in sette stati: in quell’anno finalmente Grossman e Camusi riuscirono ad inaugurare l’impianto tedesco che avevano acquistato quattro anni prima. Il resto è una storia che parla di una crescita che per molti anni viaggia al ritmo del +50%, di ettolitri che diventano 117.000 (1993), 300.000 (1997) e 500.000 (1999).  Nel 1997 veniva inaugurato il nuovo impianto da 234 ettolitri e nel 1998 Grossman acquistava da Camusi il 50% delle quote societarie, diventando unico proprietario. Nel 2014 Sierra Nevada superava il milione di ettolitri venduti ed inaugurava un secondo sito produttivo in Nord Carolina. Nel 2015 la rivista Bloomberg aggiungeva Ken Grossman all’elenco dei “miliardari della birra”, ma  l’El Dorado della Craft Beer Revolution stava finendo, almeno per i “padri fondatori” del movimento: il craft non cresceva più esponenzialmente anno dopo anno e i birrifici artigianali che avevano investito milioni di dollari per espandersi vedevano le proprie quote di mercato rosicchiate da tanti piccoli produttori locali. Nel 2016 Sierra Nevada registrava un -6%, nel 2017 un -7% e riusciva ad invertire la tendenza solo nel 2019 (+5%), anno in cui il sessantacinquenne Grossman affidava il ruolo di amministratore delegato a Jeff White andandosi a sedere sulla poltrona presidenziale. Attualmente Sierra Nevada è il terzo produttore craft, dietro a Yuengling e Boston Beer Company, e il decimo produttore americano considerando anche i marchi industriali. La birra.La prima birra prodotta da Sierra Nevada nel 1980 fu una Stout, seguita a ruota dalla Pale Ale. Nell’inverno del 1983 debuttò il possente Barley Wine (9.6%) chiamato Bigfoot che ottenne nel 1987 la medaglia d’oro al Great American Beer Festival. Grossmann e Camusi non pensavano ad una birra da invecchiamento; il loro approccio era lo stesso della Pale Ale, ovvero un’interpretazione americana, generosamente luppolata, della tradizione anglosassone. Bigfoot, prodotta con malti Two-row Pale e caramello, riceve un’abbondante luppolatura di Cascade, Centennial e Chinook e raggiunge quota 90 IBU: fresco, è un barley wine potente ed aggressivo, ricco di note resinose e di pompelmo, secondo i dettami della scuola West Coast.  La sua facile reperibilità e il suo ottimo rapporto qualità prezzo la resero rapidamente una birra da cantina per gli appassionati desiderosi di sperimentare gli effetti dell’invecchiamento. Ricorda il birraio Steve Dresler:  “a me piace particolarmente a cinque anni dalla messa in bottiglia. Non vale la pena andare oltre. Ma da tre a cinque anni è deliziosa!”. Seguo le indicazioni di Dresler ed anche quelle contenute nel libro Vintage Beer di Patrick Dawson, lettura che consiglio a chiunque voglia provare di abbandonare qualche birra in cantina. Bigfoot 2015 si presenta nel bicchiere di color ambrato torbido: la schiuma ocra è cremosa, compatta ed ha buona ritenzione. Il naso è ricco di fichi disidratati, datteri, mela al forno, frutti di bosco, richiami al vino passito e a vini fortificati, soprattutto Sherry: l’aroma è intenso, pulito, “caldo” e avvolgente. Il mouthfeel è ancora ben solido e potente, non ci sono evidenti segni di cedimento dovuti all’età: in bocca è morbida nel suo percorso di caramello e biscotto, frutta sotto spirito. L’ossidazione regala belle sensazioni di vino fortificato mentre nel finale è ancora presente una generosa luppolatura resinosa, molto gradevole. Ed è questa la nota più positiva che devo sottolineare: i luppoli americani, contrariamente a quelli inglesi, invecchiano molto male e il loro resinoso spesso evolve in sensazioni poco gradevoli al palato.  Chi ha avuto occasione di assaggiare Barley Wine americani d’annata conosce bene quella sensazione. Bigfoot è invece una piacevole eccezione alla regola: a cinque anni dall’imbottigliamento presenta ancora un resinoso gradevole abbinandolo alle note ossidative di sherry e vino passito. In questa bottiglia non c’è la classe la complessità dei migliori barley wine inglesi d’annata, ma è sicuramente una bella bevuta, ancora potente, sostenuta da un corpo solido e da un bel alcol warming. Tra i migliori vintage american barley wine che mi sia mai capitato di bere.Formato 35.5 cl., alc. 9.6%, IBU 50, lotto 18/12/2015, pagata 5.00 euro (beershop)

DALLA CANTINA: Gales Prize Old Ale 2000

I Gale erano una rinomata famiglia di Horndean vicino a Portsmouth, Hampshire: fornai, droghieri, mercanti di mais e di carbone. Nel 1847 la famiglia acquistò il pub Ship and Bell: a quel tempo era abbastanza comune che i pub producessero anche la birra che vendevano e George Gale, che lo gestiva, iniziò a farlo nel 1853. Nel 1896 un incendio distrusse completamente il pub  ma l’edificio fu prontamente ricostruito: la sua torre ancora oggi svetta sui tetti di Horndean. La ditta Gale and Co. nacque nel 1888, iniziò a  distribuire birra anche ad altri pub nei dintorni  e riuscì a superare le difficoltà derivanti dalle due guerre mondiali: negli anni 60 la produzione iniziò a crescere grazie al successo della HSB – Horndean Special Bitter –  che raggiunse il picco di vendite nel 1984. Da quel periodo i marchi del portafoglio Gale’s iniziarono un lento ma inesorabile declino e il birrificio aumentò anno dopo anno la produzione per conto terzi, iniziata nel 1997.  Ma dopo una decina d’anni di sforzi, alcuni soci chiesero di rientrare in possesso del proprio capitale e l’unica soluzione per i Gales fu vendere: si fece avanti Fuller’s, che nel 2005 rilevò il birrificio di Horndean per 92 milioni di sterline. Preoccupato, il CAMRA lanciò subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti di Fuller’s: gli 80.000 ettolitri annuali prodotti a Horndean potevano facilmente essere trasferiti a Londra o, nella peggiore delle ipotesi, le birre sostituite dalle concorrenti prodotte da Fullers. Ed infatti alla fine di marzo 2006 gli impianti di Gale’s, la maggior parte dei quali risaliva agli anni ’80, furono definitivamente spenti. Pochi anni dopo tutto il birrificio ad eccezione della torre venne demolito e i terreni furono riconvertiti in zona residenziale.  Ma per gli appassionati c’era ancora qualche speranza: poco prima di chiudere i cancelli alla Gales fu prodotto un ultimo lotto di una birra iconica, la Prize Old Ale,  e venne poi portato a Londra con delle autocisterne.La Prize Old Ale di Gale’s è un pezzo di storia che vale la pena raccontare, è un viaggio a ritroso al tempo di quelle Stock Ales maturate in tini di legno per mesi, a volte anche per anni, dove sviluppavano acidità lattica, inevitabile conseguenza della contaminazione batterica: era il gusto tipico delle birre del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che i bevitori apprezzavano.  Queste Old/Stock Ales (non è mia intenzione entrare nel dettaglio di eventuali differenze) potevano essere bevute anche da sole ma erano solitamente utilizzare per creare un blend con birre piè giovani: erano la base delle birre più popolari di quel periodo, le Porter e le Stout. Ci sono notizie contrastanti sulla storia della Prize Old Ale ma tutti gli storici sembrano concordare sul fatto che sia nata intorno al 1920 quando alla Gale’s arrivò un birraio dallo Yorkshire che intendeva replicare i fasti di quelle Strong Ales, in gergo “Stingo”,  che venivano prodotte da quelle parti, come per esempio alla Hammond Brewery.  La Prize Old Ale maturava in vasche di legno per un periodo variabile tra i sei ed i dodici mesi; John Keeling, lo storico birraio di Fuller’s, ricorda:  “non è lambic, ma ci assomiglia. Alla Gales fermentava in legno, era impossibile pulire perfettamente quelle vasche; si venne a creare un ambiente selvaggio e quei microrganismi diedero alla birra il suo carattere unico. Anche se veniva poi trasferita e messa ad invecchiare in tini di acciaio non perdeva quella flora batterica”. La ricetta originale pare indicasse malto Maris Otter, un tocco di Black, luppoli Fuggles e East Kent Goldings. Al momento della messa in bottiglia veniva aggiunto poi il lievito per la rifermentazione.  Nel 1971 quando fu fondato il CAMRA, la Gale Prize Old Ale era una delle ultime cinque birre rifermentate in bottiglie che ancora venivano prodotte nel Regno Unito. Negli anni che precedettero la vendita a Fullers la Prize Old Ale non fu certo un esempio di costanza produttiva. Scrive lo storico Martyn Connell: “a partire dall’inizio del ventunesimo secolo le cose iniziarono a peggiorare. Le bottiglie erano completamente piatte, la rifermentazione non era mai partita ed erano stucchevolmente dolci. Sembra che alla Gale’s imbottigliassero senza aggiungere zucchero o lievito, facendo affidamento solo sulle cellule di lievito che erano presenti della birra e sugli zuccheri rimasti dopo la fermentazione primaria. Evidentemente non funzionava, ma per anni nessuno alla Gales sembrò interessarsi al problema e continuarono in quel modo”. Come detto, nel 2006 la produzione passò alla Fuller’s che però esitò prima di mettere in circolazione il primo lotto, pronto nel 2007. Ancora Keeling: “amavo quella birra, ma replicarla sui nostri impianti fu una bella sfida. Non avevamo abbastanza posto per trasferire i fermentatori di legno della Gale’s, così facemmo un ultimo lotto a Horndean e lo portammo a Londra nei nostri fermentatori d’acciaio. Realizzammo poi due cotte sul nostro impianto nel 2007 e nel 2008, blendandole con quella di Gale’s e utilizzando il loro lievito che avevamo propagato alla Fuller’s. Il problema era che il nostro ufficio vendita la odiava, dicevano che era impossibile da vendere. Un prodotto in via d’estinzione, troppo acido per la maggior parte dei bevitori”.   I buoni intenti di Fuller’s non trovarono tuttavia quel riscontro commerciale necessario per continuarne la produzione e la Prize Old Ale uscì definitivamente di scena.Facciamo un altro salto in avanti nel tempo al 2016, a Manchester: il girovago birraio James Kemp (oggi da BrewDog) del birrificio Marble aveva lavorato per un anno alla Fuller’s facendo amicizia con e con John Keeling. James amava le Flanders Red e le Oud Bruin belghe e sognava di poter un giorno replicare il loro “equivalente” anglosassone. Alla Fuller’s Keeling aveva ancora da smaltire parecchie bottiglie di Old Ale invendute e ne mandò un po’ a Kemp: i due si scambiarono idee sulla ricette e poi si diedero appuntamento a Manchester, adattando una ricetta originale del 1926. Malti Pale, Crystal e Chocolate, sciroppo di glucosio, luppoli Challenger e Goldings per amaro, Fuggles e Goldings per aroma. La Marble non disponeva di tini in legno e quindi la prima fermentazione “pulita” avvenne in acciaio, con inoculazione del lievito della Gale’s al momento del trasferimento in botti di legno. Per rendere forse più interessante la birra sul mercato attuale non furono usate botti neutre ma che avevano contenuti in precedenza Bourbon, Madeira, Barbera e Pinot Nero: l’idea originale era di creare un unico blend finale, ma il risultato ottenuto dalle singole botti fu ritenuto soddisfacente e ne furono quindi commercializzate quattro diverse edizioni.  La birra.Il destino non è mai stato gentile con le grandi birre storiche inglesi: dimenticate in patria, hanno spesso trovato una seconda vita negli Stati Uniti grazie (anche) all’opera divulgativa del defunto beer-hunter Michael Jackson e dell’importatore B-United. E’ il caso della meravigliosa Harvest Ale di JW Lees,  oggi ancora prodotta ma più facile da reperire in un Whole Foods americano che in un beershop inglese; o degli ultimi lotti di Thomas Hardy's Ale e Prize Old Ale prodotti prima delle rispettive chiusure, la maggior parte dei quali è finita dall’altra parte dell’oceano prima che esplodesse davvero la Craft Beer Revolution.  Sulle etichette trovate infatti il contenuto espresso in once fluide, anziché millilitri.  Ed è quello che è capitato a me: nel 2014 in un beershop di San Francisco mi sono imbattuto in una cesta piena di Prize Old Ale anno 2000 a prezzi di saldo: 3 dollari l’una. Non ho potuto resistere, consapevole  del rischio che poteva trattarsi di un imbevibile fondo di magazzino: ma del resto è lo stesso rischio che corre l’appassionato che tenta la fortuna acquistando qualche vintage su Ebay a prezzi moltiplicati almeno per dieci. E per stapparla ho voluto attendere altri sei anni per rispettare le opinabili indicazioni fornite dall’importatore B-United: “si dice che la Prize Old Ale dia il meglio di sé dopo 20 anni”.  Non ho ovviamente la certezza assoluta sul millesimo: l’anno 2000 è scritto con il pennarello sulla capsula di plastica che protegge il tappo di sughero. L'apertura è abbastanza difficoltosa e nonostante la cautela il sughero si rompe a metà nel collo; con molta pazienza riesco ad estrarre quel che rimane ma non ad evitare che qualche frammento finisca dentro la bottiglia. Devo versarla nel bicchiere aiutandomi con un infusore da te per filtrarla ed evitare di bere le "briciole" di sughero. La schiuma è assente, il colore è ambrato, piuttosto spento e torbido: nessuna sorpresa. Al naso l'ossidazione è evidente, nel bene e nel male: fortunatamente predominano i richiami al passito, ai vini marsalati e fortificati. Uvetta, datteri, caramello, mela al forno, albicocca disidratata: l'intensità è davvero degna di nota. In secondo piano avverto odori ematici, ferruginosi, un po' di cartone bagnato: mi sorprende la completa assenza della componente wild/selvaggia, fatta eccezione per qualche richiamo di plastica bruciata che potrei associare ai brettanomiceti. Al palato è ovviamente piatta e slegata ma c'è ancora un discreto corpo a regalare un mouthfeel ancora accettabile. La bevuta segue l'aroma ma con meno intensità: colpisce sopratutto il modo in cui l'alcool (9% al momento della messa in bottiglia, ora sicuramente maggiore) è inavvertibile. E' una birra che assume le sembianze di un vino passito un po' annacquato nel finale, se mi passate il paragone: datteri, uvetta, caramello, marsala e sherry, potrei spingermi oltre e chiamare in causa lo sciroppo d'acero. Anche in bocca spunta ogni tanto qualche lieve accenno di plastica e gomma bruciata: non è però questo a lasciarmi sorpreso, perplesso (eviterei l'aggettivo "deluso", visto l'anzianità della bottiglia). Piuttosto è la completa mancanza di acidità lattica che avrebbe dovuto rendere questa Old Ale unica nella sua continuità storica (confrontate ad esempio le impressioni di Angelo Ruggiero e Stefano Ricci, versione Fuller's). Chiude comunque piuttosto secca, ammiccando al legno e forse all'amaro dei tannini.  Stappare una bottiglia che ha vent'anni sulle spalle significa privilegiare la curiosità e l'emozione, la parte conoscitiva e didattica alla piacevolezza della bevuta, benché questa bottiglia di Prize Old Ale sia ancora perfettamente bevibile. Posso comunque confermare che la Prize Old Ale è (era) un'ottima birra da invecchiamento, quasi indistruttibile, per come era prodotta alla Gale's. Ritornerà? I tentativi di riesumarla fatti negli ultimi anni non hanno avuto un grande successo al di fuori di una piccola nicchia fatta di appassionati, di vecchi nostalgici e forse di qualche occasionale curioso. Se anche voi siete tra questi e volete aggiungerla al vostro curriculum di bevute, qualche bottiglia è ancora reperibile su Ebay o nelle cantine di qualche locale: mettetevi alla ricerca, anche gli sforzi per trovarla fanno parte dell'esperienza  Gale's Prize Old AleFormato 27,5 cl., alc. 9%, IBU 53, anno 2000 (?), pagato 2,99 dollari (beershop) 

DALLA CANTINA: Gales Prize Old Ale 2000

I Gale erano una rinomata famiglia di Horndean vicino a Portsmouth, Hampshire: fornai, droghieri, mercanti di mais e di carbone. Nel 1847 la famiglia acquistò il pub Ship and Bell: a quel tempo era abbastanza comune che i pub producessero anche la birra che vendevano e George Gale, che lo gestiva, iniziò a farlo nel 1853. Nel 1896 un incendio distrusse completamente il pub  ma l’edificio fu prontamente ricostruito: la sua torre ancora oggi svetta sui tetti di Horndean. La ditta Gale and Co. nacque nel 1888, iniziò a  distribuire birra anche ad altri pub nei dintorni  e riuscì a superare le difficoltà derivanti dalle due guerre mondiali: negli anni 60 la produzione iniziò a crescere grazie al successo della HSB – Horndean Special Bitter –  che raggiunse il picco di vendite nel 1984. Da quel periodo i marchi del portafoglio Gale’s iniziarono un lento ma inesorabile declino e il birrificio aumentò anno dopo anno la produzione per conto terzi, iniziata nel 1997.  Ma dopo una decina d’anni di sforzi, alcuni soci chiesero di rientrare in possesso del proprio capitale e l’unica soluzione per i Gales fu vendere: si fece avanti Fuller’s, che nel 2005 rilevò il birrificio di Horndean per 92 milioni di sterline. Preoccupato, il CAMRA lanciò subito una campagna di sensibilizzazione nei confronti di Fuller’s: gli 80.000 ettolitri annuali prodotti a Horndean potevano facilmente essere trasferiti a Londra o, nella peggiore delle ipotesi, le birre sostituite dalle concorrenti prodotte da Fullers. Ed infatti alla fine di marzo 2006 gli impianti di Gale’s, la maggior parte dei quali risaliva agli anni ’80, furono definitivamente spenti. Pochi anni dopo tutto il birrificio ad eccezione della torre venne demolito e i terreni furono riconvertiti in zona residenziale.  Ma per gli appassionati c’era ancora qualche speranza: poco prima di chiudere i cancelli alla Gales fu prodotto un ultimo lotto di una birra iconica, la Prize Old Ale,  e venne poi portato a Londra con delle autocisterne.La Prize Old Ale di Gale’s è un pezzo di storia che vale la pena raccontare, è un viaggio a ritroso al tempo di quelle Stock Ales maturate in tini di legno per mesi, a volte anche per anni, dove sviluppavano acidità lattica, inevitabile conseguenza della contaminazione batterica: era il gusto tipico delle birre del diciottesimo e del diciannovesimo secolo, che i bevitori apprezzavano.  Queste Old/Stock Ales (non è mia intenzione entrare nel dettaglio di eventuali differenze) potevano essere bevute anche da sole ma erano solitamente utilizzare per creare un blend con birre piè giovani: erano la base delle birre più popolari di quel periodo, le Porter e le Stout. Ci sono notizie contrastanti sulla storia della Prize Old Ale ma tutti gli storici sembrano concordare sul fatto che sia nata intorno al 1920 quando alla Gale’s arrivò un birraio dallo Yorkshire che intendeva replicare i fasti di quelle Strong Ales, in gergo “Stingo”,  che venivano prodotte da quelle parti, come per esempio alla Hammond Brewery.  La Prize Old Ale maturava in vasche di legno per un periodo variabile tra i sei ed i dodici mesi; John Keeling, lo storico birraio di Fuller’s, ricorda:  “non è lambic, ma ci assomiglia. Alla Gales fermentava in legno, era impossibile pulire perfettamente quelle vasche; si venne a creare un ambiente selvaggio e quei microrganismi diedero alla birra il suo carattere unico. Anche se veniva poi trasferita e messa ad invecchiare in tini di acciaio non perdeva quella flora batterica”. La ricetta originale pare indicasse malto Maris Otter, un tocco di Black, luppoli Fuggles e East Kent Goldings. Al momento della messa in bottiglia veniva aggiunto poi il lievito per la rifermentazione.  Nel 1971 quando fu fondato il CAMRA, la Gale Prize Old Ale era una delle ultime cinque birre rifermentate in bottiglie che ancora venivano prodotte nel Regno Unito. Negli anni che precedettero la vendita a Fullers la Prize Old Ale non fu certo un esempio di costanza produttiva. Scrive lo storico Martyn Connell: “a partire dall’inizio del ventunesimo secolo le cose iniziarono a peggiorare. Le bottiglie erano completamente piatte, la rifermentazione non era mai partita ed erano stucchevolmente dolci. Sembra che alla Gale’s imbottigliassero senza aggiungere zucchero o lievito, facendo affidamento solo sulle cellule di lievito che erano presenti della birra e sugli zuccheri rimasti dopo la fermentazione primaria. Evidentemente non funzionava, ma per anni nessuno alla Gales sembrò interessarsi al problema e continuarono in quel modo”. Come detto, nel 2006 la produzione passò alla Fuller’s che però esitò prima di mettere in circolazione il primo lotto, pronto nel 2007. Ancora Keeling: “amavo quella birra, ma replicarla sui nostri impianti fu una bella sfida. Non avevamo abbastanza posto per trasferire i fermentatori di legno della Gale’s, così facemmo un ultimo lotto a Horndean e lo portammo a Londra nei nostri fermentatori d’acciaio. Realizzammo poi due cotte sul nostro impianto nel 2007 e nel 2008, blendandole con quella di Gale’s e utilizzando il loro lievito che avevamo propagato alla Fuller’s. Il problema era che il nostro ufficio vendita la odiava, dicevano che era impossibile da vendere. Un prodotto in via d’estinzione, troppo acido per la maggior parte dei bevitori”.   I buoni intenti di Fuller’s non trovarono tuttavia quel riscontro commerciale necessario per continuarne la produzione e la Prize Old Ale uscì definitivamente di scena.Facciamo un altro salto in avanti nel tempo al 2016, a Manchester: il girovago birraio James Kemp (oggi da BrewDog) del birrificio Marble aveva lavorato per un anno alla Fuller’s facendo amicizia con e con John Keeling. James amava le Flanders Red e le Oud Bruin belghe e sognava di poter un giorno replicare il loro “equivalente” anglosassone. Alla Fuller’s Keeling aveva ancora da smaltire parecchie bottiglie di Old Ale invendute e ne mandò un po’ a Kemp: i due si scambiarono idee sulla ricette e poi si diedero appuntamento a Manchester, adattando una ricetta originale del 1926. Malti Pale, Crystal e Chocolate, sciroppo di glucosio, luppoli Challenger e Goldings per amaro, Fuggles e Goldings per aroma. La Marble non disponeva di tini in legno e quindi la prima fermentazione “pulita” avvenne in acciaio, con inoculazione del lievito della Gale’s al momento del trasferimento in botti di legno. Per rendere forse più interessante la birra sul mercato attuale non furono usate botti neutre ma che avevano contenuti in precedenza Bourbon, Madeira, Barbera e Pinot Nero: l’idea originale era di creare un unico blend finale, ma il risultato ottenuto dalle singole botti fu ritenuto soddisfacente e ne furono quindi commercializzate quattro diverse edizioni.  La birra.Il destino non è mai stato gentile con le grandi birre storiche inglesi: dimenticate in patria, hanno spesso trovato una seconda vita negli Stati Uniti grazie (anche) all’opera divulgativa del defunto beer-hunter Michael Jackson e dell’importatore B-United. E’ il caso della meravigliosa Harvest Ale di JW Lees,  oggi ancora prodotta ma più facile da reperire in un Whole Foods americano che in un beershop inglese; o degli ultimi lotti di Thomas Hardy's Ale e Prize Old Ale prodotti prima delle rispettive chiusure, la maggior parte dei quali è finita dall’altra parte dell’oceano prima che esplodesse davvero la Craft Beer Revolution.  Sulle etichette trovate infatti il contenuto espresso in once fluide, anziché millilitri.  Ed è quello che è capitato a me: nel 2014 in un beershop di San Francisco mi sono imbattuto in una cesta piena di Prize Old Ale anno 2000 a prezzi di saldo: 3 dollari l’una. Non ho potuto resistere, consapevole  del rischio che poteva trattarsi di un imbevibile fondo di magazzino: ma del resto è lo stesso rischio che corre l’appassionato che tenta la fortuna acquistando qualche vintage su Ebay a prezzi moltiplicati almeno per dieci. E per stapparla ho voluto attendere altri sei anni per rispettare le opinabili indicazioni fornite dall’importatore B-United: “si dice che la Prize Old Ale dia il meglio di sé dopo 20 anni”.  Non ho ovviamente la certezza assoluta sul millesimo: l’anno 2000 è scritto con il pennarello sulla capsula di plastica che protegge il tappo di sughero. L'apertura è abbastanza difficoltosa e nonostante la cautela il sughero si rompe a metà nel collo; con molta pazienza riesco ad estrarre quel che rimane ma non ad evitare che qualche frammento finisca dentro la bottiglia. Devo versarla nel bicchiere aiutandomi con un infusore da te per filtrarla ed evitare di bere le "briciole" di sughero. La schiuma è assente, il colore è ambrato, piuttosto spento e torbido: nessuna sorpresa. Al naso l'ossidazione è evidente, nel bene e nel male: fortunatamente predominano i richiami al passito, ai vini marsalati e fortificati. Uvetta, datteri, caramello, mela al forno, albicocca disidratata: l'intensità è davvero degna di nota. In secondo piano avverto odori ematici, ferruginosi, un po' di cartone bagnato: mi sorprende la completa assenza della componente wild/selvaggia, fatta eccezione per qualche richiamo di plastica bruciata che potrei associare ai brettanomiceti. Al palato è ovviamente piatta e slegata ma c'è ancora un discreto corpo a regalare un mouthfeel ancora accettabile. La bevuta segue l'aroma ma con meno intensità: colpisce sopratutto il modo in cui l'alcool (9% al momento della messa in bottiglia, ora sicuramente maggiore) è inavvertibile. E' una birra che assume le sembianze di un vino passito un po' annacquato nel finale, se mi passate il paragone: datteri, uvetta, caramello, marsala e sherry, potrei spingermi oltre e chiamare in causa lo sciroppo d'acero. Anche in bocca spunta ogni tanto qualche lieve accenno di plastica e gomma bruciata: non è però questo a lasciarmi sorpreso, perplesso (eviterei l'aggettivo "deluso", visto l'anzianità della bottiglia). Piuttosto è la completa mancanza di acidità lattica che avrebbe dovuto rendere questa Old Ale unica nella sua continuità storica (confrontate ad esempio le impressioni di Angelo Ruggiero e Stefano Ricci, versione Fuller's). Chiude comunque piuttosto secca, ammiccando al legno e forse all'amaro dei tannini.  Stappare una bottiglia che ha vent'anni sulle spalle significa privilegiare la curiosità e l'emozione, la parte conoscitiva e didattica alla piacevolezza della bevuta, benché questa bottiglia di Prize Old Ale sia ancora perfettamente bevibile. Posso comunque confermare che la Prize Old Ale è (era) un'ottima birra da invecchiamento, quasi indistruttibile, per come era prodotta alla Gale's. Ritornerà? I tentativi di riesumarla fatti negli ultimi anni non hanno avuto un grande successo al di fuori di una piccola nicchia fatta di appassionati, di vecchi nostalgici e forse di qualche occasionale curioso. Se anche voi siete tra questi e volete aggiungerla al vostro curriculum di bevute, qualche bottiglia è ancora reperibile su Ebay o nelle cantine di qualche locale: mettetevi alla ricerca, anche gli sforzi per trovarla fanno parte dell'esperienza  Gale's Prize Old AleFormato 27,5 cl., alc. 9%, IBU 53, anno 2000 (?), pagato 2,99 dollari (beershop) 

DALLA CANTINA: Cantillon Iris 2014

Iris, dea greca raffigurata come una fanciulla dotata di piedi veloci e grandi ali dorate, personificazione dell’arcobaleno e messaggera degli dei; la dea accompagnava sovente i defunti ai Campi Elisi e  da questa leggenda si diffuse l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari dei fiori viola, dalle sfumature cromatiche simili all’arcobaleno. Il fiore iris secondo la mitologia greca rappresenta la speranza, la notizia positiva, il buon auspicio per il futuro e la possibilità di attraversare un periodo positivo dopo tante difficoltà.Non è stata quindi causale la scelta fatta nel 1998 da Jean-Pierre Van Roy,  a quel tempo ancora al timone della Brasserie Cantillon, di chiamare una birra con questo nome prima di passare il testimone al figlio Jean. Il birrificio arrivava da un ventennio molto difficile, era riuscito a saldare i propri debiti solo nei primi anni ’90 e aveva ripreso ad investire. Come ci spiega Kuaska in un articolo per Fermento Birra: “per festeggiare i primi vent’anni di vita del Musée Bruxellois de la Gueuze volle presentare una birra originale che legasse il passato al futuro. Provava una forte nostalgia per una birra che aveva amato sin da ragazzo, la birra che incarnava lo spirito di Bruxelles, la sempre rimpianta Spéciale che vide la luce nella birreria fondata da Léon Aerts nel 1897 e chiusa nel 1963.  Nacque così una birra nuova che nella mente di Jean-Pierre doveva non solo ricordare, ma in un certo modo riprodurre la Spéciale Aerts, sempre seguendo la filosofia Cantillon della fermentazione spontanea. Ecco allora arrivare una birra inedita a fermentazione spontanea ma con l’utilizzo di solo malto Pale, senza nemmeno un grammo di frumento, con l’aggiunta di 50% di luppolo (Hallertau) fresco e di 50% di luppolo vecchio di tre anni (suranné).”Il primo lotto di Iris fu prodotto nel 1996 e dopo due anni d’invecchiamento in legno venne luppolato a freddo per due settimane mediante un sacco di lino pieno di luppolo Saaz fresco. Al momento dell’imbottigliamento venne poi aggiunto liqueur d’éxpédition.  Ancora Kuaska: “la novità fu il ricorso al dry hopping con luppolo fresco (poi ribadito da Jean, a partire dalla Cuvée des Champions), che dona un ficcante retrogusto amaro, anticipando una tendenza e un cambiamento nel gusto del consumatore belga che si sarebbero in seguito rivelati travolgenti”.Un secondo lotto di Iris fu prodotto nel 1998 e messo poi in vendita nel 2000: da allora è stata sempre prodotta una volta all’anno con un’etichetta che non è mai cambiata e che richiama i fiori che crescono nei prati di Brussels. Iris è anche l’unico prodotto Cantillon che non può essere chiamato lambic in quanto non rispetta il Regio Decreto del 31 marzo 1993 il quale stabilisce che per produrre lambic bisogna usare almeno il 30% di frumento non maltato.La birra. I tappi di sughero non sono mai stati il punto di forza della maison Cantillon e anche questa bottiglia di Iris 2014 non fa eccezione. Nel corso degli anni un po’ di liquido è traspirato ed ha arrugginito l’interno del tappo metallico; il sughero si è poi spezzato al momento dell’apertura ma sono fortunatamente riuscito ad estrarre anche il pezzo rimato nel collo senza dover farlo cadere all’interno. Nonostante sia rimasta per cinque anni in cantina in posizione verticale, su tutto il fianco interno della bottiglia c’è un evidente striscia tipica degli invecchiamenti in posizione orizzontale.  Il suo colore è un bell’ambrato, un po’ scarico e acceso da riflessi oro e arancio: la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Al naso le note funky del lambic (cantina, muffa, legno) convivono con qualche accenno d’aceto di mela, note aspre di uva e limone: in secondo piano arrivano come per magia dolci ricordi di frutti di bosco, vino marsalato, suggestioni di zucchero a velo, forse vaniglia. A cinque anni dall’imbottigliamento è ancora vivacemente carbonata e vivace: il mouthfeel è ottimo, morbido, privo di quelle irrequietezze dei lambic, soprattutto giovani. La bevuta si snoda tra note vinose (dolci ed aspre), funky e legnose, limone, ricordi di aceto balsamico; nel finale, molto secco, arrivano note lattiche e s’avverte ancora netto – dopo più di un lustro - l’apporto amaricante del luppolo. Del resto stiamo parlando della Cantillon più luppolata. Bevuta complessa, intensa, ancora scattante e soprattutto non priva di emozioni, quelle che qualche sbuffo acetico qua e là non riesce a compromettere. In ultimo non posso esimermi dalle solite considerazioni sul prezzo, visto che parliamo di Cantillon.  Era il 2015 e la pagai neppure sette euro in Rue Ghede 56; in Italia le ultime bottiglie arrivate costavano dai 25 ai 30 euro; sul mercato secondario una bottiglia di Iris 2014 viene attualmente valutata intorno agli 80 euro.Formato 75 cl., alc. 6%, IBU 45, lotto 11/2014, pagata 6,80 € (birrificio)  NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

DALLA CANTINA: Cantillon Iris 2014

Iris, dea greca raffigurata come una fanciulla dotata di piedi veloci e grandi ali dorate, personificazione dell’arcobaleno e messaggera degli dei; la dea accompagnava sovente i defunti ai Campi Elisi e  da questa leggenda si diffuse l’abitudine dei greci di posare sulle tombe dei familiari dei fiori viola, dalle sfumature cromatiche simili all’arcobaleno. Il fiore iris secondo la mitologia greca rappresenta la speranza, la notizia positiva, il buon auspicio per il futuro e la possibilità di attraversare un periodo positivo dopo tante difficoltà.Non è stata quindi causale la scelta fatta nel 1998 da Jean-Pierre Van Roy,  a quel tempo ancora al timone della Brasserie Cantillon, di chiamare una birra con questo nome prima di passare il testimone al figlio Jean. Il birrificio arrivava da un ventennio molto difficile, era riuscito a saldare i propri debiti solo nei primi anni ’90 e aveva ripreso ad investire. Come ci spiega Kuaska in un articolo per Fermento Birra: “per festeggiare i primi vent’anni di vita del Musée Bruxellois de la Gueuze volle presentare una birra originale che legasse il passato al futuro. Provava una forte nostalgia per una birra che aveva amato sin da ragazzo, la birra che incarnava lo spirito di Bruxelles, la sempre rimpianta Spéciale che vide la luce nella birreria fondata da Léon Aerts nel 1897 e chiusa nel 1963.  Nacque così una birra nuova che nella mente di Jean-Pierre doveva non solo ricordare, ma in un certo modo riprodurre la Spéciale Aerts, sempre seguendo la filosofia Cantillon della fermentazione spontanea. Ecco allora arrivare una birra inedita a fermentazione spontanea ma con l’utilizzo di solo malto Pale, senza nemmeno un grammo di frumento, con l’aggiunta di 50% di luppolo (Hallertau) fresco e di 50% di luppolo vecchio di tre anni (suranné).”Il primo lotto di Iris fu prodotto nel 1996 e dopo due anni d’invecchiamento in legno venne luppolato a freddo per due settimane mediante un sacco di lino pieno di luppolo Saaz fresco. Al momento dell’imbottigliamento venne poi aggiunto liqueur d’éxpédition.  Ancora Kuaska: “la novità fu il ricorso al dry hopping con luppolo fresco (poi ribadito da Jean, a partire dalla Cuvée des Champions), che dona un ficcante retrogusto amaro, anticipando una tendenza e un cambiamento nel gusto del consumatore belga che si sarebbero in seguito rivelati travolgenti”.Un secondo lotto di Iris fu prodotto nel 1998 e messo poi in vendita nel 2000: da allora è stata sempre prodotta una volta all’anno con un’etichetta che non è mai cambiata e che richiama i fiori che crescono nei prati di Brussels. Iris è anche l’unico prodotto Cantillon che non può essere chiamato lambic in quanto non rispetta il Regio Decreto del 31 marzo 1993 il quale stabilisce che per produrre lambic bisogna usare almeno il 30% di frumento non maltato.La birra. I tappi di sughero non sono mai stati il punto di forza della maison Cantillon e anche questa bottiglia di Iris 2014 non fa eccezione. Nel corso degli anni un po’ di liquido è traspirato ed ha arrugginito l’interno del tappo metallico; il sughero si è poi spezzato al momento dell’apertura ma sono fortunatamente riuscito ad estrarre anche il pezzo rimato nel collo senza dover farlo cadere all’interno. Nonostante sia rimasta per cinque anni in cantina in posizione verticale, su tutto il fianco interno della bottiglia c’è un evidente striscia tipica degli invecchiamenti in posizione orizzontale.  Il suo colore è un bell’ambrato, un po’ scarico e acceso da riflessi oro e arancio: la schiuma è cremosa, compatta ed ha ottima ritenzione. Al naso le note funky del lambic (cantina, muffa, legno) convivono con qualche accenno d’aceto di mela, note aspre di uva e limone: in secondo piano arrivano come per magia dolci ricordi di frutti di bosco, vino marsalato, suggestioni di zucchero a velo, forse vaniglia. A cinque anni dall’imbottigliamento è ancora vivacemente carbonata e vivace: il mouthfeel è ottimo, morbido, privo di quelle irrequietezze dei lambic, soprattutto giovani. La bevuta si snoda tra note vinose (dolci ed aspre), funky e legnose, limone, ricordi di aceto balsamico; nel finale, molto secco, arrivano note lattiche e s’avverte ancora netto – dopo più di un lustro - l’apporto amaricante del luppolo. Del resto stiamo parlando della Cantillon più luppolata. Bevuta complessa, intensa, ancora scattante e soprattutto non priva di emozioni, quelle che qualche sbuffo acetico qua e là non riesce a compromettere. In ultimo non posso esimermi dalle solite considerazioni sul prezzo, visto che parliamo di Cantillon.  Era il 2015 e la pagai neppure sette euro in Rue Ghede 56; in Italia le ultime bottiglie arrivate costavano dai 25 ai 30 euro; sul mercato secondario una bottiglia di Iris 2014 viene attualmente valutata intorno agli 80 euro.Formato 75 cl., alc. 6%, IBU 45, lotto 11/2014, pagata 6,80 € (birrificio)  NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questa bottiglia e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio.

Fremont B-Bomb – Coconut 2019

E’ tristemente un bel periodo per gli appassionati italiani di birra a stelle e strisce: un po’ meno per il loro portafoglio. Ma se avevate messo da parte un po’ di soldi per una vacanza negli States potete usarne una parte per acquistare tutte quelle birre che in questi mesi stanno attraversando l’oceano: avreste probabilmente fatto fatica a trovarle anche in loco, a meno di non capitare nel posto giusto al momento giusto. Sto ovviamente estremizzando: nulla può sostituire il piacere di un viaggio negli Stati Uniti e l’atmosfera che si respira nelle taproom, nei pub e nei bar, nei liquor store o anche le semplici possibilità d’acquisto che offrono i supermercati, i negozi di vicinato o le stazioni di servizio. E questo vale anche se non siete riusciti a reperire quella birra che stavate disperatamente cercando. L’emergenza sanitaria legata a Covid-19 ha provocato anche negli Stati Uniti una forte riduzione nei consumi a seguito della riduzione della capienza o alla chiusura di taproom, bar e ristoranti, alla cancellazione dei festival e di quasi tutti gli eventi nei quali scorrevano fiumi di birra. Ogni stato americano ha applicato le proprie restrizioni ma in generale l’impatto si è fatto sentire molto sui birrifici artigianali, per i quali la taproom era un’importantissima fonte di reddito nonché un’immediata iniezione di denaro contante. I birrifici hanno dovuto cambiare strategia riducendo i fusti e privilegiando il formato per l’asporto e per il consumo tra le mura domestiche. L’arrivo nel nostro continente di birrifici americani molto quotati non è un evento raro, ma negli ultimi mesi il mercato europeo è stato letteralmente invaso: Moka, Abnormal, Old Nation, Equilibrium, Other Half, Trillium  e Cycle  sono alcuni dei nomi “sulla cresta dell’onda” arrivati solo nell’ultimo mese, per quel che ricordo. A questi va senz’altro aggiunto quello di Fremont, birrificio di Seattle (Washington) che vi avevo presentato in questa occasione quasi un anno fa. Fusti (festival) e lattine (luppolate) di Fremont erano già sporadicamente arrivati in Europa negli scorsi anni; le bottiglie delle birre barricate  (da me avvistate per caso lo scorso anno in Giappone) sono invece arrivate per la prima volta all’inizio dall’autunno, e un’altra infornata è giunta la scorsa settimana; Rusty Nail, Brew 3000 e 4000, Anniversary Stout e molte varianti di B-Bomb e Dark Star. I beergeeks più aggiornati mi faranno certamente notare il fatto che Fremont non sia più un nome in cima alla lista dei loro desideri e in verità lo è stato solo fino ad un certo punto. Ma non ci sarebbe nulla di strano, il meccanismo è inesorabile, lo sappiamo: l’hype dura solamente qualche anno, finché il birrificio è ancora relativamente nuovo, piccolo e le birre sono difficili da reperire, generando così un elevato valore di scambio o di rivendita sul mercato secondario. Non appena la produzione aumenta o entrano in gioco altri nomi, l’hype si sposta altrove.  La birra. L’Abominable Winter Ale è stata per molti anni la birra stagionale invernale (8%) prodotta da Fremont: nel 2016 il suo nome è stato accorciato in Winter Ale per evitare problemi con il birrificio Hopworks di Portland che produceva già una birra con lo stesso nome. E questa la prima birra di Fremont a finire in una botte ex-bourbon: era il 2010 e nasceva la Bourbon Abominable, poi rinominata B-Bomb. Il suo successo ne ha fatto nascere inevitabili varianti: vediamo la Coconut edizione 2019.  Per questa versione sono state utilizzate botti di rovere americano di 8-12 anni che avevano in precedenza contenuto bourbon: il risultato finale è un blend fatto con la stessa birra invecchiata per nove, dodici e ventiquattro mesi, con aggiunta di cocco tostato. La ricetta prevede malti 2-Row Pale, Crystal-120, Munich, Roast Barley, Carafa-2 e Chocolate, luppoli Columbus, Willamette, Goldings americano. E’ stata messa in vendita nel dicembre 2019.Nel bicchiere è sontuosa, perfetta: color ebano scuro, schiuma generosa, a trama fine e dalla buona ritenzione. Caramello bruciato, bourbon, cuoio/pelle, legno, cocco tostato, fondi di caffè, liquirizia, accenni di fruit cake e di tabacco/fumo: naso splendido, molto pulito ed elegante, avvolgente. Nulla da eccepire. Il suo corpo è quasi pieno: non è un’imperial stout masticabile ed ha una consistenza morbida, leggermente oleosa e cremosa. La bevuta si apre con dolci note di melassa e fruit cake, vaniglia e cocco, liquirizia: è soprattutto la componente etilica, con una splendida progressione che parte in sordina e sfocia in un morbido warming, a portare equilibrio. L’amaro di cioccolato, torrefatto e caffè resta in disparte, la chiusura è sorprendentemente quasi secca grazie al contributo del legno: resta una lunghissima scia finale ricca di bourbon e cioccolato, degno epilogo di una bellissima festa.  Pulizia, precisione, eleganza, intensità, tanti elementi perfettamente amalgamati tra di loro: un’altra gemma dallo scrigno Fremont. Se amate le grandi imperial stout americane non ancora contaminate dalla deriva pastry non perdetevela.  Formato 65 cl., alc. 13.2%, lotto 2019, prezzo indicativo 32 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio

Fremont B-Bomb – Coconut 2019

E’ tristemente un bel periodo per gli appassionati italiani di birra a stelle e strisce: un po’ meno per il loro portafoglio. Ma se avevate messo da parte un po’ di soldi per una vacanza negli States potete usarne una parte per acquistare tutte quelle birre che in questi mesi stanno attraversando l’oceano: avreste probabilmente fatto fatica a trovarle anche in loco, a meno di non capitare nel posto giusto al momento giusto. Sto ovviamente estremizzando: nulla può sostituire il piacere di un viaggio negli Stati Uniti e l’atmosfera che si respira nelle taproom, nei pub e nei bar, nei liquor store o anche le semplici possibilità d’acquisto che offrono i supermercati, i negozi di vicinato o le stazioni di servizio. E questo vale anche se non siete riusciti a reperire quella birra che stavate disperatamente cercando. L’emergenza sanitaria legata a Covid-19 ha provocato anche negli Stati Uniti una forte riduzione nei consumi a seguito della riduzione della capienza o alla chiusura di taproom, bar e ristoranti, alla cancellazione dei festival e di quasi tutti gli eventi nei quali scorrevano fiumi di birra. Ogni stato americano ha applicato le proprie restrizioni ma in generale l’impatto si è fatto sentire molto sui birrifici artigianali, per i quali la taproom era un’importantissima fonte di reddito nonché un’immediata iniezione di denaro contante. I birrifici hanno dovuto cambiare strategia riducendo i fusti e privilegiando il formato per l’asporto e per il consumo tra le mura domestiche. L’arrivo nel nostro continente di birrifici americani molto quotati non è un evento raro, ma negli ultimi mesi il mercato europeo è stato letteralmente invaso: Moka, Abnormal, Old Nation, Equilibrium, Other Half, Trillium  e Cycle  sono alcuni dei nomi “sulla cresta dell’onda” arrivati solo nell’ultimo mese, per quel che ricordo. A questi va senz’altro aggiunto quello di Fremont, birrificio di Seattle (Washington) che vi avevo presentato in questa occasione quasi un anno fa. Fusti (festival) e lattine (luppolate) di Fremont erano già sporadicamente arrivati in Europa negli scorsi anni; le bottiglie delle birre barricate  (da me avvistate per caso lo scorso anno in Giappone) sono invece arrivate per la prima volta all’inizio dall’autunno, e un’altra infornata è giunta la scorsa settimana; Rusty Nail, Brew 3000 e 4000, Anniversary Stout e molte varianti di B-Bomb e Dark Star. I beergeeks più aggiornati mi faranno certamente notare il fatto che Fremont non sia più un nome in cima alla lista dei loro desideri e in verità lo è stato solo fino ad un certo punto. Ma non ci sarebbe nulla di strano, il meccanismo è inesorabile, lo sappiamo: l’hype dura solamente qualche anno, finché il birrificio è ancora relativamente nuovo, piccolo e le birre sono difficili da reperire, generando così un elevato valore di scambio o di rivendita sul mercato secondario. Non appena la produzione aumenta o entrano in gioco altri nomi, l’hype si sposta altrove.  La birra. L’Abominable Winter Ale è stata per molti anni la birra stagionale invernale (8%) prodotta da Fremont: nel 2016 il suo nome è stato accorciato in Winter Ale per evitare problemi con il birrificio Hopworks di Portland che produceva già una birra con lo stesso nome. E questa la prima birra di Fremont a finire in una botte ex-bourbon: era il 2010 e nasceva la Bourbon Abominable, poi rinominata B-Bomb. Il suo successo ne ha fatto nascere inevitabili varianti: vediamo la Coconut edizione 2019.  Per questa versione sono state utilizzate botti di rovere americano di 8-12 anni che avevano in precedenza contenuto bourbon: il risultato finale è un blend fatto con la stessa birra invecchiata per nove, dodici e ventiquattro mesi, con aggiunta di cocco tostato. La ricetta prevede malti 2-Row Pale, Crystal-120, Munich, Roast Barley, Carafa-2 e Chocolate, luppoli Columbus, Willamette, Goldings americano. E’ stata messa in vendita nel dicembre 2019.Nel bicchiere è sontuosa, perfetta: color ebano scuro, schiuma generosa, a trama fine e dalla buona ritenzione. Caramello bruciato, bourbon, cuoio/pelle, legno, cocco tostato, fondi di caffè, liquirizia, accenni di fruit cake e di tabacco/fumo: naso splendido, molto pulito ed elegante, avvolgente. Nulla da eccepire. Il suo corpo è quasi pieno: non è un’imperial stout masticabile ed ha una consistenza morbida, leggermente oleosa e cremosa. La bevuta si apre con dolci note di melassa e fruit cake, vaniglia e cocco, liquirizia: è soprattutto la componente etilica, con una splendida progressione che parte in sordina e sfocia in un morbido warming, a portare equilibrio. L’amaro di cioccolato, torrefatto e caffè resta in disparte, la chiusura è sorprendentemente quasi secca grazie al contributo del legno: resta una lunghissima scia finale ricca di bourbon e cioccolato, degno epilogo di una bellissima festa.  Pulizia, precisione, eleganza, intensità, tanti elementi perfettamente amalgamati tra di loro: un’altra gemma dallo scrigno Fremont. Se amate le grandi imperial stout americane non ancora contaminate dalla deriva pastry non perdetevela.  Formato 65 cl., alc. 13.2%, lotto 2019, prezzo indicativo 32 euro (beershop)NOTA: la descrizione della birra è basata esclusivamente sull’assaggio di questo esemplare e potrebbe non rispecchiare la produzione abituale del birrificio